L’APPETITO VIEN LOTTANDO!

L’appetito vien lottando! È forse questa una tra le tante lezioni che si possono fin qui trarre dal movimento dei Gilè Gialli che anche ieri ha dato fastidio, molto fastidio, allo Stato francese e alla Francia che desidera immergersi nello shopping natalizio. Cosa si sono messi in testa questi signori vestiti di giallo? Non si sa più esattamente cosa essi vogliano! Il «movimento polimorfo» (leggi interclassista) dei Gilè non si accontenta più delle concessioni a cui adesso anche l’inflessibile Macron sembra voler dar seguito. Adesso che si sono scoperti forti e popolari, i gialli sembrano mirare sempre più in alto, e avanzano rivendicazioni, anche di netta impronta politica, che non solo spazzano via il pur virtuoso (lo assicurano i Verdi francesi e perfino Beppe Grillo!) progetto di “Transizione ecologica” della sofisticata società francese, ma anche la stessa tenuta economico-finanziaria del Paese. Insomma, si sventolano i tricolori, si canta La Marsigliese, ci si lascia coccolare dal sovranismo destrorso e sinistrorso ma si rema contro i sacri interessi della Nazione: inaudito!

Scrive Massimo Nava sul Corriere della Sera: «Gli aumenti della benzina sono stati la scintilla per rompere fragili argini di rabbia e malcontento e avanzare richieste che sono lo specchio identitario della folla che le esprime: aumenti salariali, dimissioni del presidente, migliori servizi pubblici, taglio delle tasse, rappresentanza diretta, abolizione dell’Assemblea. Tutto e più di tutto, anche l’impossibile e subito». Qui si chiede l’impossibile! E subito! Sembra di essere precipitati in un nuovo Sessantotto…

«Naturalmente le classi dirigenti del Paese temono che questo movimento sociale possa innescare altri movimenti (di operai, di disoccupati, di piccola e media borghesia declassata, di studenti, di proletariato marginalizzato che vive nelle banlieue delle grandi città) nel cuore della metropoli francese. Il contagio sociale: è questo che le classi dominanti e i loro funzionari politici temono più della peste. È un istinto di classe che si attiva tutte le volte che la gestione dei conflitti sociali diventa problematica a causa dei limiti manifestati dalle istituzioni tradizionali, partiti e sindacati compresi. La democrazia capitalistica vive una profonda crisi di legittimità. Benissimo!». Così concludevo il mio post del 20 novembre. La paura delle classi dominanti e dei loro servitori trova oggi un più solido fondamento, proprio perché il movimento sociale francese dimostra che: 1. solo la lotta paga, 2. l’appetito vien mangiando, 3. da cosa nasce (può nascere) cosa, come diceva il mio teorico di riferimento – Marx? No, Totò!

E tutto questo lo sostengo pensando a qualcosa di più generale, ossia al di là delle concrete rivendicazioni, economiche e politiche, oggi avanzate dai gilets-jaunes, il cui basso “tasso di purezza classista” non mi è certo ignoto. «Inutile dire che dalle mie parti ogni illusione su questo movimento è pari allo zero»: confermo quanto scrissi il 20 novembre scorso. Questo lo dico anche per tranquillizzare i miei amici che potrebbero temere una mia sbandata “populista”. A questi amici ricordo anche, e mi sto muovendo sempre sul terreno delle astratte possibilità, che non pochi processi rivoluzionari giustamente definiti proletari si sono sviluppati su un terreno reso fertile da lotte “popolari” (interclassiste) non raramente reazionarie quanto a riferimenti politico-ideali. E non faccio esempi storici per non alimentare equivoci di sorta.

Dei movimenti sociali si può forse dire questo: si sa come nascono, ma non è certo come finiscono. E qui, si capisce, entra in gioco il problema assai scottante e problematico della soggettività rivoluzionaria, che mi guardo bene dall’affrontare di domenica!

SORRIDETE! GLI SPARI SOPRA SONO PER NOI!

 

R900x__sniperSorridete, gli spari sopra sono per noi!
Sorridete, gli spari sopra sono per noi!

