FUGGO DAI CERVELLI IN LOTTA!

Tra le tante “piattaforme rivendicative” che mi è toccato in sorte leggere nel corso degli ultimi decenni, quella stilata dai «lavoratori della conoscenza» è senz’altro la più intrisa di luogocomunismo, e la più insulsa, sotto ogni rispetto. Naturalmente non metto in questione le rivendicazioni sindacali dei precari – ci mancherebbe! –, quanto piuttosto la “visione del mondo” che informa gli estensori dell’appello contro il precariato.

Già il titolo è, come si dice, tutto un programma: Se chi ci governa non sa immaginare il futuro, proveremo a farlo noi. Che incapaci, questi governanti! Adesso glielo spieghiamo noi come si fa a superare la crisi e a rilanciare l’accumulazione capitalistica. Perché uscire dalla crisi significa, checché ne pensino i benecomunisti, dare ossigeno (leggi profitti) all’economia basata sullo sfruttamento intensivo, intelligente, scientifico di uomini e cose. Ecco, detto di passata, il significato del General Intellect magnificato dai teorici del «capitalismo della conoscenza»:

«Siamo cervelli in lotta, non in fuga … Ogni giorno produciamo beni comuni intangibili e necessari: intelligenza, relazioni, benessere sociale».

Ma si può essere così immersi nella dimensione della reificazione e del feticismo, da testimoniare intorno alla mercificazione universale del mondo col sorriso sulle labbra? La catena di montaggio «intangibile» non è meno alienante e disumana di quella “tangibile”, e il valore di scambio appiccicato all’«intelligenza» o al «benessere sociale», ovvero a qualche altro prodotto sfornato dall’industria dei «beni comuni» non è più “etico” di quello esibito dal petrolio, da un lanciarazzi o da qualche altro prodotto dell’industria pesante rigorosamente ostile alle regole dell’«ecosostenibile». In compenso, il primo tipo di «bene o servizio» è senz’altro oberato da un plusvalore di ideologia.

«Questo è il momento di promuovere, oltre i confini delle singole categorie, la consapevolezza di un obiettivo comune: creare il diritto effettivo e universale di cittadinanza e un dovere di solidarietà sociale».

Diritto effettivo di cittadinanza, reddito di cittadinanza: quanto piace la cittadinanza al «cervello in lotta»! Ma come si declina questa «cittadinanza» in una società che, appunto, conosce solo cittadini, ossia lavoratori, imprenditori, consumatori ecc., ma non uomini? Che dire, poi, della cosiddetta «solidarietà sociale» garantita per legge? D’altra parte, il riferimento all’art. 36 della Costituzione, quella che sancisce per tutti «un’esistenza libera e dignitosa», ossia miserabile sotto ogni punto di vista, la dice lunga sulle illusioni che quel cervello «non in fuga ma in lotta» coltiva intorno alla vigente società capitalistica.

La citazione che segue ne è la plastica dimostrazione:

«Ciò impone scelte coraggiose nelle politiche economiche, sociali e culturali, improntate alla democrazia e alla trasparenza, al rispetto della vita e della dignità di tutti i cittadini e di tutte le persone che vivono e lavorano nel nostro Paese. Richiede una visione generale della società, una visione di cui avvertiamo drammaticamente l’assenza».

Di nuovo, che cosa si deve intendere per «dignità», per «democrazia», per «trasparenza»? Segno che si dà per scontato ciò che scontato non è affatto. Salvo che non si militi nello stesso partito o nello stesso “popolo”: di sinistra? Di certo la «visione» che offrono i «cervelli in lotta» non mi entusiasma, diciamo così…

«Oggi è in gioco molto più di una legge [quella sul mercato del lavoro]: si tratta – è impossibile non vederlo – del futuro del nostro Paese e della nostra civiltà».

C’è dunque, per i cervelli alternativi, un Paese e una civiltà da mettere al riparo dagli assalti del finanzcapitalismo? Naturalmente: il Paese e la Civiltà basati sulla Sacra Carta Costituzionale. Auguri!

VITE PRECARIE

Società di massa, 2011

Leggo su un post dedicato al precariato: «Il precariato non è un evento spontaneo (non esistono eventi spontanei, nella società), ma il risultato di una serie di politiche socio-economiche» (dal Blog precariementi). Per chiarire il concetto, l’autore del post cita The precariat: The New Dangerous Class di Guy Standing. «Negli anni Settanta, un gruppo di economisti orientati ideologicamente si è impossessato delle orecchie e delle menti dei politici. L’asse portante del loro modello “neo-liberista” era che la crescita e lo sviluppo dovessero dipendere dalla competitività del mercato: pur di massimizzare competizione e competitività, e di permettere ai principi del mercato di permeare ogni aspetto della vita, qualsiasi azione doveva essere intrapresa».

Insomma, per Standing il precariato non si sviluppa, in primo luogo e fondamentalmente, come una necessità avvertita dal processo di accumulazione capitalistica giunto a un altissimo grado di “maturazione” (e quindi travagliato da molte e “problematiche” contraddizioni), ma si dà storicamente innanzitutto come decisione politico-ideologica. La stessa data di fondazione del precariato contraddice però l’assunto di Standing: proprio negli anni Settanta del secolo scorso, infatti, il capitalismo occidentale entrò in una crisi strutturale che obbligò la politica a promuovere un vasto programma di «riforme strutturali» tese a ridurre al minimo la spesa pubblica improduttiva, a finanziare la ricerca tecnologico-scientifica e a rendere più produttiva, disciplinata e flessibile la forza lavoro.

