MYANMAR. AUTODIFESA E VALUTAZIONE CRITICA DELLA SITUAZIONE

Deng Jia Xi

Ecco perché non possiamo più mettere
fiori nei cannoni dei soldati (T. S. Yi).

Mentre il regime militare sanguinario birmano cerca di annegare nel sangue il coraggio e la rabbia dei manifestanti, e usa i social cinesi (TikTok) (*) e russi per minacciarli («Vi uccideremo tutti»), si pone per il movimento di protesta birmano il problema dell’autodifesa e di una più radicale riflessione politica non solo su quanto è successo negli ultimi mesi, ma su ciò che ha determinato l’attuale situazione. Il secondo aspetto del problema, in linea di principio tutt’altro che scollegato dal primo, appare ai miei occhi quello politicamente più fecondo e tuttavia più difficile da collocare sui corretti binari di una valutazione critica della reale posta in gioco – interna e internazionale. Trasformare la rabbia e la disperazione di migliaia di giovani in una più consapevole e indipendente visione degli interessi sociali che entrano in reciproco urto, non è certo un’impresa facile, tutt’altro. Ma la stessa cosa si può dire dei movimenti sociali di protesta che prendono corpo in ogni parte del mondo.

Sostiene Thinzar Shunley Yi, «attivista per i diritti civili e la disobbedienza civile contro i militari golpisti»: «È impossibile controllare Internet per quanta tecnologia cinese e russa stiano tentando di usare. L’odio circola ormai nel sangue. E col sangue. Anche adesso nessuno attacca, se non per tentare di difendersi, peraltro a mani nude. Qualcuno usa fionde e sassi, piccole bombe. Ma bisogna capire il livello di rabbia accumulata. Certo temiamo per le nostre vite, nessuno è sicuro sotto questi regimi che non intendono cedere e sanno che una guerra a loro sarebbe una guerra alla Cina. […] In tutti i cortei e nei rap campeggia la figura sacra, Lady Suu Kyi, ambigua per l’Occidente ma venerata dai suoi seguaci. Per ora è solo lei la via d’uscita. Da ragazza ho per anni tenuto il suo ritratto nella mia camera. Sono con lei, anche se ne ho criticato molte scelte. Ma vedo che tra i miei fratelli e sorelle si sta facendo strada anche una consapevolezza diversa, la necessità di cambiare approccio. Oggi i soldati hanno tolto una maschera che era visibile a tutti anche prima. Ma hanno sempre oppresso specialmente le minoranze, facendo come ho detto il lavaggio del cervello religioso e patriottico a soldati e poliziotti, gente comune compresa» (Intervista rilasciata a Repubblica).

Va ricordato che anche Lady Aung San Suu Kyi e la sua Lega per la democrazia hanno usato nel recente passato il pugno di ferro contro le minoranze del Paese – vedi Rohingya. «Aung San Suu Kyi ha cercato di minimizzare la gravità dei crimini commessi ai danni della popolazione Rohingya. Non li ha neanche menzionati, né ha riconosciuto la dimensione di quei crimini. Questo tentativo di negare è deliberato, ingannevole e pericoloso. L’esodo di oltre 700.000 Rohingya che vivevano in Myanmar non è stato altro che l’effetto di una campagna orchestrata di uccisioni, stupri e terrore» (Nicolas Bequelin, direttore regionale per l’Asia di Amnesty International, dicembre 2019).

(*) «Con un improvviso salto di capacità tecnologiche i soldati usano TikTok, la piattaforma cinese attraverso la quale si coordinano e distribuiscono nei punti caldi delle rivolte per reprimerle e dare il via a chi dovrà sparare, ma anche per comunicare ogni nuovo ordine. Non a caso da settimane i network dei ribelli segnalano l’arrivo di aerei con tecnici e materiale per creare un network di comando virtuale efficace come quelli di Pechino, che non ha ancora condannato il golpe e molti ritengono sia addirittura complice dei golpisti» (La Repubblica).

Aggiunta del 10 marzo

CON OGNI MEZZO NECESSARIO

A quanto pare la giunta militare birmana non si è lasciata commuovere dal santissimo gesto della suora Ann Rosa Nu Tawng: «È successo nella stessa città dove risiede la suora, Myitkyina, capitale dello Stato etnico Kachin da decenni in conflitto con il potere centrale di militari e civili birmani. Almeno altri due manifestanti sono morti, ma molti sono stati feriti gravemente. Le vittime hanno ricevuto un colpo alla testa, sparato dai soliti cecchini dell’esercito appostati su tetti e cornicioni. Nelle stesse ore è giunta la notizia della tragica sorte di due ex leader dell’Lnd, la Lega nazionale per la democrazia, collaboratori della leader agli arresti, uccisi dopo inaudite torture viste sui loro corpi dai familiari ma negate come sempre dai media dei generali» (La Repubblica). I militari sparano anche contro le ambulanze che vanno in soccorso dei feriti.

