IL PUNTO SULLA SIRIA E SUL SISTEMA MONDIALE DEL TERRORE

SYRIA-CONFLICT

La guerra contro il Califfato Nero è un mero pretesto politico, diplomatico e ideologico dietro il quale nascondere agli occhi della cosiddetta opinione pubblica internazionale la più classica delle competizioni interimperialistiche per il Potere: solo gli sciocchi e gli ingenui tardano a capire questa elementare verità che diventa sempre più evidente massacro dopo massacro, fallimento diplomatico dopo fallimento diplomatico – o gioco delle parti che dir si voglia.

«La Turchia si dice pronta ad affiancare l’Arabia Saudita in un’operazione di terra in Siria, se la Coalizione anti-Is appronterà questa strategia». Nel frattempo la stessa Turchia attacca i curdi, «che nell’area di Aleppo si battono contro l’Is», e, insieme all’Arabia Saudita, appoggia sempre più apertamente l’«opposizione democratica sunnita» che si batte contro il regime sanguinario di Assad. Mosca dichiara di voler intensificare, e di molto, i raid aerei per sradicare definitivamente lo Stato Islamico dalla Siria; lodevole – si fa per dire – intenzione che corrisponde in realtà a una promessa di morte consegnata all’opposizione armata siriana anti-Assad. Iraniani sul terreno e russi dal cielo: il macellaio di Damasco ha di che rallegrarsi, almeno per adesso. Bashar al-Assad sfoggia comunque il solito ottimismo: «Riconquisterò tutto il Paese ma potrebbe volerci molto tempo e un alto prezzo» – soprattutto in vite umane, si capisce.

Ancora più alto di quello già pagato dal disgraziato popolo siriano? Davvero il peggio non conosce limite. La martirizzata e inerme popolazione siriana è presa in mezzo dagli opposti interessi: c’è chi muore a causa di un raid aereo russo (ma anche le artigianali barrel bombs gettate sulla gente dagli elicotteri siriani fanno bene il loro sporco lavoro) o in seguito a una micidiale controffensiva terrestre dell’esercito “regolare” o delle milizie anti-Assad; c’è chi muore per fame, come gli internati nei campi di sterminio nazisti (Primo Levi lo aveva intuito: la radice del Male è ancora attiva; io dico: sempre più attiva), e ci sono le moltitudini che scappano dal teatro di guerra per andare a bussare alle porte della – cosiddetta – Fortezza Europa. Molti profughi, poi, sperimentano il mare d’inverno, o d’inferno, e muoiono in un macabro stillicidio che ormai non commuove più nessuno. La nostra soglia del dolore è molto adattabile alle circostanze, e l’etica deve fare i conti con la routine quotidiana.

obama-e-putin-in-siria-737216Intanto Washington continua a controllare la situazione a distanza di sicurezza (ma sempre più ravvicinata), lasciando agli alleati in loco il lavoro sporco; tuttavia un suo coinvolgimento diretto militare in Siria non è affatto scongiurato: «Il segretario di Stato Usa John Kerry in un’intervista a Orient Tv di Dubai avverte che se “il presidente siriano Assad non terrà fede agli impegni presi e l’Iran e la Russia non lo obbligheranno a fare quanto hanno promesso, la comunità internazionale non starà certamente ferma a guardare come degli scemi: è possibile che ci saranno truppe di terra aggiuntive». «Truppe di terra aggiuntive» a stelle e strisce? Il Presidente Obama assicura che non ci sarà un nuovo Iraq, ma sostiene anche che Putin e Assad devono smetterla di concentrare i loro sforzi nel tentativo, peraltro abbastanza riuscito, di annientare i «gruppi di opposizione legittimi». Ma su cosa si debba intendere per «gruppi di opposizione legittimi» e per «forze terroristiche» non c’è ovviamente comunanza di idee nei vari tavoli diplomatici e nelle Conferenze sulla “sicurezza e sulla pace”, le quali si esauriscano puntualmente in un nulla di fatto in attesa di poter ratificare i rapporti di forza creati sul campo. (Allora perché si tengono? Perché all’opinione pubblica e ai media bisogna pur vendere qualcosa: la propaganda non è un optional!). Come insegna la geopolitica di orientamento realista (la stessa che, ad esempio, in queste ore consiglia Roma a non polemizzare troppo con il Cairo), l’amico è per definizione legittimo, mentre il nemico facilmente viene rubricato come terrorista: il tutto si riduce dunque a questa realistica domanda: amico o nemico di chi?

