RIFLESSIONI “GEOPOLITICHE” ASPETTANDO I RISULTATI DEL VERTICE DI MINSK

pecora-lupoParlate a bassa voce, ma portate
un grosso bastone, e andrete lontano.
Theodore Roosevelt

Ho scritto il pezzo che segue ieri sera, in attesa di conoscere le conclusioni del vertice di Minsk del Quartetto di Normandia sulla crisi Ucraina. Sembra che il compromesso raggiunto sul cessate il fuoco e sullo status delle  autoproclamate Repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk sia deboluccio, e comunque tutt’altro che risolutivo. E «di certo non facilitano i colloqui l’annuncio del comandante delle truppe Usa in Europa, il generale Ben Hodges, secondo il quale militari americani addestreranno i soldati ucraini, come pure lo schieramento di dieci battaglioni russi a ridosso del confine ucraino» (G. Keller, Notizie Geopolitiche). No, decisamente non è un buon segnale. Un’ultima ora Ansa recita: «Putin, Poroshenko, Merkel e Hollande sono tornati a riunirsi nel formato Normandia per continuare a discutere del piano di pace per l’est ucraino». Formato Normandia significa, tra le altre cose, che l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza (oggi la carica è affidata a Federica Mogherini) non recita esattamente un  ruolo di peso nella vicenda. Per non dire altro. «Italia non pervenuta Mogherini invisibile: fuori da tutti i tavoli», lamentava l’altro ieri Gian Micalessin sul Giornale. Certo, quelle che stiamo vivendo non sono belle giornate né per i sovranisti né per gli europeisti. Per tutti, a cominciare da chi scrive, c’è comunque molta materia su cui riflettere.

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Ho sempre apprezzato la concezione “realista” in materia di geopolitica non perché ne condivida il punto di vista di classe che la informa, ovviamente, ma perché essa mostra di possedere un contenuto ideologico assai più modesto se confrontato con l’alto tasso ideologico di cui è invece pregna la concezione geopolitica cosiddetta idealista, la quale, “mentendo sapendo di mentire”, affetta di concedere molto all’etica della responsabilità e agli inviolabili – e puntualmente violati – diritti degli uomini, e poco alla ragione e al diritto radicati nella forza delle classi, degli Stati, delle Potenze. Preferisco di gran lunga il franco linguaggio dei “realisti”, il cui disprezzato cinismo in realtà non fa che registrare il cinismo delle cose, alla sdolcinata fraseologia politicamente corretta degli “idealisti”, buona per ingannare la cosiddetta opinione pubblica internazionale. Non a caso la concezione “idealista” domina la scena politica nei periodi di cosiddetta pace. L’”idealista” è il lupo che ama travestirsi da agnello: un’ottima strategia mimetica, peraltro.

Un esempio di concezione realista ci è offerta da Lucio Caracciolo: «Il fatto prevale sul diritto, finché non diventa tale», scriveva ieri il fondatore di Limes riflettendo, come al solito assai acutamente, sulla crisi ucraina. «Il diritto non è che il riconoscimento ufficiale del fatto», scriveva Marx nella Miseria della filosofia. E scriveva anche (Grundrisse) che «Gli economisti borghesi dimenticano che anche il diritto del più forte è un diritto, e che il diritto del più forte continua a vivere sotto altra forma nel loro Stato di diritto».

L’indirizzo “idealista” in materia di geopolitica finge che le cose stiano in tutt’altro modo, che, cioè, sia il diritto a piegare il fatto secondo certi presupposti politicamente ed eticamente corretti, salvo denunciare come tradimento del corretto fluire delle relazioni fra persone civili la violazione di quel punto di vista palesemente falso. E, com’è noto, chi viola le giuste leggi va ricondotto a ragione, con le buone, tutte le volte che ciò è possibile, anche con le cattive nei casi più ostili al “bene comune”.  Sulla mia concezione “geopolitica” rimando allo studio Il mondo è rotondo.