Nonostante le uccisioni, gli arresti e le minacce di rappresaglia via TikTok, migliaia di giovani continuano a manifestare in tutto il Paese, quasi sempre in forma pacifica, qualche volta lasciando intravedere la possibilità di ricorrere a forme di lotta più incisive, diciamo così, e comunque in grado di opporre alla famigerata brutalità dei militari un minimo di resistenza. Detto en passant, pare che i militari birmani facciano uso, complici le solite “triangolazioni” mercantili, anche di pallottole Made in Italy. Pare.

«Molti temono che se prenderà piede una forma di Intifada più violenta, il movimento potrebbe cadere nella trappola certo non voluta di ritorsioni ancora più feroci, giustificate [sic!] agli occhi del mondo. Per gli esperti nel Paese esistono tutte le condizioni, se non interverranno altre potenze come la Cina che ha già annunciato una difficile mediazione tra le parti, per una guerra civile dalle conseguenze inimmaginabili. Tutti per ora si impegnano però a continuare col metodo della disobbedienza non violenta gandhiana adottata da Madre Suu» (La Repubblica). Intanto la giunta militare ha “consigliato” i Paesi asiatici (l’India e il Giappone, in primis) e occidentali interessati ad avere rapporti economici e diplomatici con il Myanmar, a non adottare nei suoi confronti la politica delle sanzioni “ispirata” da Washington, perché viceversa Naypyidaw sarebbe costretta a mettere l’intera economia del Paese e la sua sicurezza nazionale nelle mani della Cina, mettendo così fine al lungo periodo di “apertura al mondo”. È un fatto che la Malesia e l’India stanno respingendo i profughi appartenenti alle etnie che popolano i confini del Myanmar in fuga dalla fame e dalla prospettiva di sanguinose rappresaglie militari.

«Molti Rohingya stanno nel frattempo solidarizzando con il movimento di disobbedienza e la sorte che li aspetta potrebbe essere un’altra rappresaglia tragica come quella scatenata dagli attacchi di presunti terroristi islamici che giustificarono il genocidio del 2017 e l’esodo in Bangladesh. Le minacce e le sanzioni occidentali non sembrano avere avuto altri effetti che la controfferta di collaborazione con un governo impresentabile al mondo civile» (La Repubblica). Rimane da capire cosa si intende per «mondo civile»: l’imperialismo che piace di più?

Leggi: Myanmar. Per chi suona la pentola.

MYANMAR. PER CHI SUONA LA PENTOLA…

BEAT YOUR POT! La gente la sera, dalle 20, batte le pentole dalle case come segno di protesta. Un vecchio rito popolare contro il maligno che è stato trasformato in atto di ribellione e di protesta contro il colpo di stato.

Dopo i proiettili di gomma, ora militari e polizia usano pallottole vere per fermare le proteste contro il colpo di Stato dello scorso 1º febbraio. Già si contano i primi morti e molti feriti. «Le forze armate (Tatmadaw) hanno imposto il divieto di raduni di più di quattro persone in dieci regioni e Stati, incluso Yangon, ma decine di migliaia di persone hanno ignorato l’ordine e si sono affollate per le strade. Per la prima volta da quando sono scoppiate le proteste, agenti antisommossa sono stati dispiegati per le strade di Yangon e nella capitale Naypyidaw e avrebbero aperto il fuoco sui manifestanti» (ISPI). Non «avrebbero»: lo hanno fatto. Questo è, come si dice, poco ma sicuro. I manifestanti, che rischiano fino a 20 anni di carcere, hanno deciso di fare di oggi, 22 febbraio, una grande giornata di mobilitazione e di lotta. La probabilità che l’Esercito birmano (espressione soprattutto della comunità Bamar) usi contro i manifestanti il pugno di ferro è altissima. Confessava cinicamente un militare birmano nel 1988, nel corso di una delle tante ondate repressive che hanno segnato la recente storia birmana: «L’esercito non ha la tradizione di sparare in aria. L’esercito spara per uccidere». E infatti allora tra i manifestanti si contarono centinaia, se non migliaia di morti.

