EGITTO (MA ANCHE SIRIA E LIBANO): PIOVE SANGUE SU QUELLO GIÀ VERSATO

piramidi-egittoLeggo dal blog Invisible Arabs: «Questa rivoluzione non è più tale, oggi. O forse è quel tipo di rivoluzione che prevede il sangue, tanto sangue: la rivoluzione sanguinosa di cui criticava l’assenza un giornalista francese a un fine intellettuale egiziano, due anni fa, in una conversazione tra pochi intimi. Perché, diceva, ogni rivoluzione passa attraverso un lavacro di sangue. Credevo non avesse ragione, e che la sua critica fosse originata dal suo essere francese, cresciuto nel mito di un’altra rivoluzione. E ora mi devo ricredere» (Umm al Dunya, prego per te, 14 agosto 2013). Come ho scritto nei precedenti post dedicati alle cosiddette “primavere arabe”, la “rivoluzione” egiziana (o tunisina) non è mai stata tale, almeno che non si voglia assecondare la moda per cui qualsiasi movimento sociale, soprattutto se sporco di sangue, è ipso facto “rivoluzionario”.

Diciamo subito che non è la quantità di sangue versato, né la quantità delle masse in movimento, che fanno di un evento sociale caratterizzato da lotte di strada una rivoluzione*. D’altra parte, in Egitto la sola rivoluzione che la storia, non chi scrive, ha messo all’ordine del giorno è quella anticapitalista, perché con tutti i limiti e le contraddizioni, peraltro comuni a tutte le società che insistono nella turbolenta area che va dal Medio Oriente al Maghreb,  quella egiziana è da tempo una società capitalista. Lo era, beninteso, anche quando qualche leader egiziano straparlava di «socialismo arabo», civettando con gli stalinisti e i maoisti occidentali.

Detto di passata, il Capitalismo di Stato in salsa araba, spacciato appunto per socialismo con caratteristiche egiziane, se ha promosso un certo sviluppo economico del Paese e una sua relativa indipendenza nazionale in epoca postcoloniale, ha d’altra parte generato una serie di magagne sistemiche, di natura sia economica sia politica, che alla fine ne hanno di molto rallentato l’ulteriore processo di modernizzazione.  Questa dialettica sociale, che naturalmente dev’essere vista da una prospettiva geopolitica di ampio respiro, in qualche modo segna la dinamica sociale di tutte le nazioni che insistono nel quadrante geopolitico di riferimento. In quasi tutti questi paesi l’esercito ha svolto un’importante funzione sociale (la cui natura borghese è fuori discussione) che però, a un certo punto, nel nuovo scenario mondiale creato dall’ultima ondata di globalizzazione capitalistica, ha presentato i conti in termini di arretratezza sistemica. Questa situazione ha messo all’ordine del giorno, ormai almeno da vent’anni, la transizione dal vecchio modello di sviluppo capitalistico a uno nuovo in grado di affrontare con successo le nuove sfide sistemiche. In gioco non c’è solo la stabilità sociale del Paese, ma le sue ambizioni di potenza regionale in un’area particolarmente densa di nazioni che aspirano alla leadership politica, economica, militare e ideologica regionale. Si comprende bene come il fronte interno e quello esterno siano intimamente intrecciati.

EGITTO~1Nel Paese delle piramidi stiamo dunque assistendo al dispiegarsi di fenomeni sociali che in gran parte si spiegano sulla base delle contraddittorie tendenze riconducibili a precisi interessi di classe, da conservare o da promuovere, che fanno capo a una «società civile» che, per quanto relativamente arretrata se valutata con gli standard occidentali, può ben definirsi borghese. Nell’analisi dei processi sociali non bisogna farsi sviare dalla coloritura politico-ideologica, nella fattispecie in gran parte riconducibile alla tensione inter-religiosa o allo scontro tra forze religiose e forze laiche, che gli interessi materiali cui facevo cenno assumono.

Naturalmente le tendenze sociali che spingono nella direzione del cambiamento urtano contro la resistenza degli strati sociali e dei gruppi di potere che hanno interesse al mantenimento dello status quo, o quantomeno a negoziare da posizione di forza la ristrutturazione del sistema, rendendola “più sostenibile” attraverso una serie di compromessi. Non è un caso che la crisi egiziana e la crisi siriana esplodono quando i primi risultati delle «riforme strutturali» varate dai regimi del Cairo e di Damasco intorno al 2004 hanno reso evidente come la transizione sistemica reclamasse le sue vittime, al vertice della piramide sociale come nei suoi gradini più bassi, cosa che peraltro spiega il sostegno di massa di cui godono i gruppi borghesi interessati a frenare le tendenze “modernizzatrici”.

In Egitto questi gruppi si sono finora dimostrati in grado di intercettare e mobilitare il crescente disagio sociale del proletariato urbano, del sottoproletariato e dei contadini poveri, ossia degli strati sociali che più degli altri hanno subito i colpi dall’ondata “riformista” che, sotto l’egida della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, ha interessato il Paese.

Scrive Janiki Cingoli, direttore del Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente: «Il compromesso raggiunto da Morsi con i nuovi “giovani ufficiali” guidati da el-Sisi, che portò alla deposizione del Maresciallo Tantawi e al consolidamento del potere di Morsi, nell’agosto 2012, sancì un nuovo equilibrio: Morsi si sottraeva al controllo dei militari, a cui però veniva garantita la conservazione di quella larga area di potere economico, sociale e di privilegio cui erano assuefatti. L’errore di Morsi è stato quello di considerare il compromesso raggiunto come consolidato e definitivo, mentre per l’esercito esso era un punto d’equilibrio da sottoporre a verifica e condizionato» (Apprendisti stregoni e sepolcri imbiancati, L’Huffington Post, 17 agosto 2013).

Il ruolo politico-istituzionale dell’esercito egiziano è radicato in una funzione economica ancora molto forte, che genera consenso negli strati sociali occupati nelle imprese industriali e commerciali gestite più o meno direttamente dall’esercito.  Scriveva Roberta Zunini sul Fatto Quotidiano del 5 luglio scorso: «Una cosa è certa: l’esercito pesa enormemente sull’economia egiziana fin dall’inizio dell’Ottocento quando furono aperte numerose fabbriche militari per la produzione di uniformi e armi. Da allora la spa militare non ha mai dovuto fronteggiare momenti di crisi. Nemmeno durante questo anno e mezzo di collasso finanziario del Paese dovuto alla transizione dall’era Mubarak a quella della Fratellanza musulmana. L’esercito egiziano controllerebbe circa il 30% dell’economia. Le imprese di proprietà dei militari realizzano la maggior parte dei beni di consumo: dai computer ai televisori, dai frigoriferi alle lavastoviglie. Dominano settori essenziali come l’alimentare producendo e vendendo, nei propri supermercati, olio, pane, carne. Sono entrate in partnership con compagnie automobilistiche come la Jeep per realizzare Cherokee e Wrangler. Hanno partecipazioni nelle compagnie energetiche e nell’industria alberghiera. Le società controllate dai quadri dell’esercito fanno lauti affari anche e soprattutto nel campo delle costruzioni dove i soldati hanno diritto di lavorare da quando stanno per andare in pensione. È cosa loro il nuovo complesso dell’Università del Cairo, la costruzione delle principali arterie stradali e la maggior parte degli alberghi sul Mar Rosso […] In questo ultimo anno scosso da un’inflazione alle stelle, nei negozi gestiti dall’esercito i beni di sua proprietà, come l’acqua minerale Safi, la più popolare del Paese, la carne e il pane sono stati venduti a metà prezzo rispetto alle catene private. Il ministero della produzione militare impiega inoltre da solo circa 40mila lavoratori civili».

