LA SOCIETÀ COME IDEOLOGIA E COME PATOLOGIA

Oggi che l’utopia di Bacone – comandare alla natura
nella prassi – si è realizzata su scala tellurica, diventa
palese l’essenza della costrizione che egli imputava
alla natura non dominata. Era il dominio stesso. […]
Di fronte a questa possibilità l’illuminismo al servizio
del presente si trasforma nell’inganno totale delle masse.
M. Horkheimer, T. W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo.

Scrive Antonello Sciacchitano (da Il soggetto collettivo, Facebook):
«Ideologia come patologia sociale. Il negazionista non solo nega di appartenere a una comunità ma nega la comunità stessa. Chi rifiuta la vaccinazione indebolisce non tanto sé stesso ma il soggetto collettivo. Il vaiolo è stato estirpato dal vaccino di Jenner (1798). Tetano, difterite, morbillo e polio sono morbi tenuti sotto controllo, purtroppo non estirpati, dai rispettivi vaccini. Non vaccinarsi significa promuovere gli agenti morbosi collettivi in nome della libertà individuale che verrebbe coartata da chi ha il potere di proporre le vaccinazioni. La vera patologia sociale non è il virus, è l’ideologia».

Personalmente trovo sommamente ideologica questa posizione di Sciacchitano, perché essa a mio avviso non coglie la radice sociale del problema sollevato e si concentra piuttosto su un fenomeno (il cosiddetto “negazionismo”) che si spiega benissimo con il carattere irrazionale della presente società. La società capitalistica è radicalmente irrazionale in questo preciso significato: il risultato del processo sociale globalmente considerato si dà alle spalle degli individui, “a loro insaputa”, per usare il gergo giornalistico, post festum, per dirla “filosoficamente”; e il più delle volte il bel risultato collettivo si erge minacciosamente sopra la nostra testa come una «potenza estranea e ostile» (Marx). È questa potenza sociale che «coarta» la nostra «libertà individuale» e che conferisce un preciso status storico e sociale al «soggetto collettivo».

La scienza dei nostri capitalistici tempi collabora con zelo al mantenimento e al rafforzamento di questa pessima (disumana, illiberale) condizione, e ciò ovviamente senza che la comunità degli scienziati ne abbia la minima consapevolezza: lo fa, ma non lo sa. In ottima buonafede lo scienziato giura sul carattere socialmente e politicamente “neutro” della prassi scientifica, e vede solo il lato pieno del bicchiere (il vaccino che ci salverà!), mentre l’altro lato (la società che ha creato il problema cui cerca di far fronte) egli non lo vede, ovvero non gli appare di sua pertinenza professionale. «Maledetto specialismo!», avrebbe detto l’aristocratico Nietzsche.

È insomma la stessa prassi sociale capitalistica che ci si dà in guisa di ideologia, appunto perché il mondo che viene fuori dalla molteplice e multiforme attività collettiva appare capovolto, rovesciato: il prodotto domina il produttore, la Cosa sussume sotto la sua irriducibile oggettività il soggetto, che pure la produce; il lavoro morto piega alla sua cadaverica esistenza il lavoro vivo. Parlare di «comunità» in astratto, prescindendo da ciò che ne costituisce l’essenza (il rapporto sociale di produzione della vita “materiale” e “spirituale” degli uomini), significa impedirsi l’accesso a una critica davvero radicale della realtà.

«La vera patologia» è dunque, e sempre a mio modestissimo avviso, questa società, il cui impalpabile (“astratto”) rapporto sociale di dominio e di sfruttamento (degli uomini e della natura) ne rappresenta l’autentico fondamento (il vero dato “strutturale”); è questa società che ci espone sempre di nuovo a sofferenze e a rischi d’ogni genere, e che, nella fattispecie, ha trasformato un virus in una devastante crisi sociale – non semplicemente sanitaria, e questo già nel suo momento genetico: vedi distruzione degli ecosistemi, commercio del guano di pipistrello (come possibile causa immediata dell’epidemia tra le tante altre cause candidate a questa funzione), abitudini alimentari ritenute più o meno “stravaganti” (come sempre dipende dalla “geolocalizzazione” dell’occhio che osserva), globalizzazione dei traffici, “economizzazione” della spesa sanitaria, e quant’altro ha moltissimo a che fare con l’economia, in particolare, e con la prassi sociale in generale, e pochissimo con la “nuda natura”.

