LA QUESTIONE SIRIANA E LA MALATTIA SENILE DEL TERZOMONDISMO

Una cosa sensata a proposito della guerra in Siria il blog socialsovranista Aurora l’ha finalmente esternata: «L’orientamento di classe di un’organizzazione, trova sempre la sua massima espressione nella sua politica internazionale» (La guerra per procura della Cia in Siria e la “sinistra” pro-imperialista). Non c’è il minimo dubbio: sottoscrivo a occhi chiusi questa tesi. Ed è proprio sulla scorta di questa tesi che in diversi post mi sono permesso di giudicare ultrareazionaria fino al parossismo la posizione “antimperialista” di chi sostiene il regime (altrimenti chiamato «popolo») siriano.

A proposito di «popolo», un concetto schiettamente borghese sotto ogni rispetto: storico, politico, filosofico, ecco cosa scrivevano i comunisti, quelli veri, nel 1920, mentre con un entusiasmo senza pari che presto andrà deluso seguivano gli eventi rivoluzionari in Germania, in Italia e in Polonia: «Il partito comunista mette in primo piano la netta separazione degli interessi delle classi oppresse, dei lavoratori, degli sfruttati, dal concetto generale dei cosiddetti interessi del popolo, che significano gli interessi della classe dominante» (Tesi sulla questione nazionale e coloniale approvate al II Congresso dell’Internazionale Comunista). E, si badi bene, quei comunisti scrivevano questa tesi che rappresenta il minimo sindacale per ogni militante “internazionalista” che si rispetti in un momento in cui il processo storico assegnava alla borghesia dei paesi sottoposti allo sfruttamento coloniale diretto e indiretto da parte delle potenze imperialistiche un ruolo fortemente rivoluzionario, beninteso sul terreno dello sviluppo capitalistico. Basta ricordare la Cina, l’India, il Medio Oriente e via di seguito. Eppure, anche in quel momento «il partito comunista» avvertiva i suoi militanti a non sacrificare l’autonomia di classe del proletariato sull’altare degli interessi nazionali, quant’anche «storicamente rivoluzionari», o quantomeno «progressivi».

Da allora il mondo ne ha fatta di strada, e adesso l’intera (dis)umanità cammina sotto un cielo interamente capitalistico. In nessun luogo del pianeta la borghesia svolge una funzione minimamente progressiva, e il concetto e la prassi di nazione hanno una natura reazionaria persino là dove (come in Palestina) ancora esiste, in forma sempre più residuale e incancrenita, una «questione nazionale». Beninteso, anch’io sostengo, peraltro senza alcun entusiasmo, la «causa palestinese», quella, detto di passata, strumentalizzata da decenni (dal 1948) dai paesi mediorientali in chiave di politica interna (controllo sociale delle masse) e internazionale (lotta per l’egemonia nella delicata regione); ma lo faccio in vista di un superamento da parte dei palestinesi del feticcio nazionalistico, e non certo perché attribuisca alla nazione palestinese chissà quale valenza “rivoluzionaria” o semplicemente “progressiva”. Nel XXI secolo il nazionalismo è un veleno per le classi subalterne persino anche dove rimane aperta una «questione nazionale».

In questo contesto storico e sociale tirare in ballo «il popolo» da parte di chi affetta pose antimperialistiche è semplicemente grottesco, tanto più quando è scoperto che essi appoggiano gli stati, eletti a campioni della lotta antimperialista, non certo le moltitudini, peraltro assoggettate al totale controllo della fazioni che si stanno disputando il potere nella calda regione mediorientale. Giustissimo denunciare il ruolo imperialistico, nella questione siriana, dell’imperialismo occidentale e dei suoi alleati regionali; ma questo prezioso lavoro cambia completamente di segno nel momento in cui si finisce per fare il tifo per le potenze, altrettanto imperialistiche, che vi si oppongono. Si dice: «la denuncia non basta, bisogna fare qualcosa di più concreto». Sostenere una della parti in conflitto? Bella concretezza, non c’è che dire! La verità è che ci troviamo a che fare con la fase senile e putrescente del Terzomondismo, ossia della vecchia ideologia, covata a Mosca e a Pechino, secondo la quale l’Occidente è il male assoluto, mentre il «socialismo reale» e i Paesi in via di sviluppo erano gli alleati del proletariato occidentale. Questa ideologia era reazionaria quando nacque, figuriamoci oggi. Eppure c’è gente che continua a masticare questa robaccia, che ha servito solo gli interessi di potenza dei paesi che aspiravano, del tutto legittimamente sul piano del processo storico, a un posto al sole nell’agone della contesa mondiale.

Della serie: come sostenere una causa ultrareazionaria.

«Washington sta anche aiutando a distribuire armi e denaro donati dai suoi alleati di destra del Medio Oriente, Turchia, Arabia Saudita e Qatar. Queste potenze non stanno conducendo una lotta per la democrazia, come parte della “primavera araba”, l’ondata di insurrezioni rivoluzionarie della classe operaia che ha rovesciato i dittatori filo-USA in Tunisia e in Egitto l’anno scorso, e terrorizzato Washington e i suoi alleati in Medio Oriente». Capito? Se la «primavera araba» indebolisce gli alleati regionali degli Stati Uniti trattasi di «insurrezioni rivoluzionarie della classe operaia» (veramente l’ideologia è una brutta bestia!), se invece essa indebolisce il fronte anti-USA viene retrocessa a complotto internazionale teso a cacciare gli eroi dell’antimperialismo. Pro-USA (e Israele, c’è bisogno di specificarlo?) ovvero anti-USA: ecco il criterio “antimperialistico” che informa la politica di questi “internazionalisti” senza se e senza ma. Ma! Valli a capire. Sulla cosiddetta «Primavera Araba» rimando ai miei post scritti sul tema.

Il silenzio del pacifismo internazionale (molto attivo quando a sparare sono gli Stati Uniti e Israele) e l’attivismo politico dei sostenitori del massacratore di Damasco la dicono assai lunga sull’attuale impotenza politica e sociale delle classi dominate, incapaci di trovare il filo di una iniziativa politica contrassegnata dall’autonomia di classe tanto sul fronte della guerra economica (svalutazione delle merci, a partire dalla forza-lavoro, distruzione di capitali, conquista di mercati e di fonti energetiche, spending review, politica lacrime e sangue, ecc.) quanto sul fronte delle crisi internazionali. Metto un punto, in attesa di venir denunciato dagli “antimperialisti” duri e puri come un servo sciocco delle «agenzie politiche dell’imperialismo».

Rimando a COSA CI DICE LA SIRIA

PRIMAVERE, COMPLOTTI E MOSCHE COCCHIERE. Siria e dintorni.

Il Washington Post di venerdì scorso ha invitato il Presidente Obama a superare le ambiguità, le reticenze e le timidezze che egli avrebbe mostrato intorno alla sempre più scottante questione siriana. Lungi da preparare scenari di pace nella calda area mediorientale, la politica estera americana del profilo basso con dittatori sanguinari del calibro di Ahmadinejad e Assad rischia di favorire «la marea di guerra» che minaccia di sommergere quella fondamentale area geopolitica. Con l’effetto domino, anche sul piano squisitamente economico, che tutti possono immaginare. Di qui, per il W. P., l’urgenza di un intervento militare americano pianificato in ambito ONU, o, se la Cina e la Russia ponessero il veto, in sede NATO. Il precipitare della crisi siriana in una guerra internazionale “umanitaria” è insomma tutt’altro che impossibile, come d’altra parte ci suggerisce la vicenda libica. Intanto Bashar al-Assad è tornato a denunciare il «complotto criminale» dei nemici della Siria, insanguinata dai «terroristi» che odiano la patria. Il discorso del dittatore di damasco incontra il favore di non poche persone anche in Occidente (vedi, ad esempio, EURASIA, rivista di geopolitica). Insomma, la crisi siriana, con il suo inevitabile “ricasco” su tutta l’area mediorientale (a iniziare dal Libano e dall’Iran) e sullo scenario internazionale nel suo complesso, non accenna a raffreddarsi. Tutt’altro.

Con il breve pezzo che segue, e con quelli che – forse – seguiranno, intendo dare il mio contributo alla definizione di un punto di vista autenticamente antimperialista riguardo a questa come alle altre crisi internazionali che minacciano di evolvere in scontri militari, più o meno “asimmetrici” e localizzati. L’andamento polemico della mia argomentazione serve solo a rendere più sintetica e netta possibile la mia posizione. Rinvio anche a: Siria: un minimo sindacale di “internazionalismo”.

Come ho scritto altre volte, in Nord’Africa e nel Vicino Oriente non abbiamo assistito a nessuna primavera rivoluzionaria, quanto all’intensificarsi di un processo sociale nel cui seno si intrecciano inestricabilmente vecchie e nuove contraddizioni. La crisi economica internazionale ha incrinato equilibri sociali e istituzionali assai vecchi, troppo decrepiti perché possano sopravvivere ancora a lungo all’urto della competizione capitalistica globale. La rabbia delle classi dominate, stremate da una crisi economica che ha reso ancora più miserabili le loro già squallide condizioni di esistenza (quelle che tanto piacciono a certi austeri critici del “consumismo occidentale”), si combina con la lotta sempre più violenta che si sviluppa nel seno stesso delle classi dominanti. Questo conflitto sociale, i cui esiti non potranno non avere delle forti ripercussioni sugli equilibri politici internazionali, ha come sue protagoniste le fazioni che hanno tutto l’interesse alla stabilità dello status quo e quelle che coltivano l’interesse opposto.

