GLI STATI UNITI TRA “ISOLAZIONISMO” E “INTERNAZIONALISMO”

bertramstrump1.
Ho trovato molto interessante l’articolo di Dario Fabbri pubblicato da Limes che analizza il voto americano ponendolo in rapporto con l’orientamento geopolitico strategico degli Stati Uniti. Il solo punto debole dell’articolo mi è parso di coglierlo nella definizione che l’autore dà della globalizzazione come «pax americana sotto pseudonimo», cosa che mi sembra quantomeno riduttiva. Infatti, anche Paesi come la Germania, la Cina e il Giappone, per non allungare troppo l’elenco e fermarmi al vertice della piramide capitalistica mondiale, hanno partecipato e partecipano a pieno titolo alla «globalizzazione», concetto che d’altra parte sintetizza, almeno nella mia “declinazione”, la naturale tendenza del Capitale ad annettersi non solo l’intero pianeta (realizzando la Società-Mondo), come aveva capito l’anticapitalista di Treviri in anticipo sui tempi, ma anche l’intera esistenza degli individui, come hanno dimostrato la psicoanalisi e la medicina orientata in senso psicosomatico. La definizione di cui sopra sembra fatta apposta per eccitare l’anima “antiamericana” di buona parte dei cosiddetti “antimperialisti”.

Ho sempre considerato un grave errore di prospettiva, fondato soprattutto sul pregiudizio antiamericano che da molto tempo (diciamo pure da un secolo) alberga in una larga parte dell’intellighentia europea (tanto di “destra” quanto di “sinistra”), spiegare la dinamica della competizione interimperialistica del Secondo dopoguerra ricorrendo esclusivamente, e comunque essenzialmente, al confronto politico-ideologico-militare Stati Uniti-Unione Sovietica. Già alla fine degli anni Settanta la politica estera statunitense dedicata all’Europa si spiegava più con l’ascesa economica e politica della Germania, che con la presenza dell’Unione Sovietica, la cui potenza sistemica appariva in netto declino ormai da parecchi lustri. Più che a piegare definitivamente l’Unione Sovietica, che, non dimentichiamolo, comunque garantiva in collaborazione strategica con gli Usa l’equilibrio imperialistico uscito dalla Seconda guerra mondiale, il riarmo missilistico americano dei primi anni Ottanta ebbe come principale obiettivo quello di scoraggiare ogni velleità di autonomia “esistenziale” dei Paesi europei “alleati”, a cominciare dalla Germania, ovviamente. Soprattutto irritante agli occhi di Washington appariva la politica di “apertura” verso l’Est (l’Ostpolitik) varata dal socialdemocratico Willy Brandt, l’ex borgomastro di Berlino diventato Cancelliere della Repubblica Federale Tedesca nel 1969. Come spesso capita (anche nella sfera dei rapporti “interpersonali”), quella dimostrazione di forza surrogava/celava una condizione di – relativa – debolezza.

2.
«È un salto nel buio – spiega un diplomatico europeo che conosce bene gli Stati Uniti. Trump è culturalmente lontano dall’Europa. Soprattutto se tornasse a uno schema bipolare con la Russia di Putin, come sembra, saremmo del tutto spiazzati. Detto questo, il problema di un maggior impegno strategico degli europei non nasce con Trump. Ce lo ha chiesto Obama, lo avrebbe chiesto Hillary Clinton. Cambia il contesto: con America First torna l’isolazionismo e ciò deve preoccuparci» (Corriere della Sera, 16 novembre 2016). Anche Sergio Fabbrini teme l’emergere negli Stati Unti di un «neo-isolazionismo»: «Un isolazionismo nuovo in quanto combinazione di nazionalismo economico e interventismo militare selettivo» (Il Sole 24 Ore, 13 novembre 2016). Sono fondate queste preoccupazioni? E soprattutto: chi deve preoccuparsi?

La verità, a mio avviso, è che oggi Trump esprime quella tendenza, cosiddetta appunto “isolazionista” («America First»), che ogni tanto appare in superficie nella società americana, soprattutto in tempi di grave incertezza interna e internazionale (anni Venti), di gravi crisi economico-sociali (anni Trenta, anni Settanta), o dopo frustranti esperienze belliche (vedi Corea, Vietnam, Afghanistan, Iraq), e che prima facie sembra cozzare con la tendenza cosiddetta “internazionalista” o interventista, che poi è la tendenza prevalente che ispira la geopolitica e la geoeconomia americana ormai da un secolo. Dalla fine del XIX secolo, acquisita l’egemonia nel suo “cortile di casa” continentale (secondo la ben nota Dottrina Monroe), l’elaborazione della politica estera americana deve fare soprattutto i conti con le due direttrici strategiche oceaniche: guardare verso l’Atlantico e verso il Pacifico, al contempo. La geopolitica dei due oceani per gli Stati Uniti si pone insomma non nei termini di una scelta, ma di una prassi obbligata, come annunciò giusto un secolo fa agli americani e al mondo Woodrow Wilson: per gli Stati Uniti è venuto il tempo di «assumersi la responsabilità della pace e della giustizia». Beninteso, la “pace” e la “giustizia” tagliate a misura degli interessi di quella che da allora in poi sarebbe stata la prima Potenza sistemica mondiale.

L’alternanza di politiche estere di volta in volta più inclini a una delle due grandi tendenze (che comunque sarebbe sbagliato contrapporre l’una all’altra) ha molto a che fare con la tensione geopolitica qui solo evocata, ossia col prevalere, mai però in termini assoluti, degli interessi atlantici (relazione America-Europa) piuttosto che di quelli legati alle relazioni economico-politiche con l’area del Pacifico. Lo scontro intercapitalistico fra gruppi industriali, commerciali e finanziari americani interessati al prevalere di una tendenza sull’altra, è parte organica e fondamentale della dialettica che informa la politica estera americana. Il fatto che, ad esempio, oggi il miliardario “internazionalista” George Soros, frustrato dalla sconfitta di Hillary Clinton e del Partito Democratico (dopo averne sostenuto la campagna elettorale investendo la “modica” cifra di 25 milioni di dollari!) si ponga alla testa del “movimento di resistenza” al neo Presidente, accusata dal noto filantropo di voler portare «un attacco terribile ai risultati ottenuti dal Presidente Obama e alla nostra visione progressista di una nazione equa e giusta» (l’imperialismo equo, solidale e compassionevole di certi filantropi mi commuove!), credo debba essere letto, almeno in parte, alla luce di ciò che ho appena sostenuto.

Ciò che la leadership europea denuncia come “isolazionismo” in realtà è una politica interna ed estera che in prospettiva serve a rafforzare la proiezione imperialistica (commerciale, finanziaria, politica, militare, ideologica) degli Stati Uniti. «Oggi mi concentro meglio, più a fondo, sui problemi interni per essere più forte all’estero, con gli amici e soprattutto con i nemici, domani»: è la “filosofia” del perfetto “isolazionista”.

In realtà i Paesi dell’Unione Europea temono un bipolarismo di nuovo conio lungo l’asse Washington-Mosca, come illustrano bene le preoccupate parole di Joschka Fischer, l’ex ministro degli Esteri tedesco: «Trump ha vinto violando ogni regola di comportamento accettato, perché dovrebbe cambiare? Per esempio, sulla Russia, credo che Trump pensi a una Yalta 2.0, un grande accordo con Putin. Ma non è più così semplice. Non funziona dicendo: Ucraina e Georgia sono vostre, questo è nostro». Naturalmente è esattamente per questa prospettiva neobipolare che tifano i nostalgici europei della Guerra Fredda e del mondo com’era prima del crollo del Muro di Berlino e dell’Unione Sovietica. Come reagirà la Germania, la Potenza egemone dell’Unione Europea, dinanzi a questa paventata/auspicata prospettiva? Ancora Fischer: «La Germania sta cambiando. Berlino farà la sua parte, anzi ha già cominciato a farla [menomale, mi sento già più sereno!] ma è l’Europa che rischia di non esserci». L’Europa come mera espressione geografica? Per fortuna c’è la nota Frau che si erge stoicamente come un faro nella notte tempestosa. «In un periodo in cui c’è disordine e instabilità nel mondo, mandare un segnale di stabilità è dal mio punto di vista giusto e importante»: così ha commentato la Cancelliera di ferro la propria candidatura per un quarto mandato governativo. Il mio senso di sicurezza se ne giova, mi si creda sulla parola. Tuttavia, ciò non toglie il fatto che l’arrivo di un “isolazionista” alla Presidenza americana non possa incrementare il grado di entropia interna all’Unione Europea. La Brexit ha mostrato quanto sia già alto il livello di caos nella Vecchia Europa. In un articolo scritto a due mani, pubblicato dal settimanale Wirtschaftswoche, Obama e Merkel hanno ammonito che «Non ci sarà un ritorno a un mondo prima della globalizzazione. È fondamentale dare una forma alla globalizzazione partendo dalle nostre idee e dai nostri valori». Sostituiamo a “idee” e “valori” la parola “interessi” (economici e geopolitici), e il gioco è fatto.

