UN MATERIALISMO INTRISO DI SPIRITO…

Oggi sono in vena di “socializzazione” – in mancanza di socialismo… Di che si tratta questa volta? Ecco cosa mi scriveva, qualche settimana fa, un cortese lettore del mio post sull’ultimo libro di Tremonti:

«Caro Isaia, mi trovo qui per caso a fare la sua conoscenza e avendo letto recentemente La paura e la speranza di Tremonti del 2008, ho trovato che la sua concettualizzazione del sistema politico-economico globale nel quale ci troviamo immersi nella parola “mercatismo”, è illuminante, idonea cioè a pensare oggi orientamenti e decisioni politiche efficaci. Intuisco che la sua devozione a Karl Marx e al materialismo dialettico la porti a discostarsi dalle prospettive “spiritualistiche” delineate in quel libro e a sputargli in faccia il suo disprezzo, tuttavia superando il fastidio che queste sue espressioni acritiche ed intolleranti mi suscitano, le chiedo se su questo punto di analisi storico-economica Lei possa convenire. Con simpatia».

Segue la firma, che qui penso sia meglio omettere. Ed ecco la mia risposta:

Carissimo, Intanto mi scuso per il ritardo con il quale le rispondo, e la ringrazio per l’attenzione. Adesso desidero solo comunicarle che, nonostante mi discosti abissalmente dalle «prospettive “spiritualistiche”» di Tremonti, il mio atteggiamento in generale è alieno da quel disprezzo ideologico da lei, a mio avviso del tutto infondatamente, prospettato. Proprio perché «devoto a Marx» (a proposito: la definizione che mi qualifica politicamente e dottrinalmente non è del sottoscritto, il quale, a scanso di equivoci, evita di proclamarsi “marxista”), sono lungi dall’atteggiamento ateo tipico del radicalismo borghese, il quale riduce il bisogno religioso a mera ignoranza. Su questo punto condivido la critica dell’illuminismo formulata da Hegel nella Fenomenologia dello Spirito. La frase marxiana della religione come oppio dei popoli è stata gravemente fraintesa e volgarizzata, soprattutto dai suoi epigoni, primi fra tutti quelli di scuola diamatica, ossia sovietica – ecco spiegato il motivo della mia professione non marxista: muoia il nome della cosa, viva il concetto!

Nei miei scritti, ad esempio nel mio modesto saggio di filosofia politica L’Angelo Nero, troverà la prova del mio interessamento per il «fatto religioso», a iniziare dalle interessanti elaborazioni teologiche di Benedetto XVI, il filosofo di riferimento di Tremonti. Una delle mie letture preferite è l’Antico Testamento, non perché vi senta l’eco della Parola di Dio, né a cagione del mio cognome – scherzo! –, bensì perché vi vedo la straordinaria prassi sociale dell’uomo: la sua storia, le sue speranze, le sue angosce, la sua economia, e via discorrendo. Trovo la religione, in generale, una delle più eccezionali produzioni umane. Adesso sto studiando Le età del mondo di F. Schelling, un testo che come sa è interamente e profondamente intriso di spirito religioso.

Ce n’è per tutti i gusti!

Insomma, proprio in quanto «materialista dialettico» lo Spirito – del non-ancora-uomo che anela all’umanità – è il mio pane quotidiano. E difatti, più che contro la «spiritualità», comunque essa trovi il modo di manifestarsi (le vie della Speranza sono infinite, proprio come quelle del Dominio!), la punta della mia critica è rivolta contro lo scientismo, la religione dei tempi moderni, ossia contro l’ideologia che vuole ridurre tutto, a cominciare dall’amore e dal pensiero, a mero processo naturale: fisico, chimico, biologico. La sua pretesa di voler provare in laboratorio la non esistenza di Dio la dice lunga sulla sua eccezionale carica antiumana. Per dirla con il Marx di Per la critica della filosofia del diritto di Hegel, lo scientismo vuole «strappare dalla catena i fiori immaginari», perché «l’uomo porti la catena spoglia e sconfortante».

Per me, invece, si tratta di gettare via la catena, e «di cogliere i fiori vivi». La critica della Scienza – borghese – come formidabile strumento di dominio materiale e spirituale degli individui è al centro della mia riflessione “filosofica” e politica. Mi scuso per la difesa d’ufficio del «punto di vista umano», e le rinnovo i miei ringraziamenti.

Per approfondimenti sulla mia critica di La Paura e la speranza di Tremonti vedi Il Dominio e la speranza.

LA SPERANZA BEN FONDATA DEL PUNTO DI VISTA UMANO

Ecce Homo!

Essere radicale vuol dire cogliere le cose alla radice. Ma la radice, per l’uomo, è l’uomo stesso (K. Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel).

Una lettrice del mio post sull’ideologia decrescista mi ha lasciato questo commento: «Il Capitalismo ha fallito di brutto, e il comunismo peggio che andar di notte… Ora che facciamo?! Mettiamo al centro l’essere umano e ripartiamo da lì…». Penso che la risposta che le ho dato su Facebook sia di qualche interesse generale, e solo per questo la “socializzo” anche su questo Blog.

Carissima, il metodo maieutico ha colpito ancora! Ho lasciato volutamente celata nel concetto di Utopia la risposta alla tua feconda obiezione. Maurizio l’ha resa esplicita, con l’usuale franchezza di chi ama sorprendere la verità alle spalle, e trae godimento nella dolorosa, quanto necessaria, opera consistente nel bucare i palloncini riempiti di luoghi comuni, soprattutto in guisa progressista. Se sei masochista abbastanza, puoi leggere il mio studio sulla sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre, nel quale mi sforzo di dimostrare (apprezza almeno l’audacia del piccolo Davide, peraltro non assistito da nessun Dio!) come l’esperienza rivoluzionaria in Russia si concluse con una sua radicale sconfitta già agli inizi degli anni Venti, allorché fu chiaro (e ad alcuni comunisti europei apparve evidente già allora) che la prospettiva rivoluzionaria nei Paesi occidentali (Germania, Francia e Italia, in primis) si chiudeva tragicamente, e che non si sarebbe riaperta nel breve periodo.