Solo una nuova Yalta, osserva sconsolato Caracciolo, potrebbe mettere un po’ di ordine al tanto caos che sgoverna il Nuovo Ordine Mondiale post Guerra Fredda: «Ordine del giorno: rimettere ordine in questo caos. L’obiettivo di qualsiasi ordinamento: la riduzione della complessità. Non si potrebbe scegliere luogo più simbolico della corrente incertezza geopolitica». Cercasi una nuova Yalta, disperatamente, prima che la nuova guerra fredda lasci il passo a una disastrosa guerra calda nel cuore del Vecchio Continente. Già. Ma cosa rappresenta Yalta agli occhi di un realista della geopolitica? È presto detto: «Sono passati settant’anni dalla conferenza di Yalta, quando Stalin, Roosevelt e Churchill decisero di coprire con la foglia di fico delle Nazioni Unite la spartizione dell’Europa e del mondo fra Occidente americano e Russia sovietica» (Limes). Musica per le orecchie di chi, come il sottoscritto, ha sempre denunciato, contro stalinisti e resistenzialisti d’ogni colore politico, la natura radicalmente imperialista delle Seconda guerra mondiale (la cui data d’inizio coincide col patto nazi-stalinista del 1939), nonché il carattere altrettanto imperialista dell’ONU, il «covo di briganti» chiamato a ratificare e a difendere i rapporti di forza fra le Potenze sanciti dal fatto bellico. Il fatto prevale sul diritto vigente, stabilito sulla scorta del vecchio ordine distrutto dalla guerra; il fatto crea nuovo diritto, espressione del nuovo ordine generato dalla guerra. In questo preciso senso è, a mio avviso, corretto dire che non ci sia un ordine – nazionale e sovranazionale – che non sia di diritto, necessariamente. Salvo conferire al Diritto caratteristiche politiche ed etiche che alla prova dei fatti si risolvono in meri avamposti ideologici dai quali colpire il nemico di turno – interno e internazionale. Il concetto di “guerra umanitaria” (nelle sue diverse declinazioni: Regime change, Nation building, Peacekeeping, ecc.) è, sotto questo aspetto, quanto di più significativo è riuscita a inventare la diplomazia occidentale degli ultimi tre decenni.

Scrive il realista Dario Rivolta su Notizie Geopolitiche: «Chi sostiene che la Russia non abbia alcun diritto di immaginare questo paese come a uno stato cuscinetto si è mai chiesto come gli Usa considerino l’intero continente americano? È roba loro! Ed è perfino stato teorizzato ufficialmente. È la legge del più forte? D’accordo! Ma non è certo né un diritto divino né una libera scelta di tutti quegli abitanti. Immaginate cosa succederebbe se il Messico o il Canada, democraticamente (magari con l’aiuto di denaro e di qualche ong “indipendente”) votassero per un’alleanza strategica, economica e militare, con la Cina o con la stessa Russia? Washington sarebbe così democratica anche in quei casi?». Diciamo che Washington si sentirebbe nel pieno diritto di difendere con tutti i mezzi necessari lo spazio esistenziale della “democrazia americana” – nazionale e continentale: «L’America agli Americani!», secondo la vecchia e sempre cara dottrina Monroe (1823). È lo stesso diritto che oggi invoca legittimamente la Russia dinanzi alla prospettiva della Nato di proiettarsi verso Est: interesse si contrappone a interesse, ragione si contrappone a ragione, diritto a diritto, imperialismo a imperialismo. Nel mezzo, stritolati da contingenze disumane, si trovano gli individui ovunque residenti. Non si tratta, per quanto mi riguarda, di non schierarsi, di stare appartati in uno “splendido (sic!) isolamento ”: si tratta invece di schierarsi contro tutte le forse economiche e statali in campo. A cominciare dalle forze a noi più prossime: vedi alla voce “interessi nazionali”.

Caracciolo invita gli europei a prendere confidenza con «la parola impronunciabile, guerra»: «È bene che questo termine non sia più tabù. Perché fingendo che il pericolo, per quanto remoto, non esista, rischiamo di abbandonarci a una dolce deriva. Quasi che il disordine attuale possa prolungarsi impunemente all’infinito, senza suscitare gli spiriti animali che non cessano di abitare anche gli uomini di miglior volontà». Come si vede, anche agli uomini di miglior valore analitico, e fra questi va annoverato certamente il direttore di Limes, capita di scivolare nell’ideologia. Infatti, non si tratta di spiriti animali ecc., secondo una nota concezione antropologica di matrice hobbesiana, quanto piuttosto per un verso di interessi economici e geopolitici, tattici e strategici che vengono a collidere (e non solo lungo l’asse Occidente-Oriente, ma anche lungo l’asse Europa-Stati Uniti, Stati Uniti-Germania, ecc.); e per altro verso di una crisi sociale che fa impennare il tasso di violenza sistemica: il montante nazionalismo e sciovinismo, di “destra” e di “sinistra”, non ne è che una fenomenologia. Anche la retorica di Tsipras sulle riparazioni di guerra rinfacciate a Berlino, e il suo giocare di sponda con Putin sulle sanzioni e sul finanziamento supplicato da Atene si inquadrano perfettamente all’interno di questo scenario che trasuda violenza sistemica da tutti i pori. La violenza bellica o di strada (anche i pogrom che giustamente temono gli ebrei francesi) non è che la continuazione della violenza sistemica con altri mezzi e sotto altre forme. Nella società disumana «Guerra è sempre».

