SAREMO NOI CHE ABBIAMO NELLA TESTA UN MALEDETTO MURO…

Sarà la musica che gira intorno, quella che
non ha futuro. Saremo noi che abbiamo nella
testa un maledetto muro (I. Fossati).

Dei rituali festeggiamenti organizzati in Germania e in tutto il «libero e democratico Occidente» per ricordare la caduta del Muro di Berlino, ciò che ho trovato di gran lunga più vomitevoli sono stati i ridicoli tentativi di difendere le ragioni del Muro, della DDR e dell’imperialismo “sovietico” da parte degli ultimi nostalgici dello stalinismo e dell’assetto politico-sociale mondiale del periodo storico chiamato Guerra fredda (1). Purtroppo questi infimi personaggi non sono pochi, soprattutto in Italia, dove non a caso per decenni operò il più forte partito stalinista d’Occidente: si chiamava Pci – da Togliatti a Occhetto, mutatis mutandis.

Per il Financial Times, il 9 novembre 1989 «è il giorno glorioso che ha reso possibile la costruzione di un’Europa libera e democratica»; per i nostalgici del “socialismo reale” quella data rappresenta invece l’inizio della fine, il progressivo scivolare del mondo nell’abisso del “liberismo selvaggio”.

Anziché demistificare la propaganda degli apologeti del “sistema occidentale”, personaggi che si autodefiniscono anticapitalisti e militanti della “causa comunista”, si sono buttati nell’escrementizia impresa di dimostrare che ai tempi del “socialismo reale” i lavoratori europei se la passavano meglio che ai nostri “ordoliberistici” tempi, e che lo stesso “socialismo” della DDR alla fine degli anni Ottanta era tutt’altro che decotto e giunto al capolinea, sebbene denunciasse alcune magagne economiche tutte ascrivibili alla criminale iniziativa espansionista messa in essere dalla perfida Germania Occidentale, non solo con il sostegno attivo degli imperialisti americani, com’è ovvio, ma anche con il tacito consenso dei «revisionisti e traditori del socialismo» tipo Gorbacev, il patetico “teorico” della Glasnost e della Perestrojka che firmò un certificato di morte per un cadavere già in avanzatissimo stato di putrefazione. Solo gli stalinisti occidentali, tristi e grigi personaggi di stampo orwelliano-kafkiano, non sentivano il vomitevole olezzo proveniente da Oltrecortina, e denunciavano con disprezzo l’ingenuo popolo dei paesi dell’Est che con tanta facilità si lasciava sedurre dalle false promesse di una società più prospera e libera che giungevano dall’Ovest capitalistico. «Non rinunciate a quel poco che vi dà la Patria socialista, ricca di nobili ideali e lanciata verso un radioso futuro, in cambio di un mondo mercificato e pieno di ingiustizie». E allora, perché non costruire un Muro ancora più alto ed esteso, ancora più “intelligente” dal punto di vista tecnologico, così da mettere al riparo le masse dell’Est traviate dal demone capitalistico? Perché non prendere esempio dai Cari Compagni Cinesi, i quali avevano annegato nel sangue le fantasie consumistiche di chi aveva osato sfidare il Millenario regime “comunista”? Altro che un Muro: per difendere il “socialismo”, ancorché “reale”, dal capitalismo tentatore e corruttore bisognava alzare una Muraglia cinese!

Per il “compagno” Gorbaciov invece ormai non c’era più nulla da fare, se non gestire al meglio la fine dell’assetto politico-istituzionale imposto con la forza delle armi dalla Russia stalinista secondo i noti accordi stipulati con gli americani già a partire dal 1943 (Conferenza di Teheran), quando le due Super-potenze iniziarono a delineare il Nuovo Ordine mondiale postbellico, diventato col tempo vecchio e pieno di crepe, incapace di sopravvivere ai mutamenti imposti al mondo dal processo sociale capitalistico. Un Ordine che diventò insostenibile soprattutto al centro dell’Europa, con la mai sopita Questione Tedesca. Non a caso i primi a non volere la Riunificazione tedesca erano, com’è noto, gli inglesi e i francesi (2), timorosi di dover fare i conti con una Germania ancora più forte di quanto già non fosse diventata la sua parte Occidentale nel volgere di pochi lustri, dopo un esito catastrofico del conflitto. Quasi tutti gli storici e gli analisti geopolitici più seri concordano oggi nell’attribuire alla Germania la metaforica medaglia d’oro nella competizione sistemica chiamata Guerra Fredda (3).

Ovviamente il penoso discorsetto degli stalinisti allora non commosse neanche un po’ i proletari dell’Est, sfruttati, umiliati e oppressi dai regimi capitalistici orientali – ovviamente definiti “socialisti” anche dai colleghi anticomunisti dichiarati (viva la sincerità!) degli stalinisti: due facce della stessa escrementizia medaglia. Polacchi, cecoslovacchi, ungheresi, rumeni, tedesco-orientali: tutti volevano abbandonare la “Patria socialista” per cercar fortuna nella Germania Occidentale, al punto che il 18 marzo 1989 il Washington Post scrisse che «l’URSS, preoccupata dal caos che investe l’Europa orientale, spinge la Germania Federale a svolgere un ruolo più deciso nella regione al fine di promuovere un ordine economico e politico più stabile». Poteva la Germania Occidentale rimanere insensibile alle richieste degli amici sovietici? Giammai! Sappiamo come è andata a finire la vicenda.

Per Vladimiro Giacché, «L’unificazione tedesca è stata un elemento fondamentale del crollo dei regimi comunisti dell’Est europeo e quindi del ridisegno dell’assetto geopolitico in Europa rispetto all’ordine postbellico. In un certo senso, è l’evento che chiude simbolicamente il Novecento, e comunque uno spartiacque decisivo al suo interno». Cosa c’è di sbagliato in questa ricostruzione storica? A mio avviso l’essenziale, soprattutto dal punto di vista di chi lotta contro la vigente società capitalistica mondiale in vista di una – possibile e oggi sempre più negata – Comunità Umana: i «regimi comunisti» di cui parla Giacché non solo non avevano nulla a che fare con il comunismo, o con il socialismo, né con quello “reale” né con quello immaginario; ma del comunismo e del socialismo essi rappresentavano la più completa negazione. Come scrivo ormai da troppo tempo, il cosiddetto socialismo reale fu un reale capitalismo – più o meno “di Stato”, secondo le caratteristiche storico-sociali dei vari “Paesi socialisti”. Senza contare che i Paesi dell’Est europeo diventarono “socialisti” grazie alla spartizione del Vecchio Continente tra le due grandi Potenze imperialiste uscite vincenti dal Secondo macello mondiale. Sotto questo aspetto, la divisione della Germania rappresentò il paradigma del nuovo ordine mondiale post-bellico.