3.
Lo stomaco del Moloch chiamato Stati Uniti d’America è sufficientemente grande e potente da poter digerire senza troppi sforzi il Trump di turno.

Il fenomeno-Trump può accelerare e portare a maturazione processi interni e internazionali che da lungo tempo operano nel sottosuolo della Società-Mondo; il terremoto, come abbiamo imparato ultimamente, consente all’energia che si è accumulata nel tempo di liberarsi, cosa che realizza un nuovo assetto geologico – peraltro tutt’altro che definitivo – invisibile ai nostri occhi. Insomma, Trump come personaggio più o meno eccentrico non è la “causa prima” di nulla, ma piuttosto è un sintomo, la fenomenologia di una crisi sistemica interna (alla società americana in particolare e al cosiddetto Occidente in generale) e internazionale. «La situazione per cui gli uomini non sono più che appendici dell’apparato» (Adorno) non riguarda solo i dominati, gli “ultimi”, i “perdenti della globalizzazione”, la massa dei reietti («deplorables») che hanno risposto all’appello del “populista biondo” lo scorso 8 settembre, ma coinvolge tutti gli individui, anche quelli “chiamati” dal processo sociale ai vertici delle istituzioni nazionali. Processo sociale, è bene precisarlo per evitare antipatici fraintendimenti, che è sommamente contraddittorio e generatore di conflitti sociali sia “orizzontali” (dentro le classi) che “verticali” (tra le classi); insomma non vorrei che il mio punto di vista venisse associato a concezioni di stampo deterministico/finalistico. D’altra parte anche per il sottoscritto vale la dura – ma quanto giustificata! – sentenza marxiana: un conto è ciò che si è nella realtà, un altro ciò che siamo nella nostra testa, ossia ciò che crediamo di essere. In questi giorni, ad esempio, vedo eserciti interi di mosche cocchiere ronzare follemente intorno al carro del miliardario a stelle e strisce: che spettacolo! E che risate. Ho visto con i miei occhi e ascoltato con le mie orecchie aperture di credito al futuro Presidente della prima potenza capitalista/imperialista del mondo da parte di personaggi che vanno in crisi di astinenza se non cianciano di “antimperialismo”, di “guerra al pensiero unico” e di “socialismo del XXI secolo” ogni tre secondi: nemmeno fosse un nuovo Stalin!

Concludevo il mio ultimo post dedicato al trionfo di Trump con la seguente – fin troppo facile – previsione: «Va da sé che il trionfo presidenziale di Trump, un altro terremoto nel cuore dell’Occidente dopo la Brexit, non può che galvanizzare i sovranisti d’ogni razza e colore». La realtà ha superato la mia immaginazione. Poi ci sono quelli – vedi Slavoj Žižek, specializzato in “provocazioni politiche” – che confidano nella ridicola illusione del «tanto peggio, tanto meglio», illusione che appare tanto più miserabile non appena si comprende il tipo di “rivoluzione sociale” che hanno in testa i sinistri-radicali. Per noi proletari, cari intellettualoni “post marxisti”, il peggio è ogni giorno che il Capitale manda sulla Terra.

Per Quarantotto, la Presidenza Trump apre almeno «la prospettiva, densa di positive speranze, che i costi, per il popolo USA, come per tutti gli altri ad esso interconnessi prima di tutto dalla tensione alla democrazia effettiva, non risulteranno mai così elevati come quelli che sarebbero derivati dalla conservazione della logica della “competizione tra Stati” e della competitività basata sulla domanda estera. Una concezione che, oggi, aleggia ancora in €uropa, come lo spettro di un imperialismo mercantilista, sempre più goffamente camuffato da aspirazione alla pace. Mentre è esattamente il suo opposto; mentre il protezionismo dello sviluppo della ricostruzione dei sistemi industriali nazionali, può portare veramente il ritorno alla crescita e alla vera “pace” del veramente “coordinated capitalism”». Una lettura così risibile della competizione capitalistica mondiale è difficile da trovare, è a suo modo una rarità. Prevedo per il prossimo futuro molte “autocritiche” (magari!) da parte di chi ha in testa una storia della globalizzazione capitalistica che non ha nulla a che fare con il reale processo sociale. Credere che la Presidenza Trump possa essere estranea all’«imperialismo mercantilista» (o imperialismo sans phrase) è qualcosa che davvero si colloca al di là del bene e del male. Diciamo…

4.
Anche per quanto riguarda il temuto protezionismo di Trump bisogna andare oltre la propaganda orchestrata negli Stati Uniti e in Europa dai suoi rivali. Gli stessi media hanno interesse a creare il Mostro, perché la paura si vende bene. Scrive Pietro Saccò: «Il tema del ritorno del “protezionismo” è stato al centro degli ultimi incontri del G20. I leader mondiali in questi vertici si sono sempre detti d’accordo sulla necessità di non alzare nuove barriere commerciali, ma poi tornati in patria non se ne sono poi preoccupati molto. Come ha notato lo stesso Wto questo giovedì, nell’ultimo report sui paesi del G20, quegli stessi capi di Stato tra maggio e ottobre di quest’anno hanno implementato ottantacinque nuove misure restrittive del commercio» (Avvenire). Abbiamo a che fare insomma con una tendenza oggettiva che si spiega con la competizione capitalistica mondiale e con le condizioni del processo di valorizzazione degli investimenti, il quale determina in ultima analisi lo stato di salute dell’economia mondiale e “nazionale”. Lo stesso discorso vale per il famigerato muro con il Messico, il cui progetto risale a ben prima che il razzista Trump scendesse in campo. Di più: il confine con il Messico è sempre stato massicciamente presidiato militarmente dagli americani, al punto che ai tempi della costruzione del Muro di Berlino Mosca rispose alle indignate proteste di Washington consigliando al governo americano di guardare piuttosto al muro eretto in casa sua, anziché impicciarsi dei muri altrui. Centinaia di migliaia di messicani sono stati ricacciati in Messico durante la Presidenza Obama, e moltissimi messicani sono morti nel tentativo di attraversare un confine sempre più controllato, ultimamente anche con dispositivi elettronici in grado di vedere la capoccia di uno spillo da grande distanza. «Si tratta di un’opera relativamente economica ($600 milioni), dagli enormi effetti mediatici e con nessun impatto pratico. Insomma un grande spottone elettorale» (L. Zingales, Il Sole 24 Ore). Staremo a vedere. Nel mentre, è meglio tenersi alla larga dalla propaganda, di qualsivoglia segno essa sia, si capisce. Sto forse cercando di relativizzare e di sminuire l’originalità del nuovo Presidente americano? No, mi sforzo di ragionare criticamente. Ci provo, quantomeno.

Non sono pochi i politici e gli intellettuali europei che invitano i governi dell’Unione a prendere come un’eccezionale e forse irripetibile opportunità l’”isolazionismo” di Trump: «È venuto il momento di diventare adulti anche dal punto di vista militare. Dobbiamo in qualche modo emanciparci dallo strumento militare americano e finanziare la nostra sicurezza. L’Esercito Europeo deve passare dal sogno alla realtà!». Un bel “sogno”, non c’è che dire. Le Monde (15 novembre 2016) invita ad andarci cauti con i “sogni”: «Pensiamo piuttosto a spendere di più per rafforzare la Nato, che ha garantito sette decenni di pace e di prosperità nel cuore dell’Europa, e così irrobustire anche i legami con l’alleato americano, su cui grava un peso finanziario non più sostenibile». È facile recitare il ruolo dei “pacifisti” con i soldi e con i missili a testata atomica degli altri! È giusto – leggi: conveniente economicamente e politicamente – finanziare la sicurezza dell’Europa occidentale nel mutato scenario geopolitico mondiale seguito al crollo dell’Unione Sovietica? Negli anni Novanta (ma qualcosa di simile si subodorava già alla fine degli anni Settanta) questa domanda non è più un tabù negli Stati Uniti.