«La politica è il rapporto tra le classi», amava dire Lenin, il quale invitava le «avanguardie rivoluzionarie» a orientarsi anche sul terreno della contesa imperialistica a partire da quel peculiare punto di vista classista: è quello che mi sforzo di fare io. Nel XXI secolo, nella Società-Mondo di questa epoca storica caratterizzata dal dominio sempre più totalitario del Capitale, accedere alla prospettiva classista anche in materia di competizione interimperialistica dovrebbe risultare abbastanza agevole anche per “marxisti-leninisti” dotati di una mediocre intelligenza – è il caso di chi scrive. Eppure, a giudicare dai tanti “marxisti-leninisti” disposti a difendere le ragioni dell’imperialismo “più debole” (Cina e Russia, in primis) e a osteggiare le ragioni dell’imperialismo “più forte” (Gli USA e L’UE, in primis), le cose non stanno affatto così. Ma forse sono io a non essere sufficientemente, o per nulla, “marxista-leninista”: giuro che la cosa non mi dispiace affatto. Anzi!

Per Tommaso Di Francesco (Il Manifesto) «La tra­ge­dia sotto gli occhi di tutti è quella dell’inesistenza di una poli­tica estera dell’Unione euro­pea, sur­ro­gata com’è dalle scelte della Nato». È legittimo scrivere questo dalla prospettiva che privilegia gli interessi dell’imperialismo europeo, salvo poi deprecare la loro concreta affermazione sotto la necessaria egemonia tedesca,   magari coperta dalla foglia di fico del cosiddetto asse franco-tedesco. Si vuole la botte dell’Unità Europea piena, e… Angela Merkel ubriaca! Intanto abbiamo assistito alla miracolosa resurrezione dello scialbo Hollande, a ulteriore conferma che le crisi internazionali e il clima di guerra (anche sul fronte interno: vedi la campagna ideologica patriottica scatenatasi in Francia dopo il caso Charlie Hebdo) possono fungere da ossigeno per leadership azzoppate da diverse magagne economico-sociali.

Il citato Di Francesco stigmatizza il fatto che «alcune capi­tali dell’est euro­peo siano ormai diven­tate più atlan­ti­che di quelle del Vec­chio continente»; eppure anche una sommaria conoscenza della storia dell’Impero Zarista e dell’Imperialismo Russo, da Stalin in poi, è sufficiente a farci capire cosa spinge quelle capitali a cercare protezione sotto le ali dell’Aquila Americana. Certo, anche la conoscenza della storia del Reich tedesco, da Bismarck in poi, aiuta a capire, eccome!

«Puntualmente, ogni 25 anni la Germania si sente abbastanza forte da partire alla conquista del mondo che la circonda. Lo aveva capito bene Winston Churchill che, parlando del periodo delle due guerre mondiali, riassunse il concetto in una sola frase: “Il nostro secolo è stato caratterizzato da due esplosioni della ricorrente vitalità teutonica”». Così scriveva Giuseppe Cucchi, Generale della riserva dell’Esercito Italiano, il 26 gennaio scorso su Limes. Ormai sono decenni che la «vitalità teutonica» fa bella mostra di sé: che ne dobbiamo dedurre? Sento qualcuno urlare: «Facciamo rispondere il popolo greco!». Nicchio, tentenno, titubo…

obama-putin-639340Aggiunta.

COSA HA PARTORITO LA MONTAGNA DI MINSK?

Due battute a caldo dopo gli accordi siglati oggi a Minsk. Ci tengo a precisare che quelle che seguono sono delle semplici impressioni che attendono verifica.

Secondo fonti ufficiali ucraine, una colonna militare russa formata da 50 carri armati e altri mezzi bellici avrebbe attraversato il confine con l’Ucraina la notte scorsa, mentre erano in corso i negoziati di Minsk. Niente di strano, sempre che la notizia sia vera: alla vigilia di accordi di “pace” o di tregua i contendenti cercano di conquistare sul campo la migliore posizione contrattuale possibile da far pesare poi sul tavolo dei negoziati. La diplomazia è al servizio della guerra, e viceversa.

Un minuto prima, e forse anche due minuti dopo, l’inizio del cessate il fuoco  nell’Est dell’Ucraina probabilmente si continuerà a morire nel nome della Sacra Patria. Ovviamente la politica del fatto compiuto arride sempre al più forte.

Il compromesso raggiunto a Minsk «a un passo dal baratro» sembra la classica soluzione ambigua che proprio perché accontenta tutti gli attori in scena non risolve un bel nulla e si limita a procrastinare la resa dei conti finale. L’interpretazione dei punti principali dell’intesa (13 in tutto) è lasciata, di fatto, ai singoli protagonisti, i quali possono così dichiararsi soddisfatti e, soprattutto, possono iniziare a preparare la mossa successiva. Se, ad esempio, «Il presidente ucraino Petro Poroshenko ha affermato che gli accordi siglati a Minsk non prevedono alcuna autonomia per le aree sotto il controllo dei ribelli separatisti nell’est dell’Ucraina» (ANSA), Putin sulla questione la pensa in modo opposto.

Il virile Presidente russo, dopo aver stigmatizzato il rifiuto di Kiev di intavolare negoziati diretti con i miliziani filorussi,  ha invitato le parti ad evitare «spargimenti di sangue inutili» fino al raggiungimento della tregua. Gli spargimenti di sangue utili (alla causa) sono invece i benvenuti.

