SALVARE IL PIANETA! MA DA QUALE CATASTROFE ESATTAMENTE?

start-up-sole-672-291Alla vigilia del vertice parigino sulla «crisi del clima», Le Monde scrisse che il futuro del pianeta è legato all’esito di quel summit mondiale. Ho subito pensato che si trattasse di un velato suggerimento offerto a chi può permettersi il lusso di un viaggio interstellare alla ricerca di un nuovo pianeta da colonizzare, peraltro secondo gli auspici di Stephen Hawking. Si salvi chi può! E chi non può? Si arrangi! Cioè a dire continui come se nulla fosse, esattamente come ha fatto fin qui. Mi correggo: chi rimane su questo acciaccato, sbrindellato e saccheggiato pianeta è pregato di incrementare i propri consumi, perché anche la crisi dell’economia, e non solo quella dell’ecologia, reclama i propri diritti. Soprattutto in tempi di deflazione. Come nei confronti del terrorismo di matrice islamica non bisogna avere paura e occorre rivendicare e praticare il nostro stupendo e insuperabile “stile di vita”, analogamente non dobbiamo deprimerci più di tanto riflettendo sullo stato catastrofico in cui il pianeta versa, soprattutto in alcune sue regioni particolarmente sfortunate.

Detto in altri termini, oggi non è nelle nostre mani il potere di cambiare la situazione climatica, né alcun’altra situazione che riguardi le grandi questioni del nostro vivere quotidiano. Si tratta di un’assoluta impotenza? Non possiamo in alcun modo ribaltare ciò che il destino cinico e baro ci ha serbato in sorte? E poi, «nelle nostre mani» in che senso? Esattamente «nelle mani» di chi? Mi spiego meglio. Insomma, ci provo.

«Uno dei nemici da combattere è il cinismo, vale a dire la retorica secondo cui non possiamo fare niente contro i cambiamenti climatici»: così scriveva Barack Obama nel suo messaggio alla Conferenza mondiale sul clima di Parigi. Ora, che cosa possiamo fare contro i cambiamenti climatici? Ma “fare” chi? Chi dovrebbe “fare” qualcosa? Le imprese? Gli Stati, i singoli consumatori? Chi è o dovrebbe essere il soggetto della sempre più urgente “rivoluzione ambientale”? Ma davvero il mondo si divide, sul terreno del cosiddetto rispetto ambientale, fra buoni e cattivi, fra chi vuole salvare la Terra (da quale nemico?) e chi vuole invece continuare a distruggerlo seguendo l’imperativo categorico del profitto? Tendo a escluderlo. “Buoni” e “cattivi” condividono infatti la stessa “filosofia” di fondo: il Capitalismo è il solo mondo possibile. Certo, un po’ per tutti si pone poi il problema di come renderlo «meno imperfetto», «meno ingiusto», «meno disumano», «meno distruttivo», «meno violento», in una sola oscena parola: «più umano». E chi non desidera di vivere in un mondo «più a misura d’uomo», e quindi anche più rispettoso dell’ambiente? E in questo lodevole sforzo le ricette abbondano, come le scuole di pensiero: diversamente sviluppiste, decisamente decresciste, neomalthusiane, negazioniste («niente prova il rapporto tra i cambiamenti climatici e l’attività umana») e così via. C’è una merce ideologica buona per ogni palato, per ogni tendenza culturale, per ogni stile di vita.

Scrive Naomi Klein, star dell’ecologismo “radicale” e sotterranea ispiratrice di Papa Francesco in materia di “teologia ecologica”: «Il cambiamento climatico è una crisi morale perché ogni volta che governi di nazioni ricche non agiscono, è trasmesso il messaggio che noi del Nord globale stiamo mettendo la nostra comodità immediata e la nostra sicurezza economica davanti alla sofferenza e alla sopravvivenza dei più poveri e più vulnerabili del pianeta. È per questo che ho aderito al movimento per la giustizia climatica. Perché quando i governi e le imprese non agiscono in un modo che rifletta il valore di tutta la vita sul pianeta, devono essere contestati» (1). Pare che la Cina e l’India siano riluttanti, per così dire, dinanzi alla richiesta fatta loro soprattutto dai ricchi Paesi del Nord (soprattutto europei), di ridurre drasticamente l’uso del carbone come fonte energetica industriale primaria: anche questi due giganti geosociali fanno dunque parte del «Nord globale»? Io parlerei di Capitalismo mondiale, e basta. Lo so, la cosa può suonare un po’ retrò e semplicistico ai sofisticati padiglioni auricolari degli intellettuali, e tuttavia! In attesa che «i governi e le imprese» agiscano «in un modo che rifletta il valore di tutta la vita sul pianeta» (ma si può essere così ingenui e politicamente sprovveduti?), io mi tengo le mie vetuste categorie politico-sociologiche.

«Com’è difficile avere delle opinioni senza che queste si trasformino nel fare il tifo per una parte o per l’altra perdendo in realtà la capacità di discernere e di cambiare idea. Questo incarnirsi dei giudizi per me rallenta il progresso intellettuale». Sante parole! Ma con chi ce l’ha, nella fattispecie, Michele Governatori, economista esperto in fonti energetiche? Se la prende con la tifoseria anti-profit: «Un articolo di Maria Rita D’Orsogna sul Fatto Quotidiano del 29 ottobre 2015 parla di terremoti causati da attività di estrazione del gas nella regione di Groningen in Olanda, e racconta come in più casi le società d’estrazione abbiano accettato di rimborsare i danni e di come gli abitanti della zona abbiano vinto a settembre una class action che comporterà rimborsi enormi. Non ho studiato i fatti di cui parla la D’Orsogna, ma non ho motivo di ritenere che le cose non stiano così. Però mi dispiace che la D’Orsogna nello stesso articolo si autoghettizzi chiarendo da che parte sta ideologicamente, quando sintetizza che il (o un) problema dei petrolieri è che pensano solo a “massimizzare gli introiti”. Ma che vuol dire? Sarebbero più gradevoli i terremoti con dei petrolieri che guadagnassero un po’ meno o trivellassero per passione? Ma dove sta scritto che se vuoi la tutela dell’ambiente devi anche avercela col profitto? E se io pensassi che i petrolieri fanno benissimo a cercare di massimizzare gli introiti ma che i Governi e le agenzie indipendenti di controllo debbano lottare per porre tutti i vincoli che lo stato dell’arte delle conoscenze gli suggeriscano come appropriati? Il problema non è la ricerca del profitto dei petrolieri, ma la capacità degli attori istituzionali di far emergere e quantificare correttamente gli interessi opposti, senza commistioni di interessi. Il problema è la forza delle istituzioni e la trasparenza della loro dialettica. Mi chiedo, in conclusione: se uno stigmatizza il profitto, come pensa di migliorare il mondo, facendo l’elettroshock alla gente che naturalmente lo persegue? Se uno invece accetta e incoraggia il profitto può aspirare a uno Stato forte, ma non paternalista, che non fa un’inutile morale alla gente, ma ne difende i diritti massimizzando nel contempo le risorse per farlo». Così parla il liberista socialmente responsabile! Il liberista che ovviamente difende l’“umana” ricerca del massimo profitto, senza tuttavia dimenticare l’esistenza di compatibilità generali, sociali e ambientali, che vanno tenute in seria considerazione, certo, anche da parte di «uno Stato forte, ma non paternalista». Lo statalista incallito, viceversa, sogna di massimizzare l’intervento del Moloch in ogni aspetto della prassi sociale, anche se ciò dovesse calpestare gli interessi di qualche riccone; per lui anche l’inquinamento “pubblico” è da preferirsi senz’altro a quello “privato”.

