POPOLO, TUTTO SI FA (E SOPRATTUTTO SI DICE) PER TE!

Pierre Moscovici: «Bocciamo la manovra presentata dal Governo italiano perché essa va soprattutto contro gli interessi del popolo italiano. Il debito affossa il welfare di oggi e distrugge il futuro dei nostri figli. Noi pensiamo al benessere di tutti i popoli dell’Unione Europea».

Matteo Salvini: «Non stanno attaccando un governo, ma un popolo. Noi andiamo avanti, tiriamo dritto, perché il popolo italiano ci sostiene».

Renato Brunetta: «Gli interessi elettorali di Salvini e Di Maio stanno portando il popolo italiano al disastro! Noi non lo permetteremo!»

Sebastian Kurz: «La ricerca del facile consenso elettorale da parte di un governo populista non cadrà sulle spalle del popolo austriaco».

Luigi Di Maio: «Prima di tutto i cittadini, il popolo italiano, che adesso vuole che noi rispettiamo le promesse fatte in campagna elettorale. Prima di tutto. E poi i mercati ci vogliono bene! Comunque, e prima di tutto, noi non arretreremo di un solo millimetro! Viva il popolo! Prima di tutto!»

Lorella Cuccarini: «Io sostengo questo governo, è il più amato dal popolo italiano. Tra popolo e spread, io scelgo il popolo».

Alessandro Sallusti: «Salvini dice che Bruxelles ha dichiarato guerra al popolo italiano, ma è questo governo che ha dichiarato guerra al popolo italiano! Salvini e Di Maio forse stanno cercando di vendere la sovranità del popolo italiano ai russi, ai cinesi e agli americani, che infatti sono invitati a comprare i titoli del nostro debito pubblico in caso di disastro finanziario. Come sempre a rimetterci saranno i più poveri, sarà il popolo».

Giuseppe Conte (rivolto a Vladimir Putin): «Mi auguro che lei possa venire in Italia al più presto, manca da troppo tempo: non vorrei che il popolo italiano pensasse che lei non gli presta attenzione».

(Io, ad esempio, non ci dormo la notte! Virile Vladimir, che aspetti a incontrare il popolo italiano? Ma dopo la povertà, non potevamo abolire anche gli avvocati del Popolo?).

Joerg Meuthen (presidente di Alternativa per la Germania, sovranista/populista di “estrema destra”): «Bravo Salvini! Lo scontro con la Commissione Europea sulla manovra insegna che l’Italia è uno Stato sovrano. Deve essere il popolo italiano a caricarsi sulle proprie spalle onori ed oneri».

Jean-Luc Mélenchon (leader della France insoumise, sovranista/populista di “estrema sinistra”): «L’Ue è diventata una prigione del popolo. La decisione della Commissione di bocciare la manovra di Movimento 5 Stelle e Lega è una spoliazione della sovranità di una nazione e di un popolo. Gli italiani hanno diritto di decidere cosa è bene per l’Italia».

Ah Popolo, cosa non si fa per te (e ancora non hai visto niente…)!

Post Scriptum

Qui il termine populismo va declinato in un’accezione più vasta di quella che esso ha nella polemica politica che oppone, gli uni contro gli altri armati (per adesso solo di parole), populisti/sovranisti e antipopulisti/europeisti. Nella politica al servizio delle classi dominanti c’è infatti una gara a chi è più amico del Popolo, a chi meglio fa “i veri” interessi del Popolo. In questo senso qui parlo di populismo. Avevo pensato di scrivere: «I politici, che brutte creature, ogni volta che parlano è una truffa». Ma correvo il rischio di passare a mia volta per… populista! Certo, avrei potuto precisare: i politici borghesi, oppure i politici al servizio delle classi dominanti, ecc., ma così avrei appesantito inutilmente la frase e distrutto il suo legame con i passi della bella canzone di Francesco De Gregori, a cui mi sono ispirato (nostalgia canaglia!): «Mussolini ha scritto anche poesie, i poeti che brutte creature, ogni volta che parlano è una truffa» (Le storie di ieri).

ROMA, LADRONA, BERLINO NON PERDONA!

«Cosa succede quando gli interessi di un populista si scontrano con quelli di un altro populista? È scontro totale, senza alcuna solidarietà. Ognuno tira l’acqua al suo mulino. È quel che ha fatto Alice Weidel, leader di Alternative for Deutschland, l’estrema destra tedesca, che su twitter ha calato il randello su Matteo Salvini.  “La folle manovra degli italiani a spese della Germania: perché dobbiamo pagare noi per i ricchi italiani? Orrendo nuovo indebitamento: sono pazzi questi romani! L’Italia si affida alla solidarietà europea o sul fatto che la Bce annulli i suoi debiti obbligazionari. In questo modo la Germania sarà ancora una volta l’ufficiale pagatore”» (Dagonews).

Come sempre, c’è sempre un leghista/sovranista/populista più leghista/sovranista/populista di te.

ESSERE IL POPOLO

Sovranità del Popolo, Potere al Popolo, Governo del Popolo, Manovra del Popolo, avvocato del Popolo, deputati del Popolo, portavoce del Popolo. Tutti zitti: parla il Popolo! Il Popolo ha sempre ragione. Se il Popolo avesse torto marcio, bisognerebbe dargli ragione. Popolo è oggi la parola magica che serve da pretesto per qualsiasi truffa ai danni delle classi subalterne.

SOVRANO È IL CAPITALE. TUTTO IL RESTO È ILLUSIONE E MENZOGNA

La crisi valutaria che si è abbattuta sulla Turchia, dopo una lunga e malcelata gestazione che ha le sue cause immediate in fattori di varia natura (economica, geopolitica, politica), ha inaspettatamente riacceso il dibattito sulla politica – e soprattutto sulla retorica – sovranista che fino a qualche giorno prima sembrava aver esaurito la sua “spinta propulsiva” dopo aver imperversato per molti mesi sulle pagine dei quotidiani e sui “social”. Scriveva ieri Giuseppe Turani: «Il crollo della lira turca, meno 30 per cento da inizio anno, 7 per cento solo negli ultimi giorni, è la peggiore e più dura lezione che potesse cadere in testa ai sovranisti nostrani. In un certo senso è una specie di visione anticipata di un possibile film italiano (se non avessimo l’Europa e la Bce di Mario Draghi)» (La Nazione). «”La crisi turca è una lezione per chi ha ancora dubbi se l’Euro sia o no positivo: lo è”: così il ministro degli Esteri Enzo Moavero spiega al Foglio perché la crisi finanziaria della Turchia è una grande lezione per gli anti euro». Chissà con quali sentimenti la coppia sovranista più bella del mondo che regge le sorti del governo italiano ha incassato le chiare parole di Moavero.

La rovinosa caduta della lira turca ha dunque ringalluzzito il partito antisovranista uscito alquanto ammaccato dalle ultime elezioni politiche; non solo, ma sembra aver conquistato alla sua causa personaggi che in precedenza avevano dato un certo credito al governo “sovranista e populista” di Salvini e Di Maio. Quando c’è di mezzo la lira, sebbene turca, gli animi di coloro che sono molto sensibili ai destini della propria pecunia (e chi non lo è, avendola?) si accendono, costringendoli sovente a riflessioni più realistiche intorno al pessimo mondo in cui ci tocca vivere. È il caso di Alessandro Sallusti, protagonista ieri di un duro attacco a quello che non ha esitato a definire «inganno sovranista».

A mio parere vale la pena di riportare qualche passo del suo articolo: «Si dice che stiamo andando verso un sistema sovranista, anzi che già abbiamo un governo sovranista. “Padroni in casa nostra”, “Prima gli italiani”, “Dell’Europa me ne frego”: sono alcuni degli slogan che hanno fatto la fortuna della Lega e dei Cinquestelle. E dire che abbiamo fatto tanto, anche delle guerre, per cacciare i sovrani e sostituire le monarchie con le repubbliche unite tra di loro attraverso istituzioni politiche ed economiche sovrannazionali. Ora qualcuno vuole tornare indietro, ne ha facoltà e per certi versi la cosa affascina anche noi. Del resto chi non vorrebbe essere “padrone a casa propria”. Ma la domanda, mi rendo conto un po’ noiosa in questo torrido agosto, che dovremmo porci è la seguente: padroni di che cosa? “Di tutto”, sarebbe la risposta più ovvia e diretta. Ma è questa una risposta ottocentesca, buona per gli allocchi in campagna elettorale. Pensateci. Ieri è successa una certa cosa in Turchia e nel giro di pochi secondi la nostra economia e le nostre finanze sono crollate. Cosa c’entriamo noi con la Turchia – che non fa neppure parte dell’Europa – piuttosto che con i dazi che Trump mette alla Cina? Apparentemente nulla, ma in realtà molto e l’essere “padroni in casa nostra” non ci ha messo al riparo da danni enormi, né mai potrà farlo. Le banche italiane sono sovrannazionali, non per l’azionariato ma perché hanno nei loro bilanci beni (azioni e titoli) sovrannazionali. Le nostre aziende più eccellenti, grandi e piccole, sono sovrannazionali perché l’ottanta per cento del loro fatturato lo fanno all’estero e uno starnuto a Mosca o a Pechino può fare loro più male, o bene, di una nuova tassa, in più o in meno, decisa a Roma. Possiamo essere noi “sovrani” di questi diabolici e ineluttabili meccanismi? Proprio no, non è possibile, neppure se Matteo Salvini e Luigi Di Maio si sgolassero a urlarlo da qui all’eternità. E ancora. Possiamo essere “sovrani” sulla rete Internet che veicola oggi in tempo reale l’80% dell’informazione, vera o falsa che sia? Possiamo esserlo sull’imporre alle donne italiane le regole della maternità quando appena fuori dai nostri confini è ammesso qualsiasi tipo di fecondazione? Possono i “sovranisti” fermare la tecnologia che tutto permette a tutti? La risposta è sempre la stessa: no. Usciamo quindi dall’inganno sovranista. La questione non è essere favorevoli o contrari, semplicemente parliamo di una cosa irrealizzabile, fuori dal tempo. Io mi accontenterei di essere sovrano a casa mia, nel senso della mia famiglia. Ma anche lì ho non pochi problemi (e Salvini penso altrettanto)» (Il Giornale).

