MISERABILANDIA E IL FALLO DI BERLUSCONI

silvioIl fallo, inteso come errore, non sussiste. Il fallo, se Dio vuole, non costituisce reato. Dopo l’epocale sentenza emessa ieri dalla Corte d’Appello di Milano, Miserabilandia è tornata a spaccarsi: ecco il partito berlusconiano esultare e gongolare, ecco il partito antiberlusconiano piangere e rosicare.

«Berlusconi è innocente a sua insaputa», ha balbettato uno stinto Travaglio, la punta di lancia della fazione manettara, nonché zelante velina al servizio dei Pubblici Ministeri chiamati a raddrizzare l’albero storto  dell’etica italiota. Poche storie: «essere Berlusconi non è reato», hanno rilanciato i fedelissimi dell’ex puttaniere di Arcore, Giuliano Ferrara in testa, il quale è apparso contento di scoprirsi un dignitoso signore (nonostante certe frequentazioni “pericolose”), anziché «una puttana alla corte di Silvio».

«Tutto quello che dicono sul fatto che noi vogliamo il fango e la ghigliottina e il sangue e le manette sono tutte cazzate», ha dichiarato Travaglio ad Affaritaliani.it. con il solito spocchioso livore. Uhm. Sarà vero? Titubo. Tentenno. Nel dubbio consiglio prudenza, secondo il noto principio di precauzione: se li conosci

Ascoltata con le lacrime agli occhi la sentenza del Bunga-Bunga, l’ironico Giancarlo Lehner, politico e intellettuale di provata fede berlusconiana (altro che Fini e Alfano!), si è affrettato a divulgare la seguente sconvolgente notizia: «Rosy Bindi annuncia di voler lasciare la politica per darsi alla teologia. Non si minaccia così Nostro Signore». Come dargli torto. E poi, la campagna femminista incentrata sul Corpo delle Donne ha ancora bisogno di colei che osò negarsi ai demoniaci istinti sessuali del noto satrapo (il quale bramava, a quanto pare “a sua insaputa”, le virginali grazie della pulzella di Sinalunga). Tanto più adesso che si profila l’odioso sdoganamento a mezzo riforme costituzionali del famigerato Porco: se non ora, quando?

boccassini-berlusconi-occhiali-571132Ancora stordito dall’inattesa assoluzione, lo Statista Pregiudicato oggi alle prese con la riforma costituzionale ha dichiarato che, dopo tutto, la maggiore responsabilità delle sue traversie politico-giudiziarie va attribuita non tanto alla Magistratura, che comunque in larghissima parte è fatta di «brave persone», ma «all’odio, al gossip e alla disinformazione» propalati da certi giornali faziosi. Naturalmente l’allusione dell’eroe del giorno cade su Repubblica e su Il Fatto Quotidiano, gli araldi dell’antiberlusconismo duro e puro.

L’intellettualone – nonché fasciostalinista – Alberto Asor Rosa, a suo tempo teorico del «colpo di Stato democratico» ai danni dell’ex Cavaliere Nero, appresa la sciagurata sentenza ha sentenziato che adesso il partito anticostituzionale si è indubbiamente rafforzato: di qui, sempre secondo il Professorone, l’urgenza di costruire una forte Resistenza in grado di arrestare l’involuzione antidemocratica del Paese. Un appello (l’ennesimo) al quale gli amanti della Costituzione «più bella del mondo» risponderanno certamente con rinnovato entusiasmo, al contrario di quanto farà chi scrive, nella sua qualità di nemico irriducibile della Repubblica democratica fondata sul lavoro salariato.

Norma Rangeri (Il Manifesto) non riesce a nascondere la sua indignazione, che cerca di esprimere in modo ironico: «Non sarà lo sta­ti­sta che in Europa e nel mondo ci invi­dia­vano, ed è pur sem­pre un imprenditore pre­giu­di­cato per reati di frode fiscale, oltre che un ex pre­si­dente del con­si­glio a pro­cesso per la compra-vendita di parlamentari. Ma con l’assoluzione pro­nun­ciata dai giu­dici della corte d’appello di Milano, oggi Sil­vio Ber­lu­sconi con­qui­sta l’invidiabile sta­tus di anziano miliar­da­rio a tal punto cre­du­lone da scam­biare Ruby per la nipote di Mubarak. […] La realtà supera sem­pre la fan­ta­sia, e dice che non c’era biso­gno di que­sta assoluzione per ridare a Ber­lu­sconi il ruolo di part­ner pri­vi­le­giato nella revi­sione delle regole democratiche. Come si diceva una volta, il pro­blema è politico». Non c’è dubbio.

Anche per il garantista Piero Sansonetti «il problema è politico», e infatti egli invita i suoi amici della sinistra forcaiola a non guardare solo le vicende giudiziarie dell’imputato eccellente per evidenti fini politici, perché l’irresponsabile partito dei Pubblici Ministeri oggi stritola soprattutto migliaia di poveri cristi.

ferrara-boccassini-246760Ad Alessandro Trocino (Il Corriere della Sera) Giuliano Ferrara confessa di sentirsi «l’uomo più felice del mondo», perché è un amico di Berlusconi e perché l’ha «sempre considerato non un pregiudicato ma un perseguitato». Io invece l’ho sempre considerato un capitalista e un politico al servizio del regime sociale capitalistico, esattamente alla stregua di tanti altri suoi colleghi (di “destra”, di “centro”, di “sinistra”). Qui però si tratta dell’ex Premier e della felicità dei suoi amici e tifosi, non del sottoscritto.

Ecco alcuni passaggi dell’intervista-orgasmo rilasciata dal noto Elefantino (che pubblico solo per confermare quanto ebbe a dire una volta Rino Formica, una delle teste “più lucide” della cosiddetta Prima Repubblica: «La politica è sangue e merda»).