Si parla tanto di Ostalgie, cioè della nostalgia per la Germania dell’Est che starebbe dilagando nei Länder Orientali, soprattutto fra gli strati sociali più poveri, i quali esprimono la loro rabbia e il loro disagio anche aderendo a ideologie neonaziste. Le masse frustrate e incoscienti armano la loro mente e il loro braccio con ciò che trovano sul mercato politico-ideologico. Evidentemente la Riunificazione non è stata un pranzo di gala, né poteva esserlo, come non lo è nessun processo sociale capitalistico, soprattutto se di vaste proporzioni. (Peraltro in Italia si parla ancora di una Questione Meridionale ancora dopo più di un secolo e mezzo dall’Unità!). Scrivevo nel lontanissimo dicembre 1989: «Sarà molto più facile che in passato per il proletariato di Est e di Ovest riconoscersi nella “casa comune” degli sfruttati e dei senza potere, riconoscersi negli stessi problemi e nelle stesse lotte. Sotto questo aspetto è legittimo aspettarsi dalle classi subalterne dei Paesi dell’Est grandi cose, perché i problemi che in essi si sono aperti non sono di facile  soluzione e le contraddizioni che li stanno investendo sono destinate ad acuirsi. […] Le economie dei Paesi dell’Est si aprono a un mercato mondiale sempre più agguerrito, ed esse non potranno rialzarsi tanto facilmente, con ciò che ne segue sul terreno della conflittualità sociale ad Est e di un suo possibile contagio ad Ovest» (A carte scoperte. La crisi dell’Est Europa come crisi del capitalismo stalinista ed esplosione delle vecchie alleanze imperialistiche). Diciamo che non c’è stato alcun contagio. Diciamo che allora peccai di ottimismo, capita.

Scriveva lo storico Viktor Suvorov: «L’obiettivo del muro: evitare che il popolo della Germania socialista potesse scappare nel mondo normale. Il muro fu costantemente perfezionato e rinforzato. […] Ma più lavoro, ingegnosità, denaro e acciaio i comunisti mettevano per migliorare il muro, più chiaro diventava un concetto: gli esseri umani possono essere mantenuti in una società comunista solo con costruzioni impenetrabili, filo spinato, cani e sparandogli alle spalle. Il muro significava che il sistema che i comunisti avevano costruito non attraeva ma repelleva». Quel sistema non attraeva ma repelleva: su questo, come si dice, non ci piove, e solo i più incalliti stalinisti possono negarlo – e di fatti continuano a farlo! Ma siamo proprio sicuri che si trattasse di una «società comunista»?

Per Suvorov l’obiettivo del muro fu quindi quello di «evitare che il popolo della Germania socialista potesse scappare nel mondo normale»: cosa dobbiamo intendere per «mondo normale», il capitalismo con “caratteristiche occidentali” o il capitalismo tout court? Sempre ammesso, per pura quanto assurda ipotesi, che la Germania Orientale fosse davvero governata da un regime socialista. Ora, non c’è dubbio che per la stragrande maggioranze della popolazione mondiale il capitalismo è il solo «mondo normale» possibile. Per il saggista Yuval Noah Harari, «Possiamo non amare il capitalismo, ma non possiamo vivere senza il capitalismo. Ciò che è necessario è che vi sia un controllo su di esso. Lo Stato non può non intervenire» (Sapiens. Da animali a dèi, Bompiani). Oltre il capitalismo, il Nulla.

Sostenendo i cosiddetti “regimi socialisti”, in passato anche gli stalinisti hanno collaborato con zelo alla costruzione di questo maledetto muro mentale (definirlo semplicemente ideologico mi sembra riduttivo), il quale impedisce soprattutto alle classi subalterne di immaginare un mondo libero da ogni forma di dominio, di sfruttamento, di oppressione politica e psicologica.

La musica della liberazione davvero non ha un futuro? Non saprei dire, e fortunatamente il futuro non dipende da me; ciò di cui però sono certo, anzi certissimo, è che abbattere quel «maledetto muro», almeno provarci, non è affatto un’impresa impossibile, né disprezzabile, né incapace di soddisfazioni “esistenziali”.

So benissimo che questo discorso non può che suscitare ilarità nella testa delle persone animate da realismo e da sano buonsenso; quelle persone che anziché discorrere oziosamente intorno al migliore (o semplicemente umano?) dei mondi possibili, lottano per migliorare questo (capitalistico) mondo, l’unico mondo possibile («siamo realisti!»), e di farlo con pazienza, giorno dopo giorno, passo dopo passo. Salvo poi magari, nella migliore delle ipotesi, rendersi conto che la pratica del “male minore” spalanca le porte al “male peggiore”.