Un altro esempio di liberismo “con la testa sulle spalle” ci è offerto da un editoriale pubblicato sul sito dell’Istituto Bruno Leoni, una vera e propria fucina di pensiero liberale/liberista: «Come negli anni precedenti, anche questa volta è l’ultima occasione per salvare il mondo; e, come nel passato, i paesi aderenti si presentano uniti nelle promesse ma divisi negli impegni concreti. […] Ammesso che sia effettivamente necessario uno sforzo coordinato per tagliare le emissioni, la pretesa di guidare tale processo rischia di determinare – come è già stato nel passato – enormi sperperi di denaro pubblico, e al tempo stesso di rallentare o impedire l’innovazione. Lo dicono i fatti: a dispetto delle decine di miliardi di euro che sono state spese su base annuale per i sussidi alle fonti rinnovabili, il maggiore contributo al loro contenimento, a livello globale, è arrivato da una direzione nella quale nessuno guardava: un po’ dalla rivoluzione dello shale gas, un po’ dalla diffusione delle tecnologie digitali. È la distruzione creatrice del mercato, e non la solerzia burocratica, che sta dando il maggior sostegno alla sostenibilità ambientale. Tutto questo dovrebbe suggerirci che, se vogliamo davvero perseguire la decarbonizzazione di lungo termine dell’economia, allora dobbiamo lasciare che siano gli “spiriti animali” della concorrenza, del progresso e dell’innovazione tecnologica a lavorare per noi. Finché continueremo a pensare che, per salvare il mondo, dobbiamo affidarci all’intervento pubblico nell’economia, è improbabile che riusciremo a sconfiggere il riscaldamento globale. In compenso, è sicuro che affonderemo la libertà economica». Solo la libera iniziativa capitalistica è in grado di risolvere efficacemente le magagne che essa stessa crea sempre di nuovo: un classico del pensiero liberale. Come stanno le cose per chi scrive?

Più che rispondere all’impegnativa domanda mi limito a una secca considerazione, che certo non sorprenderà chi conosce la mia bizzarra “concezione del mondo”. Al netto di (oggi improbabili) sconvolgimenti rivoluzionari la situazione si pone ai miei occhi in questi semplici, e spero non troppo semplicistici, termini: tutto è nelle mani del vigente sistema di potere mondiale, ossia nella capacità/possibilità /interesse delle classi dominanti del pianeta di coniugare la sacra legge del profitto, il solo principio che, in ultima analisi, informa la prassi economica e che impregna di sé le stesse relazioni fra gli individui, con la “sostenibilità” sociale e ambientale del pianeta. Punto. E basta? La miopia non mi permette di guardare più lontano!

Una volta Marx disse che la bestia capitalistica, se lasciata a se stessa, se messa nelle condizioni di portare fino alle estreme conseguenze i suoi istinti sociali (“animali”) più genuini, nell’arco di un periodo relativamente breve avrebbe provocato l’estinzione (per supersfruttamento, per consunzione materiale e “spirituale”) di quella classe che pure le permette tutti i giorni di nutrirsi. Di qui, soprattutto, quella legislazione sul lavoro che lo Stato borghese è stato costretto (anche sotto la sferza delle lotte operaie: eterogenesi dei fini o maligna dialettica del Dominio?) a introdurre proprio per tutelare il vitale “capitale umano”, il cui sfruttamento realizza appunto il fondamento del rapporto sociale capitalistico (2). In questo senso lo Stato difende gli interessi generali della classe dominante, la quale assume l’aspetto e la realtà di una compatta e unitaria soggettività sociale solo nei momenti eccezionali: in primis in tempi di guerra e di rivoluzioni. Il conflitto interno a quella classe in vista  della spartizione del bottino o per questioni di potere politico (leggi, anche, geopolitica) è la regola, e in questo senso Hegel parlò della «società civile» come la dimensione degli interessi materiali, una realtà molto affine al mondo hobbesiano. La dialettica con cui il Leviatano (il cosiddetto decisore politico) è chiamato a confrontarsi è quella che ha come suoi poli in tensione l’interesse immediato delle varie fazioni che compongono la classe dominante, da una parte; e l’interesse generale e strategico di quella stessa classe, dall’altra.  Questa dialettica fra interessi immediati e interessi strategici di lungo respiro va vista anche in una dimensione globale e mondiale, e non a caso prima evocavo, en passant, la geopolitica. Ciò che Marx osservava a proposito della risorsa “umana” vale, mutatis mutandis, per la risorsa “natura”.

Com’è noto, i capitalisti sfruttano il “capitale umano” non per inquinare la terra, l’aria, il cielo, i mari, i fiumi ma per ottenere un profitto: se essi riuscissero nella misericordiosa impresa di smungere plusvalore alla vacca salariata senza produrre nocive emissioni di gas, senza generare velenosi scarti industriali e senza adoperare materie prime inquinanti (anche durante la loro estrazione: vedi il petrolio), o che distruggono preziose risorse alimentari (vedi il biogas), tanto di guadagnato! Tutti sogniamo uno sfruttamento del “capitale umano” a impatto ambientale zero! Il Sole può dunque sorridere, oltre che ai militanti green, anche al saggio del profitto? È una questione puramente economica, una questione di “costi relativi”. Marx direbbe (forse): «Si tratta di vedere come la composizione organica (la dialettica fra tecnologica e forza lavoro) del capitale impatta sul saggio del profitto». Ciò che oggi si mostra essere antieconomico (sempre dal punto di vista dell’investimento capitalistico, perché di questo stiamo parlando), domani può rivelarsi economicamente sostenibile. All’origine c’è sempre la sostenibilità economica delle scelte. Se il Sole ride, anche il Capitale (se la) ride! Inquinante o pulita che sia, l’importante è che la produzione acchiappi il profitto!

Senza contare che l’obiettivo della Qualità Totale (del prodotto, dei materiali, delle tecnologie, delle energie, dell’organizzazione del lavoro e della distribuzione) è oggi al centro della competizione capitalistica mondiale, almeno nei segmenti più avanzati del mercato (a tal riguardo la vicenda Volkswagen dovrebbe dirci qualcosa); al centro del processo di concentrazione delle attività industriali. La Qualità Totale è uno standard capitalistico che fa – e soprattutto farà nel prossimo futuro – molte vittime. Ne beneficerà anche il clima terrestre? Può darsi, ma solo come effetto collaterale. Scrive Dario Fabbri su Limes: «La conferenza sul cambiamento climatico in corso a Parigi (Cop21) probabilmente non produrrà un accordo soddisfacente, ma paleserà l’accresciuta consapevolezza dei governi internazionali in materia di inquinamento e di qualità della vita». Lettore di poca fede ambientalista o di orientamento schiettamente catastrofista, ti pare poco? Ancora Fabbri: «Non solo. Il progresso tecnologico ha reso la cosiddetta energia pulita nettamente più accessibile. Dal 2008 il costo di un pannello solare è diminuito dell’80%, al punto che il Bangladesh spera di diventare entro il 2020 la prima nazione “solarizzata” del mondo». Quanto mi piace il Capitalismo solarizzato!

«Nell’aprile del 2001, di fronte allo Science Committee della Camera dei deputati degli Stati Uniti, Frank Ingriselli, manager della Texaco, tracciò un collegamento fra i cambiamenti in corso sia nell’economia globale sia nella società e l’avvento dell’era dell’idrogeno, osservando che “il movimento ambientalista, l’innovazione e le forze del mercato stanno modellando il futuro del nostro settore, spingendoci inevitabilmente verso l’energia dell’idrogeno”, e avvertendo che “chi non seguirà questa tendenza, sarà destinato a pentirsene”» (3). Nelle parole del manager della Texaco si coglie molta fiducia nella dinamica «società civile» americana. Poi venne la devastante crisi del 2007 e negli Stati Uniti la «rivoluzione dell’idrogeno» passò di moda, mentre si moltiplicarono gli sforzi per sviluppare una più economicamente efficiente tecnologia estrattiva in grado di produrre petrolio cosiddetto non convenzionale trattando le sabbie bituminose, le materie prime vegetali (biocarburante) e le rocce porose sedimentarie (si tratta del micidiale fracking, frantumazione idraulica delle rocce). (Nel 2008 il prezzo/barile del greggio toccò il picco massimo di 147 dollari). Ma nulla (salvo il calcolo economico!) osta a che la rivoluzione energetica tanto auspicata da Rifkin riprenda nuovo vigore, più risoluto slancio.

«“Vorrei colonizzare Marte e anche salvare la Terra. Un obiettivo non esclude l’altro”, dice a bassa voce Elon Musk di fronte agli studenti della Sorbona. La sua società astronautica Space X fornisce i razzi alla Nasa e fa concorrenza all’Ariane europeo. Alla Sorbona, Musk chiede di accelerare la transizione dalle energie fossili (carbone, petrolio, gas) alle rinnovabili (solare, eolico, geotermico etc.). In che modo? “La carbon tax resta una buona idea, bisogna tassare le forme di energia che comportano l’immissione di carbonio nell’atmosfera. Le industrie fondate sull’energia fossile godono di un ingiusto vantaggio competitivo, hanno una specie di aiuto di Stato nascosto, perché lo Stato non fa pagare loro l’inquinamento. È come se i cittadini non pagassero la tassa comunale sui rifiuti”» (4). Voglio essere sincero fino alla brutalità e all’infrazione del Codice Etico: quando sento parlare di tasse in generale e della carbon tax in particolare, il mio tasso di antistatalismo congenito raggiunge livelli inarrivabili. I padroni più o meno tecnologicamente avanzati si fanno concorrenza sulla pelle della capacità di spesa del povero consumatore, chiamato a consumare di più, certo, ma con “responsabilità”, con una maggiore “sensibilità ecologica”, con un maggior rispetto per la “casa comune” chiamata Terra. Insomma, una truffa ideologica colossale. La richiesta di tasse intese a penalizzare il “consumo ecologicamente scorretto” («più inquini, più paghi!») è una di quelle cose che induce a pensare, soprattutto da parte degli strati sociali economicamente “più disagiati”, che l’ideologia ecologista sia in realtà un lusso e una moda per chi non ha problemi di spesa.

