A DOMANDA RISPONDE

Papa Francesco: «Cosa c’è all’origine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo?».
Sebastiano: Rapporti sociali di dominio e di sfruttamento. Nel XXI secolo questi rapporti si compendiano nel concetto di Capitalismo e nella sua demoniaca prassi, che oggi ha una dimensione mondiale.

Papa Francesco: «Cosa c’è all’origine del degrado e del mancato sviluppo?».
Sebastiano: La contraddittoria manifestazione di quei rapporti sociali.

Papa Francesco; «Cosa c’è all’origine del traffico di persone, di armi, di droga?»
Sebastiano: L’economia fondata sul profitto «predato», «smunto», «estorto», «scroccato» ai lavoratori nelle onestissime imprese che producono beni e servizi. Su questa base virtuosa si erge l’edificio di una società completamente dominata dal denaro, la cui origine, com’è noto, non puzza, non ha colore, non ha sesso, non ha razza, non ha religione (fratello Jihadista si fa per dire!), è del tutto impersonale, è soprattutto disumana. Non c’è magagna sociale che non realizzi un’occasione di profitto per chi ha le giuste “competenze specifiche” (da quelle giurisprudenziali a quelle malavitose, da quelle sanitarie a quelle criminali) da far valere sul mercato: è il Capitalismo, Santità!

Papa Francesco: «Cosa c’è all’origine dell’ingiustizia sociale e della mortificazione del merito? Cosa, all’origine dell’assenza dei servizi per le persone? Cosa, alla radice della schiavitù, della disoccupazione, dell’incuria delle città, dei beni comuni e della natura? Cosa, insomma, logora il diritto fondamentale dell’essere umano e l’integrità dell’ambiente?».
Sebastiano: Azzardo una risposta originale: il maledetto rapporto sociale di cui sopra!

Per Sua Santità la causa è invece un’altra: «La corruzione, che infatti è l’arma,  è il linguaggio più comune anche delle mafie e delle  organizzazioni criminali nel mondo. Per questo, essa è un processo di morte che dà linfa alla cultura di morte delle mafie e delle organizzazioni criminali». Di qui, la sua “rivoluzionaria” idea di scomunicare i corrotti e i mafiosi.

Ora, chi sono io per obiettare al Santissimo Padre che è il profitto il linguaggio comune di tutte le attività imprenditoriali, comprese quelle mafiose e quelle che fanno capo alle «organizzazioni criminali nel mondo»? Chi sono io per obiettargli che è il Capitale in sé che dà corpo a «un processo di morte che dà linfa alla cultura di morte»? E difatti, come sempre, non gli obietto un bel nulla: non è che il poveruomo può scomunicare, dalla sera alla mattina, un intero regime storico-sociale! Un  po’ di sano realismo, per favore. E poi anche il Papa ha il sacrosanto diritto di vendere un po’ di ideologia al popolo indignato e affamato di capri espiatori. Che il Capo dei Capi Totò Riina crepi in carcere e senza il conforto di Nostro Signore!
Non sarò diventato anch’io un pochino populista? Che tempi! Che tempi!

“STRUTTURE DI PECCATO” E “CAVERNA EGOICA”. E POI DICE CHE UNO FA GLI SCONGIURI!

toto-874121Ha detto il Santissimo Padre in occasione della festa dell’Economia di Comunione (4 febbraio): «Il principale problema etico del capitalismo è la creazione di scarti per poi cercare di nasconderli o curarli per non farli più vedere. […]. Gli aerei inquinano l’atmosfera, ma con una piccola parte dei soldi del biglietto pianteranno alberi, per compensare parte del danno creato. Le società dell’azzardo finanziano campagne per curare i giocatori patologici che esse creano. E il giorno in cui le imprese di armi finanzieranno ospedali per curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il sistema avrà raggiunto il suo culmine. Questa è l’ipocrisia!». No, compagno Papa, questo è il capitalismo, il quale sa bene come promuovere qualsiasi tipo di merce, compresa quella immateriale chiamata “etica della responsabilità”. Una merce che si vende benissimo, tra l’altro, soprattutto fra le pecorelle smarrite più acculturate del gregge. «Il capitalismo conosce la filantropia, non la comunione». Qui non posso dargli torto! E a questo punto non posso fare a meno di richiamare alla mente le tirate marxiane contro la filantropia borghese, questa cattiva coscienza buona solo a pareggiare i conti nella partita doppia dell’etica e a nascondere, peraltro abbastanza pietosamente, «l’antagonismo delle classi». Una sola citazione: «I filantropi vogliono insomma conservare le categorie che esprimono i rapporti borghesi, senza l’antagonismo che li costituisce e che ne è inseparabile. Essi credono di combattere sul serio la prassi borghese e sono più borghesi degli altri» (Miseria della filosofia). E, sia detto con il rispetto dovuto al Vicario di nostro Signore, Bergoglio non fa eccezione. Ne fornisco la prova: «È semplice donare una parte dei profitti, senza abbracciare e toccare le persone che ricevono quelle “briciole”. Si capisce, allora, il valore etico e spirituale della vostra scelta di mettere i profitti in comune. Il modo migliore e più concreto per non fare del denaro un idolo è condividerlo con altri, soprattutto con i poveri […]. Quando condividete e donate i vostri profitti, state facendo un atto di alta spiritualità, dicendo con i fatti al denaro: tu non sei Dio, tu non sei signore, tu non sei padrone!». Marx avrebbe forse chiosato così: «In ogni tempo i buoni borghesi e gli economisti filantropi si sono compiaciuti di formulare questi voti innocenti» (ivi). L’innocenza e l’ipocrisia sono dunque le due facce della stessa cattiva moneta chiamata Capitalismo?