È chiaro che queste ultime si servono del rancore delle “moltitudini diseredate” per sconfiggere gli avversari, o almeno per conquistare posizioni di maggiore forza, in vista dell’auspicata resa dei conti finale. Le fazioni che oggi esprimono le istituzioni statuali dal loro canto si servono in chiave conservatrice di quella fetta, piccola o grande che sia, di proletariato urbano che ha vissuto di assistenzialismo statale. Soprattutto nei paesi che vivono di rendita petrolifera questa fetta è molto ampia, ma anche in Egitto non pochi sono i lavoratori che tutt’oggi in qualche modo ricevono un salario dallo Stato, che ha nell’esercito una componente importante anche in chiave economica (molte imprese statali sono organizzate e dirette dai vertici militari). Certamente la prospettiva di perdere il posto di lavoro nel caso di vittoria della “Rivoluzione” non deve essere allettante per molti salariati e stipendiati che vivono delle briciole che lo Stato graziosamente lascia cadere a terra. Lo stesso regime siriano continua a godere di un non trascurabile sostegno popolare, e ciò complica non poco l’azione dell’opposizione interna come di quella esterna basata soprattutto in Turchia, e foraggiata in qualche modo da Istanbul, dall’Arabia Saudita e dagli Stati Uniti.

Paesi come il Kuwait che galleggiano letteralmente sulla rendita petrolifera entrano in fibrillazione non appena il prezzo del barile inizia a scendere oltre una certa soglia critica (70/80 dollari il barile) sul mercato internazionale del petrolio: lì prezzo del greggio e Welfare sono le facce di una stessa medaglia. Tra l’altro, la parte più consistente e faticosa del lavoro richiesto nei campi petroliferi è “appaltata” ai salariati provenienti dall’estero: dall’India, dal Pakistan, dall’Egitto e così via.

La “pace sociale” dei petropaesi si basa interamente sulla massa annua di rendita petrolifera, e quindi sulla salute dell’economia mondiale*. E qui la Cina, affamata di ogni sorta di materia prima energetica, gioca un ruolo assai importante. Detto di passata, il consenso popolare di cui gode Chávez si spiega in larga parte con l’investimento in controllo sociale di una parte della rendita petrolifera.

I sostenitori del Capitalismo di Stato in salsa islamica accusano i ceti che hanno interesse a una radicale ristrutturazione dell’obsoleta economia dei paesi del Medio e Vicino oriente di «complotto neoliberista capeggiato dai satanici americani», la cui punta velenosa ha un nome che ispira il più sordo e fanatico degli odi: Israele. Inutile dire che in Occidente non sono pochi quelli che sposano, magari con qualche aggiustamento “marxista”, questa impostazione, la quale esprime gli interessi di tutti gli strati sociali che a diverso titolo hanno qualcosa (chi moltissimo, chi pochissimo, ma pur sempre qualcosa!) da perdere in un processo di radicale modernizzazione capitalistica di quei paesi.

In questo contesto la mancanza di autonomia politica delle classi subalterne, compresa la parte che ha partecipato alla cosiddetta «primavera araba», non è un’opinione, ma un fatto che i recenti avvenimenti hanno confermato, fino a far parlare gli ex entusiasti di casa nostra di una «controrivoluzione»: ma non scherziamo!

In Occidente, in campo progressista, abbiamo assistito a due opposti atteggiamenti, entrambi sbagliati: accanto a chi si è appunto entusiasmato per la “Rivoluzione” c’è stato chi ha denunciato la “Primavera” nei termini di un complotto ordito dall’Occidente e – ovviamente – da Israele contro il Sud del mondo, e in particolare contro quei paesi (Libia, Iran, Siria) che ancora resistono al nuovo ordine mondiale voluto dagli Stati Uniti. Come non c’è stata alcuna rivoluzione, almeno se vogliamo dare un po’ di senso alle parole che usiamo, così non c’è stato e non c’è nessun complotto, ma aperta competizione capitalistica globale, la quale da oltre un secolo non può che assumere i caratteri della contesa imperialistica.

Tra l’altro, gli stessi che si sono entusiasmati per la “Rivoluzione” in Tunisia e in Egitto, alleate dell’Occidente, si sono poi immediatamente schierati dalla parte delle dittature sanguinarie nel caso della Libia, dell’Iran e della Siria. Si ha quasi l’impressione che molte “avanguardie” tifino per il blocco concorrente a quello occidentale (Russia, Cina, Venezuela, Cuba, Iran, Siria).

Il concetto secondo cui tutto il pianeta giace sotto il nero cielo del Capitale a molti sembra non più che una banalità. Come ho scritto in un precedente post, nella notte dell’Imperialismo solo la vacca della propria nazione è più nera delle altre. Derogare a questo principio, radicato nella prassi ormai bisecolare del Capitalismo mondiale, non può non avere il significato di una subalternità di fatto a una delle fazioni imperialistiche che si fronteggiano nell’agone internazionale. Come è ridicola la pretesa del “rivoluzionario” di poter usare ai propri fini (quali?) le divisioni in seno alla classe dominante, altrettanto miserrima suona l’idea dell’”internazionalista” di potersi incuneare fra le crepe dell’Imperialismo mondiale per poterne sfruttare le contraddizioni e le debolezze. L’entrismo è un ottimo affare solo per le classi dominanti, le quali sono avvezze a servirsi del più piccolo appiglio che si offre loro.

Insomma, qualcuno si illude di “fare” la storia come la mosca cocchiera, ossia di poter orientare la corrente del processo sociale mentre non ne è che una insignificante – perché incosciente – gocciolina. Di qui l’autoinganno che consiste nel voler vedere a tutti i costi un “genuino movimento popolare” là dove a muoversi sono esclusivamente gli interessi delle classi dominanti, o complotti orditi dalle solite Potenze Maligne (generalmente compendiate nel concetto di Occidente, Israele compreso) là dove insiste la normale conflittualità fra gli Stati e fra i capitali nazionali.

All’impotenza politica, che alle classi dominate del pianeta deriva da una serie di fatti, vicini e lontani, che qui non è il caso di approfondire, non si reagisce con una politica pur che sia, magari quella che dà la sensazione dell’immediata popolarità e del successo per le vie brevi, ma sforzandosi di elaborare una prassi autenticamente radicale, adeguata alla Società-Mondo del XXI secolo. La critica della “spontaneità” delle masse arabe, o l’analisi del “piccolo gioco” fra le potenze regionali del Vicino e del Medio Oriente (in stretto rapporto con il Grande Gioco delle potenze mondiali), rappresentano un buon contributo a quello sforzo.

Prezzo del barile in dollari

*«Non capita tutti gli anni, anzi, che la monarchia saudita investa 43 miliardi di dollari a favore delle fasce più povere e delle organizzazioni religiose a lei avverse. Né è frequente che il vicino Kuwait prometta generi alimentari gratis per un anno, che i dipendenti pubblici in Algeria vedano i loro stipendi salire del 34%, o che il piccolo Qatar crei un esercito di nuovi impiegati, aumentando anche le già ricche pensioni. Al contrario dei Paesi travolti dalle rivolte – Tunisia, Egitto, Siria e Yemen – dalla loro parte hanno un argomento convincente: un fiume di petrodollari con cui placare il malcontento popolare attraverso un programma di “welfare all’araba”. Finora il welfare arabo ha funzionato: finora. Perché non è tutto oro quel che luccica. Quasi i tutti Paesi dell’Opec soffrono della stessa malattia: la petrodipendenza (il greggio rappresenta il 90-95% del valore dell’export). È grazie ai petrodollari che negli ultimi anni hanno potuto rimandare le dolorose ma necessarie riforme strutturali per diversificare l’economia. L’effetto del welfare anti-rivolta non durerà, però, all’infinito. Poi si rischia di essere daccapo. Ma con un problema in più: se l’attuale crisi mondiale dovesse peggiorare, la domanda di petrolio dei Paesi industrializzati comincerebbe a calare (Roberto Bongiorni, Il Sole 24 Ore, 21/05/11)».

TEORIA E PRASSI DELLA «RIVOLUZIONE». A proposito della «Primavera Araba».

TEORIA

A mio avviso nel XXI secolo si può legittimamente parlare di Rivoluzione Sociale solo quando le classi dominate si presentano sulla scena della Crisi come Soggetto storico-sociale, informato da un autonomo programma politico e sociale. Quando le classi subalterne si muovono per iniziativa delle fazioni che stanno al potere o che aspirano al potere, mostrano tutta la loro impotenza sociale. Esse sono oggetto di una storia scritta da altre classi. Tutte le volte che la rivolta delle «masse diseredate» non è fecondata dalla «coscienza di classe», a spartirsi i dividendi del caos sociale sono i gruppi socialmente dominanti interessati a mettere in discussione lo status quo per acquistare più potere ai danni dei gruppi concorrenti.

Per dirla nei termini della marxiana critica dell’economia politica, il lavoro morto sussume sotto le sue disumane leggi il lavoro vivo, il presente domina sul futuro, la possibilità soggiace sotto l’imperio della necessità. Quando il sangue scorre a esclusivo vantaggio delle classi dominanti, parlare di «rivoluzione», magari solo «popolare» o «democratica», equivale a bestemmiare contro la verità.