islamisti-egittoChi oggi deplora il ruolo dell’esercito, magari dopo averlo sostenuto quando si trattò di sbarazzarsi di Morsi, deve fare i conti con questa realtà strutturale che trova un preciso riscontro politico-istituzionale al vertice del potere egiziano e nelle sue sanguinose convulsioni. A mio avviso sbaglia anche chi vede nella gigantesca polveriera araba solo la mano dell’imperialismo occidentale, a cominciare ovviamente dal «Grande Satana» e dal suo «perfido» alleato mediorientale, Israele. Un antiamericanismo e un terzomondismo sempre più sclerotizzati per un verso non consentono di valutare adeguatamente le contraddizioni e gli interessi radicati nei singoli paesi sconvolti dalla guerra civile e nell’area geopolitica in questione (basti pensare al ruolo che l’Iran, la Turchia, l’Arabia Saudita e il Qatar stanno giocando nel decorso della crisi in Egitto e in Siria), e per altro verso, spingono le «masse diseredate» del Sud e del Nord a schierarsi con una delle fazioni (lealisti versus ribelli, laici versus religiosi, statalisti versus liberisti, filo-arabi versus filo-occidentali, ecc.) coinvolte nel bagno di sangue.

Scrivevo il 7 luglio a proposito di Samir Amin, sostenitore di «un’alleanza tra l’Egitto e paesi come la Cina, l’India, la Russia, l’Iran, l’India, il Brasile e la Nuova Turchia»: «È anche contro questa logica di collaborazione “tattica” tra masse diseredate e borghesia “progressista e antimperialista”, uno schema ideologico qualificabile come reazionario già negli anni Settanta del secolo scorso e che oggi puzza di rancido lontano un miglio, che bisogna lottare, a Sud come a Nord – si tratta della “triade Stati Uniti/Europa/Giappone” (Samir). Inutile dire che chi scrive non ha nulla a che fare con la “sinistra radicale” evocata da Samir, la quale si orienta ancora sulla base della vecchia bussola maoista centrata sulla pseudo-dialettica “nemico principale/nemico secondario”. A mio modesto avviso le classi dominate del pianeta devono fronteggiare un solo nemico di classe: il dominio capitalistico colto in tutte le sue molteplici “declinazioni” sociali – comprese le forme che cadono sotto l’occhio indagatore del geopolitico. Nel XXI secolo non si dà autentica lotta all’Imperialismo senza un’assoluta e tetragona autonomia di classe. Tutto il resto è contesa interimperialistica».

Conference on youth unemployment in Europe in BerlinA proposito di contesa interimperialistica: «E gli americani, che tanto avevano puntato sui Fratelli musulmani allo scoppio delle “primavere”? A Obama va bene tutto, purché sia scongiurato il fantasma dell’ennesima guerra civile, a massacro siriano ancora in corso, che rischierebbe di risucchiare gli americani nei conflitti mediorientali da cui cercano in ogni modo di districarsi, per dedicarsi alla sola priorità: la Cina» (L. Caracciolo, Il rebus arabo, La Repubblica,  5 luglio 2013). Gli Stati Uniti devono sempre più fare i conti con gli interessi dei loro alleati nella regione, la quale appare assai più fluida e contraddittoria che ai “bei tempi” della guerra fredda, quando il mondo bipolare rendeva possibile strategie di dominio e di controllo abbastanza facili da applicare e prevedibili sul piano analitico. Per quanto riguarda l’Europa, un titolo di un articolo della Frankfurter Allgemeine Zeitung del 30 luglio dedicato alla crisi egiziana rende bene la situazione circa la politica estera dell’Unione: Catherine Ashton, mediatrice utile ma non decisiva. Utile ma non decisiva! In realtà non esiste una politica estera dell’Unione, ma tante politiche estere quanti sono i paesi dell’Unione, almeno di quelli più importanti. Anche l’Italietta in quello scottante quadrante geopolitico ha qualche carta da giocare autonomamente, magari per prevenire una nuova sortita anglo-francese. Della serie: fratelli coltelli!

«È vero che l’Ue accorda generosi aiuti finanziari all’Egitto (5 miliardi di euro in crediti e aiuti solo per il 2012-2013), ma tradizionalmente non se ne serve come leva nelle trattative politiche. Il denaro serve da sostegno alla protezione dei diritti umani, della democrazia, dell’istruzione e al progresso del paese» (Frankfurter Allgemeine Zeitung). Quanto è “umano” l’Imperialismo europeo! Quasi mi commuovo. Quasi. Anziché commuoversi, è forse meglio predisporsi a rispondere alla nuova «guerra umanitaria» che già si prepara a pochi chilometri dalla Sicilia.

imagesDal suo mitico blog Grillo tuona: «Per l’Occidente la democrazia è un concetto relativo, che si applica caso per caso, quando gli conviene. Per i militari egiziani non si applica» (Egitto, massacri e democrazia). Diciamo piuttosto che la democrazia è, in politica interna come in politica estera, un eccezionale strumento di controllo, di dominio e di propaganda politico-ideologica che non esclude affatto l’uso della violenza. Proprio la secolare prassi sociale occidentale ci ammaestra in questo senso. «La polveriera Egitto», continua lo statista di Genova, «rischia di travolgere ogni equilibrio in Medio
Oriente e in tutto il Mediterraneo mentre l’Italia fa da comparsa. Il ruolo che le riesce meglio». Qui insiste il vecchio pregiudizio ideologico, di matrice fascio- stalinista, dell’Italia «serva sciocca» di qualcuno, di solito degli Stati Uniti. Eppure da sempre il Bel Paese ha cercato di ritagliarsi un ruolo geopolitico autonomo, naturalmente nei limiti posti alla sua politica estera dalla sua reale forza sistemica e dall’alleanza imperialistica cui esso è parte, nell’area balcanica e nel quadrante che va dal Medio Oriente alla Libia. Ma, si sa, si può fare di meglio e di più. «Italiani!»

* «Rivoluzionario è il processo sociale che mette in discussione non un regime politico, ossia la mera forma politico-istituzionale di un dominio sociale, bensì questo stesso dominio, i peculiari rapporti sociali che lo rendono possibile. Come dimostra, ad esempio, la transizione italiana dal fascismo alla democrazia dopo la Seconda carneficina mondiale, i regimi passano, il dominio capitalistico continua. Salvo, appunto, l’irruzione sulla scena storica del processo sociale chiamato Rivoluzione, un evento che, marxianamente, presuppone il farsi “classe per sé” delle cosiddette masse, ossia la metamorfosi dell’oggetto (materia prima vivente) del Capitale in soggetto politico-sociale autonomo, in cosciente produttore di nuova storia. Già lo stesso parlare di “masse”, anziché di classe nell’accezione qualitativa appena accennata, contraddice il concetto di rivoluzione sociale anticapitalista. Per questo, per fare altri due noti esempi, la cosiddetta rivoluzione komeinista del ’79 non fu una rivoluzione (sebbene probabilmente ce ne fossero i cosiddetti presupposti materiali), né fu rivoluzionario il crollo del cosiddetto “socialismo reale” dopo il fatidico ‘89» (dal post Egitto e dintorni).

MA CHE POPOLO D’EGITTO!