(1) Solo due esempi. Scrive il noto complottista Giulietto Chiesa: «Dal 1949 al 1961, ben 2,7 milioni di persone uscirono da Berlino. Solo nel 1960 – l’anno prima del Muro – se ne andarono in 200mila. Alla DDR restava solo la scelta tra arrendersi e sprangare la porta. Ma i rapporti di forza tra le due parti del Muro rimasero diseguali. Il Muro resse per 28 anni. Adesso sarebbe tempo di dire la verità sui motivi che lo fecero sorgere. Ma questa verità non può essere detta». E qual è la verità secondo il Nostro? Che dalla fine della Seconda guerra mondiale in poi l’Unione Sovietica non fece che reagire alla politica imperialista degli Stati Uniti, i quali tradivano puntualmente le amichevoli aperture di Mosca. Si dirà che questa è la vecchia e rancida cacca propagandistica servita dalle mense moscovite per decenni nel corso della Guerra Fredda; e infatti è proprio così. Qualunque sia la loro ispirazione politico-ideologica (democratica, fascista, nazista, stalinista, ecc.), i difensori della società capitalistica ragionano sempre in termini di ragion di Stato (capitalistico, si capisce): «Alla DDR restava solo la scelta tra arrendersi e sprangare la porta». Cacca, appunto, e con rispetto parlando.
Ecco adesso un Twitter di Marco Rizzo, Segretario generale del Partito Comunista (sic!): «Quando c’era il muro di Berlino… c’era l’art.18; uno stipendio da un milione di lire (500 €) era un ottimo stipendio; la DDR aveva case, lavoro e welfare per tutti; Libia, Irak, Siria erano stati indipendenti; i popoli africani non erano obbligati ad una migrazione forzata…». Per non parlare di Babbo Natale e della Befana, i quali ogni anno rallegravano i bambini con doni e con dolci. Altro che la festa di Halloween importata  dagli Stati Uniti! Non c’è niente da fare: lo stalinista perde il pelo ma non il vizio.
(2) Scrive Sergio Romano: «Sapevamo che trent’anni fa, dopo il crollo del muro di Berlino, alcuni uomini di Stato europei (fra i quali Mitterrand, Thatcher e Andreotti) vedevano con qualche timore e molta diffidenza la prospettiva di una Germania riunificata. Ma un articolo di Philip Stephens apparso sul Financial Times del 25 ottobre ci ricorda che Margaret Thatcher, allora primo ministro del Regno Unito, si spinse più in là. Approfittò del viaggio di ritorno, dopo una visita a Tokyo nel settembre 1989, per una sosta a Mosca dove ebbe una conversazione a quattrocchi, nella sala di Santa Caterina del Cremlino, con Mikhail Gorbaciov, presidente dell’Unione Sovietica e segretario generale del Partito comunista. Parlarono di Germania e la Lady di ferro, secondo le note prese da un consigliere di Gorbaciov (Anatolij Cerniaev), disse al suo interlocutore che la Gran Bretagna non desiderava la riunificazione tedesca “perché temeva mutamenti territoriali che avrebbero pregiudicato gli equilibri del secondo dopoguerra”. Per le stesse ragioni Thatcher, in quella circostanza, avrebbe garantito a Gorbaciov che la Nato non si sarebbe adoperata per la dissoluzione del Patto di Varsavia (l’accordo stipulato dall’Urss con i suoi satelliti nel 1955). Contemporaneamente, secondo i ricordi di Philip Stephens, Thatcher avrebbe proposto al presidente francese François Mitterrand la conclusione di una Intesa Cordiale simile a quella che Francia e Gran Bretagna avevano concluso nell’aprile del 1904 per contenere la crescente potenza del Reich tedesco. Trent’anni dopo, le preoccupazioni della signora Thatcher mi sembrano almeno in parte giustificate» (Il Corriere della Sera). Com’è noto, Mitterrand impose a Kohl l’abbandono del Marco tedesco e l’accettazione dell’Euro nel vano tentativo di controllare e azzoppare in qualche modo la potente economia tedesca, ossia il fondamento materiale della Questione Tedesca, la quale è a tutti gli effetti e sempre di più una Questione Europea.
Evidentemente i leader europei del tempo sottovalutarono la crisi economica, sociale e politica che da tempo minava le stessa fondamenta del cosiddetto “socialismo reale”, a partire dall’Unione Sovietica, ormai incapace di reggere il confronto con il ben più forte e dinamico “modello occidentale”: alla fine degli anni Ottanta il regime sovietico appariva (ed era) moribondo, incapace di reagire a sfide di un certo rilievo, come dimostrò la stessa vicenda occorsa a Chernobyl.
(3) Per Carlo Jean l’esito della Guerra Fredda, con l’unificazione tedesca, «ha indotto non pochi commentatori ad affermare – spesso malevolmente – che il vero vincitore del ciclo storico delle guerre mondiali sia stata la Germania. Quest’affermazione può suonare paradossale; ha tuttavia il merito di sottolineare che l’impiego di strumenti puramente economici può consentire il riassetto della economia internazionale in modo addirittura più efficace del ricorso alla forza militare» (Manuale di geopolitica, p. 153, Laterza, 2003). Con «ciclo storico delle guerre mondiali» occorre intendere il lungo periodo che va dalla Prima guerra mondiale alla fine della cosiddetta Guerra Fredda, culminata agli inizi degli anni Novanta nella Riunificazione Tedesca, un evento che solo qualche anno (o mese) prima quasi nessun politico o geopolitico del pianeta riteneva possibile, e certamente non auspicabile. Scriveva uno sconsolato Vittorio Feltri cinque anni fa: «Quando il problema tedesco sembrava definitivamente superato dalla storia, anche grazie alla costruzione unitaria europea, esso riappare all’orizzonte. Quell’egemonia che la Germania non è riuscita a conquistare con le armi belliche sembra essere stata “pacificamente” conseguita con l’arma economica» (Il Giornale). È il capitalismo nella sua fase imperialista, bellezza!

 

IL MURO DI DENTRO

graffiti-in-rubble-teethAnche a proposito delle recenti celebrazioni “murarie” il filosofo più mediatico del momento, Diego Fusaro, conferma la grettezza della sua concezione del mondo, la sua natura di vecchio anzitempo. Scrive infatti il “nostro”: «L’Unione Sovietica non era certo un paradiso, intendiamoci: immense erano le sue contraddizioni, e non mi sogno di negarle o anche solo di ridimensionarle. E però… ». E però… Qui alligna la nota sindrome del Si stava meglio quando si stava peggio, che fa capolino nel mondo dei perdenti a ogni brusca accelerazione del processo sociale: fermate il mondo, voglio scendere! Come se ciò fosse possibile, senza uno sconvolgimento sociale rivoluzionario.

Solo un diversamente intelligente potrebbe negare le magagne del «socialismo reale», e certamente Fusaro è un intellettuale molto intelligente; «e però…». «Dal punto di vista di chi scrive, peggio del mondo diviso dal Muro di Berlino poteva esserci solo ciò che è venuto dopo: ossia il nostro mondo del trionfo incontrastato del nesso di forza capitalistico, del lavoro flessibile e precario e della rimozione coatta dei diritti sociali». Insomma, nel mondo di prima, le cui contraddizioni e i cui limiti nessuno si sogna di negare (ma va?), il capitalismo almeno incontrava una qualche resistenza nel «socialismo reale»: quale bizzarria del pensiero, signor filosofo! Mi scuso per l’eufemismo.

Il filosofo in oggetto non è ancora riuscito ad afferrare il bandolo della matassa chiamata «socialismo reale», la cui natura sociale mai andò oltre un capitalismo di Stato che per sopravvivere aveva bisogno di chiudere un occhio, spesso entrambi, sulla cosiddetta economia informale, che a volte contemplava persino il baratto. Un capitalismo tutto orientato alle necessità imperialistiche dell’Unione Sovietica: di qui lo sviluppo di un’industria “pesante” che penalizzò grandemente l’industria “leggera” dei beni di consumo e l’agricoltura – con l’ex granaio d’Europa costretto a importare granaglie dagli odiati Stati Uniti.

Sulla scia del suo maestro Costanzo Preve Fusaro continua a parlare, a proposito della fine dello stalinismo russo e internazionale, di morte del «comunismo storico novecentesco», accreditando così come “comunque comunista” una storia tutta interna e omogenea al capitalismo/imperialismo mondiale, una storia non solo non comunista ma anticomunista all’ennesima potenza, semplicemente perché lo stalinismo riuscì alla fine a gettare nel discredito le stesse parole che un tempo evocavano la necessità e la possibilità dell’emancipazione universale: «Emancipando se stesso, il proletariato emancipa l’intera umanità». Le classi dominanti del pianeta hanno avuto fin troppo facile gioco nell’istigare alla cinica ironia i dominati: «Bella emancipazione, non c’è che dire!».

graffiti-environment-teeth«La polverizzazione dei sistemi socialisti e la scomparsa dell’alternativa possibile sotto le macerie del Muro non ha determinato il trionfo della libertà per i milioni di schiavi del dispotismo comunista»: ma quale «sistemi socialisti»! ma quale «alternativa possibile»! ma quale «dispotismo comunista»! Anche il ricordo di Luciana Castellina (Il Manifesto, 9 novembre 2014) si è mosso sulla stessa lunghezza d’onda: «Non con­di­vido la spen­sie­rata (agio­gra­fica) festo­sità che accom­pa­gna, anche a sini­stra, la cele­bra­zione del crollo del Muro. Soprat­tutto per­ché – e que­sta è forse la cosa più grave – l’89 è anche il tempo in cui per milioni di per­sone prende fine la spe­ranza – e per­sino la voglia – di cam­biare il mondo, quasi che il socia­li­smo sovie­tico fosse stato il solo modello praticabile». «Il solo modello praticabile»? «Ma mi faccia il piacere!», avrebbe detto il mio filosofo di riferimento.