A proposito di Marx, è interessante riflettere sul suo concetto di classe sociale. Scriveva il comunista tedesco descrivendo a grandi linee il processo di formazione del proletariato moderno (salariato) in quanto «classe per sé, e non per il capitale»: «Se qualche volta gli operai si raccolgono in massa compatta, ciò non è dovuto alla loro propria spontanea azione, ma all’azione della borghesia raccolta in fascio, la quale per raggiungere i suoi propri fini politici deve mettere in moto l’intero proletariato» (Manifesto del Partito Comunista). In tal modo «i proletari non combattono i loro nemici, ma i nemici dei loro nemici». In questa fase, osserva Marx, i salariati non rappresentano una classe – se non dal punto di vista meramente sociologico, o dalla «triviale» prospettiva dell’economia politica –, ma «una massa incoerente e confusa». Importante, a mio avviso, è anche il marxiano concetto secondo il quale il proletariato, organizzandosi come classe, si fa , per così dire, «partito politico».

PRASSI

Nelle cosiddette «primavere arabe», spacciate dal marketing politico-mediatico mondiale come «Rivoluzioni» (in Tunisia si vende la «rivoluzione» che profuma di gelsomino!), le «masse diseredate» sono state e continuano ad essere oggetto del processo sociale, ossia strumento, massa d’urto di un’iniziativa politica e sociale informata dagli interessi di una o più fazioni delle classi dominanti dei Paesi Arabi.

In Libia abbiamo addirittura assistito al paradosso di una «rivoluzione» assistita militarmente dall’imperialismo occidentale! Naturalmente non si è trattato di un paradosso, visto che siamo stati spettatori di un’iniziativa schiettamente imperialistica (soprattutto voluta dagli anglo-francesi, come ai bei tempi di Suez 1956) che ha approfittato delle crepe apertesi nel regime di Gheddafi sotto l’incalzare della ribellione della regione di Bengasi, storicamente antagonista della Tripolitania. Tanto a Bengasi quanto a Tripoli, le «masse diseredate» sono controllate e sfruttate da gruppi sociali e da clan più o meno in regola col processo storico e con l’attualità della Società-Mondo del XXI secolo. (D’altra parte, quando ancora la storia conosce un Paese come l’Afghanistan, c’è poco da sottilizzare!). In ogni caso, quindi, la lotta dell’Est ribelle non avrebbe potuto assumere i connotati di una «rivoluzione popolare», definizione dietro la quale ama nascondersi la borghesia in ascesa e il nazionalismo rampante.

In Tunisia, in Siria, in Arabia Saudita in Egitto e altrove nel «Grande Medioriente» (vedi l’Iran), classi dominanti e gruppi sociali vecchi e nuovi si contendono l’energia che promana dalla miseria delle «masse diseredate». Chi per rafforzare e stabilizzare i vecchi assetti economici e politici (è ciò che è successo in Egitto con la caduta di Mubarak: un colpo di Stato militare fatto passare per «rivoluzione»); chi per metterli in crisi, ma non tanto da squassare l’equilibrio politico-istituzionale della nazione, sperando piuttosto in un compromesso più favorevole ai suoi interessi (in fondo è ciò che auspicava lo stesso Mubarak, attraverso l’investitura del figlio Gamal, inviso ai militari per le sue manifeste simpatie nei confronti del programma di «riforme liberali» iniziato dal padre nel 2004); chi, infine, per far saltare senz’altro quell’equilibrio.
In quest’ultima rubrica vanno annoverati coloro che si battono per scongiurare la definitiva modernizzazione capitalistica dei Paesi Arabi (il fondamentalismo islamico costituisce il collante ideologico del “Partito Anticapitalista”), e coloro che, all’opposto, spingono per una loro più rapida e profonda «modernizzazione». Il “Partito Capitalista” ha nella Turchia di Erdogan il suo più importante punto di riferimento ideologico, politico e sociale. Allah è grande, ma il Capitale non scherza! Questo partito è particolarmente forte in Tunisia, ma anche in Iran trova larghi consensi presso una «società civile» che non ha smesso di svilupparsi e articolarsi all’ombra della dittatura khomeinista.

La posta in gioco è dunque alta, e la crescente rabbia delle masse, mentre rende più paurose alcune fazioni della classe dominante al potere da parecchi lustri, accresce lo spirito d’iniziativa di altre, non ancora coinvolte nella gestione diretta del potere e convinte di poter battere il ferro finché è caldo. I timidi segnali di rivolta che si registrano in Arabia Saudita penso rispondano a questa logica.

Come ho scritto altre volte, sulla scala mondiale oggi di «rivoluzionario» c’è solo il processo sociale oggettivo che ha nel Capitale il suo centro motore. «Rivoluzionario» nel marxiano senso di un processo che svapora tutto ciò che sembra stabile e immutabile (salvo, ovviamente, i rapporti sociali vigenti!): «tutto ciò che era sacro si profanizza, e gli uomini si trovano da ultimo a dover considerare le loro condizioni di esistenza con occhi liberi da ogni illusione» (Manifesto del Partito Comunista). Nel XXI secolo il Capitale ha riempito gli occhi della gente d’ogni sorta di illusione, ma questo l’uomo con la barba non poteva saperlo. In tutto il pianeta i salariati non sono che «una massa incoerente e confusa», e non è certo coltivando illusioni di «Primavere» che presto si rivelano freddi inverni che il «pensiero d’avanguardia» può aiutarli a diventare «classe per sé, e non per il Capitale». Le oceaniche manifestazioni a Piazza Tahrir devono invitare alla riflessione critica il pensiero che aspira a un punto di vista autenticamente «alternativo», resistente a ogni forma di ipnosi collettiva.

IL PROFITTO È GRANDE, E L’IMPERIALISMO È IL SUO PROFETA!

Sic transit gloria mundi

Il pensiero più vero, sull’uccisione del sanguinario e macchiettistico Re dei Re dell’Africa, lo ha espresso il suo ex solidale geopolitico Silvio Berlusconi: l’imperialismo, sotto forma di sacro interesse nazionale, deve continuare, come lo show della nota battuta. Gheddafi è morto? Avanti il prossimo leader, meglio se «democraticamente eletto». Non raramente al Sultano di Arcore capita di dire la verità sul cattivo mondo che ci ospita, semplicemente perché l’odioso politicamente corretto che impazza nella leadership politica nazionale e mondiale nella sua «rozza» mente non trova molto appigli. Come all’ubriaco, a Berlusconi capita di dire verità scomode per la «convivenza civile» e il bon ton politico-istituzionale.

Egli è dietro a ogni magagna...

Filippo Ceccarelli, sulla Repubblica Delle Manette di oggi, fa finta di indignarsi: «Ma come, fino a ieri erano pappa e ciccia, e adesso il Cavaliere se ne esce con il gergo teologico: Sic transit gloria mundi! Ma che vuol dire?» Significa che la realpolitik che sorregge gli interessi nazionali (vedi alla voce Profitti e Petrolio) non guarda in faccia a nessuno. D’altra parte, lo stesso Ceccarelli ricorda come dal 1969, anno della “mitica” cosiddetta «Rivoluzione Verde» che spodestò il monarca libico Idris El-Senussi, tutti gli statisti e i più grandi imprenditori (uno su tutti: Gianni agnelli) del Bel Paese hanno fatto affari con l’ex colonnello di Tripoli. Ovviamente, aggiungo.

La cosa più ipocrita e politicamente corretta è uscita fuori dalla rinsecchita bocca di Emma Bonino: la leader Radicale si di dice rammaricata perché «il dittatore libico non meritava la bella morte in battagliai, ma il giudizio equo e non vendicativo di una Corte di Giustizia Internazionale». Ne deduco che la morte causata dai bombardamenti aerei democraticamente stabiliti dagli Alleati venuti in soccorso alla «Rivoluzione Popolare» (dalle mie parti si dice: «Cornuto chi ci crede!») sono da giudicarsi equi e non vendicativi. Come sempre, la verità sta dalla parte dei vincenti.

Il Fascio Quotidiano ha titolato: «Così muore un dittatore». Qualche allusione alla situazione italiana? Intanto il Pacifismo nostrano e internazionale ha mostrato ancora una volta la sua completa sudditanza politica nei confronti della politica dei partiti e degli Stati. Non c’è dubbio che se al posto del progressista-abbronzato Obama ci fosse stato un repubblicano bianco e «liberista selvaggio»; e se il Mostro di Arcore non fosse stato “amico” del defunto Rais di tripoli, qualche oceanica manifestazione contro «l’intervento imperialista in Libia» l’avremmo vista. Pazienza! Confidiamo nelle prossime elezioni politiche in Italia e nella non lontana tornata presidenziale negli Stati uniti. Cornuto chi ci crede – con rispetto parlando, sia chiaro.

DOPO LA PRIMAVERA (ARABA) VIENE L’AUTUNNO?

Qualcuno può illuminare la mia opaca, ancorché esigua, intelligenza? Ecco in quale labirinto concettuale essa erra senza niuna possibilità di uscirne: se nella primavera di quest’anno le masse arabe sono state protagoniste (almeno stando ai mass media) di una «Rivoluzione», in Tunisia, Egitto e altrove, oggi a cosa assistiamo in quelle contrade africane? Alla «Controrivoluzione»?

Ad esempio, i continui massacri di cristiani copti in Egitto, si configurano come momenti più o meno contraddittori del «processo rivoluzionario», ovvero come sintomi inequivocabili della imminente «Controrivoluzione»?

E soprattutto: perché l’intellettuale «di sinistra» sente il bisogno di inventarsi almeno una «Rivoluzione» (alla quale puntualmente segue una «Controrivoluzione»), in un luogo qualsiasi del vasto mondo, almeno ogni due, tre anni? Al quarto, è già in astinenza: «Moltitudine delle mie brame, chi è il più rivoluzionario del Reame?»

