SIAMO MERCE E NON VOGLIAMO PIÙ ESSERLO! Un contributo alla Manifestazione del 15 Ottobre 2011

«Il 15 ottobre sarà una data importante che forse scriverà una pagina nei libri di storia. Per la prima volta il mondo intero si mobiliterà in ogni grande piazza di ogni nazione per pretendere un cambiamento radicale dell’attuale sistema economico, politico e sociale, basato sullo sfruttamento dell’individuo e delle risorse» (Non siamo merce di politici e banchieri!, da Rete dei cittadini, 13 ottobre 2011).

Benissimo: sarò anch’io della partita! Poi, però, continuo la lettura e l’entusiasmo un poco scema: «Un sistema che annienta popoli interi in nome del profitto di pochi potenti: la finanza speculatrice, le banche, le multinazionali, i governanti corrotti, unite da tempo in un meccanismo di arricchimento sulle spalle di persone oneste che non vedono più nel loro futuro un lavoro stabile, un’istruzione adeguata, una sanità pubblica funzionante, la possibilità di una casa propria, di una famiglia, una pensione sicura, in poche parole di UNA VITA DEGNA DI ESSERE VISSUTA».

Non riesco a capire se si rivendica una società umana, ossia libera dal rapporto di dominio e di sfruttamento capitale-lavoro (il lavoro salariato che compare nella Sacra Costituzione Italiana all’Art. 1, per intenderci), ovvero un capitalismo «dal volto umano», ossia una società basata sul «duro, gratificante ed eticamente corretto» lavoro svolto nella sfera della cosiddetta «economia reale», e sul cosiddetto Stato Sociale. Insomma, si ha nostalgia per qualche forma di economia capitalistica fortemente penetrata dallo sguardo Paterno del Leviatano, pardon: dello Stato?

Se così fosse, la rivendicazione di un mondo a misura d’uomo suona un tantino contraddittoria. Anche alla luce dell’incontestabile fatto storico per cui la tanto stigmatizzata finanziarizzazione dell’economia ha la sua possente e inestirpabile (salvo rivoluzione sociale, beninteso!) radice nella «buona e onesta economia reale».
Per questo fare delle Banche e della finanza speculativa le sole responsabili, sul versante economico, della crisi, nonché della riduzione degli individui a mera merce (perché oggi siamo merce, siamo «capitale umano» che produce e consuma merce), per un verso significa esporsi alle manovre dei settori capitalistici che oggi hanno interesse a fare della Finanza il capo espiatorio verso cui orientare il malessere e l’indignazione della gente; e per altro verso attesta l’esistenza di un pensiero feticistico, il quale non comprende che il denaro e la merce non sono oggetti demoniaci, ma espressioni di peculiari rapporti sociali. Per mutuare il noto detto popolare, il pesce puzza alla radice.

Ecco, modestamente io suggerisco di organizzare l’indignazione su questa base teorica e politica. Solo così, infatti, la riflessione intorno alle forme politiche della lotta anticapitalistica e dell’organizzazione sociale nel suo complesso assume una dimensione davvero radicale, tale da inorridire i politici, gli intellettuali, gli artisti e i Miliardari che oggi giocano alla «Rivoluzione dell’Indignazione».

VITE PRECARIE

Società di massa, 2011

Leggo su un post dedicato al precariato: «Il precariato non è un evento spontaneo (non esistono eventi spontanei, nella società), ma il risultato di una serie di politiche socio-economiche» (dal Blog precariementi). Per chiarire il concetto, l’autore del post cita The precariat: The New Dangerous Class di Guy Standing. «Negli anni Settanta, un gruppo di economisti orientati ideologicamente si è impossessato delle orecchie e delle menti dei politici. L’asse portante del loro modello “neo-liberista” era che la crescita e lo sviluppo dovessero dipendere dalla competitività del mercato: pur di massimizzare competizione e competitività, e di permettere ai principi del mercato di permeare ogni aspetto della vita, qualsiasi azione doveva essere intrapresa».

Insomma, per Standing il precariato non si sviluppa, in primo luogo e fondamentalmente, come una necessità avvertita dal processo di accumulazione capitalistica giunto a un altissimo grado di “maturazione” (e quindi travagliato da molte e “problematiche” contraddizioni), ma si dà storicamente innanzitutto come decisione politico-ideologica. La stessa data di fondazione del precariato contraddice però l’assunto di Standing: proprio negli anni Settanta del secolo scorso, infatti, il capitalismo occidentale entrò in una crisi strutturale che obbligò la politica a promuovere un vasto programma di «riforme strutturali» tese a ridurre al minimo la spesa pubblica improduttiva, a finanziare la ricerca tecnologico-scientifica e a rendere più produttiva, disciplinata e flessibile la forza lavoro.