Nel precedente post sui noti fatti parigini ho reagito ai passi che seguono: «Non bisogna commettere l’errore di quelli che vogliono razionalizzare e sociologiazzare ad ogni costo il comportamento del nemico. Il fanatismo non è solo un fenomeno sociale. Ci sono delle cause autonome e intrinseche. Certo, il fanatismo approfitta delle ingiustizie della società, ma ubbidisce a una logica che spesso ci sfugge. Ben Laden non ha organizzato l’11 Settembre per lottare contro le diseguaglianze sociali: ha commesso quel crimine per promuovere il suo folle progetto di califfato mondiale» (Libération). Oggi continuo la riflessione.

È come voler spiegare la cosiddetta “Rivoluzione Khomeinista” del 1979 in Iran a partire dall’infatuazione del popolo iraniano nei confronti dell’islamismo radicale (che ovviamente sono lungi dal negare), e non spiegare questa stessa infatuazione con la crisi sociale di quel Paese, con la miserabile condizione di milioni di proletari, di sottoproletari e di contadini poveri, con la brutale oppressione poliziesca (chi non ricorda la famigerata Savak, la polizia dello Stato monarchico?) del regime sanguinario dello Scià Pahlevi sostenuto dagli Stati Uniti e, dulcis – si fa per dire – in fundo, anche con l’assenza di un’autentica alternativa “di classe” – cosa che il partito stalinista Tudeh e i Fedayn del popolo non erano. Allora molti in Occidente dissero che si trattava di un ritorno al Medioevo; quanto fosse sbagliata quella lettura, tutta focalizzata sugli aspetti “sovrastrutturali” della Repubblica Islamica, lo dimostra l’attuale capacità industriale e tecno-scientifica dell’Iran, il suo dinamismo geopolitico (vedi Siria!), la “modernità” di gran parte della popolazione giovanile (nonostante l’occhiuta e violenta vigilanza dei cosiddetti Guardiani della rivoluzione), gli stessi contrasti interni al regime fra “moderati” e “radicali”, “progressisti” e “conservatori” – contrasti che si spiegano sempre e puntualmente a partire dalla nozione di Potere.

È come voler spiegare la crisi sociale della Polonia stalinista, gli scioperi dei cantieri navali di Danzica agli inizi degli anni Ottanta e la stessa nascita di Solidarność («Sindacato autonomo dei lavoratori») con la tradizione cattolica di quel Paese e con l’interventismo “anticomunista” della Chiesa (che ovviamente ci fu), come pure fecero gli stalinisti basati in Occidente, i quali vedevano solo una moltitudine operaia che invece di inginocchiarsi e prostrarsi dinanzi ai sacri simboli del regime “socialista”, si inginocchiavano e pregavano dinanzi alla croce  e ai poster di Papa Wojtyla: che scandalo! «Altro che lotta di classe: qui ritorniamo al Medioevo!». Allora quanti ne ho conosciuti di questi…, beh, lasciamo perdere, per carità di Dio!

È come voler dar conto delle cause reali delle due guerre imperialiste del XX secolo sulla scorta della propaganda politico-ideologica con cui tutte le Potenze in guerra martellarono i cervelli delle vittime (non si vive di soli bombardamenti aerei!): guerra difensiva, guerra fatta per tutelare i valori della Civiltà Occidentale, guerra di liberazione nazionale, guerra in risposta ai “proditori e vigliacchi” attacchi altrui (com’è noto è sempre il nemico che porta la responsabilità di aver iniziato la carneficina), guerra contro il “comunismo internazionale”, guerra per il “socialismo”, guerra contro l’imperialismo (degli altri!) e così via nel lungo elenco delle menzogne propagandistiche.

È come voler spiegare la nascita del Fascismo con il carattere spregiudicato e volitivo di Mussolini o con la frustrazione di una parte della piccola borghesia italiana declassata (cose che ovviamente nessuno si sogna di negare), e non, in primo luogo, con le conseguenze complessive (anche di natura psicologica) della Grande Guerra, con la crisi sociale in genere che allora si produsse, con la crisi dello Stato liberale, con l’insorgenza rivoluzionaria di una parte del proletariato italiano (quello che voleva «fare come in Russia», per intenderci), con il riflusso di questa stessa insorgenza e con la reazione della classe dominante del Paese, appoggiata anche da gran parte del mondo politico liberale. Mi scuso se ho dimenticato di citare qualche altra causa “strutturale” o “sovrastrutturale”.