Ultim’ora: «La giunta militare ha intanto diffuso una nota su Mrtv accusando i manifestanti in piazza oggi di incitamento alla “rivolta e anarchia”. Il Consiglio di amministrazione dello Stato, nome ufficiale della giunta militare, ha affermato che “i manifestanti stanno ora incitando le persone, in particolare adolescenti e giovani emotivi, a un percorso di confronto in cui subiranno la morte”» (adnKronos). La giunta militare sta mettendo in conto – e forse pianificando – un bagno di sangue?

Limes

Comprendere i motivi del colpo di Stato militare in Birmania (Myanmar) non appare, a un primo sguardo, impresa agevole, nel senso che è dal colpo di Stato “socialista” del 1962 che l’Esercito gioca in quel Paese un ruolo politico ed economico a dir poco centrale (1). Il sistema politico del Myanmar è sempre rimasto saldamente sotto il controllo del Tatmadaw (le Forze armate birmane) anche durante il «processo di democratizzazione» del Paese avviato nel 2011, e che ha visto Lady Aung San Suu Kyi diventare di fatto la leader del Paese e il suo partito (Lega nazionale per la democrazia) la principale forza politica, almeno sul piano formale-elettorale.

Secondo Soe Lin Aung, «Da un certo punto di vista, i militari non avevano bisogno di lanciare un colpo di Stato; l’esercito detiene già un notevole potere politico ed economico, nonostante abbia consentito nel 2011 a un governo formalmente civile di prendere forma dopo decenni di suo dominio. Nella dispensa post-2011, i militari si sono riservati un quarto dei seggi in parlamento, abbastanza per prevenire eventuali emendamenti alla costituzione del 2008, che in gran parte ha scritto per proteggere la propria posizione. Tre ministeri chiave sono rimasti sotto il controllo esclusivo dei militari» (Chuang). Ma negli ultimi anni il compromesso tra militari e classe dirigente civile si è indebolito, sfilacciato e incrinato, diventando sempre più precario, e il grande successo elettorale dello scorso novembre ottenuto dalla Lega nazionale per la democrazia (oltre l’80% dei voti) ha messo in allarme il gruppo dirigente del Tatmadaw, il quale ovviamente non vuole perdere il suo ruolo di perno centrale del sistema. La giunta militare, capeggiata dal generale Min Aung Hlaing, ha parlato di «brogli elettorali» e ha dichiarato di voler mettere in sicurezza la “democrazia”, compito che la Costituzione del 2008 (voluta dall’Esercito!) assegna appunto ai militari.

La posta in gioco in quel Paese non è insomma la democrazia (2), la libertà e il benessere dei cittadini, ma il potere economico e politico, dopo che la crisi economica degli ultimi anni, le tensioni etniche mai sopite e anzi sempre più accese, nonché le dinamiche geopolitiche hanno rotto l’equilibrio che si era appunto realizzato tra l’esercito e la classe dirigente “civile” – corresponsabile peraltro della dura repressione dei gruppi etnici che popolano i confini del Paese. «Le minoranze etniche del Myanmar sono state oggetto di spietate campagne di controinsurrezione per decenni. Saw Kwe Htoo Win, vicepresidente dell’Unione nazionale Karen, ha affermato: “Non importa se i militari inscenano un colpo di stato, il potere è già nelle loro mani. Per noi nazionalità etniche, sia che la NLD sia al potere o che l’esercito prenda il potere in esclusiva, non cambia nulla, perché non ne facciamo ancora parte. Noi siamo quelli che continueranno a soffrire a causa di questo sciovinismo» (Chuang).

Scrive Emanuele Giordana: «Alla fine di agosto dello scorso anno si era tenuta una Conferenza di pacificazione nazionale tra governo, esercito e minoranze etniche che sembrava aver ottenuto buoni risultati, soprattutto perché «tutte le parti hanno concordato, per la prima volta, sull’idea di costruire uno stato federale. […] Ora però questa già difficile e fragile architettura rischia di andare in pezzi e di vanificare un’operazione che è stata la vera vittoria politica nazionale di Aung San Suu Kyi e della Lega proprio in quanto rappresentanti di un governo civile in grado di far apparire i militari non più l’unico arbitro di una possibile negoziato di pace ma solo dei comprimari. Il vero pericolo per il Myanmar viene da lì. Da un possibile riaccendersi dello uno scontro etnico-identitario e da una nuova spinta verso l’autonomia secessionista. Un elemento non solo di conflitto e sofferenza interna ma un puzzle che, andando in pezzi, rischia seriamente di minare l’intera stabilità regionale in gran parte del Sud-est asiatico e al confine meridionale cinese» (ISPI).

