PRESI TRA DUE FUOCHI

Soccorsi a un uomo rimasto intrappolato sotto la sua auto dopo un raid israeliano nella Striscia di Gaza.

Presi tra due fuochi. Palestinesi e israeliani. Da sempre. A ben guardare, per le classi subalterne dei due fronti non c’è mai stata altra realistica soluzione alla nota e scottante Questione se non la più difficile e improbabile, e certamente estranea alle pseudo soluzioni escogitate negli ultimi 64 anni dai capi di governo e dai leader nazionali, regionali e mondiali: una loro fraterna solidarietà. «Campa cavallo!», nevvero? Ecco, in questa istintiva, quanto fondata, reazione alla piccola riflessione appena proposta risiede tutta la tragicità della cosiddetta Questione Palestinese.

Come ho scritto in diversi post dedicati a questo intramontabile evergreen della politica internazionale, non si comprende la rancida Questione di cui trattiamo se non si abbandona lo schema ideologico cosiddetto antimperialista, che presenta come unico male assoluto lo Stato Sionista Israeliano, dalla cui distruzione dovrebbe derivare l’emancipazione nazionale del popolo palestinese. Naturalmente parlare di Israele significa parlare soprattutto degli Stati Uniti, collocati da quello schema al centro del poligono di forze imperialistico. La Russia e la Cina sembrano avere nel quadro imperialistico disegnato dagli “antimperialisti” mainstream un ruolo del tutto marginale, e a volte le due potenze vi compiano in funzione antimperialista. Addirittura!

Come dimostra la storia pre e post 1948, «si intrecciano, in questo groviglio mediorientale, sino a perdervi il filo, responsabilità che, in misura maggiore o minore, possono essere attribuiti a tutti: agli inglesi come ai francesi, agli americani come ai russi, agli ebrei come agli arabi … Solo sulla base di una adeguata conoscenza dei precedenti è possibile districare, almeno sul piano dell’informazione e della comprensione, il groviglio mediorientale. Altrimenti si rischia di cadere nella genericità e negli schematismi manichei» (P. Maltese, Nazionalismo arabo e nazionalismo ebraico, 1798-1992, Mursia, 1992). E per non cadere nello schematismo manicheo antisionista, che come sempre facilmente presta il fianco a un più o meno celato antisemitismo  “di ritorno” (tipico è il caso di chi accusa gli israeliani di «fare come i nazisti», mentre lo Stato Israeliano è ultrareazionario esattamente come gli altri Stati del Pianeta), occorre aprire gli occhi innanzitutto sulla politica delle potenze regionali mediorientali, le quali hanno usato, e continuano a usare, la Questione Palestinese per il loro tornaconto, anche in chiave di politica interna: reprimere e massacrare i palestinesi ospitati all’interno dei propri confini nazionali per ammonire le classi subalterne arabe, ovvero affettare una solidarietà nei confronti «dell’eroico popolo palestinese» per lisciarne il pelo, sempre ai fini di un più facile controllo sociale.

La Questione Palestinese è stata dunque sempre alimentata e tenuta costantemente alla giusta temperatura critica da Paesi come Egitto, Siria, Libano, Iraq e Iran in chiave di politica interna e internazionale.

La presenza di Israele in Medio Oriente ha costituito una spina nel fianco delle nazioni di quell’area, è vero; ma si tratta, appunto, di beghe tra Stati nazionali, giocate sulla pelle delle classi subalterne, quale ne sia la nazionalità e la religione. Tirare ancora in ballo l’estraneità “ontologica” di Israele rispetto a quel quadrante geopolitico e geosociale, e tifare per chi ne minaccia la cancellazione dalla carta geografica (vedi Ahmadinejad), significa mettersi sul terreno degli interessi nazionali che fanno capo ai Paesi nemici dello «Stato Sionista», un terreno melmoso all’ennesima potenza nell’epoca in cui la questione nazionale ha un carattere reazionario persino là dove essa alligna in modo residuale. È appunto il caso della Palestina, da sempre presa tra due fuochi: il fuoco dello Stato Israeliano e quello degli Stati cosiddetti fratelli. Fratelli-coltelli, verrebbe da dire: i palestinesi uccisi dai “fratelli” arabi si contano a migliaia.

A Kiryat Malachi, in Israele, durante il lancio di un razzo da Gaza.

Questo significa sminuire il sangue palestinese versato dallo Stato Israeliano? Ma non scherziamo! Capire i processi sociali e la geopolitica serve ad agire in modo adeguato, non a giustificare Tizio o Caio, che vanno semmai colpiti contemporaneamente.

Solidarizzare con i palestinesi non deve in alcun modo significare un appoggio ad Hamas, organizzazione politico-militare che sempre più si configura come la lunga mano degli interessi siriani e iraniani, anche con la mediazione di Hezbollah. Sparare razzi in maniera indiscriminata su un’area che ospita oltre due milioni di abitanti, come fa Hamas da mesi, significa fare il gioco della classe dominante israeliana, che può facilmente servirsi della paura degli inermi cittadini per ulteriori giri di vite contro i palestinesi tenuti in ostaggio a Gaza. Tenuti in ostaggio sicuramente dal governo israeliano, che cerca di allargare l’«area di sicurezza nazionale» attraverso nuovi insediamenti “illegali”, ma anche dai militanti di Hamas, i quali probabilmente stanno cercando la rappresaglia di Tel Aviv per inserirsi nel nuovo scenario creato dalla cosiddetta Primavera Araba, con un occhio ai nuovi equilibri interimperialistici generati dalla crisi economica internazionale. Con quale risultato lo vedremo. Il sangue di palestinesi e israeliani intanto lo vediamo già scorrere. In diretta televisiva.