11638171_smallPubblico due miei brevi “pezzi” postati su Facebook ieri (Egitto!) e oggi come contributo alla riflessione intorno ai fatti egiziani. Rinvio anche a:
SI FA PRESTO A DIRE “RIVOLUZIONE”!
TEORIA E PRASSI DELLA «RIVOLUZIONE».
A proposito della «Primavera Araba»

MA CHE POPOLO D’EGITTO!

Chi oggi dice ai militari egiziani: «Bravi, avete fatto quel che andava fatto, ma adesso, per favore, restituite il potere al popolo», mostra, nascosta dietro un imbarazzante quanto sottilissimo velo di ingenuità, tutta la sua indigenza politica e analitica. Solo chi non conosce la storia dell’Egitto moderno può guardare con simpatia all’esercito, strumento di sfruttamento economico diretto (vedi il ruolo che esso ha giocato e continua a giocare nell’economia egiziana, come d’altra parte in quasi tutte le economie dei Paesi un tempo «in via di sviluppo», Cina compresa), di violenta repressione del conflitto sociale, di capillare controllo sociale e di promozione delle ambizioni di potenza della nazione nella delicata area geopolitica di sua “competenza”.

L’esercito è parte in causa nella guerra tra fazioni borghesi (nell’accezione storico-sociale, e non banalmente sociologica, della locuzione) che accompagna ormai da molti anni il lento processo di “modernizzazione” della società egiziana.

E solo chi è impigliato nella rete dell’ideologia dominante (borghese) può usare il concetto di «popolo», il quale, in Egitto e altrove, cela una realtà sociale fatta di classi, semi-classi, ceti e di tante stratificazioni sociali comunque irriducibili a quel concetto. In Egitto come in ogni altra parte del mondo il «popolo» è una parolina magica evocata dai “sicofanti” per far scomparire la divisione classista della società e il rapporto sociale di dominio e sfruttamento che informa l’attività “umana” in tutto il pianeta. Soprattutto nel XXI secolo il «popolo» è una truffa tentata ai danni dei dominati.

Personalmente mi auguro una rapida emancipazione dal velenoso spirito patriottico e “populista” delle «masse diseredate», in Egitto e dappertutto.

11638176_smallEGITTO!

Riflettendo alla radio sul «colpo di Stato popolare-militare» che è andato in scena (è proprio il caso di dirlo) in Egitto, ieri sera Carlo Panella ha ripreso, invertendolo, il noto aforisma marxiano: «la prima volta come farsa, la seconda come tragedia». Panella, che si vende ai media come esperto di cose mediorientali, paventa per l’Egitto un bagno di sangue al cui confronto gli incidenti che hanno segnato la prima “rivoluzione” egiziana, quella che pensionò (sempre con l’aiutino del papà-esercito)  Mubarak, appaiono ben poca cosa, un gioco da ragazzi. Scrive oggi Panella: «I sedici morti della notte di martedì nei cortili dell’Università di al Azhar e nel quartiere popolare del sud del Cairo di Giza segnano una “svolta storica” nel mondo arabo. Sono ben più che i nuovi caduti del rivolgimento iniziato nel gennaio del 2011: sono le prime vittime del jihad tra piazza araba e piazza araba. Sono l’immediata, diretta conseguenza dell’irresponsabile appello al “martirio” della sua piazza lanciato lunedì da Mohamed el Beltagui, segretario generale del partito Libertà e giustizia, braccio politico dei Fratelli musulmani: “Il martirio per prevenire questo golpe è quello che possiamo offrire ai precedenti martiri della rivoluzione!”» (Il Foglio, 4 luglio 2013).

Vedremo come andranno le cose. Tuttavia è possibile dire fin da ora che la contesa politico-religiosa non costituisce affatto il cuore del problema, il quale pulsa piuttosto, come sempre, nei processi sociali che lavorano, per così dire, il tessuto sistemico di un Paese, colto nel suo necessario rapporto con il resto del mondo. Dimensione sociale e dimensione geopolitica vanno infatti sempre tenute insieme, soprattutto quando si analizza la realtà di un Paese storicamente così significativo e strategicamente assai importante (decisivo nell’area mediorientale e nel mondo arabo) com’è indubbiamente l’Egitto. Ho trovato interessanti, per la comprensione di ciò che sta accadendo in quel Paese, tre articoli pubblicati da Limes, che mi sono permesso di sintetizzare per metterli a disposizione di chi ne fosse interessato.

Egitto, assalto e saccheggio alla sede dei fratelli musulmaniDopo il golpe, l’Egitto può ancora salvarsi
di Alessandro Accorsi – 4 luglio 2013

Mohamed Morsi non è più il presidente egiziano.È stato deposto dai militari con un golpe, anche se molti si rifiutano di chiamarlo così.

I manifestanti si rifiutano perché, effettivamente, il colpo di Stato non sarebbe stato possibile senza le enormi sollevazioni popolari che hanno portato 30 milioni di egiziani in strada. Si rifiutano, anche se quello che è successo non si può chiamare propriamente rivoluzione e non sarebbe stata parimenti possibile senza i carri armati in strada a evitare scene da guerra civile.

Alle forze armate non conviene riprendere il potere anche perché, finalmente, sono tornati ai livelli di prestigio persi dopo l’esperienza di governo dello Scaf. Il potere logora chi ce l’ha in Egitto, quindi meglio una “democrazia controllata” di un governo militare.

Si rifiutano di chiamarlo golpe – pur denunciando l’intervento dei militari – anche gli Stati Uniti, che da un lato si sono resi conto di aver scommesso sul cavallo sbagliato, dall’altro chiedono un ritorno immediato del potere ai civili. Chiamarlo golpe, inoltre, comporterebbe la sospensione da parte del Congresso degli aiuti militari e civili necessari per far ripartire l’economia e, soprattutto, garantire la stabilità del comunque instabile confine con Israele.

Gli Usa sono stati gli ultimissimi alleati dei Fratelli Musulmani, difendendo fino a poche ore prima dello scadere dell’ultimatum dei militari la legittimità del presidente Morsi. Dopo aver appoggiato Mubarak e le dittature militari nella regione e in giro per il mondo, Obama aveva scommesso sull’Islam politico e sulla possibilità di spingere i Fratelli a moderarsi e democratizzarsi. L’ha fatto, però, appoggiandosi ai falchi del movimento.

11638175_smallLa vera storia della rivoluzione egiziana
di Sam Tadros – 4 febbraio 2011

L’esercito egiziano è immensamente popolare, grazie alla mitologia della politica: è in tutti i gangli del regime, ma la popolazione lo vede come ad esso alieno. Lo considera pulito (non come il governo, corrotto), efficiente (costruiscono i ponti in fretta), e soprattutto sono gli eroi che hanno sconfitto Israele nel 1973 (inutile discutere al riguardo con un egiziano). Quando i carri armati e le truppe sono apparsi per strada la gente ha pensato che l’esercito stesse dalla loro parte, qualsiasi cosa ciò significasse. Il presidente continuava a rimandare la propria dichiarazione: il popolo si stava preparando all’annuncio delle dimissioni di Mubarak.

Dal 1952 il regime egiziano si basa su una coalizione fra esercito e burocrati che risponde al modello di Stato autoritario di O’Donnell. L’esercito controlla l’economia e il potere reale: ex-generali sono a capo di aziende statali e ricoprono posizioni amministrative di alto livello. L’esercito stesso ha un enorme braccio economico tramite il quale controlla dalle imprese di costruzioni ai supermercati. Le cose hanno iniziato a cambiare verso la fine degli anni Novanta.