Scriveva Bernard-Henry LÉVY: «Il motore di questa rivoluzione non è stato evidentemente il proletariato. Né sono stati i nuovi o i vecchi poveri. No. Sono gli internauti. Coloro che utilizzano Twitter, Facebook, e Youtube … Rivoluzione nella rivoluzione. Ieri si usava prendere d’assalto la televisione. L’altro ieri, i Palazzi d’Inverno. Oggi è giunto il tempo di una e-rivoluzione, la prima del genere, a cui la gioventù tunisina dà dignità. Anche per questo, per aver portato a tal punto di eccellenza una nuova forma di resistenza, le diciamo grazie» (La lezione in cinque punti della rivoluzione tunisina, Corriere della Sera, 20 Gennaio 2011). E intanto la «gioventù rivoluzionaria» tunisina non smette di sognare l’Europa, e non pochi «rivoluzionari», armati naturalmente di telefonini, sfidano lo Stretto di Sicilia per giungere sulle sponde del Vecchio Continente.

La verità è che la sola rivoluzione oggi possibile in tutto il Mondo Arabo è quella promossa dal processo sociale capitalistico, il quale spinge le classi sociali di quell’area meno compromesse con lo status quo a spezzare i vincoli materiali, politici e ideologici che ne frenano il pieno dispiegamento. Oggi le masse arabe, gioventù internettizzata compresa, sono oggetti della storia, non soggetti, e non è abbellendo la realtà che si può comprenderla. Nell’ambito di questo processo oggettivo si svilupperanno nuclei di resistenza operaia e proletaria? Nasceranno pensieri autenticamente rivoluzionari? Sperarlo non costa niente. Capovolgere la realtà è politicamente delittuoso.

«I poderosi movimenti popolari che sconvolgono il Mondo Arabo, sono abbastanza potenti da abbattere il tiranno di turno, ma del tutto disarmati di fronte alle forze organizzate che finiranno per incanalarne l’energia e dirigerla verso i propri obiettivi … Anche da questo punto di vista la tecnica non offre chance di rovesciamento automatico dei rapporti di forza fra élite e classi subalterne, ma favorisce, tutt’al più, l’ascesa di élite alternative» (Carlo Formenti, Felici e sfruttati, p. 148, Egea, 2011).


Mi sa tanto che alle classi subalterne del Pianeta toccherà ancora in sorte la fatica di dare l’assalto al metaforico Palazzo d’Inverno. «Che trivialità! Ma allora, Steve Jobs è morto invano?» Se ne faranno una ragione, le Moltitudini…

LA PROFEZIA DI ISAIA

Se ancora oggi ci poniamo il problema del fondamentalismo islamico nei Paesi Musulmani – e, per riflesso, dei giovani immigrati musulmani che vivono ai margini delle metropoli occidentali – è perché la struttura sociale di quei Paesi continua a fare dell’Islam un formidabile strumento politico-ideologico nelle mani di strati sociali e di gruppi politici che si collocano «trasversalmente» rispetto alla gerarchia sociale. L’arretratezza sociale del Mondo Musulmano non si spiega né con l’Islam né con una sua interpretazione fondamentalista. Se mai è vero esattamente l’opposto: la prima spiega, «in ultima analisi», la seconda. Il ritorno alla purezza delle origini – ad esempio: l’Islam non «contaminato» da influenze e apporti esterni – è da sempre il mantra di tutti coloro che soffrono il presente senza comprenderlo.

La cosiddetta «primavera araba» – assai frettolosamente derubricata a malinconico autunno, se non a rigido inverno – ha fatto ritornare in auge lo «scontro delle Civiltà» evocato da S. P. Huntington negli anni Novanta. Nel suo articolo del 9 Marzo, Piero Ostellino ha riesumato la mai del tutto seppellita «profezia di Oriana Fallaci» sul lento ma inesorabile «suicidio dell’Europa», vittima della cultura del politicamente corretto che le impedisce di comprendere che il problema, per l’Occidente, non è l’interpretazione fondamentalista dell’Islam, ma l’Islam stesso, sorto sulle violenti basi della jiâd, della Guerra Santa a tutto ciò che non si piega al Misericordioso Verbo di Allah. L’americana Brigitte Gabriel, la bella attivista anti-muslim di origine libanese, ha preso il testimone fallaciano. «Nel mondo c’è un cancro che si chiama islamo-fascismo. La cui ideologia vien fuori da una sola fonte: il Corano». Stupidaggini, è ovvio; ma che celano un dato di realtà che ai buoni di spirito risulta difficile da mandar giù: l’ideologia multiculturalista fa acqua da tutte le parti. Averlo ammesso francamente è costato al premier inglese Cameron diversi punti nella Borsa Valori del politicamente corretto. Nel mondo «più equo e solidale» costruito a tavolino dai progressisti, chi dice la verità corre sempre il rischio di passare per un poco di buono. Per fortuna io non ho preoccupazioni di stampo elettoralistico.

«È difficile dire – perché è troppo presto per dirlo – se l’infausta profezia di Oriana si realizzerà. Ma, escluso – come lei prevedeva – che “i musulmani accettino un dialogo con i cristiani, anzi con le altre religioni” (o con gli atei), è sulle conseguenze sociali delle diversità fra Islam e Cristianesimo che, come suggerisce Papa Ratzinger, sarebbe, però, necessario aprire un dialogo con chi viene da noi. Per sapere se vuole davvero convivere in armonia con noi» (P. Ostellino, Corriere della Sera, 9 Marzo 2011). Ma ha un seppur remoto senso impostare in questi termini il problema sociale derivante dall’afflusso, che si profetizza sempre più massiccio, se non addirittura di «proporzioni bibliche», di disperati arabi nelle opulente terre d’Occidente? Certo che no.

La perdurante impotenza sociale delle classi subalterne d’ogni parte del mondo fa sì che i loro elementi più insofferenti, più frustrati o semplicemente più sensibili si attacchino come patelle allo scoglio delle più disparate ideologie reazionarie offerte dal mercato: stalinismo, nazismo, fondamentalismo islamico, «fondamentalismo sportivo», e via di seguito. All’epoca in cui Paesi come l’Unione Sovietica e la Cina di Mao sembravano poter rappresentare una valida alternativa al capitalismo imperialistico occidentale, una non piccola parte delle «masse diseredate arabe» trovò nell’ideologia di Stato di quei Paesi il suo punto di riferimento ideologico e politico. Un’altra non piccola parte di quelle masse riversò invece la sua speranza di riscatto in un nazionalismo arabo che vedeva di buon occhio la via per il progresso indicata dall’Occidente, ma anche dalla Turchia e dal Giappone. Naturalmente questo schema riproduceva la dialettica interna alle classi dominanti del «Mondo Musulmano», divise in fazioni sull’opzione strategica da implementare per meglio difendere ed espandere i loro interessi materiali, il loro potere politico ed ideologico, il loro prestigio sociale.

In ogni caso, l’Islam si sposava benissimo tanto col nazionalsocialismo (o stalinismo nazionale che dir si voglia) di matrice Russa e Cinese, quanto con il nazionalismo di matrice occidentale e modernista. Quando poi, per un verso il «socialismo reale» iniziò la sua parabola discendente, e per altro verso la «via occidentale» alla modernizzazione dei Paesi Musulmani si rivelò sempre più lastricata di contraddizioni e di sofferenze (da sempre e ovunque l’«accumulazione originaria del capitale» non è mai stata un pranzo di gala!), le speranze deluse e frustrate delle masse arabe iniziarono a incrociarsi nuovamente con l’ideologia tradizionalmente dominante: con l’Islam. Un Islam ovviamente non «contaminato» da influenze e apporti esterni, perché il ritorno alla purezza delle origini è da sempre il mantra di tutti coloro che soffrono il presente senza comprenderlo.

Alla fine del XIX secolo, quando la divergenza tra «Mondo Musulmano» e «Mondo Cristiano» apparve irrecuperabile, gli intellettuali occidentali, seguiti a ruota dai colleghi orientali, iniziarono ad elaborare questa domanda: l’Islam è compatibile con il capitalismo? A mio avviso l’interpretazione che biasima il mancato sviluppo capitalistico di alcune civiltà mondiali e ne fa addirittura una tara antropologico-culturale non ha alcun fondamento storico, se non quello dell’apologia capitalistica. La teoria razionalistica di Max Weber, che individua nell’indigenza tecnico-scientifica del pensiero religioso non cristiano il mancato sviluppo in senso capitalistico di molte Civiltà (dalla Cina alla Mesopotamia, dall’Africa al Medio Oriente) al tempo del «decollo» occidentale, è falsa nei suoi stessi presupposti storici, e questo lo dimostra proprio il processo di espansione del Mondo Musulmano nei suoi secoli ascendenti (dal VII all’XI secolo). Basti vedere ciò che rimane della Civiltà Musulmana a Palermo, a Cordova e a Toledo, per rendersi conto del macchiano errore di Weber. Peraltro, gli esempi che egli fornisce del superiore spirito razionalistico europeo sono per lo più posteriori all’età del decisivo impegno del Vecchio Continente (olanda e Inghilterra, in primis) sulla via della modernità capitalistica. Speculare all’errore razionalistico di Weber troviamo la tesi deterministica che prospetta in termini assolutamente necessari il passaggio di ogni formazione sociale attraverso la linea progressiva degli «stadi»: dalla società barbara a quella antica, da questa al feudalesimo per giungere, dulcis in fundo, alla società borghese. Condannare il «razzismo culturale» degli intellettuali occidentali non deve suggerirci l’idea di un capitalismo pronto a schiudersi dappertutto, se solo il demoniaco Occidente non avesse messo la propria coda su uno sviluppo endogeno «naturale».