Come ho scritto in un precedente post, «Schiacciata fra “socialismo reale” e “democrazia reale”, la stessa speranza di emancipazione universale è evaporata, inverando quella fine della storia tanto cara agli apologeti della società borghese».

La posizione fusariana di «condanna di un mondo – il nostro – che, se mai è possibile, è anche peggiore di quello dei tempi del cuius regio eius oeconomia» e di critica «della religione neoliberista» non è dunque credibile, almeno ai miei occhi, e appare come ideologia passatista, un punto di vista che orienta il pensiero non in direzione di un anticapitalismo radicale rivolto al futuro, bensì in direzione di condizioni sociali ormai superate e che comunque non hanno nulla da dire all’emancipazione degli individui: tutt’altro! Di qui, tutto quel gran chiacchierare intorno alla «religione neoliberista», mentre si tratta di attaccare teoricamente e politicamente il capitalismo tout court, il rapporto sociale capitalistico in quanto tale (al di là delle false opposizioni pubblico-privato, liberismo-statalismo, ecc.), il Capitale come spirito del mondo, per mutuare il Filosofo – quello di Stoccarda, intendo.

Scrive giustamente Fusaro: «Giova ricordarlo, a beneficio degli smemorati e degli ideologi di professione: nel 1989 non ha vinto la libertà». Mi permetto di aggiungere, a beneficio di chi odia la società fondata sulla ricerca del massimo profitto e cerca di immaginare una società alternativa, una comunità fondata sui bisogni, sulle aspirazioni e sui sogni dell’uomo in quanto uomo: nel 1989 non ha perso il comunismo, o semplicemente il «socialismo reale», ma una struttura sociale e geopolitica (il cosiddetto Patto di Varsavia) capitalistica al 1000 per 1000.

Sul famigerato Muro nei giorni scorsi si sono confrontati in realtà due punti di vista mainstream: quello di chi ha celebrato la sconfitta del “comunismo” e il trionfo della “libertà”, e quello di chi ha voluto ricordare ai vincenti che se il “comunismo reale” è morto il “capitalismo reale” non sta poi così bene. Che miseria! Da entrambi i lati del Muro.

FAUSTO BERTINOTTI TRA PAPA FRANCESCO E ROSA LUXEMBURG…

IL-TRIO-PERFETTO-FAUSTO-E-LELLA-BERTINOTTI-MARIO-DURSO_resize«Lella e Fausto Bertinotti sono stati avvistati alla festa dell’Unità tedesca in occasione del 25esimo anno dalla caduta del muro di Berlino, organizzata nella residenza dell’ambasciatore di Germania a Roma» (Formiche). L’ex rifondatore del “comunismo” non può recarsi a una festa senza subire un trattamento speciale da parte dei paparazzi. Non mi sembra giusto! Certo è che i brindisi del compagno Fausto sulla caduta del Muro non devono aver suscitato pensieri pieni d’affetto in Paolo Guzzanti, fustigatori dei “comunisti” che osano festeggiare la fine del “comunismo”. Si veda il mio post di ieri. Ma veniamo a cose assai più serie.

Domanda quanto mai suggestiva, e certamente sintomatica, di Lettera 43 (7 novembre) a Fausto Bertinotti, ascoltato nella sua qualità di ex rifondatore del “comunismo” intorno all’eredità politica della Rivoluzione d’Ottobre (e già uno informato dei fatti potrebbe chiedersi cosa abbia a che fare il simpatico Fausto con Lenin e compagni): «Nel mondo resta solo la Corea del Nord come stato puramente comunista?». Risposta del compagno Fausto: «Non scherziamo. Il comunismo è una cosa seria. La Corea del Nord non è comunista». Bravo. Certo, la domanda non era di quelle che fanno tremare, come si dice, le vene ai polsi, che mettono sotto sforzo l’intelligenza dell’interrogato (al netto dell’onorevole Razzi, si capisce), e tuttavia non bisogna mai dare nulla per scontato.

E difatti il compagno che tentò di rifondare il “comunismo” con caratteristiche italiane completa la sua risposta: «Se vogliamo parlare di qualcosa di serio parliamo della Cina». Ecco! E perché, l’esperienza cubana è forse da buttare via? Ma nemmeno per idea! «L’esperienza cubana è di grandissimo interesse, per cui continuo a sentirne il fascino. Per fortuna, in America Latina Cuba non è più da sola e si può parlare di una rinascita della sinistra sud americana che rifiuta le politiche liberiste di austerity a cui invece ha ceduto l’Europa». Per fortuna!

«Io – continua il Nostro – sono per distinguere nettamente il terreno della pratica politica e sociale da quello della costruzione teorica. Questo cortocircuito ha già fatto troppi danni». Ma non è affatto vero! Ad esempio, Fausto pratica esattamente come teorizza, e questo da sempre. Infatti, l’idea di “comunismo” che egli aveva e ha in testa è un impasto di capitalismo di Stato, di egualitarismo piccolo-borghese e di cattocomunismo. Tanto è vero che il «socialismo dal volto umano» è da Bertinotti associato alla riforma del sistema stalinista tentata negli anni Sessanta da Alexander Dubcek, e poi ripresa da Gorbaciov come estremo tentativo di salvare l’Unione Sovietica.

È per questo che non condivido la critica che gli viene rivolta “da sinistra”, ossia che l’ex rifondatore si sarebbe spostato “a destra”: a destra, ammettiamolo pure, ma rispetto a cosa? Non certo rispetto a un autentico punto di vista critico-radicale, nei confronti del quale tutta la galassia “comunista” che in qualche modo faceva riferimento al PCI è stata estranea, da sempre, da quando quel partito si convertì allo stalinismo, teoria e prassi della controrivoluzione (già alla fine degli anni Venti del secolo breve, Faustino, non negli anni Cinquanta o Sessanta o nel famigerato ’89!) e della costruzione del Capitalismo in Russia a tappe accelerate, come si conviene a un Paese di grandi ambizioni imperiali (nel passato) e imperialistiche (in un futuro quanto più ravvicinato).

Se non si comprende bene la maligna dialettica dello stalinismo appena evocata (controrivoluzione antiproletaria/rivoluzione capitalistica)), difficilmente si capisce perché «purtroppo quella scalata al cielo è naufragata in un fallimento storico dell’esperienza», per dirla sempre con Bertinotti, il quale a mio modesto avviso fa male a dichiarasi «fallito» (benché «non pentito»), almeno rispetto a un progetto (il superamento rivoluzionario del Capitalismo, anche nella sua forma di Capitalismo di Stato) che, ripeto, gli è sempre stato estraneo, al di là di qualche fumisteria fraseologica che fa fare bella figura nei convegni “de sinistra” e nei salotti cosiddetti radical-chic .

Ad Avvenire (8 novembre) Bertinotti ha confessato, oltre la sua scontata simpatia nei confronti del «Papa rivoluzionario», quanto segue: «Politicamente mi definisco comunista perché non mi piacciono le damnatio memoriae e le abiure, ma il mio filone culturale è quello del socialismo utopistico e soprattutto di Rosa Luxemburg». E così abbiamo sistemato pure l’anima della grande Spartachista massacrata per ordine della socialdemocrazia tedesca! Un brindisi, compagni!