Infatti, solo il successo in quei Paesi capitalisticamente avanzati avrebbe fatto uscire l’Ottobre dall’isolamento sociale (la pressione oggettivamente borghese dell’enorme campagna russa) e internazionale (la Santa Alleanza imperialistica guidata dall’Inghilterra). La Russia come «anello debole della catena capitalistica», e la Rivoluzione russa come detonatore della rivoluzione internazionale, sostanziarono la strategia leniniana. Lo stalinismo rappresentò, per un verso la sconfitta della valenza proletaria (nell’accezione storica e politica del concetto, non in quella meramente sociologica) della Rivoluzione d’Ottobre, e per altro verso la peculiare via alla modernizzazione capitalistica in Russia e la ripresa dello storico ruolo imperialistico del Paese nel nuovo contesto geopolitico realizzato dalla prima guerra mondiale. La tesi del fallimento del socialismo, o del comunismo, più o meno «reali», non trova dunque alcun fondamento storico-sociale, e il suo successo riposa soprattutto sulla maligna esistenza dei figli e dei nipoti di Stalin – e poi di Mao, Castro, Che Guevara… –, i quali si sono prodigati fino all’altro ieri a diffondere la stratosferica bufala del «socialismo reale».

Di qui il mio invincibile disprezzo per i “comunisti”, che hanno reso alle classi dominanti di tutto il pianeta un impagabile servizio: fare apparire il «Comunismo» nei panni di una ben miserevole alternativa al Capitalismo, secondo gli auspici di Churchill: «Il Capitalismo farà pure schifo, ma niente al confronto del Comunismo». Come dargli torto! Salvo che per un insignificante punto: il «Comunismo», in Russia, in Cina e altrove nel vasto mondo, non ha mai messo, non dico il piede, ma nemmeno l’ombra del più microscopico dei miei capelli. E ho detto tutto! Solo se si conquista questo punto di vista appare chiaro come la possibilità della Comunità Umana sia ancora intonsa, e anzi oggettivamente sempre più radicata in quell’attualità del dominio che la nega con sempre più forza. È quella che chiamo tragedia dei nostri tempi. Ti ringrazio per l’attenzione, mi scuso per la lunghezza della “risposta” e ti saluto.

COME DARE COSCIENZA ALLA SPERANZA?

Il mio ultimo articolo sulla «Primavera Araba» (Teoria e Prassi della “Rivoluzione” ) ha suscitato in alcuni lettori l’idea di una mia indifferenza, e per alcuni di essi persino una mia franca ostilità (perché mai, poi?), nei confronti delle sommosse popolari che da un anno investono il Mondo Arabo. L’obiezione, ancorché del tutto infondata, suona al mio orecchio particolarmente bene, perché mi permette di chiarire il mio punto di vista su una questione cruciale. Lo faccio in modo stringato, e quindi necessariamente insufficiente, cosa che darà la stura ad altre obiezioni e a relativi «chiarimenti» e aggiustamenti di tiro: non chiedo altro!

Quanto poco indifferente sono rispetto al «processo sociale allargato» (il quale include la politica, l’ideologia, la psicologia, le angosce, le speranze e quant’altro ha a che fare con la prassi sociale: ossia tutto!) che sta scuotendo i Paesi Arabi, e il Mondo Islamico in generale (a partire dall’Iran, paese-chiave per molti rispetti), lo dimostrano i diversi articoli che ho dedicato alla questione. Nulla è più lontano da me dell’atteggiamento di indifferenza verso la prassi sociale in generale, e verso i movimenti sociali in particolare, per almeno due buoni motivi, uno “personale”, l’altro politicamente e teoricamente più fondato.

In primo luogo, caratterialmente inclino al caos sociale, al «casino», e nulla m‘intristisce di più del quieto vivere, sotto ogni rispetto.  In secondo luogo, e più seriamente, perché so bene che dalle crisi sociali può venire qualcosa di buono nel senso da me auspicato, ossia la produzione di coscienza e di organizzazioni «di classe». Ma appunto, e questo è un elemento d’analisi molto importante, può.

Nel ’79 avevo 17 anni, e dinanzi alla «Rivoluzione Iraniana» mi entusiasmai enormemente, e ciò mi appare ancora oggi, e al netto dell’autoindulgenza, come una feconda risposta agli eventi che seguivo attraverso la televisione e i media cartacei. Con gli strumenti “teorici” e politici che allora informavano il mio giudizio, quell’atteggiamento mi pare tutto sommato giustificato e foriero di feconde riflessioni, anche critiche e autocritiche, che di fatti arrivarono già alla fine di quello stesso anno.

Approfondendo criticamente quella che passerà alla storia come «Rivoluzione Khomeinista», ebbi modo di andare al di là dell’apparenza scenografica (era tale per me che quella «rivoluzione» guardavo dagli schermi televisivi, sia chiaro) delle violentissime sommosse e delle marce oceaniche, per coglierne le salienti radici sociali, i reali interessi che si scontravano, il significato della lotta ideologica tra islamisti e laici. Insomma, ed è questo che voglio “significare”, mi sforzai di passare dall’entusiasmo acritico a un punto di vista informato da una «analisi di classe» di quel violento processo sociale, sempre nei limiti di un’intelligenza politica e “dottrinaria” che non è mai stata granché: pazienza!

Mi resi conto, per farla breve, che in quel processo, interessante per molti aspetti, le «masse diseredate» stavano recitando il ruolo di massa d’urto delle varie fazioni politiche e sociali che si contendevano il potere: chi per raffreddare le «riforme economiche» varate dal Pavone di Teheran (anche sotto la pressione degli Stati Uniti e del Fondo Monetario Internazionale), le quali avevano generato un drastico peggioramento nelle condizioni di vita e di lavoro del proletariato; chi per sabotarle del tutto, puntando esclusivamente sulla rendita petrolifera, e chi, infine, per portare il Paese rapidamente e definitivamente su un sentiero di sviluppo sociale «all’occidentale». Sappiamo tutti com’è andata a finire. Naturalmente in quel processo sociale ebbero modo di svilupparsi anche tendenze promettenti dal mio punto di vista, ad esempio l’organizzazione di sindacati e organizzazioni proletarie di vario genere e più o meno indipendenti dall’Islamismo e dallo Stalinismo (molto presente nell’Iran dall’ora); ma in generale mi apparve chiaro come le «masse diseredate» iraniane, peraltro ben disposte alla lotta più cruenta, non fossero scese in campo con un proprio autonomo programma sociale e politico, cosa che aveva impedito loro di diventare una classe sociale cosciente della propria forza e della propria «funzione storica», per dirla con il barbuto di Treviri.