C’è da dire che le Forze armate birmane sono molto presenti e attive anche nell’economia “informale” (o “illegale”): narcotraffico, contrabbando di pietre preziose e di legni pregiati, eccetera. Nell’angolo remoto e roccioso nel quale si uniscono le frontiere del Laos, della Thailandia, della Birmania e della Cina da moltissimo tempo è fiorente la coltivazione del papavero per il mercato dell’oppio e altri suoi derivati oggi più di moda – soprattutto nelle società occidentali.

Scrive Lorenzo di Muro: «La posta in gioco era e resta l’intelaiatura del potere in Birmania. La partita geopolitica centrata sulla sfida indopacifica tra Pechino e Washington ha fornito la cornice utile al golpe delle Forze armate (Limes). La Cina per adesso sta a guardare, e probabilmente il Partito-regime non ha gradito l’iniziativa dei militari: il mantra dell’imperialismo cinese è infatti la difesa della stabilità politico-sociale che agevola la sua penetrante iniziativa economica. «Si tratta di affari interni a quel Paese, la cui sovranità va sempre rispettata»: come no! Anche la Thailandia, fedele alleata degli Stati Uniti e retta da una giunta militare, ha parlato degli avvenimenti birmani come di «affari interni», al pari di Cambogia e Filippine – i cui regimi politici com’è noto non sono esattamente “democratici”.

Alcuni analisti pensano invece che i militari birmani hanno agito, magari solo in parte, dietro una precisa “sollecitazione” cinese. Comunque sia, a questo punto la sconfitta dei militari potrebbe rappresentare per Pechino un pericoloso precedente: la resistenza di Hong Kong è stata infatti piegata, ma non ancora spezzata, e sotto la cenere della repressione e dell’emergenza pandemica la brace continua a bruciare.

Per Giorgio Cuscito, «La Cina non gioisce per il colpo di Stato in Myanmar, ma i suoi interessi strategici la obbligano a preservare i rapporti con il governo instaurato dal Tatmadaw, le Forze armate birmane. Pechino ha tre obiettivi. Il primo è evitare che il golpe comprometta il completamento del Corridoio economico sino-birmano. Il progetto serve ad accedere all’Oceano Indiano senza passare per lo Stretto di Malacca, presidiato dagli Stati Uniti. Il secondo è preservare l’accesso alle cospicue risorse energetiche e minerarie del vicino meridionale. La Repubblica Popolare è il primo partner commerciale del Myanmar e la sua seconda fonte di investimenti esteri dopo Singapore. Infine, da tempo il governo cinese vuole servirsi dell’appoggio di Naypyidaw per accrescere il suo soft power nel Sud-Est asiatico. Allo stesso tempo la combinazione tra golpe, epidemia di coronavirus, rallentamento economico e proteste (come quelle scoppiate a Yangon) rende il contesto birmano incerto e scoraggia Pechino a schierarsi definitivamente. La Repubblica Popolare non rinnegherà esplicitamente il dialogo instaurato negli ultimi anni con Aung San Suu Kyi (leader di fatto del paese) e la Lega nazionale per la democrazia (Lnd) grazie agli investimenti e al sostegno sulla questione dei rohingya. Soprattutto, Pechino continuerà a interagire con i gruppi armati di etnia cinese del Nord del Myanmar per usarli come arma negoziale nei confronti del Tatmadaw» (Limes).

Come si sa, il Celeste Imperialismo è, sul piano politico-ideologico, molto “pragmatico” e “realista”, e alla fine esso sceglie sempre la carta che offre le più ampie garanzie ai suoi investimenti economici e geopolitici. Al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite la Cina ha prontamente bloccato la risoluzione che condannava il colpo di Stato dell’Esercito birmano, ma questo non esclude affatto che Pechino stia lavorando nell’ombra per un compromesso accettabile dai militari golpisti e dal partito della “Lady”.