ANCORA SULL’INFERNO SIRIANO

Pubblico un articolo molto interessante sulla Siria che ho trovato sul blog Combat-Coc.Org, il quale a sua volta l’ha ripreso da Pagine Marxiste n°28 ottobre 2011. Penso che l’analisi della situazione sociale e politica del Paese mediorientale che vi si trova offra un contributo alla comprensione dell’attuale carneficina che lì si consuma. Una carneficina che, a mio avviso, è ultrareazionaria sotto ogni rispetto, tanto dal lato del regime sanguinario di Damasco, quanto da quello del cosiddetto Esercito Siriano Libero; sia per ciò che concerne il fronte interno, sia per quello che si muove e che si prepara sul fronte regionale (Iran, Turchia, Arabia Saudita, Egitto, Israele) e internazionale (Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Cina, Russia). Che da un conflitto ultrareazionario (interborghese e interimperialistico) possa prendere corpo, “dialetticamente”, un processo sociale contrassegnato dalla lotta di classe, interna e internazionale, è cosa che non sfugge alla mia considerazione. È anzi ciò che desidero ardentemente. Ma i desideri non devono “fare premio” sull’analisi obiettiva – e «di classe» – della situazione, la quale oggi testimonia l’impotenza politica e sociale delle classi dominate in Siria, in Medio Oriente, in Nord’Africa e in tutto il pianeta. Come ho scritto nei diversi post dedicati alla Siria e alle cosiddette “primavere”, la miseria e la rabbia delle “Moltitudini” sono oggi usate come potenti strumenti di lotta politica dalle fazioni borghesi (nell’accezione sociale e non sociologica del concetto) che si contendono il potere. La verità è rivoluzionaria in questo preciso significato, e cioè che solo apprezzando la realtà in tutta la sua attualità (per quanto cattiva) e potenzialità è possibile, per i militanti del pensiero critico-radicale, elaborare una teoria e una prassi all’altezza delle sfide che la Società-Mondo del XXI secolo lancia loro sempre di nuovo.

La rivolta è scoppiata nei primi giorni di febbraio, nelle aree del Nord e dell’Est, rovinate dalla siccità, come Daraa, si è estesa al centro petrolifero di Dayr az Zawre, ha coinvolto Hama e Homs, roccaforti dell’opposizione sunnita e il ricco porto di Latakia, e infine i sobborghi di Aleppo e Damasco, che fino a luglio avevano rappresentato la maggioranza silenziosa lealista. Per qualche settimana il presidente Bashar ha giocato la carta delle riforme: ha promesso elezioni con la presenza di più partiti, ma ha ribadito l’illegalità dei partiti con base etnica, religiosa o professionale; in questo modo tagliando fuori i Fratelli Mussulmani e i Curdi, ma anche partiti con eventuali richiami di classe (es. “partito operaio”). In ogni caso alla fine il regime si è affidato alla sola repressione. L’esercito attacca brutalmente quartieri e villaggi, cui viene tagliata la luce e l’acqua, i carri armati bombardano come in zona di guerra lasciandosi dietro macerie e morti, poi intervengono le forze speciali che battono casa per casa. (Economist 1 ag. ’11).

