OCCULTISMO

Dopo gli speculatori finanziari che ingrassano servendo il Dio Denaro, i capitalisti che inseguono solo il profitto (che scandalo!), i corrotti incapaci di cristiano pentimento e i mafiosi indegni di Nostro Signore è la volta degli operatori della superstizione. Il Compagno Papa è davvero infaticabile. Leggo sul Messaggero: «”Avrei voglia di domandarvi, ma ognuno risponda dentro, in silenzio, quanti di voi ogni giorno leggono l’oroscopo? Quando vi viene voglia di leggerlo, guardate a Gesù che vi vuole bene”. Papa Francesco mette all’indice gli esperti di astrologia, le fattucchiere, i medium nonché maghi e divinatori. Non servono “oroscopi o negromanti per conoscere il futuro”, non serve la “sfera di cristallo o la lettura della mano”: il “vero cristiano” si fida di Dio e si lascia guidare in un cammino aperto alle sorprese di Dio. Altrimenti “non è un vero cristiano”».

Detto che chi scrive non è un cristiano, né vero né falso, sarebbe auspicabile, Santissimo, qualche “sorpresa” in meno; troppe “sorprese” non fanno bene alla salute, diciamo. Alludo a quelle “sorprese”, di cui tutti farebbero volentieri a meno, tipo guerre mondiali, campi di sterminio, gulag, carestie, malattie, annegamenti nel Mediterraneo, disperate e spesso mortali fughe attraverso il deserto alla ricerca di un tozzo di pane, miserie materiali e spirituali di vario genere, e via elencando. Diciamo che quanto a guida del gregge il buon Dio ha finora lasciato a desiderare. E per favore non scomodare il libero arbitrio: non provarci nemmeno! Né la tesi circa il carattere necessariamente imperscrutabile, eppur razionalissimo, del Disegno Divino può reggere, neanche lontanamente, il confronto con chi offre sul mercato della vita risposte “umanamente” più sostenibili. E poi, se togli al gregge anche il “diritto” alla superstizione cosa gli rimane nel difficile e quotidiano tentativo, spesso non coronato dal successo, di dare un senso all’insensatezza più sfacciata? La “vera religione”? La scienza? Ma se ciò bastasse, oggi non staremmo qui a lamentare il successo di medium, maghi, fattucchiere, negromanti, astrologi, divinatori, ecc., ecc. D’altra parte, lo scottante caso della Madonna di Medjugorje di cosa ci parla?

«Ogni anno in Italia, cadono vittime del fenomeno dell’occulto circa 12 milioni di persone. Secondo quanto riportano diverse associazioni antiplagio le  persone raggirate sborsano anche diversi miliardi di euro per ingrassare i 120.000 maghi operanti nel settore. Somme che si concentrano soprattutto nelle grandi città: Milano, Roma e Napoli.  Il 52% delle consulenze presso i maghi vengono fatte per questioni di cuore, il 24% per questioni economiche ed il 13% per questioni di salute. Sono tantissime le denunce che arrivano allo sportello antiplagio rivelando casi di dipendenza dalla consulenza, casi nei quali i clienti parlano del telefono come di una vera e propria droga».

Ora, dinanzi a questo fenomeno, come ad altri analoghi fenomeni sociali, c’è da chiedersi se la maggiore responsabilità circa il suo dilagare negli strati più diversi della popolazione sia da attribuire agli operatori del settore, i quali in fondo si limitano a soddisfare una domanda, secondo i noti criteri “mercatisti”, o non piuttosto alla società presa nel suo insieme che crea quel mercato – che realizza l’incontro tra la domanda in grado di pagare e l’offerta.