I Paesi cosiddetti in via di sviluppo non ci stanno a recitare la parte dei nemici del pianeta e delle future generazioni: «Il premier indiano, Narendra Modi, ha puntato il dito contro le nazioni ricche che devono assumersi più responsabilità nella lotta ai cambiamenti climatici e, pur riconoscendo la necessità di affrontare la problematica del global warming, ha avvertito: “Il cambiamento climatico non l’abbiamo prodotto noi. E i Paesi poveri hanno il diritto di continuare a usare il carbone se questo serve a far crescere le loro economie. Sarebbe eticamente sbagliato scaricare il peso di ridurre le emissioni sui Paesi in via di sviluppo come l’India. Gli stili di vita di pochi non devono eliminare le opportunità dei tanti ancora ai primi passi della scala dello sviluppo”. Il timore dei Paesi in via di sviluppo che la lotta al degrado ambientale globale possa compromettere le proprie possibilità di crescita economica e di raggiungimento di più elevati standard di vita per le proprie popolazioni, timore che ha accompagnato anche le altre conferenze mondiali relative a questioni ambientali svoltesi nel corso degli anni, costituisce un ostacolo importante nell’ambito del raggiungimento di un accordo globale sul clima, accordo assolutamente indispensabile se si vuole evitare la distruzione del nostro pianeta» (5). Qualcuno nei «Paesi in via di sviluppo» parla apertamente di imperialismo ecologico, e accusa il «movimento per la giustizia climatica» di fare solo gli interessi dei Paesi che hanno da tempo conseguito una condizione di benessere generalizzato anche grazie allo sfruttamento coloniale di uomini e risorse naturali da loro perpetrato nei secoli passati ai danni del Sud del mondo. L’ecologismo è un lusso che i cosiddetti PVS (o «emergenti») non possono permettersi?

Forse il Generale Fabio Mini ha ragione: «Il conflitto fra chi aspira al benessere e chi difende il proprio è il paradigma di questo secolo. La manipolazione dell’ambiente ne è il fronte centrale. Da Cartagine all’Iraq, via Vietnam, si distrugge la natura per annientare il nemico. E se stessi» (Limes). Mentre ci apprestiamo agli scongiuri di rito, e culliamo l’idea che in ogni caso la catastrofe definitiva non ci riguarda, qui ci pare proprio il caso di scomodare due vecchie categorie marxiste ancora in grado di dirci qualcosa di essenziale: competizione capitalistica mondiale e sviluppo ineguale del Capitalismo. Dal proprio capitalistico punto di vista, non c’è singolo capitalista, non c’è singolo Paese e non c’è agglomerato continentale che non abbia ragione, magari contro la ragione altrettanto capitalisticamente legittima della concorrenza. Ci si muove insomma dentro un circolo vizioso? Più che vizioso, il circolo mi sembra innanzitutto capitalistico, appunto. I decisori politici sono chiamati a operare nel quadro di questo circolo segnato dalla disumanità dei vigenti rapporti sociali. Ci muoviamo all’interno di uno spazio che limita fortemente le nostre scelte, la nostra autonomia decisionale, la quale è largamente e sostanzialmente predeterminata da una prassi sociale che non controlliamo e che, viceversa, ci controlla e ci determina almeno per ciò che riguarda l’essenziale. È un invito al suicidio? No, è un invito alla riflessione. («Appunto!»).

Sette miliardi di persone, un solo pianeta (troppo poco per l’insaziabile fame del Moloch?), un solo rapporto sociale di dominio e di sfruttamento (quello capitalistico, c’è bisogno di dirlo?): è questa la complessa equazione sociale che oggi ci troviamo dinanzi.

Chi scrive ha la soluzione in tasca? Magari! Concorrerei volentieri al Premio Nobel per la pace! Rifletto, ecco tutto, cerco di capire come stanno davvero (alla radice) le cose, soprattutto per evitare di rimanere vittima della propaganda mainstream, di “destra” o di “sinistra” che sia, su ogni aspetto della nostra esistenza, e di lasciarmi intruppare in certi movimenti «per la giustizia climatica» che si compiacciono della loro funzione di ”utile stimolo”, di “efficace pungolo” nei confronti dei «leader mondiali». Cerco di opporre una qualche resistenza alla Grande Corrente che tutti – ho detto tutti – ci trascina. Lo so, è poco, dovrei impegnarmi di più, ma dopotutto non si vive di sola rivoluzione sociale. Primo: non farsi dominare la testa dal nemico. È la mia idea di realpolitik.

Insomma, al netto della rivoluzione sociale anticapitalistica, oggi sempre più necessaria e, al contempo, sempre più fantascientifica (quasi quanto lo è l’idea di un viaggio umano interstellare!), le sorti del pianeta sono nelle mani del Capitale. E fare gli scongiuri non serve a niente. (Qui con «Capitale» ho inteso sintetizzare una complessa dialettica sociale, di respiro mondiale, che investe anche la cosiddetta sovrastruttura politica).

«Il ragno compie operazioni che assomigliano a quelle del tessitore, l’ape fa vergognare molti architetti con la costruzione delle sue cellette di cera. Ma ciò che fin da principio distingue il peggior architetto dall’ape migliore è il fatto che egli ha costruito la celletta nella sua testa prima di costruirla in cera. Alla fine del processo lavorativo emerge un risultato che era già presente al suo inizio nell’idea del lavoratore, che quindi era già presente idealmente. Non che egli effettui soltanto un cambiamento di forma dell’elemento naturale; egli realizza nell’elemento naturale, allo stesso tempo, il proprio scopo, da lui ben conosciuto, che determina come legge il modo del suo operare, e al quale deve subordinare la sua volontà» (6). Oggi l’homo economicus, «l’uomo che non è ancora un essere umano» (Marx) non controlla più con la propria testa e con le proprie mani il Moloch che pure esso stesso crea sempre di nuovo, peraltro con l’ausilio di mezzi tecnici e organizzativi sempre più razionali, scientifici – a dimostrazione che nella società classista l’intelligenza deve piegarsi sempre e puntualmente alle necessità dell’economia e del potere: vedi le carneficine belliche del XX secolo. Di qui, per riprendere la citazione marxiana, la necessità di umanizzare scopo (vendere merci e servizi per realizzare un profitto o esclusivamente per soddisfare i molteplici bisogni umani?), modo di operare (nella produzione come nella distribuzione dei prodotti del lavoro) e volontà. Scriveva Simone Weil: «Tutti i problemi della tecnica e dell’economia debbono essere formulati in funzione di una concezione generale circa le migliori condizioni possibili del lavoro. Una tale concezione è la prima norma; tutta la società dev’essere anzitutto costituita in modo che il lavoro non tenda a degradare coloro che lo compiono. Non basta evitare le loro sofferenze, bisognerebbe volere la loro gioia» (7). È precisamente di questa volontà che parlo. Una volontà sociale incompatibile con il regime capitalistico. Questo, beninteso, se si desidera (se si vuole) una comunità umanamente sostenibile, ossia un’esistenza affrancata dalla disumana necessità di far quadrare i conti al Capitale, pubblico o privato che sia. Tutto il resto è amministrazione capitalistica degli individui e della natura, comprese le manifestazioni degli amici della Terra tese a ricordare «ai leader mondiali», questi padri cattivi, che abbiamo un solo pianeta (basterà?) e che ci rimane pochissimo tempo per evitare la catastrofe ecologica. Credere che la politica del “male minore” («almeno quella!») sia nella nostra (“decisori politici” compresi) disponibilità è una pia illusione che bene illustra la nostra condizione di assoluta impotenza sociale.