È come voler spiegare il Nazismo con la pazzia di Hitler e con la frustrazione professionale/esistenziale dei suoi più stretti collaboratori (in circolazione c’è sempre un “pazzo” o un “disadattato” che può tornar utile!), e non, fondamentalmente, con la catastrofica crisi sociale tedesca, peraltro maturata in un particolare contesto internazionale segnato dalla Grande Crisi del ’29, e con il riflusso del movimento operaio tedesco, colpito anche dalla controrivoluzione stalinista che ne prosciugò le residue energie rivoluzionarie – questo naturalmente in analogia con il movimento operaio degli altri Paesi, non solo occidentali. È sufficiente vedere i film “maledetti” sfornati in Germania negli anni Venti per rendersi conto della folle tempesta sociale (anche «emozionale», per dirla con Wilhelm Reich) che da anni si andava preparando in quel Paese, letteralmente squassato da una crisi non solo economica ma anche di natura morale e identitaria.  «Già da tempo abbiamo detto che è “l’angoscia sociale” che costituisce l’essenza di ciò che chiamiamo la coscienza morale» (1).

Come ho detto altre volte, più si rafforza la tendenza del Capitale a mettere ogni cosa e ciascuno nel tritacarne del processo economico-sociale chiamato a generare profitti, e più si rafforzano le spinte identitarie d’ogni tipo: politiche, culturali, linguistiche, religiose, etniche, razziali, sessuali, e quant’altro. È questa maligna dialettica che bisogna comprendere per evitare di finire intruppati sotto questa o quella bandiera ultrareazionaria (tricolore o nera che sia), in questa o quella tifoseria nazionalista o/e imperialista.

La rabbia e l’odio delle classi dominate e di chiunque desidera ribellarsi contro uno status quo avvertito come non più tollerabile si armano con le ideologie che si trovano sul terreno, non importa se di antica o di recente fabbricazione, e in assenza di un’autentica soggettività rivoluzionaria, di un’autentica coscienza di classe, il più delle volte hanno la meglio quelle ideologie e quei partiti che per un verso confermano il “deplorevole” stato d’animo delle masse, e che per altro verso  promettono di dare a esso una efficace risposta politica. Chi vuole “fare la rivoluzione”; chi è accecato dall’odio, dalla frustrazione, dall’invidia di classe, dalla mancanza di prospettive e da altre magagne materiali e “psicosociali”; chi si sente in guerra con l’intero mondo: questo “tipo sociale” il più delle volte non si rivolge a ideologie e a soggetti politici che predicano «pace e amore», che consigliano “agli ultimi” di porgere l’altra guancia, bensì a ideologie e a soggetti politici che gli indichino un nemico preciso (leggi anche capro espiatorio) su cui poter scaricare, hic et nunc, la sua rabbia, e che gli vendano una spiegazione, facile da comprendere, capace di razionalizzare la sua esistenza nell’irrazionale mondo che lo ospita. E questo manganello ideale e materiale, che di volta in volta può  vestire i panni della religione o indossare una maschera laica se non laicista, anche in conformità con la storia dei Paesi, non manca mai all’appuntamento con il disagio sociale. Come dimostrano Mussolini, Hitler e tutti i demagoghi e i populisti di “destra” e di “sinistra”.

In questo senso ho sostenuto che le ideologie (religione inclusa) non spiegano un bel niente, se le consideriamo come il punto di partenza dell’analisi, mentre esse acquistano un significato preciso e possono aiutarci alla composizione del puzzle solo alla luce di processi e di contraddizioni sociali reali, di carattere materiale e d’ordine “spirituale”, di natura economica come di natura psicologica. La stessa psicologia delle masse, per usare un noto termine, dev’essere considerata, sempre a mio avviso, alla stregua di un fondamentale fattore “strutturale” da premettere senz’altro alla considerazione delle ideologie che entrano puntualmente in scena in una crisi sociale.