Nel precedente post dedicato al Compagno Papa, mi sono permesso di affermare, sulla scorta del mio astrologo di riferimento, la seguente banalità: «Non c’è magagna sociale che non realizzi un’occasione di profitto per chi ha le giuste “competenze specifiche” (da quelle giurisprudenziali a quelle malavitose, da quelle sanitarie a quelle criminali) da far valere sul mercato: è il Capitalismo, Santità!». Confermo! Non è insomma agli operatori della superstizione che si può imputare il carattere radicalmente disumano e irrazionale della vigente società; non sono loro che creano un materiale umano così vulnerabile alle sciocchezze d’ogni genere. Vietare, criminalizzare o semplicemente ridicolizzare gli “impostori” e i “ciarlatani” non eliminerà un mercato creato dall’hegeliana società civile, ed è questa consapevolezza che, tra l’altro, mi suggerisce un atteggiamento critico, ma non illuministico, nei confronti di ogni forma di superstizione, a cominciare da quella venduta come «vera fede» dalla Chiesa Romana.

Qualche anno fa il Cardinale Ersilio Tonini stigmatizza l’invasione delle rubriche astrologiche nei media: «Questo dilagare spasmodico, ossessionante dell’occultismo fra non molto eroderà via la sostanza, il concetto stesso che l’uomo ha di sé e del suo posto fra le cose e i fenomeni. E lo farà intaccando la radice dell’essenza umana: l’intelligenza» (da Vero, 13 Maggio 2011). Ma come, «la radice dell’essenza umana» non si trovava un tempo nel nostro essere stati creati a immagine e somiglianza di Nostro Signore? Ecco il teologo spiazzato dalla concorrenza comportarsi alla stregua di un ateo, il quale pretende di dare scacco matto al Re (al Celeste Sovrano del Creato) sul piano della mitica evidenza scientifica. Il fatto è che chi avverte un subdolo disagio rodergli l’anima, oltre che il corpo, non cerca discorsi intelligenti, ma discorsi conformi all’assurdità del Mondo che lo ospita. L’espansione dell’occultismo non ha a che fare con una supposta indigenza in fatto di intelligenza (magari causata dalla solita televisione e dai cosiddetti social), ma testimonia piuttosto l’impotenza sociale di tutti gli individui, la loro indigenza esistenziale. È vero che, come scriveva Adorno, «L’occultismo è la metafisica degli stupidi», ma è soprattutto vero che occulte sono le Potenze Sociali che ci dominano, nonostante esse camminino sulle gambe degli uomini. Sotto questo radicale aspetto siamo tutti stupidi: dallo scienziato che vuole riprodurre in laboratorio l’Istante Zero della Creazione Universale, al teologo che vuole provare la superiorità della sua fede sul piano della razionalità.

I politici “tradizionali” si lamentano per il dilagare dell’antipolitica; gli scienziati si lamentano per il diffondersi nella società di atteggiamenti antiscientifici; il giornalismo mainstream denuncia il dilagare delle fake news; la Chiesa denuncia la sleale concorrenza organizzata ai suoi danni da parte di «false religioni alternative» e si scaglia contro le “insane” inclinazioni superstiziose dei cristiani. Verrebbe da esclamare: da che pulpito!

Aggiunta da Facebook:

LA CHIESA E IL “FRONTE UNICO UMANISTA”

Da La Repubblica:

«Il cardinale Gianfranco Ravasi, teologo, biblista, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, non è però uomo che si dia per vinto. Con il “Cortile dei Gentili” e il “Tavolo permanente per il dialogo fra scienza e religione” sta cercando “alleati” fra coloro che hanno ancora fiducia nell’uomo e nel suo pensiero. «Atei, scienziati, persino chi ancora crede nelle ideologie. Non è più tempo di contrapposizioni ma di dialogo. […] La tecnologia corre e ci propone nuovi mezzi con una velocità che la teologia e gli altri canali della conoscenza umana non riescono a seguire. […] Per colpa dell’ignoranza, non della scienza, stiamo vivendo una globalizzazione della cultura contemporanea dominata solo dalla tecnica o dalla pura pratica. C’è, ad esempio, una sovrapproduzione di gadget tecnologici di fronte alla quale non riusciamo a elaborare un atteggiamento critico equilibrato. Ci ritroviamo in un’epoca di bulimia dei mezzi e atrofia dei fini. Ci ritroviamo spesso appiattiti, schiacciati su un’unica dimensione [quest’ultima locuzione non mi è nuova]. Un certo uso della scienza e della tecnologia hanno prodotto in noi un cambiamento che non è solo di superficie. Se imparo a creare robot con qualità umane molto marcate, se sviluppo un’intelligenza artificiale, se intervengo in maniera sostanziale sul sistema nervoso, non sto solo facendo un grande passo avanti tecnologico, in molti casi prezioso a livello terapeutico medico. Sto compiendo anche un vero e proprio salto antropologico, che tocca questioni come libertà, responsabilità, colpa, coscienza e se vogliamo anima. […] Il fondatore del cristianesimo, Gesù di Nazaret [ma non era stato Paolo?], era un laico, non un sacerdote ebraico. Egli non ha esitato a formulare un principio capitale: “Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. La contrapposizione fra clericali e anticlericali ormai è sorpassata. Alcuni aspetti della laicità ci accomunano tutti e la teologia ha smesso da tempo di considerare la filosofia e la scienza solo come sue ancelle. I problemi piuttosto sono altri. Semplificazione, indifferenza, banalità, superficialità, stereotipi, luoghi comuni. Una metafora del filosofo Kierkegaard mi sembra adatta ai tempi di oggi: la nave è finita in mano al cuoco di bordo e ciò che dice il comandante con il suo megafono non è più la rotta, ma ciò che mangeremo domani. È indispensabile riproporre da parte di credenti e non credenti, i grandi valori culturali, spirituali, etici come shock positivo contro la superficialità ora che stiamo vivendo una svolta antropologica e culturale complessa e problematica, ma sicuramente anche esaltante”».

A mio avviso, e come provo ad argomentare nei miei modesti scritti, il comando della nave è invece saldamente nelle mani del Capitale, cosa impossibile da capire quando gli occhi sono occlusi, mi si consenta la dotta metafora, dal prosciutto feticistico che impedisce di vedere i rapporti sociali di dominio e di sfruttamento che presuppongono e pongono sempre di nuovo ciò che siamo e che facciamo, «tecnologia intelligente» inclusa. Per un verso il Fronte Unico Umanista proposto da Ravasi fa capire, mi sembra, con quanta intelligenza politica e con quale respiro dottrinario si muova la Chiesa, o quantomeno una parte maggioritaria di essa; e per altro verso ci parla della profondità della crisi esistenziale (che poi è crisi sociale tout court) che stiamo attraversando in questo scorcio di XXI secolo. Da sempre la Chiesa si mostra particolarmente a proprio agio nei momenti critici, pronta a orientare e a confortare il gregge che soffre ma non comprende.

Nella sua infinita ingenuità, diciamo così, il nostro Cardinale vorrebbe salvare qualcosa che andrebbe piuttosto creata: la dimensione umana delle nostre relazioni sociali. In ogni caso, e per quel che vale, io mi chiamo fuori dal F. U. U. Per me oggi più di ieri è «tempo di contrapposizioni», possibilmente di classe. Sì, sono settario fino in fondo, settario senza speranza. Ma di classe! E che un qualche Dio (anche artificiale, per me andrebbe benissimo: non coltivo certe fisime ideologiche) mi aiuti!

 

Annunci

A DOMANDA RISPONDE

Papa Francesco: «Cosa c’è all’origine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo?».
Sebastiano: Rapporti sociali di dominio e di sfruttamento. Nel XXI secolo questi rapporti si compendiano nel concetto di Capitalismo e nella sua demoniaca prassi, che oggi ha una dimensione mondiale.

Papa Francesco: «Cosa c’è all’origine del degrado e del mancato sviluppo?».
Sebastiano: La contraddittoria manifestazione di quei rapporti sociali.