L’opposizione di fondo dell’Islam al capitalismo, e dunque a tutte le prassi che connotano la società borghese, non ha alcun appiglio storico, sociale e culturale, anche perché la religione, qualsiasi religione (e a maggior ragione le religioni monoteiste) da sola, separata dallo spazio storico-sociale che l’ha generata, non spiega un bel niente. La religione – e l’ideologia in generale –, messa al servizio di questo o quell’altro interesse sociale, può andare in un senso come nel senso opposto: può ben supportare tanto una prassi sociale volta alla modernizzazione di un Paese, quanto una prassi che si oppone a questa tendenza. Se ancora oggi ci poniamo il problema del fondamentalismo islamico nei Paesi Musulmani – e, per riflesso, dei giovani immigrati musulmani che vivono ai margini delle metropoli occidentali – è perché la struttura sociale di quei Paesi continua a fare dell’Islam un formidabile strumento politico-ideologico nelle mani di strati sociali e di gruppi politici che si collocano «trasversalmente» rispetto alla gerarchia sociale.

L’arretratezza sociale del Mondo Musulmano non si spiega né con l’Islam né con una sua interpretazione fondamentalista. Se mai è vero esattamente l’opposto: la prima spiega, «in ultima analisi», la seconda. Anch’io ho visto all’opera il fatalismo e l’indolenza dei musulmani, di cui parlava Weber, a Tripoli, nel cui porto sono stato nel 1999, nel pieno dei festeggiamenti della «Grande Rivoluzione Verde», che quell’anno compiva giusto trent’anni. Operai – che grossa parola! – assunti a giornata, come nell’Italia degli anni Cinquanta, scaricavano la nostra nave con una lentezza esasperante; del tutto sforniti dei più elementari sistemi di sicurezza (maneggiavano pesantissimi tubi d’acciaio che sarebbero serviti all’Eni senza casco, senza guanti e in ciabatte!), avevano l’insolenza stampata sul volto. Ma non mi è passata nemmeno per l’anticamera del cervello l’idea che quel comportamento poco produttivo avesse a che fare con la loro religione o con qualche loro tara antropologico-culturale! Ai miei colleghi, invece, sì… Una struttura capitalistica di basso livello tecnologico e una società di asfittico sviluppo generale non può generare una produttività di stampo germanico o milanese. In quelle condizioni un operaio tedesco – o milanese – sarebbe superfluo. E, a proposito dell’operaio milanese, non dimentichiamo che anche i «polentoni» considerano i «terreni» un po’ come l’equipaggio della mia nave considerava i declassati lavoratori libici.

TU CHIAMALO SE VUOI, IMPERIALISMO

L’odissea non è solo all’alba, ma ad ogni secondo che il Capitale manda in terra. E dappertutto.

Barack O'Bush

I pacifisti sono come ipnotizzati dalla sfinge Obama: come sarebbe stato tutto più semplice, se al suo posto ci fosse stato il bianco, petroliere, conservatore e guerrafondaio Bush, antropologicamente «imperialista»! E invece… Invece tocca farsi questa scottante domanda: è possibile che l’imperialismo non abbia né colore (oltre quello dei soldi e del petrolio) né ideologia (che non sia quella che emana dalla potenza sistemica di un Paese)? Oh, amletico dubbio!

Ci mancava la ciliegina sopra l’escrementizia torta tricolore di questi italianissimi giorni di festeggiamento, ed eccola arrivare, forse inaspettata – ma quanto opportuna! –, sotto forma di patriottismo bellico, l’espressione più violenta e verace della Sacra Unità Nazionale.

Per tranquillare le coscienze progressiste, il Presidentissimo Napolitano ha immediatamente fatto sapere che la Missione italiana in Libia si muove perfettamente dentro la cornice costituzionale dell’Articolo 11. Che sollievo! In effetti, basta chiamare la guerra «ingerenza umanitaria», peraltro esercitata sotto l’egida dell’ONU, questo brutto simulacro di «democrazia planetaria», e il gioco di prestigio è fatto. È dalla missione in Libano dell’’82 che l’Italia sposta truppe a destra e a manca, nel pieno rispetto della Costituzione «nata dalla resistenza» (appunto!), e solo gli ingenui possono credere alla natura pacifista del mitico articolo 11, peraltro impostoci – alla stessa stregua di Germania e Giappone – dagli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale.

"L'etica ha preso il sopravvento"

Il generale Franco Angioni, che della missione libanese del 1982 fu il primo comandante, e che oggi milita nei ranghi del partito democratico, ha dichiarato all’Unità del 20 Marzo che «l’etica ha preso il sopravvento». Finalmente! Quindi la missione internazionale in Libia sarebbe una questione di valori. E non c’è dubbio: di valori… di scambio.

A ragione il riluttante Bossi teme che i francesi e gli inglesi vogliono soffiarci il nostro gas e il nostro petrolio, senza contare il disastro che si annuncia con lo tsunami dei profughi di guerra: «con la scusa dell’intervento umanitario stanno tentando di mettercela in quel posto» (Il Giornale, 20 Marzo 2011). Oh, amabile schiettezza del reazionario che non si vergogna di apparire tale! Come sempre, bisogna ascoltare e leggere i politici che non hanno la fregola del politicamente corretto per apprendere qualche verità intorno a questo tristo mondo. E, detto per inciso, la parlamentare leghista eletta a Lampedusa non è affatto una stravaganza della pur bizzarra politica italiota. I giorni a seguire si incaricheranno di dimostrarlo, anche perché la sua politica leghista rischia di venir scavalcata a “destra” dai suoi compaesani.

Valentino Parlato ha giustamente osservato che in questa faccenda i valori etici stanno a zero, perché siamo in presenza di «un conflitto per il petrolio» (Il Manifesto, 20 Marzo 2011). Stimo assistendo, ha continuato il vecchio leader della sinistra dura e pura, «alla rinascita del famoso imperialismo». No, perché «rinascita»? In realtà, il «famoso» Imperialismo non solo non è mai uscito dalla scena (magari per far posto al più intellettualmente sofisticato e politicamente ambiguo «Impero» alla Toni Negri), ma si è col tempo espanso, radicato e rafforzato su scala planetaria sotto forma di economia capitalistica. Tutto il pianeta giace sotto il plumbeo cielo dei rapporti sociali capitalistici. Il «fatto bellico», come diceva quello, non è che la continuazione del «fatto politico» con altri mezzi, e quest’ultimo, a sua volta e «in ultima analisi», si fonda sul «fatto economico», lungo una «filiera dialettica» di reciproche influenze di «struttura» e «sovrastruttura» che qui sarebbe fin troppo pletorico illuminare. Ma quando c’è di mezzi il petrolio, non c’è «filiera dialettica» che tenga!

Gli Stati non agiscono mai sulla base di considerazioni etiche o «umanitarie», o sulla scorta di coerenze politiche e – siamo seri! – ideali, ma unicamente su input di precisi interessi strategici di varia natura (economica, politica, militare, ecc.). Il fatto che oggi tutti i leader «alleati», da Berlusconi a Obama, da Sarkozy a Cameron, stiano mettendo in scena l’apoteosi dell’ipocrisia, ebbene questo non è nemmeno un buon argomento di polemica, talmente suona scontato. È la realpolitik degli Stati, di questi mostri a sangue freddo, bellezza!

Le stesse Organizzazioni Non Governative, che si stanno anche loro mobilitando in gran fretta per soccorrere le vittime degli «effetti collaterali», sono, loro malgrado, perfettamente integrate nel Sistema della competizione globale tra gli Stati, in tempo di «pace» come in tempo di guerra, perché il cattivo mondo ha estremo bisogno dei buoni di spirito, grasso – o balsamo – per i duri ingranaggi del dominio. Anche la prassi «umanitaria» delle ONG non è che la continuazione della guerra generale contro l’umanità portata avanti con altri mezzi. Ma non è un po’ esagerato mettere sullo stesso piano di responsabilità il militare che spara e il chirurgo che interviene sulle vittime della guerra? Domanda legittima. Il fatto è che non sono io ad operare questo cinico riduzionismo etico, ma la fin troppo astuta dialettica del dominio, che mi limito a illuminare, per poterla infilzare almeno sul piano della critica politica.

Certo, scrive Parlato, Gheddafi è sempre stato un feroce dittatore, e tuttavia poteva almeno vantare una funzione nel quadro dell’indipendenza nazionale del suo Paese, senza contare il fatto che noi italiani forse siamo sul punto in cui dovremo rimpiangerlo. Per il “comunista” del Manifesto gli interessi nazionali, della Libia e dell’Italia, sono dunque valori che conservano un grande significato. E ha ragione da vendere, sebbene sia una ragione ultrareazionaria. Valentino Parlato vive perennemente nel rimpianto: «forse sarebbe stato meglio morire democristiani e craxiani, anziché berlusconiani», si lamenta sovente. Forse ci conveniva lasciare Gheddafi al suo posto. Qualcuno lo conforti, compassionevolmente.

