RIVOLUZIONE ETICA…

Interessante intervista di Mattia Feltri a Giuseppe De Rita, il sociologo – cattolico, come egli tiene sempre a precisare – italiano più ascoltato dai politici nostrani. Con la fine di Berlusconi, dice oggi il presidente del Censis a La Stampa, declina il «soggettivismo etico» nato in Italia alla fine degli anni Sessanta e sviluppatosi nei successivi decenni a spese dell’etica comunitaria, la quale ha sempre avuto nella Chiesa e nei grandi partiti di massa (PCI e DC, in primis) la sua fonte più generosa e naturale. A suo tempo Don Milani non mancò di denunciare l’inquietante «svolta etica», ma rimase pressoché inascoltato.

Con il «soggettivismo etico» trionfa la «cultura del mio» su quella del «nostro»: l’utero è mio e lo gestisco io, idem il corpo, la famiglia, il rapporto con la gravidanza, il voto agli esami universitari, l’impresa, la politica e via discorrendo. Tutto sarebbe caduto sotto il demoniaco dominio del «mio», dell’interesse e della «coscienza individuale». Berlusconi, conclude il bravo sociologo, non ha inventato niente: ha solo esasperato una tendenza, fino a farla tracimare nel libertinismo e nella licenziosità.

Inutile dire che De Rita è più che contento della «rivoluzione etica» che si annuncia nel Paese, e che ha nella persona di Mario Monti la sua più adeguata espressione.

Le parole del sociologico cattolico mi hanno riportato alla mente alcuni passi scritti dallo psicoanalista Massimo Recalcati contro il «totalitarismo del godimento» (incarnato, c’è bisogno di dirlo?, dal Sultano di Arcore), questi: «L’espressione ‘papi’, recentemente alla ribalta della cronaca politica italiana a causa di innumerevoli giovani (papi-girls) che così si rivolgono al loro seduttore, mette in evidenza la degenerazione ipermoderna della Legge simbolica del padre. La figura del padre ridotta a ‘papi’, anziché sostenere il valore virtuoso del limite, diviene ciò che autorizza alla sua più totale dissoluzione. Il denaro elargito non come riconoscimento di un lavoro, ma come puro atto arbitrario, l’illusione che si possa raggiungere l’affermazione di se stessi rapidamente, senza rinuncia né fatica, l’enfatizzazione feticistica dei corpi femminili come strumenti di godimento, il disprezzo per la verità, l’opposizione ostentata nei confronti delle istituzioni e della legge, (…) il rifiuto di ogni limite in nome di una libertà senza vincoli, l’assenza di pudore e di senso di colpa costituiscono alcuni tratti del ribaltamento della funzione simbolica del padre che trovano una loro sintesi impressionante nella figura di Silvio Berlusconi. Il passaggio dal padre della legge simbolica al ‘papi’ del godimento non definisce soltanto una metamorfosi dello statuto profondo del potere (dal regime edipico della democrazia al sultanato postideologico di tipo perverso), ma rivela anche la possibilità che ciò che resta del padre nell’epoca della sua evaporazione sia solo una versione cinico-materialistica del godimento» (Cosa resta del Padre?).

Quanto ambigua, per non dire altro, sia questa lettura del «fenomeno-Berlusconi», non deve sfuggire allo stesso Recalcati, che difatti scrive: «Se la Legge impedisce al desiderio di scivolare verso l’inconcludenza dissipativa del godimento, se la Legge è ciò che pone un limite all’effervescenza sovversiva del desiderio, non significa allora che la psicoanalisi vorrà restaurare, per vie traverse, l’ordine della morale repressiva, patriarcale, l’ordine di una Legge che si contrappone al desiderio con la finalità di estirparlo e di adattarlo alla realtà? Diversi critici della psicoanalisi hanno denunciato questo pericolo». A giudicare dall’elogio del cattostalinismo della cosiddetta Prima Repubblica che segue, la critica coglie perfettamente il bersaglio (beninteso, non critica della psicoanalisi tout court, ma della peculiare concezione del mondo di Recalcati): «Mentre l’epoca dominata da figure come quelle di Alcide De Gasperi o di Enrico Berlinguer appariva caratterizzata da una tensione etica tra legge e godimento ancora edipica (si pensi solo alla politica dell’austerità teorizzata negli anni Settanta da Berlinguer), l’azione di Berlusconi appare totalmente svincolata da questo dissidio. Non c’è vergogna, senso di colpa, senso del limite appunto, poiché non c’è senso della Legge disgiunto da quello del godimento, perché il luogo della Legge coincide propriamente con quello del godimento. Tutto è apertamente (perversamente) giocato come se non esistesse castrazione. La figura del capo del governo riabilita così i fantasmi del Padre freudiano dell’orda, del Padre che ha diritto di godere di tutte le donne, del Padre bionico immortale, inscalfibile, osceno e inattaccabile, non come limite al godimento (è il volto ancora rassicurante dei Padri della prima Repubblica), ma come esercizio illimitato del godimento. In questo la figura di Berlusconi fa davvero epoca» (L’uomo senza inconscio).