«Questa è stata una vicenda ignobile. Un’inchiesta che è andata avanti come una campagna di disinfestazione moralistica e con toni da comune senso del pudore che non vedevamo dai reazionari anni 50. È stato un processo da inquisizione, che fa esplodere la grande complicità del sistema mediatico, dei vari Travaglio, Santoro, Lerner. Non amo polemizzare alla memoria ma tutti ricordiamo come la stessa mano che ha scritto che Rostagno era stato ucciso dai suoi amici e non dalla mafia, tesi smentita da una sentenza di tribunale, ha poi costruito intorno a Berlusconi un romanzo voyeuristico e spionistico che tornerà per sempre a disonore del giornalismo italiano. È noto che Berlusconi non ama giocare a canasta con i suoi coetanei, ma l’idea che fosse a capo di un racket di prostituzione poteva venire solo a una giustizia ripugnante, codina e reazionaria. Gli avversari di Berlusconi sostengono: un conto è un’assoluzione, un conto il giudizio politico. Chi lo contestava prima, non cambierà idea. Sono sepolcri imbiancati, ipocriti. Il punto è precisamente quello, si trattava di una contestazione penale. Sono state costruite accuse grottesche, come il reato di palpeggiamento*. Oggi, spero, sarebbe accolto con un fragoroso pernacchio chi avanzasse l’idea di mettere in galera una persona solo perché critica la magistratura».

A questo proposito io consiglio maggiore prudenza, anche perché non tutti possono permettersi gli avvocati di serie A, e probabilmente nemmeno quelli della serie inferiore.

CDR457840 digital rectal exam* «Camera dei Deputati, 4 aprile 2011. Dibattito sulla prostata – evidentemente infiammata – dell’Assatanato di Arcore. La relatrice di minoranza del PD ha dichiarato che il noto Mostro si è reso responsabile di “atti eticamente e penalmente sensibili”.

Vacilla, sotto la spinta degli eticamente corretti (ex stalinisti, ex fascisti, ex cattocomunisti, fondamentalisti cristiani e gentaglia varia), il già debole confine che separa peccato e reato. Per parafrasare il bravo cantautore siciliano, forse è venuto il tempo di rimetterci la maglia, e, già che ci siamo, il cappotto: forse i tempi stanno davvero per cambiare. In peggio, ovviamente, perché com’è noto il peggio non conosce limite. Intanto ho chiesto istruzioni al mio avvocato: meglio non lasciarsi trovare impreparati in caso di equivoche conversazioni telefoniche.

La voce del padrone eticamente impeccabile fa sapere che chi ha la coscienza tranquilla e non ha nulla da nascondere non ha motivo di preoccuparsi. Appunto!» (La prostata di Silvio e gli eticamente corretti).

mutande-572267Aggiunta da Facebook (24 luglio 2014)
DIALETTICA DELLA LINGERIE
Dedicato anche a Barbara Spinelli*

«Juliette ha per credo la scienza. Le ripugna ogni venerazione la cui razionalità non si possa provare. Anche la libertina Juliette si schiera dalla parte di quella normalità che riduce il piacere fisico. Il debosciato senza illusioni per cui si pronuncia Juliette, si trasforma nell’uomo pratico e comunicativo, che estende la sua professione d’igiene e di sport anche alla vita sessuale. Il dominio sulla natura si riproduce all’interno dell’umanità. L’immaginazione cerca di tener testa all’orrore. Il proverbio romano per cui res severa verum gaudium, esprime anche la contraddizione insolubile dell’ordine che trasforma la felicità nella sua parodia, e la suscita solo dove la prescrive. Sade e Nietzsche hanno eternato questa contraddizione, ma hanno contribuito così a recarla al concetto» (M. Horkheimer, T. W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo).

* «Sade avrebbe potuto far proprie letterariamente le parole di Ferrara, e in genere la condotta di Berlusconi, anche se quest’ultimo non torturava ma blandiva favorite e concubine. Ma Sade è uno scrittore. Raffigurando teatralmente la negazione dell’uomo e di Dio, Sade è lo scandaloso demistificatore che nel ’700 abbatte tutti i tabù e le morali costituite: “È la natura che voglio oltraggiare: voglio perturbare i suoi piani, contrastare il suo cammino, fermare il corso degli astri” (La Nuova Justine). “Il marchese De Sade installato a Palazzo Chigi è dinamite non letteraria o artistica o naturale, ma pericolo pubblico che ha degradato e in parte distrutto l’Italia. Ancora oggi ne paghiamo il prezzo, se è vero che Berlusconi, rallegrato dall’assoluzione, si appresta con l’aiuto di Renzi a divenire, anche se tuttora condannato per frode fiscale, il padre rifondatore – e sovvertitore – della nostra Costituzione» (B. Spinelli, Il Fatto Quotidiano).

Dinanzi a una simile dimostrazione di razionalità politico-filosofica il mio indigente pensiero ammutolisce. Tanto più che non ho nulla da dire contro i “sovvertitori” «della nostra Costituzione». Lo confesso: «la mia fantasia è sempre stata al riguardo molto oltre i miei mezzi; ho sempre immaginato molto più di quanto ho fatto» (Le 120 giornate di Sodoma).

Leggi:

UMILIATI E OFFESI. I DOLORI DEL POPOLO ANTIBERLUSCONIANO

IL COLPO DI STATO SESSUALE È MEGLIO

IL BUCO DELLA SERRATURA. E QUELLO DI NOI TUTTI

L’ODIOSA VERITÀ DEL CAVALIERE NERO

BENVENUTI A MISERABILANDIA

UN’ITALIA SENZA BERLUSCONI?

berlDalla mia prospettiva un’Italia senza Berlusconi appare escrementizia esattamente come un’Italia con Berlusconi. «Esattamente?» Esatto! Magari, “segato” Silvio, vissuto da vent’anni come il Male Assoluto dai mentecatti fascio-stalinisti, degni eredi di Almirante e Berlinguer (per non andare troppo indietro con le evocazioni…); magari, opinavo, mi farò qualche risatina di meno all’ora del telegiornale, perché la concorrenza eticamente corretta, di “destra” come di “sinistra”, è oltremodo antipatica. Diciamolo! Ma me ne farò una ragione: «è quest’acqua qua» che passa il convento di Miserabilandia, la terra dei pecoroni, di “destra” e di “sinistra”.