Ricordo che lo stesso Barack Obama, nell’intervista a The Atlantic del marzo scorso che tante polemiche sollevò a Londra e Parigi, accusò Francia e Inghilterra di comportarsi in diverse occasioni (vedi Libia 2011) come dei veri e propri scrocconi (free riders) nei confronti degli Stati Uniti: «Quando torno indietro e mi chiedo cosa è andato storto [in Libia], c’è spazio per le critiche, perché avevo più fiducia che gli europei, data la vicinanza alla Libia, investissero nel follow-up. […] Abbiamo ottenuto un mandato Onu, costruito una coalizione, costataci un miliardo di dollari, che non è molto quando affronti operazioni militari. Abbiamo evitato vittime civili su larga scala, prevenuto quello che quasi sicuramente sarebbe stato un conflitto civile prolungato e sanguinario. E nonostante tutto ciò, la Libia è un caos». Nell’intervista Obama non nascose di essere «indispettito» nei confronti di alleati – riferendosi non solo alla Francia e all’Inghilterra, ma anche all’Arabia Saudita – che si mostrano impazienti di trascinare gli Stati Uniti in pesanti conflitti, che talvolta non si armonizzano con gli interessi americani, salvo poi «mostrare una mancanza di volontà di mettersi in gioco. Sono scrocconi». Più chiaro di così!

5.
«Gli anti-americani che popolano le piazze europee (e i talk-show televisivi italiani) continuano a non rendersi conto che l’Europa pacificata è stata resa possibile dall’America vittoriosa. […] Senza la copertura militare degli Stati Uniti, quegli Stati [Francia, Germania, Inghilterra, Giappone, Italia] non avrebbero potuto investire risorse per la loro crescita economica e per il loro sviluppo civile» (S. Fabbrini). Sul terreno degli interessi capitalistici e imperialistici, che poi è lo stesso terreno su cui marciano i sinistri che hanno fatto del Secondo massacro imperialistico (Resistenza inclusa) un ignobile mito (la cosiddetta «Guerra di Liberazione»), Fabbrini ha perfettamente ragione, e tutta la stucchevole propaganda “pacifista” incentrata sul presunto dualismo fra l’amorevole Venere (il Vecchio Continente) e il bellicoso Marte (gli USA, of course!) ha molto a che vedere con il mito che i Paesi europei, usciti a vario titolo tutti sconfitti dal conflitto, iniziarono a fabbricare nel dopoguerra. Sono, questi, i temi che il “falco” Robert Kagan propose nel suo “classico” Paradiso e potere (Mondadori, 2003): «L’Europa sta voltando le spalle al potere. […] Sta entrando in un paradiso poststorico di pace e relativo benessere: la realizzazione della “pace perpetua” di Kant. Gli Stati Uniti invece restano impigliati nella storia a esercitare il potere in un mondo anarchico, hobbesiano, nel quale la vera sicurezza, la difesa e l’affermazione dell’ordine liberale dipendono ancora dal possesso e dall’uso della forza».  Colombe contro falchi, Kant versus Hobbes, Venere contro Marte. Naturalmente nulla di più falso, di più ideologico, di più propagandistico, da entrambe le sponde dell’Atlantico.

6.
Si stima che il debito aggregato, somma del debito pubblico (federale, locale e statale) e del debito privato (imprese, famiglie, ipoteche) degli Stati Uniti veleggi verso la stratosferica cifra di 64.000 miliardi di dollari. Forse sbaglio per difetto. Nel 2000 esso ammontava a 28.600 miliardi. A inizio anno il debito pubblico federale americano ha raggiunto i 19.200 miliardi di dollari, pari a circa il 105% del Pil. Alla fine del 2007 era di 9.200 miliardi pari al 65% del Prodotto interno lordo. Nel 2000 era di 5.600 miliardi. Detto en passant, anche la Cina deve fare i conti con un debito pubblico alquanto obeso: 25.000 di dollari. «Secondo gli analisti della Standard Chartered Bank, l’economia cinese è la terza al mondo, se si effettua una classificazione secondo il peso del debito pubblico e privato» (Fondiesicav). Eppure, «Nessun presidente americano», scrive Oscar Giannino, «può dimenticare che la Cina ancora a giugno 2016 deteneva quasi 1250 miliardi di dollari di debito pubblico statunitense, oltre, si stima, a più di 1000 miliardi di debito corporate». Di certo non lo dimentica Pechino, che per adesso sta reagendo con la tradizionale prudenza diplomatica ai segnali contraddittori che arrivano dagli Stati Uniti. Il Dragone è adesso in modalità wait and see.

Non solo la Cina controlla una grande fetta di titoli di Stato Usa (circa il 7%, in diretta concorrenza con il Giappone), ma nel solo 2016 ha investito oltre 70 miliardi di dollari per acquisire aziende americane.  «Sono soprattutto i saldi commerciali tra Usa e Cina che giustificano le proposte neo protezionistiche di Trump. Nel corso degli anni la bilancia commerciale tra i due Paesi si è inclinata sempre di più a favore di Pechino. Nel 2010 le esportazioni americane verso il Dragone erano 91 miliardi di dollari e le importazioni 364, per un disavanzo di 273 miliardi. L’anno scorso erano salite rispettivamente a 116 e 483 miliardi, facendo lievitare il disavanzo all’esorbitante cifra di 367 miliardi di dollari. Sulla carta, un trasferimento netto di ricchezza (oltre che di posti di lavoro, sostiene Trump) dagli Stati Uniti alla Cina» (F. Santelli, La Repubblica, 14 novembre 2016).

Non so al lettore, ma al sottoscritto tutto questo ricorda la relazione nippo-americana degli anni Ottanta/inizio Novanta del secolo scorso. Con una significativa differenza, assai gravida di conseguenze geopolitiche: il Giappone era – e continua a essere, non si sa ancora per quanto – parte integrante dell’Alleanza imperialistica dominata dagli Stati Uniti, i quali non mancarono di far pesare la loro posizione politico-militare sulle scelte di politica economica (commerciale, finanziaria, monetaria) dell’”alleato” asiatico; per la Cina le cose stanno naturalmente in modo affatto diverso.

7.
Alla fine degli anni Ottanta, mentre il Giappone faceva registrare continui e consistenti surplus commerciali, gli Stati Uniti conoscevano un crescente deficit commerciale e finanziario, e subivano la triste condizione di Paese debitore, esposto soprattutto nei confronti dei giapponesi, “amici” dal punto di vista politico-militare, e rognosissimi competitori sul versante della fondamentale contesa economica – mercantile, finanziaria, tecnologica, scientifica.

Preso atto del relativo – ma sempre più marcato e accelerato – declino della Potenza americana e dell’ascesa, che allora agli americani appariva inarrestabile e gravida di indicibili conseguenze (come rivela una battuta “geopolitica” di gran moda negli Stati Uniti agli inizi degli anni Novanta: «Toyota! Toyota! Toyota!» a echeggiare il più noto «Tora! Tora! Tora!»), Fred Bergsten, già assistente al Tesoro nel 1977-1981 (Amministrazione Carter) e analista geopolitico dallo spiccato orientamento “strutturalista” (la dinamica dei rapporti tra le Potenze considerata alla luce dell’economia e dei mutamenti tecnologici), concluse che due strade si aprivano dinanzi agli USA: una portava alla condivisione dell’egemonia mondiale con il Giappone (duopolio egemonico nippo-americano), l’altra conduceva dritto al cul de sac isolazionista. La seconda ipotesi avrebbe avuto come immediata e più importante conseguenza la crescita della spesa militare nei Paesi alleati che anche in grazia dell’ombrello protettivo militare offerto “generosamente” dagli americani avevano conosciuto un eccezionale successo economico, con ricadute non disprezzabili sul terreno politico-diplomatico. Fu alla fine degli anni Settanta che la Casa Bianca iniziò a lasciar trapelare l’irritazione del Governo americano nei confronti di un’Europa che dinanzi all’opinione pubblica mondiale affettava una postura “pacifista” potendo contare sulla spesa militare dell’antipatico Zio Sam: è facile essere “pacifisti” con i soldi e con i missili a testata atomica degli altri! È giusto – leggi: conveniente economicamente e politicamente – finanziare la difesa dell’Europa occidentale nel mutato scenario geopolitico mondiale seguito al crollo dell’Unione Sovietica? Dagli anni Novanta a seguire questa domanda non è più un tabù negli Stati Uniti d’America.  Ricordo che lo stesso Barack Obama, nell’intervista a The Atlantic del marzo scorso che tante polemiche sollevò a Londra e Parigi, accusò Francia e Inghilterra di comportarsi in diverse occasioni (vedi Libia 2011) come dei veri e propri scrocconi (free riders) nei confronti degli Stati Uniti: «Quando torno indietro e mi chiedo cosa è andato storto [in Libia], c’è spazio per le critiche, perché avevo più fiducia che gli europei, data la vicinanza alla Libia, investissero nel follow-up. […] Abbiamo ottenuto un mandato Onu, costruito una coalizione, costataci un miliardo di dollari, che non è molto quando affronti operazioni militari. Abbiamo evitato vittime civili su larga scala, prevenuto quello che quasi sicuramente sarebbe stato un conflitto civile prolungato e sanguinario. E nonostante tutto ciò, la Libia è un caos». Nell’intervista Obama non nascose di essere «indispettito» nei confronti di alleati – riferendosi non solo alla Francia e all’Inghilterra, ma anche all’Arabia Saudita – che si mostrano impazienti di trascinare gli Stati Uniti in pesanti conflitti, che talvolta non si armonizzano con gli interessi americani, salvo poi «mostrare una mancanza di volontà di mettersi in gioco. Sono scrocconi». Più chiaro di così!

