LA SINISTRA DI GOVERNO. DA ENRICO AUSTERITY BERLINGUER A MATTEO TWITTER RENZI

berlinguer-renzi-vanity-fair-a1Scrive Marcello Sorgi (La Stampa): «La polemica della sinistra Pd e della Cgil contro le cosiddette caratteristiche di “destra” della legge di stabilità, presentata da Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan, non accenna a scemare». Diciamo pure, e non solo per ragioni di calembour, che la polemica è pure scema, oltre che rancida in quanto ripropone una questione tutt’altro che fresca di giornata: è vero o no che in Italia solo un governo di “sinistra” può implementare una politica economico-sociale di “destra”? Ovviamente il tema in questione si porta dietro, “a cascata”, quello concernente la natura collaborazionista del sindacalismo italiano (vedi la CGIL,in primis), nonché il suo inestricabile – almeno fino a qualche tempo fa – rapporto con i partiti politici.

Come ricorda sempre Sorgi, la stucchevole – anche dal punto di vista della classe dirigente del Belpaese – polemica sul carattere destrorso della prassi governativa dei sinistrorsi rimonta assai indietro nel tempo, e coinvolge addirittura il leader più amato dal mitico Popolo di Sinistra: Enrico Austerity Berlinguer. «Fu Enrico Berlinguer, l’ultimo grande segretario del Pci, e non certo un leader di destra, a lanciare la parola d’ordine dell’”austerità”, in un convegno al Teatro Eliseo di Roma del 1977. Senza quella svolta, Andreotti, alla guida, dal ’76 al ’79, dei governi di unità nazionale, con l’appoggio degli stessi comunisti, non avrebbe potuto bloccare la scala mobile e sostituirla, nelle buste paga, con buoni del Tesoro di cui si sviluppò, subito, negli uffici pubblici e privati, un fiorente mercato nero. E se certo non poteva essere considerato di sinistra il taglio della scala mobile, allo stesso modo non lo erano le grandi privatizzazioni (in qualche caso tra l’altro fatte a prezzi forse eccessivamente convenienti), avviate da Amato e Ciampi, e poi proseguite da Prodi e D’Alema nella prima metà degli Anni Novanta. […] La lista degli interventi di destra fatti dalla sinistra, come si vede, è piuttosto lunga e abbraccia periodi diversi». Anche perché, com’è noto, si può contribuire a governare il Paese dall’opposizione (politica e “sociale”), e da questo punto di vista la politica “comunista”, da Togliatti in poi, è davvero emblematica. Su questo punto rinvio al concetto politologico di consociativismo – peraltro molto affine a quello di corporativismo, e anche qui la cosa si spiega storicamente: vedi alla voce Fascismo.

Già mi par di sentire l’indignata obiezione del sinistrorso nostalgico: «Ma almeno di Berlinguer si può sempre dire che fu un leader onesto!». Già, l’”Onesto Enrico”, dimenticavo; l’eroe senza macchia né peccato di “comunisti” e grillini. Che faccio, rido? Di certo non rimpiango i mostri sacri dell’italico “comunismo” né piango dinanzi alle immagini sacre incensate dai moralizzatori e dai manettari di turno. Rincaro la dose: personalmente trovo le tasse oltremodo odiose (non parliamo poi del nuovo canone Rai!), né l’innalzamento del tetto all’uso del contante mi toglie il sonno. Al mio orecchio l’evasione fiscale non è una bestemmia, e non dico altro per non incorrere nei rigori del Diritto.

Un dubbio a questo punto mi assale: non sarò mica di destra? Con una certa trepidazione attendo risposta da Papa Francesco, da Varoufakis, da Piketty, da Krugman e dal nuovo Nobel per l’economia Angus Deaton – la cui collocazione politica sembra peraltro dubbia: il suo interesse per la povertà nel mondo lo posizionerebbe senz’altro a “sinistra”, ma il suo ottimismo circa la globalizzazione («La vita su questo pianeta non è mai stata meglio»: il che fa di me un extraterrestre!) suona decisamente di “destra”. Ma cos’è poi la destra, cos’è la sinistra? Boh! Forse due modalità complementari e nient’affatto incompatibili di servire il Dominio? Lo so, ragiono troppo per schemi. Pazienza, vuol dire che ripasserò Hegel, non c’è altro da fare.

In attesa di riprendere lo studio dei sacri testi hegeliani, sviluppo un altro pensiero schematico: la coerenza, almeno quella, non mi manca. A parte il fatto che nella cosiddetta Prima Repubblica il «sistema della spartizione partitocratica» degli appalti, dei posti di lavoro e di quant’altro fosse allora spartibile (“democraticamente”, si capisce) fra i partiti si reggeva – e non poco! – anche sul PCI; a parte questa elementare nozione “storica”, c’è da dire che la risibile obiezione formulata dall’immaginario sinistrorso affetto da nostalgia moralistica acuta non fa che riproporre la vecchia mentalità del servo sciocco: se un Padrone ci deve pur essere, che almeno sia onesto! Negli anni Venti del secolo scorso, all’inizio dell’ascesa al potere del noto Duce, molti fascisti della prima ora abbandonarono il Premier dalla volitiva e virile mascella non perché egli continuasse a tenere nella massima considerazione la politica del manganello e dell’olio di ricino (anzi!), ma perché anche Lui si stava dimostrando indulgente nei confronti dell’antico vizio liberale chiamato “corruzione”: «La mazzetta piace dunque anche a Benito [lo giuro: stavo per scrivere Bettino!]; anche Lui mangia». Che scandalo! Ma qui è tutto un magna magna! Basta mangiare! È ora di mettere a dieta la politica, dicono anche i demagoghi del XXI secolo per blandire il servo sciocco, il quale è certamente povero di denaro ma in compenso è ricchissimo di idee eticamente masochiste, se lo psicanalista mi passa il concetto. Intanto, tutto questo discorrere di mangiare mi ha messo fame!