Non c’è il minimo dubbio. Per rimanere sul solo terreno “macroeconomico”, la cosiddetta filiera internazionale del valore è così lunga e complessa da rendere oltremodo difficile, se non praticamente impossibile, stabilire la nazionalità delle merci che compriamo, e ciò vale soprattutto per le merci più complesse la cui produzione è semplicemente inconcepibile fuori della divisione internazionale del lavoro – “manuale” e “intellettuale”.

Parlare poi di “sovranità” politica ed economica a proposito di un Paese di media/piccola potenza capitalistica come l’Italia è semplicemente ridicolo, e a saperlo benissimo sono in primo luogo quei “sovranisti-populisti” che cavalcano con destrezza il disagio sociale delle classi subalterne per conquistarne il consenso politico-elettorale e sfiancarle lasciandole libere di sfogarsi sul terreno dei capri espiatori (gli immigrati, Soros, i poteri forti, Bruxelles, Berlino, ecc.) e della guerra fra miserabili.

In questo momento è soprattutto il partito di Grillo & Casaleggio a essere molto interessato a spingere il pedale del “populismo socialmente orientato” perché intende crearsi un’ampia e durevole base di consenso clientelare-elettorale a cui attingere. Più che il modello “Prima Repubblica”, la cosa evoca ai miei occhi il modello chávista, naturalmente cambiando quel che c’è da cambiare: a cominciare dal fatto che il clientelismo “bolivariano” può contare sulla rendita petrolifera, mentre quello italiano può contare sulla fiscalità generale, come sa bene lo zoccolo duro dell’elettorato leghista: «Roma ladrona, la Lega non perdona!».

Oggi sovrano assoluto delle nostre vite è solo il Capitale, e il successo delle ideologie sovraniste e identitarie si spiega proprio con il dominio planetario e sempre più capillare degli interessi economici, i quali hanno il potere di piegare alla disumana logica del profitto tutto ciò che esiste tra terra e cielo. Le stesse guerre commerciali basate su politiche protezioniste confermano la natura planetaria e totalitaria dei vigenti rapporti sociali, i quali costringono i Paesi che più degli altri subiscono i contraccolpi negativi della globalizzazione (disoccupazione, precarizzazione del lavoro, distruzione della classe media) a tentare di praticare politiche economiche “sovraniste” e “populiste”, nel tentativo di ribaltare la situazione che oggi li vede perdenti sul terreno della competizione capitalistica totale – o globale. Il cosiddetto sovranismo è l’espressione di una forte debolezza sistemica, e lo conferma anche il fatto che l’uomo forte di Ankara oggi si scaglia contro gli Stati Uniti minacciando di abbandonarli per vendersi ai potenti di turno, ai cinesi in primis. Ma anche gli odiati russi vanno bene allo scopo: «Mosca è felice di poterci vendere i sofisticatissimi sistemi d’arma russi!» Auguri!

Scriveva sempre ieri Bruno Vespa: «Saremmo ovviamente tutti felici di avere al più presto date di pensionamento più eque, reddito di cittadinanza e tasse più basse. Ma la globalizzazione toglie sovranità». Impostato così il problema, la globalizzazione appare forse come un fenomeno che ci colpisce dall’esterno, mentre il nostro Paese ne fa parte a pieno titolo, e necessariamente, e chi ne fa le spesse sono come sempre i nullatenenti, i quali sono chiamati a inchinarsi al cattivo Moloch chiamato Globalizzazione. «Noi vorremmo, ma non possiamo!». Se non si comprende che è la sovranità del Capitale, che regge le sorti di tutti i Paesi e di tutti gli individui, a rendere non solo possibile ma senz’altro inevitabile la globalizzazione sistemica (economica, scientifica, tecnologica, culturale, “antropologica”), facilmente ci si espone alla falsa alternativa venduta sul mercato delle ideologie tra globalismo e sovranismo, europeismo e nazionalismo. Due facce della stessa escrementizia medaglia.

CHI SONO E COSA VOGLIONO GLI “AMICI DEL POPOLO”?

Sempre i demagoghi seminano su un terreno già arato.
M. Horkheimer, T. W. Adorno.

Il povero biascica le parole per saziarsi di esse.
Egli attende dal loro spirito oggettivo il valido
nutrimento che la società gli rifiuta; e fa la voce
grossa, arrotondando la bocca che non ha nulla
da mordere.
T. W. Adorno.

 «Gli italiani hanno bisogno come il pane
dell’uomo che “si affaccia dal balcone”»
(I. Montanelli). O dal Blog.

Dietro all’uno vale uno di solito si nasconde il Super Uno.

1. Populismo: è la categoria politica oggi più citata – e il più delle volte abusivamente – nel dibattito politico degli ultimi dieci anni. In realtà, già con l’avvento del berlusconismo, agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso, si iniziò a scomodare quella definizione; allora però più che di “popolo” si straparlava di “società civile”, una mitica entità antropologicamente orientata al bene da contrapporre alla corrotta e incivile casta politica. E fu proprio come massimo esponente della “società civile” che scese in campo l’ex Cavaliere di Arcore, l’uomo del fare, dello spettacolo e dello sport che tanto entusiasmo suscitò in una larga fascia di elettorato popolare che gli permise di espugnare il Palazzo al primo attacco. Altro che la «gioiosa macchina da guerra» messa in piedi dal patetico Occhetto! Allora gli intellettuali sinistrorsi, che avevano pronosticato il fulmineo fallimento della «ridicola messinscena» del riccone, sostennero che mentre Berlusconi e i leghisti stuzzicavano il basso ventre della gente, ricercando un facile consenso, il polo progressista puntava invece sulla testa delle «masse popolari». Insomma, finì 2 a 0 a favore del basso ventre. La testa aspetta l’ennesima rivincita, diciamo.

In effetti, è stato solo con i “fermenti” sociali e politici generati dalla Grande Crisi iniziata negli Stati Uniti alla fine del 2007 che il “populismo” ha guadagnato le prime pagine dei giornali e si è posto stabilmente al centro del dibattito politico. Si declina il “populismo” in un’accezione positiva come, assai più spesso, in una fortemente negativa, come sinonimo di demagogia; pare poi che esista un populismo di “destra” e un populismo di “sinistra”, populismi che spesse volte finiscono per toccarsi in questioni tutt’altro che marginali, provocando la meraviglia nelle teste dei politologi più scadenti: «Ma com’è possibile? È proprio vero: le vecchie ideologie del Novecento sono morte!». Pace all’animaccia loro! Spesso uso la metafora geometrica per spiegare la cosa: gli estremi si toccano solo se insistono sullo stesso piano. Ad esempio, “estrema destra” sovranista ed “estrema sinistra” sovranista si toccano in diversi punti dell’agenda politica mondiale (come dimostra l’attrazione fatale per Putin, e in parte per Trump) semplicemente perché entrambe condividono uno stesso orizzonte sociale: quello tracciato dai rapporti sociali capitalistici. Di solito il politologo non si occupa di questo aspetto decisivo, e si concentra sulla fenomenologia “sovrastrutturale” dei processi sociali.

Naturalmente i populisti di “sinistra” si arrabbiano non poco con chi, ed è appunto il caso di chi scrive, li assimila senz’altro ai loro colleghi di “destra”. Qui entra in gioco proprio il concetto di popolo, che generalmente si tira dietro quello di nazione, a cui io contrappongo il concetto di classe, che chiama in causa il concetto di internazionalismo. Spesso, per non dire sempre, il populista, di “destra” o di “sinistra” che sia, è anche un sovranista convinto, e ciò ha appunto a che fare con il concetto di Popolo.

2. La lotta non è più tra sfruttatori e sfruttati, tra classi ricche e classi povere, ma tra alto e basso, tra chi lavora (e anche gli imprenditori onesti lavorano, forse più dei loro dipendenti!) e vampiri della finanza speculativa (la banca onesta è tutt’altra cosa!), tra élites e popolo, tra casta e gente semplice: trattasi di una gigantesca menzogna che peraltro non ha nemmeno il pregio dell’originalità.

Una variante populista della lotta di classe è una contraddizione in termini. Checché ne pensino coloro che, ad esempio sulla scia del lascito teorico di Ernesto Laclau, lavorano per una «declinazione a sinistra del populismo», la variante populista della “tradizionale” lotta di classe si esaurisce, per i dominati, in un portare acqua al mulino di questa o quella fazione della classe dominante, la quale è quanto mai divisa al proprio interno (sempre per una questione di valori… di scambio!) e si compatta solo contro il nemico interno (i proletari in lotta) e contro il nemico esterno – salvo incombenze rivoluzionarie, come dimostra il classico esempio della Comune di Parigi al tempo della guerra franco-prussiana: «Il dominio di classe non è più capace di travestirsi con una uniforme nazionale; contro il proletariato i governi nazionali sono uniti. […] I governi europei attestano così, davanti a Parigi, il carattere internazionale del dominio di classe» (1). Questo anche a proposito di sovranismo/nazionalismo.

Parlare di popolo in un’accezione rivoluzionaria nell’epoca della sottomissione totale del pianeta al Capitale non è solo politicamente ultrareazionario, è anche storicamente ridicolo. Dopo la prese del potere da parte della moderna borghesia il concetto di popolo ha assunto sempre più una precisa funzione ideologica, quella di cancellare la realtà dell’antagonismo fra le classi e dentro ogni singola classe. Supplire alla frammentazione sociale e all’impotenza politica delle classi subalterne riprendendo quel concetto, magari attualizzandolo un poco alla luce del capitalismo del XXI secolo, sarebbe, da parte degli anticapitalisti, politicamente stupido e illusorio. Di fatto chi tenta di sdoganare a “sinistra” il populismo non tradisce nulla e si limita piuttosto a rendere evidente la propria natura politicamente reazionaria, e non a caso quei tentativi arrivano soprattutto, se non esclusivamente, dalla tradizione stalinista, che in Italia ha avuto nel PCI di Togliatti (e poi anche nella galassia gruppettara che si è formata negli anni alla sua “sinistra”) la sua più significativa espressione – o variante che dir si voglia. Il carattere borghese, nell’accezione storica (e marxiana) del concetto, degli aspiranti populisti di “sinistra” è insomma, almeno per chi scrive, del tutto scontato, e da me essi non riceveranno mai l’accusa di aver tradito il “ classismo marxista”, che la soggettività politica a cui essi, più o meno apertamente e nostalgicamente, si ispirano non ha mai praticato. Il “compromesso storico” di Berlinguer arriverà buon ultimo a suggellare la natura togliattiana del PCI degli anni Settanta.