Ecco come Pascal Acot tratteggiava la distinzione tra il pensiero tradizione circa i problemi dell’ambiente e delle risorse naturali e il punto di vista ecologista: il primo «suggerisce l’opportunità di tentare di gestire la natura in funzione dei bisogni di sviluppo dell’uomo, e di tendere, quindi, al dominio scientifico dell’ambiente, considerando così la natura come “mezzo”, e non come “fine in se stesso”; l’ideologia ecologista, nel suo insieme, esprimerà l’idea di una subordinazione inversa. Si tratterà dunque di adattare le attività umane alle esigenze “oggettive” dell’ordine naturale, piuttosto che di piegare questo ordine ai bisogni umani» (8). Come si vede, tanto il pensiero tradizionale quanto l’ideologia ecologista sorvolano completamente sulla natura sociale delle «attività umane» e degli stessi «bisogni umani», mancando quindi il punto essenziale della questione. La cosa risulta più grave per l’ideologia ecologista, che si vuole (e si crede) “critica” nei confronti del pensiero antropocentrico. Senza il controllo umano (non scientifico!) delle attività chiamate a produrre “beni e servizi” ogni esito della vicenda umana è possibile, compreso quello più infausto. Solo l’uomo umanizzato, l’uomo autenticamente libero perché in grado di padroneggiare la propria esistenza, l’«uomo in quanto uomo» della migliore filosofia mondiale (religioni comprese): solo l’uomo, dicevo, può fare dell’Astronave Terra, come si diceva negli anni Settanta, un luogo in grado di armonizzare la presenza umana con i bisogni delle altre creature. «L’inconveniente d’una situazione di schiavitù è quello di essere tentati di considerare come realmente esistenti esseri umani che sono una pallida ombra nella caverna» (9). Si tratta di uscire dalla metaforica caverna. «Come?». Si pretende troppo da me!

Una volta il “mitico” Henry Kissinger disse: «Chi controlla il cibo controlla le popolazioni; chi controlla l’energia controlla le nazioni; chi controlla i soldi controlla il mondo». In questo raffinatissimo ragionamento l’uomo dov’è? Non c’è: appunto!

(1) N. Klein, Sinistrainrete.
(2) È qui appena il caso di osservare che la legislazione tesa a tutelare il lavoro salariato da uno sfruttamento distruttivo non è una conquista definitiva, come dimostrano anche le “riforme strutturali” in materia “lavoristica” che sono all’ordine del giorno in tutti i Paesi occidentali.
(3) J. Rifkin, Economia all’idrogeno, pp. 216-217, Mondadori, 2002.
(4) Il Corriere della sera, 4 dicembre 2015.
(5) V. D’Onofrio, Notizie Geopolitiche, 3 dicembre 2015.
(6) K. Marx, Il Capitale, I, p. 213, Editori Riuniti, 1980.
(7) S. Weil, La condizione operaia, pp., 293-294, SE, 1994. Anche grazie al pessimo esempio offerto dalla Russia stalinista degli anni Trenta, Paese a Capitalismo di Stato che praticava e santificava lo sfruttamento intensivo dei lavoratori (vedi lo stacanovismo), l’intellettuale francese spezzò lo stretto e profondo legame che stringe insieme le forme tecno-scientifiche della produzione e il rapporto sociale capitalistico. Come altri intellettuali umanamente sensibili del suo tempo, anche profondamente influenzati dagli scritti di Marx (in qualche modo da essi coinvolto nel disastro “comunista”), Simone Weil elaborò un concetto di Civiltà industriale (o sistema autoritario delle macchine e dell’organizzazione del lavoro) che prescindeva dalla – supposta – divisione del mondo in Paesi capitalisti e Paesi socialisti. «Una fabbrica è esattamente fatta per produrre. Gli uomini son là per aiutare le macchine a far nascere ogni giorno il più gran numero possibile di prodotti ben fatti e a buon mercato. Ma d’altra parte, quegli uomini sono uomini; hanno bisogni, aspirazioni da soddisfare che non coincidono necessariamente con le necessità della produzione e anzi, in realtà, quasi sempre non vi coincidono affatto. È questa una contraddizione che il mutamento di regime non eliminerebbe. Ma noi non possiamo ammettere che la vita degli uomini sia sacrificata alla fabbricazione dei prodotti. Se domani i padroni saranno cacciati, se si collettivizzassero [qui l’allusione all’Unione Sovietica è abbastanza esplicita] le fabbriche, ciò non muterà in nulla questo problema fondamentale» (p. 233); «Che il direttore di Rosières [si tratta di officine meccaniche] sia agli ordini di un amministratore delegato o agli ordini di un “trust di Stato” sedicente [brava!] socialista, la sola differenza consisterà in questo: che nel primo caso la fabbrica, la polizia, l’esercito, la prigione, ecc. saranno in mani diverse, e, nel secondo caso, nelle medesime mani. L’ineguaglianza nei rapporti di forza non sarebbe quindi diminuita, bensì accentuata» (p. 159). Spero di ritornare su questo importante tema.
(8) P. Acot, Storia dell’ecologia, p. 192, Lucarini, 1989.
(9) S. Weil, La condizione operaia, p. 70.

LA “RIVOLUZIONE” DI NAOMI KLEIN NON CI SALVERÀ NEANCHE UN PO’

Il poetico inquinamento nel Celeste Capitalismo.

Il poetico inquinamento nel Celeste Capitalismo.

«Quando Al Gore divenne la voce dell’ambientalismo, disse esattamente questo: “Ecco quello che tu, consumatore, puoi fare. Vai in bici. Sostituisci le vecchie lampadine”. Gore aveva reso l’ambientalismo una moda: ma le mode passano. E quel modello, che continuava a considerarci come consumatori, non come membri di comunità, ha fallito. Per quanto importanti, i cambiamenti individuali da soli non bastano: sono le comunità che possono fare pressioni e ottenere risultati. Abbiamo perso. Ma i movimenti non sono lineari, e non sono morti: si reincarnano, e imparano dai loro errori. Il primo è stato quello di fidarsi di figure messianiche, affidare a loro il cambiamento e tornarsene a casa. È successo con Obama, ad esempio. […] Il nostro sistema economico e il nostro sistema planetario sono oggi in conflitto. O, per esser più precisi, la nostra economia è in conflitto con molte forme di vita sulla terra, compresa la stessa vita umana. Una rivoluzione ci salverà. Perché il capitalismo non è sostenibile». Così parlò Naomi Klein.

Prima di correre ad accendere un cero a San Carlo Marx, per il supposto miracolo, il marxista ortodosso – che ha snobbato Il fondamentalismo del mercato secondo Naomi Klein postato da chi scrive lo scorso settembre – deve sapere che per l’eroina No-Global il nemico del pianeta e dell’umanità non è il capitalismo tout court, il capitalismo “nudo e crudo”, in sé e per sé, ma il «capitalismo deregolamentato», cioè a dire il capitalismo ultraliberista venuto fuori dalla “controrivoluzione” degli anni Ottanta. E deve altresì sapere, il marxista duro e puro di cui sopra, che quando straparla di «rivoluzione» la militante di successo allude a movimenti politici sinistrorsi del calibro di Syriza e di Podemos, in effetti quanto di più “radicale” possa presentarsi agli occhi dei cosiddetti “radical chic”, soprattutto se di successo.

«Il più importante errore dei movimenti», ammette oggi la scrittrice canadese, «è stato quello di avere detto molti “no” senza avere dei “sì” altrettanto convincenti. Alle persone non piace l’ingiustizia, la diseguaglianza, il riscaldamento globale: ma hanno paura dell’alternativa, se non è elaborata con cura. Podemos, in Spagna, è un partito nato da movimenti sociali; le 900 cooperative energetiche in Germania mostrano che le fonti alternative non sono favole. Questi sono dei sì, degli esempi tangibili» (Corriere della Sera, 1 febbraio 2015). Gran bella alternativa, non c’è che dire. Forse una rivoluzione ci salverà; di sicuro la “rivoluzione” che ha in testa Naomi Klein al massimo potrà aiutare il “sistema” a sviluppate tecnologie e strutture di potere in grado di supportare al meglio la necessità che fa premio su tutte le altre: la continuità dei rapporti sociali capitalistici.