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FOLGORATO SULLA VIA DI FERRARA E PANNELLA

MURO DI BERLINO E CODA DI PAGLIA

EastSideGalleryBerlino_0_11Si può impedire ai “destri” del Belpaese di infierire sui “sinistri” quando si celebra la caduta del famigerato Muro di Berlino? Certo che no! Almeno così si ritiene dalle mie parti. E allora vediamo due esempi di questo orgasmo intellettuale “anticomunista”.

Scrive Mario Cervi (Il Giornale, 5 novembre 2014): «Il 13 agosto del 1961 il Muro di Berlino trasformò la Repubblica Democratica tedesca, Stato anomalo e sostanzialmente illegale di fabbricazione sovietica – ma a lungo tollerato dall’Occidente –, in una immensa prigione a cielo aperto. La propaganda rossa motivò l’erezione della barriera con le possibili infiltrazioni del capitalismo. Ma la storia dimostra che fu una galera per milioni di persone». Non c’è dubbio. Occorre d’altra parte aggiungere, per mera pignoleria storico-sociologica, che si trattò di una galera di pura marca capitalistica, il cui fondamento geopolitico è da ricercarsi negli accordi sottoscritti dalle due super potenze mondiali protagoniste della Guerra Fredda: Unione Sovietica e Stati Uniti.

Non le «infiltrazioni del capitalismo» temevano a Berlino Est e a Mosca, quanto piuttosto l’indebolimento della Cortina di ferro nel suo punto strategicamente più sensibile. Come scrivo spesso, il «socialismo reale» fu un capitolo particolarmente odioso del Libro nero del Capitalismo. Sono stati gli stalinisti d’ogni tipo a permettere ai vari Mario Cervi, apologeti  del capitalismo/imperialismo con caratteristiche occidentali, di ergersi a paladini del “mondo libero”.

Ma veniamo ai “rossi” di casa nostra: «La protesta internazionale fu intensa e inutile. Ulbricht aveva dalla sua parte non solo gli obbedienti mezzi d’informazione dei Paesi vassalli, ma anche i partiti comunisti “occidentali”. Tra i quali ebbe modo di distinguersi, per zelo servile, il Pci di Palmiro Togliatti. L’indomani del fattaccio, il 14 agosto, l’Unità annunciò l’imprigionamento dei tedeschi dell’Est con un titolo burocratico: “Misure di sicurezza della RDT ai confini con Berlino Ovest”. Il testo della notizia spiegava che “contro le attività di spionaggio e provocazione dei revanscisti di Bonn sono state assunte misure di sicurezza che ogni Stato sovrano applica alle proprie frontiere”. Mancava a queste attestazioni di prona ortodossia l’imprimatur a firma di Togliatti che, infatti, arrivò il 20 agosto. Il Migliore trasse spunto dall’evento berlinese per sostenere che il mondo stava assistendo a uno scontro fra il partito della guerra, capitalista, e il partito della pace, che aveva la sua guida nell’Urss» (M. Cervi).

Naturalmente i “comunisti” del Belpaese non potevano non appoggiare, senza se e senza ma, il «partito della pace» e la sua luminosa guida: la Patria del “Socialismo” – in realtà un capitalismo con caratteristiche russe. Con lo stesso zelo, i “comunisti” italiani avevano difeso il patto nazi-stalinista dell’agosto1939, vero atto iniziale della Seconda macelleria mondiale – chiamata poi dai “comunisti” Guerra patriottica di Liberazione.

D’altra parte, nel 1956 l’attuale Presidentissimo della Repubblica, Giorgio Napolitano, difese l’intervento sovietico in Ungheria del 1956 tirando in ballo il solito mantra della pace mondiale: «Nel quadro della aggravata situazione internazionale, del pericolo del ritorno alla guerra fredda non solo ma dello scatenamento di una guerra calda, l’intervento sovietico in Ungheria, evitando che nel cuore d’Europa si creasse un focolaio di provocazioni e permettendo all’Urss di intervenire con decisione e con forza per fermare la aggressione imperialista nel Medio Oriente, ha contribuito in misura decisiva, oltre che ad impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione, a salvare la pace nel mondo». Si può forse dire che i “comunisti” avessero elaborato un concetto un tantino stravagante circa la pace nel mondo, ma bisogna comunque concedere loro l’attenuante della buona fede. O no?

Com’è noto (o no?), L’Unità, l’organo del cosiddetto Partito Comunista Italiano, il 19 giugno 1953, dopo l’intervento dei carri armati sovietici a Berlino Est, approvò senza riserve la repressione dei moti operai definendo la rivolta «un complotto a opera degli statunitensi e di Adenauer». Stessa cosa si ripeté nel giugno del 1956 a proposito della rivolta operaia di Poznań: «La responsabilità per il sangue versato ricade su un gruppo di spregevoli provocatori che hanno approfittato di una situazione temporanea di disagio in cui versavano Poznań e la Polonia» (L’Unità, 30 giugno 1956). Benedetti cingolati sovietici!

EastSideGalleryBerlino_0«Restammo tutti di sale», scriveva ieri Paolo Guzzanti sempre sul Giornale berlusconiano, «quando Sandro Curzi, direttore del Tg3 detto Telekabul in quota PCI, inneggiò alla caduta del Muro di Berlino seguito dalla maggior parte dei comunisti italiani, nessuno dei quali accennò alla vergogna dell’ideologia e a quella propria». Evidentemente allora Guzzanti sottovalutò l’intelligenza politica dello stalinismo con caratteristiche italiane, o togliattismo che dir si voglia. In realtà quella togliattiana fu una grande scuola di realismo politico, sul versante della politica interna come su quello della politica internazionale. Anche il rottamato baffino D’Alema ne sa qualcosa: «Ne avverto una certa nostalgia, diciamo».

Leggi LA CADUTA DI QUALE MURO

LA CADUTA DI QUALE MURO

murosQuando cadde il Muro di Berlino Angela Merkel faceva la sauna: «Io il giovedì andavo sempre con una mia amica a fare la sauna. E quindi sono andata a fare la sauna». Impeccabile. Quando cadde il famigerato Muro io invece scrissi un articolo per una più che modesta rivista locale dal titolo fin troppo ottimista: Il peggio è passato*. Un mio carissimo amico mi corresse: «Guarda che il peggio deve ancora venire». Naturalmente aveva ragione lui.

C’è dunque festa grande a Berlino! «Per il venticinquesimo anniversario della caduta del Muro che l’ha divisa in due dal 1961 al 1989, Berlino prepara tre giorni di festa. Le celebrazioni arriveranno al loro culmine la sera del 9 novembre, quando sulle note della Nona sinfonia di Beethoven diretta dal maestro Daniel Barenboim ottomila palloncini bianchi saranno rilasciati nel cielo reso famoso da un film di Wim Wenders. Madrina della festa sarà naturalmente Angela Merkel, la tre volte cancelliera nata ad Amburgo ma portata ancora in fasce all’Est dal padre Horst Kasner, un pastore di anime al quale la Chiesa luterana aveva assegnato la parrocchia di Quitzow, in Brandeburgo» (Il giornale, 1 novembre 2014).