Qualche settimana fa Mario Margiocco invitava gli italiani a riscoprire il «comunismo italiano», quantunque egli non sorvolasse affatto sulla radice stalinista del togliattismo: «Togliatti conosceva bene anche l’Urss, e conosceva benissimo Stalin, che servì  fedelmente al Comintern, in Spagna, al tempo in cui avvenne l’eliminazione fisica dei vertici del Pc polacco, nelle terribili giornate del maggio 1937 a Barcellona, quando furono eliminati, colpo alla nuca, centinaia di presunti trotzkisti e altri della sinistra non stalinista. Servendo Stalin sopravvisse a una stagione di terrore, riuscì cioè a non essere giustiziato*. Questa è l’eredità terribile, mai ben spiegata e poco raccontata nel partito [chissà poi perché…], che Togliatti ha lasciato ai suoi successori. E che ha pesato e continua a pesare perché, nella vicenda personale del Migliore, come veniva soprannominato, e nella sua eredità c’è la chiave per capire come, nonostante tutto, una vera rottura con Mosca sia avvenuta solo quando ormai la stessa Russia stava rompendo con il suo passato comunista. Berlinguer aveva preso varie distanze, ma senza mai lasciare “la casa del padre”» (Lettera 43). Ciò malgrado, l’esperienza del «comunismo italiano» non va gettata nella pattumiera della storia del nostro Paese, perché nonostante tutti i suoi «errori» e i suoi «orrori» il PCI contribuì a scriverla, quella storia. Certo, insieme alla Democrazia Cristiana, al PSI e agli altri partiti che a vario titolo promossero lo sviluppo economico e sociale della Nazione. No, la parola “comunismo” non va abbandonata nel dimenticatoio: «Troppo di quel mondo è stato buttato via. C’erano i troppo furbi e le persone serie, fra i comunisti. Come fra tutti gli altri». Non c’è dubbio. Margiocco ha ragione. Peccato che non vi fossero autentici comunisti fra i cosiddetti “comunisti italiani”. Ingrao e ingraiani compresi, ovviamente.

Ingraiani, sia detto per completezza “storiografica”, nelle due complementari versioni di “organici” al PCI e di “dissidenti” dal PCI. Ha scritto a proposito di Ingrao Giampiero Mughini, un altro simpaticone che di “comunismo italiano” la sa lunga per averlo conosciuto intimamente negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso: «Se un uomo come Pietro Ingrao non lo hai sfiorato almeno una volta nella vita non sai nulla della potenza drammatica del Novecento. Comunista, sì, lui lo è rimasto sempre, e a questo modo ognuno di noi lo deve ricordare, ivi compreso chi come il sottoscritto reputa l’aggettivo “comunista” altrettanto indecente – sul piano storico e intellettuale – che l’aggettivo “nazista”. Ma per l’appunto, che cosa intendevano Ingrao e i suoi amici dei Settanta per “comunista”, che cosa avrebbero voluto fare e decidere e come regolare le cose degli uomini e della società moderna? Come, dannazione, come? E io oggi rabbrividisco se mi si presenta uno che si autodefinisce comunista». Ed è appunto per non far rabbrividire gli ex “comunisti” alla Mughini che da molto tempo non mi autodefinisco “comunista”: rabbrividisco alla sola idea che qualcuno mi possa accomunare ai “comunisti” ancora in circolazione!

* Non sono d’accordo con questa ricostruzione “suggestiva”: perché accusare, magari solo velatamente, di opportunismo il leader del “comunismo” italiano? Egli servì assai bene Stalin in primo luogo perché aderì con convinzione alla prospettiva politico-sociale che il dittatore russo incarnò, per così dire, alla fine degli anni Venti, e soprattutto per questo il Migliore degli stalinisti allora al servizio della “Patria dei Soviet” riuscì a portare a Salerno la pellaccia, e di questo la Patria dei Renzi (di “destra” e di “sinistra”) ancora ringrazia. Non facciamo insomma torto alle altissime convinzioni ideali di Palmiro!

