DA QUI MESSERE SI DOMINA LA VALLE!

L’ottimismo della “rivoluzione” cui Toni Negri non smette di fare sfoggio è davvero ammirevole, e certamente sta qui l’indubbio fascino che da sempre l’ex «cattivo maestro» esercita su intellettuali stanchi di ciò che passa il convento della Chiesa Progressista ufficiale (ieri il PCI, oggi la dispersa galassia dei suoi eredi, più o meno nostalgici, più o meno incartapecoriti), e su non pochi giovani politicizzati desiderosi di “fare qualcosa” (negli anni Settanta la “rivoluzione”, oggi la «resistenza» contro il Capitalismo «liberista-selvaggio» dominato, vedi la novità, dalla Finanza) hic et nunc.

Non solo per il simpatico intellettuale il processo “antagonista” scorre sempre e ovunque appena sotto una sottile lastra di ghiaccio; non solo, assai frequentemente, la lastra si crepa dinanzi ai suoi lungimiranti occhi lasciando emergere potenti movimenti anticapitalistici capaci di grandi conquiste (quali? dove?), ma sempre di nuovo egli vede la tendenza storica al Comunismo, pardon: al Comune realizzarsi nel presente, nel seno di un Capitalismo concepito come una sorta di “teatrino dell’accumulazione” (per mutuare una formula politichese), nel quale gli attori sociali si limitano a mettere in scena una realtà economico-sociale che per l’essenziale ormai non esiste più. È il regno della finzione universale; basterebbe gridare: «Il Capitale è nudo!» e il gioco sarebbe fatto.

Negri sembra dire alla classe dominante: «La base oggettiva del tuo potere, che nell’epoca della Legge del Valore risiedeva nella sfera dell’accumulazione, non esiste più. Fattene una ragione, elabora il lutto e lascia che il Comune dispieghi senza ostacoli le sue straordinarie potenzialità». Ma la classe dominante non ne vuole sapere, e ricorre all’ideologia e alla polizia per affermare un potere sociale altrimenti inconsistente. Dalla teoria alla prassi.

Turi e il carabiniere

Scrive Negri a proposito del movimento Anti-Tav: «Perché tanta ferocia poliziesca e repressiva, fin dalle prime fasi dello scontro; perché tanta perseveranza “tecnica” nel consolidare dispositivi speculativi e dissipativi del denaro pubblico; perché, ora, addirittura il tentativo di “monetizzare” la nocività dell’intrapresa e di nascondere con il denaro la mala parata?» (UniNomade, 7 marzo 2012). Qui si dà per scontato che la TAV non abbia alcun senso, se non quello meramente speculativo, nell’ambito del processo allargato dell’accumulazione – peraltro secondo le note indicazioni marxiane sulla «rotazione del capitale». Invece di battersi contro quella «grande opera» semplicemente perché essa peggiora la «qualità della vita» delle persone che la devono subire, si entra nel merito tecnico e finanziario della stessa, si opina, si vuol dimostrare di saperla più lunga della classe dirigente.

Perché? Ecco la risposta: «Il sapere delle popolazioni della valle è più saggio del sapere dei tecnici e questa volta lo è davvero». Ma «più saggio» rispetto a cosa? Rispetto agli interessi dei vallegiani o agli «interessi generali del Paese», ossia delle classi dominanti – o della fazione contingentemente più forte di esse –?

Se quell’opera servisse davvero al Capitalismo italiano ed europeo, verrebbe forse meno il motivo di quella lotta? le sue ragioni si indebolirebbero dinanzi agli occhi delle “avanguardie”? Se il capitalista dimostra “scientificamente” le ragioni economiche dei licenziamenti, dell’aumento della produttività, ecc., i lavoratori dovrebbero forse inchinarsi alle ragioni del profitto? Certamente no. Solo i sindacati collaborazionisti (vedi l’odierna Trimurti) si inchinano, magari obtorto collo, agli «interessi generali» dell’azienda e del Paese. Analogo discorso va fatto per la Tav. Siamo proprio sicuri che, dal punto di vista dei sacri «interessi generali del Paese», definiti come sopra, la TAV sia una «mala parata»? E se non lo fosse? A mio avviso, alle buone ragioni del Bel Paese occorre contrapporre le ottime ragioni di chi ha subito un torto a causa delle sue esigenze competitive. Negare le prime indebolisce le seconde.

Contrapporre la «saggezza» del Servo della Valle alla «perseveranza tecnica» del Padrone esprime una falsa dialettica che impedisce di cogliere la radicalità del dominio sociale capitalistico, la cui razionalità deve necessariamente imporsi su ogni calcolo che, in ultima analisi, non riesce a far quadrare i soli conti che oggi devono tornare. Soprattutto in tempi di crisi economica. Il feticcio negriano del General Intellect ha dunque colpito ancora. (Detto di passata, «“monetizzare” la nocività dell’intrapresa» è una normale prassi nell’ambito delle società capitalistiche avanzate. In Cina e in India questa prassi inizia solo oggi a farsi strada, assai lentamente). Bisogna prendere molto sul serio il calcolo del Capitale, per poterlo combattere con più efficacia e con più coscienza, in modo che anche dalle sconfitte i movimenti sociali possano uscire più forti.