Ma cosa si festeggia in realtà nella capitale della Germania riunificata: la caduta del simbolo stesso del “comunismo di stampo sovietico”, oppure la vittoria della Germania nella lunga Guerra Fredda? Alcuni diranno: entrambe le cose. Scrive ad esempio Glauco Benigni su un interessante articolo dedicato all’impatto che la rivoluzione tecnologica dei primi anni Novanta ha avuto sul cosiddetto “marxismo”: «Con la caduta del Muro di Berlino, l’Arbitro invisibile registrava sulla lavagna della Storia la fine della partita “Guerra Fredda Classica” e la vittoria ai punti dell’Impero USA e dei suoi Alleati. A seguito dello storico evento la “Sinistra mondiale classica”, quella che aveva letto Marx e Lenin e che aveva usato Mosca (talvolta) quale bussola del sogno evolutivo, si ritrovò a navigare a vista» (Dagospia, 4 novembre 2014). In questa breve nota intendo occuparmi, molto brevemente, solo del filo nero che lega il celebre Muro al “comunismo di stampo sovietico” e alla “Sinistra mondiale classica”. Per altri aspetti della questione rimando a L’Anschluss di Vladimiro Giacché.

Scriveva Viktor Suvorov, storico** e romanziere russo, nell’Ombra della vittoria: «L’obiettivo del muro: evitare che il popolo della Germania socialista potesse scappare nel mondo normale. Il muro fu costantemente perfezionato e rinforzato. […] Ma più lavoro, ingegnosità, denaro e acciaio i comunisti mettevano per migliorare il muro, più chiaro diventava un concetto: gli esseri umani possono essere mantenuti in una società comunista solo con costruzioni impenetrabili, filo spinato, cani e sparandogli alle spalle. Il muro significava che il sistema che i comunisti avevano costruito non attraeva ma repelleva». Ebbene, quel «concetto» basta da solo a giustificare lo sforzo di demistificazione dello stalinismo che mi conquistò alla fine degli anni Settanta, mentre ancora marciavo dentro un Movimento Studentesco devoto in gran parte a Stalin e a Mao. Si trattò di una Grazia ricevuta dall’Alto? Certo che no! Semplicemente incominciai a conoscere la storia del “comunismo sovietico” scritta dai vinti, ossia dai comunisti occidentali (peraltro gli stessi che Lenin ebbe sciaguratamente a definire «estremisti infantili») che già agli inizi degli anni Venti denunciarono l’isolamento sociale e internazionale del Potere Sovietico e la sua agonia, che poi prenderà appunto la forma della controrivoluzione stalinista.

Elezioni Germania 2013«Il 9 novembre del 1989 cade il muro di Berlino. La caduta del muro sancisce ufficialmente il crollo del comunismo e determina un nuovo equilibrio politico mondiale. Con la riunificazione, la svolta verso la ricca e moderna società capitalista ha creato per molti cittadini della Germania Est scontento e nostalgia, l’abbandono del proprio passato e delle certezze sul futuro. Che cosa si propone oggi a Berlino e nel mondo in alternativa al socialismo reale? Un sentimento struggente: l’ostalghia, la nostalgia dell’Est, per l’appunto» (Cultura cattolica.it). Della serie: se il “comunismo” è stato un inferno, il capitalismo non è certo un paradiso; se il “comunismo” è morto, il capitalismo non gode di ottima salute. Ricordo che quando Papa Wojtyla, che pure ha molto tramato contro il “comunismo”, ripeteva questo concetto, il “comunista” Bertinotti andava letteralmente in solluchero.

Leggo sempre nel sito Cultura cattolica.it: «La DDR, con il suo sistema dittatoriale e di controllo, portava maggior solidarietà, amicizia e amore fra la gente mentre la concorrenza e la competitività recano con sé un maggior isolamento e una maggiore solitudine». Della serie: si stava meglio quando si stava peggio, meglio un capitalismo arretrato che un capitalismo avanzato, meglio un solo capitalista al comando (lo Stato) che molti capitalisti, meglio andare indietro, verso una miserabile certezza, che avanzare verso l’ignoto. Nella posizione appena riportata echeggia l’anticapitalismo reazionario (passatista, nostalgico dell’ancien regime) della Chiesa del XVIII e del XIX secolo.

Ovviamente alla classe dominante occidentale ha fatto molto comodo reggere il gioco dello stalinismo, accreditandolo come comunismo o «socialismo reale»: «Proletari, il capitalismo è pieno di difetti, chi può negarlo; ma vedete voi stessi cosa vi aspetta nel socialismo». Schiacciata fra «socialismo reale» e «democrazia reale», la stessa speranza di emancipazione universale è evaporata, inverando quella fine della storia tanto cara agli apologeti della società borghese.

Ancora oggi appare (diciamo che è) un’impresa titanica, quasi impossibile, far capire alle persone politicamente e umanamente più sensibili che si pongono il problema di una comunità degna del concetto di uomo in quanto uomo che la caduta del Muro di Berlino non sancisce affatto il crollo ufficiale del cosiddetto comunismo, per la semplice ragione che né nella DDR, né nella Russia stalinista, né nella Cina maoista né in qualche altro luogo del mondo c’è mai stato un solo atomo di comunismo o di socialismo, ancorché “reale”. Ancora oggi chi cerca di articolare un discorso intorno alla possibilità di una Comunità (chiamatela come vi pare!) autenticamente umana deve fare i conti con la solita obiezione: «Però, come la mettiamo con l’Unione Sovietica, con la Cina, con Cuba?». Senza dimenticare la Corea del Nord, il faro che illumina le intelligenze di Antonio Razzi e di Matteo Salvini…

«Il comunismo muore di comunismo, i 1989 mattoni cadono da soli. Il muro si accartoccia su se stesso come una tavola di pergamena. E sulla sua tomba di fantasia una mano berlinese scrive: “1961-1989, nacque, si bagnò di sangue, morì » (Il Sole 24 Ore). Il muro di Berlino è caduto sulla testa degli stalinisti, predicatori di una ideologia ultrareazionaria la cui genesi storica, come alludevo sopra, è da ricercarsi nella sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre (ai tempi di Stalin, non di Gorbaciov!) e nel “riflusso” del movimento operaio internazionale che avrebbe dovuto togliere il proletariato rivoluzionario russo dal mortale isolamento che alla fine gli fu fatale. Ma che lo scrivo a fare!

Dedicata ai nostalgici.

Dedicata ai nostalgici.