A proposito di interessi nazionali: il fascistissimo Padellaro ha scritto, sul Fatto del 20 Marzo, che bisogna cacciare immediatamente il puttaniere Berlusconi, perché senza riacquistare il prestigio nazionale che merita, l’Italia non potrà competere con la leadership anglo-francese. Nonostante quel che dice il Ministro La Russa, se il Cavaliere di Arcore rimane in sella dovremo consegnare le nostre chiavi di casa ai francesi e agli inglesi: che disdetta! Prego, provvedere con un bel colpo di Stato. L’Egitto, dopo tutto, insegna…

A TRIPOLI, A TRIPOLI!

Promemoria storico per i futuri eventi che si produrranno nell’italico cortile di casa.

Mentre falchi neocons e colombe obamiane svolazzano, ali nelle ali, sopra il cielo nordafricano, là dove rigogliosa fiorisce la “primavera democratica” (a proposito, che fine hanno fatto i pacifisti “senza se e senza ma” che scendevano in piazza a ogni sospiro del cattivo Bush? Forse aspettano di sostenere il Comitato per la Pace proposto dal camerata Chàvez?). Mentre il solito progressista francese, dopo aver stigmatizzato il “cinismo” e l’”assenza di visione strategica” della realpolitik occidentale, si augura pei i “Paesi in rivolta” un futuro di “democrazia, diritti umani, pace sociale e prosperità” (praticamente l’eldorado capitalistico!). Mentre la progressista Lucia Annunziata saluta con entusiasmo l’”ingerenza umanitaria” annunciata dal ministro Frattini (non prima di aver elargito all’imbranato imperialismo italiano una serie di buoni consigli: quando si dice essere più realisti del re!). Insomma, mentre la competizione imperialistica si accende nel nostro cortile di casa (o Quarta Sponda che dir si voglia), forse può tornare utile la “pillola” storica che segue.

Nel 1905 il ministro degli Esteri Antonio Di San Giuliano lamentava il fatto che «il problema meridionale non è stato ancora affrontato seriamente dal Parlamento e dal governo. Ancora meno seriamente si è affrontato il problema coloniale». In quell’anno la linea di espansione imperialistica dell’Italia puntava soprattutto verso il Sud, in direzione della «quarta sponda» africana, ma già andavano delineandosi chiaramente altre due, assai più promettenti ma anche foriere di acute tensioni nell’agone internazionale, direttrici geopolitiche: verso l’area balcanico-danubiana e verso l’Asia Minore. Naturalmente non è il solo San Giuliano a vedere nell’espansione coloniale una «valvola di sfogo» per una pressione demografica che esuberava le esigue capacità di assorbimento del mercato del lavoro nazionale. Per rendersene conto basta vedere cosa scriveva ad esempio il De Felice nel 1911: «A 13 ore da Catania, quasi quanto Milano dista da Roma, coraggiosi emigranti catanesi, cacciati dalle ostilità ottomane, mi riferiscono esistere agrumeti, vigneti, oliveti ecc. estesissimi […] I visitatori catanesi mi parlano dell’esistenza di vastissime miniere di zolfo, d’antimonio, di carbon fossile, e tutto ciò […] a poche ore da Catania […] Convinto che la sorte del proletariato della Sicilia e del Mezzogiorno è intimamente legata al problema della colonizzazione della Tripolitania, desidero ardentemente che l’Italia ufficiale si ritiri dall’infausta Eritrea, penetrando civilmente nella Tripolitania e Cirenaica, che non costerà nemmeno un colpo di fucile» (De Felice, intervista al Giornale d’Italia del 23 novembre 1911). È il tempo in cui il popolo canta «Tripoli, bel suol d’amore, sarai italiana al rombo del cannon!»; com’è noto, la famosa canzone di Gea della Garisenda invitava tutti gli italiani «A Tripoli!» La tremenda disfatta di Adua (marzo 1896), che aveva provocato la caduta del ministero Crispi, sembra dimenticata per sempre; il Via dall’Africa! pronunciato da Andrea Costa alla Camera dei deputati appare uno slogan invecchiato partorito da una mente disfattista.

Tuttavia, contrariamente agli auspici dei colonialisti «dal volto umano», l’impresa libica costerà «lacrime, sudore e sangue» al proletariato italiano, il quale dopo l’iniziale ubriacatura sciovinista che aveva creato il vuoto attorno all’opposizione socialista, dovette infine svegliarsi per fare i conti con il peggioramento delle proprie condizioni di vita. Tra i motivi che indussero la classe dominante italiana a prendere tempo nella fatale estate del 1914, a rinviare ogni decisione sull’entrata in guerra del Paese, occorre senz’altro annoverare i postumi dolorosi di quell’impresa, che certo non potevano fomentare nelle masse il necessario «sentimento nazionale» né un adeguato spirito bellicoso. Tra l’altro il Bel Paese si rese allora responsabile del primo massiccio impiego di armi chimiche in un conflitto, mentre l’aviazione tricolore dimostrò tutte le tragiche potenzialità della nuova Arma nell’ambito della moderna guerra. Italiani, brava gente. Forse.

In effetti, l’avventura coloniale italiana in Libia non si spiega soltanto o soprattutto con cause immediatamente economiche, anche perché quel Paese non era certo una terra promessa, né offriva sbocchi tali da poter alleviare la recessione dell’industria italiana. Essa va invece collocata all’interno di quel disegno strategico che vide l’Italia di inizio Novecento perseguire con una certa coerenza (sempre nei limiti dell’italica “saggezza geopolitica”: chiedere alla Germania…) il suo ingresso nel Grande Gioco delle potenze europee. E ciò tanto più nel momento in cui l’indebolimento della Turchia le schiudeva l’opportunità di una sua agevole penetrazione nell’entroterra dell’Impero Ottomano, nell’ambito della sua promettente politica espansionistica nell’area balcanica.

[Tratto da: Sebastiano Isaia, Uno statista all’ombra dell’elefante, in Meridionalismo d’accatto, 2008.]

ALLAH (FORSE) È GRANDE, LA “MOLTITUDINE” NO

Breve riflessione sull’eterno “ottimismo rivoluzionario” di Toni Negri

Com’è noto, per Toni Negri la madre delle rivoluzioni, o quantomeno dei «cicli di lotte», è sempre incinta, nonostante il movimento sociale anticapitalistico manifesti ormai da parecchi lustri un’impotenza davvero imbarazzante. Ma, si sa, all’occorrenza la scienza e la tecnologia possono venire in soccorso anche alla più tetragona delle sterilità, trasformandola in una pingue fecondità: il General Intellect può – quasi – tutto! Forse è per questo che il bravo intellettuale padovano non smette di osservate in ogni dove «Moltitudini» in marcia verso il comunismo, pardon: «il Comune». Beato lui!

Nella seconda metà degli anni Settanta, proprio mentre «il ciclo di lotte operaie» apertosi nel caldo autunno del ’69 si stava rapidamente esaurendo (portando a casa risultati piuttosto deludenti), Negri propose alla «nuova figura proletaria» emersa dalla crisi economica e sociale di quegli anni (l’«operaio sociale», contrapposto all’«operaio massa») questa sconcertante prospettiva: o ci assumiamo, qui e subito, la responsabilità rivoluzionaria del potere politico, oppure ci esponiamo al rischio della più selvaggia delle controrivoluzioni. Inutile dire che allora nel Bel Paese non ci fu mai all’ordine del giorno alcun evento che in qualche modo potesse evocare l’idea di una rivoluzione, mentre in effetti lo Stato nato dalla Resistenza colpì pesantemente i nemici del «compromesso storico» e della berlingueriana «politica dei sacrifici». Ma questa è acqua passata. Forse.

Per capire quanto infima sia la qualità del concetto di rivoluzione che ha in testa il nostro Scienziato della Politica, è sufficiente leggere il suo articolo comparso sul Guardian del 24 Febbraio scorso (Gli arabi sono i nuovi pionieri della democrazia), scritto col solidale Michael Hardt. Secondo Negri, il mondo arabo è destinato a diventare nel prossimo decennio ciò che l’America Latina rappresentò nel recente passato: un importante laboratorio di trasformazioni sociali. Dunque, i «governi progressisti» dell’Argentina, del Venezuela, del Brasile e della Bolivia sono il paradigma sociale della coppia di successo Hardt-Negri: auguri! Non c’è davvero male per due personaggi che teorizzano la fuoriuscita del mondo dalla gabbia capitalistica: «un altro mondo è possibile», che diamine! Ma forse nella «fase di transizione» anche un Chávez, un Morales o un Lula possono dare un contributo alla causa, a patto di capire quale «nuovo mondo possibile» hanno in testa i teorici della Moltitudine libera e bella.