Pare che sia un’impresa impossibile capire che dove esistono il profitto e il denaro, comunque “concettualizzati”, deve necessariamente esistere una generale condizione di disumanità nella società, semplicemente perché, come ripeto ormai abbastanza stancamente post dopo post, il profitto e il denaro presuppongono e creano sempre di nuovo rapporti sociali di dominio e di sfruttamento. Si dirà che il Papa sarà forse un “comunista”, come credono molti politicamente indigenti, con rispetto parlando, si capisce, ma rimane pur sempre un Papa. Che pretendiamo, un Papa folgorato sulla strada che conduce a Treviri? E che Cristo! Lungi da me queste diaboliche pretese. Ma non mi pare che il resto del mondo la pensi, quanto al profitto e al denaro, diversamente da Francesco. Perfino certi “marxisti” pensano che «un altro capitalismo è possibile», magari cambiandogli semplicemente il nome. Scriveva a questo proposito Karl Korsch nel 1912: «Se si domanda a un socialista che cosa intende per “socialismo” si riceve come risposta, nel caso migliore, una descrizione del capitalismo e l’osservazione che “il socialismo eliminerà il capitalismo”». Dopo un secolo le cose non sembrano di molto cambiate, anche grazie al trionfo, nel secolo scorso, del Capitalismo di Stato in guisa di “Socialismo reale”,  e così il Papa oggi può passare per “comunista” solo perché predica, praticamente tutti i giorni, la seguente sciocchezza: «È l’uomo che deve dominare sul denaro e sul profitto, non il denaro e il profitto sull’uomo». Come faccio a non ridere, a non sparare sulla Croce Rossa?! Se hai il profitto e il denaro hai il dominio del Capitale sull’uomo, necessariamente, non perché il diavolo ci ha messo la coda o altro. Punto! È una questione di Dominio, Santo Padre, non di Demonio. Beninteso, so di predicare al vento, e quindi riprendo il ragionamento “anticapitalista” del Papa più amato dai progressisti.

Non si tratta, Egli dice, solo di «curare le vittime», ma soprattutto di «costruire un sistema dove le vittime siano sempre di meno, dove possibilmente esse non ci siano più». Dobbiamo dunque affidare le sorti dell’umanità a un miracolo? Nient’affatto! È sufficiente «cambiare le regole del gioco del sistema economico-sociale», perché «imitare il buon samaritano del Vangelo non è sufficiente. […] Quando l’imprenditore o una qualsiasi persona si imbatte in una vittima, è chiamato a prendersene cura, e magari, come il buon samaritano, associare anche il mercato alla sua azione [ma] occorre agire soprattutto prima che l’uomo si imbatta nei briganti, combattendo le strutture di peccato che producono briganti e vittime». Il Papa ritorna spesso sulle «strutture di peccato», che forse è un modo cristianamente corretto di alludere ai rapporti sociali capitalistici, chissà. O forse, più semplicemente e “classicamente”, si evoca la presenza del Demonio su questa Terra. In ogni caso il “peccato originale” oggi si chiama Capitale, una potenza sociale tanto astratta quanto tremendamente concreta. Sempre a mio modestissimo avviso non bisogna «cambiare le regole del gioco del sistema economico-sociale», impresa che peraltro negli ultimi due secoli non ha avuto un gran successo, ma iniziare un altro gioco, un gioco che veda protagonisti solo uomini, e non classi sociali. Altro che (chimerica) comunione dei profitti! «Cambiare le regole del gioco»: così si esprimono le persone che rimangono alla superficie dei problemi, che non riescono a cogliere la realtà dei rapporti sociali che informano la nostra intera esistenza, nell’intero pianeta. «Cambiare le regole del gioco»: è un modo politicamente ingenuo e infantile di esprimersi – e di pensare.

Luca Kocci sul Manifesto commentava così il discorso del Papa qui citato: «Il Pontefice propone un riformismo radicale in un’ottica interna al sistema capitalistico». Perché, quelli del Manifesto propongono un’ottica diversa? Ma siamo seri! Anche il Manifesto si muove nell’ottica di «cambiare le regole del gioco».