Da qualche parte ho letto che la spiegazione “sociologica” non spiega la deviazione jihadista di molti giovani musulmani: «Come si spiega che anche molti giovani benestanti si sono convertiti all’Islam radicale? Lo stesso Ben Laden era un miliardario». Ma è questa riflessione che sconta un grave limite sociologico, che mostra una concezione economicista, estremamente volgare del disagio sociale che in qualche modo attraversa l’intera stratificazione classista della società. Come se gli individui ricchi o benestanti non potessero avvertire appunto il disagio sociale, la miseria (non solo “materiale”), la disumanità, l’ingiustizia e la violenza che trasudano da ogni singolo poro della Società-mondo! Come se agli individui di estrazione sociale borghese fosse preclusa in linea di principio la strada che porta a maturare una coscienza rivoluzionaria del mondo! (Precisazione per gli sciocchi – e per i tutori dell’ordine democratico: non sto alludendo ai Misericordiosi Martiri di Allah! Per una lettura “rivoluzionaria/antimperialista” dello Stato Islamico bisogna rivolgersi a Loretta Napoleoni, non al sottoscritto!). E come si spiega che proprio un intellettuale borghese, un tale Marx, ha posto le basi di quella che una volta si chiamava «coscienza di classe»? Per non parlare del suo grande amico e compagno di lotta, Engels, il quale si guadagnava da vivere nell’azienda del padre. Paradossi che si spiegano benissimo con la stessa condizione materiale delle classi subalterne, a partire dalla «degradante divisione del lavoro in lavoro intellettuale e lavoro manuale» (Marx). Sto associando, anche solo alla lontana, come semplice paradosso, la barba di Marx ed Engels a quella di Ben Laden e degli altri pretendenti al Califfato Mondiale? Non mi ritengo responsabile della cretineria altrui!

Scriveva Simone Weil all’amica Albertine nel 1935: «Per me, personalmente, ecco cosa ha voluto dire lavorare in fabbrica: ha voluto dire che tutte le ragioni esterne (una volta avevo creduto trattarsi di ragioni interiori) sulle quali si fondavano, per me, la coscienza della mia dignità e il rispetto di me stessa sono state radicalmente spezzate in due o tre settimane sotto i colpi di una costrizione brutale quotidiana. E non credere che ne sia conseguito in me un qualche moto di rivolta. No; anzi, al contrario, quel che meno mi aspettavo da me stessa: la docilità. Una docilità di rassegnata bestia da soma. Mi pareva d’essere nata per aspettare, per ricevere, per eseguire ordini – di non aver mai fatto altro che questo – di non dover mai far altro che questo. Non sono fiera di confessarlo. È quel genere di sofferenza di cui non parla nessun operaio; fa troppo male solo a pensarci». E generalizzando: «Un’oppressione evidentemente inesorabile ed invincibile non genera come reazione immediata la rivolta, bensì la sottomissione» (2). Certo, anche la sottomissione alle ideologie dominanti (comprese quelle a “sfondo” religioso) in una data epoca e in una data parte del mondo. Ma qui si divaga! Forse.

Il miliardario Ben Laden poteva anche credere, in tutta buona fede, di essere stato investito personalmente dal suo Dio dell’altissima missione di creare il Califfato sulla Terra; ciò non toglie il fatto che la sua ideologia fu sempre messa al servizio di precisi quanto prosaici interessi materiali, politici e geopolitici (durante gli anni Ottanta anche al servizio del Grande Satana a stelle e strisce) sintetizzabili con il concetto di Potere sociale – o sistemico. Per questo dopo la strage parigina del 13 novembre ho scritto che siamo tutti (a Nord come a Sud, a Ovest come a Est, nel mondo cristiano come in quello musulmano, piuttosto che nel mondo buddhista, induista, scintoista, taoista, ateista, laicista) ostaggi e vittime del sistema mondiale del terrore, i cui pilastri portanti naturalmente sono rappresentati dalle grandi, dalle medie e dalle piccole Potenze. La Francia e l’Italia sono parte integrante di questo sistema che ci espone a qualsiasi tipo di pericolo, compreso quello terroristico che ci viene dal «nemico». Tanto per essere chiari: il mio nemico è il sistema mondiale del terrore preso in blocco, concepito come una sola compatta – e altamente contraddittoria/conflittuale: è la capitalistica guerra di tutti contro tutti! – totalità disumana. Credere che la gente possa condividere il punto di vista qui espresso sarebbe da ingenui, soprattutto nel momento in cui la macchina propagandistica e terroristica («Chi non si schiera dalla parte degli Stati attaccati dal terrorismo islamico è un fiancheggiatore del Califfato Nero!») gira a pieno regime – è proprio il caso di dirlo!