I populisti di “sinistra” polemizzano con «una sinistra che strategicamente ripropone la stessa logica della destra liberista»; il loro nemico infatti, e al netto di una fraseologia pseudo anticapitalista che può ingannare solo gli sprovveduti (e purtroppo oggi sono tanti), non è il rapporto sociale capitalistico in quanto tale, non è il Capitalismo tout court ma solo la sua variante “liberista”, o finanziario-speculativa. Ai populisti sinistrorsi piace molto il Capitalismo di Stato (che essi spesso chiamano “socialismo”, o, per essere più “trendy”, benecomunismo) e il vecchio Capitalismo “produttivo”, peraltro intimamente intrecciato con la finanza già ai tempi di Marx, per non parlare del vecchio Engels, il quale fece in tempo a osservare l’ascesa del capitale finanziario come potenza sociale dominante nelle società capitalisticamente avanzate dell’epoca. Non stupisce affatto, dunque, se anche sul terreno delle proposte di politica economica i due populismi (quello di “destra”, già ben strutturato,  e quello di “sinistra”, in lenta e stentata formazione) spesso si incrociano. Da buon opportunista politico, Grillo si limita a saltare da una parte all’altra del campo “populista”, dimostrando la sostanziale identità fra cosiddetta destra e cosiddetta sinistra. Dove mi colloco io rispetto a questi due poli, a queste facce della stessa medaglia? Né più a “destra” né più a “sinistra”, ma altrove, su un diverso e opposto terreno di classe, per usare vecchie ma ancora valide categorie politiche.

«L’acquiescenza della sinistra a questo disegno, la sua rinuncia ad opporsi, e in molti casi la sua partecipazione attiva al processo di “normalizzazione” liberista, ha fatto sì che la bandiera della rivolta contro l’establishment sia stata quasi dappertutto brandita dalle destre, che hanno imposto come ossessione dominante il tema, da ogni punto di vista secondario in termini realistici, delle politiche di immigrazione, col rigurgito di xenofobia e nazionalismo risorgente. Sono populismi, si dirà con quella punta di disprezzo delle “folle” che ormai caratterizza il linguaggio delle sinistre come delle élites. Ma in realtà avremmo bisogno di un serio populismo di sinistra, capace di parlare alle masse e di opporsi alle politiche dell’establishment» (2). E dove va a parare questo «serio populismo di sinistra»? È presto detto: «È del tutto falso e propagandistico affermare che un recupero di sovranità, assolutamente necessario, porti a nazionalismi sfrenati o addirittura a guerre. Come italiani non dovremmo certo proporci di tornare a Crispi e Mussolini, ma dovremmo guardare piuttosto a Enrico Mattei». Come volevasi dimostrare. Quelli del Manifesto negli anni Settanta non volevano morire democristiani; negli anni Ottanta non volevano morire craxiani; nel decennio successivo non volevano morire berlusconiani; oggi guardano a Enrico Mattei come a un fulgido esempio di sovranismo: qualche passo politico in avanti l’hanno pur fatto, bisogna riconoscerlo… «Si tratta di verificare, e per l’ultima volta, se esistono margini di riformabilità di questa Unione Europea, blindata da trattati che sembrano escludere ripensamenti o inversioni di rotta. Se questo non sarà possibile, e la disgregazione procederà tra stagnazione e conflitti, gioverà ricordare che il mondo è molto più grande e più vario rispetto alla prospettiva che si può osservare da Strasburgo e da Bruxelles». Dalla prospettiva che si può osservare dal “Quotidiano comunista” si vede Enrico Mattei che sfida le Sette Sorelle per affermare gli interessi strategici del Capitalismo italiano: credo che Matteo Salvini e Giorgia Meloni si affaccerebbero volentieri dalla finestra del Manifesto. Prima l’Italia! Cribbio!

3. Scrive Gennaro Sangiuliano su Tempi: «Nel delineare le ragioni del nichilismo europeo Martin Heidegger fa ricorso a due giganti russi, in particolare riprende il discorso di Dostoevskij su Pusˇkin del 1880, laddove lo scrittore cita il poeta nell’analisi del rapporto fra élite oligarchica e popolo. Pusˇkin identifica quello che chiama ceto dell’intelligencija, che “crede di stare di gran lunga al di sopra del popolo”, responsabile di aver alimentato una “società sradicata, senza terreno”, e ne censura il comportamento “svincolato dalla terra del nostro popolo”. Leggendo quel testo Dostoevskij appare come un simpatizzante del populismo, che infatti è un movimento che si palesa per la prima volta in Russia nella seconda metà del XIX secolo». Ha senso storico e politico, aiuta a farci comprendere ciò che oggi ci piace definire, forse un po’ troppo frettolosamente e acriticamente, “populismo” chiamare in causa il populismo russo del XIX secolo? Certo, la suggestione creata dal richiamo del suolo e delle radici, che è una componente essenziale del vecchio populismo basato socialmente sui contadini poveri, mantiene una certa forza, un discreto fascino, nella società “liquida”. Su una ben diversa latitudine storico-sociale, nel suo Furore (1939) John Steinbeck faceva dire ai “suoi braccianti”: «Questa terra è nostra […]. Su questa terra siamo nati, su questa terra ci siamo fatti uccidere, su questa terra siamo anche morti. […] Ecco che cosa la rende nostra: esserci nati, lavorarci, morirci». Terra, radici e sudore generato dal duro ma onesto e produttivo lavoro agricolo. Ed ecco la stoccata “populista”: «Il governo invece d’appoggiarsi su noi, su noi che lavoriamo la terra per il bene di tutti, appoggia invece il margine di profitto» (dei proprietari) (3). I braccianti gettati sul lastrico dalla depressione e dalla rivoluzione tecnologica arrivata anche nei campi («Un uomo solo, sulla trattrice, ora sostituisce dodici, quattordici famiglie») si rivolgono al governo degli Stati Uniti come fosse una paterna entità contingentemente traviata dal «mostro», ossia dal potere finanziario: «Oh, ma la banca non è una creatura che respira aria, che mangia polenta. Respira dividenti, mangia interessi». E il governo lascia fare! È sufficiente leggere i discorsi pronunciati da Franklin D. Roosevelt agli inizi della sua Presidenza per farsi un’idea della retorica populista che allora si incaricò di contenere la rabbia sovversiva dei salariati dell’industria e della campagna, nonché degli strati di media e piccola borghesia precipitati nell’inferno della nullatenenza.

La mistica nazista che riprese la parola d’ordine Blut und Boden del vecchio movimento völkisch che predicava per i tedeschi una «comunità di destino», fu il prodotto di una soggettività politica che seppe tradurre in termini propagandistici ciò che un “popolo” impoverito dalla crisi e privo dei vecchi punti di riferimento politici, istituzionali e culturali reclamava a gran voce: lavoro, sicurezza, pace sociale. Ma si trattava appunto di una mistica, di un’abborracciata ideologia che fosse in grado di captare il consenso di masse impoverite e sbandate che vivevano nel cuore del Capitalismo mondiale scosso dalla Grande Crisi. Come era accaduto nell’Italia dei primi anni Venti, si rispolverarono vecchi miti per tenere a bada la bestia rivoluzionaria che poteva distruggere la società capitalistica giunta a un livello assai alto di sviluppo. La modernità capitalistica aveva indossato vecchi costumi, ma sotto il vestito nulla era cambiato. Molti commentatori europei di orientamento democratico credettero di osservare nella Germania di Hitler un ritorno al più buio periodo medievale, ma essi si ingannavano proprio perché suggestionati dallo spettacolo mandato in scena – letteralmente – dai nazisti con grande cura per i dettagli. Il punto essenziale da cogliere era invece un altro, ossia quello che metteva in relazione l’alta razionalità tecnoscientifica conseguita dalla società occidentale (e dal Giappone) con il permanere e l’approfondirsi dell’irrazionalità più cieca. Lo sterminio industriale degli ebrei e lo sterminio di milioni di individui intrappolati nelle città, ricercato attraverso l’uso dei più sofisticati mezzi bellici, rappresentarono l’eccezione che illuminava in modo accecante la sostanza della regola – della cosiddetta “normalità”. Ma allora solo pochissimi riuscirono a mantenere gli occhi bene aperti sull’orrore. Ed eccoci ancora qui a riflettere, mutatis mutandis, sul dilagare dell’irrazionalità nella società economicamente, tecnologicamente e scientificamente più avanzata mai apparsa sulla scena storica. Sarebbe dunque il caso di interrogarsi sulla natura sociale della nostra economia, della nostra tecnologia, della nostra scienza, anziché perdere tempo prendendo in giro, ad esempio, le sciocchezze populiste e complottiste in circolazione.

4. Applicare acriticamente al presente categorie politico-ideologiche del passato non solo conduce il pensiero che vuole essere critico fuori pista, ma soprattutto non lo mette nelle condizioni di capire i caratteri specifici dell’odierno regime sociale. Anche per questo ho da sempre polemizzato con i professionisti dell’antifascismo, i quali “calano” sul presente vecchi schemi concettuali che peraltro si erano dimostrati analiticamente, oltre che politicamente, fallaci già al momento della loro elaborazione. E difatti, lungi dall’aver realizzato un cambiamento di “paradigma” politico-sociale, la Repubblica nata dalla Resistenza si è subito rivelata per quello che non poteva non essere, ossia la continuazione del dominio sociale capitalistico già difeso dal regime fascista. Mentre la militanza antifascista del nostro Paese si dava da fare con il “fascista” di turno (Cossiga, Craxi e Berlusconi, ad esempio) nel pregevole – faccio dell’ironia – sforzo di salvare la democrazia italiana eternamente in pericolo, il Capitalismo affermava ovunque nel mondo il suo carattere totalitario. La circostanza per cui la dittatura borghese di cui parlava Marx si dà, in primo luogo, come un fatto squisitamente sociale, prim’ancora che politico-istituzionale, è cosa che la gran parte dei “marxisti” ancora in circolazione in Italia non capiranno mai. Si badi bene, non a causa di un difetto di intelligenza, ma a motivo della loro collocazione politico-sociale: questi “marxisti”, infatti, difendono da “sinistra” il vigente dominio sociale, che essi intendono semplicemente migliorare, ad esempio con iniezioni di “egualitarismo”, affinché la distanza che separa i ricchi dai poveri non sia troppo grande, e cianfrusaglie ideologiche di simile conio, tutte puntualmente derise dal reale processo sociale, nonostante i continui esorcismi di Papa Francesco.