Intanto, mentre le opposte – e ugualmente miserrime – tifoserie si azzuffano intorno al corpo (alla salma?) del Nero Cavaliere, al centro di una lotta politica interborghese che probabilmente travalica i confini del Bel Paese, il Dominio sociale non cessa di incunearsi sempre più intimamente là dove in estate è d’uopo che batta il sorridente raggio solare. Perché parliamoci con franchezza: la chiappa bianca non ispira simpatia!

Quando si parla di GIUSTIZIA (borghese) amo il gesto scaramantico.

Quando si parla di GIUSTIZIA (borghese) amo il gesto scaramantico.

Il Dominio se la ride, soprattutto quando certi personaggi, come il frizzante e manettaro Grillo e lo scialbo Bondi, evocano pericoli di imminenti guerre civili e di sanguinose rivolte autunnali. Infatti, al Moloch che tutti serviamo con incorruttibile spirito civico (e qui mi si allunga il nasino) aggrada assai il movimento della vittima che non ha coscienza della propria condizione e della propria forza. «Muoviti! Muoviti!» Una bella “primavera italiana” non dispiacerebbe affatto al Mostro, che difatti già sbava pensando al Bunga Bunga sociale che ne seguirebbe. Altro che spending review!

Certo, bisognerebbe fare i conti con Re Giorgio, con la sua politica della responsabilità nazionale senza deroghe di sorta. «Abbassiamo i toni!» Che noia però, Sire! Ma l’imprevisto è sempre in agguato, e il Moloch certamente non si farà trovare impreparato all’eccitante appuntamento. Pare che il Mostro abbia fatto incetta del noto profumo Etica manettara. Il Fascio, pardon: Il Fatto quotidiano lo reclamizza alla grande.

«E le vittime del Moloch?» Almeno oggi voglio stendere un coloratissimo telo da spiaggia su questa penosa domanda: non voglio rovinarmi il prossimo tuffo!

SILVIO, MISERABILANDIA E GLI ORGASMI DEL LEVIATANO

Processo RubyIeri, mentre Miserabilandia metteva in scena l’ennesima puntata dedicata al Cavaliere di Arcore, su Facebook commentavo l’epocale sentenza milanese emessa contro lo spauracchio del progressismo e del politicamente corretto in questi termini: «Soprattutto quando colpisce un “uomo di potere” il Leviatano mostra tutta la sua potenza sociale e tutta la sua aggressività ideologica, tesa a minacciare e a ipnotizzare i dominati». Antonio Padellaro mi ha offerto subito una pezza d’appoggio: «Ieri è stata una buona giornata per il Paese e per la Costituzione, il cui articolo 101 è stato rispettato in pieno» (Il Fatto Quotidiano). Leggiamo allora questo benedetto articolo: «La giustizia è amministrata in nome del popolo. I giudici sono soggetti soltanto alla legge». Insomma, la legge si abbatte con eguale – cieca – severità sul poveretto come sul potente, esattamente come prescrive l’ideologia pattizia (borghese) che mostra lo Stato in guisa di istituzione socialmente neutra posta al servizio di tutti i cittadini, a prescindere dal loro conto in banca e dalla loro collocazione politica. La funzione del Leviatano come guardiano dello status quo sociale, come la più alta e violenta espressione di un peculiare dominio di classe (borghese) non può ovviamente trovare spazio in quella concezione. L’ideologia pattizia è l’ideologia dominante, e anche il concetto di «popolo», teso a cancellare la divisione classista della società, vi gioca un ruolo centrale.

Naturalmente la storia non conosce legge – e Giustizia – che non abbia un preciso contenuto di classe, cosa che non è minimamente contraddetta quando a finire nelle grinfie del Moloch è un potente: il mostro, infatti, è chiamato a difendere il meccanismo sociale nel suo complesso, e non singoli personaggi o singole fazioni della stessa classe dominante, sacrificabili sull’altare della stabilità sistemica. E proprio qui viene avanti il lato ipnotico, squisitamente ideologico, della faccenda.

Se lo Stato colpisce un potente, che dispone anche dei mezzi finanziari per difendersi, figuriamoci cosa può accadere a un indigente! Questo è il lato minaccioso della questione. Qui il bastone della violenza sempre incombente mette in ombra la carota della “giustizia”. Naturalmente bastone e carota sono le due facce della stessa maligna medaglia, la cui natura escrementizia non cambia quando a finire in disgrazia è un cosiddetto “potente”. Ma questo i mentecatti dell’anticasta, che ieri hanno goduto di orgasmi multipli  mentre il Tribunale di Milano sentenziava sul Grande Puttaniere, non potranno capirlo mai.

Berlusconi_condannato_7anniChi si illude di poter usare impunemente il Leviatano per regolare qualche conto, per consumare qualche “vendetta di classe”, mostra di non conoscere nulla del mostro a sangue freddo che gli sta dinanzi. Come sempre, il nemico assoluto che scegliamo di colpire in un dato momento dice molto di noi, certamente più che dell’avversario preso di mira.

SILVIO, PRESTAMI GHEDINI!

Non intendo, in questa breve nota, entrare nel merito del «grandioso e surreale» (Giuliano Ferrara) dietrofront berlusconiano annunciato ieri pomeriggio, e lascio volentieri ai sociologi e agli psicoanalisti di professione la riflessione intorno alle pavloviane reazioni alla notizia delle opposte, ma in egual misura vomitevoli, tifoserie di Miserabilandia.

Qui intendo lumeggiare solo un aspetto della vicenda, che fa capo alla violenta reazione all’ennesima ridiscesa in campo del criminale Silvio («uno sporco evasore fiscale!») della parte più patriottica e responsabile della classe dirigente italiana, almeno da come è possibile apprezzarla leggendo i quotidiani di oggi. Solo due esempi.