Papa Francesco; «Cosa c’è all’origine del traffico di persone, di armi, di droga?»
Sebastiano: L’economia fondata sul profitto «predato», «smunto», «estorto», «scroccato» ai lavoratori nelle onestissime imprese che producono beni e servizi. Su questa base virtuosa si erge l’edificio di una società completamente dominata dal denaro, la cui origine, com’è noto, non puzza, non ha colore, non ha sesso, non ha razza, non ha religione (fratello Jihadista si fa per dire!), è del tutto impersonale, è soprattutto disumana. Non c’è magagna sociale che non realizzi un’occasione di profitto per chi ha le giuste “competenze specifiche” (da quelle giurisprudenziali a quelle malavitose, da quelle sanitarie a quelle criminali) da far valere sul mercato: è il Capitalismo, Santità!

Papa Francesco: «Cosa c’è all’origine dell’ingiustizia sociale e della mortificazione del merito? Cosa, all’origine dell’assenza dei servizi per le persone? Cosa, alla radice della schiavitù, della disoccupazione, dell’incuria delle città, dei beni comuni e della natura? Cosa, insomma, logora il diritto fondamentale dell’essere umano e l’integrità dell’ambiente?».
Sebastiano: Azzardo una risposta originale: il maledetto rapporto sociale di cui sopra!

Per Sua Santità la causa è invece un’altra: «La corruzione, che infatti è l’arma,  è il linguaggio più comune anche delle mafie e delle  organizzazioni criminali nel mondo. Per questo, essa è un processo di morte che dà linfa alla cultura di morte delle mafie e delle organizzazioni criminali». Di qui, la sua “rivoluzionaria” idea di scomunicare i corrotti e i mafiosi.

Ora, chi sono io per obiettare al Santissimo Padre che è il profitto il linguaggio comune di tutte le attività imprenditoriali, comprese quelle mafiose e quelle che fanno capo alle «organizzazioni criminali nel mondo»? Chi sono io per obiettargli che è il Capitale in sé che dà corpo a «un processo di morte che dà linfa alla cultura di morte»? E difatti, come sempre, non gli obietto un bel nulla: non è che il poveruomo può scomunicare, dalla sera alla mattina, un intero regime storico-sociale! Un  po’ di sano realismo, per favore. E poi anche il Papa ha il sacrosanto diritto di vendere un po’ di ideologia al popolo indignato e affamato di capri espiatori. Che il Capo dei Capi Totò Riina crepi in carcere e senza il conforto di Nostro Signore!
Non sarò diventato anch’io un pochino populista? Che tempi! Che tempi!

“STRUTTURE DI PECCATO” E “CAVERNA EGOICA”. E POI DICE CHE UNO FA GLI SCONGIURI!