La crisi complessiva di un modello
La crisi siriana è in parte legata al ciclo economico internazionale, ma è fondamentalmente una crisi strutturale, affonda le sue radici nella storia del paese, nel venir meno degli equilibri interni su cui si è basato il quarantennale regime degli Assad (guidato prima da Hafez, artefice del colpo di Stato del 1970 e dal 2000 dal figlio Bashar), ma anche nella crisi e implosione del capitalismo di Stato siriano. Nel rapporto 2007 del Forum di Davos su 13 paesi arabi, la Siria era penultima per competitività davanti alla sola Mauritania. Il World Bank 2011 Doing Business Survey mette la Siria al 168° posto su 183 paesi per disponibilità finanziaria. Nel 2008 il Pil siriano era di 106,4 miliardi di $ (un ventesimo di quello italiano). Per Pil pro capite (4800 $ nel 2008 la Siria si collocava al 114° posto nella classifica della Banca Mondiale su 169 paesi; per l’indice Isu (sviluppo umano) si collocava al 107° posto, prima del Marocco (114°), ma dopo Libia (56° posto), Tunisia (81°), Algeria (84°), Egitto (101°).
In passato gli Assad hanno potuto contare sull’appoggio degli Alawiti (il che significa forze armate, burocrazia di Stato), ma anche dei contadini, degli strati poveri delle città, delle minoranze religiose e di buona parte della borghesia commerciale sunnita. Oggi è esplosa la rivolta, non a causa dell’estremismo islamico o di una congiura imperialista, come sostiene il governo siriano, ma perché il regime, in una situazione di stagnazione economica, non può più garantire alla popolazione lavoro e condizioni di vita decenti, incompatibili con i costi dell’apparato repressivo (le spese militari assorbono il 33% del bilancio dello Stato) e del parassitismo mafioso dei clan al potere, che induce la stessa borghesia sunnita a rivendicare una rappresentanza negli organi di potere.
L’opposizione è diffusa, lo dimostrano le cifre della repressione. Il bilancio al 1° settembre è di più di 2600 morti, 13 mila arrestati nell’ultimo mese, 63 mila dall’inizio della rivolta, 3 mila scomparsi (dati del Institute for War and Peace Reporting – Iwpr). Anche se fossero dati un po’ gonfiati, è un fenomeno di massa.
Il malcontento sociale si sta accumulando da anni, man mano che è cresciuta l’ineguaglianza sociale. Nel 2005 per reagire alla bassa produttività del sistema economico, viene adottata una svolta liberista che apre ulteriormente ai capitali e agli investimenti stranieri non Usa, ma soprattutto tenta di ridurre la presenza dello Stato in tutti i settori economici. Del processo si avvantaggiano tutti coloro che a vario titolo hanno legami clientelari con gli Assad. Si ripete in piccolo quanto avvenuto in Urss nei primi anni ’90: gli ex manager di Stato, i membri del partito al potere, gli alti papaveri dell’esercito e ovviamente la famiglia Assad comprano a prezzo di saldo industrie, alberghi, centri commerciali ecc. Il cugino di Bashar Rami Makhlouf controlla la telefonia mobile, il settore immobiliare e il settore agroalimentare; il fratello di Bashar, Maher, capo della guardia presidenziale, gestisce le commesse militari. In mano alla famiglia Assad anche la fiorente industria del tabacco e buona parte delle banche. Come in Egitto e in Tunisia il clan dominante assorbe parassitariamente risorse, a scapito dell’efficienza e della produttività dell’apparato industriale. Aumentano le disparità sociali ma anche regionali (il Nord e il Sud sono poveri di infrastrutture, l’Est è soggetto alla siccità, con un tasso di disoccupazione più elevato).

Un’opposizione ad ampio spettro sociale
La nuova politica economica interrompe anche la tradizione di rigido controllo dei prezzi dei beni di prima necessità, porta a drastici tagli ai sussidi erogati dallo Stato per tenere bassi i costi di elettricità, gas, cereali e riso.1 Fino al 2004 metà dei siriani viveva direttamente o indirettamente di salari o provvidenze di provenienza statale (ad es. lavori stagionali o part time) che, assieme ai sussidi, attutivano la povertà delle famiglie. Un siriano su tre vive infatti sotto la linea di povertà (il dato ufficiale dell’11,8% è sottostimato) con meno di 2 $ al giorno. (Wsws 28 luglio ’11). Un’inchiesta della General Social Security Organization informa che nel 2009 il 44,2% dei salariati percepisce circa 127 $ al mese. E’ in aumento il lavoro minorile, che era scomparso anche nelle campagne negli anni ’80. Nel 2009-10 si aggiungono inflazione e disoccupazione (il dato ufficiale dell’8,5% di disoccupazione è clamorosamente falso secondo il Fmi. L’Ilo lo stima intorno al 18%, cui si aggiunge il dato che il 40% almeno dei lavoratori sono in nero). Il deterioramento delle condizioni di vita è stato maggiore per i giovani, che non a caso hanno riempito le piazze. Essi costituiscono i due terzi dei disoccupati (secondo l’Al-Ahram Weekly è disoccupato il 30% dei giovani), sono mediamente istruiti ma senza prospettive. La popolazione cresce ancora al ritmo del 2,5% all’anno (i siriani erano 12 milioni nel 1990 e sono arrivati a 23,7 milioni nel 2010); ogni anno 250 mila giovani si affacciano al mercato del lavoro, che è asfittico e produce al massimo 20-30 mila nuovi posti all’anno. Negli anni ’70 i giovani siriani si recavano a lavorare nei paesi del Golfo, poi la loro preparazione tecnica è risultata sempre più carente e li ha relegati ai lavori per cui non è richiesta specializzazione. Oggi la concorrenza degli operai asiatici li mette fuori mercato (da Occidente n. 1 2007, Mario Ermini “il crocevia siriano”). La disoccupazione è legata anche alla chiusura di molte imprese locali, dopo che un trattato con la Turchia ha determinato il calo dei dazi e la conseguente invasione di manufatti turchi. Ma ha influito pesantemente anche l’impatto della crisi mondiale con un calo dal 3 al 5,5% dell’export (indagine Psia genn. 2010); calato significativamente anche il commercio di transito che era una delle voci economiche di rilievo. Il risultato è stato un deprezzamento della sterlina siriana e il maggior costo degli interessi sul debito. Nei primi mesi di rivolta il governo ha bruciato l’equivalente dello 0,8% del Pil, mandando in rosso il bilancio dello Stato siriano, per ripristinare in parte i sussidi e pagare con regolarità gli stipendi dei dipendenti pubblici. Essendo incapace di imporre il pagamento delle tasse a chi potrebbe (in Siria le tasse pesano per l’11% del Pil contro un 15% in Egitto e un 25% in Marocco), lo Stato è sempre più indebitato e non può contare di collocare i suoi titoli a causa delle sanzioni, ma anche della sfiducia dei mercati internazionali. Contemporaneamente le entrate da petrolio che garantivano nel ’95 il 15% del bilancio dello Stato si sono dimezzate; l’estrazione è crollata da 600 a 380 mila barili.