Stefano Folli ha in sostanza dato del pazzo al Cavaliere, ritornato Nero per la grave occasione politico-mediatica; l’ex premier sarebbe cospicuamente «destabilizzato» dalle iniziative giudiziarie che lo riguardano. Questo folle, argomenta il bravo editorialista del Sole 24 Ore, rischia di mandare all’aria il buon lavoro fatto dal Governo Monti, e di farci precipitare nuovamente nel girone infernale dei reietti del debito Sovrano. «Attenti, i mercati, le cancellerie d’Europa e soprattutto la Merkel ci guardano!» Folli si augura un trattamento sanitario obbligatorio per il pazzo di Arcore?

A giudicare dall’universale «no, basta!» con cui la platea dei giovani industriali riuniti a congresso a Capri ha accolto la notizia della poco epica ridiscesa in campo, c’è da scommettere che l’Italia che conta opterebbe senz’altro per un ricovero immediato del recidivo. Quando invece il presidente dei giovani imprenditori di Confindustria, Jacopo Morelli, ha dichiarato che «Chi lavora non è più disposto a sostenere con le proprie tasse larghi strati parassitari che anche adesso, mentre perdiamo duemila occupati al giorno, continuano a erodere denaro pubblico» (L’Unità, 26 ottobre 2012), non alludeva certamente al Grande Puttaniere ed Evasore. Qui sono altri che devono intendere!

Sergio Romano, esibendo come sempre una consumata sapienza diplomatica, suggerisce al patetico Alfano di lasciare al suo populistico destino Berlusconi, in modo da dimostrare con i fatti la caratura nazionale del PDL a trazione moderata, popolare ed europeista. L’ora è grave, e la situazione economica e sociale del Paese non consente giochetti politici né colpi di testa da parete di chicchessia. Tutti sono chiamati alla responsabilità nazionale. Non so perché, ma non mi sento chiamato in causa. Sarò diventato berlusconiano?

Pare, a dar retta a certi accurati retroscena dei quirinalisti più accreditati, che Re Giorgio, dopo aver ascoltato l’eversivo discorso di Silvio il matto, fosse sul punto di spedire sul set della conferenza stampa i Regi carabinieri. Pacatamente e serenamente, si capisce, com’è nello stile dell’uomo.

D’altra parte, l’origine politica del Sire napoletano lo ammonisce contro il «sovversivismo delle classi dirigenti», un concetto che ha giustificato per decenni la politica ultraconservatrice del PCI, oggi ripresa dai suoi mummificati resti dispersi nella galassia sinistrorsa, accomunati dal seguente reazionario slogan: «giù le mani dalla Costituzione nata dalla Resistenza!» Qui mi sento invece chiamato in causa…

Riflessione finale, non so quanto forzata, puntuale o paradossale: ma se uno come Silvio Berlusconi è trattato, almeno da una parte della classe dirigente del Bel Paese, con tale violenza verbale (matto, eversivo, antinazionale, anticostituzionale), cosa mai potrà accadere a un vero “folle”, eversivo, antinazionale, antifiscale e anticostituzionale? Non sarà il caso di chiedere in prestito a Silvio, a scopo puramente precauzionale ed esorcistico, l’avvocato Ghedini (onorario a suo carico, va da sé)?

TE LA DO IO NORIMBERGA!

Lupi che giudicano lupi.

Il noto demagogo del giorno (un comico, e già solo questo la dice lunga sullo stato di Miserabilandia) ha evocato la necessità di «una Norimberga per la partitocrazia». Com’è noto, a Norimberga 1945 i lupi che vinsero sentenziarono sui lupi che persero. Sotto il cielo della società disumana, la storia è storia scritta da chi vince. Gli onesti servitori del popolo che si candidano a salvare la Patria dal disastro economico e morale scaldano il motore del repulisti: altro che la forca esibita dai leghisti alla fine della «Prima Repubblica»! Io, assai più modestamente, evoco la possibilità di un processo sociale che sradichi la stessa possibilità della società amministrata dai lupi, “onesti” o “ladri” che siano, tragici o comici che siano. Dite che ci vuole troppo tempo, e che bisogna pur prendersi subito qualche soddisfazione? Auguri a chi vive di queste miserie! E col grande saggio dico: «Fino a quando, ingenui, amerete l’ingenuità?» (Salomone, Proverbi). D’altra parte, dalla condizione di ingenui a quella di feroci servitore del Dominio, o, in alternativa, di loro vittime, non corre poi un abisso. Tutt’altro!

TUTTI IN VACANZA A MISERABILANDIA

La cosiddetta Destra che difende la «democrazia dei cittadini»; la cosiddetta Sinistra che invece esalta la «democrazia dei mercati». I destri che si pongono a baluardo del «governo eletto liberamente dal popolo», i sinistri che invocano il responso inappellabile dei «Poteri Forti»: Mercati, Magistrati, Marchionne, e tutto ciò che può venire in loro soccorso per farla finita con lo Statista di Arcore.

La «Destra» che si oppone alla «macelleria sociale» richiesta dai «mercatisti», la «Sinistra» che reclama con rinnovata insistenza un governo di «Unità Nazionale» in vista delle «necessarie dolorose misure» idonee a mettere il Paese al riparo dall’imminente catastrofe economica, politica e morale.

Che cosa avrebbe pensato Gaber, che cantava «Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra?», dinanzi a questo falso paradosso? Intanto i media progressisti hanno creato ad arte un clima da fine del mondo, in modo da legittimare l’auspicato golpe democratico a suo tempo teorizzato dal fasciostalinista Asor Rosa. Nell’operazione si è distinto Enrico Mentana, ieri Mitraglia e oggi Pistola: dal crollo del capitalismo all’invasione delle cavallette; dalla miseria generalizzata per tutti, ricchi compresi, al Diluvio Universale prossimo venturo: ecco servito il terrorismo mediatico teso a creare nel pubblico ansia a attesa. Attesa dell’Evento Catartico: la fine di Berlusconi. Nientemeno! Ma la fine del mondo non cade nel dicembre del 2012?