Che quel che resta di Massimo Recalcati sia Giuseppe De Rita? Tira un venticello etico che non ispira certo buoni sentimenti in chi ha in odio ogni giro di vite del Dominio, soprattutto quando si presenta sotto forma di benecomunismo e di senso del limite: non vi pare che siamo fin troppo limitati, e sotto ogni punto di vista? Forse molti, appena faranno l’esperienza della nuova frusta, rimpiangeranno quella vecchia; ma, a ben considerare, si tratta di finirla con ogni tipo di frusta, e che lo si debba ricordare ancora nel XXI secolo, ciò suona persino sconfortante .

IL COLPO DI STATO SESSUALE È MEGLIO

«Il progressista Claudio Sardo, direttore dell’Unità (io preferivo la direttora di prima, per ragioni di basso berlusconismo, si capisce: m’acchiappava assai!), oggi ha scritto che «persino in Madagascar ci ridono dietro». A causa dell’impresentabile Silvio, ovviamente. A questo punto le cose sono due: o dichiariamo guerra a quel Paese, peraltro geopoliticamente ben piazzato e ricco di materie prime (buttale via, di questi tempi!), ovvero facciamo fuori il forte trombatore di Arcore.

Com’è noto, il fasciostalinista Asor Rosa propose a suo tempo il colpo di Stato basato sui carabinieri e la guardia di finanza; gli indignati di viola vestiti hanno poi aggiunto la Buon Costume (esiste ancora?), e Barbara Spinelli l’Esorcista (vedi il suo articolo di oggi pubblicato su Repubblica, organo del Partito Capitalistico Antiberlusconiano). Lo sporcaccione che si spaccia per difensore dei valori cristiani usava il crocifisso in modo non convenzionale: «cosa deve accadere d’altro affinché la Chiesa proclami il suo NO!»?

Per la miliardesima volta l’opposizione (dall’ex fascista Fini a Nichi Narrazione Vendola, passando per il salumiere Bersani) ha chiesto le «immediate dimissioni» del Premier che così tanto male ci rappresenta nel vasto mondo (io, ad esempio, non vado più in Brasile, non tanto per mancanza di moneta e di lavoro, ma per vergogna: pensa te!), e l’implementazione di un «governo di Unità Nazionale», o di «Solidarietà Nazionale», ovvero di «Salvezza del Bene Comune», insomma: del purché Silvio vada a farsi fottere. Praticamente un’istigazione a delinquere di stampo sessuale!

E qui ci avviciniamo alla soluzione che propongo io, modestamente, beninteso: da domani spedirgli a casa camionate di donne che usano guadagnarsi il pane lavorando il pene. Quanto potrà reggere il cuore del vecchio Satrapo?

Dite che sarebbe una morte troppo piacevole? Ma nella vita non si può avere tutto! Invito al pragmatismo: è Machiavelli che ce lo chiede. Un proiettile in testa potrebbe farlo diventare un eroe, una vittima del mondo crudele: ci manca solo questo!

Lo spettro di Marx invece insinua proditoriamente questo veleno dialettico: «ma se ci sono così tante donne disposte a fare “il mestiere più antico del mondo” (vedi anche il Vecchio Testamento), la colpa è del “porco” di turno, o di una società che ha nel denaro il suo equivalente Universale, la sua Potenza Astratta – ma quanto potente! – in grado di comprare tutto, a iniziare dagli uomini? Questo vostro cosiddetto Cavaliere Nero, non dice forse la verità intorno a questa società escrementizia? Egli è l’eccezione, o non piuttosto la regola rivelata ed esibita?»

E no, Carlo: sai quanto io ti stimi, e via di seguito; ma con queste sottigliezze sociologiche oggettivamente difendi l’indifendibile!
Meglio il colpo di Stato sessuale, datemi retta amici. Per esperimenti e per una messa a punto della patriottica iniziativa, si può contare ovviamente sul sottoscritto, il quale si dichiara disposto a sacrificarsi per il Bene Comune. Quando il gioco si fa duro

LEI È UN ETICHINO, S’INFORMI!

Ieri, come ogni giorno che il Padre Eterno manda sul Grande Bene Comune chiamato Terra, mi sono girato a guardare le curvilinee grazie di una giovane donna. È un’abitudine politicamente scorretta che non sono riuscito a emendare, nonostante robuste letture femministe.

Mentre indugiavo, in religioso silenzio, quasi in raccoglimento, in profonde considerazioni sopra l’intima bellezza della Cosa freudiana, dietro le mie spalle sento gracchiare qualcosa da qualcuno: «Ecco un altro Berlusca! Tutti in galera vi manderei!» Si trattava di un giovinastro dal corpo simil-Saviano, con tanto di indignata pelata d’ordinanza (la mia è più del tipo critico-incazzata: la forma è sostanza delle cose, cribbio!)