A proposito del “Papa comunista”, Francesco Borgonovo (La Verità) ha voluto cogliere una contraddizione nel dibattito, peraltro sempre più stucchevole e strumentale, in corso in Italia sul “populismo”: «Il populista dei tempi nostri è un cattivone che cova ambizioni autoritarie, un arruffapopoli che fa strame della democrazia sfruttando i bassi istinti, uno che finge di rappresentare il popolo ma fomenta il popolino. Eppure, in questo ragionamento ormai universalmente diffuso, c’è un inghippo. C’è qualcosa che non torna. Se i populisti sono così bestie e così perfidi, perché c’è un populista fatto e finito che viene celebrato a reti unificate? Di più: che viene incensato dai giornali e citato come un esempio dai politici di ogni ordine e grado? Mistero (ma nemmeno tanto). Il populista in questione è un signore di nome Jorge Mario Bergoglio, cioè papa Francesco. La sua recente visita a Milano e Monza si è rivelata un successo strepitoso, e tutti i media l’hanno descritta così. Eppure proprio quella visita ha fatto emergere il lato più decisamente populista di Francesco». Borgonovo spiega la naturale tendenza populista del Santissimo Padre con la sua origine geopolitica: «Bergoglio conosce molto bene il populismo, perché lo ha praticato e frequentato anche prima di diventare papa. Non per nulla viene dall’Argentina, la terra del peronismo. Nei richiami del pontefice alla “Madre Terra” violentata dal dio denaro si trovano tracce dell’attenzione peronista verso “el campo”, la campagna». Sul peronismo di Papa Francesco concorda anche Loris Zanatta, professore di storia dell’America latina all’università di Bologna e autore de La nazione cattolica. Chiesa e dittatura nell’Argentina di Bergoglio (Laterza, 2015): «Francesco può a tutti gli effetti essere definito un papa populista, se si usa il termine come strumento analitico e non nel senso negativo a cui siamo abituati. Il suo popolo non è però quello della tradizione illuminista, ma è il popolo della tradizione latinoamericana di cui il peronismo è stato il più tipico caso: una comunità organica, riflesso della volontà divina. Una sorta di “popolo mitico”, come lo ha definito il papa» (4). Su questa faccenda rimando a un mio vecchio post.

5. Lo stesso Papa, a sua volta, denuncia un crescente «populismo penale» che starebbe trascinando la politica penale, in Italia e nel mondo, verso una vera e propria deriva classista e razzista. Si tratta, come scrive Alberto Bazoli sul Foglio, della «produzione continua e inarrestabile di nuove fattispecie penali, spesso caratterizzate da pene draconiane e sproporzionate, che soddisfano la ricerca immediata del consenso politico, ma finiscono per ingolfare il sistema e assegnare alla risposta penale compiti che non le sono propri». Avendo io una concezione piuttosto “elastica”, o “dinamica” (o semplicemente realistica e non ideologica), del Diritto (borghese) tale “deriva panpenalistica” non mi scandalizza affatto, e conferma piuttosto ai miei occhi la tesi marxiana secondo la quale «anche il diritto del più forte è un diritto, e che il diritto del più forte continua a vivere sotto altra forma nello Stato di diritto» (Grundrisse).

In un discorso del giugno 2014 tenuto in un convegno di giuristi, egli pronunciò le chiare parole che seguono: «Negli ultimi decenni si è diffusa la convinzione che attraverso la pena pubblica si possano risolvere i più disparati problemi sociali, come se per le più diverse malattie ci venisse raccomandata la medesima medicina. […] Si è affievolita la concezione del diritto penale come ultima ratio, come ultimo ricorso alla sanzione, limitato ai fatti più gravi contro gli interessi individuali e collettivi più degni di protezione. [..]. In questo contesto, la missione dei giuristi non può essere altra che quella di limitare e contenere tali tendenze. È un compito difficile, in tempi nei quali molti giudici e operatori del sistema penale devono svolgere la loro mansione sotto la pressione dei mezzi di comunicazione di massa, di alcuni politici senza scrupoli, e delle pulsioni di vendetta che serpeggiano nella società». Sulle «pulsioni di vendetta che serpeggiano nella società» verrò tra un attimo.

Una limpida lezione di “populismo giudiziario” ci viene oggi offerta dal Pubblico Ministero di Trani Michele Ruggiero, protagonista nel processo a carico di importanti agenzie di rating «accusate di avere decretato e divulgato una serie di declassamenti e giudizi negativi nei confronti della “nostra” Repubblica Italiana nel secondo semestre del 2011 “manipolando il mercato”, così calpestando la dignità del nostro Stato sovrano». Cito dal Blog di Beppe Grillo: «Era per quella gente semplice e silenziosa, il Popolo Sovrano, che dovevo farmi coraggio, resistere ed andare avanti in quell’ardua battaglia giudiziaria. Se è vero – come qualcuno ha detto – che è impossibile vincere contro chi non si arrende mai, è altrettanto vero che in questo processo sapevo per certo che non avrei perso mai, come non avrebbe perso mai il mio Paese silenzioso, perché non ci saremmo arresi mai. A tutti i miei fratelli d’Italia, piccoli e grandi, dedico questo enorme sforzo, con l’amarezza di non avere raggiunto – per ora – l’obiettivo, ma con la serenità che mi deriva dall’intima consapevolezza di aver fatto il mio dovere, tutto e fino in fondo. Quando ci si impegna tenacemente per realizzare quello in cui si crede, si intraprende un cammino ed il risultato finale non conta più, diviene solo un trascurabile dettaglio. Siamo anelli di una catena, siamo parte di un Tutto». Il «Tutto» naturalmente allude al Popolo Sovrano, alla Nazione, alla Patria, al «Paese che avrebbe potuto non onorare i suoi debiti» ma che avrebbe dovuto trattare il processo di cui si parla come «una questione di dignità delle sue istituzioni e, prima ancora, del suo stesso popolo». Roba da mandare in estasi tutti i populisti e i manettari del Belpaese!

6. Ha senso oggi parlare di populismo come se ne poteva parlare, che ne so, un secolo fa, o mezzo secolo fa? Penso che non ne abbia molto, se non per individuare delle costanti. Ad esempio, lisciare il pelo al popolo, coccolarlo, affermare che esso ha sempre ragione (come il cliente, salvo poi mazziarlo a dovere a voto o appoggio politico incassato); che è nel Popolo che si concentrano tutte le virtù civili e morali del Paese, mentre l’odiata “casta” è simile a una sentina di vizi; che è nella “gente semplice” che risiede la sola possibilità di salvezza e di riscatto; che bisogna pensare e parlare come il popolo: queste e altre simili fandonie di stampo demagogico da sempre fanno parte del repertorio politico dei “populisti”, a iniziare da quelli attivi nell’antica Roma. Il problema non è il populista in sé, ma piuttosto la realtà sociale che produce le condizioni idonee alla sua nascita e al suo successo. Quando ascolto un “populista”, di “destra” o di “sinistra” che sia, istintivamente non mi arrabbio con lui, della cui esistenza su questo pianeta nulla mi importa, ma con la gente che lo applaude, che prende per oro colato tutte le sciocchezze e le frasi ultrareazionarie che gli escono dalla bocca. Poi, essendo un “materialista dialettico”, almeno secondo il giudizio poco obiettivo di alcuni amici, stempero quella istintiva rabbia nei confronti delle vittime del “populismo”, soprattutto se provengono dal proletariato e dai ceti sociali declassati e azzannati dal processo capitalistico di ristrutturazione, e cerco di riflettere sui meccanismi sociali che trasformano gli individui in tante pecorelle smarrite pronte a subire l’inquadramento da parte del personale politico che amministra la nostra vita. E quando parlo di personale politico intendo riferirmi a tutto lo spettro politico, e non solo ai cosiddetti “populisti”, i quali arrivano buon ultimi e cercano, del tutto legittimamente, di coprire una fetta del mercato politico-ideologico creata da una specifica domanda, esattamente come fanno i loro concorrenti di “destra” e di “sinistra” che affettano nei loro confronti una presunta – e ridicola – superiorità antropologica. La stessa miserabile “superiorità” che, come già ricordato, essi sbandierarono agli inizi degli anni Novanta nei confronti del “berlusconismo”, rubricato a sua volta come espressione di «populismo demagogico e antipolitico», come l’anticamera di un «nuovo fascismo», e sciocchezze di analogo conio.

7. Alla fine del XIX secolo in Germania venivano definiti populisti gli antisemiti, e nello stesso periodo in Francia l’antisemitismo era molto popolare. Scrivevo in un post del 2010 dedicato ai sanguinosi fatti di Rosarno: «Chi vive nei piani bassi dell’edificio sociale è più esposto al veleno del pregiudizio, perché lì la darwiniana lotta per la sopravvivenza si presenta tutti i giorni con i caratteri ultimativi della sopravvivenza fisica e morale. La famigerata “lotta tra i poveri”, della quale il Santo Padre si lamenta, non dispone gli animi ai buoni sentimenti, e chi vive giornalmente con l’angoscia di perdere anche le briciole coltiva una suscettibilità nei confronti dei pericoli, reali o semplicemente immaginari, tutt’affatto particolare. Non ci vuole un corso accelerato di sociologia o di psicoanalisi per comprendere questo meccanismo, e certo lo hanno ben compreso i dittatori e i populisti d’ogni tempo. Le classi dominanti hanno imparato a tenere caldo il risentimento dei dominati, per volgerlo al momento opportuno contro i suoi nemici, o contro il capro espiatorio di turno: l’ebreo, il negro, l’arabo, l’albanese, il rumeno, il cinese: chi sarà il capro espiatorio di domani? Mutatis mutandis, la storia si ripete sempre di nuovo, non a causa di tare antropologiche, di corsi e ricorsi vichiani o di altre più moderne e meno sofisticate cianfrusaglie concettuali, ma a ragione del fatto che le radici del male sono ancora intonse e sempre più profonde». Ebbene, chi intende approfondire seriamente la riflessione intorno a fenomeni che fin troppo sbrigativamente, per “economia di pensiero”, rubrichiamo come populismo, a mio avviso farebbe bene a concentrasi più sulla radicalità sociale del male, che sulle sue manifestazioni politiche, ideologiche, culturali, che a volte offrono allo sguardo una maschera di banale ottusità intellettuale.