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1223728272548_fScrive Luigi Pandolfi: «Non c’è dubbio che il PCI sia stato, con una certa coerenza almeno fino ai primi anni settanta, parte integrante del movimento comunista internazionale, che aveva nell’Unione sovietica e nell’esperienza della Rivoluzione d’Ottobre, il suo punto di riferimento storico-politico e ideologico, la sua radice fondante. Un’ovvietà, si potrebbe dire». Non c’è dubbio. Certo, andrebbe aggiunta una quisquilia, una pinzillacchera, una robetta da niente, una sottigliezza, quasi. Questa: il «movimento comunista internazionale» cui Pandolfi fa riferimento non aveva nulla di comunista, ma del comunismo esso fu piuttosto l’esatto contrario, tanto nella teoria quanto, soprattutto, nella prassi.

Se invece per «comunismo» Pandolfi vuole intendere, alla stregua dell’italico pensiero “marxista” mainstream, l’ideologia stalinista elaborata nella Chiesa Moscovita (lo stalinismo è qui inteso come espressione della controrivoluzione antiproletaria e degli interessi della nazione, capitalista e imperialista, russa), beh allora taccio e mi scuso. E soprattutto ricuso di definirmi “comunista”, giusto per non essere confuso con una concezione del mondo e con una politica che ho sempre combattuto perché mi apparivano irriducibilmente ostili alla lotta di classe e al progetto di emancipazione rivoluzionaria delle classi subalterne e dell’intera umanità. Emancipando se stesso, il proletariato emancipa l’intera umanità, aveva detto il comunista di Treviri. Già, comunista, proprio come Stalin, Togliatti e Berlinguer…

imagesEcco un’altra sicurezza che ci offre, bontà sua, Pandolfi: «Altrettanto vero è che, già a partire dai primi anni quaranta, segnatamente con il ritorno di Togliatti in Italia nel 1944, il Partito Comunista Italiano abbia profondamente rinnovato la sua strategia di lungo periodo, ragionando sulla necessità di inserirsi pienamente nel sistema democratico in formazione, adeguandosi sia organizzativamente che culturalmente alla nuova evenienza. La “svolta di Salerno” non fu un espediente tattico per prendere tempo, in attesa del momento propizio per la rivoluzione, per l’instaurazione in Italia di un regime politico sul modello sovietico. No. Si trattò di una svolta vera, con implicazioni importanti sia sul piano teorico e programmatico che sul piano organizzativo». C’è da dire che, in primo luogo, la cosiddetta svolta fu determinata dallo scenario internazionale disegnato con bombe e carri armati dalle Potenze Alleate, le quali, com’è noto, si spartirono il mondo secondo le note «sfere di influenza» (Conferenze di Teheran, Yalta, San Francisco, Potsdam); questo spiega ampiamente «l’adesione del PCI al nuovo corso democratico italiano». Scriveva Ernesto Galli Della Loggia dopo la pubblicazione dei materiali inediti provenienti dagli archivi del PCUS e dal ministero degli Affari Esteri russo (ma anche dalle carte dell’ambasciatore sovietico nell’Italia del Sud Michail Kostylev): «È ormai inoppugnabilmente evidente che essa [la svolta di Salerno] fu voluta da Stalin addirittura contro l’opinione di un Togliatti ancora nel febbraio 1944 orientato in senso antibadogliano» (Togliatti fedelissimo di Stalin, Il Corriere della sera, 8 novembre 1997).

In secondo luogo, il PCI non attendeva più (né, men che meno, preparava) il «momento propizio per la rivoluzione» già dalla seconda metà degli anni Venti, e certamente da quando la controrivoluzione stalinista spazzò via radicalmente (in radice, contrariamente a quanto credette il grande Trotsky, teorico del Termidoro e della burocrazia come nuova classe dominante) le conquiste della Rivoluzione d’Ottobre. Qui rinvio al mio studio sulla Rivoluzione d’Ottobre (Lo scoglio e il mare).

L’instaurazione in Italia di un regime politico sul modello sovietico in ogni caso non avrebbe implicato una rivoluzione sociale di stampo “marxista”, come sostiene Pandolfi, proprio a causa della natura capitalistica (e imperialista) del regime sovietico stalinista.  In realtà «i due Togliatti», quello stalinista e quello democratico, il servitore scrupoloso dello Stato Russo e il geniale interprete degli interessi nazionali del Bel Paese, vanno considerati le due facce della stessa escrementizia medaglia. Tra il “comunista” Ercole e lo statista Togliatti ci fu assoluta e “organica” continuità.

Con la mitica svolta di Salerno il PCI di Togliatti non ruppe con «i fondamentali della teoria marxiana della storia», introducendo nel “comunismo” italiano massicce dosi di principi democratici e socialdemocratici («Strategicamente i comunisti non si danno come obiettivo l’abbattimento dello Stato borghese, ma la sua progressiva riforma»), come cerca di accreditare Pandolfi; semplicemente esso si adattò ai nuovi compiti che la situazione internazionale e la situazione interna assegnavano a un partito borghese con le caratteristiche che il PCI aveva assunto nel tempo. Detto en passant, dopo la caduta di Mussolini il centralismo politico e ideologico di matrice stalinista di quel partito funzionò come un’irresistibile calamita per molti ex militanti fascisti, ancora bisognosi di un partito forte e “antiborghese” – lo stesso Mussolini repubblicano riprese negli ultimi scampoli della sua esistenza la vecchia retorica “antiborghese” degli anni dell’ascesa al potere.

