DAVOS E LO STATO (PESSIMO) DEL MONDO

Ultime notizie dal 48° incontro annuale del World Economic Forum di Davos: «Dopo le forti misure protezionistiche per proteggere il mercato domestico dell’auto, il presidente statunitense Donald Trump ha posto pesanti dazi anche su pannelli solari e lavatrici importati da Cina e Corea del Sud» (Notizie Geopolitiche). Anche l’India ha fatto sentire la sua voce contro il crescente protezionismo americano: «Il protezionismo e la tentazione di riportare indietro le lancette dell’orologio sul tema della globalizzazione rappresentano “una minaccia non meno preoccupante del cambiamento climatico e del terrorismo”. Lo ha detto il premier indiano Narendra Modi al Forum economico mondiale che si tiene nella città svizzera di Davos» (La Repubblica). La verità è che quasi tutti i Paesi che partecipano al mercato mondiale sono protezionisti, ovviamente in diversa misura e con differenti modalità (commerciali piuttosto che fiscali, ecc.); essi amano denunciare il protezionismo degli altri, tacendo ovviamente sul proprio, che comunque sarebbe sempre giustificato dall’altrui cattiva disposizione. I cattivi, com’è noto, sono sempre gli altri.

L’anno scorso a Davos fu il Presidente cinese Xi Jinping a rubare la scena: «La globalizzazione ha certamente creato dei problemi, ma non si deve gettare il bambino con l’acqua sporca. Nuotiamo tutti nello stesso oceano. Il protezionismo, il populismo e la de-globalizzazione sono in crescita, e questo non va bene per una più stretta cooperazione economica a livello globale». Ora, individuare nel Capitalismo cinese un esempio di economia antiprotezionista mi sembra quantomeno esagerato. L’accusa rivolta da Pechino agli Stati Uniti di «abuso di mezzi di difesa commerciale» non è di quelle che possono mettere in imbarazzo Washington. Il fatto che la Casa Bianca sia disposta a surriscaldare il clima nelle relazioni commerciali con la Corea del Sud, con ciò che quest’atteggiamento “assertivo” può comportare di negativo per gli Stati Uniti sul versante geopolitico, testimonia l’alto tasso di conflittualità raggiunto dalla competizione capitalistica. «L’India assume un’importanza particolare se si calcola, come sostiene l’Fmi, che la sua economia crescerà a ritmi assai più sostenuti rispetto alla Cina: il Pil salirà del 7,4% contro il 6,6% della Cina» (La Repubblica). Probabilmente assai presto vedremo anche i contraccolpi geopolitici di questa ascesa capitalistica dell’India.

Leggo da qualche parte a proposito del Rapporto Oxfam sullo stato sociale del pianeta presentato l’altro ieri al World Economic Forum: «È impressionante sapere che 8 uomini da soli sono padroni di oltre 400 miliardi di dollari, una montagna di danaro che, praticamente, costituisce la medesima quantità di denaro posseduto da 3.6 miliardi di persone. Ogni due giorni nasce un nuovo miliardario, soprattutto in Cina e Russia. E in questo quadro l’Italia non fa eccezione dato che il Rapporto segnala che l’1% più’ benestante della popolazione italiana detiene il 25% della ricchezza nazionale netta. Il Rapporto Oxfam sostiene inoltre che “multinazionali e super ricchi continuano ad alimentare la diseguaglianza ricorrendo a pratiche di elusione fiscale. Massimizzano i profitti, in alcuni casi abbassando i salari, e usano il potere per condizionare le scelte della politica”. “Ricompensare il lavoro e non la ricchezza” è un altro slogan che si è sentito alto e forte ma che purtroppo viene ripetuto da anni senza grandi risultati visti i numeri». Il Capitalismo è sempre più brutto, cattivo e disumano; il Capitalismo del XXI secolo è esattamente conforme alla natura, alle dinamiche e alle “leggi di sviluppo” esposte da Marx ormai oltre un secolo e mezzo fa: per favore, ditemi qualcosa che non so! «Ricompensare il lavoro e non la ricchezza»: ditemi qualcosa di serio, intendevo, non le solite banalità buoniste pescate nel grande mare dell’ideologia dominante, dove nuotano ricette, “utopie”, “visioni” e chimere buone per tutti i gusti.