L’inno della rivolta birmana del 1988 suonava così: «Non saremo soddisfatti fino alla fine del mondo». L’inno degli anticapitalisti di tutto il mondo suona invece come segue: «Non saremo soddisfatti fino alla fine del capitalismo/imperialismo». Lo so, ci tocca essere insoddisfatti ancora per molto tempo…

Limes

(1) Allora il colpo di Stato guidato dal generale Ne Win si spiegava soprattutto come un tentativo della fragile nazione birmana di non soccombere dinanzi alle rivolte dei vari gruppi etnici e di non lasciarsi fagocitare dal conflitto interimperialistico giocato nella regione del Sudest asiatico da Stati Uniti, Russia e Cina. Soprattutto quest’ultima incuteva molto timore nella classe dirigente birmana, sia perché la presenza cinese nell’economia (soprattutto in quella creditizia) del Paese cresceva di anno in anno, e anche perché Pechino ispirava l’azione di molti gruppi politici birmani, molti dei quali sostenevano la lotta armata delle etnie che rivendicavano l’indipendenza o quantomeno una maggiore autonomia. La «via birmana al socialismo» (sic!) si concretizzò in una nazionalizzazione di industrie, banche e attività commerciali che ebbe come immediato risultato la fuoriuscita dal Paese del capitale estero  e la morte del turismo (quasi tutti gli indiani e i cinesi presenti nel Paese fecero le valigie), cosa che precipitò la Birmania in una grave crisi economica di lunga durata. Quasi tutti i generi di prima necessità (riso, pesce, sale, olio da cucina, gamberi, latte, sapone, indumenti) vennero razionati. Il crollo dell’esportazione del riso ridusse drasticamente l’afflusso di divise estere nel Paese. La Birmania ricavava allora dal riso il 70% delle sue entrate in divise estere. Il primato dell’esportazione di riso che prima le apparteneva passò nelle mani della Thailandia. La crisi economica si fece sentire molto meno nelle zone rurali, le quali potevano contare su un’economia di sussistenza in grado di fornire cibo e indumenti in quantità sufficienti. Ne Win si giustificò dicendo che la priorità del Paese era quello di irrobustire la sua fibra morale corrosa dalla fascinazione del capitalismo occidentale, il quale prometteva ai Paesi del Sudest asiatico aiuti economici e militari solo per assoggettarli  economicamente e “spiritualmente”. I «diavoli della strada» (cioè i giovani) di Rangoon facevano il possibile per seguire la moda dei loro coetanei londinesi e italiani, e questo al generale sciovinista, che rimpiangeva i giorni della guerra («Allora eravamo tutti uniti, adesso ognuno fa per conto suo»), non andava affatto bene. Egli si diceva disposto a tutto, pur di conquistare e conservare uno straccio di indipendenza nazionale. La stessa logica infernale guiderà in Cambogia i Khmer rossi.

La Birmania diventa indipendente il 4 gennaio 1948. Nel 1885 i britannici avevano fatto di quel Paese una provincia dell’India. In seguito alla rivolta contadina del 1931, nel 1937 la Birmania venne separata dall’India e si vide riconosciuta dalla Gran Bretagna un’ampia autonomia politico-amministrativa.

(2) «Il presunto collegamento tra apertura politica ed economica non sembra più così chiaro. Invece, assistiamo a una transizione capitalistica lunga decenni, intrecciata con una varietà di forme politiche. Anche una breve occhiata ai vicini del Myanmar (Cina, Thailandia, Singapore) dimostra che il capitalismo difficilmente garantisce la democratizzazione. Qui spicca una certa configurazione del potere borghese. Sia in Myanmar che nella Grande Cina, ad esempio, un apparato statale centralizzato (i militari nel primo caso, una burocrazia del Partito-Stato nel secondo) ha navigato in una relazione tesa con frazioni borghesi separate dal regime, alcune delle quali sono politicamente liberali e più collegate a Capitale occidentale. Cosa significa rompere questo allineamento? In Myanmar, i militari non avranno più lo stesso accesso al capitale occidentale. Tuttavia, la lunga transizione capitalista del Myanmar è stata sempre alimentata molto di più dai capitali dell’Asia orientale e sud-orientale, che vanno dal suo tremolante settore dell’abbigliamento alle sue industrie agroalimentari in crescita e alle principali forme di estrazione di risorse (vale a dire petrolio e gas, in particolare le riserve di gas offshore della Thailandia, e i doppi oleodotti e gasdotti che scorrono verso lo Yunnan, Cina). L’agricoltura di semisussistenza continuerà a erodersi nelle vaste aree rurali del Myanmar e nelle zone montuose di confine man mano che il lavoro precario a basso salario si espande nei centri urbani» (Chuang). Qui per «transizione capitalistica» va inteso il passaggio da un’economia fortemente controllata dallo Stato (che chiamare “socialista” è a mio avviso semplicemente ridicolo, per non dire altro) a un’economia centrata sul capitale “privato”. Sulla natura sociale del capitale, statale o privato che sia, rimando ai miei diversi scritti dedicati al tema.