Diventando “democratico” e “socialdemocratico”, accettando cioè le regole democratiche di stampo occidentale, il PCI togliattiano non fece altro che adeguarsi a una situazione mondiale che vedeva l’Italia appartenere al “campo democratico” dominato dagli Stati Uniti, i quali imposero appunto la “democrazia” alle nazioni sconfitte finite nella sua potentissima forza gravitazionale imperialistica: Italia, Germania e Giappone. Dal canto suo, l’imperialismo russo impose il “socialismo” all’area imperialistica di sua competenza: l’Europa dell’Est.

«Sia la svolta di Salerno che gli strappi berlingueriani, non misero mai in discussione il profilo anticapitalistico del PCI, nonostante la continua ricerca, sul piano teorico, di spunti per l’elaborazione di una specifica via nazionale al socialismo». Sul «profilo anticapitalistico del PCI» da Togliatti a Berlinguer rimando ai miei post dedicati al tema.  Per quanto mi sforzi, non riesco proprio a capire dove Pandolfi possa trovare, non dico un «profilo anticapitalistico», ma singoli episodi di anticapitalismo nella storia del PCI dal Migliore Palmiro all’Onesto Enrico. Misteri della fede?

images280FLBYOIl fatto è che innamorarsi delle parole, soprattutto se roboanti,  e delle frasi fatte, soprattutto se “rivoluzionarie” e suggestive, è un vizio tipico dell’intellettuale in generale, e dell’intellettuale italiano in particolare. A suo tempo Antonio Labriola ebbe modo di picchiare duro contro il massimalismo parolaio dell’italico intellettuale socialista del suo tempo. Più tardi, gli intellettuali “organici” al cosiddetto movimento comunista devoto a Mosca (e poi anche/o a Pechino) andarono in visibilio per le parole e le frasi «violentemente rivoluzionarie» scritte e pronunciate dai capi, senza troppo indagare sulla loro reale pregnanza, sul loro concreto fondamento sociale, sull’aderenza alle cose cui quelle parole e quelle frasi rimandavano. Ciò spiega perché l’intellettuale “comunista” poteva discorrere nei convegni di alienazione capitalistica e, al contempo, sostenere la «storica necessità» del compromesso storico con la Democrazia Cristiana.

Citando la «specifica via nazionale al socialismo» come prova della soluzione di continuità fra vecchio e nuovo partito, Pandolfi si muove in realtà nell’ambito concettuale dello stalinismo (e del maoismo, che del primo fu appunto un’applicazione nazionale).

Il PCI fu certamente «un partito di massa», come sostiene Pandolfi in chiave apologetica; ma non fu, nella maniera più assoluta, un «partito di classe», nell’accezione marxiana – e quindi non sociologica – del concetto. D’altra parte, solo un partito borghese può essere “di massa” (come lo fu anche la Democrazia Cristiana) anche quando il dominio capitalistico non è minacciato da alcun pericolo proveniente dalle classi sfruttate e oppresse, ossia nei lunghi periodo di bonaccia e di riflusso. Il carattere fortemente minoritario degli autentici «partiti di classe» non risponde a una scelta politico-ideologica, ma registra sul piano politico una realtà sociale ostile all’iniziativa dei rivoluzionari.

D’altra parte, è lo stesso concetto di partito di massa così com’è venuto fuori dall’elaborazione teorica e dalla prassi politica della socialdemocrazia e dello stalinismo che deve mettere in discussione chi ha a cuore il superamento di questa società, che tutto massifica e mercifica. Solo se la “massa” diventa classe in senso marxiano, cioè a dire se essa conquista la capacità di un’autonoma iniziativa anticapitalistica, possiamo parlare di un passo in avanti sul terreno della lotta di emancipazione.

«Vien da chiedersi, a questo punto, cosa rimanesse di “comunista”, proprio da un punto di vista semantico, nell’identità e nella strategia dei comunisti italiani. Se in politica, come nella vita in genere, le parole traggono il proprio significato sia dalla loro capacità di indicare oggettivamente una realtà, sia dall’uso che storicamente se n’è fatto, nel caso del PCI potremmo affermare che l’aggettivo “comunista” risulterebbe inappropriato per definirne la vera identità o, comunque, a riassumerne la sua storia complessa ed originale». Ed io che ho detto?

imagesLBF428G5Passiamo, per concludere, a un tipo che di “comunismo italiano” se ne intende. «Dice Emanuele Macaluso che è qui, al Verano, dov’è sepolto Togliatti: “Ho lavorato cinque anni con Togliatti, e fu decisivo per la mia crescita politica e culturale. […]  È un padre della nostra democrazia, insieme con Alcide De Gasperi, con Pietro Nenni, con Ugo La Malfa, uomini che ci hanno insegnato come si stabiliscono le regole della convivenza politica. Ma sono tempre che oggi, purtroppo, non ci sono più» (La Stampa, 22 agosto 2014). E già, come dice il vecchio migliorista nostalgico del Migliore, non ci sono più i padri della patria di una volta!