Ripresomi dall’assalto etico, e contrariato per l’interruzione della penetrante, ancorché autoreferenziale, considerazione estetica, me ne sono uscito, con Totò, in un: «Lei è un cretino, s’informi!», per poi aggiungere, con Freud (trattasi in realtà di una traduzione dal Siciliano, ma il concetto, grossomodo, è quello): «Ciò che ripugna come estraneo è fin troppo familiare».

Avrò magari commesso un peccatuccio dinanzi a Nostro Signore (qui evocato in quanto Padre, non come Figlio unto e profumato da Maria di Betania, involontaria ispiratrice della tragica indignazione di Giuda), colpevole peraltro di aver lavorato fin troppo bene con la costola di Adamo; avrò sicuramente indugiato troppo sul corpo della donna, senza alcun rispetto per la sua intelligenza e per la sua sensibilità (qualità peraltro occulte, prima facie). Ma la prigione per una simile debolezza umana mi sembra francamente eccessiva.

O no? Dite che è tempo di eccedere in Legge e Ordine, dopo anni di irresponsabile lassismo? Dite che è venuto il momento di raddrizzare ogni singolo albero storto? Dite che la Patria, in tempi di grave crisi economica, ha bisogno di cittadini seri e onesti fino al buco del culo (sempre con rispetto parlando)?

No caro Silvio, l’Italia non è «un Paese di merda» (i miei patriottici connazionali stiano pur tranquilli!): è la società – non solo quella italiana, beninteso – a sprizzare cacca da ogni poro. Certo, cacca, anche sotto forma di indignazione etica. Ringrazio il simil-Saviano per avermelo ricordato.

IL BUCO DELLA SERRATURA. E QUELLO DI NOI TUTTI

Mentre ci acconciamo nella perigliosa posizione del novantesimo grado, per poter meglio sbirciare dal buco della serratura le supposte sconcezze del Cavaliere Nero, la Potenza sociale che tutto domina alle nostre spalle (ahi!) ringrazia per la gentile concessione. Non ne avrebbe bisogno, ma l’aiutino la eccita di più. Il Dominio, come il Demonio, non disdegna il più piccolo gesto di altruismo. «Sbava, cittadino onesto, sbava, e dimenati pure in scatti etici pieni di civile indignazione!» L’attore diceva: «quando il nemico te lo mette in quel posto, stai fermo, non agitarti, potrebbe piacergli». Mia piccola variazione sul tema: potrebbe piacerti. E non sarebbe una bella scoperta. Forse.

Il Negletto di Arcore annaspa, l’indignato guardone gode dando sfogo in qualche modo al suo sordo malessere, e il Potere Sociale che se lo “lavora” alle spalle gongola. Forse il Disegno Divino ha una sua consistenza scientifica…

A proposito di buchi: Il Fatto quotidiano oggi ha stigmatizzato GR Parlamento (RAI) per aver mandato in onda un convegno sui tabù sessuali degli europei, dal quale è risultato che agli italiani piace fare sesso anale più che agli altri cittadini europei. «Il servizio pubblico non può trasmettere simili pseudo informazioni!»: questo il succo della scomunica fascista, pardon, fattista, insomma dei manettarforcaioli pieni fino agli occhi di libidine antiberlusconiana. Forse oggi che è sabato, come cantava Gaber, anche queste losche figure faranno «roba». Ma mi raccomando: il Leviatano consiglia posizioni eticamente corrette! Far finta di essere vivi. Far finta di essere umani. Far finta di essere.

Riaffermo la mia tesi: il peggio non conosce fondo. Intanto, per sicurezza, metto una toppa nel buco della serratura: è sabato, è sabato… Anche per me! Chi vorrebbe tranquillizzarmi dicendomi: «ma tu non sei mica il Premier!», mostra di non capire ciò che si agita alle sue spalle.

Buon sabato a tutti – e a tutte, così vado a pari anche col politicamente corretto!

VIVA LO CHAMPAGNE!

Nel suo gustoso attacco alla sempre più disgustosa demagogia pauperista che imperversa nel Bel Paese, Paolo Guzzanti parte da lontano: «La ridicola versione secondo cui un ricco ha meno probabilità di entrare in paradiso di quante ne abbia un cammello di passare attraverso la cruna d’ago, significa che nessun ricco e nessuna ricchezza sono moralmente accettabili. Mai e in nessun caso». E ciò, continua il bravo Liberale, Dio non solo non l’ha mai detto, ma semmai, soprattutto attraverso la libera prassi sociale degli individui che, darwinisticamente, seleziona i migliori e scarta i peggiori, Egli ha fatto capire di guardare con una certa indulgenza, e financo con Somma gratitudine i portatori della ricchezza sociale. Perché all’ombra del Ricco anche il Poverello ingrassa. E così sia!