Hollande è felice perché ha potuto far vedere al mondo, e soprattutto all’elettorato francese, di essere ancora vivo e competitivo; la Cancelliera di Ferro, pur non potendo negare la fragilità dell’accordo («Passi concreti devono essere fatti. E ci sono ancora grandi ostacoli davanti a noi»), ha però potuto smarcarsi per qualche ora dai falchi americani e concentrarsi sul dossier greco. Quanti fronti deve coprire Angelona! Poroshenko ha fatto in tempo a incassare dal Fondo monetario internazionale l’estensione del programma di assistenza finanziaria da 17,5 miliardi di euro a circa 40 miliardi di dollari per quattro anni. Anche l’Unione Europea è pronta a dare un po’ d’ossigeno alla moribonda economia ucraina. Come si dice, chi vivrà vedrà. E certamente anche oggi nell’Est dell’Ucraina qualcuno sarà messo nelle condizioni di non poter più vedere – a oggi si contano circa 5 mila morti.

LA “PROPOSTA INDECENTE” DEL MACELLAIO DI DAMASCO E IL PRESIDENTE “RILUTTANTE”

obama-netanyahu-assad-isis-583120La “proposta indecente” di Bashar el Assad agli odiati nemici americani ha fatto molto rumore. Molto rumore per nulla, a giudicare dalla freddezza con cui il Presidente Obama sembra aver accolto la “generosa” iniziativa politico-diplomatica del rais siriano. Ma la situazione è, come si dice, fluida, e scenari impensabili solo pochi giorni fa oggi possono concretizzarsi a dispetto di ogni logica nutrita a pane e ideologia – filo o anti-occidentale.

Frederic Hof, ex (dal 2009 al 2012) consigliere sulla Siria per il Dipartimento di Stato, supplica gli americani a non infilarsi nella «trappola mortale» in agguato in Siria: «Il capo della più grande famiglia criminale della Siria, il presidente Bashar el Assad, aspetta, come un coccodrillo, che il pescatore americano cada fuori dalla barca. Per Assad l’occasione è notevole. Se giocherà bene le sue carte, grazie all’assist dell’inazione americana, potrà tornare nella società civile mentre altri fanno il lavoro sporco contro lo Stato islamico al posto suo. […] La leadership americana deve creare meccanismi che permettano un giorno di processare Bashar el Assad e i suoi principali sostenitori per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Questi sono i passi necessari per smascherare le menzogne di Assad». (Il Foglio, 29 agosto 2014). E i passi necessari per mascherare le menzogne di Obama? Ci sarà, «un giorno», un tribunale che giudicherà i crimini di guerra perpetrati dagli americani? D’altra parte, la guerra imperialista in sé, soprattutto quella fatta passare, con suprema ipocrisia, come “umanitaria”, è un crimine contro tutto ciò che odora di umano. E quando parlo di Imperialismo e di guerra imperialista non alludo solo agli Stati Uniti, ma a tutti i protagonisti dell’attuale contesa capitalistica per la spartizione del mondo secondo le direttrici geopolitiche e geoeconomiche create negli ultimi tre decenni dal processo di globalizzazione.

«L’Amministrazione Obama ha risposto bene alla proposta, con un rifiuto sdegnato. Tuttavia, il pericolo rimane nascosto nelle acque dell’intrigo politico siriano». Reggerà il «rifiuto sdegnato» alla prova dei fatti che non mancheranno di prodursi nelle prossime ore nell’infuocato quadrante mediorientale? Vedremo. Intanto, come informa Mattia Ferraresi, «Il portavoce della Casa Bianca, Josh Earnest, è corso in televisione di prima mattina a cercare di correggere il messaggio uscito in modo maldestro dalla bocca del presidente il giorno prima. A quel punto però non c’era operazione di “damage control” che tenesse o rilievo semantico che potesse attutire gli effetti di una formula che è diventata il nuovo tormento del presidente: “We don’t have a strategy yet”, non abbiamo ancora una strategia. Earnest l’ha spiegata così: il presidente non ha “un piano in questo momento” per combattere lo Stato islamico in Siria, ma ha un “piano generale” contro lo Stato islamico in Iraq» (Il Foglio, 30 agosto 2014). Ma anche se lo avesse, un piano adeguato alla situazione siriana, pensate che il Presedente ne discuterebbe pubblicamente in una conferenza stampa (magari dando i dettagli delle operazioni militari)? È d’altra parte vero che gli americani non vogliono impegnarsi in un conflitto di largo respiro che si annuncia tutt’altro che semplice, sotto tutti punti di vista, senza aver prima esplorato strade meno impervie, e certamente essi non intendono accollarsi il lavoro sporco per conto del fantomatico Occidente, il cui risultato potrebbe risolversi in un rendere più agevoli gli affari economici e geopolitici dei kantiani amici europei. Detto en passant, solo una bella guerra “umanitaria” potrebbe risollevare nei sondaggi lo scialbo Hollande, come accadde a Sarkozy ai tempi dei raid aerei contro il regime di Gheddafi. La Grandeur è una merce che si vende ancora bene in Francia, soprattutto in tempi di deflazione…