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Luigi Berlinguer e Aldo MoroSecondo Fabio Vander, la storia del Pci, da Togliatti a Berlinguer, da Natta a Occhetto, fu parte integrante di quel moderatismo italiano, così incline all’arte del compromesso e alla politica trasformista, che da Cavour in poi rappresenta il vizio d’origine e la malattia della democrazia italiana. Una tesi che, sebbene da un punto di vista completamente diverso (direi opposto), mi sento in gran parte di condividere.

Il Pci, da Togliatti a Occhetto, non solo non fu mai un partito antiborghese, come da sempre sostiene – senza successo, mi duole riconoscerlo – chi scrive, ma non fu nemmeno un partito borghese “avanzato”, qualsiasi questo termine possa significare alle orecchie dell’intellettuale progressista. L’Occidente capitalisticamente sviluppato ha conosciuto partiti borghesi autenticamente riformisti e partiti borghesi autenticamente radicali; il Pci non fu mai né l’una n’è, tanto meno, l’altra cosa, o lo fu, tanto per essere anche noi inclini al compromesso, all’italiana, nell’accezione fortemente negativa che questa qualifica ha avuto e continua ad avere nel nostro Paese e all’estero.

Per molti versi, si può dunque applicare al Pci il concetto di «egemonia debole» sviluppato da Gramsci nei noti Quaderni per dar conto della debolezza ideologica e strutturale della borghesia italiana post-risorgimentale.

Ma veniamo a Vander, e alla sua interessante Introduzione al breve saggio di Enrico Berlinguer (si tratta di tre articoli scritti dal leader sassarese nel 1973, dopo il golpe militare in Cile) Per un nuovo grande compromesso storico (Castelvecchi, 2014): «Indubbiamente la continuità che Berlinguer rilancia fra il 1972 e il 1973, era quella con la politica di Togliatti. […] Fra “svolta di Salerno” del ’44 e “Compromesso Storico” c’è una linea retta. Una condivisione di cultura politica, di lettura dei processi di democratizzazione, di concezione della rivoluzione in Occidente e segnatamente in Italia». Condivido in linea generale la tesi della continuità e della condivisione; contesto invece il fatto che il Pci avesse un problema di lettura circa «la rivoluzione in Occidente e segnatamente in Italia», al di là delle solite fumisterie ideologiche e fraseologiche che potevano intrigare e/o ingannare solo degli intellettuali avvezzi all’italico amore per le frasi roboanti quanto prive di significato reale (inclinazione “parolaia” e “massimalista” già bastonato dal “tedesco” Antonio Labriola).

Ma andiamo avanti: «Una condivisione esiziale. Esiziale nel senso che implica una concezione della democrazia, del ruolo del Pci e della sinistra, che rimane tutta interna al vizio di fondo del nostro sistema politico. Vizio storico, ultracentenario, tale per cui mai c’è stata in Italia alternanza fra coalizioni e progetti politici distinti, ma sempre è stata necessaria la convergenza centrista per difendere una democrazia “imperfetta”, “debole”, “incompiuta”, ecc. Con questa storia si è andati avanti per oltre un secolo, da Cavour a Berlinguer (e Moro)» (p. 8). Naturalmente bisogna cogliere la differenza di epoca storica fra l’Italia di Cavour, che comunque attraversava un processo di rivolgimento sociale, sebbene gestito dall’alto e caratterizzato dalle tradizionali cautele antirivoluzionarie e dalle famigerate politiche compromissorie (a partire da quelle espresse dall’alleanza strategica tra grande capitale industriale del Nord e latifondismo meridionale), e l’Italia di Berlinguer e di Moro, un Paese da tempo inserito nel grande gioco capitalistico e imperialistico.

imageCon la scusa di «non spaccare in due il paese», di «non determinare la divisione verticale del paese» che avrebbe avvantaggiato solo «le forze reazionarie», il Pci di Berlinguer portò avanti una politica di moderazione a tutto campo: dalla politica economica, tesa a non intaccare più di tanto né gli equilibri fra le diverse fazioni del capitalismo italiano né, tanto meno, la struttura largamente parassitaria della società italiana, alla politica dei «diritti civili» (diritto di famiglia, divorzio, aborto, ecc.), e questo soprattutto per non urtare la suscettibilità dei colleghi democristiani e del Vaticano. Nel 1973, in piena crisi economica, Luciano Barca difese (su Rinascita) la moderatissima linea economica dei “comunisti”, che sosteneva la necessità di un certo compromesso fra rendita e profitto in modo da «ridurre il settore improduttivo» senza tuttavia ricorrere a «soluzioni punitive», tirando in ballo il solito spauracchio fascista: non bisogna creare, scrisse il responsabile economico del Pci, «un clima favorevole per le provocazioni fasciste». Quello di non provocare la reazione fascista con atteggiamenti «inutilmente radicali» è un mantra che il Pci, da Togliatti in poi, ha ripetuto fino all’ossessione, naturalmente non per sabotare o esorcizzare una rivoluzione sociale cui esso nemmeno pensava lontanamente, ma per imbrigliare le forze riformiste e “moderniste” (ad esempio, quelle che guarderanno con simpatia al PSI di Craxi) che nascevano nel suo seno.