Vediamo cosa ha da dire il Compagno Papa Francesco a tal proposito: «Occorre rimettere l’uomo al centro dell’economia». Questa perla concettuale l’avevo già sentita. Che delusione, mi aspettavo qualcosa di più originale. D’altra parte, posso criticare il Santissimo Padre per la sua assoluta ignoranza circa il funzionamento dell’economia capitalistica (che deve avere, con assoluta necessità, il profitto al centro del proprio interesse) senza cadere nel ridicolo? Certo che no!

Nel messaggio indirizzato ai partecipanti del Forum, il Papa ha fatto anche riferimento all’intelligenza artificiale e alla robotica, per concludere che esse devono «contribuire al benessere dell’umanità e alla protezione della nostra casa comune, e non il contrario». Francesco è particolarmente allarmato dal fenomeno della disoccupazione tecnologica: milioni di posti di lavoro cancellati dall’uso sempre più diffuso della robotica nei processi produttivi e nei servizi – anche di cura: negli ospedali e nelle case. Anche qui naturalmente vale la considerazione (retorica, lo riconosco) di cui sopra: passerei giustamente per sciocco se intendessi convincere il Capo della Chiesa Romana che, posto il Capitalismo, l’uso sociale della tecno-scienza è orientato necessariamente in direzione del massimo profitto. No, non voglio creare altra disoccupazione: Francesco, predica pure il tuo Santo Verbo al «mondo fratturato», tanto più che la mia ricetta (lotta di classe e rivoluzione sociale anticapitalistica) non ha un grande appeal, diciamo così, agli occhi dei tuoi amati “ultimi”. Chi sono io per dirti che sollecitare «il mondo imprenditoriale» a promuovere la «giustizia sociale insieme a una giusta ed equa ridistribuzione dei profitti» è cosa che può suscitare solo ilarità presso i nemici dell’economia fondata sul profitto?  Forse qualche considerazione più originale e sfiziosa su quanto accade a Davos possiamo incrociarla volgendo lo sguardo a “sinistra”.

Per Marco Revelli, il Rapporto Oxfam «dice, soprattutto, che quella mostruosa accumulazione di ricchezza poggia sul lavoro povero, svalorizzato, umiliato di miliardi di uomini e soprattutto di donne, e anche bambini. È, biblicamente, sterco del diavolo» (Il Manifesto). Ma è soprattutto, marxianamente, sterco del dominio, un dominio che, com’è noto, si fonda sullo sfruttamento del lavoro umano e della natura. L’intensità e le forme di quello sfruttamento variano da Paese a Paese, da continente a continente, seguendo la linea dell’ineguale sviluppo capitalistico (che non è un dato meramente economico); ma questo non muta di una virgola la natura del rapporto sociale capitalistico ovunque esso domini, e oggi il suo dominio ha i confini dell’intero pianeta. A Nord come a Sud, a Ovest come a Est si tratta di estrarre (di «smungere») profitto dal lavoro salariato attraverso la produzione di un “bene o servizio”. Il Capitalismo è un modo di produzione fondato sul lavoro salariato: esattamente come prescrive la Costituzione «più bella del mondo» per la Repubblica del nostro Paese.

«Il sistema economico globale», continua Revelli, «plasmato sui dogmi del neo-liberismo – l’unico dogma ideologico sopravvissuto – si conferma così come quella mega-macchina globale (descritta a suo tempo perfettamente da Luciano Gallino) che mentre accumula a un polo una concentrazione disumana di ricchezza produce al polo opposto disgregazione sociale e devastazione politica (consumo di vita e consumo di democrazia). Allungando all’estremo le società, espandendo all’infinito i privilegi dei pochi, anzi pochissimi, e depauperando gli altri, erode alla radice le condizioni stesse della democrazia. La svuota alla base, cancellando il meccanismo della cittadinanza stessa: da società “democratiche” che eravamo diventati (di una democrazia incompiuta, parziale, manchevole, ma almeno fondata su un simulacro di eguaglianza) regrediamo a società servili, dove tra Signore e Servo passa una distanza assoluta, e dove al libero rapporto di partecipazione si sostituisce quello di fedeltà e di protezione. O, al contrario, di estraneità, di rabbia e di vendetta: è, appunto, il contesto in cui la variante populista e quella astensionista si intrecciano e si potenziano a vicenda, come forme attuali della politica nell’epoca dell’asocialità. L’ipocrisia è diventata la forma attuale della post-democrazia. Con questo qualunque sinistra che voglia rifondarsi non può non fare i conti». Come sono caduti in basso i “comunisti”: adesso rimpiangono anche «un simulacro di eguaglianza»! Lo so, tutto è relativo, ma un limite all’abiezione concettuale ci deve pur essere. O no? Evidentemente no!