obama_grigio_discorso_iraq_ucraina_agosto_2014_500Scriveva Lorenzo Cremonesi sul Corriere della Sera del 25 agosto: «Non va dimenticato che le prime manifestazioni contro la dittatura siriana nella primavera 2011 furono pacifiche e non armate. Fin da subito fu invece la gravissima repressione militare a gettare la popolazione nelle braccia dei primi gruppi armati. Assad non lasciò mai alcuno spazio all’opposizione politica interna. La tortura eletta a sistema, l’umiliazione sistematica dei prigionieri politici, i bombardamenti dei villaggi indifesi, gli assassinii dei medici e infermieri, il disprezzo per i diritti civili più elementari si manifestarono in un crescendo intollerante e brutale. Solo chi ha assistito alla repressione in Siria può non dubitare che Assad abbia utilizzato le armi chimiche contro la sua gente. E da violenza nasce violenza. Triste e paradossale che qualcuno possa prendere in seria considerazione l’offerta di Assad». Non so se il Presidente degli Stati Uniti stia prendendo in considerazione in queste travagliate ore (vedi anche il fronte occidentale, sempre più surriscaldato) l’inaspettata offerta del macellaio di Damasco, e probabilmente, anche in questo caso, non vedremo mai una conferenza stampa congiunta Obama-Assad che ci metterà a giorno dell’avvenuto accordo anti-Isis fra USA e Siria. Se esso è già operativo, come sostengono diverse fonti giornalistiche basate tanto a Occidente quanto a Oriente, soprattutto gli americani hanno interesse a non renderlo pubblico, anzi a negarlo senz’altro, mentre il regime siriano, sempre più con l’acqua alla gola, avrebbe piuttosto l’interesse contrario. Probabilmente Assad cerca di afferrare un’insperata occasione di rivincita sul piano politico-diplomatico che possa accreditarlo come un interlocutore credibile e indispensabile per arginare la minaccia del fondamentalismo islamico più aggressivo.

D’altra parte, «Solo l’apparato di proiezione di forza degli Stati Uniti è adatto a sterminare l’IS in tempo breve, in quanto la Russia non dispone dei sistemi d’arma necessari ad un rapido e risolutivo intervento, e non avrebbe neanche la capacità di schierare una forza militare efficiente in tempo breve. La tattica attendista della Russia in Ucraina, potrebbe aver inciso sulla scelta di al-Assad di rivolgersi all’Occidente, e questo si traduce in una Siria alle strette che per evitare di essere sconfitta, ha preferito chiedere aiuto ai suoi oppositori. Pertanto si sta configurando un’alleanza insolita, in quanto gli Stati Uniti hanno fornito armi alle truppe ribelli per rovesciare la dittatura di al-Assad, attività che prosegue tutt’ora, ma solo in favore degli insorti più moderati» (G. Caprara, Notizie geopolitiche, 28 agosto 2014). Come, nel sempre più intricato e insanguinato groviglio siriano, sia possibile distinguere fra insorti “buoni” e insorti “cattivi”, è cosa che esubera la mia modesta capacità di comprensione. Non c’è dubbio, ad esempio, che ai tempi dell’invasione sovietica dell’Afghanistan il futuro pianificatore dell’11 Settembre si presentasse con il volto misericordioso dell’amico più convinto e risoluto dell’imperialismo americano.  Ma, si sa, il mondo è pragmatico.

Comunque sia, la “proposta indecente” di Assad a me non appare né triste né, tanto meno, paradossale, perché so da sempre che l’imperialismo, piccolo o grande che sia, non agisce sulla scorta di motivazioni etiche e ideali, secondo le fumisterie create scientificamente dall’Ufficio Propaganda (vedi Prima e Seconda carneficina mondiale), bensì perseguendo obiettivi di varia natura, tattici e strategici, che possano rafforzarlo ed espanderlo, o non intaccarlo in maniera irreparabile nelle avverse circostanze. La storia passata e recente è piena di questi “tristi paradossi”, e soprattutto gli americani si sono rivelati i più spregiudicati nella ricerca di alleanze tattiche. L’Afghanistan insegna. Per citare il solito Deng Xiaoping, non importa il colore del gatto, purché questo acchiappi il topo, secondo la vecchia logica che vuole il nemico del mio nemico essere mio amico, almeno tatticamente, a tempo determinato, per così dire. Tragico, più che triste, mi appare semmai un mondo ancora completamente immerso nella hobbesiana dimensione della violenza sistemica: militare, economica, psicologica, esistenziale.