A proposito di “comunisti”! Scrive Rossana Rossanda nella sua lettera al Congresso di Sinistra Italiana: «Di fatto, mi sembra che non si sia andati oltre al dilemma reale del Novecento: fra garanzia dei diritti civili e nessuna garanzia dei diritti sociali, oppure, all’opposto, garanzia dei diritti sociali e nessuna garanzia dei diritti di libertà». Qui la cosiddetta “signora del comunismo” ripropone la rancida, quanto infondata, distinzione tra «Capitalismo reale» e «Socialismo reale». Come se, “ai bei tempi”, i «socialismi reali» avessero garantito alle classi subalterne i «diritti sociali», sebbene a discapito dei «diritti di libertà»! Come se «la garanzia dei diritti di libertà», a sua volta, non fosse stata – e non sia – altro che, al contempo, una mistificazione ideologica e una prassi politica intese a rafforzare quel dominio sociale capitalistico che nega in radice la stessa possibilità di un’autentica libertà, inconcepibile in una società fondata sulla divisione classista degli individui. Lo stesso concetto di «diritto di libertà» contiene in sé la contraddizione che ne rivela il contenuto di classe, perché dove c’è il diritto, ossia la legge del Leviatano, la «libertà» è assimilabile all’ora d’aria concessa al detenuto. Ci si può accontentare, si può dire che ci può essere anche di peggio su questa Terra (vedi la Corea del Nord, ad esempio), e questo non lo nego affatto; ma si tratta pur sempre di un realismo che ci conferma nella schiavitù nei confronti dei rapporti sociali capitalistici. Anche nei lager nazisti o nei gulag stalinisti vigeva il relativismo delle condizioni, come hanno raccontato magistralmente Primo Levi e Aleksandr Solženicyn. La differenza tra quelle eccezionali condizioni e la normalità della prassi sociale è puramente quantitativa, non qualitativa: l’eccezione rivela piuttosto l’autentica natura della regola, e in questo preciso significato la conferma. Il peggio non conosce limiti, ed è su questa pessima verità che da sempre ha potuto contare il Dominio, che può sempre minacciare contro chi si lamenta un ulteriore giro di vite. Così è stato nei «capitalismi reali» e così è stato nei «socialismi reali», che poi altro non furono (e non sono: vedi la Cina) che dei reali capitalismi – più o meno “di Stato”.

La Rossanda conclude così la sua lettera: «I socialismi reali e i partiti comunisti si sono dissolti senza neppure affrontare le domande che avevano lasciate irrisolte». Questi sono problemi che lascio volentieri a chi in passato ha dato credito ai «socialismi reali» e ai «partiti comunisti», che personalmente ho sempre considerato capitoli particolarmente ignobili del Libro nero del Capitalismo mondiale.  «Quando ieri al congresso di Sinistra Italiana un giovane compagno ha terminato di leggere questo messaggio inviato da Rossana Rossanda tutti si sono alzati in piedi e hanno intonato l’Internazionale, il pugno alzato nel saluto comunista» (Il Manifesto). Dalla tragedia (lo stalinismo internazionale) alla farsa (i sinistri italioti).

Nel suo ultimo discorso da presidente degli Stati Uniti all’Assemblea delle Nazioni Unite il 20 settembre 2016, Barack Obama ha consegnato al mondo la perla di saggezza che segue: «In n mondo in cui l’1% dell’umanità controlla una ricchezza pari al 99%, non c’è uguaglianza». Caspita, non ci avevo mai pensato. Che grande verità ho appreso dalla bocca dell’ex leader massimo della prima potenza capitalistica del pianeta! Poi subito dopo Barack ha detto che «dopo la fine della guerra fredda possiamo dire che il mondo è più prospero che mai». Diciamo allora che io e il mondo marciamo su due strade parallele, diciamo…

L’altro ieri ho letto l’articolo di Giuliano Ferrara (Il Foglio) dedicato al «partito della Sconfitta Inc.», e mi sono confermato nell’idea che egli sia, fra gli intellettuali ultrareazionari di “destra” e di “sinistra”, quello di gran lunga più intelligente – semplicemente perché di solito non è ossessionato  dalla premura di mettere la sordina al cinismo insito nelle cose stesse, e non, in primo luogo, nelle parole chiamate a raccontarle. In ogni caso, lo cito: «Certo le destre arrembanti che attaccano globalizzazione e liberismo economico, sviluppo tecnologico e creazione di valore nei mercati aperti, hanno vinto la lotteria nel Michigan, devastano il linguaggio politico senza aggettivi, né corretto né scorretto, e pesano minacciose sulle elezioni francesi per scardinare Europa e diritti di libertà per ariani ed ebrei (l’Inghilterra in Brexit è un’altra cosa, è eccentrica, è un’isola). Certo la classe media dei paesi affluenti d’occidente è piena di problemi, è insofferente, si becca in pieno l’impazzimento del sistema della comunicazione fake-oriented, e le ondate di malessere vero si introducono dentro la sinistra, le sinistre, con una discreta violenza che a volte fa paura. Questo è ovvio, è il problema per tutti tranne che per i demagoghi e i loro servizievoli portavoce di tutte le risme.  […] La classe media disagiata perché ricca e welfarizzata soffre, d’accordo, in questa parte di mondo aperta all’uscita di miliardi di esseri umani dalla povertà e alla concorrenza di classi miserabili che tentano di essere meno miserabili, e in molti si domandano che fine farà il lavoro nell’epoca della robotizzazione, e magari qualche bru bru gli dice che si possono elevare muri contro la ricerca alleata della cattiva finanza come si progettano muri impossibili contro i messicani. D’accordo. Posto così, il problema è definito, ma già meglio del nuovo schema postmarxiano della proletarizzazione universale (cazzate anni Duemila che vengono direttamente dagli scarti degli economisti maoisti anni Sessanta del Novecento, tipo Baran e Sweezy). Domandina: c’è qualcuno che spiega loro che non è colpa di Reagan, della Thatcher, di Blair, di Clinton, di Lawrence Summers e magari di Google, Amazon, Merkel, Renzi e Macron? C’è? Non c’è». A questo punto mi faccio coraggio e timidamente domando: e allora, di chi è “la colpa”?, a chi dobbiamo attribuire il marasma sociale-esistenziale dei nostri pessimi e globalizzati tempi? La risposta l’ho già data prima e quindi vado avanti.