Dopo aver ascoltato il discorso di Bersani alla Camera Valentino Parlato ha dichiarato che «la sinistra non esiste», soprattutto nel momento in cui il Cavaliere Nero ha potuto accreditarsi come il campione della democrazia politica in lotta con «il potere irresponsabile e non democratico dei mercati». Nient’affatto: la «Sinistra», Parlato compreso, è quella che abbiamo visto ieri in Parlamento, e che, mutatis mutandis, vediamo all’opera da mezzo secolo a questa parte. Più o meno statalista, più o meno forcaiola, più o meno innamorata di miserabili miti: da Stalin a Madre Teresa di Calcutta. Quella «Sinistra» che su molti versanti dell’iniziativa politica (borghese, è il caso di dirlo?) si colloca alla destra della «Destra»: un rebus solo per chi, come dice il filosofo, non coglie la reale essenza delle cose.

Mentre scrivo pare che la Borsa di Milano ha votato contro il Governo Berlusconi: questa sì che è democrazia decisionista! Altro che Carl Schmitt!

Post Scriptum: Ho visto al telegiornale Mubarak ridotto al miserabile rango di vecchio «terminale» rinchiuso in gabbia, in attesa che la Giustizia lo consegni al boia, come capro espiatorio. Fuori dal Tribunale, simpatizzanti e antipatizzanti dell’ex Rais se le davano di santa ragione. Non ho pensato, banalmente, «chi la fa, l’aspetti!», o «finalmente Giustizia è fatta», ovvero: «è la rivoluzione – sic! – bellezza!» No. Ho pensato quanto astuto e potente è il Dominio Sociale quando agli individui è precluso il contatto con la verità.

L’ODIOSA VERITÀ DEL CAVALIERE NERO

Una seria, «intellettualmente onesta» (non pretendo altro!) analisi politologica, sociologica e, last but non least, psicologica del «fenomeno berlusconiano» è, a mio avviso, in grado di suggerirci delle spiegazioni non banali e non moralistiche al cospicuo e diffuso odio che si addensa ormai da un quindicennio intorno alla figura del Cavaliere Nero di Arcore.

Perché presso una parte dell’opinione pubblica – quella orientata “a sinistra”, per lo più – Berlusconi risulta così irritante, al limite dell’idiosincrasia? Tra i molti motivi che si possono addurre, il seguente non mi sembra quello meno significativo: perché egli dice la verità. Sì, il Cavaliere Nero di Arcore sprizza verità da tutti i pori; verità – e non tutta, non può e non sa – intorno a questa società, verità sull’italica politica e sulla «condizione umana» in generale, donne comprese, ovviamente. Verità sul potere disumano del denaro: vedere i Manoscritti economico-filosofici del 1844 di Marx. E ho detto tutto! «La verità ti fa male, lo so», diceva una canzonetta della mia infanzia.

Una volta Rino Formica, una delle poche “teste lucide” della classe dirigente della «Prima Repubblica», disse che «la politica è sangue e merda»; il Cavaliere Nero di Arcore ha aggiunto a questo binomio il sesso e il denaro, due articoli peraltro non sconosciuti alla politica nazionale e mondiale d’ogni epoca. Ma, ed ecco il torto del Nostro, egli non ne fa mistero, e anzi se ne vanta, alla stregua di un parvenu qualsiasi e di un qualsiasi avventore di bettole e postriboli. Silvio dice la verità intorno a questa società di cacca, e la dice da Primo Ministro del Paese: che scandalo! Che figuraccia facciamo all’estero! Cazzi degli amanti della Cara Patria, non certo di chi scrive. All’estero ridono di noi? E chi se ne frega! Tanto più in considerazione del fatto che le classi dominate non se la passano certo meglio nei Paesi amministrati da integerrimi uomini di Stato.

Ma Silvio ha portato il denaro al potere! Nient’affatto: il denaro è sempre stato al potere, anzi: è il potere. Il denaro come espressione di un peculiare rapporto sociale di dominio e di sfruttamento. Sì, parlo del capitalismo, il regime economico che i progressisti vorrebbero correggere con robuste – e dolorosissime – iniezioni di etica e di «responsabilità sociale», come Sacra Costituzione vuole. Sul fascino del denaro e sul potere «fantasmagorico» che esso conferisce a chi – beato lui! – lo possiede sono state riempite intere biblioteche. Parlo del totalitarismo sempre più stringente e invadente degli interessi economici che annichilisce ogni pur minima istanza umana: altro che «fascismo berlusconiano»!

Però Silvio ha fatto del popolo un pubblico televisivo! Come se la televisione l’avesse inventata lui! Come se questa tecnologia non facesse parte dello sviluppo di una società che massifica gli individui, riducendoli a meri lavoratori-utenti-consumatori, a passivi spettatori di uno show chiamato dominio (altro che Truman Show). Non la televisione, ma lo sviluppo della società basata sul profitto e sulla merce ha fatto di ognuno di noi un atomo sociale, un «individuo civile socialmente adattato» (Freud) privo delle essenziali qualità umane, prime fra tutte quelle che afferiscono la libertà, ossia la capacità di tenere in pugno la propria esistenza.

Certo, la televisione come perfetta tecnologia e perfetta metafora di questa società, la società del Capitale, non di Berlusconi. Il puttanaio non è solo nelle numerose e lussuose (che invidia, nevvero?) residenze del Cavaliere Nero, ma è anche e soprattutto nella società, anzi: è la società, lungo i cui marciapiedi ognuno offre la propria mercanzia: una prestazione professionale, una capacità lavorativa, un’intelligenza, una sensazionale scoperta scientifica, un oggetto. Nel seno (è proprio il caso di dirlo!) di questo immane puttanaio a cielo aperto, come si fa a chiedere a delle ragazze – o ragazzi: sono per le pari opportunità! – di non usare la mercanzia che insiste lì dove sempre più spesso batte il sole? Mi chiamo fuori da questa gigantesca ipocrisia sociale che per darsi un contegno deve sempre più spesso allearsi con la Santa Inquisizione. Il percolato moralistico degli eticamente corretti ormai emana un lezzo, rispetto al quale persino i miasmi dell’immondezzaio napoletano appaiono come dolci brezze marine.