Anche Leonardo Mazzei non si stupisce neanche un po’ dinanzi alla ventilata possibilità di un’alleanza di fatto USA-Siria in funzione anti-ISIS. Scrive Mazzei criticando «certuni che, pur dichiarandosi “antimperialisti” sono soltanto dei “geopoliticisti”» (bravo!): «Secondo costoro la rivolta scoppiata in Siria nel marzo 2011 è stata solo una manovra pilotata dagli americani. Ed una creatura americana sarebbe l’ISIS, mentre il governo Assad sarebbe stato in questi anni il faro della resistenza antimperialista in Medio Oriente. Uno schema messo a dura prova dai recenti avvenimenti. Di più: semplicemente ridicolizzato dai fatti. […] Nessuno stupore dunque – ed al tempo stesso nessuna certezza –  sulla possibile alleanza Obama-Assad. Un’alleanza per altro ben vista da Israele. Se alleanza sarà, noi non ci stupiremo. Ma che diranno i sostenitori della visione “geopoliticista”, quella che ritiene che la rivolta siriana sia solo un complotto americano contro Assad?». Probabilmente inventeranno qualcosa di estremamente “antimperialista” e “dialettica”, non c’è da dubitarne. A tal riguardo, aspetto con ansia di leggere cosa scriverà il grande filosofo dei processi sociali Diego Fusaro.

TJEERD_2014-07-18-7750Dopo aver sviluppato un’analisi della situazione mediorientale, soprattutto in rapporto agli interessi statunitensi, che in gran parte condivido, Mazzei conclude: «L’imperialismo americano rimane il nostro principale nemico. Guai a dimenticarlo anche per un solo attimo». Qui non concordo affatto. A mio avviso «il nostro principale nemico» è l’Imperialismo colto nella sua totalità necessariamente contraddittoria e conflittuale. Di più, come proletario sfruttato in Italia io riconosco come mio nemico principale l’imperialismo italiano, e poi quello europeo, se proprio mi vedo costretto a gerarchizzare la mia inimicizia politico-sociale. Come si traduce, ad esempio, la tesi di Mazzei nel caso della crisi ucraina? Personalmente sono contro tutti gli attori in campo, mentre sostengo la (oggi remota) possibilità di un movimento disfattista (ossia ostile alla guerra) in Ucraina e in Russia sulla base della parola d’ordine: Non morire né per Kiev né per Mosca, né per Bruxelles né per Washington*. Vasto programma? Vasto, in tutti i sensi, è il dominio sociale capitalistico, e non è immaginando scorciatoie che esistono solo nelle nostre anticapitalistiche teste che possiamo sperare di prenderne le giuste misure.

Occorre a mio avviso superare la vecchia logica “antimperialista” (di stampo tanto “fascista” quanto “comunista”) che considera la lotta antimilitarista in Italia (e in Sicilia: vedi il movimento di lotta anti-MUOS) in chiave puramente antiamericana, e che continua a trascurare il peso assunto dal militarismo Made in Italy nei processi di militarizzazione del Paese. Riconoscere il nemico più insidioso e immediato nella classe dominante “casalinga” implica anche la lotta contro la Nato, nel cui seno il nostro Paese è stato inserito in seguito alle note vicende occorse ormai sette decenni fa; allo stesso tempo, una lotta contro la Nato coerente e soprattutto non viziata da ideologie nazionaliste presuppone in primo luogo la lotta contro il nemico interno di classe, il quale anche all’ombra di quella Alleanza politico-militare ha perseguito dal secondo dopoguerra in poi i suoi (peraltro legittimi sul terreno capitalistico) interessi nei Balcani, in Medio oriente, nell’Africa del Nord e così via.

Sostengo questo non per un settario e inane scrupolo di coscienza (seppure “di classe”), ma perché non intendo rafforzare in alcun modo la posizione dell’imperialismo italiano e/o dell’imperialismo europeo nel mondo. Basta ricordare gli entusiastici applausi indirizzati a Craxi e Andreotti da moltissimi “antimperialisti” (di “destra” e di “sinistra”) dopo la mitica Notte di Sigonella (ottobre 1985), per capire come una lotta alla NATO non informata dal punto di vista ostile a ogni forma di dominio sociale assai facilmente si presta come formidabile strumento di lotta interimperialistica.

Che un indebolimento dell’imperialismo americano e «il passaggio ad un’epoca multipolare» possano, eo ipso, risolversi in un progresso per l’auspicata «iniziativa di classe» ovunque nel mondo, o solo in Italia, questo non l’ho mai creduto, o capito, faccia il lettore. Mazzei ha comunque ragione quando sostiene che è sbagliato fare dell’America «un avversario invincibile ed onnipotente. Non lo è, e lo scenario mediorientale ce lo dimostra».