Mi sono sempre attenuto scrupolosamente alla massima marxiana che consiglia di giudicare le azioni delle persone – e delle “masse” – non sulla base di ciò che esse credono di essere (comunisti, fascisti, martiri per conto di Dio o di Allah) e di fare (la «società giusta», What else?), ma sulla scorta di ciò che esse sono e fanno realmente. Ho fatto questo non per spirito di parte o in acritico ossequio a una fede (non sono neanche un marxista!), ma perché il principio funziona abbastanza, almeno per come la vedo io, si capisce.

20151129_isL’invito a non aver paura che le autorità ci ripetono continuamente mi ricorda tanto l’analogo invito gridato dagli ufficiali, e dai graduati in genere, alla truppa nel corso di un’operazione militare: «Non abbiate paura del nemico, cazzo! Non siate vigliacchi! Andate avanti, cazzo, non arretrate di un millimetro, siamo i più forti!». Per essere più convincente l’invito è spesso accompagnato da una bella pistola puntata alla schiena. Siamo in guerra, ormai è assodato, ma dobbiamo andare avanti. Anche perché se cambiamo il nostro stile di vita, oltre a darla vinta «al nemico», danneggiamo pure l’economia, che è già abbastanza depressa di suo. Io do il mio piccolo contributo alla causa recandomi prima in un grande centro commerciale e poi in un cinema. Domani forse vado allo stadio, martedì volerò in aereo. Avanti! avanti! E che Allah o chi per lui me la mandi buona! Intanto, per darmi coraggio, canticchio: «Sorridete, gli spari sopra sono per noi! Sorridete, gli spari sopra sono per noi!».

(1) S. Freud, Psicologia collettiva e analisi dell’io, p. 106, Newton, 1991.
(2) S. Weil, La condizione operaia, pp. 95-126-127, SE, 1994.

RIFLESSIONI SUI NOTI FATTI PARIGINI

federrico2Il mondo islamico non ha conosciuto la rivoluzione borghese di tipo occidentale (dalla rivoluzione olandese a quella inglese, da quella americana a quella francese, dal Risorgimento tedesco a quello italiano), ed è precisamente questo il suo più radicale e cattivo vizio d’origine che tocca ogni aspetto della vita sociale dei Paesi che ne fanno parte. L’Islam, al contrario del cristianesimo, non è stato attraversato dalla Ragione, e questo punto Benedetto XVI, il Papa teologo tanto bistrattato e incompreso dal progressismo mondiale, lo aveva colto bene, ad esempio nella famigerata Lezione Magistrale tenuta all’Università di Ratisbona il 12 settembre 2006. Quel mondo non baciato dai Lumi sta ancora facendo i conti con questo cattivo retaggio storico e culturale, e anche l’Occidente ne paga le conseguenze, perché non solo esso non ha saputo o voluto favorire lo sviluppo della modernità nelle terre di Allah e di Maometto, ma ha fatto di tutto per renderle facili prede del fondamentalismo più retrivo e violento.

È, questa, una tesi che nei salotti buoni della cultura europea ha riscosso molto successo in questi tormentati e luttuosi giorni di dibattito intorno ai cosiddetti “valori repubblicani” e alla Civiltà Occidentale.  Se posta nei termini corretti, vale a dire storico-dialettici, la tesi sopra esposta può anche offrire interessanti spunti di riflessione. Rimane da capire fino a che punto ha senso, al di là della strumentalità politico-ideologica certamente non posta al servizio della verità, continuare a parlare in modo astratto e astorico di Occidente, di Civiltà Occidentale.

Qui però non intendo entrare nel merito di queste importanti e scottanti ”problematiche”, e la citazione che segue vale solo a fissare una traccia magari da riprendere e seguire in un altro post: «La dottrina economica dell’Islam espressa nel Corano e nella Sonna, mostra come essa non condannasse in linea di principio e non ostacolasse in pratica lo sviluppo di quello che in queste pagine è stato chiamato settore capitalistico dell’economia […] Weber ritiene che l’Europa abbia generato il capitalismo moderno in quanto provvista, più di ogni altra area di civiltà, di spirito razionalistico. Ma gli esempi che fornisce di tale razionalismo europeo sono per lo più posteriori all’età del decisivo impegno dell’Europa sulla via del capitalismo moderno […] Il Corano è un libro sacro in cui la razionalità occupa un posto notevole, importante» (M. Rodinson, Islam e capitalismo,  pp. 98-100, Einaudi, 1968 ). Questo anche per ribadire il concetto secondo cui la religione, da sola, presa in sé, per così dire, non spiega praticamente nulla del mondo che a essa dice – e pensa, il più delle volte in ottima fede – di ispirarsi.