Ieri su Repubblica Massimo Cacciari evocava il grande spirito illuminista e riformista di Giordano Bruno, un grande filosofo che lottò contro «la decadenza d’Europa, contro il suo declino politico e morale»: «La guerra che ci separa fino a negarci non è soltanto un regresso allo stato dell’uomo lupo all’uomo, non è soltanto pazzia, di cui si è detto, ma pretenderebbe negare il supremo, ontologico vincolo di amore che regge l’universo nell’infinità dei suoi mondi. Ogni muraglia che qui si voglia innalzare pretende di ribellarsi all’eterno creare della Natura stessa, di cui la libertà della mente è esplicazione e immagine. L’Europa che si sprofonda nella sua caverna egoica, che sta portando a esiti estremi quel declino morale e politico, già tragicamente illuminato il 17 febbraio del 1600 dal rogo di Campo dei Fiori, questa Europa di mura, fittizie carceri e impotenti potenze, sarà eruttata via dalla potenza della stessa Natura, se si ostinerà a non ascoltare la voce dei suoi grandi, lo spietato realismo delle loro profezie, le loro dolorose verità. Memoria attiva, immaginativa, memoria di forze che possono essere genesi del nostro futuro. Memoria che questa Europa sembra impegnata solo a dimenticare». Solo ai grandi filosofi come Cacciari è concesso di sorvolare, senza temere una nota di demerito (diciamo), su una pinzillacchera, su una quisquilia che provo a riassumere così: «questa Europa» è l’Europa dominata dagli interessi capitalistici, è l’Europa delle nazioni che in passato hanno cercato di realizzare una massa critica (chiamata Unione Europea) per poter recitare un ruolo da protagonisti nella contesa interimperialistica, è l’Europa che non ha affatto (anzi!) risolto la rognosissima Questione Tedesca (la quale spiega anche i tentativi di Francia e Inghilterra di tenere a bada, con esiti altalenanti, la potenza oggettiva della Germania), è l’Europa alle prese con le contraddizioni sociali interne e internazionali generate dalla famosa – ma di non facile comprensione per certi filosofi – globalizzazione capitalistica. Oggi (vedi Il dubbio) Cacciari prega il Dio della Ragione perché il Partito Democratico non vada in frantumi consegnando il Paese ai grillini o “alle destre”. «E chi se ne frega!». È l’animaccia di Giordano Bruno che ha parlato, sia chiaro.

Leggiamo, per concludere degnamente, il piagnisteo di un altro uomo di buona volontà (Sergio Segio): «Le maggiori 200 multinazionali non finanziarie a livello mondiale impiegano 27.855.641 dipendenti e hanno avuto nel 2015 profitti per 18.811 miliardi di dollari, un valore superiore all’intero PIL degli Stati Uniti (18.700 miliardi). Se non si erode e ridimensiona fortemente questo potere e quello della finanza, causa prima delle enormi diseguaglianze sociali, delle crescenti povertà, delle devastazioni ambientali, del sistema della guerra e del neocolonialismo, di un modello di sviluppo centrato unicamente sul profitto, semplicemente e terribilmente non ci sarà futuro». E allora siamo davvero fottuti! Infatti, erodere e ridimensionare «fortemente» il potere sociale del Capitale è un’impresa forse ancora più titanica che volerlo annientare senz’altro, una volta per sempre. In ogni caso io mi tengo la mia utopia e lascio volentieri ai riformatori sociali che sprizzano “realismo” da ogni poro la loro mostruosa chimera. «Un vecchio proverbio boemo dice: “Il pessimista è un ottimista che si è informato”». Mi sa tanto che il proverbio citato dall’Elefantino nell’articolo sopramenzionato non dica poi il falso. Anzi!

SUL PERONISMO DI PAPA FRANCESCO

peronismo-revolucionarioHo letto il breve saggio dello storico Loris Zanatta, pubblicato dalla Rivista il Mulino (2/16), dedicato al Santissimo Padre, icona vivente del progressismo mondiale (da Sanders a Corbyn, per non parlare di Bertinotti: «La rivoluzione la fa il papa»*) e bestia nera dei cattolici integralisti (vedi Antonio Socci) e degli atei devoti (vedi il solito Giuliano Ferrara). Un papa peronista? è il titolo del saggio, il quale invita il lettore a rispondere con un perentorio «sì» a quella domanda tutt’altro che provocatoria. 