Per riprendere e generalizzare quanto una volta ebbe a dire Indro Montanelli sugli italiani, eternamente affascinati dall’uomo forte (che oggi potrebbe avere il volto di un Putin o di un Trump), gli individui «hanno bisogno come il pane dell’uomo che “si affaccia dal balcone”». O dal Blog… Ma è un bisogno che si spiega benissimo a partire dai meccanismi e dalle relazioni che informano la moderna società capitalistica.

Come hanno dimostrato Adorno e Horkheimer, anche sulla scorta della psicoanalisi freudiana, il processo di massificazione degli individui, che espone questi ultimi al richiamo delle sirene “populiste”, è iniziato ben prima che in Occidente apparissero i movimenti di massa legati in mille modi alla Prima guerra mondiale, e cioè già in epoca democratico-liberale, quando lo sviluppo del Capitalismo, reso possibile anche dai successi mietuti dalla razionalità scientifica su tutti i campi di osservazione della natura (dal microcosmo al macrocosmo) (5), trasformò definitivamente il singolo individuo in un atomo incapace di padroneggiare la totalità del processo sociale, che davvero a quel punto appariva ai suoi occhi in guisa di mostruosa potenza estranea e ostile, come voleva la teoria marxiana. «Si sente spesso affermare che i moderni mezzi di comunicazione di massa – cinema, radio, televisione ecc. – offrono a chiunque ne disponga la sicura possibilità di pervenire al dominio delle masse mediante manipolazioni tecniche: ma non sono i mezzi di comunicazione di per sé il pericolo sociale». Così scrivevano Horkheimer e Adorno negli anni Cinquanta. In effetti, l’attenzione va posta appunto sulla riduzione degli individui a massa, «la quale è un prodotto sociale. […] Essa dà agli individui un illusorio senso di prossimità e unione ma proprio questa illusione presuppone l’atomizzazione, alienazione e impotenza degli individui» (6).

Non è che nell’epoca del dominio totalitario del capitale le cose per l’individuo sono cambiate in meglio, anzi! Ecco il Popolo (o «le masse», in una variante sinistrorsa del populismo) con cui abbiamo a che fare. Il populismo esalta il “popolo” come questo viene generato sempre di nuovo dalla vigente struttura sociale, e per questo esso conferma ed esprime in forma apologetica la cattivissima realtà che ci sta dinanzi. Lungi dall’essere adulato e idealizzato il “popolo” andrebbe piuttosto criticato, ossia ricondotto ai suoi reali termini sociali, cosa che ovviamente non può importare un fico secco a chi vuole mietere voti elettorali, mentre interessa moltissimo a chi intende favorire lo sviluppo di una coscienza critico-rivoluzionaria intorno alla vigenza del Dominio e alla possibilità della Liberazione.

A proposito di «democrazia diretta», c’è da dire che il “popolo” è diretto in primo luogo dalla prassi sociale informata fin nei dettagli dai rapporti sociali dominanti; esso respira a pieni polmoni l’escrementizia aria che promana da quei rapporti di dominio e di sfruttamento, ragion per cui fare affidamento sulla sua spontaneità significa consegnarsi senza combattere al nemico.

8. Ovviamente il populista non la pensa così. «Sì, penso di essere populista. Voglio fare decidere il popolo su tutti gli argomenti. […] Io non voglio essere rappresentato. Voglio essere consultato, di continuo, su ogni argomento. Auspico la democrazia diretta. La democrazia diretta significa: sono i cittadini a proporre dei progetti di legge da approvare tramite referendum. Non ci sarebbe più un Parlamento. La tesi di una presunta incompetenza dei cittadini è molto antidemocratica. Il voto del più ignorante vale quanto quello del più istruito. O siamo d’accordo su questo oppure affidiamo le decisioni agli esperti. Io preferisco la prima soluzione. Non so se dà migliori risultati, ma a quelli mi sento obbligato di aderire. Non è tanto una questione di efficacia quanto di giustizia». È questo tipo di populismo che Michel Houellebecq, «lo scrittore francese vivente più celebre nel mondo», difende in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera. Io continuo a pensare che la cosiddetta democrazia diretta non sia semplicemente la democrazia diretta da un capo, ma che, «diretta» o «delegata» che sia, quella che chiamiamo democrazia è soprattutto un regime politico-istituzionale conforme ai rapporti di classe vigenti in questa epoca storica. Guardata da questa prospettiva, la sola, credo, che consente al pensiero di osservare ciò che si muove oltre l’apparenza generata dall’ideologia dominante (un concetto, questo, che non ha nulla a che fare con la solita infantile distinzione “destra-sinistra”), l’alternativa tra «democrazia diretta», che farebbe gli interessi del “popolo” (della gente che sta in basso), e «democrazia tradizionale», che farebbe gli interessi della «casta» (dei «poteri forti», delle élites, di quelli che stanno in alto) non ha un solo grammo di consistenza, ed è buona solo per drenare consensi elettorali sul versante di chi non ha più fiducia nella cosiddetta democrazia rappresentativa. Per non parlare del fatto che spesso dietro all’«uno vale uno» si nasconde il Super Uno, l’Uno che è più uguale degli altri.

Secondo Franco Debenedetti, che cita un paper della Bridgewater, il più grande hedge fund del mondo che considera il populismo «un rischio politico a livello mondiale», questo “partito” «ormai ha il consenso del 35% degli elettori delle nazioni sviluppate, un livello che non si vedeva dagli anni 30. Ma non tutti i populismi sono uguali», aggiunge Debenedetti forse per rincuorare i suoi elettori: «c’è quello di Hitler e Mussolini, e quello di Franklin D. Roosevelt che entrambi combatté e sconfisse» (7). «Combatté e sconfisse», mi permetto di aggiungere, non per ragioni ideologiche, non per salvare il mondo dall’abisso nazifascista, come disse e scrisse la propaganda dei vincitori, ma per interessi sintetizzabili nel concetto, tutt’altro che obsoleto, di imperialismo, realtà che ovviamente accomunava tutte le nazioni del mondo che portarono al macello decine di milioni di persone, la gran parte “civili”.

Insomma, «democrazia diretta» e «democrazia delegata» sono la stessa cosa quanto a natura sociale, e sono perfettamente interscambiabili sul piano della governabilità, come i giocatori di una stessa squadra che all’occorrenza si alternano sul terreno di gioco: il giocatore stanco o infortunato viene subito sostituito dal compagno fresco e pimpante che prima sedeva in panchina e scalpitava per entrare: «Mister, mi faccia entrare, sono pronto!». Un regime finisce e un altro lo sostituisce, garantendo la continuità del Dominio sociale: niente di più fisiologico. Lo abbiamo visto in Italia proprio dopo la caduta del Fascismo. Poi, mutatis mutandis, lo abbiamo rivisto ai tempi di Tangentopoli, quando cadde la cosiddetta Prima Repubblica, evidentemente non più adeguata ad esprimere il mondo creato dalla globalizzazione capitalistica e dalla caduta del Muro di Berlino. È arrivato il momento dei nuovi salvatori della Patria? Detto en passant, sulla robusta continuità politica, ideologica e istituzionale tra fascismo e post-fascismo da ultimi offre un buon contributo analitico il saggio di Mimmo Franzinelli Il tribunale del Duce (Mondadori, 2017) (8).

Il referendum greco del 5 luglio 2015 sul famigerato Terzo Memorandum della Troika e quello britannico del 23 giugno sulla Brexit vengono presentati da molti commentatori e da non pochi leader politici come due fulgidi esempi di «democrazia diretta»; ai miei occhi essi rappresentano piuttosto due classici esempi di quella che a proposito dei due eventi ho definito scelta dell’albero a cui impiccarsi. Infatti, in entrambi i casi per le classi subalterne di quei due Paesi non solo non sarebbe cambiato sostanzialmente niente, comunque fossero andate le cose, ma in più in caso di magagne la classe dominante avrebbe sempre potuto dire all’elettorato che esso stesso ha scelto la strada da prendere, e che, nella buona come nella cattiva sorte, «siamo tutti sulla stessa barca». Certo, siamo tutti sulla barca del Capitalismo planetario, che per quanto mi riguarda andrebbe affondata senz’altro, e non portata su mari meno tempestosi, come si illudono di fare populisti e antipopulisti.

Il populista ama appellarsi al Popolo perché sa perfettamente che esso sceglierà le sue carte prendendo sempre dal mazzo preparato dal Dominio. D’altra parte, se il gioco di prestigio democratico non dovesse riuscire, basterebbe un secondo per gettare la carota e impugnare il bastone. Beninteso, sempre in vista della felicità del Popolo, o delle masse che dir si voglia.