Più che su una profonda ristrutturazione capitalistica in grado di rendere più moderne, efficienti e produttive le aziende italiane, per uscire dalla crisi economica il Pci puntò sulla svalutazione della lira e sulla moderazione salariale, e qui naturalmente la CGIL di Lama ebbe un ruolo molto importante. Alla fine la moderazione “comunista” e il “liberismo” confindustriale raggiunsero un compromesso, che lasciò praticamente immutate le magagne strutturali del capitalismo italiano e che venne in parte superato negli anni Ottanti dal “decisionismo” craxiano.

Ritorniamo a Vander: «Berlinguer tentò di accreditare la sua strategia [di “compromesso storico”] con la scusa (letteralmente) del golpe fascista che aveva rovesciato nel settembre 1973 il governo legittimo del socialista Allende)» (p. 9). Come ricorda Vander, il leader “comunista” si servì dei fatti cileni, che non avevano nessun rapporto con la situazione italiana («Il Cile, a rigore, c’entra poco»), per criminalizzare (letteralmente) la cosiddetta politica dell’alternativa, considerata evidentemente dal gruppo dirigente del Pci “troppo spinta” e quindi tale da offrire pretesti alle solite forze della reazione, sempre pronte a sbarrare la strada a chi si fosse messo sulla (mitica) «via italiana al socialismo».

Ben presto anche le Brigate Rosse saranno arruolate dal partito delle Botteghe Oscure nell’esercito delle «forze reazionarie», tanto più per il fatto che l’impianto ideologico del “terrorismo rosso” aveva molto in comune con quello del Pci: stalinismo (soprattutto nella sua variante cinese e chevarista) e resistenzialismo (secondo lo schema della «Resistenza tradita» elaborato nella “sinistra comunista”). I “quadri” del Pci e della CGIL dovettero faticare molto per far comprendere a una parte della base militante del partito e del sindacato “rosso” che le Brigate Rosse non erano costituite da «compagni che sbagliano», bensì da oggettivi fiancheggiatori del fascismo. Punto.

Quello di accampare scuse per legittimare una linea politica è tipico di Berlinguer: se il golpe cileno del 1973 doveva provare la giustezza del “compromesso storico” (naufragato definitivamente con l’uccisione di Moro), i ritardi nei soccorsi e gli scandali innescati dal terremoto in Irpinia del 1980 dovevano testimoniare a favore della “questione morale”. «Quello che nei primi anni Ottanta cerca una via d’uscita, è un uomo consapevole del fallimento del progetto della sua vita, anche se letteralmente impossibilitato a pensarne un altro. È il problema della “questione morale” che Berlinguer individuò come fulcro della nuova strategia» (p. 19).  Altro che «questione morale come alternativa etica al discorso del capitalista», come scrive (forse abusando fino al ridicolo del linguaggio lacaniano) lo psicoanalista di successo Massimo Recalcati! Berlinguer avrà pure «storicamente vinto su Deleuze», per dirla sempre con il berlingueriano senza se e senza ma Recalcati, ma certamente egli ha «storicamente» perso il confronto con Andreotti e Craxi, la cui iniziativa politica costrinse all’angolo il Pci, ormai incapace di «uscire dal guado» di una strategia sempre più ambigua: metà filosovietica e terzomondista («sostegno ai popoli che lottano contro l’imperialismo con l’aiuto fraterno dei paesi socialisti») e metà filoatlantica («riconosciamo la collocazione internazionale dell’Italia e la necessità dell’ombrello atlantico»), in parte tesa a conseguire il vecchio obiettivo del “compromesso storico” e in parte orientata verso “l’alternativa di sinistra” – beninteso di stampo moderato, per evitare di lanciare pericolosi segnali “avventuristici” alle forze sempre in agguato della reazione…

berlinguer-forattiniRicordo con piacere le gustose vignette di Forattini che caricaturavano un segretario del Pci indeciso a tutto e “antropologicamente” vocato alla quiete del salotto borghese. Per non parlare delle spassosissime imitazioni di Alighiero Noschese. Ma basta con i ricordi nostalgici!

«Nonostante gli sforzi di Berlinguer, una compiuta teoria dell’alternativa nel corso della sua lunga esperienza politica non ci fu mai. Per questo la denuncia morale, risolvendosi nella formula per altro ambigua del governo degli onesti, prese presto le tinte di un moralismo, di una “diversità” senza sbocco politico. […] Del resto Berlinguer, nel corso della stessa conferenza stampa in cui annunciò la svolta [dal “compromesso storico” alla “questione morale”], affermò chiaramente che il Pci restava comunque contrario ad ogni forma di “alternativa di sinistra”, la nuova proposta volendo essere “una prospettiva di governo anche con chi non è di sinistra e tuttavia è fedele alla Costituzione”» (p. 20). Giorgio Napolitano a più riprese, anche recentemente, ha confermato la tesi secondo la quale dopo l’abbandono del “compromesso storico” il Pci sarebbe in sostanza rimasto «privo di una strategia, né l’avrebbe ritrovata col cambiamento di parola d’ordine del 1980». In buona sostanza, il Pci non riuscì a tirarsi fuori dalla strategia del “compromesso storico” elaborata da Togliatti già prima della “svolta di Salerno”.