Lucia Annunziata, ospite qualche giorno fa in un salotto televisivo, su questo punto non avrebbe potuto essere più chiara: «Siamo di fronte a un conflitto che coinvolge soprattutto Arabia Saudita e i suoi alleati, da una parte, e l’Iran e i suoi alleati dall’altra. Questi Paesi si contendono la supremazia in Medio Oriente. La religione non c’entra niente. Io sono laica e non intendo mischiarmi in questioni che riguardano la religione». La religione non spiega il conflitto ma è messa al servizio del conflitto, ossia al servizio di interessi economici, politici e geopolitici ben precisi. Dire, ad esempio, che l’Iran sciita e l’Arabia Saudita sunnita si combattono a causa della loro differente interpretazione del Corano e della Sonna significa non capire nulla di storia, di politica e di geopolitica. La stessa cosa vale se volgiamo lo sguardo alla Libia, alla Nigeria, al Mali, all’Algeria e via di seguito: ovunque Allah e il suo Profeta preferito vengono messi al servizio di interessi di vario genere. Interessi tutti rigorosamente ostili a ogni cosa che odori di umano. Se Maometto potesse parlare, probabilmente direbbe: «Io non sono maomettano». Cosa che deluderebbe alquanto Giuliano Ferrara e gli altri teorici dello scontro tra le civiltà.  «Nel 2011 ho dichiarato che l’Islam è la religione più stupida del mondo. Ho riletto con attenzione il Corano, e una sua lettura onesta non ne conclude affatto che bisogna andare ad ammazzare i bambini ebrei. Proprio per niente»: è quanto dichiara oggi Michel Houellebecq, celebrato autore di Sottomissione – arrendersi a Dio, darsi interamente a Lui: da questa idea ha origine la parola islām. Insomma, c’è sempre tempo per studiare con onestà intellettuale, se non proprio con spirito critico, la millenaria prassi sociale umana attraverso i documenti e le testimonianze di vario genere sedimentatisi nel corso del tempo.

A proposito di interessi capitalistici e di strategia geopolitica con “caratteristiche islamiche”, non sottovalutiamo l’attivismo della Turchia di Erdogan, la quale sta recitando molte parti in commedia, suscitando crescenti perplessità e timori negli Stati Uniti, in Europa e in Israele. Ma ritorniamo alla tesi illuminista.

Ora, a me pare che di una religione attraversata dalla Ragione gli arrabbiati (non importa adesso stabilire se essi sono pochi o molti) che vivono nelle periferie del mondo e che intendono reagire a un assetto sociale che avvertono come ostile, non sanno che farsene. Essi cercano un’idea che entri in sintonia con il loro disagio esistenziale e che li confermi nel loro odio. Sballottati (come tutti, a partire da chi scrive, beninteso) nel grande e micidiale frullatore del processo sociale, essi sono alla ricerca di qualcosa o di qualcuno che dia una certa risposta alle domande radicate nel loro malessere. Come reagire alla nausea esistenziale, come trasformare la disperazione in qualcosa di comprensibile e gestibile? C’è chi grida: «Fermate il frullatore, mi vien da vomitare!». Ma dal frullatore non si può scendere, almeno da vivi. Questa è la semplice e dura verità, la quale si accanisce soprattutto contro chi la nega. Tutti noi ogni giorno facciamo i conti con questa disumana condizione, il più delle volte senza averne la minima contezza, tanta è la nostra abitudine al disagio. E la soglia del dolore generato da questo disagio non smette di alzarsi, né la sua fenomenologia di moltiplicarsi. Ecco perché personalmente non mi sorprendo mai dinanzi agli episodi di «inaudita violenza» che hanno come protagonisti mariti, fidanzati, mogli, figli, ex integerrimi cittadini, disumanità varia pronta ad arruolarsi in qualsiasi causa che le offra l’opportunità di “fare qualcosa di concreto” contro il meccanismo che tutto e tutti stritola. Come disse una volta Max Horkheimer, «Sotto il dominio totalitario del male gli uomini possono mantenere solo per caso non solo la loro vita, ma anche il loro io». Su questo aspetto del problema rimando al post Sbadigliare, vomitare o mozzare teste?