Ma ritorniamo a Fred Bergsten: è lo stesso che nel 2005 coniò il termine di “G2” (Usa e Cina) come la formula geoeconomica più adeguata alla nuova economia globalizzata. Tuttavia egli non ebbe remore nel 2010 a definire «il cambio artificiosamente basso della moneta cinese una misura schiettamente protezionistica esclusa come tale dal Wto e mediante la quale la Cina non solo massimizza l’export di prodotti, ma anche quello del tasso di disoccupazione, cosa tanto più spiacevole nell’attuale congiuntura economica statunitense» (G. Mafodda, Limes, 1 aprile 2010). E difatti la «disonesta» condotta economica della Cina è stata al centro della campagna elettorale di Trump. Ricordo che Umberto Bossi, già nella prima metà degli anni Novanta, ammoniva i Paesi occidentali a lasciare fuori dal Wto il Dragone cinese, accusato dal Senatur di fare una concorrenza sleale alle imprese del mitico Nord-Est italiano. Naturalmente allora gli italici sinistri erano tutti concentrati sulla volgare canottiera estiva del leader leghista e sugli slogan razzisti/fascisti del suo movimento politico. Il leghismo come espressione delle “ataviche” magagne del Capitalismo italiano (vedi frattura Nord-Sud) e come sintomo della “globalizzazione capitalistica” andava al di là della loro capacità di comprensione. Probabilmente ha ragione Antonello Piroso, il quale ieri ha bacchettato, sempre a proposito della “mostrificazione” mediatica di Trump, il provincialismo degli intellettuali basati nella provincia italiana: «Il giornalismo militante vede, e vuol far vedere, solo ciò che vuol vedere. Da una parte e dall’altra. Con l’aggravante, a sinistra, della sindrome da «terrazzismo», come da film di Ettore Scola. Perché è confortante guardare il mondo dall’alto in basso, dall’attico della propria cultura con pregiati arredi di superiorità morale, ma può risultare letale» (La Verità).

C’è da dire che molti sinistri che praticarono il “terrazzismo” all’epoca di Bossi e Berlusconi, oggi invitano a non demonizzare il fenomeno-Trump e a leggerlo in chiave sociologica: misteri della fede! Ho il sospetto che questa conversione ideologica abbia qualcosa a che fare con la calda simpatia che il virile Donald mostra nei confronti del Virile Vladimir, il quale ne ha manifestata almeno altrettanta nel corso della lunga marcia trumpista alla Presidenza. Ma è solo un sospetto, intendiamoci. Semmai c’è da chiedersi che fine faranno certe insospettate aperture di credito nei confronti del nuovo Presidente americano qualora la reciproca simpatica tra i due campioni di virilità politica dovesse scontrarsi con la dura realtà della competizione interimperialistica. Lo scopriremo solo vivendo – e auspicabilmente non tifando per questo o per quello!

8.
Come si sa, Trump e Xi Jinping si sono parlati al telefono dopo l’elezione dell’8 novembre; la TV di Stato cinese ha riferito che il colloquio è stato «molto costruttivo», e che il futuro Presidente ha intenzione di realizzare con la Cina «una delle più forti partnership della sua Presidenza». Donald, incassato il voto degli “sconfitti della globalizzazione”, si acconcia a una politica più morbida nei confronti del Made in China? Può darsi. Il già citato Giannino ha invece le idee molto chiare su questo punto: «Una contraddizione manifesta di Trump, dunque? No. Al contrario, le parole di Trump al leader cinese aiutano a capire quale sia la sua vera strategia nel commercio mondiale. Direi che è il caso di aprire gli occhi, e capire. Trump non crede alla rete dei grandi trattati multilaterali che associano grandi aree mondiali, su cui si è affaticato Obama con Il Trattato Transpacifico ormai approvato e a cui manca solo la ratifica finale, e il Trattato Transatlantico con la Ue, che invece a questo punto finisce su un binario morto. Trump vuole ridefinire i rapporti commerciali con i paesi leder del commercio mondiale su base bilaterale, da potenza a potenza. Ma in questo realizza esattamente le insperate attese della Cina e della Russia di Putin, che la pensano esattamente allo stesso modo». Trovo molto interessante, e probabilmente coincidente in più punti con la dinamica reale dei rapporti sino-americani di questa fase storica, l’interpretazione di Giannino, e in ogni caso l’invito che faccio anche a me stesso è di non andare appresso alle spiegazioni

fondate su pregiudizi ideologici di qualche tipo. Il solo “pregiudizio ideologico”, se così vogliamo chiamarlo, che rivendico è un anticapitalismo “senza se e senza ma”, un pregiudizio che non risparmia nessun leader mondiale, nessuna politica estera, nessun Paese, nessuna alleanza imperialistica. Lo so, il mio settarismo classista è fin troppo rigido e dogmatico; io provo a essere più dialettico, meno pretenzioso, ma è più forte di me! 8. Affiancare l’auspicato (dagli europeisti!) Esercito Europeo alla Nato, oppure mandare senz’altro in soffitta la vecchia Alleanza Atlantica, ormai in crisi conclamata?

9.
Massimo fini perora da sempre la causa di un sovranismo su base europea e in chiave antiamericana: «In realtà la Nato, da quando esiste (il Patto fu firmato nel 1949), è stata lo strumento con cui gli americani hanno tenuto in stato di minorità l’Europa, militarmente, politicamente, economicamente e dai e ridai anche culturalmente. L’Alleanza ha avuto un senso per noi europei finché è esistita l’Unione Sovietica (non è un caso che il Patto sia stato siglato all’inizio della “guerra fredda”) perché gli Stati Uniti erano gli unici ad avere il deterrente atomico per dissuadere “l’orso russo” dal tentare avventure militari in Europa Ovest. Ma dal crollo dell’Urss la situazione, con tutta evidenza, è profondamente cambiata. La dissoluzione della Nato, se Trump parla con lingua dritta, sarebbe per l’Europa l’occasione per riacquistare, almeno parzialmente, un’indipendenza perduta all’indomani della Seconda guerra mondiale. La mia formula per l’Europa, a partire dal 1990, è questa: un’Europa unita, neutrale, armata, nucleare e autarchica. Unita politicamente, cosa che oggi non è ma che dovrà necessariamente diventare perché nessun singolo Paese può resistere, da solo, contro le grandi Potenze, sia quelle storiche, Stati Uniti e Russia, sia quelle cosiddette “emergenti”, Cina e India». Beninteso un’Europa «armata e nucleare non per aggredire nessuno, ma per poterci difendere autonomamente da eventuali minacce, senza dover ricorrere a pelose protezioni altrui». Si sa, da che mondo è mondo i cattivoni imperialisti sono sempre gli altri! Per questo gli internazionalisti (qui nel senso di Marx, non di Trump!) dal 1914 in poi non fanno alcuna differenza tra Paese cosiddetto aggredito e Paese cosiddetto aggressore: l’Imperialismo come struttura sociale ha una sola dimensione, quella mondiale, e ciò è tanto più vero oggi, al tempo della compiuta globalizzazione capitalistica, che ai tempi di Lenin e compagni. Per questo parlo di «Imperialismo unitario, ma non unico». Ovviamente questo discorso non vale per chi ritiene di essere un antimperialista solo perché sostiene posizioni antiamericane – e magari sbaciucchia in segreto le immagini del virile Putin. Di certo non ho alcuna speranza di convincere Fulvio Scaglione, come si evince da quel che segue: «È ovviamente troppo presto per dire se Trump, in politica estera, farà disastri o meraviglie. Ma il rifiuto preventivo di prendere in serio esame le sue posizioni è uno dei fattori che hanno contribuito a rendere questa vittoria incomprensibile ai soliti noti ma perfettamente naturale per la maggioranza degli americani. I quali, a quanto pare, si fanno la stessa domanda che da anni si fa Putin: perché il mondo deve avere un modello unico, quello americano? Perché non riconoscere che sul pianeta esistono popoli diversi con storie diverse che portano (in politica, nella cultura, negli orientamenti sociali) a risultati diversi? E perché queste diversità non possono convivere?» Per il sovranista economico-politico-culturale la divisione classista degli individui, oggi sussunti in tutto il mondo sotto il dominio totalitario dei rapporti sociali capitalistici, è un dettaglio, o comunque non è il punto dirimente della questione, come lo è invece per il sottoscritto; per il sostenitore della pacifica convivenza delle diversità nazionali, che stravede per un assetto multipolare della contesa interimperialistica (che grande conquista sarebbe per l’umanità!), l’esistenza di un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento che informa la prassi sociale mondiale non è la prospettiva dalla quale osservare il mondo hobbesiano (tanto sul fronte sociale quanto su quello geopolitico) che ci ospita, per combatterlo nella sua compatta e disumana totalità. Chissà, forse Scaglione è nostalgico della «Coesistenza pacifica tra sistemi sociali diversi» – leggi: diversamente capitalistici. Ma chi sono io per dare del reazionario – pardon: ultrareazionario – a chicchessia?