Giovanni Calvino

«C’è voluta la rivoluzione religiosa di Calvino per riabilitare la ricchezza benedetta da Dio che ne fa il marchio di fabbrica: Iddio arricchisce i suoi prescelti». Un dubbio a questo punto mi assale: Iddio o il Capitale? Un tizio con la barba unta di strutto e rigata da colate di pessima birra (quanto avrebbe desiderato fare «un bagno nello champagne», caro Guzzanti!) mi suggerisce che la nuova Divinità è il Denaro. E io tendo a credergli. Soprattutto mi convince l’idea marxiana secondo la quale il Denaro non è «lo sterco del Demonio», come vuole la vulgata cattostalinista che giustamente il Nostro esecra, né una mera «tecnologia economica», come teorizza la Scienza Economica, ma l’espressione di un peculiare rapporto sociale. Ma queste son quisquilie, mi rendo conto. Andiamo avanti!

Padre Maronno

«Ma un tale criterio è sconosciuto da noi in Italia, dove il calvinismo non è mai approdato e dove la saldatura micidiale fra comunismo pauperista e cattolicesimo anabattista ha ghettizzato la ricchezza nel lager “sterco del diavolo”». Su questo punto non ho invece alcun dubbio: la «saldatura» di cui parla Guzzanti si chiama cattostalinismo. Eccone un esempio: «La parola “sacrificio” è stata bandita dal nostro vocabolario. Quando eravamo giovani ci insegnavano (perché la Chiesa qualche cosa di buono lo ha pure fatto) l’esame di coscienza la sera. Ci consigliavano un “fioretto” al giorno. Cioè ci inculcavano il senso del sacrificio. Che porta al risparmio, conduce alla comprensione del prossimo. Se vogliamo porta a una visione un po’ evangelica (che non è clericale) della società. E in questo senso il capitalismo è quanto di meno cristiano (Weber non può indignarsi) ci sia. Almeno il capitalismo liberista che domina oggi (Sante Rossetto, Prefazione a Decrescita, idee per una civiltà post-sviluppista, 2009).

Max Weber forse non s’indigna, ma il sottoscritto e Guzzanti s’indignano, eccome! Anzi, io m’incazzo, lo preferisco. Rispetto ai cattostalinisti nemici del «capitalismo selvaggio» il simpatico Liberale, un tempo assai intimo di Silvio, appare un gigante del pensiero. E ho detto tutto!

Lo stalinismo, oggi declinato in termini statalistici e benicomunitaristici, a mio modestissimo avviso non ha nulla a che fare con il comunismo di Marx, il quale, come non smetto di ricordare, prendeva per il sedere – notare almeno il buon gusto! – i teorici della miseria generalizzata: «Se non possiamo essere tutti ricchi, diventiamo almeno tutti poveri!». È la miserabile “utopia” degli Ultimi a cui ancora non si sono spalancati gli occhi della coscienza sulla verità. Già nei suoi Manoscritti economico-filosofici del 1844 il «comunismo pauperista» (o «rozzo», o «volgare») è preso a male parole e inchiodato per sempre alla croce dell’indigenza teorica e pratica delle classi dominate. Il «comunismo pauperista» di cui blatera il Nostro risulta particolarmente ripugnante nel XXI secolo, nel momento in cui tutta l’umanità potrebbe nuotare nel metaforico champagne. E invece deve ancora ascoltare prediche intorno alla necessità di fare sacrifici: roba d’altro mondo! Mi correggo: di questo mondo.

«In una società laica se uno vuol spendere quel che ha per un bagno nello champagne, nessuno dovrebbe avere il diritto di impicciarsi e sanzionare una tale frizzante abitudine … Nelle civiltà cresciute nel calvinismo, chiunque faccia denaro illegalmente va in galera, ma chi lo fa secondo le regole è più vicino a Dio e questo principio è alla base del famoso saggio di Max Weber sull’etica protestante e lo spirito del capitalismo. In quelle società, al povero si dovrebbe chiedere: che cosa hai fatto dunque di male se Dio ti punisce con il sudiciume della povertà, anziché con l’ordinato lindore del benessere?» Io ho la risposta (non a caso mi chiamo Isaia!): il peccato del «povero» sta nella sua impotenza politico-sociale. E l’Angelo Nero disse al «povero» che ammiccava al Savonarola di turno: «Prendi piuttosto il potere e rendi umanamente ricca la Comunità! Non più ricchi, non più poveri, ma solo uomini!» Amen!

IL «COSTO DELLA CASTA» E LA SIRENA DEMAGOGICA

Quintino Sella

A chi gli fece notare che i sacrifici imposti alla politica, ancorché apprezzabili sul piano etico, fossero ben misera cosa rispetto all’ammontare delle misure fiscali tese a ridurre drasticamente il debito pubblico del novello Stato Unitario, Quintino Sella, l’odiato Ministro della tassa sul macinato (1868), rispose: «Lo so perfettamente. Ma la cosa ci permetterà di guardare negli occhi coloro a cui leviamo i soldi di tasca». Che intelligenza politica!