toto-874121Ha detto il Santissimo Padre in occasione della festa dell’Economia di Comunione (4 febbraio): «Il principale problema etico del capitalismo è la creazione di scarti per poi cercare di nasconderli o curarli per non farli più vedere. […]. Gli aerei inquinano l’atmosfera, ma con una piccola parte dei soldi del biglietto pianteranno alberi, per compensare parte del danno creato. Le società dell’azzardo finanziano campagne per curare i giocatori patologici che esse creano. E il giorno in cui le imprese di armi finanzieranno ospedali per curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il sistema avrà raggiunto il suo culmine. Questa è l’ipocrisia!». No, compagno Papa, questo è il capitalismo, il quale sa bene come promuovere qualsiasi tipo di merce, compresa quella immateriale chiamata “etica della responsabilità”. Una merce che si vende benissimo, tra l’altro, soprattutto fra le pecorelle smarrite più acculturate del gregge. «Il capitalismo conosce la filantropia, non la comunione». Qui non posso dargli torto! E a questo punto non posso fare a meno di richiamare alla mente le tirate marxiane contro la filantropia borghese, questa cattiva coscienza buona solo a pareggiare i conti nella partita doppia dell’etica e a nascondere, peraltro abbastanza pietosamente, «l’antagonismo delle classi». Una sola citazione: «I filantropi vogliono insomma conservare le categorie che esprimono i rapporti borghesi, senza l’antagonismo che li costituisce e che ne è inseparabile. Essi credono di combattere sul serio la prassi borghese e sono più borghesi degli altri» (Miseria della filosofia). E, sia detto con il rispetto dovuto al Vicario di nostro Signore, Bergoglio non fa eccezione. Ne fornisco la prova: «È semplice donare una parte dei profitti, senza abbracciare e toccare le persone che ricevono quelle “briciole”. Si capisce, allora, il valore etico e spirituale della vostra scelta di mettere i profitti in comune. Il modo migliore e più concreto per non fare del denaro un idolo è condividerlo con altri, soprattutto con i poveri […]. Quando condividete e donate i vostri profitti, state facendo un atto di alta spiritualità, dicendo con i fatti al denaro: tu non sei Dio, tu non sei signore, tu non sei padrone!». Marx avrebbe forse chiosato così: «In ogni tempo i buoni borghesi e gli economisti filantropi si sono compiaciuti di formulare questi voti innocenti» (ivi). L’innocenza e l’ipocrisia sono dunque le due facce della stessa cattiva moneta chiamata Capitalismo?

Pare che sia un’impresa impossibile capire che dove esistono il profitto e il denaro, comunque “concettualizzati”, deve necessariamente esistere una generale condizione di disumanità nella società, semplicemente perché, come ripeto ormai abbastanza stancamente post dopo post, il profitto e il denaro presuppongono e creano sempre di nuovo rapporti sociali di dominio e di sfruttamento. Si dirà che il Papa sarà forse un “comunista”, come credono molti politicamente indigenti, con rispetto parlando, si capisce, ma rimane pur sempre un Papa. Che pretendiamo, un Papa folgorato sulla strada che conduce a Treviri? E che Cristo! Lungi da me queste diaboliche pretese. Ma non mi pare che il resto del mondo la pensi, quanto al profitto e al denaro, diversamente da Francesco. Perfino certi “marxisti” pensano che «un altro capitalismo è possibile», magari cambiandogli semplicemente il nome. Scriveva a questo proposito Karl Korsch nel 1912: «Se si domanda a un socialista che cosa intende per “socialismo” si riceve come risposta, nel caso migliore, una descrizione del capitalismo e l’osservazione che “il socialismo eliminerà il capitalismo”». Dopo un secolo le cose non sembrano di molto cambiate, anche grazie al trionfo, nel secolo scorso, del Capitalismo di Stato in guisa di “Socialismo reale”,  e così il Papa oggi può passare per “comunista” solo perché predica, praticamente tutti i giorni, la seguente sciocchezza: «È l’uomo che deve dominare sul denaro e sul profitto, non il denaro e il profitto sull’uomo». Come faccio a non ridere, a non sparare sulla Croce Rossa?! Se hai il profitto e il denaro hai il dominio del Capitale sull’uomo, necessariamente, non perché il diavolo ci ha messo la coda o altro. Punto! È una questione di Dominio, Santo Padre, non di Demonio. Beninteso, so di predicare al vento, e quindi riprendo il ragionamento “anticapitalista” del Papa più amato dai progressisti.