La punta della critica di Zanatta, il cui ultimo libro s’intitola La nazione cattolica. Chiesa e dittatura nell’Argentina di Bergoglio (Laterza, 2014), è rivolta appunto contro ciò che egli considera un anticapitalismo in salsa peronista, lo stesso “anticapitalismo” che tanto successo sta riscuotendo in una non piccola fetta della cosiddetta “sinistra anticapitalista”. In questo caso potremmo forse parlare di atei devoti e in adorazione. L’articolo in questione, di cui offro un’ampia sintesi, è interessante soprattutto perché aiuta a comprendere meglio il fenomeno politico e sociale rubricato solitamente come Populismo, la cui matrice ideologica ha solidi agganci tanto nel patrimonio ideale e politico di “destra” (fascismo e nazismo, in primo luogo) quanto in quello di “sinistra” (in primis in quello che Zanatta chiama «comunismo» e che personalmente, e di certo assai più modestamente, trovo più corretto chiamare stalinismo, inteso come un anticomunismo allo stato puro mascherato e veicolato attraverso una fraseologia pseudo comunista). A ben vedere, l’autore offre anche una buona chiave di lettura per interpretare molti tic psicologici e molti pregiudizi ideologici tipici degli “anticapitalisti” che militano a “sinistra”. La precisazione “politico-topologica” va fatta perché anche nell’estrema destra prospera una forte retorica “anticapitalista”**.

Inutile dire che chi scrive non condivide neanche un po’ l’impianto politico-ideologico che sorregge l’interessante critica che Zanatta muove al peronismo francescano: la pretesa superiorità della democrazia liberale su ogni forma di autoritarismo basato sul dirigismo statale; la superiorità del «metro laico e disincantato» che invita a ricercare un «approccio pragmatico» ai problemi del mondo rispetto alla «visione manichea del mondo tipica del populismo», la quale orienterebbe il pensiero verso una concezione apocalittica che rappresenta il fertile terreno su cui attecchiscono le pericolose «utopie redentive»: vedi appunto i fascismi e i “comunismi” del XX secolo.

Scrive Zanatta: «Non sarà eccessiva l’ostilità del papa per il mercato? Il più intrigante nodo del pensiero sociale di Francesco ci riporta però alla sua riflessione sui poveri, intesi come categoria sociologica, e sul Povero, inteso in senso spirituale. Il dilemma è presto detto: da un lato, il papa lancia strali contro l’ingiusto sistema economico, causa della diffusa povertà nel mondo; dall’altro lato, però, indica nel Povero la quintessenza delle virtù da preservare. Francesco sottoscriverebbe la famosa frase di Olof Palme: il nostro nemico non è la ricchezza, ma la povertà? O dinanzi al rischio che con la povertà svaniscano le virtù cristiane del Povero, prediligerebbe un mondo di poveri? Così farebbe pensare la sua esplicita vena pauperistica. Non è chiaro: Bergoglio forse pensa, come Fidel Castro, che quando la ricchezza “comincia a corrompere, a contaminare” il popolo, allora c’è qualcosa di “più potente del denaro” da preservare, “e si chiama coscienza”. Peccato che ciò presupponga l’esistenza di uno Stato etico che si arroghi il diritto di plasmare la “coscienza” del popolo e di stabilire ciò che è bene e ciò che è male per esso». Tutto questo presuppone soprattutto, almeno per come la vedo io, un modo di pensare la ricchezza, la povertà, la politica e la “coscienza” (sic!) che rimane confinato ben dentro lo status quo sociale, non importa se approcciato e “declinato” in termini liberaldemocratici o statalisti/populisti. Il mio nemico è la ricchezza nella sua odierna configurazione storico-sociale, è quel Capitalismo che il socialdemocratico Olof Palme si “illudeva” di poter sfruttare a vantaggio dei poveri («la pecora capitalistica va ingrassata e tosata, non macellata!») e che il Papa Peronista desidera condurre sulla retta via della moderazione («il profitto non deve superare certi ragionevoli limiti») e dell’umanesimo («l’economia deve servire l’uomo, non l’uomo deve servire l’economia»). Non penso che lo stesso Zanatta si rifiuterebbe di sottoscrivere subito e di buon grado quest’ultima “umanissima” perorazione. Ecco perché a questo punto della breve presentazione un altro bel sic! sparato contro i critici e contro gli adulatori del Santo Padre non sfigurerebbe. Almeno credo. In ogni caso, buona lettura!

***

Da non credente, mi impressiona vedere le sberle che volano nella Chiesa; da storico provo disagio al rivedere nelle trincee gli eserciti che si batterono al Concilio: il mondo è così cambiato, da allora! Da studioso ventennale della Chiesa argentina trasecolo vedendo la figura di papa Francesco tirata di qua e di là. Credo perciò utile riflettervi partendo da dove proviene: il cattolicesimo argentino. E farlo da lontano, schivando le dispute che agitano la Chiesa. Senza pretesa di insegnare nulla: solo di segnalare il contesto storico e culturale entro cui si colloca la parabola di Bergoglio.  Prima, due premesse. Una riguarda la celebre etichetta di papa peronista che dal primo momento Bergoglio si porta addosso. Molti ci hanno scherzato, pochi si sono sforzati di capirla. Sarà che del peronismo si hanno da noi nozioni vaghe, che si pensa sia fenomeno esotico di luoghi remoti. A torto: poiché il peronismo è il più tipico caso di populismo latinoamericano e il populismo è nostro pane quotidiano, faremmo bene a prenderlo sul serio. Bergoglio è peronista? Assolutamente sì. Ma non perché vi aderì in gioventù. Lo è nel senso che il peronismo è il movimento che sancì il trionfo dell’Argentina cattolica su quella liberale, che salvò i valori cristiani del popolo dal cosmopolitismo delle élite. Il peronismo incarna perciò per Bergoglio la salutare coniugazione tra popolo e nazione a difesa di un ordine temporale basato sui valori cristiani e immune da quelli liberali. Bergoglio, in breve, è figlio di una cattolicità imbevuta di antiliberalismo viscerale, erettasi, attraverso il peronismo, a guida della crociata cattolica contro il liberalismo protestante, il cui ethos si proietta come un’ombra coloniale sull’identità cattolica dell’America Latina.