Tutti sanno che Gamal Mubarak, il figlio del presidente, stava studiando per succedergli. In realtà Hosni non è mai stato entusiasta di questo scenario, vuoi perché  aveva intuito le ridotte capacità del figlio, vuoi perché  l’esercito non sembrava troppo convinto della successione. La moglie di Hosni invece era totalmente dalla parte del figlio. Gamal piano piano saliva i gradini dell’Ndp, trascinando su due gruppi della coalizione al potere: i tecnocrati dell’economia con studi in Occidente e fiducia nel Washington Consensus e la crescente business community. Insieme stavano cambiando l’economia egiziana e il partito.

I tecnocrati stavano facendo miracoli: l’economia sotto il governo Nazif mostrava picchi di crescita clamorosi. La moneta era deprezzata, affluivano investimenti dall’estero, aumentavano le esportazioni. Persino la crisi mondiale non si faceva sentire più di tanto. Il problema drammatico era che nessuno si prendeva la briga di spiegare e difendere questa politica economica (che stava portando il paese verso un sistema capitalistico vero e proprio) all’opinione pubblica egiziana.

Tale processo di ristrutturazione dell’economia colpiva la popolazione, abituata a dipendere per tutti i suoi bisogni dal governo e intontita dalla stanca retorica socialista. Non conta molto che il paese stesse crescendo: la gente non se ne rendeva conto. Non che i benefici non arrivassero a tutti, ma ci si era abituati allo Stato che faceva da balia, e non si capiva perché  non dovesse più essere così.

Gli uomini d’affari hanno approfittato dei miglioramenti economici, e iniziato ad avere aspirazioni politiche. Hanno avuto il seggio parlamentare che dava loro l’immunità, ma con Gamal hanno fiutato qualcosa di più grande. Questi voleva rimodellare l’Ndp come un vero partito più che come una massa di organizzazioni che operavano dentro lo Stato. I businessmen come Ahmed Ezz (il magnate dell’acciaio) grazie a Gamal hanno preso il controllo del partito, e con esso del potere.

All’esercito Gamal e i suoi compari non sono mai piaciuti. Lui non ha mai fatto il militare, e i suoi amici stavano mettendo in discussione il potere delle forze armate nell’economia (con le riforme liberali dei tecnocrati) e nella politica (ora che il partito diventava un’organizzazione seria). All’improvviso per fare carriera in Egitto non serviva più la leva ma una tessera di partito.

Egitto, assalto e saccheggio alla sede dei fratelli musulmaniEgitto: una rivoluzione a spese dell’economia
di Giovanni Mafodda – 18 febbraio  13

L’economia egiziana, pesantemente toccata dall’inizio della rivolta, ha iniziato a vedere momenti particolarmente difficili dal 2011, ben prima dell’elezione di Mohammed Morsi a presidente. Le previsioni di crescita per quest’anno non superano il 2%. La disoccupazione giovanile è al 25%, cifra che spaventa in un paese dove solo 3 cittadini su dieci sono sopra i trenta anni. Declino del turismo, blocco degli investimenti, inflazione crescente, forte indebitamento e deficit statale alto, caratterizzano, per il resto, un’economia che appare oltre ogni possibilità di autonomo recupero. Le uniche fonti di valuta estera a non aver subito i contraccolpi della rivolta anti Mubarak di due anni fa derivano dagli introiti dei transiti navali nel Canale di Suez e dalle rimesse degli emigranti.

Lo scorso novembre, l’Egitto aveva raggiunto un accordo preliminare con il Fondo monetario internazionale per un finanziamento di 4,8 miliardi di dollari, a un tasso di poco superiore all’1%, il più basso sul mercato della finanza internazionale, nell’ambito di un programma che prevede un cambio sostanziale del tanto deprecato sistema dei sussidi e una nuova, impopolare, impostazione in tema fiscale. Il presidente Morsi è stato però costretto a un precipitoso dietro front, dopo la fortissima reazione della popolazione alle previste misure di incremento degli introiti fiscali mediante l’imposizione di nuove tasse su acqua, carburante e consumi elettrici, nonché su alcuni beni di largo consumo come sigarette, bevande e liquori. Tutte misure pubblicizzate come altamente progressive, ma in realtà largamente penalizzanti per le classi media e meno agiata. “Come stringere la cinghia attorno a pance che già hanno fame”, è stato osservato.

Le riserve in valuta estera sono scese da 36 miliardi di dollari registrati prima della destituzione di Mubarak – a 15 miliardi e vanno assottigliandosi sempre di più, a un ritmo di circa un miliardo di dollari al mese. Una condizione che la stessa banca centrale egiziana ha definito “minima e a un livello critico”.

Com’è opinione generale nello stesso governo, la priorità numero uno per Morsi è mettere mano alla disastrata condizione fiscale del paese, che presenta un doppio deficit di bilancia dei pagamenti e di budget statale, e prossimo a una crisi di bilancio che sarebbe devastante. Servono circa 23 miliardi di dollari per tamponare il deficit previsto per l’anno fiscale 2012/2013. La stessa cifra fu necessaria anche per finanziare il deficit del bilancio precedente, il primo post-rivoluzionario, appianato poi con i proventi della raccolta di risparmio interno e delle riserve finanziarie in valuta. Non fu semplice neanche allora, ma lo stato finanziario del paese risulta oggi molto più indebolito ed il compito è sicuramente più gravoso.

Con un accordo siglato al Cairo dal presidente Morsi e da Catherine Ashton, capo delle relazioni esterne dell’UE, a novembre Bruxelles ha promesso all’Egitto un pacchetto di aiuti per un totale di 5 miliardi di euro per i prossimi due anni. La Banca europea degli investimenti e la Banca europea di ricostruzione e sviluppo garantiranno 2 miliardi di euro ciascuna, mentre 1 miliardo è previsto arrivare dai paesi appartenenti all’UE.nel maggio del 2011, le trattative per un prestito di 3,2 miliardi di dollari da parte del Fmi furono interrotte anche a causa dell’opposizione salafita all’interno dell’ora disciolto parlamento. Quest’ultima sosteneva che il prestito fosse contro la Sharia in quanto i previsti tassi di interesse erano da considerarsi come usura, posizione tutt’altro che unanimemente accettata all’interno dello stesso partito salafita al-Nour.

Ma il clima da “due passi avanti e uno indietro” che si continua a respirare dalle parti del Cairo circa l’accordo con il Fmi, più che un problema di natura religiosa, riguarda in definitiva il ristrettissimo spazio di manovra che il governo ha davanti a sé per attuare un consistente piano di risanamento dei conti pubblici. Destinato a produrre ulteriori, dolorose ristrettezze per una popolazione ormai abituata a rispondere con le barricate. “A meno che non riesca a tirare fuori dalla manica con rapidità un paio di grassi conigli, è difficile possa trovare il supporto che gli serve”, ha commentato Elijah Zarwan, rappresentante al Cairo del Consiglio europeo per le relazioni estere, la difficile posizione del presidente Morsi.

COSA CI DICE LA SIRIA

Mentre scrivo Damasco brucia. Ancora qualche giorno fa il macellaio Assad, legittimo erede di un padre massacratore di siriani e di palestinesi (soprattutto quelli non inclini a fungere da servi sciocchi degli interessi di potenza regionale della Siria, anche per conto dell’imperialismo Russo), giurava che i «traditori» dell’Esercito Siriano Libero non sarebbero mai entrati nella capitale. Ieri la Russia e la Cina hanno posto il veto sulla risoluzione onusiana contro il regime di Damasco, a dimostrazione della reale natura politica delle Nazioni Unite, un organismo internazionale che rispecchia i rapporti di potenza fra le maggiori nazioni del pianeta, in parte cristallizzando la situazione venuta fuori dal secondo macello mondiale. Per questo ho sempre messo in guardia i pacifisti dal cullare illusioni circa la funzione “umanitaria” di quell’organizzazione transnazionale, la cui esistenza si è dipanata, e non poteva non dipanarsi, interamente nel seno della contesa imperialistica mondiale, come strumento politico-ideologico delle potenze e appunto come espressione dei loro interessi e della loro forza.

