FRANCE À FRIC

«Nel linguaggio comune esiste un gioco di parole, ossia France à fric: la pronuncia è la stessa di Françafrique ma la forma scritta deriva dall’espressione argotica pompe à fric (macchina da soldi), chiaramente riferita al saccheggio delle ricchezze e risorse naturali africane da parte della Francia» (1).

 

«”Perché un continente così ricco di risorse naturali è anche così povero? Perché quelle terre vengono depredate da multinazionali e governi come quello francese, che con la sua politica neocoloniale si accaparra materie prime e terre rare causando disastri ambientali e desertificazione. 14 stati africani pagano ancora il pizzo alla “madrepatria” attraverso il Franco CFA. La Francia dell’ex banchiere Macron, con il suo neocolonialismo predatorio è una delle maggiori cause dell’immigrazione e invece di farsi carico dei danni che crea chiude le frontiere. Dovrebbe avere la decenza di starsene in silenzio”. È quanto dichiara Giorgia Meloni leader di Fratelli d’Italia» (Agenpress, 3 agosto 2018). «Che fine ha fatto la missione italiana in Niger che i francesi hanno bloccato? Bella domanda. I francesi sono un problema, perché la loro è una strategia economica, non umanitaria. I francesi hanno un approccio imperialista e colonialista che non è apprezzato in Africa e quindi qualche paese è disponibile a ragionare di fronte a investimenti veri. Mi piacerebbe che il ministro Salvini, brutto, sporco, cattivo, razzista, fascista, fosse quello che investe seriamente in Africa. Per permettere a quei ragazzi di restare lì a lavorare»» (Matteo Salvini, intervista rilasciata a Quotidiano.net). Com’è umano lei! E com’è ingiusto che qualcuno lo accusi di razzismo e di fascismo! Insomma, oggi è soprattutto la “destra” che denuncia, del tutto strumentalmente, il neocolonialismo francese, accusato di affamare i popoli dell’Africa costringendoli a lasciare i loro Paesi devastati dall’avidità di Parigi e a “invaderci”. Come ho scritto altrove, è facile fare i “buonisti” accusando l’imperialismo dei concorrenti.

È giusto farsi quattro crasse risate sulla presunzione «dell’ex banchiere Macron» (e magari, gratta gratta, è possibile scoprire qualche sua discendenza poco raccomandabile dal punto di vista razziale…) di rappresentare la – supposta – superiorità morale della Francia e i veri valori dell’Occidente progressista e illuminista, ma l’ondata francofoba che osserviamo montare in alcuni ambienti politici e sociali è altrettanto farsesca e molto pericolosa se guardata dal punto di vista autenticamente antimperialista. «Il proletariato di ogni paese deve naturalmente farla finita prima di tutto con la sua propria borghesia»: così recita Il Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels. Essendo chi scrive un proletario italiano, ne consegue che il suo nemico principale è l’imperialismo italiano (e tutti i politici e gli intellettuali che in qualche modo ne sostengono gli interessi), per quanto esso possa apparire o essere modesto se confrontato con gli imperialismi che stanno al vertice della contesa intercapitalistica mondiale. Nel suo piccolo, l’imperialismo italiano partecipa al Sistema Imperialista Mondiale, ne è parte non trascurabile, ed è da questa peculiare prospettiva che osservo i movimenti e i conflitti interni a quel Sistema, che personalmente rigettato in blocco, come una sola, compatta, mostruosa e disumana entità sociale. Insomma, con questo post sono lungi dal voler portare acqua al mulino degli italici sovranisti che oggi attaccano il «neocolonialismo francese» un po’ come Mussolini attaccava l’imperialismo delle plutodemocrazie ai tempi delle “inique sanzioni”. Io metto la Francia e l’Italia dentro lo stesso sacco, anche se sul piano politico ho un occhio particolarmente critico e sensibile nei confronti della seconda, per il motivo, tutt’altro che ideologico, summenzionato.