Naturalmente a questi “comunisti” sfugge l’intimo e necessario nesso esistente tra il «simulacro» di ieri e l’«ipocrisia» di oggi, il fatto che è stato proprio il «simulacro» di ieri a preparare l’«ipocrisia» di oggi, come si tratti di un processo coerente e organico, non certo di una rottura epocale tra ieri («democrazia») e oggi («post-democrazia»). In ogni caso i comunisti, da Marx in poi, hanno sempre attaccato l’ipocrisia connaturata alla forma borghese della democrazia, la quale con un gioco di prestigio ideologico cerca di cancellare il carattere classista della nostra società. Non dai «dogmi del neo-liberismo» deve liberarsi l’umanità, ma dai rapporti sociali capitalistici in quanto tali, e non è certo dai nostalgici dei simulacri (e del mondo finito con la caduta del Muro di Berlino) che possiamo aspettarci un contributo in quel senso. La «sinistra» («qualunque sinistra») di cui parla Revelli è parte del problema, non è parte della soluzione. Rispetto a questa «sinistra» io non mi colloco “più a sinistra”, o “più a destra”, ma su un altro terreno. Su questo terreno (chiamatelo pure Giuseppe, collocatolo sopra o sotto: non ne faccio una questione terminologica o topologica) appare imprescindibile un’opera di demistificazione anti-ideologica di grande respiro, tesa a colpire l’ideologia dominante (che, come diceva l’uomo con la barba, «è l’ideologia delle classi dominanti») in tutte le sue manifestazioni sociali e fenomenologie politiche. Sulla rifondazione della «sinistra» anche per via elettoralistica, ho scritto qualcosa nel mio ultimo post.

«Ecco perché l’incontro di Davos, aldilà del rituale, potrebbe sembrare ai più una meravigliosa presa in giro verso i miliardi di persone che vivono con due dollari al giorno» (Affari Italiani). In effetti, fin quando «i miliardi di persone» che vivono di lavoro salariato, quando hanno la “fortuna” di avere un lavoro, non troveranno il modo (si tratterà di coscienza? di coraggio?  di forza? di disperazione?  di “miracolo”?) di urlare un planetario Adesso basta!  in faccia alle classi dominanti di tutto il mondo, la «meravigliosa presa in giro» non potrà che perpetuarsi, giorno dopo giorno, per la gioia dei benintenzionati (laici o religiosi che siano, di “destra” o di “sinistra” non fa alcuna differenza), i quali potranno continuare a ripetere i soliti auspici in favore degli “ultimi” nei Forum, nei Convegni, nei Parlamenti, nelle Chiese, nei comizi elettorali, ovunque.

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OCCULTISMO

Dopo gli speculatori finanziari che ingrassano servendo il Dio Denaro, i capitalisti che inseguono solo il profitto (che scandalo!), i corrotti incapaci di cristiano pentimento e i mafiosi indegni di Nostro Signore è la volta degli operatori della superstizione. Il Compagno Papa è davvero infaticabile. Leggo sul Messaggero: «”Avrei voglia di domandarvi, ma ognuno risponda dentro, in silenzio, quanti di voi ogni giorno leggono l’oroscopo? Quando vi viene voglia di leggerlo, guardate a Gesù che vi vuole bene”. Papa Francesco mette all’indice gli esperti di astrologia, le fattucchiere, i medium nonché maghi e divinatori. Non servono “oroscopi o negromanti per conoscere il futuro”, non serve la “sfera di cristallo o la lettura della mano”: il “vero cristiano” si fida di Dio e si lascia guidare in un cammino aperto alle sorprese di Dio. Altrimenti “non è un vero cristiano”».