Mentre per la Russia di Putin la Siria rappresenta il suo ultimo avamposto nel Mediterraneo, anche a memento di un glorioso passato imperialistico, per la Cina il problema siriano si pone in termini più complessi, legati soprattutto al suo dinamismo economico-politico in un’area particolarmente “calda” del pianeta, nonché ricca di quelle materie prime di cui il vorace Capitalismo cinese ha assoluto bisogno per sostenere i suoi necessariamente alti ritmi di accumulazione. Pechino vede ogni perturbazione internazionale come un potenziale fattore di squilibrio di quello status quo geopolitico che ha garantito alla Cina decenni di successi economici e politici. Ma il regime cinese ha negli anni dimostrato anche un notevole tasso di spregiudicatezza politica, che gli ha permesso di incunearsi nelle crepe apertesi sulla crosta del vecchio ordine mondiale.

Il cosiddetto Esercito Siriano Libero è foraggiato finanziariamente e militarmente soprattutto dalla Turchia e dall’Arabia Saudita, che giocano, come sempre, una doppia partita: una per conto dell’Occidente (Stati Uniti, in primis) e una per proprio conto, per conseguire obiettivi economici e politici fin troppo evidenti, e che hanno nell’Iran il loro punto di passaggio più delicato. La dialettica fra sciismo e sunnismo ha senso solo se inquadrata all’interno di questo schema.

Insomma, analogamente alla cosiddetta Primavera Araba, la guerra che si combatte oggi in Siria ha un segno interamente negativo per le masse subalterne di quel Paese, come per le masse arabe in generale, le quali versano sangue – e patiscono fame e oppressione – per conto di forze, nazionali e transnazionali, che sono nemiche dell’umanità e della libertà. In questo scontro esse non hanno nulla da guadagnare, mentre rischiano tutti i giorni di perdere anche la “nuda vita”. Ecco cosa accade alla massa degli sfruttati quando non hanno la coscienza e la forza di porsi come classe, ossia come un soggetto attivo di storia, e non come strumenti passivi di una storia scritta, con l’inchiostro rosso-sangue, dalle classi dominanti, non raramente divise in fazioni che si disputano il controllo di un Paese o di un’area geopolitica.

Ecco perché mi fanno ribrezzo, letteralmente, le posizioni di certi “antimperialisti” occidentali, i quali non conoscono altra “politica di classe” che quella di schierarsi dalla parte di una delle fazioni nazionali e transnazionali in lotta per il potere (chi per mantenerlo, chi per consolidarlo, chi per conquistarlo).  Oggi queste losche figure appoggiano “tatticamente” (sic!) Assad, la Russia e la Cina esattamente come ieri e l’altro ieri gli “antimperialisti” e gli “amici della pace” appoggiavano la Russia stalinista e la Cina maoista – entrando nel panico quando i “compagni” del «socialismo reale» si sparavano addosso lungo il confine russo-cinese, o per interposto esercito in Vietnam e Cambogia.

Guardare in faccia l’attuale impotenza delle masse subalterne, a Nord come a Sud, a Ovest come a Est, in guerra come nella crisi economica, versando lacrime e sangue reali o solo metaforici (almeno per adesso…), senza nascondere dietro consolatorie – e miserabili –  ideologie la cattiva realtà, rappresenta il primo passo verso la possibile resistenza nei confronti di rapporti sociali che ci dichiarano guerra tutti i santi giorni. Geopolitica e disumanizzazione della condizione “umana” sono le facce della stessa medaglia.

TU CHIAMALO SE VUOI, IMPERIALISMO

L’odissea non è solo all’alba, ma ad ogni secondo che il Capitale manda in terra. E dappertutto.

Barack O'Bush

I pacifisti sono come ipnotizzati dalla sfinge Obama: come sarebbe stato tutto più semplice, se al suo posto ci fosse stato il bianco, petroliere, conservatore e guerrafondaio Bush, antropologicamente «imperialista»! E invece… Invece tocca farsi questa scottante domanda: è possibile che l’imperialismo non abbia né colore (oltre quello dei soldi e del petrolio) né ideologia (che non sia quella che emana dalla potenza sistemica di un Paese)? Oh, amletico dubbio!

Ci mancava la ciliegina sopra l’escrementizia torta tricolore di questi italianissimi giorni di festeggiamento, ed eccola arrivare, forse inaspettata – ma quanto opportuna! –, sotto forma di patriottismo bellico, l’espressione più violenta e verace della Sacra Unità Nazionale.

Per tranquillare le coscienze progressiste, il Presidentissimo Napolitano ha immediatamente fatto sapere che la Missione italiana in Libia si muove perfettamente dentro la cornice costituzionale dell’Articolo 11. Che sollievo! In effetti, basta chiamare la guerra «ingerenza umanitaria», peraltro esercitata sotto l’egida dell’ONU, questo brutto simulacro di «democrazia planetaria», e il gioco di prestigio è fatto. È dalla missione in Libano dell’’82 che l’Italia sposta truppe a destra e a manca, nel pieno rispetto della Costituzione «nata dalla resistenza» (appunto!), e solo gli ingenui possono credere alla natura pacifista del mitico articolo 11, peraltro impostoci – alla stessa stregua di Germania e Giappone – dagli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale.

"L'etica ha preso il sopravvento"

Il generale Franco Angioni, che della missione libanese del 1982 fu il primo comandante, e che oggi milita nei ranghi del partito democratico, ha dichiarato all’Unità del 20 Marzo che «l’etica ha preso il sopravvento». Finalmente! Quindi la missione internazionale in Libia sarebbe una questione di valori. E non c’è dubbio: di valori… di scambio.

A ragione il riluttante Bossi teme che i francesi e gli inglesi vogliono soffiarci il nostro gas e il nostro petrolio, senza contare il disastro che si annuncia con lo tsunami dei profughi di guerra: «con la scusa dell’intervento umanitario stanno tentando di mettercela in quel posto» (Il Giornale, 20 Marzo 2011). Oh, amabile schiettezza del reazionario che non si vergogna di apparire tale! Come sempre, bisogna ascoltare e leggere i politici che non hanno la fregola del politicamente corretto per apprendere qualche verità intorno a questo tristo mondo. E, detto per inciso, la parlamentare leghista eletta a Lampedusa non è affatto una stravaganza della pur bizzarra politica italiota. I giorni a seguire si incaricheranno di dimostrarlo, anche perché la sua politica leghista rischia di venir scavalcata a “destra” dai suoi compaesani.