Come scrisse una volta Karl Kraus, «Il nazionalismo è un fiotto di sangue in cui ogni altro pensiero annega». Il mio nemico principale è il nazionalismo (oggi soprattutto nella sua variante cosiddetta sovranista), e il fatto che questa posizione oggi appaia – e sia in realtà – eccezionalmente difficile da sostenere, al limite dell’impossibile, ebbene ciò non mi suggerisce alcuna alternativa più facilmente praticabile sul terreno dell’antagonismo di classe. Altri terreni non mi riguardano.

breaking-bad-583087A proposito di altri – e certamente oggi più fecondi di successi – terreni! Scrive Matteo Zola su East Journal (28 luglio: «Se non si è dei tifosi sfegatati delle stelle e strisce, si è sempre contenti quando il mondo unipolare sorto dalle rovine del Muro di Berlino viene messo in discussione». Personalmente sono contento, politicamente parlando, solo quando coloro che per campare sono costretti a vendersi come merce hanno modo di assestare un colpo ai padroni. Ahimè, cosa assai rara di questi critici tempi. Questo fa di me un tifoso sfegatato, o quantomeno un oggettivo (mai mettere limiti all’astuzia dell’Imperialismo Americano!) servo sciocco «delle stelle e strisce»? Non credo. Ma, per dirla col santissimo Padre, chi sono io per dirlo? Continuiamo piuttosto la citazione senza interromperla con personalistiche chiose: «L’emergere di nuove potenze regionali e il (fin qui lieve) declino americano potrebbero portare a una situazione per la quale, nel mondo, a decidere i destini di popoli e dittatori, a disegnare i confini di nuovi stati, a scegliere dove stanno i buoni e i cattivi, non siano solo i signori di Washington. Chissà, magari anche l’Onu – ormai obsoleto strumento di ricomposizione dei conflitti – potrebbe venire ridisegnato in un’ottica più inclusiva. E soprattutto il suo Consiglio di Sicurezza, che comprende i paesi usciti vincitori dalla Seconda guerra mondiale, potrebbe essere reso più rispondente al mondo di oggi».

A questo punto di vista rigorosamente geopolitico va a mio avviso contrapposto il punto di vista critico-radicale che intende mettere in discussione non il vigente status quo geopolitico, ma il ben più essenziale status quo sociale. Una breve autocitazione: «A molti miei interlocutori rigorosamente “antimperialisti”, quelli che amo rubricare come mosche cocchiere, sfugge l’abissale differenza che corre, soprattutto nell’attuale epoca di dominio planetario e totalitario (oserei dire terroristico) dei rapporti sociali capitalistici, fra il concetto di status quo sociale e quello di status quo geopolitico, e così essi affettano di lanciare solidi ponti politico-concettuali fra le opposte sponde dell’abisso che esistono solo nella loro testa. Se le mosche cocchiere avessero avuto ragione contro i «”rivoluzionari” che non vogliono sporcarsi le mani col mondo reale», saremmo già da un pezzo nel migliore dei mondi possibili, magari in guisa “sovietica”, o “comunarda” – qui alludo al Grande Timoniere cinese, non a quello padovano che di nome fa Antonio. I realisti hanno bensì avuto ragione, ma come inconsapevoli strumenti del processo sociale capitalistico» (Riflessioni agostane intorno al bellicoso mondo).

putin-nucleare-atomica-atomico-bomba-584171* Scrive oggi Anna Zafesova (La Stampa): «Mosca continuerà ad accrescere il suo arsenale nucleare e ricorda a tutto il mondo che “è meglio non avere a che fare con la Russia”. È il monito che Vladimir Putin lancia il giorno dopo che Kiev ha denunciato l’inizio dell’invasione russa: “Grazie a Dio, penso che a nessuno oggi venga in mente un conflitto su larga scala con noi”». E se il buon Dio non esistesse davvero, come azzardano certi loschi individui? Meglio fare gli scongiuri e agire come se Dio esistesse!

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Un tempo la Germania inquietava i suoi concorrenti perché mostrava un’aggressività politico-militare davvero preoccupante. Beninteso, preoccupante per quelle nazioni che, giungendo per prime al vertice della piramide imperialistica intorno al limitare del XIX secolo, avevano trovato il modo di spartirsi in solitudine il vasto mondo, offrendo ai paesi ritardatari solo le briciole del ricco bottino. Il riferimento è naturalmente all’Inghilterra e alla Francia, ma anche agli Stati Uniti, se prendiamo in considerazione il quadrante orientale-Pacifico della mappa geopolitica: qui il ruolo del cattivo spettò al Giappone, ristretto in uno “spazio vitale” fin troppo esiguo per la sua straboccante forza sistemica. Chi ha interesse a spezzare lo status quo deve mostrare, magari obtorto collo, il volto più cattivo di cui è capace.

Oggi la Germania fa paura per il suo inquietante “pacifismo”. A differenza dei mass-media nostrani, distratti dagli ennesimi scandali e dalle insulse macchinazioni politiche in vista delle prossime scadenze elettorali, ai quotidiani e alle riviste politiche degli altri paesi occidentali non è invece sfuggito quello che è forse stato l’aspetto più significativo dell’ultimo summit della Nato (Chicago, 20-21 maggio): il processo alla Germania. Un processo ovattato, portato avanti con discrezione e guanti di velluto, come si conviene in un convegno fra “amici” e “alleati”; ma non per questo privo di durezze. Come diceva il filosofo (tedesco!), la verità sa essere brutale anche nei panni della più dimessa diplomazia.