Se, per ipotesi, i Misericordiosi di Allah di seconda o terza generazione pronti, qui e ora, alla Jihad in Occidente scoprissero improvvisamente, per una sorta di miracolo illuminista, che il Corano afferma esattamente il contrario di quanto essi pensano, predicano e vogliono, molti di essi sicuramente se ne sbarazzerebbero subito, e andrebbero alla ricerca di uno strumento ideologico adeguato alla bisogna. Questo per dire, in modo abbastanza sbrigativo, ne sono cosciente, che il problema del cosiddetto radicalismo islamico non sta in una lettura errata del Corano, quanto piuttosto nelle cause sociali (leggi pure esistenziali) che mettono in moto certi meccanismi reattivi.

Gli intellettuali progressisti si stupiscono nell’osservare che anche dopo la strage del 7 gennaio molti giovani delle banlieue non intendono affatto solidarizzare con i tanto decantati  «valori repubblicani» né prendere chiaramente le distanze da una «falsa [sic!] religione»: «Perché tanta ottusità?». Gli “illuministi” attivi nel XXI secolo non riescono a capire perché questi giovani vanno alla ricerca di una pistola, di un bastone, di un qualsiasi corpo contundente (anche ideale), e non della “verità”. E poi, signori, di quale “verità” stiamo parlando? È presto detto: della verità borghese fatta passare, oggi come ieri e come sempre, in guisa di valore universale. Dopo la tragedia (o dialettica) dell’Illuminismo nell’epoca rivoluzionaria della borghesia, eccoci apparecchiata dagli amici di Voltaire, nonché sostenitori dei sacri valori del 1789, la farsa di un universalismo chiamato a celare la realtà del dominio di classe, per sovramercato a partire da eventi che si sono prodotti in una delle storiche metropoli del capitalismo, del colonialismo e dell’imperialismo. Cianciare di liberté, égalité, fraternité e di diritti inalienabili dell’uomo nell’epoca del dominio totalitario e mondiale del Capitale sulla natura e sugli uomini si configura ai miei occhi come una tragica farsa, la quale illumina a giorno una vecchia tesi marxiana, il cui radicale significato continua a essere sottovalutato anche da molti cosiddetti epigoni (soprattutto da quelli che da mattina a sera cianciano di “pensiero unico neoliberale” dal pulpito a loro gentilmente offerto dai massmedia mainstream): l’ideologia dominante in una data epoca storica è quella delle classi dominanti. Ecco perché, a differenza di Toni Negri, il cui ottimismo della rivoluzione è davvero inesauribile, non sono così sicuro che l’oceanica manifestazione parigina dell’11 gennaio rappresenti un passo avanti in termini di maturazione di un pensiero, non dico anticapitalista, ma appena appena critico dello status quo sociale vigente.

Né mi conquista la tesi di Slavoj Žižek (La Repubblica, 9 gennaio 2015) secondo cui il liberalismo, che genera sempre di nuovo il fondamentalismo (come «reazione falsa e mistificatrice, naturalmente»), «necessita dell’aiuto fraterno della sinistra radicale», se vuole continuare a sopravvivere come una «tradizione fondamentale». Infatti, la «sinistra radicale» di cui parla l’intellettuale sloveno è parte organica del vigente ordine sociale, il quale si configurerebbe come capitalistico (con annesse contraddizioni sociali che assumono, nei momenti di più acuta crisi sociale, la forma del razzismo, dell’antisemitismo, del nazionalismo, ecc.) anche nel caso in cui quella costellazione politica andasse al governo: vedi Syriza in Grecia e Podemos in Spagna, movimenti politici non a caso sponsorizzati (“tatticamente”, si capisce) anche da Toni Negri. Nel XXI secolo il liberalismo andrebbe sottoposto a una spietata critica teorica e pratica da parte delle classi dominate (altro che «aiuto fraterno!»), le quali purtroppo continuano a simpatizzare per le ideologie poste al servizio della conservazione sociale: non importa se a partire da una prospettiva di “destra” o di “sinistra”, laica o religiosa, populista  o “responsabile”. Ce n’è per tutti i gusti e per tutte le situazioni.