Detto che chi scrive non è un cristiano, né vero né falso, sarebbe auspicabile, Santissimo, qualche “sorpresa” in meno; troppe “sorprese” non fanno bene alla salute, diciamo. Alludo a quelle “sorprese”, di cui tutti farebbero volentieri a meno, tipo guerre mondiali, campi di sterminio, gulag, carestie, malattie, annegamenti nel Mediterraneo, disperate e spesso mortali fughe attraverso il deserto alla ricerca di un tozzo di pane, miserie materiali e spirituali di vario genere, e via elencando. Diciamo che quanto a guida del gregge il buon Dio ha finora lasciato a desiderare. E per favore non scomodare il libero arbitrio: non provarci nemmeno! Né la tesi circa il carattere necessariamente imperscrutabile, eppur razionalissimo, del Disegno Divino può reggere, neanche lontanamente, il confronto con chi offre sul mercato della vita risposte “umanamente” più sostenibili. E poi, se togli al gregge anche il “diritto” alla superstizione cosa gli rimane nel difficile e quotidiano tentativo, spesso non coronato dal successo, di dare un senso all’insensatezza più sfacciata? La “vera religione”? La scienza? Ma se ciò bastasse, oggi non staremmo qui a lamentare il successo di medium, maghi, fattucchiere, negromanti, astrologi, divinatori, ecc., ecc. D’altra parte, lo scottante caso della Madonna di Medjugorje di cosa ci parla?

«Ogni anno in Italia, cadono vittime del fenomeno dell’occulto circa 12 milioni di persone. Secondo quanto riportano diverse associazioni antiplagio le  persone raggirate sborsano anche diversi miliardi di euro per ingrassare i 120.000 maghi operanti nel settore. Somme che si concentrano soprattutto nelle grandi città: Milano, Roma e Napoli.  Il 52% delle consulenze presso i maghi vengono fatte per questioni di cuore, il 24% per questioni economiche ed il 13% per questioni di salute. Sono tantissime le denunce che arrivano allo sportello antiplagio rivelando casi di dipendenza dalla consulenza, casi nei quali i clienti parlano del telefono come di una vera e propria droga».

Ora, dinanzi a questo fenomeno, come ad altri analoghi fenomeni sociali, c’è da chiedersi se la maggiore responsabilità circa il suo dilagare negli strati più diversi della popolazione sia da attribuire agli operatori del settore, i quali in fondo si limitano a soddisfare una domanda, secondo i noti criteri “mercatisti”, o non piuttosto alla società presa nel suo insieme che crea quel mercato – che realizza l’incontro tra la domanda in grado di pagare e l’offerta.

Nel precedente post dedicato al Compagno Papa, mi sono permesso di affermare, sulla scorta del mio astrologo di riferimento, la seguente banalità: «Non c’è magagna sociale che non realizzi un’occasione di profitto per chi ha le giuste “competenze specifiche” (da quelle giurisprudenziali a quelle malavitose, da quelle sanitarie a quelle criminali) da far valere sul mercato: è il Capitalismo, Santità!». Confermo! Non è insomma agli operatori della superstizione che si può imputare il carattere radicalmente disumano e irrazionale della vigente società; non sono loro che creano un materiale umano così vulnerabile alle sciocchezze d’ogni genere. Vietare, criminalizzare o semplicemente ridicolizzare gli “impostori” e i “ciarlatani” non eliminerà un mercato creato dall’hegeliana società civile, ed è questa consapevolezza che, tra l’altro, mi suggerisce un atteggiamento critico, ma non illuministico, nei confronti di ogni forma di superstizione, a cominciare da quella venduta come «vera fede» dalla Chiesa Romana.

Qualche anno fa il Cardinale Ersilio Tonini stigmatizza l’invasione delle rubriche astrologiche nei media: «Questo dilagare spasmodico, ossessionante dell’occultismo fra non molto eroderà via la sostanza, il concetto stesso che l’uomo ha di sé e del suo posto fra le cose e i fenomeni. E lo farà intaccando la radice dell’essenza umana: l’intelligenza» (da Vero, 13 Maggio 2011). Ma come, «la radice dell’essenza umana» non si trovava un tempo nel nostro essere stati creati a immagine e somiglianza di Nostro Signore? Ecco il teologo spiazzato dalla concorrenza comportarsi alla stregua di un ateo, il quale pretende di dare scacco matto al Re (al Celeste Sovrano del Creato) sul piano della mitica evidenza scientifica. Il fatto è che chi avverte un subdolo disagio rodergli l’anima, oltre che il corpo, non cerca discorsi intelligenti, ma discorsi conformi all’assurdità del Mondo che lo ospita. L’espansione dell’occultismo non ha a che fare con una supposta indigenza in fatto di intelligenza (magari causata dalla solita televisione e dai cosiddetti social), ma testimonia piuttosto l’impotenza sociale di tutti gli individui, la loro indigenza esistenziale. È vero che, come scriveva Adorno, «L’occultismo è la metafisica degli stupidi», ma è soprattutto vero che occulte sono le Potenze Sociali che ci dominano, nonostante esse camminino sulle gambe degli uomini. Sotto questo radicale aspetto siamo tutti stupidi: dallo scienziato che vuole riprodurre in laboratorio l’Istante Zero della Creazione Universale, al teologo che vuole provare la superiorità della sua fede sul piano della razionalità.