Ma allora Bergoglio è populista? Assolutamente sì, purché tale concetto sia inteso a dovere. Che si chiami peronismo o in altro modo, i tratti ideali del populismo antiliberale sono sempre gli stessi. Difatti il populismo del papa non ha nulla di originale, salvo la proiezione globale che la sua carica gli conferisce. […]

1737565La nozione di pueblo è l’architrave del suo immaginario sociale. Non c’è niente di male: pueblo è una bella parola, potente ed evocativa. Ma anche scivolosa e ambigua. Qual è l’idea di pueblo di Francesco? Il suo popolo è buono, virtuoso e la povertà gli conferisce un’innata superiorità morale. È nei quartieri popolari, dice il papa, che si conservano saggezza, solidarietà, valori del Vangelo. Lì sta la società cristiana, il deposito della fede. Di più: quel pueblo non è per lui una somma di individui, ma una comunità che li trascende, un organismo vivente animato da una fede antica, naturale, dove l’individuo si scioglie nel Tutto. Come tale, quel pueblo è il Popolo Eletto che custodisce un’identità in pericolo. Non a caso l’identità è l’altro pilastro del populismo di Bergoglio: un’identità eterna e impermeabile al divenire della storia, di cui il pueblo ha l’esclusiva; un’identità cui ogni istituzione o Costituzione umana deve piegarsi per non perdere la legittimità che le conferisce il pueblo.

Va da sé che tale nozione romantica di pueblo sia discutibile e che altrettanto lo sia la superiorità morale del povero. Non ci vuole un antropologo per sapere che le comunità popolari hanno, come ogni comunità, vizi e virtù. E lo riconosce, contraddicendosi, lo stesso Pontefice, quando stabilisce un nesso di causa ed effetto tra povertà e terrorismo fondamentalista; un nesso peraltro improbabile. Ma idealizzare il pueblo aiuta a semplificare la complessità del mondo, cosa in cui i populismi non hanno rivali. Il confine tra Bene e Male apparirà allora così diafano, da sprigionare l’enorme forza insita in ogni cosmologia manichea. Ecco così il papa contrapporre il pueblo buono e solidale a una oligarchia predatrice ed egoista. Un’oligarchia trasfigurata, priva di volto e nome, essenza del Male come cultrice pagana del Dio denaro: il consumo è consumismo, l’individuo egoista, l’attenzione al denaro adorazione senz’anima. Tale è il nemico del pueblo per Bergoglio; sì, nemico, come un tempo definiva la «razionalità illuminista», la «pretesa liberale» di omogeneizzare il creato.

Qual è il peggior danno arrecato da tale oligarchia? La corruzione del pueblo. L’oligarchia ne mina le virtù, l’omogeneità, la spontanea religiosità, come un Diavolo tentatore. Viste così, le crociate di Bergoglio contro di essa, per quanto emulino il linguaggio della critica postcoloniale, sono eredi della crociata antiliberale che i cattolici integralisti conducono da un paio di secoli in qua. Cosa per nulla strana: l’antiliberalismo cattolico che sul piano secolare simpatizzò per le ideologie antiliberali di turno, fascismo e comunismo in primis, è naturale abbracci oggi con ardore la vulgata no global. Certo, v’è nella storia del cattolicesimo una robusta tradizione cattolico-liberale, votata alla laicità politica, ai diritti dell’individuo, alla libertà economica e civile. Ma non è tale la famiglia che vide crescere Francesco. Se il Sacro Collegio avesse eletto un papa cileno, chissà, forse avrebbe pescato in quell’universo culturale. Ma la Chiesa argentina è la tomba dei cattolici liberali, uccisi dall’onda nazionalpopolare. È fondata la visione populista del mondo di Bergoglio? Sarà efficace per ridare alla Chiesa e al suo messaggio la rilevanza perduta? Per resistere alla progressiva secolarizzazione del mondo? Non è detto. […]

Su tale idea di pueblo poggiano gli altri pezzi del populismo di Francesco. L’idea, in primo luogo, che la democrazia sia un concetto sociale, solamente sociale. E che democratico sia perciò l’ordine che rispetti il Vangelo realizzando la Giustizia Sociale: ammesso che esista. In tal caso, la forma del regime politico è secondaria: un’autocrazia popolare che distribuisca la ricchezza e sia rispettosa della religiosità del pueblo sarà senz’altro una democrazia; quand’anche dovesse esagerare nel porre sotto controllo media, tribunali, Parlamento, finanze pubbliche e così via. La dimensione politica e istituzionale della democrazia, il delicato equilibrio di poteri dello Stato di diritto, la tutela giuridica delle libertà individuali non sono temi cui Bergoglio sia mai stato molto sensibile. Le rare volte che ne tratta, suole riproporre l’antico distinguo tra democrazia formale e sostanziale. Eppure proprio la violenta storia latinoamericana dovrebbe avere insegnato che la forma, in democrazia, è sostanza. In quanto alle «democrazie partecipative» latinoamericane dei nostri tempi, sono ennesime riedizioni del più retrivo patrimonialismo di Stato, con corollario di abusi clientelari, autoritarismo politico, disastro economico. Il dramma venezuelano sta lì a ricordarlo. […]