Giustifico la prostituzione? No, condanno senza appello la società borghese tout court, la quale rimarrebbe disumana anche se al posto del Cavaliere Nero di Arcore ci fossi io, con tanto di potere assoluto (quello che vorrebbe Silvio, almeno per ripulire la Campania una volta per tutte, cribbio!), perché non ne faccio una questione di personale politico (d’altra parte, anche al sottoscritto piacciono le belle donne, sia oltremodo chiaro!), ma di rapporti sociali. Ho detto sociali, non sessuali.

In questa sentina chiamata società Berlusconi, sordo ai buoni consigli dei suoi amici più intelligenti e navigati (come Giuliano Ferrara), gioca a carte scoperte, e questo non piace ai politicamente corretti, semplicemente perché il loro feticismo è appiccicato con lo sputo a una realtà che li sconfessa ogni giorno che Silvio, pardon: che Diomanda in terra. Per questo essi hanno bisogno del manganello mediatico-giudiziario: per inchiodare in primo luogo se stessi a quelle sempre più miserande illusioni.



ABBOCCA SEMPRE ALL’AMO!

Benvenuti a Miserabilandia

Siccome non professo la religione antiberlusconiana, e anzi mostro di disprezzarla con tutte le forze in quanto insulsa robaccia, presso diversi miei interlocutori “progressisti” passo per un «berlusconiano», almeno «oggettivamente». E chi se ne frega! Certo, per chi ha eletto il primo ministro del Bel Paese a sentina di tutti i mali l’accusa di «berlusconismo» suona come la più sanguinosa, non potrebbe essere più infamante; ma alle mie sicule e non progressiste orecchie ha più pregnanza l’accusa di cornuto. Cornuto no!

Presi dalla loro cieca – e ridicola – ideologia, ma anche da una robusta invidia sociale, nonché da frustrazioni di vario genere, ultimamente i “progressisti” sono scivolati così in basso, da far impallidire il più retrivo dei moralisti bigotti. Al confronto, il Pastore Tedesco mi appare di gran lunga più simpatico, e almeno le sue ultrareazionarie encicliche si fanno leggere con un certo interesse. Anche quando rappresenta la quintessenza della conservazione sociale un pensiero può stimolare almeno una critica feconda, non banale. Al gossip mediatico, soprattutto se di «sinistra», preferisco dunque di gran lunga la «teologia sociale» della checca (si può dire? è politicamente corretto?) assisa al Sacro Soglio Romano. Vivaddio! Persino un intellettuale solitamente intelligente come Slavoj Žižek ha scritto che «Ahmadinejad non è l’eroe dei poveri islamici (bella scoperta!), ma un corrotto islamico-fascista populista, una specie di Berlusconi iraniano» (Ahmadinejad, Berlusconi e l’era post-democratica, da carta.org., 25 giugno 2009). Bella analogia, non c’è che dire. E bella – si fa sempre per dire – analisi: «Se il nostro cinico pragmatismo ci fa perdere la capacità di riconoscere questa dimensione liberatoria (perché c’è un potenziale di liberazione nell’islam), significa che in Occidente stiamo davvero entrando in un’era post-democratica, preparandoci al nostro Ahmadinejad. Gli italiani già conoscono il suo nome: Berlusconi. Gli altri stanno aspettando in fila». Ma con quali occhi guarda la società italiana il signor Slavoj Žižek ? Anche il teorico del politicamente scorretto ha dunque inforcato gli occhiali del progressismo internazionale? Che peccato!

In effetti, io non ce l’ho – solo o in particolar modo – col Cavaliere Nero, che peraltro trovo divertente alla stregua di un comico più o meno involontario (lascio agli italici patrioti la vergogna che a loro procurano le spassosissime gaffe del premier italiano nei consessi internazionali: son disfattista!); la mia bestia nera è la società capitalistica italiana, europea, mondiale, universale, interstellare… Insomma, è la società borghese tout court. A mio non progressista avviso, il male assoluto non è Berlusconi, né il «berlusconismo», bensì la società mondiale basata sul capitale, sul denaro, sulla merce, sul lavoro salariato – modi diversi di chiamare la stessa sostanza sociale disumana.

Mentre per i cosiddetti progressisti «l’altro mondo possibile» è un’Italia libera dal truce Cavaliere «fascista, mafioso, piduista, ladro-craxiano, corruttore e corrotto, velinista, puttaniere, volgare, pedofilo» («ma chi è senza peccato, scagli la prima pietra!»), la mia utopia è la libera comunità degli uomini in quanto uomini, l’associazione di uomini umani liberi da qualsivoglia dominio di classe. Quisquilie, mi rendo conto. Anzi, pinzillacchere. Vuoi mettere l’odio contro il nano e calvo Berlusconi! Si sa, i “progressisti” sono indigenti e stitici persino quando odiano e quando amano, come aveva fatto in tempo a capire il buon Giorgio Gaber – Ombretta Colli lo aveva capito assai prima di lui. A furia di odiare un nano, sono diventati nani anche costoro. Altro che Brunetta! Ma in realtà nani lo sono sempre stati; diciamo allora che al peggio non c’è davvero limite.