Valentino Parlato ha giustamente osservato che in questa faccenda i valori etici stanno a zero, perché siamo in presenza di «un conflitto per il petrolio» (Il Manifesto, 20 Marzo 2011). Stimo assistendo, ha continuato il vecchio leader della sinistra dura e pura, «alla rinascita del famoso imperialismo». No, perché «rinascita»? In realtà, il «famoso» Imperialismo non solo non è mai uscito dalla scena (magari per far posto al più intellettualmente sofisticato e politicamente ambiguo «Impero» alla Toni Negri), ma si è col tempo espanso, radicato e rafforzato su scala planetaria sotto forma di economia capitalistica. Tutto il pianeta giace sotto il plumbeo cielo dei rapporti sociali capitalistici. Il «fatto bellico», come diceva quello, non è che la continuazione del «fatto politico» con altri mezzi, e quest’ultimo, a sua volta e «in ultima analisi», si fonda sul «fatto economico», lungo una «filiera dialettica» di reciproche influenze di «struttura» e «sovrastruttura» che qui sarebbe fin troppo pletorico illuminare. Ma quando c’è di mezzi il petrolio, non c’è «filiera dialettica» che tenga!

Gli Stati non agiscono mai sulla base di considerazioni etiche o «umanitarie», o sulla scorta di coerenze politiche e – siamo seri! – ideali, ma unicamente su input di precisi interessi strategici di varia natura (economica, politica, militare, ecc.). Il fatto che oggi tutti i leader «alleati», da Berlusconi a Obama, da Sarkozy a Cameron, stiano mettendo in scena l’apoteosi dell’ipocrisia, ebbene questo non è nemmeno un buon argomento di polemica, talmente suona scontato. È la realpolitik degli Stati, di questi mostri a sangue freddo, bellezza!

Le stesse Organizzazioni Non Governative, che si stanno anche loro mobilitando in gran fretta per soccorrere le vittime degli «effetti collaterali», sono, loro malgrado, perfettamente integrate nel Sistema della competizione globale tra gli Stati, in tempo di «pace» come in tempo di guerra, perché il cattivo mondo ha estremo bisogno dei buoni di spirito, grasso – o balsamo – per i duri ingranaggi del dominio. Anche la prassi «umanitaria» delle ONG non è che la continuazione della guerra generale contro l’umanità portata avanti con altri mezzi. Ma non è un po’ esagerato mettere sullo stesso piano di responsabilità il militare che spara e il chirurgo che interviene sulle vittime della guerra? Domanda legittima. Il fatto è che non sono io ad operare questo cinico riduzionismo etico, ma la fin troppo astuta dialettica del dominio, che mi limito a illuminare, per poterla infilzare almeno sul piano della critica politica.

Certo, scrive Parlato, Gheddafi è sempre stato un feroce dittatore, e tuttavia poteva almeno vantare una funzione nel quadro dell’indipendenza nazionale del suo Paese, senza contare il fatto che noi italiani forse siamo sul punto in cui dovremo rimpiangerlo. Per il “comunista” del Manifesto gli interessi nazionali, della Libia e dell’Italia, sono dunque valori che conservano un grande significato. E ha ragione da vendere, sebbene sia una ragione ultrareazionaria. Valentino Parlato vive perennemente nel rimpianto: «forse sarebbe stato meglio morire democristiani e craxiani, anziché berlusconiani», si lamenta sovente. Forse ci conveniva lasciare Gheddafi al suo posto. Qualcuno lo conforti, compassionevolmente.

A proposito di interessi nazionali: il fascistissimo Padellaro ha scritto, sul Fatto del 20 Marzo, che bisogna cacciare immediatamente il puttaniere Berlusconi, perché senza riacquistare il prestigio nazionale che merita, l’Italia non potrà competere con la leadership anglo-francese. Nonostante quel che dice il Ministro La Russa, se il Cavaliere di Arcore rimane in sella dovremo consegnare le nostre chiavi di casa ai francesi e agli inglesi: che disdetta! Prego, provvedere con un bel colpo di Stato. L’Egitto, dopo tutto, insegna…

A TRIPOLI, A TRIPOLI!

Promemoria storico per i futuri eventi che si produrranno nell’italico cortile di casa.

Mentre falchi neocons e colombe obamiane svolazzano, ali nelle ali, sopra il cielo nordafricano, là dove rigogliosa fiorisce la “primavera democratica” (a proposito, che fine hanno fatto i pacifisti “senza se e senza ma” che scendevano in piazza a ogni sospiro del cattivo Bush? Forse aspettano di sostenere il Comitato per la Pace proposto dal camerata Chàvez?). Mentre il solito progressista francese, dopo aver stigmatizzato il “cinismo” e l’”assenza di visione strategica” della realpolitik occidentale, si augura pei i “Paesi in rivolta” un futuro di “democrazia, diritti umani, pace sociale e prosperità” (praticamente l’eldorado capitalistico!). Mentre la progressista Lucia Annunziata saluta con entusiasmo l’”ingerenza umanitaria” annunciata dal ministro Frattini (non prima di aver elargito all’imbranato imperialismo italiano una serie di buoni consigli: quando si dice essere più realisti del re!). Insomma, mentre la competizione imperialistica si accende nel nostro cortile di casa (o Quarta Sponda che dir si voglia), forse può tornare utile la “pillola” storica che segue.

Nel 1905 il ministro degli Esteri Antonio Di San Giuliano lamentava il fatto che «il problema meridionale non è stato ancora affrontato seriamente dal Parlamento e dal governo. Ancora meno seriamente si è affrontato il problema coloniale». In quell’anno la linea di espansione imperialistica dell’Italia puntava soprattutto verso il Sud, in direzione della «quarta sponda» africana, ma già andavano delineandosi chiaramente altre due, assai più promettenti ma anche foriere di acute tensioni nell’agone internazionale, direttrici geopolitiche: verso l’area balcanico-danubiana e verso l’Asia Minore. Naturalmente non è il solo San Giuliano a vedere nell’espansione coloniale una «valvola di sfogo» per una pressione demografica che esuberava le esigue capacità di assorbimento del mercato del lavoro nazionale. Per rendersene conto basta vedere cosa scriveva ad esempio il De Felice nel 1911: «A 13 ore da Catania, quasi quanto Milano dista da Roma, coraggiosi emigranti catanesi, cacciati dalle ostilità ottomane, mi riferiscono esistere agrumeti, vigneti, oliveti ecc. estesissimi […] I visitatori catanesi mi parlano dell’esistenza di vastissime miniere di zolfo, d’antimonio, di carbon fossile, e tutto ciò […] a poche ore da Catania […] Convinto che la sorte del proletariato della Sicilia e del Mezzogiorno è intimamente legata al problema della colonizzazione della Tripolitania, desidero ardentemente che l’Italia ufficiale si ritiri dall’infausta Eritrea, penetrando civilmente nella Tripolitania e Cirenaica, che non costerà nemmeno un colpo di fucile» (De Felice, intervista al Giornale d’Italia del 23 novembre 1911). È il tempo in cui il popolo canta «Tripoli, bel suol d’amore, sarai italiana al rombo del cannon!»; com’è noto, la famosa canzone di Gea della Garisenda invitava tutti gli italiani «A Tripoli!» La tremenda disfatta di Adua (marzo 1896), che aveva provocato la caduta del ministero Crispi, sembra dimenticata per sempre; il Via dall’Africa! pronunciato da Andrea Costa alla Camera dei deputati appare uno slogan invecchiato partorito da una mente disfattista.

Tuttavia, contrariamente agli auspici dei colonialisti «dal volto umano», l’impresa libica costerà «lacrime, sudore e sangue» al proletariato italiano, il quale dopo l’iniziale ubriacatura sciovinista che aveva creato il vuoto attorno all’opposizione socialista, dovette infine svegliarsi per fare i conti con il peggioramento delle proprie condizioni di vita. Tra i motivi che indussero la classe dominante italiana a prendere tempo nella fatale estate del 1914, a rinviare ogni decisione sull’entrata in guerra del Paese, occorre senz’altro annoverare i postumi dolorosi di quell’impresa, che certo non potevano fomentare nelle masse il necessario «sentimento nazionale» né un adeguato spirito bellicoso. Tra l’altro il Bel Paese si rese allora responsabile del primo massiccio impiego di armi chimiche in un conflitto, mentre l’aviazione tricolore dimostrò tutte le tragiche potenzialità della nuova Arma nell’ambito della moderna guerra. Italiani, brava gente. Forse.