Questo per dire che, in generale, l’entusiasmo che sempre sostiene il desiderio del cambiamento non deve mai far premio sull’analisi critica della situazione, pena il rovesciamento della teoria critica in ideologia pseudo rivoluzionaria, disposta a vedere «Rivoluzioni», «nuovi soggetti sociali rivoluzionari» e «cambiamenti di fase» almeno ogni cinque anni.

In secondo luogo, e cosa assai più importante, io m’interesso della «Primavera Araba» e simili, non per parlare alle «masse diseredate» di quella parte di mondo (il mio narcisismo e il mio velleitarismo, ancorché obesi, non mi sollevano a simili vette di ingenua imbecillità), ma per comunicare a quei pochi interlocutori che hanno la bontà di “leggermi” questo fondamentale concetto: cerchiamo di non investire troppo sul coraggio e sulla disperazione degli altri. Per dirla con una battuta comica, «è facile fare la “Rivoluzione”, con la pelle degli altri!» Dalla fine della seconda guerra mondiale, l’Occidente sterile di Eventi Catastrofici, ha cercato ovunque nel mondo quelle «rivoluzioni» che non ha saputo partorire dal proprio ventre obeso di merci e di illusioni d’ogni genere (a partire dalla madre di tutte le feticistiche illusioni: quella secondo la quale in regime democratico «il Popolo è Sovrano»).

Quando nelle piazze italiane e sui Social Network si urla che Berlusconi deve fare la fine di Mubarak, e quando persino una persona intelligente come Žižek propone l’insostenibile e risibile analogia tra il Cavaliere Nero di Arcore e Ahmadinejad, e sostiene che «Evo Morales si sta avvicinando ad una forma contemporanea di “dittatura del proletariato”»  (e un occhio di riguardo egli non lo nega nemmeno a Hugo Chávez),   ecco che personalmente avverto forte il bisogno di mettere in guardia il pensiero che aspira a un punto di vista critico-radicale a non lasciarsi ingannare da suggestioni e da sirene di vario tipo. E ciò oggi mi appare tanto più importante, non appena rifletto sulla guerra mondiale in corso, la cui natura essenzialmente economica, peraltro, svela il reale contenuto sociale dell’Imperialismo e dei due precedenti conflitti bellici di respiro mondiale.

L’insopportabile arroganza dei mangiapatate! È ora di regolare qualche conto in sospeso!

La scorsa settimana i Rifondatori dello Statalismo (Ferreo e company) hanno protestato sotto l’ambasciata tedesca a Roma per rivendicare la Sovranità dell’Italica Nazione contro l’ingerenza germanica e dei soliti «Poteri Forti della Finanza Mondiale» (un tempo le BR parlavano di Stato Imperialista delle Multinazionali, ruminando gli stessi rancidi concetti degli odierni «comunisti»). Oggi Sallusti scrive sul Giornale che contro l’arroganza antidemocratica della Merkel, forse non basta più un’elezione che ripristini la Sovranità politica del nostro Paese, ma occorrerebbe «una rivoluzione».  Nientemeno! Le classi dominanti hanno sempre saputo civettare bene con la «Rivoluzione», non dimentichiamolo; di qui, a mio avviso, l’esigenza di assumere un punto di vista critico nei confronti di ciò che appare scontato sulla scorta dell’opinione corrente nazionale e internazionale, del tipo: Berlusconi è il Male Assoluto, in Egitto sta andando in onda il secondo tempo della «Rivoluzione», bisogna allearsi anche con il Demonio per farla pagare agli ebrei, pardon: agli speculatori finanziari, e via di seguito. Tutte le volte che le classi dominanti hanno bisogno del «Popolo Sovrano», per smungerne lacrime e sangue, c’è sempre una «Rivoluzione», un «Nuovo Risorgimento» o una «Guerra di liberazione» da fare.

Se la cifra dei tempi è questa, e senz’altro lo è, il pensiero critico-radicale, come prima misura d’emergenza, per così dire, deve cercare di spingere la riflessione politica della gente umanamente più sensibile oltre le lusinghe dell’apparenza, oltre i luoghi comuni proposti dai politicanti di «Destra» e di «Sinistra» (nonché dall’industria massmediatica che vende come il pane catastrofi, apocalissi prossime venture e, naturalmente «Rivoluzioni»), oltre le facili scappatoie politiche e psicologiche. Mi sembra il minimo sindacale per quel tipo di pensiero, e comunque il presupposto d’ogni altro possibile avanzamento teorico e pratico. Un altro discorso è se chi scrive è capace di farlo!

UN ALTRO PUNTO DI VISTA È POSSIBILE!

Qui di seguito “socializzo” uno scambio di vedute tra me e un’«amica su Facebook» molto contrariata dal mio pezzo Lei è un etichino, s’informi! In questo modo spero di dare un contributo al chiarimento del mio punto di vista.

La metto giù così: il punto di vista del Paese è il punto di vista delle classi dominanti, le quali non raramente combattono dure (a volte persino violente) lotte intestine. È per questo che metto in guardia da demagogie, invidie sociali, populismi e manettismi di “destra” e di “sinistra”. Quello che sostengo io è invece «IL PUNTO DI VISTA UMANO», il quale coglie nell’attualità del dominio sociale la POSSIBILITA’ della liberazione da ogni dominio (economico, politico, psicologico, sessuale, ecc.). Attualità contro possibilità, dunque. La rivoluzione SOCIALE (non semplicemente culturale, etica, politica, ecc.) permette il fecondo corto circuito tra l’attualità e la possibilità. Così è scritto nell’ANGELO NERO. Adesso saluto e scappo via.