I politici “tradizionali” si lamentano per il dilagare dell’antipolitica; gli scienziati si lamentano per il diffondersi nella società di atteggiamenti antiscientifici; il giornalismo mainstream denuncia il dilagare delle fake news; la Chiesa denuncia la sleale concorrenza organizzata ai suoi danni da parte di «false religioni alternative» e si scaglia contro le “insane” inclinazioni superstiziose dei cristiani. Verrebbe da esclamare: da che pulpito!

Aggiunta da Facebook:

LA CHIESA E IL “FRONTE UNICO UMANISTA”

Da La Repubblica:

«Il cardinale Gianfranco Ravasi, teologo, biblista, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, non è però uomo che si dia per vinto. Con il “Cortile dei Gentili” e il “Tavolo permanente per il dialogo fra scienza e religione” sta cercando “alleati” fra coloro che hanno ancora fiducia nell’uomo e nel suo pensiero. «Atei, scienziati, persino chi ancora crede nelle ideologie. Non è più tempo di contrapposizioni ma di dialogo. […] La tecnologia corre e ci propone nuovi mezzi con una velocità che la teologia e gli altri canali della conoscenza umana non riescono a seguire. […] Per colpa dell’ignoranza, non della scienza, stiamo vivendo una globalizzazione della cultura contemporanea dominata solo dalla tecnica o dalla pura pratica. C’è, ad esempio, una sovrapproduzione di gadget tecnologici di fronte alla quale non riusciamo a elaborare un atteggiamento critico equilibrato. Ci ritroviamo in un’epoca di bulimia dei mezzi e atrofia dei fini. Ci ritroviamo spesso appiattiti, schiacciati su un’unica dimensione [quest’ultima locuzione non mi è nuova]. Un certo uso della scienza e della tecnologia hanno prodotto in noi un cambiamento che non è solo di superficie. Se imparo a creare robot con qualità umane molto marcate, se sviluppo un’intelligenza artificiale, se intervengo in maniera sostanziale sul sistema nervoso, non sto solo facendo un grande passo avanti tecnologico, in molti casi prezioso a livello terapeutico medico. Sto compiendo anche un vero e proprio salto antropologico, che tocca questioni come libertà, responsabilità, colpa, coscienza e se vogliamo anima. […] Il fondatore del cristianesimo, Gesù di Nazaret [ma non era stato Paolo?], era un laico, non un sacerdote ebraico. Egli non ha esitato a formulare un principio capitale: “Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. La contrapposizione fra clericali e anticlericali ormai è sorpassata. Alcuni aspetti della laicità ci accomunano tutti e la teologia ha smesso da tempo di considerare la filosofia e la scienza solo come sue ancelle. I problemi piuttosto sono altri. Semplificazione, indifferenza, banalità, superficialità, stereotipi, luoghi comuni. Una metafora del filosofo Kierkegaard mi sembra adatta ai tempi di oggi: la nave è finita in mano al cuoco di bordo e ciò che dice il comandante con il suo megafono non è più la rotta, ma ciò che mangeremo domani. È indispensabile riproporre da parte di credenti e non credenti, i grandi valori culturali, spirituali, etici come shock positivo contro la superficialità ora che stiamo vivendo una svolta antropologica e culturale complessa e problematica, ma sicuramente anche esaltante”».