È questa società che ci dichiara guerra giorno dopo giorno, che “complotta” in mille modi contro la nostra salute, la nostra serenità, la nostra libertà, la nostra umanità. Niente «oscure trame repressive», niente «affari loschi»: è il processo sociale capitalistico, bellezza! Che sulla sofferenza e la paura di milioni di persone fioriscano profitti da capogiro (certamente, alludo anche al vaccino e ai tanti dispositivi sanitari che possono proteggerci dalla malattia), occorre darlo per scontato, se non si vuol fare, appunto, dell’ideologia. Mi rendo conto: quello che configuro è un “complotto” che di certo non può suscitare alcun fascino presso il complottista, il quale è alla continua e smaniosa ricerca di facili capri espiatori su cui poter scaricare, “qui e subito”, il proprio disagio sociale/esistenziale.

Ho il sospetto, un sospetto che non tocca minimamente Sciacchitano (i cui scritti “psicoanalitici” peraltro apprezzo da diverso tempo), che molte persone provano gusto a sparare contro la Croce Rossa che trasporta a sirene spiegate “complottisti” e “negazionisti” d’ogni sorta (figli legittimi di questa società irrazionale, esattamente come chi scrive, e forse anche come chi legge), perché tali persone pensano che questo intelligente passatempo le faccia apparire come sommamente razionali, informati sui fatti (compreso sul circolo vizioso dentro cui si crogiolano e si avvitano i negacomplottisti), “acculturati” e, soprattutto, “responsabili e maturi” nei confronti della comunità: «Il singolo non può mettere a repentaglio la salute del corpo sociale!»

Personalmente non provo alcun piacere nello sport del tiro al (facilissimo) bersaglio: il mio obiettivo polemico principale non è il “negazionista”, né il “complottista”, verso i quali peraltro nutro da sempre una fortissima antipatia personale, pur considerandoli un buon oggetto di studio nell’ambito della ricerca sociale: vedi alla voce psicologia di massa. Ma come si fa a non capire che fenomeni come il “complottismo” e il “negazionismo” hanno a che fare con il completo fallimento di questa società? E qui parlo di fallimento mettendomi dal punto di vista di chi coltiva illusioni di qualche tipo su questa pessima società.

Come diceva Friedrich Nietzsche, quando si ha a che fare con l’ignoto «è meglio una spiegazione qualsiasi che nessuna spiegazione»: «Ricondurre qualcosa di non conosciuto a qualcosa di noto solleva, calma, soddisfa, dà inoltre un senso di potenza. Ciò che è ignoto equivale a pericolo, inquietudine, pena – il primo istinto è quello di eliminare queste sgradevoli situazioni» (Il crepuscoli degli idoli). Forse ciò che più irrita e destabilizza lo scienziato che ama sparare a palle incatenate sulle ridicole certezze dei “negazionisti” (ad esempio sul Coronavirus, sui vaccini, eccetera) e dei “complottisti” è il fatto che la sua merce razionalizzante è considerata da tante persone alla stregua di qualsiasi altra merce avente lo stesso “valore d’uso”. Nella notte dell’irrazionalità capitalistica, tutte le razionalizzazioni appaiono accettabili, purché esse raggiungano lo scopo, come ci conferma il filosofo e fine psicologo già citato: quando si tratta «di liberarsi da rappresentazioni opprimenti, non si guarda troppo per il sottile circa i mezzi per liberarsene».

Rinvio al PDF (Il Virus e la nudità del Dominio) che raccoglie i miei post dedicati alla rognosissima (per non dire altro) “problematica virale”.

NEGAZIONISTA E COMPLOTTISTA È QUESTA SOCIETÀ

Prima della cura

Tutta la vita delle società nelle quali predominano
le condizioni moderne di produzione si presenta
come un’immensa accumulazione di rischi. L’anno
2020 ce lo ha ricordato nel modo più incisivo.