«La morte politica del Pci data a ben prima del 1989. Il crollo del Muro di Berlino fu una liberazione. Liberazione per il resto del mondo, non per l’Italia però. Nel senso che in Italia ci si liberò dal comunismo senza liberarsi dal comunismo italiano» (p. 21). Qui con «comunismo italiano» Vander intende certamente riferirsi al carattere moderato, trasformista e avvezzo al compromesso che la sinistra italiana post “comunista” ha continuato ad avere anche dopo la svolta decisa dal gruppo dirigente del Pci dopo il massacro di piazza Tienanmen. In questo senso D’Alema ha potuto legittimamente affettare fino a poco tempo fa pose togliattiane e deridere l’”americanismo” d’accatto di Veltroni.

«E poiché la storia si ripete, prima in tragedia e poi in farsa, dopo Moro e Berlinguer oggi c’è Matteo Renzi» (p. 25). Più che una farsa, a me sembra una perfetta sintesi – o “compromesso storico”?

Scrivevo su un post del dicembre 2013: «Macaluso ha ragione quando sostiene che il Pci non è morto con Renzi: “Il Pci non esiste più dal 1991, quando fu travolto dalle macerie del Muro crollato due anni prima”. Il Partito Comunista d’Italia nato a Livorno nel ’21 per promuovere la rivoluzione sociale in Italia (e non per «fare avanzare la democrazia» o per «costruire equilibri sociali più avanzati») morì invece con la sua stalinizzazione iniziata “diplomaticamente” da Gramsci nel ’24 e continuata con mezzi più sbrigativi dall’erculeo Palmiro Togliatti» (Renzi e Togliatti). Il fatto che oggi si celebri la «caduta del Muro di Livorno» per via elettorale, e si ricordi con molta enfasi che Livorno è «la città che ha visto nascere il Pci», come se questo evento avesse qualcosa a che vedere con l’attualità, ebbene tutto ciò la dice lunga sul concetto di “comunismo” passato alla storia grazie alla versione italiana dello stalinismo (a partire dal Togliatti dei «fratelli in camicia nera») e sul miserrimo senso storico di Miserabilandia.

Gli articoli di Berlinguer pubblicati alla fine del ’73 su Rinascita, la rivista teorica del Pci fondata da Togliatti, sono un vero e proprio saggio di togliattismo in salsa berlingueriana. Si inveisce contro l’imperialismo americano, sostenitore del golpe militare cileno, si esalta la lotta di liberazione dei popoli oppressi (vedi «l’eroica esperienza cubana e vietnamita») e l’appoggio che essi ricevono dai «paesi socialisti», si citano – ovviamente del tutto a sproposito – le parole di Lenin sulla strategia della ritirata («Bisogna comprendere che non si può vincere senza aver appreso la scienza dell’offensiva e la scienza della ritirata»), gli accordi di Brest-Litovsk del 1918 e la Nuova Politica Economica del ‘21: tutta questa fuffa ideologica, che tanto piaceva all’intellettuale “organico” che amava passeggiare con L’Unità e Rinascita sotto braccio, doveva veicolare  il tradizionale realismo dei “comunisti italiani”, ossia la richiesta alla Democrazia Cristiana di un governo dei responsabili.

«Si tratta di agire – scriveva Berlinguer riferendosi alla DC – perché pesino sempre più, fino a prevalere, le tendenze che, con realismo storico e politico, riconoscono la necessità e la maturità di un dialogo costruttivo e di un’intesa tra tutte le forze popolari. [Occorre] battere le forze reazionarie, aprire finalmente alla nazione una sicura via di sviluppo economico, di rinnovamento sociale e di progresso democratico» (p. 88). Chi allora affermava la necessità e la possibilità di una secca «alternativa di sinistra» (cioè un governo PCI-PSI magari allargato alla “sinistra” dei partiti laici) si proponeva, secondo l’Onesto Enrico, «qualcosa di assurdo, di velleitario, di antitetico» alla grande strategia chiamata via italiana al socialismo. Capite adesso perché parlo tanto male del «realismo storico e politico» del Pci?

Leggi anche La questione non è “morale” ma “strutturale”. Ovvero: eccheppalle!

 

LA GLORIOSA STORIA COMUNISTA SECONDO MARIO MONTI

stalinismoNella sua foga da comiziante di primo pelo, forse convinto di assestare un colpo al «populista» Berlusconi e di fare una carezza al «riformatore» Bersani, Mario Monti ha parlato della «gloriosa storia comunista» che starebbe alle spalle del Partito Democratico. Giustamente Alessandro Sallusti si è arrabbiato non poco col professore in loden: «Mi chiedo cosa ci sia di glorioso in una storia fatta di oppressione e di crimini». Sottoscrivo! Salvo il fatto che, come sa chi mi conosce, io colloco il cosiddetto “comunismo” a cui si riferiscono Monti e Sallusti nel Libro Nero del Capitalismo mondiale. In attesa di ritornare sulla scottante questione, pubblico un articolo che scrissi per una modestissima rivista locale (Filo Rosso) nel marzo 1992, una data importante per l’ex PCI in via di rapida trasformazione, sul libro Palmiro Togliatti di Giorgio Bocca. Lo dedico ai tanti “comunisti” del tipo che è possibile incontrare nel movimento social-manettaro di Ingroia e compagni.