 

Don Chisciotte

Carissima, solo adesso ho aperto il Web e ho letto la tua stimolante “contro risposta”. Sarò breve, e quindi chissà quanto “oggettivamente” reticente e insufficiente. Ho tirato in ballo la rivoluzione sociale non perché la ritengo oggi praticabile – sono abbastanza vecchio e sgamato per simili infantilismi –, ma semplicemente per chiarire da quale prospettiva osservo le cose del mondo. Figurati che ci sono amici che mi considerano troppo pessimista perché non nutro alcuna illusione circa l’inevitabilità della rivoluzione sociale a breve, a medio, a lungo e forse persino a lunghissimo termine. Insomma, non amo nutrirmi di false speranze: solo la verità (non l’ideologia) è rivoluzionaria! Ma, detto questo, la POSSIBILITÀ dell’evento “palingenetico” è simile al metaforico spettro che ci spia dall’armatura: noi non vediamo che qualcosa ci guarda. Stesso discorso vale per la POSSIBILITÀ della liberazione da una società informata dalla logica (in realtà dalla vitale necessità) del profitto, che mercifica e disumanizza l’intero spazio esistenziale degli individui. Questa POSSIBILITÀ, per quanto possa sembrare inaudito, è radicata nell’ATTUALITÀ: è la tesi che cerco di argomentare nei miei scritti, con scarsi risultati, ne convengo. Ma l’insuccesso politico non toglie un atomo di verità alla dialettica appena abbozzata. Non ci sono punti di vista buoni per tutte le stagioni. Oggi è il tempo dei Grillo e dei Di Pietro: io che c’azzecco! La teoria (altrimenti detta «concezione del mondo»), al contrario di quanto forse pensi, ha un risvolto pratico fortissimo. Basta intendersi di che «prassi» parliamo. Quando tu scrivi che «la nostra situazione politica ed economica richiede un intervento concreto e mirato, di un programma adesso e subito», stai sostenendo una politica inscritta interamente negli interessi superiori del Paese, ossia, sempre dalla mia prospettiva, negli interessi delle classi dominanti, o solo di una loro fazione. Qui non devi sentirti toccata sul piano personale: su questo piano tu sicuramente mi batti 4 a 0, sotto ogni rispetto (pensa, mi piacciono da morire persino le donne, come a Silvio!). Il mio punto di vista non “si sente” né politicamente, né intellettualmente, né eticamente e quant’altro SUPERIORE al tuo, ma semplicemente DIVERSO, persino opposto, ma fa niente, è una vita che discuto con «l’Altro diverso da me». Questo discorso ti appare «snob» e «utopistico» semplicemente perché il pensiero critico-radicale è stato battuto politicamente dallo stalinismo (già alla fine degli anni Venti), il quale a suo tempo ha spacciato per «rivoluzionario» persino il Patto Ribbentrop-Molotov, il Governo Badoglio, il Compromesso Storico (cosiddetto, sia chiaro), e via di seguito. Così, si è radicata la colossale menzogna secondo la quale i cosiddetti comunisti «amano innanzitutto il Paese» (con tutto quello che ne consegue sul piano politico, sindacale, culturale, psicologico, ecc.). Ecco perché non tengo alle Sacre etichette («comunista», «marxista»), il cui significato è stato svilito, snaturato, inflazionato come i marchi tedeschi dei primi anni Venti. Il mio punto di vista è STRANO non su FB (non solo), ma ovunque (soprattutto nelle Università, dominate dal pensiero cattostatalista, ancora oggi), anche perché non è in armonia con la menzogna di cui sopra, perché è DISARMONICO, e sa di esserlo e VUOLE esserlo (ne gode assai, invero), in quanto l’armonia della società disumana non gli garba punto. Sto cercando di impartirti qualche lezione di politica o di filosofia? Se pensi questo mi dispiace, ma la mia sola responsabilità è quella di voler comunicare con te, e con chi ci leggerà. Chi ha voglia di parlarmi “seriamente” legge le mie cose “serie”, chi ha voglia di ridere e scherzare… anche! Per quanto riguarda l’indignazione: il problema non è, ovviamente, questo atteggiamento politico-morale «in sé», ma la sua attuale condizione di cecità, il suo essere diventato ideologia al servizio di demagoghi e populisti «anticasta», il suo status di atteggiamento alla moda. Da sempre il conformismo mi risulta indigesto, soprattutto quando affetta arie di alternativismo e progressismo.
Per concludere (provvisoriamente): a mio avviso oggi non c’è politica più urgente e concreta di quella tesa a costruire un pensiero critico-radicale, sulla cui base assumere ogni sorta di decisione, anche circa la «lista della spesa». UN ALTRO PUNTO DI VISTA È POSSIBILE! Questo è, oggi, il mio SENSO DEL CONCRETO. Cavalo: sono stato troppo “lungo”! Mi scuso. Ciao!

LA DIFFICILE CONQUISTA DELLO SPAZIO UMANO

Sul monumento funebre di un celebre scienziato russo morto alla fine degli anni Trenta campeggiava la seguente epigrafe: «L’umanità non rimarrà per sempre legata alla terra». Naturalmente si alludeva all’imminente conquista «umana» dello spazio. Io modificherei la frase come segue:«L’umanità non rimarrà per sempre estranea alla terra». Forse.

In effetti, oggi appare assai più problematica, al limite dell’impossibile, la conquista dello Spazio Umano di quanto non apparisse allora la colonizzazione dello «spazio profondo». Invece di chiederci se c’è vita da qualche parte nel vasto Universo, dovremmo piuttosto domandarci se c’è vita umana sul nostro «infimo» Pianeta. La domanda mi ritorna puntualmente indietro con i tratti cattivi della mera retorica, come se avessi chiesto: «Signori, abbiamo bisogno dell’ossigeno per vivere?»

Scriveva la Arendt alla fine degli anni Cinquanta: «La mancanza di pensiero – l’incurante superficialità o la ripetizione compiacente di “verità” diventate vuote e trite – mi sembra tra le principali caratteristiche del nostro tempo. Quello che io propongo, perciò, è molto semplice: niente di più che pensare a ciò che facciamo» (Vita Activa). Certo, semplice come raggiungere Venere appesi a un aquilone!

Eppure, oggi più di ieri, il compito è proprio quello.

[Tratto da L’ANGELO NERO SFIDA IL DOMINIO di prossima pubblicazione]

LA FILOSOFIA DEL NON-ANCORA-UOMO

Ringrazio Filosofi per Caso per aver ospitato alcuni passi dell’Angelo Nero sfida il Dominio – ho scritto Dominio ma si può leggere, inclinando verso interpretazioni teologiche qui autorizzate, Demonio.

Il concetto di uomo – concepito come progetto, come possibilità –, che va naturalmente chiarito meglio, porta immediatamente con sé, come suo negativo gemello dialettico, il concetto di non-ancora-uomo, non quello di «sotto-uomo», per il quale il «superuomo» non riesce a immaginare altro destino che la soluzione finale.