R. A. Ventura, Radical choc.

Sono francamente odiose le accuse di negazionismo e complottismo scagliate come oggetti contundenti dai socialmente allineati contro chi azzarda un minimo (non un massimo!) di atteggiamento critico sulla cosiddetta “crisi sanitaria” e, soprattutto, sulla sua gestione da parte dei “comitati scientifici”, dei decisori politici e dei loro apparati propagandistici. Si sta generalizzando l’escrementizia tendenza a bollare come “negazionista” e “complottista” chiunque esprima un’idea difforme da quella certificata come politicamente e socialmente corretta dagli esponenti più autorevoli della classe dirigente del Paese. Chi non si allinea di buon grado all’opinione comune è concepito dai più come una persona quantomeno “strana”, dalla quale è igienico mantenere le debite distanze: non si sa mai! E la cosa appare ai miei occhi tanto  più sinistra e politicamente significativa, nel momento in cui il Parlamento italiano vara una Commissione d’inchiesta (con poteri di autorità giudiziaria) sulle cosiddette “fake news” che si configura come una vera e propria Commissione di controllo e censura delle opinioni considerate dai politici filogovernativi non in linea con le verità stabilite dai sacerdoti del regime: intellettuali, politologi, scienziati, artisti, opinion leader, ecc.

Naturalmente chi abbaia contro l’irrazionalismo dei “negazionisti” e dei “complottisti” non ha nemmeno una vaga idea di quanto profondamente irrazionale, per non dire folle, sia la società che nega in radice una vita autenticamente umana e che complotta tutti i giorni contro gli individui, soprattutto  contro quelli che sopravvivono a stento nei piani bassi di un edificio sociale sempre più imputridito e appestato: altro che Coronavirus! Perché la crisi sociale che stiamo vivendo non ha niente a che fare con un virus, con la natura «che oggi ci presenta il conto», mentre ha moltissimo a che fare con la natura del capitalismo.

 

Dopo la cura. «Parker Crutchfield, professore associato di etica medica alla Western Michigan University, qualche giorno fa ha pubblicato su The conversation un singolare articolo. In sintesi, lo studioso vorrebbe iniettare nel sistema idrico americano un mix di sostanze psicoattive, che dovrebbero ammansire i bifolchi che rifiutano di indossare le mascherine» (La Verità). Se non puoi convincerli, puoi sedarli.

Per come la vedo io, il problema non è il “negacomplottista” che considera il Covid «una bufala pianificata a tavolino per dare un’ulteriore stretta alle libertà individuali», e che scende in strada senza bavaglio, pardon, senza mascherina per manifestare questa sua “bizzarra” posizione; ci sono più paradossi, più contraddizioni e più irrazionalità sistemica tra terra e cielo, non crede per principio alle “verità ufficiali” fabbricate da un non meglio specificato “sistema”. Il vero problema è piuttosto la gente che rendendosi conto di quanto rischiosa e “problematica” sia la vita che ci offre questa società, tuttavia non scende in strada (con o senza mascherina!) per manifestare la necessità e l’urgenza di sbarazzarsi di un’organizzazione sociale che, appunto, non smette di creare all’umanità problemi d’ogni tipo.

Forse ce la prendiamo tanto con il «comportamento irresponsabile» dei “negazionisti” per non guardare in faccia la nostra irresponsabilità sociale, la nostra impotenza, la nostra incapacità di immaginare un modo di vivere autenticamente umano, completamente diverso da quello a cui siamo avvezzi. Scriveva il grande Tolstoj: «Non ci sono condizioni alle quali un uomo non possa assuefarsi, specialmente se vede che tutti coloro che lo circondano vivono nello stesso modo» (Anna Karenina). Il problema è dunque il cerchio stregato dell’assuefazione, questo nostro essere gregge (per dirla con Forrest Gump, pecora è chi la pecora fa), non certo chi si prende la “pericolosa” e “irresponsabile” libertà di non rispettare le regole del distanziamento asociale. Forse è quella libertà che l’apologeta della mascherina come “segno di rispetto per gli altri” segretamente invidia. Forse.