Mutatis mutandis, il diluvio di demagogia «anticasta» che si è abbattuto sul Bel Paese non ha altro significato che questo: nascondere agli occhi del gregge la mano che impugna il coltello da tosatura.

Improvvisamente pare che tutti siano ossessionati dal «costo della casta»: c’è chi non riesce più a chiudere occhio! Da ultimo, si è scoperto che la mensa della «Casta» prepara pietanze succulente a prezzi stracciati, anzi risibili. Indignazione Universale: «Affamare la Casta!» Ecco comparire anche la buon’anima di Totò: «E io pago, e io pago!» Ma sì, affamiamo pure la «Casta», nulla in contrario. Figuriamoci: alla Politica io vorrei dare l’eutanasia… Altro che abolizione delle provincie: io sono per l’abolizione dello Stato!

Ma lasciamo perdere utopie di tal fatta e chiediamoci piuttosto: ha più senso puntare il cono di luce sul «costo della Casta» o non sulla funzione sociale della politica in questa società, «Casta» o non «Casta»?

In altre parole, cosa cambierebbe, per l’essenziale, se i nostri parlamentari ricevessero, in cambio delle loro prestazioni, un salario da metalmeccanico? La società avrebbe forse creato una sorta di Comune di Parigi o non avrebbe piuttosto realizzato un eccellente modello di Politica capitalistica?

Politici ligi al «Bene Comune», onesti fino all’osso e scelti solo sulla scorta di severi criteri meritocratici: è l’«Utopia» borghese da Saint-Simon in poi! Niente di male, sia chiaro, ma non tiriamo in ballo chimere sinistrorse, per piacere.

Max Weber ha scritto pagine assai interessanti, a tal proposito. E ha anche scritto, da eccellente conoscitore della società borghese qual era, che lo Stato è «il dominio degli uomini sugli uomini basato sui mezzi di una violenza legittima, o quanto meno ritenuta legittima» (The Power Élite, cit. tratta da H. Arendt, Sulla violenza, p. 37 Guanda, 2002). Che cosa cambia, allora, se i gestori e i difensori dello status quo ci si presentano alla stregua di pii francescani?

Luigi XVI

Una volta Marx disse che il «comunismo rozzo» non riesce a pensare l’uguaglianza fra gli uomini se non nei termini di una miseria generalizzata, mentre si tratterebbe di liberare tutti gli individui dalla miseria sociale (e le preoccupazioni esistenziali d’ogni genere, quelle che curiamo anche con pillole e gocce, ne rappresentano la quintessenza) nella quale ci costringe a vivere un meccanismo sociale che pure ammicca come non mai alla possibilità di quella liberazione.

È soprattutto in tempi di crisi economica che quel tipo di maligna ideologia si fa largo soprattutto presso gli ultimi, non a caso i più esposti alle sirene della demagogia. La società che ha prodotto il fascismo e il nazismo è più forte che mai, nonostante oggi faccia della difesa dei «Diritti Umani» il suo dogma. Il pensiero che vuole opporre resistenza alle pressioni economico-sociali farebbe bene a tenerlo sempre presente.

TUTTI IN VACANZA A MISERABILANDIA

La cosiddetta Destra che difende la «democrazia dei cittadini»; la cosiddetta Sinistra che invece esalta la «democrazia dei mercati». I destri che si pongono a baluardo del «governo eletto liberamente dal popolo», i sinistri che invocano il responso inappellabile dei «Poteri Forti»: Mercati, Magistrati, Marchionne, e tutto ciò che può venire in loro soccorso per farla finita con lo Statista di Arcore.

La «Destra» che si oppone alla «macelleria sociale» richiesta dai «mercatisti», la «Sinistra» che reclama con rinnovata insistenza un governo di «Unità Nazionale» in vista delle «necessarie dolorose misure» idonee a mettere il Paese al riparo dall’imminente catastrofe economica, politica e morale.

Che cosa avrebbe pensato Gaber, che cantava «Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra?», dinanzi a questo falso paradosso? Intanto i media progressisti hanno creato ad arte un clima da fine del mondo, in modo da legittimare l’auspicato golpe democratico a suo tempo teorizzato dal fasciostalinista Asor Rosa. Nell’operazione si è distinto Enrico Mentana, ieri Mitraglia e oggi Pistola: dal crollo del capitalismo all’invasione delle cavallette; dalla miseria generalizzata per tutti, ricchi compresi, al Diluvio Universale prossimo venturo: ecco servito il terrorismo mediatico teso a creare nel pubblico ansia a attesa. Attesa dell’Evento Catartico: la fine di Berlusconi. Nientemeno! Ma la fine del mondo non cade nel dicembre del 2012?