Ma ritorniamo, per concludere, agli arrabbiati delle periferie del mondo – qui detto anche come metafora. Quale ideologia in grado di soddisfare il loro impellente bisogno di fare i conti con una società che li ha profondamente delusi (non tutti possono diventare ricchi e famosi come i campioni del football e le celebrità del mondo dello spettacolo, rapper e fotomodelli su tutti), e che li tiene confinati ai livelli più bassi della gerarchia sociale trovano essi sulla loro strada? Purtroppo la «coscienza di classe», nell’accezione marxiana del concetto, non è cosa che sorga spontaneamente dalle condizioni di vita dei dominati e degli offesi, e questo è un fatto, confermato molte volte dal processo storico (vedi alla voce fascismo, nazismo, populismo rooseveltiano, ecc.), che interroga in modo pressante l’autentico militante anticapitalista. E ciò è tanto più vero, da quando lo stalinismo internazionale ha squalificato agli occhi dei nullatenenti l’idea stessa di una reale alternativa alla società capitalistica: «Se questo è il famoso socialismo, meglio allora tenersi il capitalismo». Battersi per far comprendere a quante più persone possibile che il «famoso socialismo» non aveva nulla a che fare con il socialismo, finora non ha prodotto effetti visibili, né a onor del vero l’impresa è mai apparsa di facile momento a chi ha voluto tentarla ormai diversi lustri fa.

Qualche giorno fa dalla televisione Carlo Freccero se la prendeva con il maledetto (non per chi scrive!) 1989: «Prima della caduta del Muro quei giovani potevano rivolgersi ai partiti di sinistra: dopo hanno trovato il vuoto, il nulla». E siccome la politica e l’ideologia hanno orrore del vuoto, ecco che l’Islam radicale è diventato per molti giovani immigrati di seconda generazione la sola risposta possibile al loro disagio sociale, alla loro domanda di senso e di speranza. Giusto! E difatti nel post pubblicato l’8 gennaio a proposito della strage che si è consumata nella redazione parigina del giornale satirico Charlie Hebdo scrivevo appunto, come ricordavo sopra, che «la religione non spiega un bel nulla». L’alternativa sembra dunque porsi nei termini che seguono: o il giovane ribelle di seconda e terza generazione (vale sempre la metafora di cui sopra) mangia la minestra del liberalismo, magari attraversato dai valori difesi dalla «sinistra radicale» (e qui già sento il Profeta di Treviri gridare come un ossesso: «Io non sono marxista!»), oppure abbraccia il Corano e, già che c’è, il fucile a pompa di ultima generazione. Cercasi “terza via”, disperatamente! Appendice

federico 1VERSETTI MARXIANI

A proposito di religione, valori repubblicani e Civiltà Occidentale

La critica ha strappato dalla catena i fiori immaginari, non perché l’uomo porti la catena spoglia e sconfortante, ma affinché egli getti via la catena e colga i fiori vivi.

Cristiana è la democrazia politica, in quanto in essa l’uomo – non un uomo ma ogni uomo – vale come un essere sovrano, altissimo; ma l’uomo nella sua esistenza incivile, anti-sociale, è l’uomo nella sua esistenza accidentale, l’uomo qual è, l’uomo com’è guastato, come si è perduto, sformato attraverso tutta l’organizzazione della nostra società; come si è ridotto sotto l’impero di rapporti ed elementi non umani: in una parola, l’uomo che non è ancora un essere umano.

La forma repubblicana del dominio borghese aveva rivelato che in paesi di vecchia civiltà e con una avanzata struttura di classe, con condizioni di produzione moderne e una coscienza spirituale in cui tutte le idee tradizionali sono state dissolte da un lavoro secolare, la repubblica borghese significa dispotismo assoluto di una classe su altre classi.

La repubblica costituzionale è la forma più solida e più completa del dominio di classe borghese.

La loro repubblica aveva un solo merito, quello di essere la serra della rivoluzione per l’abolizione delle differenze di classe in generale, di tutti i rapporti di produzione su cui esse riposano, per l’abolizione di tutte le relazioni sociali che corrispondono a questi rapporti di produzione, per il sovvertimento di tutte le idee che germogliano da queste relazioni sociali.

La civiltà e la giustizia dell’ordine borghese si mostrano nella loro luce sinistra ogni volta che gli schiavi e gli sfruttati di quest’ordine insorgono contro i loro padroni. Allora questa civiltà e questa giustizia si svelano come nuda barbarie e vendetta ex lege.