Per Pietrangelo Buttafuoco quello che è avvenuto negli Stati Uniti conferma in pieno la marxiana lotta di classe: il popolo, rappresentato naturalmente dal miliardario Donald, si è rivoltato contro l’élite, contro l’establishment. E ha vinto, anche alla faccia dei radical-chic. Il simpatico intellettuale siciliano, che non nasconde le sue inclinazioni destrorse, non è obbligato a conoscere le opere marxiane, e quindi può pensare e dire sul concetto di “lotta di classe” tutte le sciocchezze e le banalità demagogiche e populiste che gli passano per la testa. Dà da pensare, invece, il fatto che moltissimi sedicenti marxisti “puri e duri” sul punto la pensino allo stesso modo, confermando la tesi geometrico-politica secondo la quale gli estremi si toccano, quando essi insistono sullo stesso piano.

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Riprendiamo dunque la citazione finiana, per concludere rapidamente il ragionamento: «Europa neutrale e autarchica. Neutrale per avere una giusta equidistanza fra Stati Uniti e Russia. Autarchica, attraverso un limitato protezionismo, per parare gli effetti più devastanti della globalizzazione». Personalmente sorrido quando sento parlare di «neutralità» e di «giusta equidistanza» (già, come ai “bei tempi” dei cosiddetti Paesi non allineati), non solo sul terreno geopolitico ma in ogni sfera della prassi sociale, mentre impugno con decisione la rivoltella, per legittima difesa s’intende, quando qualcuno evoca il protezionismo e l’autarchia. Lo ammetto, sono vittima dei fantasmi del passato… Il problema è che la società capitalistica (che oggi, lo ripeto, ha le dimensioni del nostro pianeta) è un passato che non vuole passare: ahimè!

Massimo Fini ha il merito di svelare il segreto – di Pulcinella – che si cela dietro il cosiddetto “sogno europeo”: la creazione di un polo imperialista europeo in grado di competere “a 360 gradi” con le altre Potenze mondiali. Scrive ad esempio Oscar Giannino: «O l’Italia e l’Europa capiscono che nel nuovo mondo commerciale Trump, Putin e Xi Jinping vanno a braccetto e i cocci sono nostri, oppure sarà solo peggio per noi» (Istituto Bruno Leoni). È bene ricordare che in termini aggregati l’economia europea è seconda solo a quella statunitense. Il problema, per gran parte dei sostenitori del progetto europeista, è che in esso la Germania non può non giocare, anche contro la volontà del suo stesso establishment (questo sì davvero angosciato, e a giusta ragione, dai fantasmi del passato!), il ruolo di forza propulsiva (la mitica “locomotiva tedesca”) e di centro egemonico aggregante – la Prussia d’Europa. Di qui, le diverse strategie messe in campo negli ultimi settant’anni da Inghilterra e Germania per contenere in qualche modo la potenza sistemica tedesca. Anche la Brexit risponde in una certa – non piccola – misura a quella strategia di contenimento, e certamente dobbiamo attenderci un ulteriore rafforzamento della relazione speciale transatlantica che da un secolo lega, con gli inevitabili “alti e bassi”, gli Stati Uniti alla Gran Bretagna.

In ogni caso, il sovranismo su base continentale sostenuto da Massimo Fini appare più intelligente e “realistico del sovranismo su base nazionale propugnato da larghissimi settori della “estrema sinistra” e della “estrema destra”. Ho detto «più intelligente e “realistico”», non meno reazionario: non vorrei salire anch’io, magari mio malgrado, sul carro del vincitore! Se non altro per non stare accanto a certi rognosi personaggi. Come ha “ricordato” a Trump, nel corso di un’intervista alla Reuters, il ministro dell’Economia messicano Ildefonso Guajardo, trepidante per il destino dell’accordo nordamericano per il libero scambio (Nafta) tra Stati Uniti, Canada e Messico in vigore dal 1994, «La competizione globale non è per paesi, ma per regioni». Dove con «regioni» occorre ovviamente intendere le macro-aree continentali. Penso che perfino un personaggio politicamente sprovveduto (?) come Trump sappia benissimo come vanno le cose in questo capitalistico mondo.

I SINISTRI PRESENTIMENTI DI UN BRILLANTE ECONOMISTA

Come altre volte, mi occupo di Emiliano Brancaccio solo perché egli sostiene di aderire «alla tradizione del movimento dei lavoratori», e perché critica «la sinistra» italiana (ma anche quella europea) di essersene allontanata. Ciò mi permette di mettere in luce, con poco sforzo, il carattere ultrareazionario del «movimento dei lavoratori» cui fa riferimento «il brillante economista napoletano», secondo la definizione di Marco Berlinguer che lo ha intervistato per Pubblico. Se non fosse per questo, non starei qui a perdere tempo a criticare una posizione schiettamente protezionista e sovranista, e ipso facto apologetica del Capitalismo: non posso gettare una pietra su ogni reazionario che passa dalle mie parti! Anche perché le pietre si esaurirebbero subito.

Brancaccio propone politiche protezioniste e sovraniste, in linea con quanto accade in altre aree capitalistiche del pianeta (Cina, Russia, Stati Uniti, Brasile, Argentina), per superare la crisi economica, spezzare le reni alla Germania, la sola che oggi ha interesse, in Europa, a mantenere una politica liberoscambista, e per questa via mettere al riparo lo stesso progetto europeo, che rischia di evaporare al calore delle contraddizioni innescate da quell’ottuso liberoscambismo che fa, appunto, solo gli interessi della Germania.

«L’unica potenza che ancora resiste alla tentazione di introdurre controlli sui movimenti di capitali e di merci è proprio l’Unione europea», lamenta Brancaccio, sponsor di un’azione volta a vincere quella malsana resistenza. Nella misura in cui una politica protezionista si dà nelle cose, si apre la sinistra possibilità di un protezionismo «di destra»: di qui la necessità di un protezionismo di segno opposto, ossia «di sinistra». Questo il ragionamento del Nostro.

Non voglio entrare nel merito della ricetta economica proposta dal «brillante economista», e su alcuni aspetti (ad esempio sull’interesse tedesco a mantenere in piedi una prassi liberoscambista in Europa) la sua analisi del conflitto sistemico europeo, perché di questo si tratta, incrocia la mia. (Sulla dialettica liberismo-protezionismo rimando ai miei post “economici”. Ne cito solo due: Liberismo e protezionismo e Il sistema protezionistico ci salverà. Forse…).

D’altra parte, non volendo collaborare alla salvezza del Capitalismo: né di quello nazionale, né di quello sovranazionale (ammesso, ma non concesso, che si possa contrapporre l’uno all’altro senza porre mente alla natura internazionale del Capitale già alle sue origini); non essendo, dicevo, un patriota, né di “destra”, né di “centro” né di “sinistra”, non ho ricette alternative da mettere sul tavolo. Questo, ovviamente, non mi esime dal criticare nel merito le ricette altrui, come d’altra parte faccio dal 2008.