Non si tratta, Egli dice, solo di «curare le vittime», ma soprattutto di «costruire un sistema dove le vittime siano sempre di meno, dove possibilmente esse non ci siano più». Dobbiamo dunque affidare le sorti dell’umanità a un miracolo? Nient’affatto! È sufficiente «cambiare le regole del gioco del sistema economico-sociale», perché «imitare il buon samaritano del Vangelo non è sufficiente. […] Quando l’imprenditore o una qualsiasi persona si imbatte in una vittima, è chiamato a prendersene cura, e magari, come il buon samaritano, associare anche il mercato alla sua azione [ma] occorre agire soprattutto prima che l’uomo si imbatta nei briganti, combattendo le strutture di peccato che producono briganti e vittime». Il Papa ritorna spesso sulle «strutture di peccato», che forse è un modo cristianamente corretto di alludere ai rapporti sociali capitalistici, chissà. O forse, più semplicemente e “classicamente”, si evoca la presenza del Demonio su questa Terra. In ogni caso il “peccato originale” oggi si chiama Capitale, una potenza sociale tanto astratta quanto tremendamente concreta. Sempre a mio modestissimo avviso non bisogna «cambiare le regole del gioco del sistema economico-sociale», impresa che peraltro negli ultimi due secoli non ha avuto un gran successo, ma iniziare un altro gioco, un gioco che veda protagonisti solo uomini, e non classi sociali. Altro che (chimerica) comunione dei profitti! «Cambiare le regole del gioco»: così si esprimono le persone che rimangono alla superficie dei problemi, che non riescono a cogliere la realtà dei rapporti sociali che informano la nostra intera esistenza, nell’intero pianeta. «Cambiare le regole del gioco»: è un modo politicamente ingenuo e infantile di esprimersi – e di pensare.

Luca Kocci sul Manifesto commentava così il discorso del Papa qui citato: «Il Pontefice propone un riformismo radicale in un’ottica interna al sistema capitalistico». Perché, quelli del Manifesto propongono un’ottica diversa? Ma siamo seri! Anche il Manifesto si muove nell’ottica di «cambiare le regole del gioco».

A proposito di “comunisti”! Scrive Rossana Rossanda nella sua lettera al Congresso di Sinistra Italiana: «Di fatto, mi sembra che non si sia andati oltre al dilemma reale del Novecento: fra garanzia dei diritti civili e nessuna garanzia dei diritti sociali, oppure, all’opposto, garanzia dei diritti sociali e nessuna garanzia dei diritti di libertà». Qui la cosiddetta “signora del comunismo” ripropone la rancida, quanto infondata, distinzione tra «Capitalismo reale» e «Socialismo reale». Come se, “ai bei tempi”, i «socialismi reali» avessero garantito alle classi subalterne i «diritti sociali», sebbene a discapito dei «diritti di libertà»! Come se «la garanzia dei diritti di libertà», a sua volta, non fosse stata – e non sia – altro che, al contempo, una mistificazione ideologica e una prassi politica intese a rafforzare quel dominio sociale capitalistico che nega in radice la stessa possibilità di un’autentica libertà, inconcepibile in una società fondata sulla divisione classista degli individui. Lo stesso concetto di «diritto di libertà» contiene in sé la contraddizione che ne rivela il contenuto di classe, perché dove c’è il diritto, ossia la legge del Leviatano, la «libertà» è assimilabile all’ora d’aria concessa al detenuto. Ci si può accontentare, si può dire che ci può essere anche di peggio su questa Terra (vedi la Corea del Nord, ad esempio), e questo non lo nego affatto; ma si tratta pur sempre di un realismo che ci conferma nella schiavitù nei confronti dei rapporti sociali capitalistici. Anche nei lager nazisti o nei gulag stalinisti vigeva il relativismo delle condizioni, come hanno raccontato magistralmente Primo Levi e Aleksandr Solženicyn. La differenza tra quelle eccezionali condizioni e la normalità della prassi sociale è puramente quantitativa, non qualitativa: l’eccezione rivela piuttosto l’autentica natura della regola, e in questo preciso significato la conferma. Il peggio non conosce limiti, ed è su questa pessima verità che da sempre ha potuto contare il Dominio, che può sempre minacciare contro chi si lamenta un ulteriore giro di vite. Così è stato nei «capitalismi reali» e così è stato nei «socialismi reali», che poi altro non furono (e non sono: vedi la Cina) che dei reali capitalismi – più o meno “di Stato”.