Il governo per ridurre l’ineguaglianza sociale dovrebbe tagliare i privilegi della casta al potere, ma preferisce la repressione. Fra le rivendicazioni dei giovani, raccolte dalla stampa occidentale, c’è un lavoro e un salario dignitosi, ma anche la fine della legge marziale imposta nel 1963 e ancora in vigore, la riduzione del servizio militare obbligatorio che dura dai 18 ai 24 mesi.
In rivolta i piccoli contadini (l’agricoltura assorbe il 17% della forza lavoro contro il 16% dell’industria e il 67% dei servizi), che in passato sono stati la struttura portante del sostegno al regime. Le piccole dimensioni della proprietà terriera, in particolare al Nord non consentono investimenti e migliorie tecniche. Ma il problema principale è la mancanza d’acqua. A partire dall’80 lo Stato non ha più contribuito ad aumentare l’area dei terreni irrigui (oggi pari al 21% dei terreni coltivati), vuoi per la perdita di una fonte idrica essenziale come le Alture del Golan, vuoi per il drenaggio d’acqua operato negli anni ’80 dalla Turchia coi suoi progetti di dighe sul Tigri e l’Eufrate (come il SouthEastern Anatolia Project), vuoi per fattori meteorologici (5 anni di siccità). La produzione agricola è calata del 25% negli ultimi 6 anni, anche per la difficoltà a garantire lo stoccaggio e per effetto della progressiva salinizzazione del suolo. Molti contadini rovinati sono stati costretti a lasciare la terra e a emigrare nelle città, dove peraltro non hanno un futuro. L’urbanizzazione aggrava la mancanza di acqua nelle città. Dieci anni fa la fornitura d’acqua era garantita a singhiozzo 4 giorni su 7. Oggi la situazione è molto peggiorata, l’acqua è dappertutto razionata. L’assenza dello Stato nella gestione del problema fa sì che la poca acqua disponibile sia usata male e spesso sprecata. I pozzi sono scavati illegalmente e senza criterio. (AT 30 mar. ’11). Daraa, un’area agricola molto povera, in sei anni è stata investita dall’arrivo di un milione di persone che hanno lasciato l’Est del paese rimasto senza acqua. La rivolta è scoppiata per chiedere acqua potabile (Jerusalem Post 1° dic. 2010).
La novità degli ultimi due mesi è l’allargarsi della protesta alla borghesia delle grandi città, come Aleppo e Damasco. Finora questa borghesia (negozianti, manager di hotel, grandi commercianti, imprenditori) era col regime, di cui condividevano le scelte liberiste, che avevano beneficato banche private, commercio e turismo. La rivolta riguardava i villaggi di campagna e i sobborghi poveri delle piccole città. Adesso la sanguinosa repressione e il caos interrompono il turismo, mettono in fuga i capitali (20 miliardi di $ secondo Traball, su Sole 28 luglio). Le attività commerciali e industriali sono crollate del 50%. Inoltre scarseggia l’elettricità, calano le riserve alimentari (Figaro 1° ag. ’11). La comunità degli affari non si scompone per le repressioni, ma non accetta una prolungata instabilità. Per loro l’ideale sarebbe una transizione all’egiziana, con un altro leader alawita ben accetto all’esercito che sostituisca lo screditato Bashar (The Washington Times 26 magg. ’11)

Perché il regime resiste
La protesta è ampia e non si piega nonostante la violenza del regime, un fatto che dimostra l’insostenibilità della situazione per i lavoratori e la popolazione siriana. Tuttavia l’opposizione non riesce ad ottenere nemmeno risultati tattici, in particolare perché è frammentata, non ha una piattaforma condivisa, non ha gruppi dirigenti riconosciuti universalmente, dopo 40 anni di repressione. Il Sole del 28 luglio così sintetizza la situazione “Dopo quasi cinque mesi di lotta non è emerso un partito, un leader né un fronte davvero alternativi. Gli oppositori non hanno la forza per scalzare il regime”. Osserva con il suo disincantato pragmatismo G. Friedman (su Stratfor 30 agosto) che, per contro, se un regime dura quarant’anni (ed è il caso di Gheddafi o degli Assad in Siria) questo non può avvenire solo sulla base della pura e semplice violenza. Occorre che ci sia il consenso e il supporto almeno di una parte consistente della società, di strati che ne traggono vantaggi che non sono disposti a perdere senza combattere. La minoranza alawita non cederà il potere senza combattere. La lealtà del Partito Baath, che ha 2 milioni di iscritti, non è scalfita (solo 200 dissidenti, concentrati nella città di Daraa, hanno stracciato la tessera. Soprattutto non ci sono defezioni significative nelle forze armate. Secondo fonti anonime, in molte località le forze speciali fedeli agli Assad si sono scontrate con reparti di polizia locale che rifiutavano di sparare sui dimostranti; inoltre in alcuni casi i soldati sunniti hanno rifiutato di obbedire agli ordini degli ufficiali alawiti. Gli episodi di defezioni della truppa sono confermati da Al Arabiya (31 lugl. ’11), ma sono comunque minoritari, riguardano i bassi ranghi e si concentrano in una sola area, il Sud-ovest. L’esercito siriano coincide largamente, infatti, con la frazione al potere; il 70% dei 200 mila militari di carriera è alawita e anche l’80% degli ufficiali, nonché il 100% della Guardia Repubblicana, il corpo di élite guidato dal fratello di Bashar Maher. Al contrario la maggior parte dei coscritti sono sunniti e sono di leva per 2-3 anni, in genere giovani contadini che scelgono la carriera militare per sfuggire alla fame delle campagne. Sunniti sono anche i piloti dell’aviazione, ma tutta la logistica a terra, le telecomunicazioni e la manutenzione sono in mano agli alawiti, rendendo improbabile una ribellione dell’aviazione. Assad non piace a tutti i generali o a tutti gli alawiti, ma essi temono le rappresaglie se il potere fosse rovesciato dalla “piazza sunnita”, non c’è una opposizione organizzata che possa garantire l’immunità ai perdenti, per cui Foreign Policy (6 lugl. ’11) sostiene che non c’è una plausibile possibilità di una transizione negoziata in Siria. Timori di rappresaglie circolano anche fra le minoranze religiose. Ma al di là di questo, come in Libia, chi si è identificato col regime non è disposto a cedere i vantaggi di cui gode. Usa, Turchia, Arabia Saudita, Qatar, Francia e Svezia ospitano e foraggiano gruppi siriani di opposizione, formati da intellettuali, imprenditori, esuli spesso senza alcun legame con la protesta delle piazze, ma utili nell’ipotesi di un eventuale intervento militare. Sono stati organizzati meeting e conferenze per la stampa occidentale.