È presto detto: si tratta di andare nella direzione di «un piano comune che gestisca le risorse naturali e la produzione sociale». Il «Comune» è il nuovo mantra di Toni Negri, un concetto che maschera, in modo assai maldestro, il vecchio «socialismo di Stato» che tanto piaceva all’intelligenza progressista prima che la «rivoluzione liberista» della Thatcher e di Reagan ponesse fine al lungo – e debilitante – ciclo keynesiano. Non c’è dubbio, Il «Comune» è il nuovo luogo comune del progressismo più avanzato (che grossa parola!), quello che ha nostalgia del capitalismo di Stato dei vecchi tempi, ma non può confessarlo, causa coda di paglia…

Il sempre più ineffabile ministro del Tesoro Tremonti si è chiesto chi c’è dietro i Social Network che hanno reso possibile l’effetto domino di questo incredibile Febbraio «rivoluzionario». Negri risponde: una moltitudine di giovani intelligenze capaci di usare al meglio i nuovi strumenti tecnologici (Facebook, You Tube e Twitter), e che hanno imparato a organizzarsi in modo autonomo, rifiutando la logica della delega ai capi. A naso, mi sembra una risposta un po’ troppo ottimistica. Ai miei occhi i «nuovi esperimenti di libertà e democrazia» messi in opera dai giovani tunisini, algerini, egiziani ecc. appaiono già vecchi, e sicuramente tali da non giustificare una speranza fondata non sull’ideologia, ma su una lettura critica della realtà sociale dei paesi coinvolti in quello che io definisco effetto dominio. Dal mio punto di osservazione, dietro i Social Network che inquietano il simpatico Tremonti si cela soprattutto l’Intelligenza del Capitale: la sua scienza, la sua tecnologia, il suo marketing, la sua offerta di merci che possono appagare i bisogni e i desideri di masse fameliche, stufe di guardare dallo schermo di un computer o di una televisione un mondo che gli si prospetta meno duro. Il risvolto “dialettico” di quell’effetto può certamente andare nella direzione di un autentico protagonismo della “Moltitudine”, e provate a immaginare quale sarebbe la mia reazione; ma appunto può, non è affatto detto che un simile “risvolto” ci sia.

Secondo Negri, invece, le moltitudini in rivolta in Nord Africa e in Medio Oriente esprimono bisogni, desideri e capacità umane che oltrepassano l’orizzonte del «neoliberismo», e che mettono in questione lo stesso capitalismo. Difficile trovare un’analoga assoluta mancanza, non dico di «coscienza di classe», ma di puro e semplice realismo.

«Ma allora – sento già l’obiezione dell’ottimista rivoluzionario – tu non hai fiducia nella Moltitudine!» Chi anela alla fede in qualche cosa può accomodarsi in Chiesa, mentre chi vuol comprare illusioni (peraltro di pessima qualità: sono saldi di fine stagione!) può passare dal banco di Toni Negri.

EFFETTO DOMIN(i)O

Ci si meraviglia e ci si entusiasma tanto per la rapidità con la quale decennali dittature tirano le cuoia, una dopo l’altra, dando corpo a quell’eccezionale effetto domino che qualche apprensione deve certamente suscitare in tutte le classi dominanti del pianeta, ma con ciò stesso si stende un velo pietoso sui decenni che hanno preceduto l’esito violento. Uno come Gheddafi è riuscito a mantenersi abbastanza agevolmente al potere per 42 anni, e invece di interrogarsi sulle cause interne e internazionali di cotanta longevità, la cosiddetta opinione pubblica internazionale – ossia i politici, gli intellettuali e i mass-media dei paesi capitalisticamente più sviluppati – esulta per la «rivoluzione democratica» che starebbe investendo l’ex colonia italiana. Decenni di miseria, di terrore, di oppressione, ma anche di consenso popolare per il dittatore di Tripoli (ricordo che negli anni Ottanta alcuni miei amici siculi passarono, senza soluzione di continuità, dal Libretto Rosso di Mao al Libero Verde di Muammar Gheddafi, innalzato ai sacri altari dell’Antimperialismo) all’improvviso non contano più niente: la storia inizia oggi!

E sia! Ma che storia è mai questa? È la storia della globalizzazione capitalistica, naturalmente. L’odierno effetto domino ci porta al cuore del processo di diffusione capillare dei rapporti sociali dominati dal capitale – in ogni sua configurazione sociale: merce, tecnologia, scienza, lavoro, cultura, moda. Il capitale preme dall’interno e dall’esterno, soprattutto attraverso le sofisticate tecnologie che mettono tutto il mondo nella rete del Mercato Universale.

Le società dell’Africa Settentrionale e del Medio Oriente sono attraversate da vecchie e nuove contraddizioni che rendono sempre più insostenibile un passaggio graduale, guidato dall’alto, fatto di tanti compromessi, alla loro piena «modernizzazione». Le tensioni che si sono accumulate in quei paesi nel corso dei decenni premono sempre più forte sul tappo dello status quo economico, politico, istituzionale, sociale tout court. Il gesto disperato del giovane ambulante tunisino, provvisto di laurea, che si dà fuoco perché esasperato da una vita intrappolata nella miseria più nera e nel più ottuso dei burocratismi, è la cifra di questa condizione insostenibile. Non si può rimanere troppo a lungo in mezzo al guado di uno sviluppo capitalistico troppo asfittico.

Paesi come la Libia, l’Iran, l’Arabia Saudita ecc. non possono sperare di poter vivere in eterno grazie alla rendita che a loro deriva dalla vendita – nemmeno dalla trasformazione – delle materie prime, soprattutto petrolio e gas. Ma Gestire la transizione dal capitalismo di Stato basato sulla rendita petrolifera a un capitalismo più «liberale» naturalmente non è un’operazione semplice, perché in gioco ci sono cospicui e radicati interessi, che peraltro riguardano anche una parte delle stesse classi subalterne, quella che gode delle briciole garantite dallo Stato Petrolifero Assistenziale. Non a caso i nemici più terribili della cosiddetta Onda Vende iraniana Ahmadinejad li recluta tra il proletariato sussidiato dallo Stato. Anche Chavez, sul versante opposto del globo, coltiva il suo ultrareazionario consenso populista sul terreno di un proletariato pezzente ma assistito.

La dissoluzione, alla fine degli anni Ottanta, dei regimi dell’Est europeo basati sul capitalismo di Stato mi sembra confermi questa lettura. La stessa Cina, proprio per scongiurare la sindrome Russa, dovette far ricorso alla più spietata delle repressioni per evitare – o quantomeno per dilazionare e depotenziare – quelle riforme politiche e sociali che ne potevano rallentare la corsa sulla pista della competizione capitalistica globale, e che avrebbero potuto aprire il vaso di Pandora delle rivendicazioni nazionali ed etniche.

Tuttavia, il capitalismo è per sua natura ostile ad ogni ostacolo di natura “artificiale”, e là dove si apre uno spazio ancora libero di iniziativa imprenditoriale, il suo cavallo morde il freno, scalcia, sbuffa, pretende una corsa a perdifiato nel verde – il colore dei soldi! – prato delle opportunità. Naturalmente il processo di sviluppo del capitalismo non investe solamente la sfera economica dei paesi, ma ne coinvolge anzi l’intera struttura sociale: la politica, le istituzioni, la cultura, le mode, la stessa psicologia, tutto deve fare i conti con le necessità di un’economia quantomai esigente ed esclusiva. Non è né giusto né sbagliato, è semplicemente un fatto necessario e incontrovertibile nel contesto dell’odierna Società-Mondo. (Proprio in questo momento ricevo un sms da una cara amica, la quale mi chiede: «Ciò che sta succedendo è come ai tempi della Russia, della Romania ecc., per pressioni esterne cioè occidentali?» No, cara amica, il complotto occidentale non c’entra nulla: chi complotta qui e ovunque è il capitale. Prima lo capiamo, e prima ci risparmiamo il luogo comune terzomondista, sempre duro a morire).

In fondo, l’11 Settembre dei fondamentalisti islamici è stato forse l’ultimo, disperato e rozzo – ancorchè tecnologicamente avanzato: paradosso dentro la contraddizione – tentativo, da parte di chi teme la «modernizzazione borghese», di evitare al Mondo Islamico un esito «occidentale». Forse il Dio dei fondamentalisti islamici non ama l’«emancipazione della donna», le «libertà borghesi», i «diritti umani» e tutti quei «valori occidentali» che tanto inorgogliscono l’opinione pubblica che vive nei luoghi di nascita del moderno capitalismo. Il fatto è che quel Dio si trova a dover fare i conti con una divinità ben più potente e tirannica, la cui Chiesa non sta né a New York né a Pechino, ma ovunque si celebri la Santa Messa del Profitto. Amen!

Mentre scrivo la situazione nei paesi investiti dallo tsunami sociale appare ancora fluida e contraddittoria, perché il cavallo dell’insofferenza alla miseria e all’oppressione è montato tanto da coloro che vogliono mantenere lo status quo, tanto da quelli che coltivano l’opposto interesse. Nemmeno un nuovo compromesso tra questi interessi è da escludersi. Il processo sociale reclama comunque i suoi diritti, e come sempre a pagare il conto salatissimo del «progresso civile» sono gli ultimi, i quali non saranno mai i primi. Salvo che, beninteso, in caso di rivoluzione sociale. Ma questa è tutta un’altra storia.

RIVOLUZIONARI, MA NON PER PROCURA

Dialogo con il mio ipotetico interlocutore – chiunque egli sia.

Chi è il mio – quantomeno potenziale  – interlocutore quando abbozzo una riflessione possibilmente non scontata sui fatti tunisini, algerini, egiziani (e domani, molto probabilmente, siriani, giordani, iraniani, ecc.)? Rivolgo il mio verbo alle vaste e diseredate masse di quei paesi? Ovvero solo alle loro «avanguardie rivoluzionarie» (anche qui ragiono per ipotesi, si capisce)?

Purtroppo anche la mia smisurata mania di grandezza deve fare i conti col principio di realtà. D’altra parte, visti i magri tempi, il semplice fatto di riflettere criticamente sulle cose del mondo mi appare già un esercizio velleitario. E tuttavia!

No, con ogni evidenza e contro il mio scatenato volontarismo, il «popolo arabo» non può sintonizzarsi sulle frequenze del mio pensiero, se non altro per la debolezza dell’emittente…

E allora? È il mio interlocutore la «moltitudine» che affolla le città del nostro Paese? O almeno la sua «avanguardia», più o meno «rivoluzionaria»?