Dopo aver ascoltato il discorso di Bersani alla Camera Valentino Parlato ha dichiarato che «la sinistra non esiste», soprattutto nel momento in cui il Cavaliere Nero ha potuto accreditarsi come il campione della democrazia politica in lotta con «il potere irresponsabile e non democratico dei mercati». Nient’affatto: la «Sinistra», Parlato compreso, è quella che abbiamo visto ieri in Parlamento, e che, mutatis mutandis, vediamo all’opera da mezzo secolo a questa parte. Più o meno statalista, più o meno forcaiola, più o meno innamorata di miserabili miti: da Stalin a Madre Teresa di Calcutta. Quella «Sinistra» che su molti versanti dell’iniziativa politica (borghese, è il caso di dirlo?) si colloca alla destra della «Destra»: un rebus solo per chi, come dice il filosofo, non coglie la reale essenza delle cose.

Mentre scrivo pare che la Borsa di Milano ha votato contro il Governo Berlusconi: questa sì che è democrazia decisionista! Altro che Carl Schmitt!

Post Scriptum: Ho visto al telegiornale Mubarak ridotto al miserabile rango di vecchio «terminale» rinchiuso in gabbia, in attesa che la Giustizia lo consegni al boia, come capro espiatorio. Fuori dal Tribunale, simpatizzanti e antipatizzanti dell’ex Rais se le davano di santa ragione. Non ho pensato, banalmente, «chi la fa, l’aspetti!», o «finalmente Giustizia è fatta», ovvero: «è la rivoluzione – sic! – bellezza!» No. Ho pensato quanto astuto e potente è il Dominio Sociale quando agli individui è precluso il contatto con la verità.

P2, P3, P Cazzo: l’eterna «Questione Morale» degli “Indignados”

Ieri sera su Otto e Mezzo, il noto show politico condotto dalla progressista Lilli Gruber su LA7, è andato in onda un siparietto davvero niente male, della serie cifra dei – cattivi – tempi.

Ospite in studio Giovanni Valentini, pennivendolo di punta della cosca finanziario-editoriale Caracciolo-De Benedetti, nonché dirigente del Partito di Repubblica; ospite in collegamento il pennivendolo della cosca rivale (quella che fa capo al Cavaliere Nero di Arcore, c’è bisogno di precisarlo?) Maurizio Belpietro, direttore di Libero. Puntatona sul «Caso Bisignani e la Loggia P4»: un evergreen che non manca mai di titillare le suscettibili corde degli eticamente corretti di «sinistra» e di «destra».

Il simpatico Belpietro, con la faccia da tolla di chi sa di irritare fino all’eritema il Progressista d’OC, dichiara di non essere per nulla scandalizzato né sorpreso dal nuovo caso giudiziario di successo rubricato come P4: l’azione lobbistica è vecchia quanto il mondo. Ungere le ruote della politica e dell’economia sarà pure una cattiva abitudine italica, ma così gira il mondo, da almeno sessant’anni. D’altra parte, in paesi come l’Inghilterra e gli Stati Uniti la pratica lobbistica non solo non è vietata, ma è legalmente riconosciuta e regolamentata.

Insomma, il direttore di Libero ha detto ciò che tutti sanno, ma che non tutti possono dire per ragioni di consenso elettorale: la «Questione Morale» non è forse da sempre un cavallo di battaglia soprattutto dei sinistri italiani (almeno da Enrico Berlinguer in poi)? Se non puoi vendere aumenti salariali, lavoro per tutti e servizi sociali gratuiti, mentre viceversa devi preparare il terreno per una politica di lacrime e sangue «per il bene del Paese», almeno porti sul mercato elettorale «un po’ di Questione Morale», per dirla col salumaio che attualmente guida il Partito Democratico.

La «Questione Morale» è una merce che si vende sempre bene, soprattutto in tempi di crisi sociale, quando le classi dominanti si preparano a dare in pasto alle masse degli incazzados, mi si perdoni il brutto neologismo, l’ennesimo capro espiatorio.

Belpietro non riesce nemmeno a chiudere il suo intervento; Lilli la Rossa lo investe infatti con parole di fuoco: «Sono davvero indignata! Caro direttore come fa a non denunciare questo mal costume che favorisce i potenti e deprime la meritocrazia? Non possiamo dare ai nostri giovani questi esempi, e dire che tanto così fan tutti!»
Riflettendo sul color livore della brava conduttrice ho pensato subito: oggi indignado, domani fascista! Mutatis mutandis, si capisce.

Giovanni Valentini ha biascicato qualcosa come: «personalmente sono per la legalizzazione delle lobby, ma non si può dire che la P4 svolgeva una semplice azione lobbistica. E poi la Costituzione vieta le logge segrete! Ricordate la P2 di Licio Gelli?»