428PX-~1Il Togliatti di Giorgio Bocca

… Il suo Palmiro Togliatti, scritto nel ’79 e ripubblicato nel febbraio di quest’anno a cura dell’Unità – quasi dovesse scagionare il “mitico” Ercole dalle accuse infamanti che gli piombano addosso proprio in un momento delicato per l’ex PCI – non si può certo definire una ciambella di salvataggio per gli orfani del “socialismo reale”: il legame organico di Togliatti con lo stalinismo e la politica dello Stato russo vi appare del tutto trasparente. Bocca non lesina giudizi taglianti e definitivi sul migliore degli stalinisti europei – che non poche volte appare, nelle pagine di Bocca, più stalinista dello stesso Stalin. (…)

Emerge il rapido allineamento di Palmirone e di Gramsci alle posizioni del partito russo in caduta libera nel baratro della controrivoluzione. Gramsci, scrive Bocca, capì prima del suo allievo e successore che bisognava saltare sul carro di Stalin e Bucharin: «C’era stato con Gramsci il periodo della bolscevizzazione» (p. 147). Per capire il motivo di questo severo giudizio su un importante padre della patria, nonché illustre letterato e filosofo – crociano per unanime giudizio –, è forse utile far parlare un altro “storico di vaglia”, Giorgio Galli: «Gramsci lotta contro Bordiga con due metodi paralleli: stacca da lui i suoi collaboratori, usando l’argomento fondamentale che schierarsi con la sinistra significa prendere posizione contro l’internazionale; adotta provvedimenti disciplinari contro coloro che non cambiano opinione» (Storia del PCI, Sugarco). Com’è noto (?), Bordiga guidò il processo di formazione del comunismo rivoluzionario in Italia, e si oppose assai precocemente alla controrivoluzione stalinista, che sul terreno del movimento operaio internazionale si espresse come «bolscevizzazione» (leggi: stalinizzazione) dei partiti comunisti che avevano aderito all’Internazionale Comunista.

Ma ritorniamo al Togliatti di Bocca: «Lo stalinismo vero di Togliatti è di tipo ideologico, tale da farlo apparire a certuni come lo stalinista perfetto, capace di razionalizzare e ideologizzare anche gli aspetti irrazionali o ancestrali dello stalinismo» (p. 100).

Emerge nel libro di Bocca la responsabilità del perfido Ercoli in rapporto a tutte le nefandezze perpetrate a Mosca ai danni dei suoi oppositori politici, non importa se russi, italiani, polacchi o spagnoli. Nel somministrare condanne e nel fabbricare calunnie Palmiro-Ercole non tiene in nessun conto il passaporto dei suoi avversari, e in questo rivela il suo profondo spirito… “internazionalista”. Nel terrore egli è persino “democratico”: fa fuori, indifferentemente, anarchici, trotskisti (o presunti tali), bordighisti, e persino stalinisti “anomali”; il solo criterio che lo guida è quello della lotta a qualsivoglia tipo di opposizione politica al regime staliniano. «È lui a spiegare che ora processi e condanne vanno intesi come atti di legittima difesa, non solo della rivoluzione e del socialismo, ma della democrazia e della pace» (p. 252). Attaccare il sempre più ferreo e antiproletario regime staliniano significava dunque mettere a repentaglio anche la democrazia e la pace nel mondo: questo sommo abominio non giustifica forse la Siberia e la fucilazione? Nicchio…

Grazie a lui la piccola comunità di comunisti italiani rifugiatisi in quella che credevano fosse la «Patria del socialismo» per sfuggire dalle grinfie fasciste fu decimata attraverso processi farsa. Inutile forse ricordare sotto quale accusa quei militanti caddero: spie del trotskismo, e quindi oggettivamente servi del fascismo e dell’imperialismo. (…)

C’è nel Togliatti di Bocca il leader “comunista” che si appella (1936) «ai fratelli in camicia nera»; c’è il capo dell’Internazionale che si schiera a favore del patto russo-tedesco del ’39, e che poi fa marcia indietro – alla coda dei padroni moscoviti – quando le divisioni tedesche attaccano il Sacro suolo della Madre Russia. E c’è naturalmente il Togliatti democratico-badogliano del «partito nuovo», della Resistenza, del CLN. Bocca tende a opporre il Togliatti democratico all’Ercole stalinista, riconducendo il secondo al retaggio gramsciano, perché, osserva giustamente il Nostro, il «partito nuovo», maturato a Salerno nel ’43, ha la sua origine a Lione nel 1926 (Terzo Congresso del PC d’Italia). Egli però sbaglia quando crede di trovarsi di fronte alla proverbiale doppiezza togliattiana. In realtà «i due Togliatti», quello stalinista e quello democratico, il servitore scrupoloso dello Stato Russo e il geniale interprete degli interessi nazionali del Bel Paese, vanno considerati le due facce della stessa escrementizia medaglia. Tra il “comunista” Ercole e lo statista Togliatti ci fu assoluta e “organica” continuità.