A tal proposito suona assai significativo il passo che segue (tratto da Una rivoluzione ci salverà. Perché il capitalismo non è sostenibile, Rizzoli, 2015): «Se un numero sufficiente di persone smettesse di voltarsi dall’altra parte e decidesse che il cambiamento climatico è una crisi degna di una risposta al livello di un piano Marshall, esso diverrebbe davvero una crisi e la classe politica dovrebbe rispondere in modo adeguato, sia rendendo disponibile le risorse per affrontarla, sia piegando quelle regole del libero mercato che si sono dimostrate così flessibili quand’erano in gioco gli interessi delle caste». L’analogia col Piano Marshall, la chiamata in causa della «classe politica» (possibilmente “di sinistra”) e la solita tirata contro «gli interessi delle caste»: tutto ciò, e altro ancora, la dice lunga sul miserabile concetto di “rivoluzione” in voga nella comunità progressista mondiale dei nostri inquinati tempi. Ridurre la disprezzata (ma del tutto incompresa) «logica del profitto» agli interessi di una generica «élite di potenti» significa alimentare confusione e mancanza di autonomia politica nei confronti delle classi dominanti in quei movimenti che in qualche modo contestano la devastante marcia del capitalismo. Devastante, si badi bene, in primo luogo per ciò che riguarda la vita del “capitale umano”, intrappolato nel buco nero della «logica del profitto», la cui essenza è radicata appunto nei rapporti sociali che rendono possibile lo sfruttamento sempre più scientifico dell’uomo e della natura.

«Bonificare le nostre democrazie dall’influenza corrosiva delle corporation» è una frase che può forse mandare in visibilio il militante di Syriza, di Podemos o di Cinque Stelle, ma che certamente desta una qualche perplessità in chi ha maturato un minimo sindacale di autentica concezione critico-rivoluzionaria. Un minimo, non di più. E certo sarebbe ridicolo tentare di spiegare ai guru del progressismo mondiale come la democrazia non sia che una delle forme politico-ideologiche che può assumere il dominio sempre più totalitario degli interessi capitalistici. Per quanto mi riguarda, infatti, si tratta piuttosto di bonificare le classi subalterne dall’influenza corrosiva del feticismo democratico. Lo so, arduo programma. Diciamo.

Scriveva qualche giorno fa Emanuele Salvato presentando ai lettori del Fatto Quotidiano l’ultimo libro della Klein: «Serve insomma una rivoluzione, come suggerisce il titolo del libro, per garantire una speranza all’umanità. Una rivoluzione ecologica e culturale. E serve un sacrificio: rinunciare a un po’ di benessere per non estinguersi». Confesso che la «rivoluzione ecologica e culturale» di cui parlano i progressisti mi spinge a pensieri che con il politicamente corretto non hanno nulla a che fare. Forse perché difetto di benessere e perché col tempo si è acuita la mia intolleranza nei confronti della parola “sacrificio”: altro che global warming!

Civettare con la “rivoluzione” senza mettere in questione la struttura di classe (altro che “caste” ed “élite di potenti”!) della società-mondo del XXI secolo significa fare del cinismo, che appare tanto più odioso quanto più la fraseologia pseudo rivoluzionaria dei professionisti dell’”anticapitalismo” ammicca alle speranze delle persone umanamente più sensibili.

IL FONDAMENTALISMO DEL MERCATO SECONDO NAOMI KLEIN

arte-del-body-painting-586938Leggo sul Manifesto di oggi questi suggestivi passi: «Nel suo ultimo libro Naomi Klein va dritta al punto: il clima è la chiave per rovesciare il capitalismo». Invogliato dall’evocato rovesciamento rivoluzionario dello stato presente delle cose, ho letto quella parte dell’introduzione della Klein al suo ultimi libro (di successo, statene certi) This changes everything. Capitalism vs. the climate pubblicata dal “quotidiano comunista”. E così mi sono esposto come un bambino all’ennesima delusione.

Contro le mie stesse avvertenze, ancora non ho preso sul serio la tesi secondo la quale quando l’intellettuale progressista parla e scrive di “anticapitalismo” egli allude piuttosto alla possibilità – o chimera – di un Capitalismo “dal volto umano”, ecologicamente e umanamente sostenibile. Prova ne sia che la lamentazione “anticapitalista” della simpatica donna si risolve in una ribadita indignazione contro il «capitalismo deregolamentato».

Nonostante gli insegnamenti della più che secolare prassi sociale dominata dai vigenti rapporti sociali, l’intellettuale progressista (qui genericamente inteso) non riesce a comprendere che prim’ancora di essere «un’ideologia estrema e fondamentalista che sta distruggendo l’umanità», il Capitalismo (il capitalismo tout court, il Capitalismo sans phrase, per usare indegnamente il gergo caro all’intellighenzia) è in primo luogo, appunto, un rapporto sociale. Un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento, per essere più pertinenti. Un rapporto sociale che necessariamente fa della prassi economica un mezzo per sfruttare – e saccheggiare – sempre più scientificamente uomini e natura.

Il tanto disprezzato «fondamentalismo del mer­cato» andrebbe a mio avviso declinato nei termini qui abbozzati. Fondamentalista, ossia radicalmente e ottusamente ostile a tutto ciò che odora di umanità, è infatti la “bronzea legge del profitto”, la quale domina in modo sempre più stringente e capillare la società-mondo nell’epoca della sussunzione totalitaria del pianeta al Capitale.

Per questo l’autrice di No logo manca completamente il bersaglio quando scaglia le sue frecce critiche contro «il movimento per il clima», reo di non aver «ten­tato di sfi­dare l’ideologia estrema che sta osta­co­lando tante azioni sen­sate»: «Gran parte del movi­mento per il clima, invece, ha spre­cato decenni pre­ziosi nel ten­ta­tivo di inca­strare la chiave qua­drata della crisi cli­ma­tica nella toppa rotonda del “capitalismo dere­go­la­men­tato”, alla ricerca infi­nita di solu­zioni al pro­blema che fos­sero for­nite dal mer­cato stesso».

Come diceva il filosofo, «Se vuoi il fine, devi volere anche il mezzo». Se vuoi il superamento della società dominata dalla disumana legge della ricerca del massimo profitto, devi volere anche la rivoluzione sociale anticapitalista che superi la maligna (con o senza “regolamentazioni”, con o senza ideologia neoliberista) dimensione dei rapporti sociali capitalistici. Se non vuoi il saccheggio materiale e spirituale degli uomini; se non vuoi la devastazione ambientale, devi anche non volere il lavoro salariato, ossia il lavoro (in realtà il lavoratore stesso, “anima e corpo”) venduto e comprato come merce, con tutto quello che questa compravendita che fonda il Capitalismo presuppone e pone sempre di nuovo.

Credere che un Capitalismo regolamentato, e magari protezionista per ciò che concerne il «settore delle energie rinnovabili per sostituire i combustibili fossili», sia una credibile (e soprattutto umana) alternativa all’attuale configurazione sociale del pianeta non è solo una pia illusione: significa soprattutto prestare il fianco a quell’ideologia, scritta nella lingua del politicamente ed ecologicamente corretto, che mentre affetta pose rigorosamente “anticapitaliste” (magari solo perché invita i “consumatori critici” a rivolgersi al mercato del Chilometro zero, o  a quello Equo e solidale), strizza l’occhio alla conservazione dello status quo sociale.

Insomma, l’ardua sfida va tentata non nei confronti dell’«idea estrema» o «fondamentalista», ma nei confronti delle reali condizioni sociali, cosa che implica sul piano concettuale l’individuazione delle radici del Male. È questo sforzo che, sempre a mio parere, conferisce autentica radicalità a un pensiero, con tutto quello che ne potrebbe seguire di fecondo sul terreno della prassi politica.Tutto il resto è Capitalismo, più o meno regolamentato, più o meno ecologicamente sostenibile – d’altra parte, un Capitalismo “ecologicamente corretto” è nell’interesse delle stesse classi dominanti, le quali farebbero volentieri a meno dei “lati cattivi” della vigente economia: vedi, ad esempio, la lotta con «caratteristiche cinesi» alla terribile devastazione ambientale in corso nel Celeste Imperialismo.

leonardo-dicaprio-all-onuorig_mainAggiunta da Facebook (24 settembre)

SPEZZO UNA LANCIA A FAVORE DI LEO!

Leonardo Di Caprio si è presentato negli anni come uno degli attivisti più impegnati per il cambiamento climatico. Ieri in un discorso alle Nazioni Uniti ha proferito le seguenti illuminanti parole: «Il cambiamento climatico è un problema attuale. La siccità si intensifica, gli oceani crescono, i ghiacciai si sciolgono con una velocità senza precedenti. Non è retorica, non è isteria. Sono i fatti. Un clima vivibile è un diritto inalienabile dell’essere umano. Cari leader, avete un compito difficile, ma raggiungibile, potete fare la storia o altrimenti ne sarete sopraffatti. I governi e le industrie di tutto il mondo devono assumere decisioni su larga scala, e che siano decisive. È il momento di agire: l’economia morirà se collasserà il nostro ecosistema». Fermiamoci un attimo.