A proposito di Cuba, un viaggio che meriterebbe un capitolo a sé, taluni passaggi spiccano. Il primo è il discorso di Bergoglio ai giovani cubani. Non solo non vi è cenno a libertà e democrazia, ma il papa li ha allertati: attenti al consumismo, ha detto a chi a malapena sa che cos’è il consumo; guardatevi dall’individualismo, ha ammonito dove l’individuo è costretto a pregare ciò che impone lo Stato, pena la galera. Parrebbero scherzi da prete, se non rispondessero alla sua idea di pueblo: sa bene che il castrismo è figlio legittimo della tradizione populista; che il comunismo di Castro è una deviazione secolare dal messaggio evangelico, fenomeno diffuso in tutta la cattolicità latina. Difatti, ciò che dice il papa ricorda i lunghi discorsi in cui Fidel Castro illustrò la trasformazione di Cuba in riduzione gesuitica dei nostri tempi. Ciò che preme a Bergoglio è tenere Cuba nell’ovile populista, evitando che il pueblo perda la religiosità che quel regime così austero ha preservato, benché sotto altro nome. L’imperativo non è liberarlo, ma salvarlo dalle sirene capitaliste, dal contagio liberale. […]

Non sorprende, a questo punto, che Francesco ripeta spesso uno dei suoi mantra più cari: il Tutto è superiore alla Parte. È un modo di dire che il pueblo, entità mitica e divina, trascende l’individuo. Ancor meno sorprende che tale condanna dell’individualismo sia storicamente servita a legittimare numerose tirannie esercitate in nome del pueblo, dedite a sacrificare i diritti individuali sull’altare di una giustizia sociale di cui non s’è mai vista traccia: peronismi, castrismi, chavismi e compagnia.

È un altro passaggio dei viaggi pontifici a illustrare tale punto: in Africa, almeno due volte il papa ha avallato la subordinazione della parte al tutto, dell’individuo al pueblo, dei diritti di una minoranza alla supposta identità del popolo. Il primo in Uganda, dove Francesco non ha dato voce né udienza ai gay, minacciati di ergastolo per il «delitto» di omosessualità; misura per fortuna abrogata dalla Corte costituzionale. In ottica populista, il riconoscimento dei diritti omosessuali è tipico esempio di colonialismo ideologico, di contagio della sana religiosità del pueblo africano con le ubbie immorali del decadente occidente. In termini simili Bergoglio aveva accolto il matrimonio gay in Argentina.

Ci sono poi le stupefacenti considerazioni di Francesco sull’Aids. A un giornalista tedesco, che gli chiedeva se non varrebbe la pena che la Chiesa cambiasse posizione sul profilattico, Bergoglio ha risposto: «Il problema è più grande. La malnutrizione, lo sfruttamento delle persone, il lavoro schiavo, la mancanza di acqua potabile: questi sono i problemi. Non chiediamoci se si può usare tale o talaltro cerotto per una piccola ferita. La grande ferita è l’ingiustizia sociale». Benché l’Aids interessi milioni di individui, non è che una «piccola ferita» rispetto al titanico compito di restaurare l’impero della giustizia nel mondo. C’è un’umanità da salvare: come perdersi dietro a individui che probabilmente hanno peccato?

Se tale è il prisma ideale attraverso cui il papa interpreta il mondo, ha buon gioco chi ne fa notare la vena apocalittica, la cui altra, inevitabile faccia è la vena redentiva. È uno snodo chiave, poiché il binomio apocalissi / redenzione è l’anima della visione manichea del mondo tipica del populismo; una visione ostile agli approcci pragmatici ai problemi del mondo, in cui Francesco vede in agguato l’impero «tecnocratico» che tutti ci domina. Che dire della vena apocalittica del papa? Francesco ha ragione da vendere quando denuncia le disuguaglianze, le ingiustizie, le nuove marginalità, gli abusi contro i migranti, le guerre, la bomba ambientale. Al tempo stesso, non ricordo epoche esenti dallo spettro dell’apocalissi. Forse viviamo un tempo più tragico, decadente, malato di altri? Chissà, boh, non credo. Molto dipende dal metro usato per giudicare. Se il metro è il Regno dei Cieli, non v’è epoca che si salvi dall’ira di Dio. Ma se il metro è laico e disincantato, quest’epoca è come le altre: un bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno. Sennonché l’analisi apocalittica del mondo induce il papa a evocare un moto redentore: «fate rumore», dice ai giovani; seguite valori grandi, emulate i martiri, lottate per l’utopia evangelica. È il suo mestiere, si dirà: è vero. Ma il terreno delle utopie redentive è tra i più delicati. Checché ne dica la vulgata, infatti, gli uomini tendono a legittimare la violenza e a muoversi guerre in nome di tali utopie più che di banali interessi economici. Quanto ai tremendi effetti delle utopie redentive, così care ai movimenti sociali cui il papa tiene infiammati discorsi, la storia argentina torna in soccorso: pochi Paesi come l’Argentina ne hanno patito gli effetti. Militari, peronisti, Chiesa, guerriglieri si sono scannati in nome della nazione cattolica e della cattolicità del pueblo, con sprezzo per la democrazia borghese e lo Stato di diritto. Il risultato è noto al mondo. […]

Questo capita dove s’impone il populismo: la difesa dell’identità del pueblo, questa specie di Araba Fenice, oscura lo Stato di diritto, i cui principi sono anzi additati come indebiti strumenti delle classi coloniali contro la virtù del popolo. Il populismo riversa così il suo impulso manicheo sull’arena politica.