9. Alla vigilia della Rivoluzione d’Ottobre, di cui quest’anno si celebra il centenario, Lenin disse che «ogni cuoca dovrebbe imparare a governare lo Stato»; una frase che gli verrà rinfacciata dai suoi critici alla luce di una controrivoluzione (quella che porta il nome di Stalin) che egli non poteva certo prevedere.   Comunque sia, lo Stato di cui parlava Lenin era quello partorito non dalle urne, non da una consultazione elettorale o referendaria (Volete il Capitalismo o il Socialismo?), ma da una rivoluzione sociale, era insomma, nell’esempio russo qui richiamato, lo Stato sovietico (cioè centrato sui «Soviet degli operai, dei soldati e dei contadini») chiamato ad esercitare la «dittatura rivoluzionaria del proletariato», anche definita «democrazia proletaria», in vista del superamento del Capitalismo e della dimensione classista della società mondiale. Le speranze di Lenin e della sua cuoca andranno deluse per i motivi che ho provato a spiegare, in ultimo, in due post dedicati al Grande Azzardo. Qui intendo semplicemente dire che la sola «democrazia diretta» che le classi subalterne dovrebbero rivendicare sarebbe quella che ne attesterebbe l’autonomia politica e l’irriducibile antagonismo nei confronti delle classi dominanti, e quindi nei confronti dello Stato e del vasto mondo politico-ideologico che esprime e sorregge il vigente status quo sociale. Altro che sovranismo! Altro che «lotta alla casta»! Altro che “populismo”! Classismo a tutto spiano, piuttosto. Mettere oggi la metaforica cuoca, come vorrebbe il “populista”, al posto di un politico della “casta” muterebbe forse di una sola virgola l’attuale regime sociale? La domanda è puramente retorica, e non è certo rivolta al “populista”, il quale è assorbito da ben altre incombenze: «Rottamiamo la casta! Potere al Popolo!». Ecco fatto!

(1) K. Marx, La guerra civile in Francia, pp. 140-141, Newton, 1973.
(2) G. Santomassimo, Il Manifesto, 28/06/2016
(3) J. Steinbeck, Furore, p. 66, Bompiani, 1980.
(4) Pagina 99.
(5) «In realtà il desiderio insaziabile dell’uomo di estendere il suo potere in due infiniti, il microcosmo e l’universo, non ha radici nella sua natura bensì nella struttura della società» (M Horkheimer, Eclisse della ragione, pp. 96-97, Einaudi, 2000). Su questo aspetto rimando al post Sul potere sociale della scienza e della tecnologia.
(6) M. Horkheimer, T. W. Adorno, Massa, in Lezioni di sociologia, p. 96, Einaudi, 2001.
(7) F. Debenedetti, Il populismo di Grillo e il ruolo del Pd, Istituto Bruno Leoni.
(8) Scriveva Ugo Rescigno nel 1975 (un momento di svolta nella politica repressiva condotta dallo Stato contro i nemici della politica dei sacrifici praticata dalla “strana coppia” DC-PCI): «Si coglie la essenziale continuità di tutto l’ordinamento giuridico italiano e dell’apparato statuale dal periodo fascista a quello repubblicano, per cui la Costituzione si è sovrapposta a quell’ordinamento come un cappello nuovo su un vecchio abito» (U. Rescigno, Costituzione italiana e Stato borghese, Savelli, 1977).

BENE LA TEORIA. MA LA PRASSI?

Il criticone! E la prassi?

Diverse persone che hanno la bontà di leggere i miei modesti post dicono: «Bene la teoria, ma la prassi?» Qualcuno, dopo aver formulato questa implicita critica, “tagga” su FB le foto di onesti servitori dello Stato (tipo Falcone e Borsellino) rivendicandone, legittimamente, la battaglia legalitaria. Ma “la mia teoria” che c’entra con tutto ciò?

Altri, che formulano la stessa obiezione, pubblicano post che esaltano «la teoria e la prassi» di Mao, o di Che Guevara, o di Castro. Ancora una volta: che c’entra la mia cosiddetta teoria con questa più che legittima rivendicazione teorica e politica del maoismo ecc., che ovviamente non condivido e che anzi combatto ormai da svariati decenni? Nulla di nulla.

Altri ancora concordano con la mia “teoria anticapitalistica”, salvo poi praticare il tanto modaiolo benecomunismo: «Acqua Bene Comune! Ambiente Bene Comune! General Intellect Bene Comune!» Un modo fin troppo “dialettico” di coniugare «teoria e prassi». Comunque troppo “dialettico” per le mie scarse capacità intellettuali. Insomma, siamo sicuri che si tratti, da parte mia, solo di un difetto di “prassi”? O non mi sono spiegato bene, o i miei critici non hanno compreso la mia “teoria”, ovvero essi non mi prendono sul serio. La terza ipotesi mi sembra quella più verosimile.

Ebbene, io non sono né un intellettuale (purtroppo non campo di intelletto: il mio capitale disumano è assai vile!), né una sorta di grillo parlante «critico-radicale», il quale si appaga delle altrui contraddizioni e insufficienze. Io voglio fare della mia “teoria” una prassi, e cerco, per dirla in termini teologici, persone sensibili alla mia chiamata. «Vasto programma, Isaia!» Non c’è dubbio. Ma non è anch’essa una prassi più che legittima? O mi devo necessariamente inchinare dinanzi alla potenza feticistica dei numeri? Il «salto dialettico» della quantità in qualità vige solo in natura, mentre nella società una moltitudine sterminata ma priva di coscienza non può che riprodurre la cattiva condizione sociale del Dominio.

Su questo punto Freud, Reich (Psicologia di massa del fascismo) e Adorno hanno scritto cose assai interessanti. I numeri di una piazza, per quanto ribollente e colorata, presso di me non sortiscono alcun effetto intimidatorio, perché la verità che mi interessa non sta nella quantità, né nell’esibizione estetica (bandire rosse!) o muscolare – Black Bloc e fascistoidi similari, con o senza falce e manganello. Le masse che si radunano sulla base di una convocazione politicamente reazionaria (esempio: difesa della Costituzione, lotta contro la corruzione e l’illegalità, ecc.) non hanno ragione. Il loro disagio sociale va certo indagato e spiegato, ma le sue ricadute ideologiche e politiche vanno criticate senza peli populistici sulla lingua. «Servire il popolo» è da sempre un mantra demagogico che non ha creato un solo grammo di «Coscienza di classe». D’altra parte, non devo presentarmi alle prossime scadenze elettorali…

Come altre volte ho scritto, la prassi è la continuazione della teoria con altri mezzi, e viceversa. La prassi è la forma trasformata della teoria, e viceversa. Tra l’una e l’altra non insiste un rapporto di identità, ma di inscindibile unità dialettica. Bisogna prendere molto sul serio questo fondamentale concetto, il quale, nella sua semplice essenzialità, non è solo esteticamente bello, ma è soprattutto pieno, in modo davvero esuberante, di potenzialità critiche e sociali che aspettano solo di venir scoperte ed esperite. Il mio piccolissimo contributo “teorico” – che, contro tutte le apparenze, è politico all’ennesima potenza – intende muoversi in questa direzione. Che sia un’impresa temeraria è cosa che so da sempre!

ORGIE FISCALI, DERIVE DEMAGOGICHE E OPPIO SOCIALE

Commentando su Facebook l’indignata rivolta fiscale antivaticana che impazza sul Web, mi permettevo i seguenti commenti in appoggio alle tesi sostenute da mrz nel suo articolo Le tasse della Chiesa e gli atei dispettosi su The Pensive Image:

“Peraltro non si attacca il Vaticano in quanto potente Agenzia politico-ideologica al servizio del Dominio, come ne esistono tante altre (a cominciare dalla Suprema Agenzia, lo Stato, ovviamente), ma nella sua veste di «Casta Simoniaca». Fino a che cura «i poveri e gli infermi», ossia nella misura in cui legittima e radica sempre di nuovo la sua funzione sociale ultrareazionaria, la Chiesa può anche andare bene, soprattutto considerando la sua non esigua «base progressista»; ma come soggetto economico, come impresa capitalistica, le si contesta un’inammissibile furberia fiscale. All’Indignato fiscale non passa nemmeno per l’anticamera del cervello che mentre offre al governo manovre economiche “alternative”, in quel preciso momento egli sancisce la sua impotenza politica, sociale, etica. Pensare di saperla più lunga di chi ci domina, è da sempre un’illusione esiziale.”

“D’altra parte, criticare l’Indignato Fiscale è come sparare a un cieco che crede di avere tra le mani un fucile, mentre prende la mira armato di un… mestolo. A quel punto che fai, t’incazzi? O corrobori il tuo discorso critico con puntuali, quanto inutili, dettagli tecnici? No, ti scappa da ridere. Semplicemente. E ridi a crepapelle anche quando vedi l’anticlericale alla Radicale che grida alla «casta simoniaca»: nel nome del Fisco ti espello! Che sia vera l’idea secondo la quale una risata li seppellirà? A occhio mi sembra un’ipotesi un po’ troppo ottimistica. Ma, come dice il Pastore Tedesco (Indignato, hai visto quanto oro esibisce l’abito del Supremo Mediatore: e la Patria muore di fame!), «bisogna non smettere mai di aver fede».”

Savonarola

“Mi sembra di averlo già detto: quando l’Indignato Fiscale entra nel merito della manovra economica, pensando di saperla più lunga «di quegli incompetenti e disonesti che ci governano», solo per questo egli si espone col sorriso sulle labbra a prenderlo lì dove sempre più spesso batte il sole. L’Incazzato Sociale, invece, avanza rivendicazioni d’ogni genere, senza suggerire al Padrone soluzioni di sorta. D’altra parte egli non discrimina tra Agenzie politico-ideologiche religiose e analoghe Agenzie laiche (comprese quelle «progressiste» tipo ARCI, e quelle scientifiche). Dal suo punto di vista irresponsabile e disfattista non si tratta di esigere sacrifici universali «per il Bene Comune», a partire dai «ricchi» e dagli appartenenti alla «casta» politico-religiosa, ovviamente; quanto piuttosto di mettere in discussione, sul piano teorico e politico, gli stessi concetti di Sacrificio e di Bene Comune. L’Incazzato Sociale lascia volentieri all’Indignato Fiscale la risibile illusione della manovra economica “alternativa”, magari «dal basso e anticasta». Meglio se «equosolidale» e «ecosostenibile».”

San Sebastiano, Antonello da Messina

A quanto pare a un amico marxista di FB questi commenti sono sembrati «oggettivamente» proni, non tanto – meglio: non solo – alla Casta Vaticana, quanto alla stessa ideologia religiosa. Ecco cosa mi scrive il marxista indignato: «Ma la lotta contro la religione non è parte integrante del progetto anticapitalista? Non ha forse detto Marx che la religione è l’oppio dei popoli? Come fai a non vedere che il movimento antivaticano, pur con i suoi limiti piccolo-borghesi, rappresenta un oggettivo passo in avanti in direzione di una ripresa della coscienza di classe?» In altri termini, mi si rimprovera una scarsa capacità dialettica. L’accusa è sanguinosa!