* Ecco qualche passo: «Quando un grande edificio crolla, dalle sue macerie si alza immediatamente un’enorme e densa nuvola di polvere grigia, scura, la quale per un certo tempo nasconde l’orizzonte alla vista. Tutti i presenti al disastro si allontanano precipitosamente, per non rimanere accecati dalla polvere e per paura che qualche parete dell’edificio, indecisa sul da farsi, possa adagiarsi, per così dire, sulle loro teste. Ma col passare dei minuti la polverosa nuvola, attraversata dal vento e dominata dalla gravità, inizia a degradare, a “sciogliersi” e infine a dissolversi, regalando agli occhi lo stupore di un orizzonte mai visto prima. […] È ciò che sta accadendo in un certo ambiente politico dopo il fragoroso e poco dignitoso crollo del cosiddetto “socialismo reale”. Oggi ci troviamo, per l’appunto, nella fase in cui le macerie dello stalinismo liberano nell’aria grigie e pesanti nuvole di confusione che intossicano chi, legato anche affettivamente a un mito ultrareazionario, si attarda nel luogo del disastro, e rovista fra le macerie, magari nel tentativo disperato e suicida di trovarvi qualcosa che valga la pena di trarre in salvo, a futura memoria» (Filo Rosso, novembre 1989).

** Come storico dello stalinismo Suvorov, ex ufficiale del controspionaggio militare sovietico il cui vero nome è Vladimir Rezun, lascia alquanto a desiderare. Concordo con lui quando scrive: «Curioso davvero: la Germania ha aggredito la Polonia, quindi la Germania ha iniziato e partecipato alla guerra europea e, di conseguenza, mondiale. L’Unione Sovietica ha fatto lo stesso, e nello stesso mese, però di lei non si dice che ha iniziato la guerra. E la sua partecipazione alla guerra mondiale viene calcolata soltanto a partire dal 22 giugno 1941. Perché?» (V. Suvorov, Stalin, Hitler. La rivoluzione bolscevica mondiale, Spirali, Milano 2000). Già chissà perché. Azzardo una capziosa risposta sotto forma di domanda (retorica): non sarà perché la storia è scritta dai vincitori? Il fatto è che Suvorov svolge una critica allo stalinismo dal punto di vista della propaganda stalinista, ossia presentando la Seconda guerra mondiale come un tentativo dell’Unione Sovietica di esportare il “comunismo” in Europa e nel mondo. Stalin, e non Trotsky (anche perché adeguatamente ridotto al silenzio via piccozza, aggiungo io), fu allora il vero marxista internazionalista. La Seconda macelleria imperialista mondiale: da “guerra patriottica” a rivoluzione mondiale! Come dire, più realista del Re, più stalinista di Stalin.

LA MORTE DEL «COMUNISMO STORICO NOVECENTESCO» SECONDO COSTANZO PREVE

Solo dopo aver scritto il post che segue, ho scoperto di aver preso di mira un breve saggio di Costanzo Preve pubblicato nel remoto 1998 (e non l’altro ieri o qualche settimana fa) sulla rivista Indipendenza (Nazione italiana, Europa, Mediterraneo, rivistaindipendenza.org). Di qui la forma polemica del “pezzo” che offro al lettore, che comunque affronta a volo d’uccello questioni teoriche e politiche tutt’altro che superate. Purtroppo. Scrive Preve: «Il fallimento irreversibile e definitivo del comunismo storico novecentesco non deve essere visto come la smentita epocale di un’illusione criminale, ma la sanzione storica di una tragica impotenza funzionale, l’impotenza funzionale del suo organismo (la classe) e del suo organo (il partito) nel far nascere una società stabilmente anticapitalistica». Proverò a smontare questa tesi.

Per Costanzo Preve, guru del socialsovranismo in salsa «comunitaria» e «nazionalitaria», le ferite inferte dal processo storico al «comunismo storico novecentesco» sanguinano ancora. Se dicessi che la cosa mi procura un certo dispiacere, magari obbedendo a qualche strategia di marketing, mentirei a me stesso. Mi occupo delle altrui sofferenze dottrinarie e politiche per mettere in circolazione qualche concetto fondamentale, come quello che segue: il «comunismo» a cui allude lo Scienziato Sociale di cui sopra non ha nulla a che fare con il comunismo. Per chi segue questo modesto Blog la cosa non suonerà certo nuova.

A differenza di Preve, a cui non passa neppure per la testa di poter dare la soluzione giusta a questioni storiografiche di una simile portata (poteva avere una chance il «comunismo storico novecentesco»?), chi scrive, non essendo uno storico di professione ma un semplice militante del punto di vista umano, e non dovendo quindi rispondere per ciò che afferma al severo tribunale dell’Accademia, si arroga la pretesa di non aver alcun dubbio circa la natura non comunista, di più: anticomunista, del «comunismo storico novecentesco» che tanto dolore arreca ancora ai tramortiti dal Muro berlinese. Anno di disgrazia (per loro) 1989.

Da Leningatto a Leningrado. Meglio Pietroburgo!

Sono stato abbastanza irritante? In effetti, ho solo preso alla lettera l’indicazione metodologica dello stesso Preve: «Il lettore avrà notato che abbiamo detto alcune cose in modo particolarmente irritante. Lo abbiamo fatto volutamente, ispirandoci al detto di George Bernard Shaw, che scrisse: “Se volete dire qualcosa, ditelo in modo irritante, perché se non lo dite in modo irritante, non vi staranno neanche a sentire”». Letto, fatto! Inutile dire che io non mi sono sentito in alcun modo toccato dalle “aspre”, e financo “sanguinose” critiche formulate dal Nostro nello scritto citato, poggiando i miei gracili piedi su un ben diverso terreno – “di classe” – rispetto a quello che ha il privilegio di ospitare il suo robusto pensiero Scientifico, tutto teso nello sforzo di «elaborare una teoria nuova». Auguri! Correzione automatica: condoglianze!

D’altra parte, al di là della forma volutamente respingente, secondo gli aurei consigli di George Bernard Shaw, è sulla sostanza che occorre concentrare l’attenzione, e la sostanza è che, a parere di chi scrive, il nostro Scienziato Sociale a proposito di «comunismo storico novecentesco» non sa di che parla, letteralmente, o, per dirla con l’Hegel sempre da lui citato, la cosa gli è bensì nota ma non conosciuta. Detto senza perifrasi: il comunitarista nazionalitario (o vero-nazionalista, a differenza del «falso nazionalismo» affettato dal fascista e dal progressista nazionalpopolare) non ha compreso né la natura della Rivoluzione d’Ottobre, concepita come una mera «risposta nazionale e popolare», legittima ma votata necessariamente alla sconfitta, «al massacro della prima guerra mondiale imperialistica del 1914»; né la natura sociale dello stalinismo, interpretato appunto come «comunismo storico novecentesco», sulla scia della miserabile teoria del «socialismo in un solo paese». Il bolscevismo di Lenin (locuzione da prendersi alla lettera) come avanguardia di un processo rivoluzionario proletario di respiro internazionale certamente è noto a Preve (chissà quante conferenze ha tenuto su questo tema!), ma non conosciuto, sempre hegelianamente parlando.

D’altra parte, solo chi non ha compreso il fenomeno stalinismo nella sua essenza storica e sociale può datare «la morte del comunismo storico novecentesco» al «triennio epocale 1989-1991», e può scrivere impunemente la seguente perla storico-dialettica: «Il comunismo storico novecentesco non è morto perché non ha avuto il tempo storico necessario per costruire un efficiente sistema economico, politico e culturale socialista, ma è morto appunto perché ha avuto tutto il tempo necessario per portarne a termine la costruzione, ed è appunto questa costruzione portata a termine la premessa logica e storica della restaurazione dell’attuale capitalismo normale mondializzato». Mi permetto di sghignazzare fino alle lacrime dinanzi a questa vertiginosa «premessa logica e storica».

