DOPO SOPHIA, COSA?

Presentando alla stampa l’accordo raggiunto ieri dal Consiglio dei ministri degli Esteri dell’Unione Europea, accordo politico sul lancio di una nuova operazione intesa a far rispettare l’embargo delle Nazioni Unite sulla fornitura di armi alla Libia, che chiude definitivamente la precedente missione Sophia, il responsabile Esteri dell’UE, lo spagnolo Joseph Borrell, ha dichiarato che «la nuova missione europea dovrà contare sulle navi, su potenti aerei da ricognizione e su satelliti spia. Non andremo a fare una crociera». Per non concedere nulla all’immaginazione, e per rendere più persuasiva ed esplicita la minaccia lanciata a entità geopolitiche non meglio precisate (Turchia? Russia? Egitto? Arabia Saudita? Emirati Arabi Uniti?), Borrel ha voluto ricordato quanto il Generale Claudio Graziano, suo consigliere militare e Presidente del Comitato Militare dell’UE, ebbe a dire qualche tempo fa: «Se è vero che non esiste una soluzione militare alle crisi, è anche vero che non c’è una soluzione alle crisi senza i militari». Lo strumento militare come continuazione dello strumento politico-diplomatico con altri mezzi: sai che novità! «È derivato da Clausewitz il concetto che la guerra sia un normale strumento della politica estera degli Stati. […] La guerra è un fenomeno sociale e rappresenta una continuazione e uno strumento della politica» (Generale Carlo Jean). «La più grande struttura dell’ingiustizia è la stessa industria della guerra», ha detto Papa Francesco. Sbagliato! La più grande struttura dell’ingiustizia è la stessa società capitalistica, la quale rende possibile guerre d’ogni genere (economiche, tecno-scientifiche, armate, ecc.) e fa della vendita (“legale” e “illegale”) delle armi un affarone per chi le fabbrica e le traffica. La “legge del profitto” è cieca: per essa la differenza tra produrre e vendere burro e produrre e vendere cannoni si sostanzia nel verificare quale delle due merci dà un maggior profitto. Detto en passant, «il bilancio dell’export italiano è di circa 5 miliardi di euro l’anno, con circa la metà destinata ai Paesi del Nordafrica come la Libia e il Medio Oriente» (Il Manifesto).

L’Unione Europea e soprattutto l’Italia temono che la presenza militare di Russia e Turchia* in Libia (sono 3.500 i miliziani siriani portati lì dalla Turchia) possa decretare il definitivo passaggio di quest’ultima nella sfera di influenza di Mosca e Ankara, magari dopo una scomposizione regionale del paese africano (Cirenaica, Tripolitania, Fezzan) secondo le ben note fratture etniche che l’Italia (liberale e fascista) aveva saldato con repressioni, deportazioni e sterminio di massa. Considerato che assicurare il rispetto dell’embargo di armi in Libia si presenta come un’operazione oltremodo problematica, per fare dell’ironia, è evidente che l’attivismo europeo nella crisi libica ha più un significato geopolitico e politico – in chiave di “politica interna” europea. Vedremo se l’accordo tra i diversi Paesi dell’Unione Europea reggerà, anche perché, tanto per dire, gli interessi della Francia non coincidono esattamente con quelli dell’Italia.

La nuova operazione militare sarà concentrata a Est, non su tutta la costa libica come la precedente operazione Sophia, e questo la dice lunga sulla sua ispirazione geopolitica (antiturca). «In particolare Austria, Italia e Ungheria volevano garanzie che la nuova operazione non finisse di fatto per favorire i flussi di migranti nel Mediterraneo centrale, generando il cosiddetto “pull factor”. Borrell ha comunque ricordato che per “la legge del mare, se le navi incontrano persone a rischio di annegare, naturalmente le devono salvare” perché altrimenti “sarebbe contro tutte le leggi internazionali”» (Il Corriere della Sera). Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha invece insistito, anche per non dare preziosi argomenti propagandistici al suo ex compagno di merende Matteo Salvini, sul fatto che  «se ci sarà un pull factor, si ritireranno le navi dalle zone interessate». Tradotto: se la presenza delle navi che dovranno garantire il rispetto dell’embargo stimolerà le partenze dei dannati della terra, noi lo bloccheremo senz’altro. Si va lì non per salvare vite, ma per salvaguardare interessi: il messaggio deve essere e apparire chiaro, a tutti.

Scriveva Enrico Oliari una settimana fa: «In tale marasma si è consumato il viaggio del ministro degli Esteri Luigi Di Maio in Libia, a Tripoli e a Bengasi. Si è trattato di una missione a sorpresa, forse nel disperato tentativo di non far perdere all’Italia la propria zona di influenza. Ora sarà da vedere se ai buoni propositi seguirà concretezza, o se nonostante il fiume di denaro italiano versato in Libia dovremo assistere ancora alle carceri-lager per migranti, dove le donne venivano violentate, le famiglie depredate di tutto, gli uomini torturati, seviziati e persino uccisi» (Notizie Geopolitiche). Venivano? Ma in Libia la violenza contro le donne e gli uomini finiti nelle mani dei “trafficanti di carne umana” non è mai cessata!

* Scrivevo qualche mese fa: «Negli ultimi tre anni l’attivismo della Turchia nel suo ampio cortile di casa ha subito una notevole accelerazione, e a farne le spese potrebbero essere anche gli interessi “energetici” italiani: ”Al centro delle tensioni tra la Turchia e l’Italia, come anche con altri paesi dell’Unione Europea tra cui Francia, Grecia e Germania, vi è lo sfruttamento dei giacimenti di gas nelle acque territoriali di Cipro: Ankara considera da sempre la parte meridionale dell’isola come secessionista, ma l’Eni italiana ha ottenuto da Nicosia concessioni per lo sfruttamento dei fondali. Già nel febbraio dello scorso anno la Turchia aveva bloccato nelle acque di Cipro la nave esplorativa italiana Saipem 12000, che non potendo lì operare era stata poi trasferita in Marocco. Da lì a poco erano giunte nell’area navi esplorative turche. In seguito le autorità di Ankara avevano disposto imponenti esercitazioni navali in prossimità delle acque di Cipro, e ‘Scopo dell’esercitazione – aveva spiegato il ministro della Difesa Hulusi Akar – è quello di mostrare la determinazione e la preparazione al fine di garantire la sicurezza, la sovranità e i diritti marittimi della Turchia’. […] Per dare seguito ai propri diritti di sfruttamento Roma ha inviato in questi giorni nell’area la fregata Federico Martinengo, classe Fremm, insieme ad altre nove unità navali al fine di dimostrare di essere in grado di tutelare i propri interessi, un esempio che a breve potrebbe essere seguito dai francesi e non solo» (G. Eddaly, Notizie Geopolitiche). La crisi cipriota rischia di saldarsi a quella libica con effetti imprevedibili e certamente non orientati alla “pace e prosperità”» (Grossi guai nel nostro cortile di casa).