Qui però mi limito a porre la seguente domanda: può un «movimento operaio» sostenere, magari solo “tatticamente”, politiche, non importa se liberoscambiste o protezioniste, europeiste o sovraniste, volte a soccorrere il Capitalismo e a vincere la competizione capitalistica globale? E questa domanda ne chiama subito un’altra: è sufficiente mettere la feticistica e inflazionata parolina «sinistra» accanto al progetto più reazionario mai concepito prima dall’uomo per trasformarlo magicamente nel Sol dell’Avvenire? Alludo a un generico progetto, non alle ricette economiche di Brancaccio, beninteso. Ebbene, se con «sinistra» intendiamo riferirci alla tradizione del PCI da Togliatti a Occhetto, e alla CGIL da Di Vittorio alla Camusso la risposta è sì. Sulla scorta di quella «tradizione del movimento dei lavoratori» è più che legittimo collaborare alla salvezza del Sistema-Paese, e non a caso il PCI amava esibire, accanto alla pietosa retorica dell’«internazionalismo proletario» (leggi filosovietismo), il suo virile carattere nazionale. Di qui, tra l’altro, la politica di rigorosa Austerity praticata dall’onesto Berlinguer e dall’allora «migliorista» Napolitano. Che coerenza – detto senza un’ombra d’ironia –, Sire Giorgio!

Ecco perché quando «il brillante economista napoletano» paventa l’irruzione sulla scena sociale di «forze completamente estranee alla tradizione del movimento dei lavoratori» mi sento chiamato in causa. Da «sinistra»? Fate un po’ voi!

LIBERISMO E PROTEZIONISMO

Sul piani storico, le due vecchie concezioni borghesi sullo sviluppo capitalistico sono radicate nell’ineguale processo genetico del capitalismo internazionale, e quindi nei reali rapporti di forza tra i capitali nazionali che si sono affermati di volta in volta sul mercato mondiale. La concezione liberista si afferma per la prima volta in Inghilterra, almeno nella forma compiuta e organica che conosciamo, ma «soltanto quando l’industria del paese aveva già saldamente stabilito la sua supremazia su tutti i mercati del mondo» (G. D. H. Cole, Storia economica del mondo moderno, p. 68, Garzanti, 1961). A quel punto il liberoscambismo inglese imposto a tutto il mondo, anche manu militari, non poteva che facilitare la penetrazione delle merci e dei capitali britannici in ogni zolla del pianeta. La politica della porta apertanon può che avvantaggiare, almeno nel breve e medio periodo, l’economia capitalisticamente più avanzata, mentre effettivamente pone le premesse per il decollo economico delle aree socialmente più arretrate, in termini relativi o assoluti. L’ideologia progressista e filantropica (il commercio internazionale come occasione di progresso sociale per tutte le nazioni) associata al liberoscambismo non deve indurci nella tentazione – antioccidentalista – di negare una dialettica storica che comunque porta i segni indelebili dello sfruttamento e dell’oppressione.

La reazione dottrinaria al liberoscambismo non si farà attendere. Friedrich List, il teorico del nazionalismo tedesco e del sistema protezionista, forse si può annoverare fra i maggiori esponenti della concezione protezionista, anche se egli concepì la politica interventista dello Stato solo come una fase propedeutica al pieno sviluppo delle forze produttive di un Paese sottoposto alla «concorrenza sleale» dell’Inghilterra, il cui passato protezionista, osservava giustamente List, non le consentiva di predicare dal pulpito liberoscambista. Nel periodo di adolescenza capitalistica del sistema industriale nazionale lo Stato è chiamato a difendere quel sistema con tutti i mezzi necessari, ad esempio alzando un’alta muraglia di dazi protettivi. Solo dopo essersi sufficientemente irrobustito il sistema industriale può liberarsi delle amorevoli cure del Leviatano senza temere di cadere sul terreno del libero commercio mondiale, e deve farlo se non vuole vivere eternamente sotto la tutela dello Stato.

Negli anni ’40 del XIX secolo le idee enunciate da List influenzarono grandemente il dibattito economico negli Stati Uniti, la cui promettente e dinamica economia si trovò fin dall’inizio a dover fare i conti con la superiorità capitalistica inglese. Tipico esponente americano del sistema protezionista fu Henry Ch. Carey, critico della teoria ricardiana della rendita e sostenitore di una politica economica indipendente fino all’autarchia. Nonostante l’interferenza dello Stato, soprattutto attraverso le imposte, alterasse un processo economico concepito come naturale e razionale (salvo quello basato nell’odiata Inghilterra), egli perorò la causa interventista, soprattutto in difesa dell’agricoltura americana. Naturalmente questo atteggiamento altamente contraddittorio non sfuggì all’occhio critico di Marx: «Il signor Carey non avrebbe dovuto proseguire nella sua indagine per vedere se queste “spese dello stato” non siano anch’esse “frutti naturali” dello sviluppo capitalistico? Il ragionamento è del tutto tipico di un uomo che sul principio afferma i rapporti di produzione capitalistici essere eterne leggi naturali e razionali il cui giuoco liberamente armonico viene alterato solo dall’interferenza dello Stato, e che appresso scopre la demoniaca influenza dell’Inghilterra sul mercato mondiale, che rende d’obbligo l’interferenza dello stato, ossia la protezione di quelle leggi naturali e razionali da parte dello Stato» (K. Marx, Il Capitale, I, p. 410, Newton, 2005).

Notevole è qui, oltre la frecciata polemica contro un no-global del tempo, la tesi materialistica secondo la quale l’intervento dello Stato, lungi dall’alterare un processo che di naturale e razionale non ha proprio nulla (salvo lo sfruttamento di uomini e cose), e lungi dall’essere una decisione presa liberamente dal politico, è innanzitutto esso stesso un “frutto naturale” dello sviluppo capitalistico.

Sul Continente, a parte il caso tedesco, la concezione protezionistica all’inizio non trovò un grande favore, soprattutto perché la differenza tra la struttura capitalistica inglese e quella degli altri paesi europei era così grande, da far sì che i due sistemi non fossero reciprocamente concorrenti. In Francia, ad esempio, che pure aveva conosciuto il periodo colbertista, il protezionismo risollevò la testa dopo la catastrofica sconfitta del 1871, per toccare il suo apice intorno al 1892, quando vennero varate severe misure protezionistiche a sostegno dell’industria e dell’agricoltura, quest’ultima sottoposta alla spietata concorrenza americana. Analogamente, solo dopo la formazione e il consolidamento del Reich si sviluppò in Germania una forte corrente protezionistica, che si inasprì in seguito alla depressione commerciale mondiale occorsa intorno al 1880: dopo quella data la classe dirigente tedesca abbandonò il precedente atteggiamento diplomatico, sia nel campo delle relazioni commerciali con le altre nazioni, sia nella sfera delle relazioni propriamente politiche con queste stesse nazioni, un atteggiamento strumentale in chiave di costruzione della potenza nazionale in un ambiente internazionale complessivamente sfavorevole. È un po’ la storia di tutti i paesi giunti in ritardo al decollo capitalistico della loro economia: all’inizio occorre fare buon viso a cattivo gioco.

Lo stesso caso italiano presenta un’analoga dialettica: nata sotto gli auspici della concezione liberista (cioè cavouriana), la politica economia del Bel Paese diventa sempre più protezionista non appena lo sviluppo capitalistico per un verso la fa entrare in contatto con i protagonisti del capitalismo internazionale, e per altro verso indebolisce le preoccupazioni diplomatiche dei leader politici nazionali nei confronti della Francia e dell’Inghilterra. «Alessandro rossi – che del movimento protezionista diverrà uomo di punta – prima del 1868 era ancora di “convinta opinione liberista”. Raccontò lui stesso di essere stato colpito come S. Paolo sulla via di Damasco: “Quando andiamo a comprare la lana e il cotone sui mercati di Londra, ci accorgiamo che quelli ci giocano come vogliono con le loro speculazioni, perché i prezzi li fanno loro, loro controllano il mercato mondiale e noi dobbiamo subire. Come si fa a dire che la concorrenza assicura a tutti uguali vantaggi? Oggi la lotta economica è lotta anche per l’affermazione di una vera indipendenza, di una vera autonomia nazionale”» (G. Marongiu, Storia del fisco in Italia, I, pp. 308-309, Einaudi, 1995).Non pare di ascoltare il comizio di un sovranista del XXI secolo?