Dall’indignazione fiscale all’indignazione ideologica: la faccenda si fa interessante. Vediamo di rispondere alla dura requisitoria dell’amico.

Nella misura in cui la religione si dà come un insieme di credenze, di valori e di comportamenti che, per un verso, deprimono l’autonoma capacità di iniziativa politico-sociale delle classi subalterne, mentre per altro verso concorrono al mantenimento e al rafforzamento del Dominio sociale vigente, è ovvio che il minimo sindacale del pensiero critico va nel senso della battaglia antireligiosa. Ma, e questo è per me un punto dirimente, quella battaglia antiideologica non assume per il sottoscritto una connotazione particolare, una peculiare urgenza rispetto alla più complessiva critica dell’ideologia borghese tout court, qualsiasi ne sia la fenomenologia contingente (religiosa, laica, atea, scientifica, persino «marxista»!)

Se vuole essere davvero radicale, il pensiero critico (non so se esso corrisponda a ciò che l’amico chiama «marxismo»: di primo acchito tendo a escluderlo) non deve mai dimenticare che prima di dare corpo a un’ideologia, con tanto di Sistema dottrinario e di apparato istituzionale, il bisogno religioso è innanzitutto un bisogno sociale, la cui genesi ancora oggi va ricercata nell’intima struttura della società che sempre di nuovo promuove prassi ostili all’umano, ossia a tutto ciò che odora di umanità. Per questo Il Pastore Tedesco, nonché teologo di prima grandezza, mostra di saperla assai più lunga sulle cose del Mondo del suo critico ateo e anticlericale, il quale ancora oggi fa della religione un fatto di beata ignoranza: proprio la sua Scienza, la sua Tecnica e il suo Progresso alimentano come nessun’altra cosa il bisogno sociale dell’irrazionale, il quale appare assai più conforme a razionalizzare una prassi che trasuda disumana irrazionalità da tutti i pori del corpo sociale. Chi consiglia di tassare il Vaticano per finanziare la ricerca scientifica commette il più odioso dei peccati sull’altare dell’apologia capitalistica.

Opium

E qui veniamo al marxiano «oppio dei popoli», un concetto indegnamente volgarizzato e svilito soprattutto dagli epigoni. Leggiamo (come si dice nella Santa Messa): «La miseria religiosa è insieme l’espressione della miseria reale e la protesta contro la miseria reale. La religione è il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, così come è lo spirito di una condizione senza spirito. Essa è l’oppio del popolo» (Per la critica della filosofia del diritto di Hegel, 1843-44). Perle ai marxisti, pardon: ai porci, non c’è che dire.

La lancia critica di Marx è dunque rivolta innanzitutto contro la miseria sociale (in un’accezione tutt’altro che economicistica) che crea sempre di nuovo il bisogno di oppio, ossia di una sostanza che lenisce il dolore e che promette la Liberazione dal Male. Notate l’abisso concettuale che separa il pensiero critico-radicale dall’ateismo?

Sul piano strettamente politico, ribadisco che dare consigli al Padrone (allo Stato, al governo, alla Confindustria, ai partiti, ai sindacati, alla Chiesa), o credere di poterlo usare per colpire questa o quell’altra «Casta» («la crisi la paghino i politici, ma anche il Vaticano, ma anche i Super Ricchi, ma anche i calciatori, gli evasori, i corrotti, i…») equivale a sottoscrivere la propria impotenza politica, sociale, etica. Concordo con l’Incazzato Sociale, il quale suggerisce all’Indignato Fiscale di tenersi ben lontano dai tavoli governativi dove si entra nel merito delle cose da fare per superare la crisi: una volta assunto il punto di vista del «Bene Comune» egli corre il rischio di diventare persino più realista del re.

Los indignados

ABBOCCA SEMPRE ALL’AMO!

Benvenuti a Miserabilandia

Siccome non professo la religione antiberlusconiana, e anzi mostro di disprezzarla con tutte le forze in quanto insulsa robaccia, presso diversi miei interlocutori “progressisti” passo per un «berlusconiano», almeno «oggettivamente». E chi se ne frega! Certo, per chi ha eletto il primo ministro del Bel Paese a sentina di tutti i mali l’accusa di «berlusconismo» suona come la più sanguinosa, non potrebbe essere più infamante; ma alle mie sicule e non progressiste orecchie ha più pregnanza l’accusa di cornuto. Cornuto no!

Presi dalla loro cieca – e ridicola – ideologia, ma anche da una robusta invidia sociale, nonché da frustrazioni di vario genere, ultimamente i “progressisti” sono scivolati così in basso, da far impallidire il più retrivo dei moralisti bigotti. Al confronto, il Pastore Tedesco mi appare di gran lunga più simpatico, e almeno le sue ultrareazionarie encicliche si fanno leggere con un certo interesse. Anche quando rappresenta la quintessenza della conservazione sociale un pensiero può stimolare almeno una critica feconda, non banale. Al gossip mediatico, soprattutto se di «sinistra», preferisco dunque di gran lunga la «teologia sociale» della checca (si può dire? è politicamente corretto?) assisa al Sacro Soglio Romano. Vivaddio! Persino un intellettuale solitamente intelligente come Slavoj Žižek ha scritto che «Ahmadinejad non è l’eroe dei poveri islamici (bella scoperta!), ma un corrotto islamico-fascista populista, una specie di Berlusconi iraniano» (Ahmadinejad, Berlusconi e l’era post-democratica, da carta.org., 25 giugno 2009). Bella analogia, non c’è che dire. E bella – si fa sempre per dire – analisi: «Se il nostro cinico pragmatismo ci fa perdere la capacità di riconoscere questa dimensione liberatoria (perché c’è un potenziale di liberazione nell’islam), significa che in Occidente stiamo davvero entrando in un’era post-democratica, preparandoci al nostro Ahmadinejad. Gli italiani già conoscono il suo nome: Berlusconi. Gli altri stanno aspettando in fila». Ma con quali occhi guarda la società italiana il signor Slavoj Žižek ? Anche il teorico del politicamente scorretto ha dunque inforcato gli occhiali del progressismo internazionale? Che peccato!

In effetti, io non ce l’ho – solo o in particolar modo – col Cavaliere Nero, che peraltro trovo divertente alla stregua di un comico più o meno involontario (lascio agli italici patrioti la vergogna che a loro procurano le spassosissime gaffe del premier italiano nei consessi internazionali: son disfattista!); la mia bestia nera è la società capitalistica italiana, europea, mondiale, universale, interstellare… Insomma, è la società borghese tout court. A mio non progressista avviso, il male assoluto non è Berlusconi, né il «berlusconismo», bensì la società mondiale basata sul capitale, sul denaro, sulla merce, sul lavoro salariato – modi diversi di chiamare la stessa sostanza sociale disumana.

Mentre per i cosiddetti progressisti «l’altro mondo possibile» è un’Italia libera dal truce Cavaliere «fascista, mafioso, piduista, ladro-craxiano, corruttore e corrotto, velinista, puttaniere, volgare, pedofilo» («ma chi è senza peccato, scagli la prima pietra!»), la mia utopia è la libera comunità degli uomini in quanto uomini, l’associazione di uomini umani liberi da qualsivoglia dominio di classe. Quisquilie, mi rendo conto. Anzi, pinzillacchere. Vuoi mettere l’odio contro il nano e calvo Berlusconi! Si sa, i “progressisti” sono indigenti e stitici persino quando odiano e quando amano, come aveva fatto in tempo a capire il buon Giorgio Gaber – Ombretta Colli lo aveva capito assai prima di lui. A furia di odiare un nano, sono diventati nani anche costoro. Altro che Brunetta! Ma in realtà nani lo sono sempre stati; diciamo allora che al peggio non c’è davvero limite.

E poi, via, la «rivoluzione sociale» non è mica dietro l’angolo, e qualche soddisfazioncella su questa Terra ce la dobbiamo pure prendere! In attesa del Paradiso in Terra, bisogna cercare di strappare «al sistema» almeno il minor male possibile, magari come momento tattico in vista di più «avanzati equilibri sociali». Altro che «punto di vista umano»! Negli anni Venti del secolo scorso molti comunisti e socialisti, stanchi di «attese messianiche» e desiderosi di pigliarsela subito e rudemente con qualche «potente» (un sindacalista, un «borghese», un intellettuale, un ebreo) si intrupparono nella «Rivoluzione Fascista»: accecati da un cieco «odio di classe» essi scaricarono la loro tensione ideale, politica e psicologica in un movimento politico che prometteva molte soddisfazioncelle a chi voleva «rompere col vecchiume». Per questo, ancor prima di armare le mani, bisogna armare le teste di coloro che avvertono un certo «disagio sociale», affinché essi non vengano bruciati nella lotta tra opposte fazioni borghesi (nazionali e internazionali). Un governo Bertinotti, o Bersani, o Fini – questo nuovo campione del progressismo italiota – sarebbe dunque un «male minore»? Bisogna davvero essere “progressisti” per pensarla in questa indigente maniera. L’ideologia del male minore, o del meglio possibile, non riesce a celare la cattiva condizione umana che la riproduce sempre di nuovo alla stregua di un nuovo oppio dei popoli. Io che non sono un progressista, e che mi sforzo di guardare la società dalla prospettiva che coglie la possibilità della liberazione nell’attualità del dominio, vedo tutti i competitori politici in campo agitarsi su un solo, comune terreno: la società basata sullo sfruttamento scientifico degli uomini e della natura. Da questa – bizzarra? – prospettiva il mondo di chi fischia e di chi applaude l’Ahmadinejad di Arcore appare come una Miserabilandia.