Partendo dall’atteggiamento “omissivo” che ha caratterizzato la politica estera tedesca a proposito della questione libica, gli Stati Uniti, spalleggiati dagli altri “alleati”, hanno rinfacciato ai tedeschi un egoismo senza pari in ambito NATO: mentre crescono in potenza economica, essi non solo rifiutano di assumere le responsabilità politiche e militari che competono a un grande Paese, qual è diventata la Germania dopo la seconda guerra mondiale, e a fortiori dopo la fine della guerra fredda; ma addirittura mostrano di volersi ritrarre ancor di più dalle loro responsabilità internazionali, tagliando ad esempio la loro spesa militare.

Inutile dire che mentre irrita gli “alleati”, il disimpegno politico-militare dei tedeschi, formiche dell’Occidente, piace molto ai cinesi, formiche dell’Oriente. Fra formiche ci s’intende? Rimane il fatto che, ad esempio, la Germania «verso la fine del 2010, affiancata dalla Cina, ha cercato di bloccare sul nascere un’iniziativa americana proposta nel novembre dello stesso anno dal G20 per “riequilibrare” i rapporti con i paesi che basano la loro economia sulla crescita delle esportazioni» (Heather A. Conley, La Germania non crede più nell’America, 14/10/2011, Limes).

Il Primo Ministro polacco ha ripetuto che al suo Paese oggi spaventa più una Germania isolazionista, tutta focalizzata sull’economia, che una Germania forte sul piano politico-militare. Una Germania politicamente forte sulla base dell’attuale status quo che vede gli Stati Uniti saldamente al centro della NATO, è evidente. La Polonia teme l’attuale debolezza politica della Germania semplicemente perché essa potrebbe preludere a uno sviluppo autonomo dell’imperialismo tedesco, e certamente il Ministro della Difesa tedesco, volendo in qualche modo giustificare la reticenza del suo Paese in materia di spese militari, non ha rassicurato i polacchi affermando che «La Germania ha paura della sua stessa forza».

«Come ha osservato Stefan Kornelius, caposervizio agli Esteri della Süddeutsche Zeitung, la Germania assomiglia a “una nazione in catene da essa stessa forgiate”» (H. A. Conley, La Germania…). Questo, sia detto per inciso, a proposito della Germania come Potenza fatale, e in relazione alla radice sociale – eminentemente economica – dell’Imperialismo contemporaneo. Ancora una volta il “vecchio” concetto di Imperialismo si mostra assai più adeguato alla reale dinamica del processo sociale di quanto non sia il concetto “postmoderno” di Impero, a confronto del primo forse più suggestivo e più vendibile sul mercato delle ideologie, ma certamente non all’altezza del tempo.

«La carta mostra i legami economici della Germania con il resto del mondo. Berlino si pone non solo come potenza centrale d’Europa ma come fattore inaggirabile sulla scena globale. Il confine fra geoeconomia e geopolitica è sfumato» (Limes, 4/2011).

In verità l’accusa americana cui facevo cenno sopra non è nuova, anche se a partire dagli anni Settanta essa investì tutti gli alleati degli Stati Uniti, dall’Europa occidentale presa in blocco al Giappone, accusati appunto di ingrassare all’ombra del costosissimo – in tutti i sensi – ombrello politico-militare offerto “generosamente” dal Paese egemone. Perdenti sul piano politico-militare, la Germania e il Giappone non tardarono a prendersi la rivincita, anche sfruttando al meglio la propria condizione di paesi reietti che alla fine avevano “accettato” la resa incondizionata decisa nel ’43 a Casablanca da Roosevelt e da Churchill. (Detto di passata, la guerra mondiale durò altri due anni perché nessun Paese può accettare, senza impegnarsi in un corpo a corpo mortale col nemico, una resa incondizionata, salvo venir ridotti ai minimi termini, cosa che peraltro puntualmente avvenne. Sulla pelle delle classi dominate di tutto il pianeta).

La Germania è tutta concentrata sul proprio potenziale economico, e mentre prospera in un continente rovinato dalla crisi economica, essa non vuole impegnarsi seriamente in scelte politiche che necessariamente hanno un costo in termini finanziari. Eppure i tedeschi hanno tratto un grande beneficio dal sistema di alleanze cui sono parte integrante ormai da sessant’anni. È venuto il momento per la Germania di essere meno egoista e più generosa: essa deve pagare un prezzo adeguato alla sua dimensione di potenza economica, procedendo anche a un rapido riarmo, ovviamente nell’ambito della NATO e in stretta sinergia con i partners europei. Dinanzi a questo grave discorso «la diplomazia tedesca rimane silente», ha riconosciuto Der Spiegel. Un silenzio che mette i brividi.