E poi, via, la «rivoluzione sociale» non è mica dietro l’angolo, e qualche soddisfazioncella su questa Terra ce la dobbiamo pure prendere! In attesa del Paradiso in Terra, bisogna cercare di strappare «al sistema» almeno il minor male possibile, magari come momento tattico in vista di più «avanzati equilibri sociali». Altro che «punto di vista umano»! Negli anni Venti del secolo scorso molti comunisti e socialisti, stanchi di «attese messianiche» e desiderosi di pigliarsela subito e rudemente con qualche «potente» (un sindacalista, un «borghese», un intellettuale, un ebreo) si intrupparono nella «Rivoluzione Fascista»: accecati da un cieco «odio di classe» essi scaricarono la loro tensione ideale, politica e psicologica in un movimento politico che prometteva molte soddisfazioncelle a chi voleva «rompere col vecchiume». Per questo, ancor prima di armare le mani, bisogna armare le teste di coloro che avvertono un certo «disagio sociale», affinché essi non vengano bruciati nella lotta tra opposte fazioni borghesi (nazionali e internazionali). Un governo Bertinotti, o Bersani, o Fini – questo nuovo campione del progressismo italiota – sarebbe dunque un «male minore»? Bisogna davvero essere “progressisti” per pensarla in questa indigente maniera. L’ideologia del male minore, o del meglio possibile, non riesce a celare la cattiva condizione umana che la riproduce sempre di nuovo alla stregua di un nuovo oppio dei popoli. Io che non sono un progressista, e che mi sforzo di guardare la società dalla prospettiva che coglie la possibilità della liberazione nell’attualità del dominio, vedo tutti i competitori politici in campo agitarsi su un solo, comune terreno: la società basata sullo sfruttamento scientifico degli uomini e della natura. Da questa – bizzarra? – prospettiva il mondo di chi fischia e di chi applaude l’Ahmadinejad di Arcore appare come una Miserabilandia.

Ma allora, qual è il significato non banale – cioè non “progressista” – della «guerra civile virtuale» che ormai dalla “mitica” (e naturalmente per molti famigerata) «discesa in campo» del capitalista di Arcore non sembra poter conoscere alcuna tregua, nonostante il lavoro di pontieri, pompieri e colombe di diversa collocazione politico-istituzionale? Veramente si confrontano, come ci sentiamo ripetere tutti i santi giorni dai massmedia e dai militanti delle opposte miserie, il «partito della democrazia e della legalità» e il «partito del populismo e dell’illegalità»? Naturalmente no, al netto del fatto che entrambi i partiti, dal punto di vista umano, sono quanto di più reazionario e rivoltante si possa trovare nel peraltro vomitevole panorama politico internazionale. Scrive Piero Ostellino:

«La politica, parafrasando Marx, sta implodendo sotto il peso delle contraddizioni capitalistiche: fra grandi interessi economici in conflitto – non secondariamente per il controllo delle telecomunicazioni che riguardano anche Rai e Telecom – cui fanno da cornice, sul piano parlamentare, il confronto fra il “partito del rigore” e il “partito della spesa pubblica” e, su quello sociale, fra il “Paese produttivo” e il “Paese parassitario”. È in corso una guerra per la redistribuzione del potere fra capitalismi, sulla quale si è innestato un confronto politico-sociale per la redistribuzione delle risorse pubbliche. Sotto il profilo sociologico, si potrebbe dire che ci troviamo di fronte all’accelerazione del processo di modernizzazione del Paese. Nella guerra fra capitalismi e nel confronto sulla spesa pubblica, la parte più impegnata politicamente della magistratura – la sola isola ideologica rimasta – rischia di recitare il ruolo della mosca cocchiera e la politica di finire in una posizione di totale subalternità» (Il Corriere della Sera, 30 novembre 2009).

La contesa borghese intorno al potere economico e politico: ecco a quale guerra stanno partecipando le opposte tifoserie politiche; alcuni sono ben consapevoli della posta in palio, altri sono animati da chissà quali illusioni, tutti comunque sono invitati a recitare il tristo e impotente ruolo di massa di manovra al servizio delle classi dominanti di questo Paese. Il buon Ostellino, da onesto e liberale cittadino qual è, teme «le conseguenze devastanti per la nostra stessa democrazia» della guerra politica, sociale, mediatica e giudiziaria; io, che non aspiro certo al rango di difensore della democrazia e della legalità, temo piuttosto il perdurare della situazione sociale che devasta giorno dopo giorno l’esistenza degli strati sociali subalterni e di tutti gli individui umanamente sensibili di Miserabilandia.


Slavoj Žižek

Slavoj Žižek – Ahmadinejad, Berlusconi e l’era post-democratica

Quando un regime autoritario approda alla crisi finale, di solito la sua dissoluzione segue due passi. Prima del collasso, si verifica una misteriosa rottura: tutto all’improvviso le persone sanno che il gioco è finito, e semplicemente non hanno più paura. Non solo il regime perde la sua legittimità, il suo potere stesso viene percepito come un’impotente reazione di panico. Tutti conosciamo le classiche scene dei cartoni animati: il gatto raggiunge il precipizio ma continua a camminare, ignorando il fatto che non ha la terra sotto i piedi; comincia a cadere solo quando guarda in basso e si accorge dell’abisso. Quando perde la sua autorità, il regime è come un gatto sul precipizio: sta per cadere, e ha solo bisogno che gli si ricordi di guardare in basso.

In «Shah in Shah», un classico racconto della rivoluzione di Khomeini di Ryszard Kapuscinski, si colloca il preciso momento di questa rottura: a un incrocio di Tehran, un manifestante si rifiuta di spostarsi quando un poliziotto gli ordina di muoversi, e il poliziotto imbarazzato si limita a voltarsi di spalle; in un paio d’ore, tutta Tehran seppe dell’accaduto, e sebbene ci fossero scontri in strada che continuavano da settimane, ognuno seppe che la partita era finita. Sta accadendo adesso qualcosa di simile?

Ci sono molte versioni sui fatti di Tehran. Alcuni vedono nelle proteste il culmine del «movimento riformista» a favore dell’Occidente, sulla scia delle «rivoluzioni arancioni» di Ucraina, Georgia, eccetera – una reazione secolare alla rivoluzione di Khomeini. Costoro supportano le proteste come il primo passo verso un nuovo Iran liberaldemocratico, liberato dal fondamentalismo musulmano. Sono contraddetti dagli scettici che pensano che davvero Ahmadinejad ha vinto davvero: lui è la voce della maggioranza, mentre il supporto a Mousavi arriva dal ceto medio e dalla sua gioventù dorata. In breve: scacciamo le illusioni e affrontiamo il fatto che, con Ahmadinejad, l’Iran ha il presidente che merita. Ci sono poi quelli che liquidano Mousavi come un membro dell’establishment religioso, con differenze solo apparenti con Ahmadinejad: Mousavi vuole proseguire col programma energetico nucleare, è contrario al riconoscimento di Israele, in più ha ricevuto il pieno appoggio di Khomeini come primo ministro ai tempi della guerra contro l’Iraq.