L’incognita di un possibile intervento in Siria
Arabia Saudita e Qatar vedono la caduta di Bashar al Assad come un colpo inferto all’Iran e in generale all’influenza sciita in Medio Oriente, il corollario necessario agli interventi repressivi in Yemen e Bahrein. Ma buona parte dell’Amministrazione Obama preferisce limitarsi alle sanzioni, per lo meno fino a che non ci sarà stato un consistente ritiro da Irak e Afghanistan. In passato al di là degli attacchi verbali, la Siria è stata considerata anche dagli Usa un elemento stabilizzatore nell’area, un contrappeso all’Iran. E comunque ha goduto dell’appoggio diplomatico e politico di Iran, Turchia, Russia. E’ d’altro canto evidente che come in Libia, senza interventi esterni, Assad non è abbastanza forte da reprimere efficacemente l’opposizione, ma l’opposizione, in assenza di consistenti defezioni da parte dell’esercito e in assenza di una piattaforma rivendicativa unitaria, non sembra in grado di rovesciare il regime. Sull’opposizione attiva nel paese trapelano scarse informazioni. Non ci è dato sapere se esistano movimenti a base proletaria; è inevitabile che nella lotta gruppi di lavoratori abbiano maturato posizioni autonome dalla propria borghesia e indipendenti dalle potenze locali e occidentali. La rivolta siriana non può che far emergere la lotta di classe.

PRIMAVERE, COMPLOTTI E MOSCHE COCCHIERE. Siria e dintorni.

Il Washington Post di venerdì scorso ha invitato il Presidente Obama a superare le ambiguità, le reticenze e le timidezze che egli avrebbe mostrato intorno alla sempre più scottante questione siriana. Lungi da preparare scenari di pace nella calda area mediorientale, la politica estera americana del profilo basso con dittatori sanguinari del calibro di Ahmadinejad e Assad rischia di favorire «la marea di guerra» che minaccia di sommergere quella fondamentale area geopolitica. Con l’effetto domino, anche sul piano squisitamente economico, che tutti possono immaginare. Di qui, per il W. P., l’urgenza di un intervento militare americano pianificato in ambito ONU, o, se la Cina e la Russia ponessero il veto, in sede NATO. Il precipitare della crisi siriana in una guerra internazionale “umanitaria” è insomma tutt’altro che impossibile, come d’altra parte ci suggerisce la vicenda libica. Intanto Bashar al-Assad è tornato a denunciare il «complotto criminale» dei nemici della Siria, insanguinata dai «terroristi» che odiano la patria. Il discorso del dittatore di damasco incontra il favore di non poche persone anche in Occidente (vedi, ad esempio, EURASIA, rivista di geopolitica). Insomma, la crisi siriana, con il suo inevitabile “ricasco” su tutta l’area mediorientale (a iniziare dal Libano e dall’Iran) e sullo scenario internazionale nel suo complesso, non accenna a raffreddarsi. Tutt’altro.

Con il breve pezzo che segue, e con quelli che – forse – seguiranno, intendo dare il mio contributo alla definizione di un punto di vista autenticamente antimperialista riguardo a questa come alle altre crisi internazionali che minacciano di evolvere in scontri militari, più o meno “asimmetrici” e localizzati. L’andamento polemico della mia argomentazione serve solo a rendere più sintetica e netta possibile la mia posizione. Rinvio anche a: Siria: un minimo sindacale di “internazionalismo”.