Alla Conferenza degli ambasciatori francesi di fine agosto 2017 il Presidente Emmanuel Macron disse che «è in Africa che si gioca il futuro del mondo». Esagerava? Può darsi. Rimane il fatto che è in Africa che la Francia si gioca ciò che rimane del suo status di potenza imperialista di un qualche rilievo. E certamente il continente africano rappresenta oggi una delle aree più dinamiche e problematiche del mondo dal punto di vista sociale, economico e geopolitico, ed è proprio questa effervescente complessità che sta mettendo sotto pressione la presenza francese nelle sue ex colonie, che Parigi non cessa di considerare il proprio cortile di casa. Non c’è dubbio che è stata l’avanzata in grande stile dell’imperialismo cinese in Africa a mutare completamente il vecchio scenario e i vecchi rapporti di forza tra le diverse Potenze che si contendono le materie prime (oro, uranio, petrolio, gas, cacao, caffè) di cui sono ricchissimi molti Paesi africani, a cominciare da quelli che ancora oggi fanno parte dal punto di vista finanziario e monetario all’area francese. Forse non tutti sanno che molti Paesi del Centro Africa e dell’Area Subsahariana (Camerun, Ciad, Gabon, Guinea Equatoriale, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo, Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo) hanno come moneta ufficiale il franco CFA, una moneta stampata in Francia e garantita dal Tesoro Francese, il quale drena il 50% delle riserve monetarie di quei Paesi. «In pratica, quando uno dei 14 Paesi del franco Cfa esporta verso un paese diverso dalla Francia, e incassa dollari o euro, ha l’obbligo di trasferire il 50% di questo incasso presso la Banca di Francia. In origine la quota da trasferire in Francia era pari al 100% dell’incasso, poi è scesa al 65% (riforma del 1973, dopo la fine delle colonie), infine al 50% dal 2005. Così, per esempio, se il Camerun, previo un esplicito permesso francese, esporta vestiti confezionati verso gli Stati Uniti per un valore di 50mila dollari, deve trasferirne 25 mila alla Banca centrale francese. Un sistema al quale non sfugge neppure un soldo, in quanto gli accordi monetari sul franco Cfa prevedono che vi siano rappresentati dello Stato francese, con diritto di veto, sia nei consigli d’amministrazione che in quelli di sorveglianza delle istituzioni finanziarie delle 14 ex colonie. Grazie a questo trasferimento di ricchezza monetaria, la Francia gestisce a suo piacimento il 50% delle valute estere delle 14 ex colonie, investendoli massicciamente in titoli di Stato emessi dal proprio Tesoro, grazie ai quali ha potuto finanziare per decenni una spesa pubblica generosa, sovente ignara dei vincoli di Maastricht» (Italia Oggi). Si parla di un trasferimento di ricchezza da quei Paesi al sistema capitalistico francese globalmente considerato di circa 500 miliardi di dollari l’anno. Non è una cifra disprezzabile, diciamo.

In vigore dal 1945, in seguito agli accordi di Bretton Woods, il franco coloniale ha conservato l’acronimo CFA, pur con diverso significato “semantico” (ma con identico significato economico e politico): da Franco delle Colonie Francesi d’Africa a Comunità Francese d’Africa. La continuità dell’acronimo segnala in modo fin troppo scoperto la continuità del rapporto di sfruttamento e di rapina che Parigi intende mantenere fino all’ultimo con le sue ex colonie, pur adattandolo al nuovo mondo globalizzato. «Sostanzialmente, la Francia si fa garante della credibilità del franco CFA come valuta e ne controlla, direttamente o indirettamente, l’intera politica monetaria, dai consigli d’amministrazione delle banche centrali alla creazione monetaria. Ciò permette, inoltre, alla Francia di rimanere perfettamente informata sulla struttura degli scambi monetari, quindi degli investimenti esteri realizzati. La zona franco è quindi, secondo l’economista Samuel Guérineau, uno strumento di influenza che dà potere allo Stato francese; si tratta di un “soft-power”, il quale permette di conservare una relazione particolare con l’Africa». Si scrive “soft-power”, si legge imperialismo. Ma completiamo la citazione: «In tempi più moderni e in un contesto oggi più globalizzato, la Françafrique non ha tuttavia cessato di esistere, bensì si è adattata ed evoluta sfruttando una più vasta rete di influenza data dall’era in cui viviamo. Anche il sistema di depredazione del continente africano si è evoluto in seno al capitalismo francese: in termini di appropriazione delle ricchezze si è, infatti, progressivamente passati da un’oligarchia erede diretta della colonizzazione, ad una più globalizzata ma che mantiene gli atout istituzionali e le reti ufficiose della prima» (2).

Quando parliamo dell’Africa francofona (Françafrique) ci riferiamo dunque a una vastissima area geografica popolata da oltre 150 milioni di persone. In quell’area il capitale francese, pubblico e privato, ha un diritto di prelazione su tutti gli affari economici, e solo se i francesi si dichiarano non interessati a una certa iniziativa economica, i partners africani possono rivolgersi al capitale di altri Paesi per riceverne l’indispensabile sostegno. «In molte delle ex colonie francesi, tutti i maggiori asset economici dei paesi sono nelle mani degli espatriati francesi. In Costa d’Avorio, per esempio, le società francesi possiedono e controllano le più importanti utilities – acqua, elettricità, telefoni, trasporti, porti e le più importanti banche. Lo stesso nel commercio, nelle costruzioni e in agricoltura. […] C’è qualcosa di psicopatico nel rapporto che la Francia ha con l’Africa. La Francia è molto dedita al saccheggio e allo sfruttamento dell’Africa sin dai tempi della schiavitù. Poi c’è questa mancanza di creatività e di immaginazione dell’elite francese a pensare oltre i confini del passato e della tradizione» (3). Ma quale psicopatia, ma che mancanza di creatività e di immaginazione: si tratta della normalissima e vecchissima prassi neocolonialista, una prassi che personalmente mi sembra più corretto definire, con una certa mancanza di creatività e di immaginazione, senz’altro imperialista.