«Io amo l’umanità, ma ho meraviglia di me stesso: più amo gli uomini, in generale, e meno li amo in particolare, cioè presi uno per uno … Sempre mi è avvenuto che quanto più odiavo gli uomini in particolare, tanto più m’infiammavo d’amore verso l’umanità in generale. Ma se è così, che resta da fare? Darsi alla disperazione?»[1]. No, e perché? È sufficiente passare dal concetto generale (astratto) dell’uomo, alla prassi sociale dell’individuo umanizzato, rompendo una volta per tutte con quell’idea di subordinare la vita del singolo uomo al concetto astratto di Umanità che giustamente irritava Max Stirner, sebbene egli non riuscisse a impostare il problema nel modo corretto. Nella comunità umana nulla sta al di sopra del singolo uomo, perché la cooperazione tra gli uomini non sfugge mai dal loro razionale – libero, umano, sereno – controllo, e perciò essa non ha modo di autonomizzarsi, né praticamente né teoricamente – generando, ad esempio, una nuova Religione, magari «Atea e Materialista».

Dalla totalità sociale l’individuo non può fuggire, semplicemente perché fuori e senza di essa non sarebbe neanche concepibile la sua «ontologica» presenza nel mondo. Si tratta, piuttosto, di estinguere l’attuale carattere totalitario della totalità. Come il problema dell’alienazione non risiede nel lavoro in sé e nella tecnologia in sé, bensì nel loro attuale uso capitalistico, analogamente si pone il rapporto fra individuo e società: esso è regolato, per così dire, dalla qualità (disumana o umana, classista o aclassista) dei rapporti sociali.

Stirner poteva ancora sognare una fuga nella marginalità sociale, a causa della relativa arretratezza nelle condizioni sociali del suo tempo; ma nel capitalismo globale – cioè a dire totalitario – del XXI secolo tutti capiscono che si può fuggire dal sociale solo attraverso un salto nella follia o nella morte, evenienze che peraltro non rappresentano, a mio avviso, ciò che di peggio può capitarci. Il peggio forse ci sta già capitando, e come sempre alle nostre spalle.

Nello Zarathustra il filosofo di Röcken dice che «l’uomo è qualcosa che deve essere superato»[2]; a mio avviso, invece, l’uomo è qualcosa che dev’essere conquistato. Ciò che in effetti va superato è l’attuale non-ancora-uomo, la cui esistenza si estrinseca, come egli osserva ironicamente, sotto il seguente principio: «Una vogliuzza per il giorno e una vogliuzza per la notte: salva restando la salute». Per questo il pensiero radicale deve insegnare non «il Superuomo»[3], ma la possibilità dell’uomo. La Trascendenza, insomma, deve superare tanto il dominio della teologia, quanto quello della filosofia speculativa, se vuole davvero avere delle conseguenze pratiche, coerenti ai due concetti che da sempre la sostengono: quelli della Riconciliazione Universale e dell’Universale Emancipazione-Liberazione.

Scriveva Sergio Cotta: «È necessario – ha scritto Rousseau – snaturare l’uomo, occorre che ognuno rinunci a tutti i propri diritti personali per godere solo di quelli attribuitigli dalla “volontà generale”, poiché l’individuo non è che una “frazione” del “tutto” sociale, e perciò trae significato e valore umani dalla sua appartenenza a codesto “tutto”. Il nuovo valore è pertanto la totalità – un concetto ambiguo, dalle molte facce, la cui fortuna è andata crescendo da Rousseau a Hegel a Marx»[4]. Più che a Marx Cotta si riferisce ai «marxisti», ovvero al Marx della vulgata. Infatti, per il comunista di Treviri la questione si pone nei termini esattamente opposti: la totalità trova significato e valore solo nel dominio dell’individualità, ossia nella piena libertà di ogni singolo essere umano.

Il pensiero marxiano – e comunque ciò vale per il modesto pensiero di chi scrive – non conosce la tripartizione kantiana degli individui in liberi membri di una società («come uomini»), dipendenti da una legislazione comune («come sudditi») e conformi alla legge della eguaglianza («come cittadini»)[5]. Marx immagina la Comunità Umana nei termini di un’Associazione di uomini liberi (liberi, cioè, da coazioni esterne, naturali o sociali, che ne imbrigliano e ne avvelenano l’esistenza fin dalla nascita) i quali non hanno bisogno né di una «legislazione comune» (almeno nelle forme conosciute dalle società classiste), né di una «legge della uguaglianza» (perché vi vige la «bronzea legge dei bisogni»: «a ciascuno secondo i suoi bisogni, ciascuno secondo le sue capacità»).

Abbiamo a che fare, insomma, con l’Umanità Perpetua, per dirla kantianamente, la quale non conosce l’individuo «come uomo», l’individuo «come suddito» e l’individuo «come cittadino», ma solamente «l’uomo in quanto uomo», pupilla della migliore filosofia d’ogni epoca (Kant compreso, ovviamente).

La comunità umana è costruita strutturalmente in funzione di questo dominio umano degli individui. È piuttosto nell’ambito della società borghese che si realizza l’opposto dell’individualismo, dal momento che dietro l’ideologia ultraindividualista si cela il reale annichilimento dell’individuo atomizzato e massificato. Al contrario di Max Stirner, che reagì in modo «piccolo-borghese» alle tendenze centralizzatrici e autoritarie immanenti alla società capitalistica, Marx riteneva possibile la riconciliazione tra l’individuo e la sua comunità, a patto però che fosse assassinata la madre di tutte le magagne: la divisione classista degli uomini, cosa che la stessa società borghese rendeva finalmente possibile in grazia dello sviluppo delle forze produttive sociali (tecnica e scienza incluse) che aveva generato.

Una volta un militante delle cosiddette Brigate Rosse sottoposto a un processo per l’uccisione di un magistrato, interrogato dal Pubblico Ministero intorno alla sua sfera etico-morale («Lei non prova dolore per le vittime della sua violenza?») così ebbe a rispondere: «Signor Pubblico Ministero un comunista non vede uomini ma funzioni». Agghiacciante, non c’è dubbio. Chi dietro la funzione non vede l’individuo che le dà corpo, fa mostra di una disumanizzazione che non ha nulla a che vedere né con la teoria né con la prassi della rivoluzione. E difatti, l’ideologia (che parola grossa!) dei «terroristi rossi» si sviluppò interamente sul maligno terreno dello stalinismo italiano e internazionale, il quale nulla a che fare ebbe mai con il comunismo di Marx. Un motivo più che sufficiente per abbandonare a chi ci tiene le inflazionate qualifiche “rivoluzionarie” che oggi evocano solo miseria e orrore.