A mio avviso, e come provo ad argomentare nei miei modesti scritti, il comando della nave è invece saldamente nelle mani del Capitale, cosa impossibile da capire quando gli occhi sono occlusi, mi si consenta la dotta metafora, dal prosciutto feticistico che impedisce di vedere i rapporti sociali di dominio e di sfruttamento che presuppongono e pongono sempre di nuovo ciò che siamo e che facciamo, «tecnologia intelligente» inclusa. Per un verso il Fronte Unico Umanista proposto da Ravasi fa capire, mi sembra, con quanta intelligenza politica e con quale respiro dottrinario si muova la Chiesa, o quantomeno una parte maggioritaria di essa; e per altro verso ci parla della profondità della crisi esistenziale (che poi è crisi sociale tout court) che stiamo attraversando in questo scorcio di XXI secolo. Da sempre la Chiesa si mostra particolarmente a proprio agio nei momenti critici, pronta a orientare e a confortare il gregge che soffre ma non comprende.

Nella sua infinita ingenuità, diciamo così, il nostro Cardinale vorrebbe salvare qualcosa che andrebbe piuttosto creata: la dimensione umana delle nostre relazioni sociali. In ogni caso, e per quel che vale, io mi chiamo fuori dal F. U. U. Per me oggi più di ieri è «tempo di contrapposizioni», possibilmente di classe. Sì, sono settario fino in fondo, settario senza speranza. Ma di classe! E che un qualche Dio (anche artificiale, per me andrebbe benissimo: non coltivo certe fisime ideologiche) mi aiuti!

 

A DOMANDA RISPONDE

Papa Francesco: «Cosa c’è all’origine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo?».
Sebastiano: Rapporti sociali di dominio e di sfruttamento. Nel XXI secolo questi rapporti si compendiano nel concetto di Capitalismo e nella sua demoniaca prassi, che oggi ha una dimensione mondiale.

Papa Francesco: «Cosa c’è all’origine del degrado e del mancato sviluppo?».
Sebastiano: La contraddittoria manifestazione di quei rapporti sociali.

Papa Francesco; «Cosa c’è all’origine del traffico di persone, di armi, di droga?»
Sebastiano: L’economia fondata sul profitto «predato», «smunto», «estorto», «scroccato» ai lavoratori nelle onestissime imprese che producono beni e servizi. Su questa base virtuosa si erge l’edificio di una società completamente dominata dal denaro, la cui origine, com’è noto, non puzza, non ha colore, non ha sesso, non ha razza, non ha religione (fratello Jihadista si fa per dire!), è del tutto impersonale, è soprattutto disumana. Non c’è magagna sociale che non realizzi un’occasione di profitto per chi ha le giuste “competenze specifiche” (da quelle giurisprudenziali a quelle malavitose, da quelle sanitarie a quelle criminali) da far valere sul mercato: è il Capitalismo, Santità!

Papa Francesco: «Cosa c’è all’origine dell’ingiustizia sociale e della mortificazione del merito? Cosa, all’origine dell’assenza dei servizi per le persone? Cosa, alla radice della schiavitù, della disoccupazione, dell’incuria delle città, dei beni comuni e della natura? Cosa, insomma, logora il diritto fondamentale dell’essere umano e l’integrità dell’ambiente?».
Sebastiano: Azzardo una risposta originale: il maledetto rapporto sociale di cui sopra!

Per Sua Santità la causa è invece un’altra: «La corruzione, che infatti è l’arma,  è il linguaggio più comune anche delle mafie e delle  organizzazioni criminali nel mondo. Per questo, essa è un processo di morte che dà linfa alla cultura di morte delle mafie e delle organizzazioni criminali». Di qui, la sua “rivoluzionaria” idea di scomunicare i corrotti e i mafiosi.

Ora, chi sono io per obiettare al Santissimo Padre che è il profitto il linguaggio comune di tutte le attività imprenditoriali, comprese quelle mafiose e quelle che fanno capo alle «organizzazioni criminali nel mondo»? Chi sono io per obiettargli che è il Capitale in sé che dà corpo a «un processo di morte che dà linfa alla cultura di morte»? E difatti, come sempre, non gli obietto un bel nulla: non è che il poveruomo può scomunicare, dalla sera alla mattina, un intero regime storico-sociale! Un  po’ di sano realismo, per favore. E poi anche il Papa ha il sacrosanto diritto di vendere un po’ di ideologia al popolo indignato e affamato di capri espiatori. Che il Capo dei Capi Totò Riina crepi in carcere e senza il conforto di Nostro Signore!
Non sarò diventato anch’io un pochino populista? Che tempi! Che tempi!