In effetti, l’avventura coloniale italiana in Libia non si spiega soltanto o soprattutto con cause immediatamente economiche, anche perché quel Paese non era certo una terra promessa, né offriva sbocchi tali da poter alleviare la recessione dell’industria italiana. Essa va invece collocata all’interno di quel disegno strategico che vide l’Italia di inizio Novecento perseguire con una certa coerenza (sempre nei limiti dell’italica “saggezza geopolitica”: chiedere alla Germania…) il suo ingresso nel Grande Gioco delle potenze europee. E ciò tanto più nel momento in cui l’indebolimento della Turchia le schiudeva l’opportunità di una sua agevole penetrazione nell’entroterra dell’Impero Ottomano, nell’ambito della sua promettente politica espansionistica nell’area balcanica.

[Tratto da: Sebastiano Isaia, Uno statista all’ombra dell’elefante, in Meridionalismo d’accatto, 2008.]

EFFETTO DOMIN(i)O

Ci si meraviglia e ci si entusiasma tanto per la rapidità con la quale decennali dittature tirano le cuoia, una dopo l’altra, dando corpo a quell’eccezionale effetto domino che qualche apprensione deve certamente suscitare in tutte le classi dominanti del pianeta, ma con ciò stesso si stende un velo pietoso sui decenni che hanno preceduto l’esito violento. Uno come Gheddafi è riuscito a mantenersi abbastanza agevolmente al potere per 42 anni, e invece di interrogarsi sulle cause interne e internazionali di cotanta longevità, la cosiddetta opinione pubblica internazionale – ossia i politici, gli intellettuali e i mass-media dei paesi capitalisticamente più sviluppati – esulta per la «rivoluzione democratica» che starebbe investendo l’ex colonia italiana. Decenni di miseria, di terrore, di oppressione, ma anche di consenso popolare per il dittatore di Tripoli (ricordo che negli anni Ottanta alcuni miei amici siculi passarono, senza soluzione di continuità, dal Libretto Rosso di Mao al Libero Verde di Muammar Gheddafi, innalzato ai sacri altari dell’Antimperialismo) all’improvviso non contano più niente: la storia inizia oggi!

E sia! Ma che storia è mai questa? È la storia della globalizzazione capitalistica, naturalmente. L’odierno effetto domino ci porta al cuore del processo di diffusione capillare dei rapporti sociali dominati dal capitale – in ogni sua configurazione sociale: merce, tecnologia, scienza, lavoro, cultura, moda. Il capitale preme dall’interno e dall’esterno, soprattutto attraverso le sofisticate tecnologie che mettono tutto il mondo nella rete del Mercato Universale.

Le società dell’Africa Settentrionale e del Medio Oriente sono attraversate da vecchie e nuove contraddizioni che rendono sempre più insostenibile un passaggio graduale, guidato dall’alto, fatto di tanti compromessi, alla loro piena «modernizzazione». Le tensioni che si sono accumulate in quei paesi nel corso dei decenni premono sempre più forte sul tappo dello status quo economico, politico, istituzionale, sociale tout court. Il gesto disperato del giovane ambulante tunisino, provvisto di laurea, che si dà fuoco perché esasperato da una vita intrappolata nella miseria più nera e nel più ottuso dei burocratismi, è la cifra di questa condizione insostenibile. Non si può rimanere troppo a lungo in mezzo al guado di uno sviluppo capitalistico troppo asfittico.

Paesi come la Libia, l’Iran, l’Arabia Saudita ecc. non possono sperare di poter vivere in eterno grazie alla rendita che a loro deriva dalla vendita – nemmeno dalla trasformazione – delle materie prime, soprattutto petrolio e gas. Ma Gestire la transizione dal capitalismo di Stato basato sulla rendita petrolifera a un capitalismo più «liberale» naturalmente non è un’operazione semplice, perché in gioco ci sono cospicui e radicati interessi, che peraltro riguardano anche una parte delle stesse classi subalterne, quella che gode delle briciole garantite dallo Stato Petrolifero Assistenziale. Non a caso i nemici più terribili della cosiddetta Onda Vende iraniana Ahmadinejad li recluta tra il proletariato sussidiato dallo Stato. Anche Chavez, sul versante opposto del globo, coltiva il suo ultrareazionario consenso populista sul terreno di un proletariato pezzente ma assistito.

La dissoluzione, alla fine degli anni Ottanta, dei regimi dell’Est europeo basati sul capitalismo di Stato mi sembra confermi questa lettura. La stessa Cina, proprio per scongiurare la sindrome Russa, dovette far ricorso alla più spietata delle repressioni per evitare – o quantomeno per dilazionare e depotenziare – quelle riforme politiche e sociali che ne potevano rallentare la corsa sulla pista della competizione capitalistica globale, e che avrebbero potuto aprire il vaso di Pandora delle rivendicazioni nazionali ed etniche.

Tuttavia, il capitalismo è per sua natura ostile ad ogni ostacolo di natura “artificiale”, e là dove si apre uno spazio ancora libero di iniziativa imprenditoriale, il suo cavallo morde il freno, scalcia, sbuffa, pretende una corsa a perdifiato nel verde – il colore dei soldi! – prato delle opportunità. Naturalmente il processo di sviluppo del capitalismo non investe solamente la sfera economica dei paesi, ma ne coinvolge anzi l’intera struttura sociale: la politica, le istituzioni, la cultura, le mode, la stessa psicologia, tutto deve fare i conti con le necessità di un’economia quantomai esigente ed esclusiva. Non è né giusto né sbagliato, è semplicemente un fatto necessario e incontrovertibile nel contesto dell’odierna Società-Mondo. (Proprio in questo momento ricevo un sms da una cara amica, la quale mi chiede: «Ciò che sta succedendo è come ai tempi della Russia, della Romania ecc., per pressioni esterne cioè occidentali?» No, cara amica, il complotto occidentale non c’entra nulla: chi complotta qui e ovunque è il capitale. Prima lo capiamo, e prima ci risparmiamo il luogo comune terzomondista, sempre duro a morire).

In fondo, l’11 Settembre dei fondamentalisti islamici è stato forse l’ultimo, disperato e rozzo – ancorchè tecnologicamente avanzato: paradosso dentro la contraddizione – tentativo, da parte di chi teme la «modernizzazione borghese», di evitare al Mondo Islamico un esito «occidentale». Forse il Dio dei fondamentalisti islamici non ama l’«emancipazione della donna», le «libertà borghesi», i «diritti umani» e tutti quei «valori occidentali» che tanto inorgogliscono l’opinione pubblica che vive nei luoghi di nascita del moderno capitalismo. Il fatto è che quel Dio si trova a dover fare i conti con una divinità ben più potente e tirannica, la cui Chiesa non sta né a New York né a Pechino, ma ovunque si celebri la Santa Messa del Profitto. Amen!