Come ho scritto altre volte, in Nord’Africa e nel Vicino Oriente non abbiamo assistito a nessuna primavera rivoluzionaria, quanto all’intensificarsi di un processo sociale nel cui seno si intrecciano inestricabilmente vecchie e nuove contraddizioni. La crisi economica internazionale ha incrinato equilibri sociali e istituzionali assai vecchi, troppo decrepiti perché possano sopravvivere ancora a lungo all’urto della competizione capitalistica globale. La rabbia delle classi dominate, stremate da una crisi economica che ha reso ancora più miserabili le loro già squallide condizioni di esistenza (quelle che tanto piacciono a certi austeri critici del “consumismo occidentale”), si combina con la lotta sempre più violenta che si sviluppa nel seno stesso delle classi dominanti. Questo conflitto sociale, i cui esiti non potranno non avere delle forti ripercussioni sugli equilibri politici internazionali, ha come sue protagoniste le fazioni che hanno tutto l’interesse alla stabilità dello status quo e quelle che coltivano l’interesse opposto.

È chiaro che queste ultime si servono del rancore delle “moltitudini diseredate” per sconfiggere gli avversari, o almeno per conquistare posizioni di maggiore forza, in vista dell’auspicata resa dei conti finale. Le fazioni che oggi esprimono le istituzioni statuali dal loro canto si servono in chiave conservatrice di quella fetta, piccola o grande che sia, di proletariato urbano che ha vissuto di assistenzialismo statale. Soprattutto nei paesi che vivono di rendita petrolifera questa fetta è molto ampia, ma anche in Egitto non pochi sono i lavoratori che tutt’oggi in qualche modo ricevono un salario dallo Stato, che ha nell’esercito una componente importante anche in chiave economica (molte imprese statali sono organizzate e dirette dai vertici militari). Certamente la prospettiva di perdere il posto di lavoro nel caso di vittoria della “Rivoluzione” non deve essere allettante per molti salariati e stipendiati che vivono delle briciole che lo Stato graziosamente lascia cadere a terra. Lo stesso regime siriano continua a godere di un non trascurabile sostegno popolare, e ciò complica non poco l’azione dell’opposizione interna come di quella esterna basata soprattutto in Turchia, e foraggiata in qualche modo da Istanbul, dall’Arabia Saudita e dagli Stati Uniti.

Paesi come il Kuwait che galleggiano letteralmente sulla rendita petrolifera entrano in fibrillazione non appena il prezzo del barile inizia a scendere oltre una certa soglia critica (70/80 dollari il barile) sul mercato internazionale del petrolio: lì prezzo del greggio e Welfare sono le facce di una stessa medaglia. Tra l’altro, la parte più consistente e faticosa del lavoro richiesto nei campi petroliferi è “appaltata” ai salariati provenienti dall’estero: dall’India, dal Pakistan, dall’Egitto e così via.

La “pace sociale” dei petropaesi si basa interamente sulla massa annua di rendita petrolifera, e quindi sulla salute dell’economia mondiale*. E qui la Cina, affamata di ogni sorta di materia prima energetica, gioca un ruolo assai importante. Detto di passata, il consenso popolare di cui gode Chávez si spiega in larga parte con l’investimento in controllo sociale di una parte della rendita petrolifera.

I sostenitori del Capitalismo di Stato in salsa islamica accusano i ceti che hanno interesse a una radicale ristrutturazione dell’obsoleta economia dei paesi del Medio e Vicino oriente di «complotto neoliberista capeggiato dai satanici americani», la cui punta velenosa ha un nome che ispira il più sordo e fanatico degli odi: Israele. Inutile dire che in Occidente non sono pochi quelli che sposano, magari con qualche aggiustamento “marxista”, questa impostazione, la quale esprime gli interessi di tutti gli strati sociali che a diverso titolo hanno qualcosa (chi moltissimo, chi pochissimo, ma pur sempre qualcosa!) da perdere in un processo di radicale modernizzazione capitalistica di quei paesi.

In questo contesto la mancanza di autonomia politica delle classi subalterne, compresa la parte che ha partecipato alla cosiddetta «primavera araba», non è un’opinione, ma un fatto che i recenti avvenimenti hanno confermato, fino a far parlare gli ex entusiasti di casa nostra di una «controrivoluzione»: ma non scherziamo!

In Occidente, in campo progressista, abbiamo assistito a due opposti atteggiamenti, entrambi sbagliati: accanto a chi si è appunto entusiasmato per la “Rivoluzione” c’è stato chi ha denunciato la “Primavera” nei termini di un complotto ordito dall’Occidente e – ovviamente – da Israele contro il Sud del mondo, e in particolare contro quei paesi (Libia, Iran, Siria) che ancora resistono al nuovo ordine mondiale voluto dagli Stati Uniti. Come non c’è stata alcuna rivoluzione, almeno se vogliamo dare un po’ di senso alle parole che usiamo, così non c’è stato e non c’è nessun complotto, ma aperta competizione capitalistica globale, la quale da oltre un secolo non può che assumere i caratteri della contesa imperialistica.

Tra l’altro, gli stessi che si sono entusiasmati per la “Rivoluzione” in Tunisia e in Egitto, alleate dell’Occidente, si sono poi immediatamente schierati dalla parte delle dittature sanguinarie nel caso della Libia, dell’Iran e della Siria. Si ha quasi l’impressione che molte “avanguardie” tifino per il blocco concorrente a quello occidentale (Russia, Cina, Venezuela, Cuba, Iran, Siria).