La risposta non cambia, rimane negativa, e me ne dolgo molto. Cioè, vorrei, fortemente vorrei, ma non posso!

I fatti me lo impediscono. La mia stessa formazione critica me lo impedisce: essa, infatti, mi trattiene dall’esaltazione ideologica degli eventi (del tipo: «Viva la rivoluzione egiziana! È così che si fa! Berlusconi come Mubarak!»), e mi obbliga a chiedermi a chi posso realisticamente – ma non per questo meno significativamente – rivolgermi in un dato momento.

Il mio interlocutore oggi è chi si pone il problema di dare una lettura critica, profondamente radicale («la radice è l’uomo») dei fatti che a vario titolo lo coinvolgono. Non per “imporgli” la mia scienza – che peraltro è ben poca cosa –, ma per costruire con lui un punto di vista umano su ogni cosa che accade tra terra e cielo.

Il mio interlocutore è solo un’ipotesi? Forse sì, ma io gli parlo lo stesso, per filosofia – nell’accezione greca del concetto.

Al mio potenziale o ipotetico interlocutore chiedo: che cosa ci dice lo smottamento che sembra poter ridisegnare il volto politico e sociale del Maghreb e del Medio Oriente (nonché creare tanti problemi ma anche tante opportunità all’imperialismo di casa nostra)? Per rispondere correttamente a questa domanda occorre, a mio avviso, dare prima una risposta adeguata a quest’altra: i «popoli» di quei paesi stanno recitando un ruolo che li rende soggetti di storia, o piuttosto oggetti di una trama scritta dal processo sociale? Insomma, quale mano impugna la penna?

Il fatto che la miseria sociale (la fame, l’oppressione politica, ideologica, culturale, ecc.) ciclicamente generi sommosse, rivolte, vere e proprie guerre civili è qualcosa che appare ovvia da tempo immemore, e solo gli ideologi della nonviolenza possono prestare fede alla chimera di un mondo pacificato nel seno delle società che conoscono il dominio sociale e lo sfruttamento. La società classista è violenta anche quando regna la «pace sociale», perché i suoi rapporti sociali violentano sempre di nuovo la possibilità degli individui di vivere come uomini. Che la pressione del movimento sociale possa mandare in frantumi il più duraturo e repressivo dei regimi politici, è, dunque, cosa risaputa, e questo certamente deve rincuorare coloro che, come me, non amano lo status quo, a cominciare da quello del proprio paese; essi però devono pure interrogarsi sul significato politico e sociale di quell’esito, andando oltre il fascino della «forza popolare», oltre la fenomenologia della sommossa. Dal mito, insomma, dobbiamo passare alla critica politica e sociale di ciò che la realtà ci sbatte in faccia.

A mio avviso, ciò che sta accadendo in Tunisia, in Egitto e altrove è importante, dal punto di vista del pensiero critico-radicale, non perché è – o può scatenare – una rivoluzione (per favore, ogni tanto cerchiamo di avere un po’ di cura per il significato delle parole!), bensì perché da quel marasma può prendere corpo almeno un barlume di autorganizzazione degli operai (attraverso la formazione di sindacati indipendenti, gruppi di iniziativa politica autonoma, stampa “alternativa”, ecc.), dei disoccupati, degli studenti, delle donne, e così via. Se poi lo smottamento di quei regimi più o meno imbalsamati (detto per inciso, che Mubarak fosse a scadenza, non solo politica, è cosa risaputa almeno da due anni) dovesse generare scompiglio anche nell’altra parte del Mediterraneo, tanto meglio! Per carattere son casinista…

Nelle attuali circostanze storiche, se questo fermento sociale si realizzasse sarebbe, e mi si scusi l’espressione poco scientifica, tutto grasso che cola. Anzi, sarebbe una vera e propria… rivoluzione! Se questo malauguratamente non dovesse accadere, vorrà dire che le masse arabe avranno giocato ancora una volta il ruolo di potente, ancorchè politicamente passivo, strumento nelle mani di questo o quel gruppo di potere, di questa o quella fazione della classe dominante. Trattasi di una coazione a ripetere di un funesto e insuperabile destino? Tutt’altro! Bisogna comunque imparare a non pretendere dai movimenti sociali che si sviluppano nel mondo ciò che essi non possono dare, e ciò che noi sogniamo di fare. L’altrui «rivoluzione» non rinsangua le nostre pallide guance.

Nel giugno dell’’89 ho tifato con forza per i ragazzi di piazza Tien-Anmen, non perché mi aspettassi da loro la «rivoluzione», o perché non vedessi come una fazione del regime cinese intendesse usarli come massa di manovra nella lotta per il potere; ma perché il loro movimento contro la dittatura del Partito cosiddetto Comunista avrebbe potuto innescare un ben più vasto e profondo movimento sociale, e, difatti, in quella breve stagione iniziarono a formarsi organismi sindacali indipendenti a Pechino e a Shanghai. Allora molti nipotini di Mao della mia città mi guardarono con sospetto, tanto più che gli studenti cinesi avevano scelto come loro modello politico e sociale l’odiata America: «Hanno perfino costruito a Tien-Anmen una miniatura della statua della libertà!» Proprio sotto la gigantografia del Celeste Preside: che scandalo! Quel che si dice rimanere impigliati nell’ideologia. Il bagno di sangue dell’‘89 non è il meno insignificante, tra gli eventi che spiegano l’incredibile ascesa della potenza capitalistica cinese negli ultimi vent’anni.

Tutto questo lo scrivo non per influenzare gli eventi che mi godo dal salotto di casa mia, tra una spaghettata e una chiacchierata con gli amici, ma per comunicare al mio potenziale o ipotetico interlocutore quanto importante sia la costruzione di una soggettività politica in grado di favorire la costituzione delle classi dominate in fattori attivi di storia. «Vasto Programma», per dirla col Francese; proprio per questo mi piace!

Noi occidentali non possiamo sempre fare la «rivoluzione» per procura. Almeno questo capiamolo.

SI FA PRESTO A DIRE RIVOLUZIONE!

Tunisia, Algeria, Egitto: ma davvero stiamo assistendo a delle rivoluzioni in diretta televisiva? Davvero le mitiche masse arabe diseredate, a pochi chilometri dalle nostre coste meridionali, stanno impartendo una dura lezione di Rivoluzione al sonnecchiante e obeso proletariato occidentale? Insomma, ha ragione il bifolco manettaro dell’Italia dei Valori, quando suggerisce ai giovani, ai disoccupati e a chi non ne può più del Nero Cavaliere, di «fare come in Egitto»? Calma e gesso. Già i consigli populisti-giustizialisti dei manettari di casa nostra dovrebbero metterci sulla buona strada, nella ricerca di una risposta non banale a quelle domande. Non farò un’analisi della situazione sociale dei Paesi nordafricani oggi in ebollizione; cercherò piuttosto di afferrare e tirare un solo filo politico della questione, a mio avviso di notevole interesse, anche teorico. Per le analisi sociali e geopolitiche accurate c’è sempre tempo.
Avendo da sempre criticato la concezione feticista – ideologica – delle parole, non starò qui ad impiccarmi su un termine (rivoluzione), peraltro quanto mai abusato e inflazionato dal marketing politico e pubblicitario (scusate la distinzione…). Ma al suo concetto però sì! Ebbene, se con rivoluzione vogliamo intendere un processo sociale alla fine del quale la vecchia classe dominante viene spazzata via dal potere (economico, politico, ideologico, sociale tout court) dalla classe prima dominata, la quale costruisce una nuova società (non solo un nuovo governo), certamente quello che sta accadendo in Africa settentrionale e che rischia di terremotare il Medio Oriente non entra nei “parametri” appena citati. Non solo la posta in gioco in quei Paesi non è il potere sociale, ma i movimenti di protesta che li attraversano di fatto tendono a rafforzare le fazioni della classe dominante che hanno interesse a cambiare regime politico, chi per rallentare il processo di modernizzazione, chi invece per accelerarlo.
Non basta che le moltitudini affamate e oppresse scendano in strada, e che usino anche le forme più violente della lotta politica, per poter – per così dire – scomodare il concetto (non la parola) di rivoluzione. Infatti, non di rado le fazioni della classe dominante si combattono a suon di “rivoluzioni”. In Cina gli imperatori promuovevano Celesti Rivoluzioni per regolare i conti con le dinastie nemiche. «Sparare sul quartier generale!», diceva l’Imperatore Mao ai tempi della cosiddetta «Rivoluzione Culturale Proletaria». La stessa «rivoluzione komeinista» di fine anni Settanta ci dice fino a che punto la rabbia delle classi dominate può venir usata per scopi ultrareazionari.
Il quid che ormai da moltissimo tempo manca ai movimenti sociali, in Occidente come in Oriente, a Nord come a Sud del mondo, è ciò che con antica – ma non per questo meno vera – fraseologia possiamo chiamare «soggettività politica», ossia la coscienza delle classi dominate di poter coltivare interessi diametralmente opposti da quelli «generali del Paese», i quali fanno capo, in modo più o meno diretto e mediato, alle classi dominanti.
È possibile la rivoluzione (nel significato radicale appena delineato) nella società mondiale del XXI secolo? E’ su questa domanda che, a mio avviso, vale la pena di spendere qualche riflessione, magari dopo aver spento la televisione che ci mostra la povera gente dare il sangue per i salvatori della patria di turno.