La Rossanda conclude così la sua lettera: «I socialismi reali e i partiti comunisti si sono dissolti senza neppure affrontare le domande che avevano lasciate irrisolte». Questi sono problemi che lascio volentieri a chi in passato ha dato credito ai «socialismi reali» e ai «partiti comunisti», che personalmente ho sempre considerato capitoli particolarmente ignobili del Libro nero del Capitalismo mondiale.  «Quando ieri al congresso di Sinistra Italiana un giovane compagno ha terminato di leggere questo messaggio inviato da Rossana Rossanda tutti si sono alzati in piedi e hanno intonato l’Internazionale, il pugno alzato nel saluto comunista» (Il Manifesto). Dalla tragedia (lo stalinismo internazionale) alla farsa (i sinistri italioti).

Nel suo ultimo discorso da presidente degli Stati Uniti all’Assemblea delle Nazioni Unite il 20 settembre 2016, Barack Obama ha consegnato al mondo la perla di saggezza che segue: «In n mondo in cui l’1% dell’umanità controlla una ricchezza pari al 99%, non c’è uguaglianza». Caspita, non ci avevo mai pensato. Che grande verità ho appreso dalla bocca dell’ex leader massimo della prima potenza capitalistica del pianeta! Poi subito dopo Barack ha detto che «dopo la fine della guerra fredda possiamo dire che il mondo è più prospero che mai». Diciamo allora che io e il mondo marciamo su due strade parallele, diciamo…

L’altro ieri ho letto l’articolo di Giuliano Ferrara (Il Foglio) dedicato al «partito della Sconfitta Inc.», e mi sono confermato nell’idea che egli sia, fra gli intellettuali ultrareazionari di “destra” e di “sinistra”, quello di gran lunga più intelligente – semplicemente perché di solito non è ossessionato  dalla premura di mettere la sordina al cinismo insito nelle cose stesse, e non, in primo luogo, nelle parole chiamate a raccontarle. In ogni caso, lo cito: «Certo le destre arrembanti che attaccano globalizzazione e liberismo economico, sviluppo tecnologico e creazione di valore nei mercati aperti, hanno vinto la lotteria nel Michigan, devastano il linguaggio politico senza aggettivi, né corretto né scorretto, e pesano minacciose sulle elezioni francesi per scardinare Europa e diritti di libertà per ariani ed ebrei (l’Inghilterra in Brexit è un’altra cosa, è eccentrica, è un’isola). Certo la classe media dei paesi affluenti d’occidente è piena di problemi, è insofferente, si becca in pieno l’impazzimento del sistema della comunicazione fake-oriented, e le ondate di malessere vero si introducono dentro la sinistra, le sinistre, con una discreta violenza che a volte fa paura. Questo è ovvio, è il problema per tutti tranne che per i demagoghi e i loro servizievoli portavoce di tutte le risme.  […] La classe media disagiata perché ricca e welfarizzata soffre, d’accordo, in questa parte di mondo aperta all’uscita di miliardi di esseri umani dalla povertà e alla concorrenza di classi miserabili che tentano di essere meno miserabili, e in molti si domandano che fine farà il lavoro nell’epoca della robotizzazione, e magari qualche bru bru gli dice che si possono elevare muri contro la ricerca alleata della cattiva finanza come si progettano muri impossibili contro i messicani. D’accordo. Posto così, il problema è definito, ma già meglio del nuovo schema postmarxiano della proletarizzazione universale (cazzate anni Duemila che vengono direttamente dagli scarti degli economisti maoisti anni Sessanta del Novecento, tipo Baran e Sweezy). Domandina: c’è qualcuno che spiega loro che non è colpa di Reagan, della Thatcher, di Blair, di Clinton, di Lawrence Summers e magari di Google, Amazon, Merkel, Renzi e Macron? C’è? Non c’è». A questo punto mi faccio coraggio e timidamente domando: e allora, di chi è “la colpa”?, a chi dobbiamo attribuire il marasma sociale-esistenziale dei nostri pessimi e globalizzati tempi? La risposta l’ho già data prima e quindi vado avanti.