Perché poi giudicare «dissipativo» l’uso del denaro pubblico investito in quella infrastruttura? Per il Capitale «dissipativa» è la spesa pubblica improduttiva, quella che storna mezzi finanziari pubblici e privati dal processo allargato dell’accumulazione (ricerca scientifica e costruzioni di infrastrutture materiali e immateriali, ad esempio) e li alloca in attività che non contribuiscono alla generazione di ricchezza sociale, ma viceversa la distruggono. Di qui, l’esigenza di «riforme strutturali» per un Welfare diventato capitalisticamente insostenibile. La crisi economica non ha solo messo in discussione il mito della cornucopia, ossia l’idea feticistica secondo la quale è possibile «fare denaro a mezzo denaro», e con ciò stesso produrre ricchezza reale; ma ha anche messo bene in chiaro che nel Capitalismo nessun pasto è gratuito.

Dirompente – faccio dell’ironia – è anche l’idea negriana di far rinascere la politica in Italia «dalla presa di parola di coloro che, resistendo, aprono a tutti la speranza di una nuova partecipazione democratica». Rivitalizzare “dal basso”, con iniezioni di «democrazia partecipata», la sempre più sfiancata e avvizzita «Repubblica nata dalla Resistenza»? La FIOM, ad esempio, ha questo programma. Io no.

DECISIONISMO DEMOCRATICO

Il manganello col loden. Che asciutta sobrietà!

«Noi dobbiamo la nostra vita alla differenza tra la struttura economica del tardo industrialismo e la facciata politica. Si tratta di una differenza di poco conto per la critica teoretica: il carattere apparente della cosiddetta opinione pubblica, il primato dell’economia nelle vere decisioni, si lascia dimostrare dovunque. Ma per innumerevoli individui questo velo sottile ed effimero è il fondamento di tutta l’esistenza» (T. W. Adorno, Minima moralia).

Su Radio Radicale il deputato del PDL Giancarlo Lehener ha dichiarato, a proposito degli ultimi incidenti occorsi in Val di Susa, che non bisogna sottovalutare la carica di violenza che sta crescendo in alcuni settori «dell’antagonismo». «Non dimentichiamo che la rivoluzione borghese in Russia fu travolta dai bolscevichi perché allora la democrazia non seppe difendersi. Non bisogna avere paura di reprimere quando in ballo c’è l’ordinamento democratico. Il dissenso va ascoltato, ma la democrazia deve decidere. Il meccanismo democratico non può incepparsi dinanzi alla violenza».

Il suo collega del PD ha rincarato la dose, sempre in un’intervista rilasciata alla Radio dei credenti in Pannella: «Il sostrato sociale di malessere determinato dalla crisi rischia di accendere la miccia dell’antagonismo. Il capo della polizia Manganelli oggi ci ha lasciato nero su bianco un messaggio che noi dobbiamo recepire: è possibile il drammatico salto di qualità dalla protesta violenta all’azione omicidiale. La democrazia si compie entro sedi opportune. Cosa direbbero le frange più estreme della protesta, se una vallata del nostro Paese domani insorgesse contro le tasse e usasse la violenza contro la polizia mandata dallo Stato a fare rispettare la legge? Le scelte prese democraticamente vanno rispettate, e le forze dell’ordine esistono per questo».

Detto che la radicalizzazione sociale e politica della rivoluzione in Russia fu resa possibile dalla continuazione della guerra, con il micidiale carico di violenza e di miseria a essa connessa, decisa dal governo provvisorio, e dalla tradizionale debolezza della borghesia russa; fatta questa “doverosa” precisazione storica, occorre ammettere che i due esponenti politici della classe dominante hanno perfettamente ragione. Sbaglia, infatti, chi si fa delle illusioni intorno alla natura della democrazia: essa non solo postula l’uso della violenza da parte dello Stato costituzionale ai fini della conservazione dell’ordine sociale, ma è storicamente radicata su una condizione di violenza sistemica resa possibile dall’esistenza delle classi sociali. Non solo la moderna democrazia italiana è la continuazione del fascismo con altri mezzi e in circostanze interne e internazionali diverse, come ho scritto altre volte; ma essa ha tutti i mezzi e l’esperienza per alternare saggiamente la scheda e il manganello, la carota del «tavolo» e il bastone del decisionismo politico, che può anche sconfinare nell’aperta repressione di chi resiste agli «interessi generali del Paese». La repressione non solo non contraddice il «dettato costituzionale», ma lo conferma e lo rafforza.

Lo spauracchio del terrorismo per un verso tradisce la preoccupazione della classe dirigente del Paese, alle prese con un malessere sociale sempre più diffuso; e per altro verso ha la funzione di preparare il terreno politico e ideologico per misure sempre più aggressive sul piano del controllo sociale: dall’evasione fiscale alle «grandi opere», dal «lassismo italiano» alla disciplina in fabbrica. Come insegnano gli anni Settanta, sacrifici e manganelli non sono che lati della stessa medaglia – capitalistica.

IO NON STO CON LA COSTITUZIONE!

È questa consapevolezza che debbiamo maturare nel momento in cui ci accingiamo a organizzare movimenti sociali e a scegliere forme di lotta adeguate alla sfida che la crisi ha lanciato alle classi subalterne di tutto il pianeta. Si tratta, a mio avviso, di abbandonare le illusioni benecomuniste che ci derivano dal feticismo democratico e di prendere sul serio la dura consistenza del Potere sociale.