In quell’area geopolitica ogni significativo avvenimento politico e sociale (guerre, colpi di Stato, carestie, disastri ecologici connessi allo sfruttamento delle miniere, corruzione e quant’altro) ha in qualche modo a che fare con la Francia, la quale sta cercando di estendere i propri tentacoli verso la Libia per consolidare ed estendere la sempre più traballante Françafrique. L’ex Presidente francese Jacques Chirac una vola si lasciò andare a questa candida ammissione: «Dobbiamo essere onesti e riconoscere che una gran parte dei soldi nelle nostre banche provengono dallo sfruttamento del continente africano». Inutile dire che tutti i Presidente francesi si impegnano anno dopo anno a «superare definitivamente l’anacronistico e immorale» sistema neocoloniale  istituito alla fine degli anni Cinquanta, quando il generale De Gaulle era al potere, e che altrettanto puntualmente non se ne fa un bel niente. I Presidenti di “sinistra” giustificano la gradualità del processo di superamento del sistema Françafrique tirando in ballo la necessità della “fraterna cooperazione economica” tra la Francia e i Paesi sottoposti al suo controllo, mentre i Presidenti di “destra” chiamano in causa soprattutto questioni legati alla sicurezza e alla stabilità sociale tanto della Francia quanto dei Paesi africani. Ultimamente la lotta al terrorismo jihadista è l’argomento più forte, soprattutto in chiave di politica interna, perché l’opinione pubblica francese è molto sensibile a quel problema. Ed è servendosi di quell’argomento che i francesi sono intervenuti militarmente in Mali nel gennaio 2013 (Operazione Serval), dopo aver dichiarato più volte di non voler immischiarsi nel conflitto malese scoppiato nel 2012. Macron non ha fatto mancare la sua “autocritica” riguardante la perdurante prassi neocoloniale della Francia, ed ha anzi invitato la gioventù africana ad alzare la testa e a porsi all’avanguardia del processo di sviluppo dei loro Pesi, senza peraltro proferir parola circa il franco CFA, con ciò che esso implica sul piano economico e politico, e sull’appoggio politico-militare che Parigi garantisce ai regimi delle sue ex colonie. «Contrariamente a quanto i discorsi ufficiali vogliano far apparire, la Françafrique è ben lontana dall’essersi dissolta. Vi è piuttosto una reiterazione delle strategie e delle pratiche di influenza e persino una riaffermazione e istituzione di questi strumenti e di questa politica, attraverso delle dichiarazioni che danno a intendere un presunto “cambiamento” o che forniscono delle giustificazioni razionali allo status quo. Da queste traspare una Françafrique “necessaria”, che deve farsi carico dell’ordine politico e militare, come all’epoca coloniale. La recente differenza consiste nel riconoscere l’importanza funzionale della diaspora africana in Francia e di utilizzarla come mezzo più sottile di perpetrazione delle pratiche neocoloniali» (4).

Proprio qualche giorno fa Macron ha riconosciuto ciò che i francesi avevano sempre negato con sdegnata indignazione, e cioè che ai tempi della guerra in Algeria (1954-1962) l’esercito e i servizi segreti francesi sequestravano, torturavano e uccidevano i patrioti algerini obbedendo a una prassi che allora Parigi considerava assolutamente legittima, normale, adeguata alla situazione. Il Presidente ha chiesto ufficialmente scusa per conto della civilissima Francia al popolo algerino e alle famiglie delle vittime. Un gesto, che sa molto di risciacquo a freddo delle coscienze, che non costa nulla e che può invece avere un buon ritorno in termini di propaganda politica, anche considerando che Macron tende ad accreditarsi in Europa e nel mondo come il nuovo leader dell’Occidente liberale.