Già nel maggio del 1861, come racconta sempre Marongiu, il deputato Polsinelli, proprietario di una delle principali fabbriche di tessuti del mezzogiorno, aveva condannato l’impostazione liberista della politica economica del governo italiano: «La Francia e l’Inghilterra predicano il libero scambio, dopo aver avuto per secoli una protezione grandissima. Esse dicono a noi: facciamo liberamente il commercio, aprite il vostro mercato. O signori, è la lotta di un gigante con un bambino» (p. 45). Non c’è dubbio: la concezione liberista esprime il punto di vista del gigante, della forza,quella protezionistica il punto di vista del bambino, della debolezza. Mutatis mutandis, questo schema è applicabile anche alla realtà del XXI secolo, e non a caso il protezionismo è oggi invocato dai paesi capitalisticamente in ritardo o da quelli che più degli altri avvertono i morsi della crisi.

Negli anni ottanta del XIX secolo le dottrine stataliste della scuola storica tedesca e dei socialisti della cattedra, sostenitrici di un vasto intervento pubblico in campo economico-sociale, presero il sopravvento nel dibattito sulle prospettive di sviluppo economico del Paese, eclissando il pensiero liberista sostenuto dagli epigoni di Cavour. D’altra parte, il liberismo dello statista piemontese aveva avuto soprattutto un significato politico, più che economico: «Il liberalismo di Cavour era lo strumento fondamentale della sua politica estera … Cavour seppe dare all’Europa l’esempio di una pratica di governo dignitosamente liberale, capace di mantenere i propri impegni e di conquistare la fiducia del paese. Di fronte all’Austria egli mostrava la possibilità di un governo nazionale che non aveva bisogno di ricorrere allo stato d’assedio» (P. Gobetti, La rivoluzione liberale, p. 41, Ed. del Corriere della Sera, 2009). O, più semplicemente, Cavour seppe interpretare al meglio le esigenze di un Paese che era uscito dalla rivoluzione nazionale-borghese gravato di moltissime magagne, e comunque non in grado di dettare condizioni alle potenze europee che ne avevano favorito l’unificazione nazionale. Fare buon viso a cattivo gioco, e in questo il Conte di Torino fu un maestro.

I trattati internazionali ineguali del 1850 (politica della porta brutalmente spalancata, più che aperta) esposero drammaticamente l’economia nazionale giapponese all’assalto delle potenze straniere. Come evitare al Giappone il destino dell’India e della Cina? Alla classe dominante del Sol Levante apparve immediatamente chiaro che se il Paese non fosse transitato rapidamente dalla vecchia struttura economica feudale al moderno capitalismo il suo triste destino era già scritto sul libro dei paesi coloniali o semicoloniali. Mentre la Cina reagì alla sfida occidentale con l’inerzia che le derivava dal suo glorioso passato e dalla sua enorme dimensione geosociale, il Giappone ebbe una reazione affatto diversa. Anziché tentare di tenersi alla larga da una corrente storica che ormai travolgeva tutto il pianeta, la classe dirigente giapponese iniziò a studiare il modello sociale capitalistico che sembrava adattarsi meglio alle condizioni e alle ambizioni del Paese. La scelta cadde sulla Germania.

«Negli anni ’70 – del XIX secolo – il governo giapponese seguì decisamente  una politica tendente a scoraggiare gli investimenti stranieri, e a riscattare gli impianti industriali di proprietà straniera e a restituire i prestiti esteri: era la politica che Bismark aveva consigliato di adottare, quando la missione Iwakura era andata a fargli visita»   (J. Halliday, Storia del Giappone contemporaneo, p. 67, Einaudi, 1979). Nel momento in cui occorreva avviare una transizione straordinariamente rapida da un presente diventato improvvisamente obsoleto al futuro, in un ambiente sociale interno segnato dalla debolezza della moderna classe borghese e in un contesto internazionale dominato dalla crescente competizione  imperialistica, la macchina statale doveva necessariamente giocare un ruolo centrale, finendo per diventare la leva fondamentale dell’accumulazione capitalistica. «Per un certo numero di ragioni, lo stato fu il meccanismo che riorganizzò la situazione politica ed economica interna e agì come intermediario complessivo nei confronti del mondo esterno. Il quadro generale dell’economia giapponese fu determinato dall’imperialismo … L’origine di molti tratti caratteristici del capitalismo giapponese risalgono al periodo Meiji: l’energico intervento dello stato nella formazione, nell’accumulazione e nell’investimento del capitale; la concentrazione dei beni capitali; il controllo statale sull’attività bancaria; la direzione e l’intervento dello stato nel commercio estero; un certo numero di severi provvedimenti contro il capitale straniero» (p. 62). A questo punto sono sicuro che a qualche lettore statalista, o “socialista”, ovvero socialsovranista sia venuta l’acquolina in bocca!

Forse è la vicenda giapponese quella che più chiaramente delle altre mostra lo stretto legame che vi fu tra la politica protezionistica come incubatrice del capitale “ritardatario” (Stati Uniti, Germania, Giappone, Italia, in parte la stessa Francia) e l’ascesa del moderno Imperialismo, da una parte, e tra la prima e l’ideologia nazionalista, dall’atra. Per i paesi costretti a inseguire il primato capitalistico dell’Inghilterra, il nazionalismo rappresentò la faccia politico-ideologica del protezionismo, e poi, in una fase più matura del loro sviluppo, dell’Imperialismo. In Inghilterra, invece, quest’ultimo non ebbe bisogno del sostegno di una forte e aggressiva ideologia, e ciò ne conferma il carattere essenzialmente economico.

Ancora oggi le forme più “fondamentaliste” di nazionalismo, che non di rado si sposano con il più ottuso “radicalismo religioso” (vedi paesi musulmani), allignano là dove il capitale nazionale è – relativamente – debole e si sente minacciato da presso dal capitale internazionale, ovvero ne subisce da sempre il dominio. Ecco perché associare il protezionismo al nazionalismo è legittimo sotto ogni punto di vista, e non a caso esiste il concetto di nazionalismo economico che compendia i due concetti.

Sul piano generale possiamo dire che la concezione liberista ha come corollario una teoria dello Stato incentrata sul primato dell’economia («Stato minimo», subordinato agli interessi della «società civile»), mentre la concezione protezionista ha una teoria dello Stato basata sul primato della politica, e per questo la seconda appare assai più ideologica (falsa) della prima, la quale almeno lascia intravedere, sebbene attraverso mille veli, la reale sostanza sociale dello Stato, potenza ancella dell’economia. Entrambe le concezioni comunque non si sono sviluppate da un libero dibattito dottrinario, ma hanno espresso reali interessi di classe, reali processi sociali, caratterizzati, come detto all’inizio, da una diversa genesi dello sviluppo capitalistico. È questo quadro storico-sociale che occorre avere in mente quando riflettiamo intorno ai concetti di liberoscambismo e protezionismo, entrambi strumenti politico-ideologici al servizio della conservazione sociale a cui le classi dominanti ricorrono “pragmaticamente” a seconda delle circostanze.

Lungi dall’essere concetti che si elidono a vicenda, liberismo e protezionismo si danno piuttosto l’uno come sviluppo – non negazione – dell’altro, e non di rado le prassi cui essi si riferiscono convivono all’interno di una stessa economia nazionale. Per questo non ha alcun fondamento, né storico né economico, assolutizzare, autonomizzare e contrapporre l’uno all’altro quei due concetti e le relative prassi.

IL SISTEMA PROTEZIONISTICO CI SALVERÀ. FORSE…

I sostenitori del capitalismo assistito e del sovranismo politico-economico hanno in tasca una ricetta sicura per risolvere i noti problemi della Carbosulcis e di Alcoa: introdurre per un certo periodo dei limiti alle possibilità di acquisto del carbone a basso costo proveniente dalla Cina e da altri paesi. In più, bisognerebbe imporre vincoli alle decisioni di delocalizzazione in Arabia Saudita prese dalla multinazionale Alcoa. Insomma, essi propugnano una politica economica schiettamente protezionista e sovranista. È realistica questa proposta? Personalmente nutro grossi dubbi a proposito, né, d’altra parte, mi sembra capitalisticamente più ragionevole continuare a sovvenzionare (ad esempio gravando sulla bolletta elettrica dei poveri utenti) produzioni industriali andate già da tempo fuori mercato, non a causa del cinico complotto neoliberista, ma a motivo della nota, ma non sempre capita nella sua reale dimensione sociale, globalizzazione capitalistica. La divisione internazionale del lavoro assegnerebbe al Bel Paese produzioni tecnologicamente ben più sofisticate rispetto a quelle basate, ad esempio, a Taranto o nel Sulcis.