Infine, i più tristi di tutti sono quelli che supportano Ahmadinejad da sinistra: la vera posta in palio sarebbe per loro l’indipendenza dell’Iran. Ahmadinejad ha vinto perché ha combattuto per l’indipendenza del paese, smascherato la corruzione delle élite, e utilizzato le ricchezze petrolifere per incrementare il reddito della maggioranza dei poveri – questo è il vero Ahmadinejad, ci dicono, oltre l’immagine dei media occidentali di un fanatico negazionista dell’Olocausto. Seguendo questo punto di vista, ciò che sta davvero accadendo in Iran è una replica dell’abbattimento di Mossadegh del 1953: un golpe finanziato dall’Occidente contro un presidente legittimo. Questa lettura non solo ignora i fatti: l’alta affluenza alle urne – dal 55 per cento all’88 per cento – si spiega solo con il voto di protesta. Ma mostra anche la cecità nei confronti di una genuina dimostrazione della volontà popolare, assumendo con condiscendenza che per gli arretrati iraniani, Ahmadinejad va benissimo, non sono sufficientemente maturi per avere una sinistra secolare.

Per quanto opposte, tutte queste interpretazioni leggono le proteste iraniane come scontro tra integralisti islamici e riformisti liberali pro-Occidente, che è il motivo per cui hanno difficoltà a collocare Mousavi: si tratta di un riformista spalleggiato dall’Occidente che chiede libertà personali ed economia di mercato o un membro delle gerarchie religiose la cui eventuale vittoria non influenzerebbe seriamente la natura del regime? Queste oscillazioni così estreme mostrano che nessuna delle letture di cui sopra ha capito la vera natura della protesta.

Il colore verde adottato dai sostenitori di Mousavi, le grida «Allah akbar!» che rimbombano dai tetti di Tehran al calare della sera, indicano nitidamente che questi si vedono in continuità con la rivoluzione di Khomeini del 1979, come ritorno alle sue origini, cancellazione della corruzione che ne è seguita. Questo ritorno alle radici non è solo nelle rivendicazioni; riguarda piuttosto il modo in cui la folla agisce: l’enfatica unione della gente, la loro solidarietà onnicomprensiva, l’auto-organizzazione creativa, l’improvvisazione nei modi di articolare la protesta, l’accoppiata unica di spontaneità e disciplina, come la minacciosa marcia di migliaia di persone in completo silenzio. Stiamo avendo a che fare con una sollevazione popolare genuina da parte dei delusi dalla rivoluzione di Khomeini.

Dobbiamo trarre un paio di conseguenze cruciali da questo quadro. Innanzitutto, Ahmadinejad non è l’eroe dei poveri islamici, ma un corrotto islamico-fascista populista, una specie di Berlusconi iraniano la cui mescolanza di pose da clown e spietata gestione del potere sta causando disagio persino presso la maggioranza degli ayatollah. La distribuzione demagogica di briciole ai poveri non ci deve ingannare: dietro di lui non ci sono solo gli organi di polizia e un apparato di public relations molto occidentale, ci sono anche i nuovi ricchi, il risultato della corruzione di regime [la Guardia rivoluzionaria iraniana non è una milizia operaia, ma una mega-coroporation, il più forte centro di potere del paese].

Inoltre, bisogna tracciare una differenza tra i due candidati principali opposti ad Ahmadinejad, Mehdi Karroubi e Mousavi. Karroubi è effettivamente un riformista, fondamentalmente propone la versione iraniana della politica identitaria e promette favori a tutti i gruppi particolaristi. Mousavi è completamente diverso: si batte in nome della resurrezione del sogno popolare che ha sostenuto la rivoluzione di Khomeini. Anche se questo sogno era un’utopia, bisognerebbe riconoscere in esso l’utopia della rivoluzione. Significa che la rivoluzione del 1979 non può essere ridotta a un’insurrezione integralista, si trattava di molto di più.

È il momento di ricordare l’incredibile effervescenza dei primi anni dopo la rivoluzione, con l’esplosione mozzafiato di creatività sociale e politica. Il solo fatto che questa esplosione è stata soffocata dimostra che la rivoluzione era un autentico evento politico, una momentanea apertura che ha scatenato una forza di trasformazione sociale inaudita, un momento in cui «ogni cosa sembrava possibile». Quello che seguì è stata una chiusura graduale tramite la presa del potere dell’establishment islamico. Per metterla in termini freudiani, le proteste di questi giorni sono il «ritorno del rimosso» della rivoluzione khomeinista.

E, last but not least, ciò significa che c’è un potenziale di liberazione nell’Islam, per trovare un «Islam buono» non c’è bisogno di tornare all’anno Mille, ce l’abbiamo giusto qui, davanti a noi.

Il futuro è incerto, con ogni probabilità chi starà al potere conterrà l’esplosione popolare, e il gatto non cadrà nel precipizio ma riguadagnerà la terra ferma. Comunque, non sarà più lo stesso regime, ma un governo autoritario e corrotto tra gli altri. Qualunque sia l’esito, è di vitale importanza che teniamo a mente di aver assistito a un grande evento emancipatorio che non rientra nello schema della lotta tra liberali pro-Occidente e fondamentalisti anti-Occidente. Se il nostro cinico pragmatismo ci fa perdere la capacità di riconoscere questa dimensione liberatoria, significa che in Occidente stiamo davvero entrando in un’era post-democratica, preparandoci al nostro Ahmadinejad. Gli italiani già conoscono il suo nome: Berlusconi. Gli altri stanno aspettando in fila.