Il concetto secondo cui tutto il pianeta giace sotto il nero cielo del Capitale a molti sembra non più che una banalità. Come ho scritto in un precedente post, nella notte dell’Imperialismo solo la vacca della propria nazione è più nera delle altre. Derogare a questo principio, radicato nella prassi ormai bisecolare del Capitalismo mondiale, non può non avere il significato di una subalternità di fatto a una delle fazioni imperialistiche che si fronteggiano nell’agone internazionale. Come è ridicola la pretesa del “rivoluzionario” di poter usare ai propri fini (quali?) le divisioni in seno alla classe dominante, altrettanto miserrima suona l’idea dell’”internazionalista” di potersi incuneare fra le crepe dell’Imperialismo mondiale per poterne sfruttare le contraddizioni e le debolezze. L’entrismo è un ottimo affare solo per le classi dominanti, le quali sono avvezze a servirsi del più piccolo appiglio che si offre loro.

Insomma, qualcuno si illude di “fare” la storia come la mosca cocchiera, ossia di poter orientare la corrente del processo sociale mentre non ne è che una insignificante – perché incosciente – gocciolina. Di qui l’autoinganno che consiste nel voler vedere a tutti i costi un “genuino movimento popolare” là dove a muoversi sono esclusivamente gli interessi delle classi dominanti, o complotti orditi dalle solite Potenze Maligne (generalmente compendiate nel concetto di Occidente, Israele compreso) là dove insiste la normale conflittualità fra gli Stati e fra i capitali nazionali.

All’impotenza politica, che alle classi dominate del pianeta deriva da una serie di fatti, vicini e lontani, che qui non è il caso di approfondire, non si reagisce con una politica pur che sia, magari quella che dà la sensazione dell’immediata popolarità e del successo per le vie brevi, ma sforzandosi di elaborare una prassi autenticamente radicale, adeguata alla Società-Mondo del XXI secolo. La critica della “spontaneità” delle masse arabe, o l’analisi del “piccolo gioco” fra le potenze regionali del Vicino e del Medio Oriente (in stretto rapporto con il Grande Gioco delle potenze mondiali), rappresentano un buon contributo a quello sforzo.

Prezzo del barile in dollari

*«Non capita tutti gli anni, anzi, che la monarchia saudita investa 43 miliardi di dollari a favore delle fasce più povere e delle organizzazioni religiose a lei avverse. Né è frequente che il vicino Kuwait prometta generi alimentari gratis per un anno, che i dipendenti pubblici in Algeria vedano i loro stipendi salire del 34%, o che il piccolo Qatar crei un esercito di nuovi impiegati, aumentando anche le già ricche pensioni. Al contrario dei Paesi travolti dalle rivolte – Tunisia, Egitto, Siria e Yemen – dalla loro parte hanno un argomento convincente: un fiume di petrodollari con cui placare il malcontento popolare attraverso un programma di “welfare all’araba”. Finora il welfare arabo ha funzionato: finora. Perché non è tutto oro quel che luccica. Quasi i tutti Paesi dell’Opec soffrono della stessa malattia: la petrodipendenza (il greggio rappresenta il 90-95% del valore dell’export). È grazie ai petrodollari che negli ultimi anni hanno potuto rimandare le dolorose ma necessarie riforme strutturali per diversificare l’economia. L’effetto del welfare anti-rivolta non durerà, però, all’infinito. Poi si rischia di essere daccapo. Ma con un problema in più: se l’attuale crisi mondiale dovesse peggiorare, la domanda di petrolio dei Paesi industrializzati comincerebbe a calare (Roberto Bongiorni, Il Sole 24 Ore, 21/05/11)».

RIVOLUZIONARI, MA NON PER PROCURA

Dialogo con il mio ipotetico interlocutore – chiunque egli sia.

Chi è il mio – quantomeno potenziale  – interlocutore quando abbozzo una riflessione possibilmente non scontata sui fatti tunisini, algerini, egiziani (e domani, molto probabilmente, siriani, giordani, iraniani, ecc.)? Rivolgo il mio verbo alle vaste e diseredate masse di quei paesi? Ovvero solo alle loro «avanguardie rivoluzionarie» (anche qui ragiono per ipotesi, si capisce)?

Purtroppo anche la mia smisurata mania di grandezza deve fare i conti col principio di realtà. D’altra parte, visti i magri tempi, il semplice fatto di riflettere criticamente sulle cose del mondo mi appare già un esercizio velleitario. E tuttavia!

No, con ogni evidenza e contro il mio scatenato volontarismo, il «popolo arabo» non può sintonizzarsi sulle frequenze del mio pensiero, se non altro per la debolezza dell’emittente…

E allora? È il mio interlocutore la «moltitudine» che affolla le città del nostro Paese? O almeno la sua «avanguardia», più o meno «rivoluzionaria»?

La risposta non cambia, rimane negativa, e me ne dolgo molto. Cioè, vorrei, fortemente vorrei, ma non posso!

I fatti me lo impediscono. La mia stessa formazione critica me lo impedisce: essa, infatti, mi trattiene dall’esaltazione ideologica degli eventi (del tipo: «Viva la rivoluzione egiziana! È così che si fa! Berlusconi come Mubarak!»), e mi obbliga a chiedermi a chi posso realisticamente – ma non per questo meno significativamente – rivolgermi in un dato momento.