Proprio perché sono i rapporti sociali disumani a generare l’universale disumanizzazione del mondo, occorre vedere in chi incarna una funzione per conto del dominio anche una vittima dei tempi, e non semplicemente un fantoccio, un oggetto simbolico privo di quella residua umanità possibile nella società disumana. Ciò che fa del capitalista un «mero funzionario del capitale» non è la teoria critica della società, ma la prassi capitalistica.
Nemmeno la rivoluzione sociale; soprattutto la rivoluzione sociale, se vuole rimanere fedele al suo fine, può permettersi il lusso piccolo-borghese di annientare il Nemico a cuor leggero, passando sopra la sua irriducibile consistenza esistenziale. Essa non deve temere di fare i conti con una realtà che non è fatta di pedine di diverso colore che vengono spostate su una scacchiera, ma di individui in carne ed ossa esposti alla possibilità del dolore fisico, affettivo e psicologico.

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[1]F. M. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, 1881, I, p.67, I. G. De Agostini, 1984.
[2]F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, p. 280. Qui ritorna il concetto di Ueber-Mensch.
[3]Arthur C. Danto, nel suo Nietzsche come filosofo (1965), consiglia giustamente di conservare l’originale tedesco Ueber-mensch, anziché tradurlo con Superuomo, un termine che rinvia a un concetto che il filosofo tedesco non aveva in mente. Il concetto nietzschiano di Ueber-mensch è l’uomo che trascende il cattivo presente, che va oltre le miserie che lo impigliano in un quotidiano indegno di essere vissuto, che supera se stesso per conquistare una dimensione adeguata al suo concetto. Nonostante pulsi all’interno di una concezione aristocratica del mondo, questo concetto nietzschiano ha una notevole valenza critica, che non è possibile cogliere se non si abbandonano certi volgari pregiudizi intorno alle opere e alla vita di Nietzsche.
[4]S. Cotta, Perché la violenza?, p. 128.
[5]I. Kant, Per la pace perpetua, 1795, p. 24, RCS Libri, 2010.

FELICITÀ NELL’ALTRO MONDO – Per una Teoria-Prassi della Trascendenza

Il desiderio della Trascendenza spinge la teoria e la prassi a prendere maledettamente sul serio la possibilità di oltrepassare l’orizzonte stregato della società disumana. Si tratta di una felice maledizione, che si conquista lo sdegno tanto del pensiero teologico, che colloca la Trascendenza sul terreno della metafisica, quanto del pensiero politicamente corretto (in tutte le sue “declinazioni”: ecologica, etica, sociale, spirituale, ecc.), il quale non sa schiodarsi dalla terribile ideologia del male minore.

Una mia cara amica, ritrovata dopo due lustri grazie ai “miracoli” di Facebook, tre mesi fa ha avuto la bontà di spedirmi a casa un libro intitolato Felicità in questo mondo, curato dall’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Avvisandola per l’avvenuta ricezione, la ringraziai per il pacco dono (insieme al testo buddista c’era anche un libro di «ecologia profonda»: pare che il buddismo si sposi bene con il pensiero politicamente corretto d’ogni tipo), e con ironia le disse che per adesso preferivo rimanere «figlio di buddana», anche perché per diventare figlio di Budda c’era sempre tempo. Dopo qualche tempo lei mi ha sollecitato una riflessione un po’ più seria, «nel merito del testo», mettendomi in imbarazzo: «e adesso, che le scrivo?» Infatti, non è facile scrivere cose intelligenti sulla scorta di certe letture, ma d’altra parte non potevo passare né per reticente né per maleducato. Di qui la riflessione che segue, della cui intelligenza non tocca certo al sottoscritto parlare.

Già a pagine tre del testo buddista inciampo su quello che forse può venir considerato l’argomento cardine che spiega il successo del Buddismo riformulato a uso e consumo della Civiltà Capitalistica: «Il Buddismo serve per risolvere i problemi, per vivere un’esistenza piena e soddisfacente, qui e adesso». Mi pare di ascoltare il “mitico” personaggio di Pulp Fiction: «Sono il signor Wolf, risolvo problemi». Ma mi sembra pure di sentire il marketing dello strizzacervelli che ingrassa il proprio conto in banca sfruttando al meglio il disagio della Civiltà (come lo invidio!): «Riparo anime in vista della migliore performance!» Riparare il corpo, riparare l’anima, riparare la psiche: praticamente un’officina della macchina umana, contro la quale si scaglia lo psicoanalista Massimo Recalcati, che cito con piacere, anche per iniziare a scrivere qualcosa di intelligente: «Per il discorso medico in generale il sintomo è un’alterazione da sanare, mentre per la psicoanalisi è innanzitutto la manifestazione della verità più intima del soggetto […] Che cosa diventa il sintomo per le terapie mediche? Un disfunzionamento che si tratta di normalizzare attraverso precise tecniche di riabilitazione […] L’uomo guarito è l’uomo adattato. L’estirpazione del sintomo coincide così con una ortopedia psicologica dell’io» (Elogio dell’inconscio, Bruno Mondadori, 2010). Estirpare il sintomo equivale a uccidere il soggetto, armonizzandolo con l’Universo in quanto materia inorganica. Cosa voglio dire? Adesso ci arrivo.

Recalcati indirizza la sua critica alla psicoterapia ridotta a «medicalizzazione specialistica e tecnologica», e difende la possibilità di una psicoanalisi concepita come «teoria critica della società». «Certo – obietta con sarcasmo il principio di realtà –, tutto bello, tutto vero: e chi dice il contrario! Ma ragazzi, qui c’è da mandare avanti una società! La gente deve andare a lavorare ogni giorno che Freud e Marx mandano in Terra, deve sbrigarsela coi figli, con i parenti, con lo Stato, col sesso (sì, anche col sesso, che può diventare un problema): che stress! È facile assumere un punto di vista critico sui meccanici del corpo, dell’anima e della psiche: però, guai se non ci fossero!» Ma non nego affatto il bisogno sociale di queste figure professionali, assolutamente indispensabili nelle società capitalisticamente avanzate. Semplicemente assumo un atteggiamento negativo (irresponsabile, disfattista, insomma: critico-radicale) nei confronti della società che produce sempre di nuovo questo bisogno. Tutto qui. Al «pensare positivo» degli uomini di successo, che non a caso si rivolgono innumerevoli alla Soka Gakkai, oppongo il pensare negativo di chi odia il dominio sociale e vuole trascenderlo, almeno col pensiero.