A proposito del franco CFA e del sistema monetario-finanziario che lo rende possibile, la Germania e i Paesi del Nord che aderiscono all’Unione Europea più volte hanno sollecitato Parigi a prendere atto dell’esistenza di una Banca Centrale Europea, la quale non può venir bypassata per linee esterne, attraverso un Tesoro controllato solo dalla Banca Centrale Francese, ma ovviamente i francesi hanno fatto orecchie da mercante: il retaggio coloniale rappresenta per loro un pezzo di sovranità nazionale a cui non intendono assolutamente rinunciare, anche per continuare ad assicurare al Paese quelle briciole di ricchezza “esotica” che cadendo sulle classi subalterne ne smussano la potenziale rabbia. Vero è che per la Francia il bilancio tra ricavi e perdite riguardanti la sua presenza in Africa non è affatto privo di “criticità”, di ombre, perché le spese che lo Stato francese deve sostenere per difendere le sue posizioni “africane” sono tutt’altro che trascurabili. Questo anche in considerazione del fatto che Paesi come la Cina, la Germania e la stessa Italia mostrano di rispettare solo fino a un certo punto gli interessi economici e strategici francesi consolidatasi in un tempo molto lungo. D’altra Parte la Francia e l’Inghilterra nel 2011 non ci pensarono su due volte quando si presentò l’occasione di indebolire gravemente la presenza italiana in Libia, Paese che per l’Italia ha un’importanza che forse non si esagera a definire vitale. Ultimamente, a proposito del conflitto politico tra Roma e Parigi sulle sorti della Libia, molti analisti hanno scritto giustamente che in altri tempi avremmo assistito a una guerra “tradizionale”; un tempo tra le nazioni si arrivava alle mani anche per molto meno. Oggi il contesto internazionale e lo stesso retaggio storico (la Francia ha “vinto” la Seconda guerra mondiale ed è fornita di armi atomiche, l’Italia…, meglio non parlarne per non ferire l’orgoglio dei sovranisti!) non consentono questo esito, ma, come si dice, mai dire mai. In ogni caso, sempre di guerra (economica e politica) si tratta. Una contesa per il potere economico e politico (geopolitico): si tratta insomma di un “classico” (né “vecchio” né “nuovo”) confronto imperialistico.

Ma per la Francia un conto è avere a che fare in Africa con l’Italia, un conto assai diverso è vedersela con la Cina e la Germania, Paese, quest’ultimo, che ha sì perso la Seconda guerra mondiale, ma che ha vinto la Guerra Fredda, e senza sparare un solo colpo di fucile, a dimostrazione che la potenza di una nazione risiede soprattutto nella sua economia, come peraltro aveva già capito Adam Smith analizzando l’inarrestabile ascesa della produttiva Gran Bretagna e l’inesorabile declino delle parassitarie nazioni Iberiche.  A marzo dello scorso anno la Cancelliera inaugurò a Berlino il Primo Forum Economico Germania-Africa dedicato alle piccole e medie imprese tedesche interessate a far profitti in terra africana. Sulla presenza del Celeste imperialismo in Africa rimando ai miei diversi post dedicati al tema.

È evidente che nel corso degli anni è andata formandosi nei Paesi che costituiscono la Françafrique un ceto di borghesia nazionale interessata a farla finita con il sistema di sfruttamento economico, di controllo politico e di egemonia culturale messo in piedi dalla Francia, ma questo strato sociale non ha ancora acquisito sufficiente forza economica ed esperienza politica, tali da rappresentare, almeno nel medio periodo, un serio pericolo per i francesi. Il problema è che sono soprattutto le masse diseredate di quei Paesi a fornire il materiale combustibile che alimenta le guerre tra le diverse fazioni che aspirano, chi a mantenere il potere, magari appoggiandosi a Parigi, chi a conquistarlo, magari appoggiandosi a Pechino, o a Berlino. Le classi subalterne dell’Africa versano sangue per gli interessi di coloro che li opprimono oggi o che si preparano a opprimerle domani: è una tragedia che le accomuna alle classi subalterne di tutti i Continenti di questo capitalistico pianeta.

(1) E. Ruggero, La presenza francese nell’Africa subsahariana, dalla decolonizzazione ai giorni nostri: una forma di neocolonialismo contemporaneo, p. 16, Tesi di laurea, Università Ca’ Foscari Venezia, 2017, PDF.
(2) Ibidem, pp. 61-65. «Nei paesi africani francofoni l’appoggio della Francia ai dirigenti “amici” prende la forma tradizionale del neocolonialismo: la diplomazia francese copre le farse elettorali che permettono a regimi dittatoriali di avvalersi di una legittimità “democratica”, mentre le loro forze repressive beneficiano della cooperazione militare e della forze armate; altresì, le stesse autorità francesi approfittano della propria influenza in seno alle istituzioni internazionali per garantire ai propri partner africani delle agevolazioni di finanziamento attraverso i meccanismi di aiuto allo sviluppo, mentre le risorse locali vengono razziate a favore di interessi stranieri» (p. 64).
(3) Dal Blog di Davi Luciano.
(4) E. Ruggero, La presenza francese nell’Africa…, p. 99.