Ma questi sono problemi che interessano coloro che hanno a cuore gli interessi dell’economia nazionale, siano essi di scuola rigorosamente statalista, o di scuola keynesiana, ovvero liberoscambista. A chi non è toccato minimamente dagli «interessi generali del Paese», e che quindi è sordo a tutte le ricette proposte dalle citate “scuole di pensiero”, l’una più reazionaria dell’altra; a questa figura critica – sotto ogni rispetto – sta invece a cuore un altro tipo di sviluppo: quello della coscienza dei lavoratori, non importa se sfruttati in produzioni obsolete piuttosto che in produzioni all’avanguardia sul mercato mondiale. E sotto questo punto di vista occorre costatare un drammatico ritardo, che peraltro consente agli esponenti della classe dominante, vuoi in guisa protezionista, vuoi in guisa liberoscambista, di usare il disagio dei lavoratori in chiave di conservazione sociale. Più che la coscienza, si sviluppa la disperazione, e in ciò la responsabilità dei sindacati e dei cosiddetti partiti (e partitini) di sinistra è enorme.  «”Andremo avanti ad oltranza – dicono i lavoratori in lotta -, il carbone è strategico così come lo è l’alluminio. Non si può pensare di chiudere le fabbriche senza provocare gravi conseguenze” … L’obiettivo è sempre il solito: conservare le attività produttive per tutelare il diritto alla sopravvivenza di migliaia di cittadini» (da un articolo di Marco Ligas pubblicato sul Manifesto del 28 agosto 2012). Conservare la possibilità di far sopravvivere i lavoratori in qualità di venditori di forza-lavoro. Ecco il cinismo dei fatti concreti.

INGABBIATI NEL LAVORO SALARIATO (Art. 1 della Costituzione Italiana)

Detto en passant, la posizione protezionista citata all’inizio l’ho estrapolata da un breve post di Emiliano Brancaccio, un economista che passa per marxista e che in ogni caso non nasconde di aver letto Marx, come ha voluto precisare anche ieri sera al TG3 Linea notte. E questo, fra l’altro, dimostra quanto oggi sia insignificante definirsi “marxisti”, salvo che in certi ambienti politico-culturali nei quali il nome del Tedesco conserva ancora una certa autorità. Vai a capire poi perché!

Criticare la vomitevole posizione protezionista di un sedicente marxista (non mi riferisco a nessuno in particolare) sulla scorta dell’atteggiamento “liberoscambista” del suo presunto maestro, sarebbe davvero ridicolo, e testimonierebbe un’assoluta mancanza di senso storico, o semplicemente di intelligenza. Basti pensare che al tempo in cui Marx perorava la causa liberoscambista in chiave rivoluzionaria*, la Germania era ancora alla vigilia del proprio decollo capitalistico. Tuttavia la vecchia polemica antiprotezionista di Marx mantiene, anche sul piano squisitamente politico, un’invidiabile freschezza, un’indiscutibile vitalità, e basta citare qualche passo di un suo famoso discorso (mai tenuto, al Congresso liberoscambista di Bruxelles, 1847) per capirlo: «Ma i protezionisti diranno: “In questo modo, dopo tutto, manteniamo almeno lo stato attuale della società. Bene o male assicuriamo un’occupazione al lavoratore e impediamo che egli sia gettato sul lastrico dalla concorrenza straniera”. Il mantenimento, la conservazione dello stato attuale è dunque il miglior risultato al quale possono arrivare i protezionisti nel caso più favorevole. Bene, ma per la classe lavoratrice non si tratta di mantenere lo stato attuale, bensì di mutarlo nel suo opposto … Il sistema protezionistico fornisce al capitale di un paese le armi per poter sfidare i capitali degli altri paesi; esso accresce la forza di quel capitale di fronte a quello straniero» (K. Marx, I Protezionisti, i liberoscambisti e la classe lavoratrice, Opere Marx-Engels, VI, p.585, Editori Riuniti, 1973).

Particolarmente acuta e lungimirante appare quest’altra osservazione: «Dopo essere stato inizialmente reazionario, poi conservatore, il sistema protezionistico diventa infine conservatore-progressista». Gli odierni progressisti si sentono chiamati in causa dall’uomo con la barba? Se no, è perché nel frattempo il progressismo si è ridotto ai minimi termini, al punto che la freccia critica del comunista di Treviri, sebbene puntata verso il basso, nemmeno sfiora i suoi avvizziti esponenti. Davvero difficile aggiungere qualcosa di più pregnante sul piano della teoria e della prassi. Invece possiamo aggiungere qualcosa di nuovo per ciò che concerne l’esperienza storica: sappiamo, ad esempio, quanto stretto sia il rapporto tra politica protezionista, imperialismo, nazionalismo e guerra. Ecco perché associo spontaneamente, anzi pavlovianamente, il protezionismo all’elmetto: è più forte di me! «Il sistema protezionistico fornisce al capitale di un paese le armi per poter sfidare i capitali degli altri paesi». Le armi, appunto.

Assai più ridicola, e mi mantengo sul terreno dell’eufemismo, mi appare la tesi, sostenuta proprio in questi giorni da non pochi “marxisti”, secondo la quale se Marx vivesse ai nostri giorni sosterrebbe una posizione protezionista, e magari criticherebbe i suoi trascorsi “liberoscambisti”. La tentazione di fare del vecchio ubriacone il teorico dello statalismo è vecchia quanto lo stalinismo, e non ripeterò qui cose scritte centinaia di volte a sua “discolpa”. Ma ammettiamo pure, per il gusto dell’assurdo e del paradosso, che quella tesi abbia un briciolo di fondamento, e chiediamoci se un Marx protezionista, statalista, keynesiano e quant’altro renderebbe meno reazionario il protezionismo, lo stalinismo, il keynesismo e via discorrendo. Questo immaginario Marx io lo manderei senz’altro a quel paese, a far compagnia ai compagni con l’elmetto in testa.

Qualche giorno fa un “amico su Facebook”, sollecitato da una mia obiezione “antistatalista”, mi ha risposto che «Marx era favorevole alla nazionalizzazione delle banche ma questo non ne fa uno statalista». D’accordo. Si è però dimenticato di aggiungere che quella misura (che in sé non esorbita in alcun modo dal quadro sociale capitalistico) era da Marx contestualizzata in un processo rivoluzionario volto a «strappare alla borghesia tutto il capitale, per accentrare tutti gli strumenti della produzione nelle mani dello Stato, vale a dire del proletariato stesso organizzato come classe dominante» (K. Marx, Il Manifesto del partito comunista, Opere Marx-Engels, VI, p.505). Non credo che questa sia una precisazione di poco momento.

* Questa la dialettica del processo sociale propsettata da Marx e da Engels nell’anno di grazia 1847: «Nella libertà di commercio le leggi dell’economia politica saranno applicate alla classe lavoratrice in tutta la loro durezza. Ciò significa che noi siamo contro il libero scambio? No, noi siamo per il libero scambio perché mediante il libero scambio tutte le leggi economiche, con le loro sorprendenti contraddizioni, agiranno su più vasta scala, su un territorio più esteso, su tutta la terra, e perché dall’unione di tutte queste contraddizioni in un solo gruppo in cui esse si fronteggeranno direttamente scaturirà la lotta che finirà con l’emancipazione del proletariato» (Discorso del dr. Marx sul dazio protettivo, il libero scambio e la classe operaia, Opere M-E, VI, p. 308). Come si vede, i due amici avevano un gran desiderio di accelerare i tempi dello sviluppo capitalistico perché da esso si attendevano la rivoluzione sociale anticapitalistica e l’emancipazione dell’intera umanità (secondo la mirabile formula: «Emancipando se stesso il proletariato emancipa l’intera umanità»). Di qui, il loro disprezzo per le posizioni politico-ideologiche reazionarie, conservatrici, mitigatrici, compromissorie, riformiste, le quali lamentavano i «lati negativi» della società borghese senza metterne in discussione l’essenza storico-sociale. Una concezione, quella dei due “amici terribili”, che ai teorici del male minore (magari in guisa progressista) del XXI secolo deve necessariamente apparire cinica.