Risultato: la dialettica politica si trasforma in guerra tra pueblo e antipueblo; l’apocalissi è una profezia che si autoavvera; la redenzione rimane un sogno inappagato. Ciò non impedisce però a Francesco, afflitto dall’idea che la globalizzazione contagi e uccida le identità del pueblo, diverse tra loro ma tutte intrise di religiosità, di invocarne la difesa a oltranza. È ciò cui mira quando si scaglia contro l’uniformità che il capitale imporrebbe al mondo. […] Al laico malato di dubbi, però, qualche domanda sorge spontanea. La prima è se le vaghe idee che il papa espone sull’economia siano le più adeguate per ridurre le disuguaglianze sociali e la povertà. Ne dubito. E so che ne dubitano in molti. Il papa non è un economista e non è tenuto a dare ricette! Giusto. Ma dato che, com’è sacrosanto, si esprime in proposito, altrettanto lecito sarà esprimersi su quanto le sue diagnosi e le terapie cui allude siano fondate: molto meno mercato, molto più Stato, in breve; l’economia dovrebbe basarsi su principi morali invece che sulla logica del profitto. Il che non è una gran novità, diciamolo. Il fatto è che i modelli economici populisti cui in tal modo Francesco allude non hanno mai dato buona prova: né in termini di creazione della ricchezza da distribuire, né di riduzione strutturale delle disuguaglianze. Le economie populiste fabbricano povertà in nome del povero e la loro eredità suole gravare sulle generazioni future. […]

Sullo sfondo, intanto, tante cose accadono e sollevano enormi interrogativi sulla fondatezza della visione del mondo di Francesco e sulla nozione di pueblo che l’ispira; e quindi sulla sua efficacia nel restituire alla Chiesa la rilevanza perduta. Le società moderne, anche quelle del Sud del mondo, sono sempre più articolate e plurali: parlarvi di un pueblo che vi custodisce identità pure e intrise di religiosità è spesso un mito cui non corrisponde alcuna realtà. Continuare a considerare i ceti medi, cresciuti a milioni e ansiosi di più consumi e migliori opportunità, ceti coloniali nemici del pueblo, non ha senso: tanti poveri di ieri sono ceto medio oggi. Il mercato religioso è in rapida evoluzione e la secolarizzazione incalza a passi da gigante. Perfino sul piano politico, i populismi con cui il papa condivide tante affinità hanno subito duri colpi, specie in America Latina, tanto da fare sospettare che stiano rimanendo orfani del pueblo che invocano. … È con [questi problemi] che dovrà misurarsi il Santo Padre. Adorato dai fedeli ma anch’egli orfano, almeno un po’, del pueblo.

* «Al meeting di Comunione e liberazione ho trovato il popolo. Ricordo che per Gramsci l’intellettuale può pensare di rappresentare il popolo solo se con questo vi è quella che lui chiamava “una connessione sentimentale”. Lì l’ho trovata» (Il Corriere della Sera). Per fortuna a chi scrive non interessa  neanche un po’ «rappresentare il popolo», né ha mai pensato in termini di «popolo», un concetto che nel XXI secolo serve solo a occultare l’esistenza delle classi sociali e l’antagonismo che – almeno potenzialmente – ne deriva. Anche per questo «lo smarrimento dell’identità di cui soffre la sinistra» denunciato dall’ex rifondatore dello statalismo lo lascio volentieri ai cultori della «connessione sentimentale».

** Mi permetto una piccola (e provocatoria?) divagazione. Cito dal Mein Kampf di Adolf Hitler: «Il Marxismo ha creato l’arma economica che l’Ebreo internazionale utilizza per distruggere le basi economiche degli Stati nazionali liberi ed indipendenti, per rovinare la loro industria ed il loro commercio nazionali; il suo obiettivo è di rendere le nazioni libere schiave della finanza mondiale dell’Ebraismo, che non conosce confini di Stato». Ora, se al «marxismo» sostituissimo il più credibile «neoliberismo» e al posto dell’«Ebreo» mettessimo il guru della finanza, non avremmo tradotto Hitler nei termini del sovranista dei nostri giorni? Lo so, non bisogna semplificare i problemi, né, tanto meno, azzardare improbabili parallelismi storici. Però la tentazione è tanta!

Leggi anche:

QUALCHE CONSIDERAZIONE CRITICA SULL’ENCICLICA FRANCESCANA

È UFFICIALE: PAPA FRANCESCO NON È COMUNISTA. CHE DELUSIONE!

C’ERA UNA VOLTA IL PAPA VENUTO DAL FREDDO