Io me la ricordo benissimo: era una classica associazione lobbistica polifunzionale, per così dire, che l’arretrata struttura politico-istituzionale del Paese e la negletta ideologia cattostatalista costringevano alla segretezza. Naturalmente «segretezza» per modo di dire. Più che segreta la P2 era informale.

Peraltro, personalmente non faccio alcuna distinzione tra «Loggia Segreta» e «Loggia Legale»: non sto qui a cavillare sul modo in cui la classe dominante decide di regolare i suoi affari! Questa miserabile incombenza la lascio volentieri ai moralizzatori della società capitalistica.

Quando poi (1981) la cosca che si riteneva penalizzata dall’azione politica della P2 denunciò il caso alla cosiddetta «opinione pubblica», nacque la leggenda metropolitana della Loggia golpista.

L’epiteto che il manettaro di Montenero di Bisaccia usa più frequentemente contro i suoi nemici è «Lei è un piduista!» Dall’alto della sua Scienza Comica Totò avrebbe risposto: «E lei è un cretino, s’informi!»

Una omerica risata li seppellirà? Magari!

L’ETICA AL TEMPO DELLA SOCIETÀ DISUMANA

– «Che cosa pensa delle polemiche intorno ai costumi sessuali di Berlusconi?

– Al presidente del Consiglio chiedo di fare una politica che ritenga giusta. Non mi interessa con chi va a letto.

– Neanche se il nome del premier viene accostato a quello di ragazze minorenni?

– Quarant’anni fa si era minorenni a 18 anni. Io ho baciato il mio primo uomo, un ballerino bello come il sole, a 18 anni. Guardi quella Ruby, le sembra una ragazzina? E poi io non sono moralista a comando»

(intervista ad Angelo Pezzana, attivista, politico, scrittore, fondatore nel 1971 del Fuori!, il primo movimento di liberazione degli omosessuali in Italia, Diva, 22 Febbraio 2011).

Di qui le poche righe “etiche” che seguono:

Le confessioni di un poco di buono

Il mio limite confinava sempre col suo limite. Il mio era un limite che bramava l’infinito, ma che sapeva aspettare. «Mettimi nelle condizioni di capire fin dove la mia mano può arrivare – le dicevo sempre –, e io non scavalcherò mai da solo quel punto. Se vorrai, ti indicherò tutte le strade che portano nel giardino delle delizie, ma non le calpesterò mai da solo, per non precipitarmi in un fuoco eterno. Insieme, sempre insieme conosceremo il piacere di andare oltre, un passo avanti in direzione della felicità».

Così le dicevo. Lei sorrideva sempre e mi incoraggiava, con un entusiasmo che a volte mi metteva paura. Chi conduceva il gioco? Ma un giorno qualcuno ascoltò le mie prudenti parole, e oggi mi trovo dietro le sbarre, abbandonato da tutti, sol perché la società ha voluto prescrivere un’età al nostro amore. Oggi non è possibile, domani chissà. Dove la Legge mette la sua maligna coda, la felicità avvizzisce come una pianta strappata alla terra.

Una volta Gaber disse: «Non ho paura del Berlusconi che è fuori di me, ma del Berlusconi che è dentro di me». Con ciò stesso egli dimostrava di saperla assai più lunga, intorno alle cose del mondo, di quanto non smettono di testimoniare i suoi amici progressisti d’un tempo, ammalati di moralismo perché incapaci di un’esistenza veramente etica. Personalmente non ho paura né del Berlusconi che, col pisello eternamente imbizzarrito (almeno così lo immaginano i berluscofobi) scorrazza fuori di me, e, infatti, la mia ruvida ascia critica aspira a ben altro che alla testa del capro espiatorio di turno, ancorché «porco» e «ricco sfondato»; né al Mostro – altro che Berlusconi! – che abita dentro di me, perché sto imparando a giocare a carte scoperte col pozzo senza fondo delle mie pulsioni. Non c’è richiesta di godimento a cui non dia ascolto, magari per invitarla ad attendere il suo turno. Oggi no, domani chissà…

Nella società disumana etico è l’atteggiamento di chi, avendo appreso l’arte di dare del tu alle proprie indicibili inclinazioni – anche a quelle “penalmente rilevanti”, soprattutto a quelle! –, si prende cura dell’altro per non precipitare se stesso in un godimento che annienta. Ciò che separa l’ammalato di moralismo dal maniaco sessuale, è una sottilissima lastra di civile responsabilità che può evaporare come neve al sole da un momento all’altro. Chi nega a se stesso l’esistenza del “male” che alberga in ciascuno di noi si espone al pericolo di esserne sorpreso alle spalle. È un attimo.

IL PUTTANAIO È IN REDAZIONE

Via la mano brutale, infame moralista!
Te stesso frusta, non quel puttaniere!
Tu bruci dalla voglia di far con la ragazza
ciò per cui punisci il vecchio porco.

Mai come in questi squallidi giorni di girotondi moralistici intorno al capro espiatorio delle secolari magagne “umane”, ho apprezzato l’odio viscerale che Karl Kraus nutriva per la «stampa borghese».