Il mio interlocutore oggi è chi si pone il problema di dare una lettura critica, profondamente radicale («la radice è l’uomo») dei fatti che a vario titolo lo coinvolgono. Non per “imporgli” la mia scienza – che peraltro è ben poca cosa –, ma per costruire con lui un punto di vista umano su ogni cosa che accade tra terra e cielo.

Il mio interlocutore è solo un’ipotesi? Forse sì, ma io gli parlo lo stesso, per filosofia – nell’accezione greca del concetto.

Al mio potenziale o ipotetico interlocutore chiedo: che cosa ci dice lo smottamento che sembra poter ridisegnare il volto politico e sociale del Maghreb e del Medio Oriente (nonché creare tanti problemi ma anche tante opportunità all’imperialismo di casa nostra)? Per rispondere correttamente a questa domanda occorre, a mio avviso, dare prima una risposta adeguata a quest’altra: i «popoli» di quei paesi stanno recitando un ruolo che li rende soggetti di storia, o piuttosto oggetti di una trama scritta dal processo sociale? Insomma, quale mano impugna la penna?

Il fatto che la miseria sociale (la fame, l’oppressione politica, ideologica, culturale, ecc.) ciclicamente generi sommosse, rivolte, vere e proprie guerre civili è qualcosa che appare ovvia da tempo immemore, e solo gli ideologi della nonviolenza possono prestare fede alla chimera di un mondo pacificato nel seno delle società che conoscono il dominio sociale e lo sfruttamento. La società classista è violenta anche quando regna la «pace sociale», perché i suoi rapporti sociali violentano sempre di nuovo la possibilità degli individui di vivere come uomini. Che la pressione del movimento sociale possa mandare in frantumi il più duraturo e repressivo dei regimi politici, è, dunque, cosa risaputa, e questo certamente deve rincuorare coloro che, come me, non amano lo status quo, a cominciare da quello del proprio paese; essi però devono pure interrogarsi sul significato politico e sociale di quell’esito, andando oltre il fascino della «forza popolare», oltre la fenomenologia della sommossa. Dal mito, insomma, dobbiamo passare alla critica politica e sociale di ciò che la realtà ci sbatte in faccia.

A mio avviso, ciò che sta accadendo in Tunisia, in Egitto e altrove è importante, dal punto di vista del pensiero critico-radicale, non perché è – o può scatenare – una rivoluzione (per favore, ogni tanto cerchiamo di avere un po’ di cura per il significato delle parole!), bensì perché da quel marasma può prendere corpo almeno un barlume di autorganizzazione degli operai (attraverso la formazione di sindacati indipendenti, gruppi di iniziativa politica autonoma, stampa “alternativa”, ecc.), dei disoccupati, degli studenti, delle donne, e così via. Se poi lo smottamento di quei regimi più o meno imbalsamati (detto per inciso, che Mubarak fosse a scadenza, non solo politica, è cosa risaputa almeno da due anni) dovesse generare scompiglio anche nell’altra parte del Mediterraneo, tanto meglio! Per carattere son casinista…

Nelle attuali circostanze storiche, se questo fermento sociale si realizzasse sarebbe, e mi si scusi l’espressione poco scientifica, tutto grasso che cola. Anzi, sarebbe una vera e propria… rivoluzione! Se questo malauguratamente non dovesse accadere, vorrà dire che le masse arabe avranno giocato ancora una volta il ruolo di potente, ancorchè politicamente passivo, strumento nelle mani di questo o quel gruppo di potere, di questa o quella fazione della classe dominante. Trattasi di una coazione a ripetere di un funesto e insuperabile destino? Tutt’altro! Bisogna comunque imparare a non pretendere dai movimenti sociali che si sviluppano nel mondo ciò che essi non possono dare, e ciò che noi sogniamo di fare. L’altrui «rivoluzione» non rinsangua le nostre pallide guance.

Nel giugno dell’’89 ho tifato con forza per i ragazzi di piazza Tien-Anmen, non perché mi aspettassi da loro la «rivoluzione», o perché non vedessi come una fazione del regime cinese intendesse usarli come massa di manovra nella lotta per il potere; ma perché il loro movimento contro la dittatura del Partito cosiddetto Comunista avrebbe potuto innescare un ben più vasto e profondo movimento sociale, e, difatti, in quella breve stagione iniziarono a formarsi organismi sindacali indipendenti a Pechino e a Shanghai. Allora molti nipotini di Mao della mia città mi guardarono con sospetto, tanto più che gli studenti cinesi avevano scelto come loro modello politico e sociale l’odiata America: «Hanno perfino costruito a Tien-Anmen una miniatura della statua della libertà!» Proprio sotto la gigantografia del Celeste Preside: che scandalo! Quel che si dice rimanere impigliati nell’ideologia. Il bagno di sangue dell’‘89 non è il meno insignificante, tra gli eventi che spiegano l’incredibile ascesa della potenza capitalistica cinese negli ultimi vent’anni.

Tutto questo lo scrivo non per influenzare gli eventi che mi godo dal salotto di casa mia, tra una spaghettata e una chiacchierata con gli amici, ma per comunicare al mio potenziale o ipotetico interlocutore quanto importante sia la costruzione di una soggettività politica in grado di favorire la costituzione delle classi dominate in fattori attivi di storia. «Vasto Programma», per dirla col Francese; proprio per questo mi piace!

Noi occidentali non possiamo sempre fare la «rivoluzione» per procura. Almeno questo capiamolo.