Mentre scrivo la situazione nei paesi investiti dallo tsunami sociale appare ancora fluida e contraddittoria, perché il cavallo dell’insofferenza alla miseria e all’oppressione è montato tanto da coloro che vogliono mantenere lo status quo, tanto da quelli che coltivano l’opposto interesse. Nemmeno un nuovo compromesso tra questi interessi è da escludersi. Il processo sociale reclama comunque i suoi diritti, e come sempre a pagare il conto salatissimo del «progresso civile» sono gli ultimi, i quali non saranno mai i primi. Salvo che, beninteso, in caso di rivoluzione sociale. Ma questa è tutta un’altra storia.

RIVOLUZIONARI, MA NON PER PROCURA

Dialogo con il mio ipotetico interlocutore – chiunque egli sia.

Chi è il mio – quantomeno potenziale  – interlocutore quando abbozzo una riflessione possibilmente non scontata sui fatti tunisini, algerini, egiziani (e domani, molto probabilmente, siriani, giordani, iraniani, ecc.)? Rivolgo il mio verbo alle vaste e diseredate masse di quei paesi? Ovvero solo alle loro «avanguardie rivoluzionarie» (anche qui ragiono per ipotesi, si capisce)?

Purtroppo anche la mia smisurata mania di grandezza deve fare i conti col principio di realtà. D’altra parte, visti i magri tempi, il semplice fatto di riflettere criticamente sulle cose del mondo mi appare già un esercizio velleitario. E tuttavia!

No, con ogni evidenza e contro il mio scatenato volontarismo, il «popolo arabo» non può sintonizzarsi sulle frequenze del mio pensiero, se non altro per la debolezza dell’emittente…

E allora? È il mio interlocutore la «moltitudine» che affolla le città del nostro Paese? O almeno la sua «avanguardia», più o meno «rivoluzionaria»?

La risposta non cambia, rimane negativa, e me ne dolgo molto. Cioè, vorrei, fortemente vorrei, ma non posso!

I fatti me lo impediscono. La mia stessa formazione critica me lo impedisce: essa, infatti, mi trattiene dall’esaltazione ideologica degli eventi (del tipo: «Viva la rivoluzione egiziana! È così che si fa! Berlusconi come Mubarak!»), e mi obbliga a chiedermi a chi posso realisticamente – ma non per questo meno significativamente – rivolgermi in un dato momento.

Il mio interlocutore oggi è chi si pone il problema di dare una lettura critica, profondamente radicale («la radice è l’uomo») dei fatti che a vario titolo lo coinvolgono. Non per “imporgli” la mia scienza – che peraltro è ben poca cosa –, ma per costruire con lui un punto di vista umano su ogni cosa che accade tra terra e cielo.

Il mio interlocutore è solo un’ipotesi? Forse sì, ma io gli parlo lo stesso, per filosofia – nell’accezione greca del concetto.

Al mio potenziale o ipotetico interlocutore chiedo: che cosa ci dice lo smottamento che sembra poter ridisegnare il volto politico e sociale del Maghreb e del Medio Oriente (nonché creare tanti problemi ma anche tante opportunità all’imperialismo di casa nostra)? Per rispondere correttamente a questa domanda occorre, a mio avviso, dare prima una risposta adeguata a quest’altra: i «popoli» di quei paesi stanno recitando un ruolo che li rende soggetti di storia, o piuttosto oggetti di una trama scritta dal processo sociale? Insomma, quale mano impugna la penna?

Il fatto che la miseria sociale (la fame, l’oppressione politica, ideologica, culturale, ecc.) ciclicamente generi sommosse, rivolte, vere e proprie guerre civili è qualcosa che appare ovvia da tempo immemore, e solo gli ideologi della nonviolenza possono prestare fede alla chimera di un mondo pacificato nel seno delle società che conoscono il dominio sociale e lo sfruttamento. La società classista è violenta anche quando regna la «pace sociale», perché i suoi rapporti sociali violentano sempre di nuovo la possibilità degli individui di vivere come uomini. Che la pressione del movimento sociale possa mandare in frantumi il più duraturo e repressivo dei regimi politici, è, dunque, cosa risaputa, e questo certamente deve rincuorare coloro che, come me, non amano lo status quo, a cominciare da quello del proprio paese; essi però devono pure interrogarsi sul significato politico e sociale di quell’esito, andando oltre il fascino della «forza popolare», oltre la fenomenologia della sommossa. Dal mito, insomma, dobbiamo passare alla critica politica e sociale di ciò che la realtà ci sbatte in faccia.

A mio avviso, ciò che sta accadendo in Tunisia, in Egitto e altrove è importante, dal punto di vista del pensiero critico-radicale, non perché è – o può scatenare – una rivoluzione (per favore, ogni tanto cerchiamo di avere un po’ di cura per il significato delle parole!), bensì perché da quel marasma può prendere corpo almeno un barlume di autorganizzazione degli operai (attraverso la formazione di sindacati indipendenti, gruppi di iniziativa politica autonoma, stampa “alternativa”, ecc.), dei disoccupati, degli studenti, delle donne, e così via. Se poi lo smottamento di quei regimi più o meno imbalsamati (detto per inciso, che Mubarak fosse a scadenza, non solo politica, è cosa risaputa almeno da due anni) dovesse generare scompiglio anche nell’altra parte del Mediterraneo, tanto meglio! Per carattere son casinista…

Nelle attuali circostanze storiche, se questo fermento sociale si realizzasse sarebbe, e mi si scusi l’espressione poco scientifica, tutto grasso che cola. Anzi, sarebbe una vera e propria… rivoluzione! Se questo malauguratamente non dovesse accadere, vorrà dire che le masse arabe avranno giocato ancora una volta il ruolo di potente, ancorchè politicamente passivo, strumento nelle mani di questo o quel gruppo di potere, di questa o quella fazione della classe dominante. Trattasi di una coazione a ripetere di un funesto e insuperabile destino? Tutt’altro! Bisogna comunque imparare a non pretendere dai movimenti sociali che si sviluppano nel mondo ciò che essi non possono dare, e ciò che noi sogniamo di fare. L’altrui «rivoluzione» non rinsangua le nostre pallide guance.

Nel giugno dell’’89 ho tifato con forza per i ragazzi di piazza Tien-Anmen, non perché mi aspettassi da loro la «rivoluzione», o perché non vedessi come una fazione del regime cinese intendesse usarli come massa di manovra nella lotta per il potere; ma perché il loro movimento contro la dittatura del Partito cosiddetto Comunista avrebbe potuto innescare un ben più vasto e profondo movimento sociale, e, difatti, in quella breve stagione iniziarono a formarsi organismi sindacali indipendenti a Pechino e a Shanghai. Allora molti nipotini di Mao della mia città mi guardarono con sospetto, tanto più che gli studenti cinesi avevano scelto come loro modello politico e sociale l’odiata America: «Hanno perfino costruito a Tien-Anmen una miniatura della statua della libertà!» Proprio sotto la gigantografia del Celeste Preside: che scandalo! Quel che si dice rimanere impigliati nell’ideologia. Il bagno di sangue dell’‘89 non è il meno insignificante, tra gli eventi che spiegano l’incredibile ascesa della potenza capitalistica cinese negli ultimi vent’anni.

Tutto questo lo scrivo non per influenzare gli eventi che mi godo dal salotto di casa mia, tra una spaghettata e una chiacchierata con gli amici, ma per comunicare al mio potenziale o ipotetico interlocutore quanto importante sia la costruzione di una soggettività politica in grado di favorire la costituzione delle classi dominate in fattori attivi di storia. «Vasto Programma», per dirla col Francese; proprio per questo mi piace!

Noi occidentali non possiamo sempre fare la «rivoluzione» per procura. Almeno questo capiamolo.