Per Costanzo Preve «l’enigma teorico» della morte del «comunismo storico novecentesco» va ricercato nel «fatto che il partito che rappresentava la classe operaia ha cercato di farne gli interessi», e per questa lodevole via esso «ha trasformato la società in un’immensa fabbrica, ma la fabbrica per funzionare ha bisogno dell’impresa, ed il sistema più efficiente per far funzionare le imprese è quello capitalistico normale». Una “dialettica” davvero stringente, non c’è che dire.

Ma è, quello appena presentato, un circolo vizioso dal quale non si può fuggire, se si rimane appunto impigliati nell’ultrareazionaria teoria della «costruzione del socialismo in un solo Paese», che postulò la possibilità per un Paese “socialista”, isolato nell’oceano del capitalismo mondiale e socialmente arretrato, di poter procedere a un’«accumulazione socialista originaria», secondo il noto modello marxiano riferito alla genesi del Capitalismo in Europa. Prendi le categorie dell’economia politica borghese (capitale, lavoro, merce, denaro, ecc.), appiccica loro l’etichetta “socialismo” (o “comunismo”), e il gioco di prestigio è fatto. Ancora oggi alcuni personaggi fanno questi giochetti di prestigio a proposito della Cina, almeno per ciò che concerne il settore statale della sua economia, ridicolmente contrapposto al settore privato e internazionale.

Proprio la teoria-ideologia richiamata sopra, sviluppata soprattutto dallo zelante Bucharin per conto del praticone Stalin, getta un potente fascio di luce sulla rapida e radicale trasformazione politico-sociale del Partito che aveva promosso la rivoluzione proletaria in Russia nel quadro di una strategia che abbracciava quantomeno il movimento proletario europeo, a iniziare da quello tedesco, che allora appariva il meglio piazzato nella prospettiva rivoluzionaria dei comunisti russi ed europei. Nell’estate del 1920 l’onda rivoluzionaria toccò il suo apice, per rifluire rapidamente, lasciandosi dietro macerie che verranno alla luce in un secondo momento.

L’«enigma teorico» dello stalinismo si spiega alla luce del ripiegamento rivoluzionario in Europa, che indebolì il potere sociale del proletariato russo, peraltro già provato dalla guerra imperialistica e dalla guerra civile, fino allo svuotamento dei Soviet come «forma trovata della dittatura rivoluzionaria del proletariato», per echeggiare il Marx del 1871, e al completo snaturamento sociale e politico del Partito post leninista. Di qui, la natura necessariamente capitalistica della fabbrica “sovietica” ai tempi di Stalin. La controrivoluzione fu un innanzitutto un processo sociale oggettivo che si diede alle spalle dei leader bolscevichi, e non fu dovuta, come scrive giustamente Preve, forse in polemica con i trotskisti, «ad una maligna espropriazione del potere della classe operaia da parte di una corrotta burocrazia piccolo-borghese». Solo che il Nostro sbaglia sull’essenziale, a cominciare dalla natura di classe del Partito bolscevico stalinizzato – e, conseguentemente, di quella dei partiti “comunisti” sottoposti al duro trattamento stalinista.

È per questo che trovo quantomeno bizzarro chiamare in causa, per dar conto dello stalinismo come potente strumento dell’accumulazione capitalistica in Russia (altro che rappresentante della classe operaia!), la supposta crisi del «paradigma scientifico marxiano originario»: «la contraddizione politica fra il carattere sempre più sociale della produzione ed il carattere sempre più privato della appropriazione non si era verificata, e di conseguenza non si era verificata la fusione fra il lavoratore collettivo cooperativo associato e le potenze mentali della produzione (da Marx definite con termine inglese “general intellect”). Come ha chiarito lo studioso italiano Gianfranco La Grassa, questo è avvenuto perché il modello originario di Marx è stato costruito sulla forma della fabbrica, mentre la forma economica dominante è stata quella dell’impresa». Confesso che al momento mi sfugge la differenza concettuale stabilita da La Grassa tra la fabbrica capitalistica pensata da Marx e l’impresa che si è concretamente affermata  nel mondo. Colmerò la grave lacuna. In base alle mie attuali conoscenze teoriche ed empiriche mi sento di poter affermare che l’impresa come forma peculiare della produzione capitalistica, che si dà come organizzazione sociale e scientifica dello sfruttamento di capacità lavorativa, corrisponda nelle linee essenziali alla fabbrica marxiana.

D’altra parte colgo nell’accenno al General Intellect per un verso una sbagliata interpretazione della riflessione marxiana esposta nei Grundrisse, sulla scia di Toni Negri, e per altro verso una frecciata allo stesso Negri, forse colpevole, secondo Preve, di attardarsi sul «paradigma scientifico marxiano originario» che sarebbe stato sconfessato dallo sviluppo capitalistico reale. Forse. Sul general Intellect rimando al mio studio “economico” Dacci oggi il nostro pane quotidiano, scaricabile da questo Blog.

Il «comunismo storico novecentesco» non mise piede in Russia nemmeno al tempo del cosiddetto «Comunismo di guerra», che correttamente Lenin interpretò in sede di bilancio (peraltro non privo di qualche accento autocritico), più come una continuazione della politica rivoluzionaria, che come una vera e propria prassi economica. Come ricorderà Lukàcs nel suo saggio su Lenin del 1924, «già prima dell’ottobre 1917 Lenin previde giustamente che nella Russia economicamente arretrata era indispensabile una forma di transizione del tipo della futura NEP. Tuttavia la guerra civile e gli interventi imposero ai soviet di ricorrere al cosiddetto “comunismo di guerra”. Lenin si piegò alla necessità dei fatti, senza però rinunciare alla sua convinzione teorica. Egli attuò al meglio tutto il “comunismo di guerra” che la situazione imponeva, ma, a differenza della maggior parte dei suoi contemporanei, senza riconoscere neppure per un istante nel comunismo di guerra la vera forma di transizione al socialismo; era fermamente deciso a tornare alla linea teoricamente giusta della NEP, appena la guerra civile e gli interventi fossero finiti. In entrambi i casi non si comportò né da empirista né da dogmatico, ma da teorico della prassi, da realizzatore della teoria» (G. Lukàcs, Lenin, Unità e coerenza del suo pensiero, Einaudi, 1967). Ma sulla rivoluzione e controrivoluzione in Russia rimando al mio studio Lo scoglio e il mare, sempre disponibile in questo Blog.

Insomma, a differenza di Preve, non vedo alcun «fallimento storico ed epocale del comunismo storico novecentesco», mentre falliti mi appaiono piuttosto coloro che non hanno ancora compreso la natura del processo storico che culminò nell’accumulazione capitalistica a tappe forzate in Russia contrabbandata in guisa di «socialismo», ancorché «reale». Come uso dire, un reale Capitalismo, a forte vocazione imperialista (nel solco dell’Impero zarista), venduto alle classi dominate del pianeta come «socialismo reale». Una merce avariata che, a quanto pare, continua a intossicare non pochi cervelli.