Ora, essendo chi scrive un noto irriducibile nemico dell’economia capitalistica, cosa si deve augurare, il collasso del nostro ecosistema? Lo ammetto: avevo sottovalutato l’intelligenza critica di Leonardo Di Caprio, che ho sempre molto apprezzato come attore. Molto. Comunque sia, cercherò conforto dottrinario compulsando i testi di Naomi Klein: gli studi non finiscono mai!

L’attore hollywoodiano ha concluso il suo importante discorso con queste belle a alte parole: «Delegati e leader di tutto il mondo, io fingo per vivere, incarno ruoli di personaggi fittizi, ma voi no, voi dovete cavalcare l’onda. È il vostro momento per rispondere alle sfide dell’umanità e questo è il momento per farlo. Vi chiediamo coraggio e onestà».

Non so voi, ma la vedo brutta per il nostro piccolo pianeta. A proposito: personalmente non ho nulla da chiedere ai leader del mondo. Non a mio nome, Leo, non a mio nome.

Ho letto da qualche parte questo commento al discorso del celebre attore:

«Belle parole Leo. Ma il suo stile di vita rivela un atteggiamento molto più ambivalente di quanto non voglia apparire. Con un valore stimato di 220millioni di dollari, solo quest’anno è volato due volte in Francia, a Londra, Tokyo e diversi voli tra Los Angeles e New York. Nonostante l’appartamento eco-friendly a New York, è proprietario di diverse ville tra Hollywood e Palm Springs, due appartamenti a New York e ha recentemente venduto una proprietà a Malibu per 17 milioni di dollari. Possiede una Toyota Prius e una macchina elettrica, ma quest’estate ha trascorso le vacanze nel quinto yacht più grande del mondo, un colosso di 482 metri, di proprietà di un miliardario degli Emirati Arabi. Viva la coerenza!» (Dailymail).

Scusate, ma le abissali banalità che il bellissimo attore ha voluto venderci dal pulpito delle Nazioni Unite per amore del nostro pianeta sarebbero state più credibili, anche di un solo atomo, se egli non fosse il riccone che – beato lui – è? Io non accuso Di Caprio di incoerenza (sic!) ma, appunto, di banalità, che è poi la banalità che domina in tutti gli ambienti progressisti del mondo.

Ma mille di queste ville, Leo (a proposito, la barba ti dona assai: ti fa più “socialmente impegnato”), anche non eco-friendly! Mille di queste automobili, eventualmente anche non elettriche! Mille di queste vacanze negli yacht più grandi e lussuosi del mondo (altro che le crociere di massa a bordo delle fabbriche del divertimento tipo Costa Concordia)!

Leggi anche

Capitalismo e termodinamica. L’entropia (forse) ci salverà

CAPITALISMO E TERMODINAMICA. L’ENTROPIA (FORSE) CI SALVERÁ

A complemento del post sull’intervista rilasciata da Serge Latouche a lettera43.it aggiungo questa breve nota, frutto della lettura del saggio Come si esce dalla società dei consumi, di cui l’intervista non è che un compendio molto fedele, e di altri scritti intorno ai limiti, presunti e reali, del Capitalismo.

L’impronta catastrofista del Club di Roma informa tutto il libro appena citato. Secondo «il modello sistemico» del celebre e controverso Club il collasso della società sviluppista dovrebbe darsi tra il 2030 e il 2070; nel suo primo rapporto del 1972 (Alt allo viluppo), stilato sulla scorta della simulazione informatica effettuata presso il Massachusetts Institute of Technology (aggiornata nel 1992 e nel 2004), «esso prevedeva il crollo generale dei sistemi economici e sociali del pianeta verso l’anno 2025, nel caso in cui non fossero state prese delle misure draconiane di riduzione della crescita e di cambiamento nella mentalità consumistica» (Pascal Acot, Storia dell’ecologia, p. 197, Lucarini, 1989). Su quest’ultimo aspetto (“culturale”) del problema ritornerò tra poco.

Al tracollo della Civiltà Capitalistica, almeno come l’abbiamo conosciuta negli ultimi due secoli, per interna consunzione occorre aggiungere, ricorda con grande puntualità lo scienziato francese, «la sesta estinzione delle specie» (l’ultima è avvenuta intorno a 65 milioni di anni fa, nel Cretaceo), ossia la rapidissima distruzione della biodiversità dovuta alle «attività antropiche». Secondo gli esperti, come Pietro Greco, il triste evento dovrebbe consumarsi «nel giro di poche migliaia di anni. Ossia con una velocità di un paio di ordini di grandezza superiore a quella sperimentata nelle cinque “grandi estinzioni di massa” conosciute». Ho fatto un rapido, quanto egoistico, calcolo e ho realizzato che, per quanto veloce, la sesta estinzione delle specie non mi riguarda. Né riguarderà le persone a me più care. Di questi tempi calamitosi bisogna aggrapparsi anche alle più evanescenti delle certezze. E poi, come diceva Keynes, nei tempi lunghi siamo tutti stecchiti, e poco importa se come novelli dinosauri. Dare in eredità ai posteri un pianeta segnato dalla maledizione capitalistica è una prospettiva che non mi attrae né punto né poco.

La fine del Capitalismo o, più correttamente, dell’attuale «modello capitalistico» (crescista, dissipatore, consumista, liberista e finanziarizzato), è concepito essenzialmente come un suo esaurimento fisico, dovuto alla progressiva e sempre più rapida diminuzione delle fonti energetiche tradizionali (petrolio, carbone e gas) e alla distruzione del suo, per così dire, supporto materiale: l’ambiente, sempre più inquinato, devastato e cementificato. Analogo punto di vista sistemico troviamo in Jeremy Rifkin, il quale concepisce la società capitalistica alla stregua di un sistema termodinamico minato strutturalmente dall’entropia, ossia da una dissipazione energetica che rende vano ogni sforzo teso all’equilibrio del tutto. Il bilancio energetico, per rinverdire vecchie acquisizioni termodinamiche, sconta una perdita secca di energia durante il processo di trasformazione da un tipo all’altro di energia (ad esempio, nella trasformazione calore-lavoro).  «Dunque, quanto più un organismo sociale è evoluto e complesso, tata più energia è necessaria per sostenerlo e tanto più entropia si genera in tale processo. Questa semplice realtà si scontra con la teoria economica ortodossa: infatti, né il capitalismo né il socialismo riescono ad accettare la dura realtà del “mondo reale” imposta alla società e alla natura dalla prima e dalla seconda legge della termodinamica p. (J. Rifkin, Economia all’idrogeni, p.62, 2002).

E io che pensavo, sulla scorta di Marx, che fosse la legge della caduta tendenziale del saggio del profitto a minare l’accumulazione capitalistica! Invece, «Le leggi della termodinamica ci raccontano una storia molto diversa». Ne prendo atto con un certo sollievo, visto che la legge marxiana non è stata in grado di far crollare il Capitalismo. Storia e termodinamica di classe, mi verrebbe da dire civettando con Lukàcs e con non pochi marxisti che vorrebbero dimostrare «sul terreno dell’evidenza scientifica» l’inevitabile, e forse financo imminente, crollo del Capitalismo. Inevitabile, appunto, come la «dissipazione energetica di un sistema fisico» (1).

Anche Latouche naturalmente aderisce al pensiero termodinamico: «La storia dimostra che lo sviluppo non è sostenibile. Gli economisti classici hanno costruito il modello economico sul modello della meccanica di Newton. Ma il mondo reale non è un mondo meccanico, e anche i fisici lo sanno. Nel mondo reale valgono le leggi della termodinamica, soprattutto la seconda legge» (dalla conferenza di Mestre del giugno 2012, vedi You Tube). Sì, è la legge che chiama in causa la famigerata – ma per molti salvifica – entropia. Dopo l’Apocalittica politico-teologica, l’Apocalittica politico-entropica? Personalmente non aderisco al confortante e consolatorio pensiero crollista, anche nella sua versione marxista: è pur vero che, giusta Marx, il comunismo non è un mero ideale ma «il movimento reale, che elimina lo stato presente»; ma è altrettanto vero, se non si vuole scadere nel più volgare dei determinismi, che in quel movimento deve manifestarsi la Soggettività rivoluzionaria, senza la quale non ci saranno leggi della termodinamica o della società che potranno mettere un punto alla storia del Capitalismo. Comunque sia, confido ancora più nella trasformazione rivoluzionaria della società che nella trasformazione termodinamica del “sistema”.