Ieri su Repubblica Massimo Cacciari evocava il grande spirito illuminista e riformista di Giordano Bruno, un grande filosofo che lottò contro «la decadenza d’Europa, contro il suo declino politico e morale»: «La guerra che ci separa fino a negarci non è soltanto un regresso allo stato dell’uomo lupo all’uomo, non è soltanto pazzia, di cui si è detto, ma pretenderebbe negare il supremo, ontologico vincolo di amore che regge l’universo nell’infinità dei suoi mondi. Ogni muraglia che qui si voglia innalzare pretende di ribellarsi all’eterno creare della Natura stessa, di cui la libertà della mente è esplicazione e immagine. L’Europa che si sprofonda nella sua caverna egoica, che sta portando a esiti estremi quel declino morale e politico, già tragicamente illuminato il 17 febbraio del 1600 dal rogo di Campo dei Fiori, questa Europa di mura, fittizie carceri e impotenti potenze, sarà eruttata via dalla potenza della stessa Natura, se si ostinerà a non ascoltare la voce dei suoi grandi, lo spietato realismo delle loro profezie, le loro dolorose verità. Memoria attiva, immaginativa, memoria di forze che possono essere genesi del nostro futuro. Memoria che questa Europa sembra impegnata solo a dimenticare». Solo ai grandi filosofi come Cacciari è concesso di sorvolare, senza temere una nota di demerito (diciamo), su una pinzillacchera, su una quisquilia che provo a riassumere così: «questa Europa» è l’Europa dominata dagli interessi capitalistici, è l’Europa delle nazioni che in passato hanno cercato di realizzare una massa critica (chiamata Unione Europea) per poter recitare un ruolo da protagonisti nella contesa interimperialistica, è l’Europa che non ha affatto (anzi!) risolto la rognosissima Questione Tedesca (la quale spiega anche i tentativi di Francia e Inghilterra di tenere a bada, con esiti altalenanti, la potenza oggettiva della Germania), è l’Europa alle prese con le contraddizioni sociali interne e internazionali generate dalla famosa – ma di non facile comprensione per certi filosofi – globalizzazione capitalistica. Oggi (vedi Il dubbio) Cacciari prega il Dio della Ragione perché il Partito Democratico non vada in frantumi consegnando il Paese ai grillini o “alle destre”. «E chi se ne frega!». È l’animaccia di Giordano Bruno che ha parlato, sia chiaro.

Leggiamo, per concludere degnamente, il piagnisteo di un altro uomo di buona volontà (Sergio Segio): «Le maggiori 200 multinazionali non finanziarie a livello mondiale impiegano 27.855.641 dipendenti e hanno avuto nel 2015 profitti per 18.811 miliardi di dollari, un valore superiore all’intero PIL degli Stati Uniti (18.700 miliardi). Se non si erode e ridimensiona fortemente questo potere e quello della finanza, causa prima delle enormi diseguaglianze sociali, delle crescenti povertà, delle devastazioni ambientali, del sistema della guerra e del neocolonialismo, di un modello di sviluppo centrato unicamente sul profitto, semplicemente e terribilmente non ci sarà futuro». E allora siamo davvero fottuti! Infatti, erodere e ridimensionare «fortemente» il potere sociale del Capitale è un’impresa forse ancora più titanica che volerlo annientare senz’altro, una volta per sempre. In ogni caso io mi tengo la mia utopia e lascio volentieri ai riformatori sociali che sprizzano “realismo” da ogni poro la loro mostruosa chimera. «Un vecchio proverbio boemo dice: “Il pessimista è un ottimista che si è informato”». Mi sa tanto che il proverbio citato dall’Elefantino nell’articolo sopramenzionato non dica poi il falso. Anzi!