E come non nego il bisogno sociale di una «ortopedia psicologica dell’io», analogamente non mi riguarda l’atteggiamento illuminista di chi irride il bisogno di una ortopedia religiosa – e persino mistica – dell’anima. Il fatto che «La Soka Gakkai Internazionale è un movimento religioso di laici» non mi crea nessun fastidio. Non è questo il punto. Sono tecnicamente ateo, non filosoficamente ateista: il misticismo, di qualunque genere, per me non è una questione di ignoranza, ma di condizioni sociali, di rapporti sociali.

A proposito di illuminismo: in diverse parti del testo buddista si fa sfoggio di una concezione del mondo che non posso definire in altro modo se non come un mix, abbastanza sgradevole al palato, di materialismo volgare (in salsa engelsiano-spinoziana: «Legge dell’Universo», «Sostanza Universale») e di misticismo volgare. Un piccolo saggio: «Miliardi di vite si intrecciano dentro e fuori di noi, attraversate da energie invisibili. Una pietra è fatta di atomi. La composizione chimica di base è la stessa: siamo fatti di carbonio, idrogeno, ossigeno, come un fiore, un granello di polvere, un pianeta. Siamo parti di stelle che contemplano le stelle». «Noi siamo figli delle stelle», cantava Alan Sorrenti ai bei tempi, e Wilhelm Reich la pensava allo stesso modo, almeno nel suo tardo periodo cosmologico. «L’energia, la luce, il mare, i pensieri, le orbite dei pianeti: c’è un ritmo vitale alla base di tutto, musica suono, armonia […] Prima di tutto siamo immersi nell’universo. I telescopi più avanzati hanno scoperto finora 100 miliardi di galassie. La Via Lattea è composta a sua volta da centinaia di miliardi di stelle, le insondabili profondità dell’inconscio ci sfuggono; l’infinita vastità dello spazio ci sfugge. Miliardi di cellule lavorano incessantemente in un’armonia di inimmaginabile complessità. Solo per far funzionare i polmoni ne servono 300 miliardi».

Dio come mi sento piccolo, impotente e inutile al cospetto di queste cifre! La profondità dello spazio infinito mi getta in una terribile angoscia, nonostante la scienza moderna abbia confutato Pascal: pare che gli spazi infiniti non siano affatto silenziosi! Il senso di inadeguatezza mi devasta: in confronto all’enormità e all’armoniosa complessità della dimensione spazio-temporale, la caotica e miserabile dimensione storico-sociale mi appare improvvisamente una robetta davvero ridicola. Anni e anni inutilmente spesi a parlare di rapporti sociali, di capitalismo, di rivoluzione sociale: solo a pensarci arrossisco. E io che dicevo agli altri che a furia di pensare in piccolo, si diventa piccoli piccoli: appunto! Pensate: solo per far funzionare i polmoni occorre il lavoro di 300 milioni di armoniose cellule (non so perché mi è balzata alla mente la Cina: qualche magagna freudiano-marxista ci cova?): son cose che tolgono il respiro e che precipitano la mente in una insondabile profondità!

A propositi di insondabile profondità: nei passi citati si affaccia anche «una concezione palombaristica dell’inconscio»: «L’inconscio freudiano – scrive Recalcati – non ha nulla di mistico o di abissale, non è senza fondo […] L’inconscio freudiano è ciò che non smette mai di bucare il programma universalistico della Civiltà» (Elogio dell’inconscio). In effetti, l’inconscio non è una sentina senza fondo delle pulsioni, ma il luogo nel quale il corpo (soma e psiche) scrive il suo Programma del Desiderio, il quale tutt’altro che raramente si scontra con il «Programma universalistico della Civiltà», che dispensa ad esempio queste preziose perle di saggezza: «Il segreto non è cercare di non aver problemi, ma imparare a vivere bene in mezzo a essi» (Felicità in questo mondo). Ma il programma del Desiderio è sordo a questa Civile richiesta, e crea innumerevoli magagne. Per fortuna!

Giustamente Recalcati critica l’ideologia ingenua e retorica della liberazione individuale, e, infatti, nel mio infinitamente piccolo (sono circondato da centinaia di trilioni di galassie, mica da bruscolini!) cerco di impastare in modo artigianale una teoria non ingenua e non retorica della liberazione sociale. La Soka Gakkai può in qualche modo, magari per vie traverse e misteriosamente dialettiche, aiutarmi in questo diuturno sforzo? Non è una domanda retorica: ormai da molto tempo ho dismesso ogni forma di settarismo, mentre ho aderito con entusiasmo al principio aureo della fecondità, il quale ceca di individuare il vero anche mercé il falso. Ragion per cui leggo scevro da qualsivoglia pregiudizio quanto segue: «”La vita assomiglia al vibrare delle note. E l’individuo a uno strumento a corde”, scriveva Beethoven nel suo diario. Se l’individuo non ha l’intonazione giusta, non può risuonare con ciò che lo circonda. Anzi, la sua dissonanza “disturba l’armonia che si ode in un coro ben intonato”» (Felicità in…). Per la Nona sinfonia di Beethoven, qui mi si provoca!

No, non ci siamo, amici illuminati: è proprio nella dissonanza – come nel sintomo freudiano – che si cela un residuo di umanità e che si esprime la possibilità di una vita umana (non «più umana», che è un ossimoro). È nella disarmonia che si manifesta una certa resistenza alla tanto dibattuta (e non compresa) «omologazione». La dissonanza, non l’armonia, è la musica che parla con verità alle orecchie di un’umanità annichilita dal coro disumano. Chi vuole armonizzare l’individuo con i tempi collabora alla sua disumanizzazione. Il dominio sociale ringrazia. E presenta il conto. Salatissimo, c’è bisogno di dirlo?