Si dirà: «ma allora, i cinici teorici del liberismo selvaggio hanno ragione?» Dal punto di vista di questa società la verità sta tutta dalla loro parte, ed è per questo che consiglio a chi intende sviluppare una prassi anticapitalistica a stare alla larga da «manovre finanziarie alternative» e da improbabili «contropoteri finanziari»: se si accetta il confronto di merito sul «Bene Comune» le classi dominate hanno tutto da perdere e niente da guadagnare. Cinica e selvaggia è la società basata sullo sfruttamento del lavoro umano (vedi Art. 1 della Costituzione italiana). «Il successo dell’agenda “neo-liberista”, abbracciata in misura variabile da governi di ogni colore, ha creato un mostro politico incombente. Bisogna agire prima che questo mostro prenda vita». Consiglio ai progressisti di prendere molto sul serio l’agenda del Capitale in quanto potenza sociale basata su un peculiare rapporto sociale. Il Mostro famelico di uomini e cose è da un pezzo fra noi.

Negli Stati Uniti e in Inghilterra, i due paesi occidentali più coinvolti nella crisi sistemica di quegli anni, questa imperiosa necessità dell’accumulazione capitalistica prese la forma della «rivoluzione liberista» (che diventa «controrivoluzione» nella prospettiva dei progressisti) promossa da Reagan e dalla Thatcher.
Il nostro Paese, nonostante il cosiddetto «decisionismo craxiano», fu quello che più debolmente e contraddittoriamente si avviò negli anni Ottanta sulla strada delle «riforme strutturali», e difatti oggi il Sistema Italia appare appesantito da una struttura economico-sociale (politica e istituzioni comprese, naturalmente) davvero obsoleta, soprattutto in rapporto ai suoi competitors di analoga grandezza. La presenza di un forte cattostatalismo (DC-PCI) testimoniava il groviglio di interessi parassitari che si era formato intorno al processo di distribuzione della ricchezza sociale nel Bel Paese.

Non a caso rifondatori dello statalismo come Bertinotti scrivono oggi libri apologetici del tempo in cui il capitalismo di Stato (con annessi sindacati e partiti di massa) italiano gareggiava con il «socialismo reale» dell’Unione Sovietica. «Formidabili quegli anni!» Certo, ma per chi? Sicuramente per gli statalisti che amavano sventolare bandiere rosse e bandiere bianche.

L’ingresso di Cina, India, Brasile, ecc. sulla scena della competizione capitalistica globale ha radicalizzato processi economici, sociali e politici già in corso in Occidente e in Giappone da lunga data. Ciò che ieri si dava come esigenza, oggi si dà come imperativo categorico. La precarizzazione del lavoro in Occidente si inscrive per intero dentro questo quadro.

Scrive Standing: «Un aspetto centrale della globalizzazione può essere riassunto in un’angosciante dinamica, ‘la mercificazione’. Questa dinamica implica che ogni cosa venga trattata come una merce, che può essere comprata e venduta, soggetta alle leggi del mercato, con prezzi stabiliti dalla domanda e dall’offerta, priva di un’effettiva capacità di ‘intervento’ (una capacità di resistenza). La mercificazione si è estesa a ogni aspetto dell’esistenza – la famiglia, il sistema educativo, l’impresa, le istituzioni del lavoro, la politica di protezione sociale, la disoccupazione, la disabilità, le comunità occupazionali e la politica».

Tutto giusto. Solo che Standing ne parla come se si trattasse di fatti nuovi, accaduti negli ultimi trent’anni. La mercificazione dell’intero spazio esistenziale è immanente alla natura del capitalismo già nella sua fase genetica. L’altro ieri ho letto un residuo referendario sotto forma di manifesto incollata a un muro: «L’acqua non può essere mercificata». L’acqua no, la capacità lavorativa e l’esistenza degli individui invece sì! Signori, l’ideologia gioca brutti scherzi.

La stessa esternalizzazione delle funzioni lavorative non direttamente produttive di plusvalore dal processo industriale, che tanta parte ha avuto ed ha nella precarizzazione di molte figure professionali, è una tendenza radicata nel processo di accumulazione capitalistica, il quale, detto di passaggio, influenza pesantemente anche la struttura del Welfare.

La vitale – per la società nella quale abbiamo la ventura di vivere – ricerca del profitto è da sempre il motore del processo economico considerato nella sua totalità (senza le ridicole distinzioni etiche tra un’economia cosiddetta «reale» e un’altra finanziaria e «speculativa»), e il processo di mercificazione e di precarizzazione dell’intera esistenza degli individui non rappresenta una diabolica deviazione della nostra società decisa dietro le quinte da «economisti orientati ideologicamente». Il fatto è che il processo sociale ci movimenta come sterile terra, e il polverone che si alza tutto intorno ci copre e ci acceca. Nel capitalismo la vita è precaria per definizione.

La precarizzazione della vita che sperimentiamo oggi è solo un ulteriore passo nella disumanizzazione inscritta nella natura del capitalismo d’ogni tempo, del capitalismo tout court. Rendere il più possibile produttiva, flessibile, disciplinata e poco costosa la «risorsa umana» per il Capitale non è un optional, è un imperativo categorico.Senza una visione chiara della reale natura sociale della precarizzazione del lavoro e della vita corriamo il rischio di idealizzare capitalismi «meno disumani» e di rimanere oggetti delle lotte intercapitalistiche.