Dove si respira «l’aria di Sodoma», scriveva agli inizi del XX secolo il citato «scrittore, giornalista, aforista, umorista, saggista, commediografo, poeta e autore satirico austriaco», si ode «l’orrendo grido Edizione Straordinaria!» Come dargli torto?

E ancora: «L’inferno dell’epoca moderna è imbrattato di inchiostro di stampa» (La muraglia cinese, 1907). Già allora il giudice e il giornalista lavoravano di conserva per triturare «i viziosi» nella macchina della calunnia chiamata lavatrice etica.

Ci sono fior di giornalisti (come Enrico Mentana) che, mentre stigmatizzano tutti i giorni questo mediatico rimestare nella popò, confezionano poi i loro assai profittevoli prodotti editoriali praticamente con la sola sostanza escrementizia di cui sopra. È facile parlar male della cacca… degli altri!

A questi giornalisti del guano dedico i seguenti passi di Kraus:

«Quanto la ragazza facile è moralmente superiore all’articolista della rubrica economica, altrettanto lo è la mezzana al direttore del giornale. Lei non ha mai dato a intendere come costui di tener alti gli ideali … Scherzi a parte: per me la pubblicazione delle inserzioni erotiche è il fine di gran lunga più meritorio tra quanti vengono perseguiti dalla stampa … Non mi sta a cuore l’eliminazione delle massaggiatrici ma la chiara separazione del mercato dell’amore dalle corrotte redazioni dei giornali» (K. Kraus, La stampa come mezzana, 1903).

Altri tempi!

L’ESORCISMO DEGLI ETICAMENTE CORRETTI

Leggo da un volantino che mi ha dato un antiberlusconiano con tanto di sciarpa e cappellino viola d’ordinanza: «Italia reagisci!!! Liberiamoci di LUI e dei suoi amici!!! Riprendiamoci la dignità, la legalità, il decoro, la credibilità internazionale!!» Schietti valori ultrareazionari, non c’è che dire; ma non è di questo livello “politico” che intendo parlare. Voglio scivolare più in profondità, fino a precipitare nell’inferno esistenziale degli eticamente corretti: nientemeno!

Una volta Lacan disse che «La struttura della parola è che il soggetto riceve il messaggio dell’altro in forma inversa». Ogni volta che leggo queste parole mi viene in mente Regan, la ragazzina indemoniata dell’Esorcista. Ricordate come rispondeva la piccola invasata alle incalzanti domande di Padre Karras? Per capire il significato delle sue inintelligibili parole, occorreva mandare al contrario il nastro magnetico che aveva catturato la voce del Demonio.

E se il fervore etico, ormai giunto a livelli insopportabilmente parossistici, degli AntiCav non fosse che un grido d’aiuto («help me», gridava la pelle di Regan) lanciato da gente che si sente attratta fatalmente da comportamenti che giudica indegni per cittadini ligi alla Legalità, al Decoro e all’Onestà? E se, manganellando (oggi solo eticamente, domani chissà) «LUI», i Nostri intendessero – più o meno inconsciamente – esorcizzare il male che sentono di coltivare nelle loro anime belle (si fa per dire)? «Presto, presto, inchiodatemi al Bene: anch’io mi sento un po’ Berlusconi!» Vade retro, Silvio!

È solo un’ipotesi, beninteso. Ma non la liquiderei con una battuta eticamente corretta, del tipo: «Ecco un altro puttaniere!» A proposito di esorcismo… Intanto ieri un poverino ha dato della sgualdrina a mia sorella, rea di camminare in strada con vestiti troppo peccaminosi. È la cifra dei tempi?

LA PROSTATA DI SILVIO E GLI ETICAMENTE CORRETTI

Camera dei Deputati, 4 aprile 2011. Dibattito sulla prostata – evidentemente infiammata – dell’Assatanato di Arcore. La relatrice di minoranza del PD ha dichiarato che il noto Mostro si è reso responsabile di «atti eticamente e penalmente sensibili».

Vacilla, sotto la spinta degli eticamente corretti (ex stalinisti, ex fascisti, ex cattocomunisti, fondamentalisti cristiani e gentaglia varia), il già debole confine che separa peccato e reato. Per parafrasare il bravo cantautore siciliano, forse è venuto il tempo di rimetterci la maglia, e, già che ci siamo, il cappotto: forse i tempi stanno davvero per cambiare. In peggio, ovviamente, perché com’è noto il peggio non conosce limite. Intanto ho chiesto istruzioni al mio avvocato: meglio non lasciarsi trovare impreparati in caso di equivoche conversazioni telefoniche.

La voce del padrone eticamente impeccabile fa sapere che chi ha la coscienza tranquilla e non ha nulla da nascondere non ha motivo di preoccuparsi. Appunto! (La prostata di Silvio e gli eticamente corretti).