Proprio «la sofferenza psicologica della disarmonia», che voi volete sradicare con tanto illuminato zelo, è il sintomo di qualcosa che può ancora dispiegarsi a soccorso dell’uomo; è quella sofferenza che ci dice che il dominio, per quanto grasso possa mettere nell’ingranaggio (anche sottoforma di psicoanalisi positiva e di buddismo), trova ancora qualche frizione che genera scintille. «Vogliamo essere felici in questo mondo: qui e adesso»: ho capito, amici illuminati. Posso forse biasimarvi? Cosa pensate che cerchi io stesso? Ma posso dirvi che avete un concetto assai modesto della «felicità»? L’ho appena detto! Se la recitazione quotidiana del Nam-myoho-renge-kyo vi fa sentire persone migliori, più in armonia col vasto Universo, non sarò certo io a ridicolizzarvi: la vita è dura e ognuno legittimamente cerca di sfangarla soffrendo il meno possibile. Però, amici illuminati, non venite a parlarmi di «rivoluzione umana del singolo»: ci sto un attimo a impugnare la pistola!

Vedete, amici illuminati, ho avuto sempre un gran rispetto per l’oppio, in quanto balsamo per le anime doloranti (tutti noi!); ma quando la sostanza balsamica si rovescia in ideologia, ossia in falsa coscienza, non posso fare a meno di pensare all’arma fine di mondo. È più forte di me. È proprio vero, sono un gran figlio di… buddana!

STRANE STORIE DI BAMBINI, DI SERPENTI E DI VELENI

Per chiarire e ribadire alcuni concetti esposti, forse in modo troppo sintetico, nel “pezzo” Non è di questo veleno che l’uomo muore, “socializzo” un mio messaggio inviato a un’amica telematica.

Carissima, intanto mi scuso per il ritardo. Benché Nostromo, non sempre ho la possibilità di navigare nell’Oceano della Rete. E ti ringrazio per l’attenzione. Ma veniamo brevemente al sodo, rinviandoti per ulteriori approfondimenti ai miei precedenti scritti (soprattutto: L’Angelo Nero, Il Libero Arbitrio, Eutanasia del dominio).

Con il bambino e il serpente non ho voluto realizzare una metafora, ma una semplice immagine “poetica”, la quale certamente rinvia a qualche concetto più o meno articolato e strutturato. Tuttavia, per avere maggiori lumi bisognerebbe interrogare il bambino, che nel frattempo, “oggettivandosi”, mi è scappato di mano. Cosa avrà voluto dirci? Si possono fare solo delle ipotesi, o delle illazioni.

Personalmente mi concentrerei più sul veleno, che sul serpente. Il bambino, forse, non è buono come può apparire, non è, forse, un convinto animalista vegetariano; nella sua innocente – e mai esistita, al pari dell’età dell’oro – saggezza egli probabilmente ci mette in guardia da un veleno speciale, che mentre ci uccide, ci mantiene in vita. Mentre il veleno del serpente, se assunto in dosi omeopatiche, può perfino curarci, l’altro veleno non è passibile di alcuna manipolazione benigna, nonostante siamo noi stessi a fabbricarlo! «Mentre nuotate in un mare di veleno – sembra dirci il bambino, magari mentre infilza, per puro divertimento, un serpente: io lo facevo! –, state tanto a preoccuparvi di inezie! E volete pure che vi tratti da adulti!» Forse è questo che vuole dirci il bambino, saggio suo malgrado.

Per il resto non c’è dubbio: la punta della mia critica è rivolta contro il pensiero ecologicamente corretto, il neomalthusismo, l’ideologia della «Civiltà post-sviluppista». A mio avviso il problema non è l’arrogante presunzione dell’uomo di credersi al centro dell’Universo, ma la sua assenza dalla scena: «Ci dispiace, il soggetto uomo in quanto uomo non ci è pervenuto. Ripassate più tardi». Penso che, loro malgrado e con lo zelo che distingue la gente buona di cuore, gli ecocompatibili, gli eticamente corretti, i sostenitori del capitalismo equo e solidale e i teorici della decrescita e del sacrificio virtuoso (Berlinguer è ritornato di moda: che tempi!), partecipano al Complotto Universale contro l’uomo.

La Chiesa, che la sa assai più lunga dei suoi detrattori “laicisti”, non manca di denunciarlo, ovviamente per portare Acqua Santa al suo Sacro Mulino. «L’allarmismo ecologista – scrive la rivista cattolica Il Timone – ha come scopo ultimo quello di imputare all’uomo ogni colpa possibile, così da renderne odiosa la sola presenza nel mondo». È proprio il caso di dirlo: Sante Parole. Prima di salutarti porto un po’ di acqua profana al mio piccolo mulino: nella società dominata dal capitale (più o meno «equo e solidale», più o meno «ecosostenibile») non vedremo mai respirare l’uomo. Non è di questo smog che l’uomo muore…

Ciao!

NON È DI QUESTO VELENO CHE L’UOMO MUORE

 

– Non schiacciarlo! disse il bambino al pastore armato di clava.

– Ma è il serpente più velenoso che abbia mai intralciato il mio cammino! gridò infuriato il pastore indicando la bestia.

Lo so, disse il bambino, ma tu non schiacciarlo lo stesso. Non avere paura del serpente, perché non è di questo veleno che l’uomo muore.

Ho sempre amato l’immagine del bambino, la creatura più innocente e indifesa che possiamo concepire, che gioca con gioia con le bestie più terribili: leoni, serpenti, ragni, iene. Quasi tutte le religioni mondiali, e non solo quella ebraica, offrono questa poetica fantasia.

In questa ingenua immagine non ho mai letto un’indomabile brama di dominio dell’uomo sulla natura, ma piuttosto il suo desiderio di umanizzare l’intero Creato, natura compresa. Che poi questo desiderio oggi possa concretamente realizzarsi proprio in grazia del millenario dominio dell’uomo sull’uomo e sulla natura che ci sta alle spalle, ebbene ciò è un fatto “dialettico” che ci deve sicuramente far riflettere.

Coloro che, in nome di una società «ecologicamente sostenibile», infieriscono sulla nostra arrogante pretesa di considerarci i padroni del pianeta (oggi, ad esempio, è di moda Dimenticare Cartesio, come recita il titolo di un recente libro ecologicamente corretto: l’ideologia del Capro Espiatorio dilaga dappertutto!), farebbero bene a interrogarsi se, invece di colpire quella volontà di dominio e di sfruttamento, essi in realtà partecipano all’universale annichilimento dell’individuo.