A proposito: di che «socialismo» parlava il social-ecologista Rifkin? Ma di quello «reale» che abbiamo sperimentato in Russia, in Cina e altrove nel mondo, è ovvio. Naturalmente. Esattamente com’è ovvia, a mio modesto avviso, la natura capitalistica del cosiddetto «socialismo reale». Dico questo non solo per portare acqua al mulino di un mio cavallo di battaglia, ma anche per segare alla radice ogni illusione di «terza via» coltivata da Rifkin e da Latouche, e quindi gettare luce sull’inconsistenza dei concetti di «economia della decrescita», che ci salverebbe dalla barbarie,  e «economia della crescita», che accumunerebbe tanto il Capitalismo quanto il Socialismo.

Non mi sfugge la differenza “dottrinaria” che corre fra i sostenitori dello «sviluppo sostenibile», che hanno in Rifkin forse il più celebre e scientificamente attrezzato guru, e i sostenitori della decrescita; tuttavia a mio avviso entrambi i partiti condividono la stessa concezione feticistica della società, quella che non consente al pensiero di penetrare la dura materialità delle cose (le materie fossili, i gas serra, la popolazione, la foresta, il mare, il mercato, la moneta, ecc.), per afferrare la dimensione storico-sociale che conferisce loro senso, dinamica, prospettiva.

«La decrescita è uno slogan provocatorio che vuole mettere l’accento sulla necessità di una rottura con la società della crescita, cioè di una società fagocitata da un’economia che ha come obiettivo la crescita per la crescita» (S. Latouche, Come si esce dalla società dei consumi, p. 45, Bollati Boringhieri, 2011). L’odierna Società-Mondo è fagocitata da un’economia che ha come obiettivo il massimo – e più immediato possibile – profitto. È il profitto, e il rapporto sociale di dominio e di sfruttamento che esso presuppone e genera sempre di nuovo, e non la crescita, il concetto chiave che apre alla possibilità di una effettiva critica dello status quo e alla possibilità di una trasformazione rivoluzionaria della realtà, di tutta la realtà: dalla produzione dei beni alla produzione dei sogni. Nel libro in questione Latouche si mostra bravo nella descrizione dei fenomeni “degenerativi” (in realtà semplicemente necessari) del Capitalismo: dalla distruzione ambientale alla dittatura del marketing e della Finanza, ma non ne comprende l’intima essenza storico-sociale, e ciò è provato, tra l’altro, dalla sua perorazione a favore della riappropriazione “dal basso” della moneta, per «non lasciarla nelle mani delle banche». Come ho scritto nel precedente post, qui viene a galla tutta la carica feticistica della concezione economico-sociale del Francese, confermata da quest’altra tesi: «Non si tratta di abolire i mercati o di escludersene, ma di delimitare l’impero del Mercato lottando contro la sua eccessiva influenza». Ora, tanto la moneta quanto il mercato non sono, e non mi stancherò mai di ripeterlo, «beni comuni», ossia mere tecnologie economiche poste graziosamente dalla millenaria prassi sociale al servizio degli individui, ma prodotti e al contempo presupposti di una prassi radicata nel segno del Dominio.

Ecco perché quando Latouche introduce l’dea fondamentale del superamento dell’economia (dell’economia tout court, non solo di quella capitalistica), che ovviamente condivido, non è credibile. L’economia non deve uscire, innanzitutto, fuori della nostra testa, come egli sostiene, ma dalla prassi sociale degli individui, concetto che richiama l’esigenza di una rivoluzione sociale, prim’ancora che culturale. È la prassi dell’economia, non solo il suo concetto, che occorre mettere in discussione, prima teoricamente e poi praticamente. Ma la sua incomprensione del «socialismo reale» lo rende prudente: «Il lavoro della storia si può fare solo a poco a poco, non attraverso soluzioni radicali, dall’oggi al domani» (Decolonizzare l’immaginario, Emi, 2004). Anch’io sono per i piccoli passi, per una “politica riformista”, non velleitaria né volontaristica; ma solo dopo aver annientato il Moloch capitalistico.

In questo senso l’economia della decrescita di Latouche si presenta come un ritorno indietro a forme meno sviluppate di Capitalismo, a quelle forme che, peraltro, hanno generato con assoluta necessità la vigente Società-Mondo dominata dal Capitale, dalla sua ossessiva brama di profitto, che poi sta a fondamento dello sviluppismo, della speculazione finanziaria, della mercificazione degli individui e delle altre – necessarie – magagne descritte e denunciate dal Francese. Se accetti, in linea di principio, la moneta, il mercato e lo Stato, devi poi accettarne tutte le necessarie conseguenze; viceversa cadi nella contraddittoria e insulsa posizione di chi si indigna contro «gli eccessi del sistema», ma non contro «il sistema» stesso. Per riprendere l’ironica critica marxiana degli «insulsi», si accetta la merce ma non il denaro, il Capitale ma non i capitalisti, il denaro ma non le banche, lo Stato ma non la sua essenza di Leviatano, di cane da guardia degli interessi generali delle classi dominanti.

Quando Latouche perora le cause della «bancarotta dello Stato», per cancellare il debito sovrano, del protezionismo economico e della fuoriuscita dalla dimensione liberoscambista (tanto con la Cina la guerra concorrenziale è persa in partenza!), egli porta tantissima acqua al mulino del Leviatano, il solo in grado di implementare quel tipo di politica economica (2). Per questo Keynes aveva un debole per i regimi totalitari, di “destra” come di “sinistra”. Ma questo “vizietto” gli epigoni progressisti sono soliti nasconderlo, insieme al nesso inscindibile che negli anni Trenta si stabilì fra politiche keynesiane e preparazione del secondo macello mondiale (3). Il nostro scienziato sociale può pure citare Gandhi e sostenere la necessità di una riconversione taoista e buddhista dell’Occidente, ma le sue rivendicazioni economiche sono di una violenza sistemica inaudita, e ciò dimostra la superficialità del suo pensiero politico e il suo scarso senso storico. D’altra parte, il mio ragionamento è suffragato dalla seguente dichiarazione del Francese: «La cosa importante è che il potere, quale che sia, porti avanti una politica che corrisponde al bene comune, alla volontà popolare, anche se si tratta di una dittatura o di un dispotismo illuminato» (Intervista a Lettera43.it). Per il «popolo» è immaginata solo «la possibilità di fare pressione sul governo, qualunque esso sia, in modo da far pesare le proprie esigenze e idee». Gran bel protagonismo sociale “dal basso”, non c’è che dire. Non trovate le parole di Latouche un tantino ambigue, per non dire altro?

A pagina 53 si legge che nella misura in cui l’economia è diventata una religione, la religione della crescita a ogni costo, «dobbiamo conquistare un punto di vista ateo sull’economia: «A rigore, dovremmo parlare di acrescita come parliamo di ateismo. Dobbiamo diventare atei in economia». Qui, a mio avviso, insiste uno dei più significativi vizi ideologici del nostro scienziato: l’illuminismo, ossia l’idea che è sufficiente rischiarare la ragione degli individui per procurare l’avvento di un nuovo eone, di una nuova epoca, quella della Decrescita, nel caso specifico. Analogamente l’ateismo ideologico in auge nel periodo rivoluzionario della borghesia concepiva la religione alla stregua dell’oppio dei popoli, come mero frutto dell’ignoranza, come il prodotto delle tenebre nelle quali i sacerdoti, per conto dei potenti, mantenevano le moltitudini. Ignari del bisogno sociale che radica il concetto di Dio nelle anime dei sofferenti e degli individui umanamente più sensibili, non pochi atei del XVIII secolo aderirono all’idea secondo la quale una testa tetragona alla rivoluzione culturale meritava il trattamento della tortura (laica) e della ghigliottina.

Ecco perché un po’ m’inquieto quando Latouche scrive che «Dobbiamo espellere il martello economico dalle nostre teste, decolonizzare il nostro immaginario dai miti del progresso, della scienza e della tecnica», in modo che «svanisca la nostra idea di onnipotenza dell’assolutismo della razionalità. Il nemico siamo anche noi, è nelle nostre teste. Il nostro immaginario è colonizzato. Abbiamo bisogno di una catarsi» (Decolonizzare l’immaginario). Mi inquieto e con la mano tasto il collo, per vedere se è ancora al solito posto. A mio avviso la rivoluzione culturale proposta dal Francese, ancorché chimerica, contiene un grande potenziale di violenza «bio-politica», perché pretende di apparecchiare il nuovo uomo, l’homo non oeconomicus, a partire dalla società capitalistica, più o meno sviluppista, più o meno decrescista.