Si dirà: «ma allora, i cinici teorici del liberismo selvaggio hanno ragione?» Dal punto di vista di questa società la verità sta tutta dalla loro parte, ed è per questo che consiglio a chi intende sviluppare una prassi anticapitalistica a stare alla larga da «manovre finanziarie alternative» e da improbabili «contropoteri finanziari»: se si accetta il confronto di merito sul «Bene Comune» le classi dominate hanno tutto da perdere e niente da guadagnare. Cinica e selvaggia è la società basata sullo sfruttamento del lavoro umano (vedi Art. 1 della Costituzione italiana). «Il successo dell’agenda “neo-liberista”, abbracciata in misura variabile da governi di ogni colore, ha creato un mostro politico incombente. Bisogna agire prima che questo mostro prenda vita». Consiglio ai progressisti di prendere molto sul serio l’agenda del Capitale in quanto potenza sociale basata su un peculiare rapporto sociale. Il Mostro famelico di uomini e cose è da un pezzo fra noi.

Negli Stati Uniti e in Inghilterra, i due paesi occidentali più coinvolti nella crisi sistemica di quegli anni, questa imperiosa necessità dell’accumulazione capitalistica prese la forma della «rivoluzione liberista» (che diventa «controrivoluzione» nella prospettiva dei progressisti) promossa da Reagan e dalla Thatcher.
Il nostro Paese, nonostante il cosiddetto «decisionismo craxiano», fu quello che più debolmente e contraddittoriamente si avviò negli anni Ottanta sulla strada delle «riforme strutturali», e difatti oggi il Sistema Italia appare appesantito da una struttura economico-sociale (politica e istituzioni comprese, naturalmente) davvero obsoleta, soprattutto in rapporto ai suoi competitors di analoga grandezza. La presenza di un forte cattostatalismo (DC-PCI) testimoniava il groviglio di interessi parassitari che si era formato intorno al processo di distribuzione della ricchezza sociale nel Bel Paese.

Non a caso rifondatori dello statalismo come Bertinotti scrivono oggi libri apologetici del tempo in cui il capitalismo di Stato (con annessi sindacati e partiti di massa) italiano gareggiava con il «socialismo reale» dell’Unione Sovietica. «Formidabili quegli anni!» Certo, ma per chi? Sicuramente per gli statalisti che amavano sventolare bandiere rosse e bandiere bianche.

L’ingresso di Cina, India, Brasile, ecc. sulla scena della competizione capitalistica globale ha radicalizzato processi economici, sociali e politici già in corso in Occidente e in Giappone da lunga data. Ciò che ieri si dava come esigenza, oggi si dà come imperativo categorico. La precarizzazione del lavoro in Occidente si inscrive per intero dentro questo quadro.

Scrive Standing: «Un aspetto centrale della globalizzazione può essere riassunto in un’angosciante dinamica, ‘la mercificazione’. Questa dinamica implica che ogni cosa venga trattata come una merce, che può essere comprata e venduta, soggetta alle leggi del mercato, con prezzi stabiliti dalla domanda e dall’offerta, priva di un’effettiva capacità di ‘intervento’ (una capacità di resistenza). La mercificazione si è estesa a ogni aspetto dell’esistenza – la famiglia, il sistema educativo, l’impresa, le istituzioni del lavoro, la politica di protezione sociale, la disoccupazione, la disabilità, le comunità occupazionali e la politica».

Tutto giusto. Solo che Standing ne parla come se si trattasse di fatti nuovi, accaduti negli ultimi trent’anni. La mercificazione dell’intero spazio esistenziale è immanente alla natura del capitalismo già nella sua fase genetica. L’altro ieri ho letto un residuo referendario sotto forma di manifesto incollata a un muro: «L’acqua non può essere mercificata». L’acqua no, la capacità lavorativa e l’esistenza degli individui invece sì! Signori, l’ideologia gioca brutti scherzi.

La stessa esternalizzazione delle funzioni lavorative non direttamente produttive di plusvalore dal processo industriale, che tanta parte ha avuto ed ha nella precarizzazione di molte figure professionali, è una tendenza radicata nel processo di accumulazione capitalistica, il quale, detto di passaggio, influenza pesantemente anche la struttura del Welfare.

La vitale – per la società nella quale abbiamo la ventura di vivere – ricerca del profitto è da sempre il motore del processo economico considerato nella sua totalità (senza le ridicole distinzioni etiche tra un’economia cosiddetta «reale» e un’altra finanziaria e «speculativa»), e il processo di mercificazione e di precarizzazione dell’intera esistenza degli individui non rappresenta una diabolica deviazione della nostra società decisa dietro le quinte da «economisti orientati ideologicamente». Il fatto è che il processo sociale ci movimenta come sterile terra, e il polverone che si alza tutto intorno ci copre e ci acceca. Nel capitalismo la vita è precaria per definizione.

La precarizzazione della vita che sperimentiamo oggi è solo un ulteriore passo nella disumanizzazione inscritta nella natura del capitalismo d’ogni tempo, del capitalismo tout court. Rendere il più possibile produttiva, flessibile, disciplinata e poco costosa la «risorsa umana» per il Capitale non è un optional, è un imperativo categorico.Senza una visione chiara della reale natura sociale della precarizzazione del lavoro e della vita corriamo il rischio di idealizzare capitalismi «meno disumani» e di rimanere oggetti delle lotte intercapitalistiche.