Ma allora, qual è il significato non banale – cioè non “progressista” – della «guerra civile virtuale» che ormai dalla “mitica” (e naturalmente per molti famigerata) «discesa in campo» del capitalista di Arcore non sembra poter conoscere alcuna tregua, nonostante il lavoro di pontieri, pompieri e colombe di diversa collocazione politico-istituzionale? Veramente si confrontano, come ci sentiamo ripetere tutti i santi giorni dai massmedia e dai militanti delle opposte miserie, il «partito della democrazia e della legalità» e il «partito del populismo e dell’illegalità»? Naturalmente no, al netto del fatto che entrambi i partiti, dal punto di vista umano, sono quanto di più reazionario e rivoltante si possa trovare nel peraltro vomitevole panorama politico internazionale. Scrive Piero Ostellino:

«La politica, parafrasando Marx, sta implodendo sotto il peso delle contraddizioni capitalistiche: fra grandi interessi economici in conflitto – non secondariamente per il controllo delle telecomunicazioni che riguardano anche Rai e Telecom – cui fanno da cornice, sul piano parlamentare, il confronto fra il “partito del rigore” e il “partito della spesa pubblica” e, su quello sociale, fra il “Paese produttivo” e il “Paese parassitario”. È in corso una guerra per la redistribuzione del potere fra capitalismi, sulla quale si è innestato un confronto politico-sociale per la redistribuzione delle risorse pubbliche. Sotto il profilo sociologico, si potrebbe dire che ci troviamo di fronte all’accelerazione del processo di modernizzazione del Paese. Nella guerra fra capitalismi e nel confronto sulla spesa pubblica, la parte più impegnata politicamente della magistratura – la sola isola ideologica rimasta – rischia di recitare il ruolo della mosca cocchiera e la politica di finire in una posizione di totale subalternità» (Il Corriere della Sera, 30 novembre 2009).

La contesa borghese intorno al potere economico e politico: ecco a quale guerra stanno partecipando le opposte tifoserie politiche; alcuni sono ben consapevoli della posta in palio, altri sono animati da chissà quali illusioni, tutti comunque sono invitati a recitare il tristo e impotente ruolo di massa di manovra al servizio delle classi dominanti di questo Paese. Il buon Ostellino, da onesto e liberale cittadino qual è, teme «le conseguenze devastanti per la nostra stessa democrazia» della guerra politica, sociale, mediatica e giudiziaria; io, che non aspiro certo al rango di difensore della democrazia e della legalità, temo piuttosto il perdurare della situazione sociale che devasta giorno dopo giorno l’esistenza degli strati sociali subalterni e di tutti gli individui umanamente sensibili di Miserabilandia.


Slavoj Žižek

Slavoj Žižek – Ahmadinejad, Berlusconi e l’era post-democratica

Quando un regime autoritario approda alla crisi finale, di solito la sua dissoluzione segue due passi. Prima del collasso, si verifica una misteriosa rottura: tutto all’improvviso le persone sanno che il gioco è finito, e semplicemente non hanno più paura. Non solo il regime perde la sua legittimità, il suo potere stesso viene percepito come un’impotente reazione di panico. Tutti conosciamo le classiche scene dei cartoni animati: il gatto raggiunge il precipizio ma continua a camminare, ignorando il fatto che non ha la terra sotto i piedi; comincia a cadere solo quando guarda in basso e si accorge dell’abisso. Quando perde la sua autorità, il regime è come un gatto sul precipizio: sta per cadere, e ha solo bisogno che gli si ricordi di guardare in basso.

In «Shah in Shah», un classico racconto della rivoluzione di Khomeini di Ryszard Kapuscinski, si colloca il preciso momento di questa rottura: a un incrocio di Tehran, un manifestante si rifiuta di spostarsi quando un poliziotto gli ordina di muoversi, e il poliziotto imbarazzato si limita a voltarsi di spalle; in un paio d’ore, tutta Tehran seppe dell’accaduto, e sebbene ci fossero scontri in strada che continuavano da settimane, ognuno seppe che la partita era finita. Sta accadendo adesso qualcosa di simile?

Ci sono molte versioni sui fatti di Tehran. Alcuni vedono nelle proteste il culmine del «movimento riformista» a favore dell’Occidente, sulla scia delle «rivoluzioni arancioni» di Ucraina, Georgia, eccetera – una reazione secolare alla rivoluzione di Khomeini. Costoro supportano le proteste come il primo passo verso un nuovo Iran liberaldemocratico, liberato dal fondamentalismo musulmano. Sono contraddetti dagli scettici che pensano che davvero Ahmadinejad ha vinto davvero: lui è la voce della maggioranza, mentre il supporto a Mousavi arriva dal ceto medio e dalla sua gioventù dorata. In breve: scacciamo le illusioni e affrontiamo il fatto che, con Ahmadinejad, l’Iran ha il presidente che merita. Ci sono poi quelli che liquidano Mousavi come un membro dell’establishment religioso, con differenze solo apparenti con Ahmadinejad: Mousavi vuole proseguire col programma energetico nucleare, è contrario al riconoscimento di Israele, in più ha ricevuto il pieno appoggio di Khomeini come primo ministro ai tempi della guerra contro l’Iraq.

Infine, i più tristi di tutti sono quelli che supportano Ahmadinejad da sinistra: la vera posta in palio sarebbe per loro l’indipendenza dell’Iran. Ahmadinejad ha vinto perché ha combattuto per l’indipendenza del paese, smascherato la corruzione delle élite, e utilizzato le ricchezze petrolifere per incrementare il reddito della maggioranza dei poveri – questo è il vero Ahmadinejad, ci dicono, oltre l’immagine dei media occidentali di un fanatico negazionista dell’Olocausto. Seguendo questo punto di vista, ciò che sta davvero accadendo in Iran è una replica dell’abbattimento di Mossadegh del 1953: un golpe finanziato dall’Occidente contro un presidente legittimo. Questa lettura non solo ignora i fatti: l’alta affluenza alle urne – dal 55 per cento all’88 per cento – si spiega solo con il voto di protesta. Ma mostra anche la cecità nei confronti di una genuina dimostrazione della volontà popolare, assumendo con condiscendenza che per gli arretrati iraniani, Ahmadinejad va benissimo, non sono sufficientemente maturi per avere una sinistra secolare.

Per quanto opposte, tutte queste interpretazioni leggono le proteste iraniane come scontro tra integralisti islamici e riformisti liberali pro-Occidente, che è il motivo per cui hanno difficoltà a collocare Mousavi: si tratta di un riformista spalleggiato dall’Occidente che chiede libertà personali ed economia di mercato o un membro delle gerarchie religiose la cui eventuale vittoria non influenzerebbe seriamente la natura del regime? Queste oscillazioni così estreme mostrano che nessuna delle letture di cui sopra ha capito la vera natura della protesta.

Il colore verde adottato dai sostenitori di Mousavi, le grida «Allah akbar!» che rimbombano dai tetti di Tehran al calare della sera, indicano nitidamente che questi si vedono in continuità con la rivoluzione di Khomeini del 1979, come ritorno alle sue origini, cancellazione della corruzione che ne è seguita. Questo ritorno alle radici non è solo nelle rivendicazioni; riguarda piuttosto il modo in cui la folla agisce: l’enfatica unione della gente, la loro solidarietà onnicomprensiva, l’auto-organizzazione creativa, l’improvvisazione nei modi di articolare la protesta, l’accoppiata unica di spontaneità e disciplina, come la minacciosa marcia di migliaia di persone in completo silenzio. Stiamo avendo a che fare con una sollevazione popolare genuina da parte dei delusi dalla rivoluzione di Khomeini.

Dobbiamo trarre un paio di conseguenze cruciali da questo quadro. Innanzitutto, Ahmadinejad non è l’eroe dei poveri islamici, ma un corrotto islamico-fascista populista, una specie di Berlusconi iraniano la cui mescolanza di pose da clown e spietata gestione del potere sta causando disagio persino presso la maggioranza degli ayatollah. La distribuzione demagogica di briciole ai poveri non ci deve ingannare: dietro di lui non ci sono solo gli organi di polizia e un apparato di public relations molto occidentale, ci sono anche i nuovi ricchi, il risultato della corruzione di regime [la Guardia rivoluzionaria iraniana non è una milizia operaia, ma una mega-coroporation, il più forte centro di potere del paese].

Inoltre, bisogna tracciare una differenza tra i due candidati principali opposti ad Ahmadinejad, Mehdi Karroubi e Mousavi. Karroubi è effettivamente un riformista, fondamentalmente propone la versione iraniana della politica identitaria e promette favori a tutti i gruppi particolaristi. Mousavi è completamente diverso: si batte in nome della resurrezione del sogno popolare che ha sostenuto la rivoluzione di Khomeini. Anche se questo sogno era un’utopia, bisognerebbe riconoscere in esso l’utopia della rivoluzione. Significa che la rivoluzione del 1979 non può essere ridotta a un’insurrezione integralista, si trattava di molto di più.

È il momento di ricordare l’incredibile effervescenza dei primi anni dopo la rivoluzione, con l’esplosione mozzafiato di creatività sociale e politica. Il solo fatto che questa esplosione è stata soffocata dimostra che la rivoluzione era un autentico evento politico, una momentanea apertura che ha scatenato una forza di trasformazione sociale inaudita, un momento in cui «ogni cosa sembrava possibile». Quello che seguì è stata una chiusura graduale tramite la presa del potere dell’establishment islamico. Per metterla in termini freudiani, le proteste di questi giorni sono il «ritorno del rimosso» della rivoluzione khomeinista.

E, last but not least, ciò significa che c’è un potenziale di liberazione nell’Islam, per trovare un «Islam buono» non c’è bisogno di tornare all’anno Mille, ce l’abbiamo giusto qui, davanti a noi.

Il futuro è incerto, con ogni probabilità chi starà al potere conterrà l’esplosione popolare, e il gatto non cadrà nel precipizio ma riguadagnerà la terra ferma. Comunque, non sarà più lo stesso regime, ma un governo autoritario e corrotto tra gli altri. Qualunque sia l’esito, è di vitale importanza che teniamo a mente di aver assistito a un grande evento emancipatorio che non rientra nello schema della lotta tra liberali pro-Occidente e fondamentalisti anti-Occidente. Se il nostro cinico pragmatismo ci fa perdere la capacità di riconoscere questa dimensione liberatoria, significa che in Occidente stiamo davvero entrando in un’era post-democratica, preparandoci al nostro Ahmadinejad. Gli italiani già conoscono il suo nome: Berlusconi. Gli altri stanno aspettando in fila.