Si capisce, allora, perché secondo Latouche «Una delle prime misure della società della decrescita riguarda la pubblicità: non si tratta di cancellarla – perché non siamo terroristi – ma di tassarla fortemente, questo sì. È lo strumento di una gigantesca manipolazione, il veicolo della colonizzazione dell’immaginario» (dall’Intervista a Lettera43.it). Anche qui: il Capitalismo può andare («perché non siamo terroristi»), ma la pubblicità (ossia una delle sue più genuine espressioni) ci fa schifo, e comunque ne vogliamo poca, e la vogliamo tassare all’inverosimile. Ecco l’emancipazione degli individui dall’economia della crescita secondo Latouche. Quanto inquietante e poco radicale (ossia anticapitalistico) sia il suo concetto di decolonizzazione dell’immaginario si ricava, dialetticamente, dai passi che seguono: «Tutti i tentativi di modificare radicalmente l’immaginario, di cambiarlo forzatamente, hanno avuto risultati terrificanti, come ha dimostrato l’esperienza dei Khmer Rossi in Cambogia» (Decolonizzare l’immaginario). Che ci azzeccano i Khmer Rossi cambogiani con il discorso intorno all’emancipazione degli individui dalle esigenze totalitarie dell’economia? Nulla, è ovvio. Salvo per chi ha interpretato l’esperienza cambogiana degli anni Settanta in chiave anticapitalistica: una balla speculativa gigantesca, che getta luce su tutta la concezione decrescista di Latouche, il quale pensa di aver finalmente scoperto la mitica «terza via» mentre calca la solita putrida via capitalistica, magari con qualche lampione elettrico in meno e qualche candela in più: Dio com’è romantica la decrescita!

«Si tratta di abitare la terra come un territorio, un luogo di reciprocità e complicità. Di ritrovare la nostra intimità con una dimensione originaria» (Come si esce dalla società dei consumi, p. 190). E quale sarebbe questa «dimensione originaria»? in quali termini possiamo “declinarla”: biologici, antropologici, storici? Di più: esiste una nostra «dimensione originaria»? Per me si tratta, più modestamente, di abitare la terra come una casa umana finalmente ritrovata, anzi: costruita, mattone dopo mattone, dopo aver spazzato via la fortezza del Dominio. Umanizzare l’intero spazio esistenziale degli individui significa anche umanizzare il loro rapporto con la natura, fuori della dimensione che fa degli uomini e delle cose mere risorse da sfruttare nel modo più economico (efficace, razionale, profittevole) possibile. «Rompere con la società della crescita» (capitalistica), ossia con «l’imperialismo dell’economia» (capitalistica) non deve significare, a mio avviso, «ritrovare il sociale e il politico», ma trovare per la prima volta l’umano, e riempire di esso tutto ciò che sta tra cielo e terra.

È sulla possibile – oggi sempre più materialmente possibile e, al contempo, sempre più brutalmente negata – crescita umana degli individui che dovremmo focalizzare tutta la nostra attenzione di critici del Capitalismo, non certo sulla decrescita del Capitalismo – perché di questo, gira e rigira, si tratta. Noto solo adesso che mi sono fatto prendere la mano dalla critica. Occorre assolutamente mettere un punto, non fosse altro che per ragioni entropiche…

(1) «Jeremy Rifkin esordì con il libro Entropia. Basandosi sulle ricerche di Georgescu-Roegen, l’autore dimostrava che il modello capitalistico ha intrinseche proprietà degenerative che ne rendono inevitabile l’estinzione. L’entropia si può definire come il grado di dissipazione energetica di un sistema fisico. L’entropia equivale alla perdita di vitalità, di capacità riproduttiva di un organismo, il quale è per definizione irriformabile. Tutte le controtendenze che hanno prolungato l’agonia dell’attuale sistema non sono più in grado di rivitalizzarlo» (n+1, Newsletter numero 188, 8 luglio 2012). Davanti a tesi di questo tipo sorge sempre nella mia poco scientifica testa la seguente domanda: trattasi di analogia, di metafora, di teorema scientifico, di assioma o di cos’altro?

(2) Per Latouche la crisi economica che impazza in Occidente dal 2007 non è che la continuazione della crisi economica che deflagrò nella prima metà degli anni Settanta, proprio all’epoca del rapporto sui limiti dello sviluppo firmato del Club di Roma, cosa che ne spiega in gran parte il successo. Anche questa tesi non suona nuova alle mie orecchie. A mio avviso le cose non stanno in questi termini, e la crisi di oggi ha una sua “ontologica” autonomia rispetto a quella di quarant’anni fa, la quale chiuse la fase di poderosa accumulazione capitalistica seguita alla guerra mondiale. La gigantesca svalorizzazione di capitale causata dalla guerra spiega l’alto tasso di sviluppo economico dei paesi occidentali durato, al netto di rallentamenti contingenti e di breve respiro, fino alla prima metà degli anni Sessanta, per poi declinare sempre più rapidamente alla fine dello stesso decennio. La crisi degli anni Settanta inaugura una nuova fase di sviluppo, dai ritmi necessariamente più bassi, ma non per questo meno significativi; una congiuntura esposta a una concorrenza internazionale sempre più agguerrita, per vincere la quale la cosiddetta economia reale è costretta a ricorre in modo sempre più massiccio al Capitale Finanziario, anche per “drogare” il mercato al fine di mantenere alta la domanda – quella che, sbagliando, Latouche chiama economia del debito non è che la “vecchia e cara” economia capitalistica, sans phrase. Basta pensare allo straordinario sviluppo tecnologico verificatosi alla fine degli anni Settanta in Giappone, negli Stati Uniti e in Germania, proprio come reazione alla crisi sistemica di quegli anni, per capire di come sia riduttivo trattare la crisi attuale come una coda di quella di quarant’anni fa. Senza contare il colossale sviluppo del Capitalismo in Cina, in India e negli altri ex «paesi in via di sviluppo». Certo, agli occhi dei crollisti e dei decrescisti la mia tesi può suonare come una sorta di apologia del Capitalismo, mentre si tratta di una mera constatazione, di un’analisi non viziata da incrostazioni ideologiche. Non è negando sul piano ideologico la «mostruosa vitalità del Capitalismo» (Marx) che ne acceleriamo il crollo. Magari fosse così semplice e lineare l’equazione che abbiamo dinanzi!

(3) A corredo di quanto appena scritto, riporto una parte della bella recensione di Massimo Cappitti al libro Shock economy di Naomi Klein (Rizzoli, 2007): «Nelle conclusioni l’autrice evidenzia lo sgretolamento della shock economy, legato, in parte, alla scomparsa di alcuni dei suoi principali sostenitori, in parte al fallimento delle “terapie liberiste” e, infine, alla diffusione di nove forme di resistenza. In particolare, Naomi Klein sottolinea l’importanza delle esperienze di alcuni paesi latino-americani dove la “ricostruzione dal basso” si è alimentata, insieme, del rinnovamento dei programmi “socialdemocratici” e della riscoperta dell’orgoglio nazionale. Ne sono testimonianza le misure dei governi come la nazionalizzazione di settori chiave dell’economia. Qui, però, risiede la debolezza del libro. Klein sembra affidare la cura del male a chi ha contribuito a produrlo, riproponendo, cioè, un capitalismo governato dall’intervento statale, seppure integrato dal controllo e dalla partecipazione di movimenti popolari radicali. Come se lo Stato fosse una macchina neutrale e non il monopolista della violenza, e come se il capitalismo accettasse limiti, dettati da scrupoli etici, al suo accrescimento e la sua essenza non consistesse, invece, secondo un’intuizione già marxiana, nella preparazione di “crisi più estese e più violente”. Nella rivendicazione della propria estraneità alla polarità distruttiva rappresentata da capitale e Stato, risiede la scommessa dei soggetti rivoluzionari di là da venire» (Massimo Cappitti, Ascesa del capitalismo dei disastri, in AV, La società degli individui, p. 160, FrancoAngeli, 2007). Sottoscrivo in pieno, anche in qualità di rivoluzionario di là da venire… La «rivendicazione della propria estraneità alla polarità distruttiva rappresentata da capitale e Stato» è il mio Programma. Si accettano adesioni…