Imminente sembra invece un intervento militare americano in Libia, in sinergia con gli alleati della Nato; l’operazione pare essere pronta fin nei dettagli e si tratterebbe solo di stabilire il momento più opportuno per renderla effettiva. Si parla comunque di pochi giorni. A quanto pare le aziende italiane presenti in Libia hanno già ricevuto l’ordine di rimpatriare il loro personale che si trova ancora presso i giacimenti. Per evitare discussioni con Roma, già scottata dall’intervento militare del 2011, all’Italia sarebbe chiesto solo l’uso logistico della base militare di Sigonella per i rifornimenti. Ma sul tipo di partecipazione militare dell’Italia nell’ambito di questa ennesima operazione “antiterroristica” rimangono diversi nodi da sciogliere. In ogni caso, il governo italiano rivendica un ruolo di primissimo piano nell’operazione, per i forti interessi economici che l’Italia vanta nel Paese africano, per la sua collocazione geopolitica e per il noto retaggio storico.

Il Premier russo Dmtri Medvedev ha dichiarato che le relazioni fra Russia e Occidente sono tornate al punto di «una nuova guerra fredda»; i leader dei Paesi dell’Est europeo un tempo “fraternamente” associati all’Imperialismo “sovietico” l’hanno subito corretto: dopo la Crimea e la Siria non si può più parlare di Guerra Fredda, ma piuttosto di Guerra Calda. Inutile dire che tutto questo parlare di nuova Guerra Fredda ha fatto venire i lucciconi agli occhi ai numerosi nostalgici del mondo precedente la caduta del Muro di Berlino: come sarebbe bello (per questi non invidiabili personaggi, s’intende) se il virile Vladimir si convertisse al “comunismo”!

«Siamo in una guerra perché il terrorismo ci combatte», ha detto il premier francese Manuel Valls dal pulpito della Conferenza di Monaco sulla Siria. No, siamo in guerra perché il Sistema Mondiale del Terrore da sempre terrorizza, sfrutta, saccheggia e massacra l’umanità e la natura. Come ho sostenuto altre volte, di questo sistema mortifero fanno parte tutte le nazioni, tutti gli Stati (eventualmente anche in guisa di Califfati Neri!), tutte le Potenze: grandi e piccole, globali e locali. Anche l’attivismo italiano in Africa e, ovviamente, in Libia deve essere letto alla luce di quanto appena scritto. Non dimentichiamo che i raid aerei francesi contro il regime di Gheddafi nel marzo 2011 ebbero come primo obiettivo gli interessi italiani in quel Paese che galleggia sul petrolio e sul gas, come peraltro non mancò di denunciare l’allora inascoltato e riluttante Premier Berlusconi, sbertucciato apertamente dalla Merkel e da Sarkozy. Ma allora i “pacifisti” osservarono il più assoluto silenzio, godendosi gli imbarazzi, le contraddizioni e le difficoltà del “puttaniere di Arcore”, amico dell’ex dittatore di Tripoli, oltre che di Putin.

Questo solo per dire che anche il Belpaese, nel suo piccolo, è parte organica del Sistema Mondiale del Terrore. Quando riflettiamo sul cosiddetto terrorismo di matrice islamica che viene a massacrarci in casa nostra, mentre beviamo una birra o ascoltiamo della musica, sforziamoci di allargare la nostra visuale fino ad abbracciare un terrorismo sistemico ben più grande, che lo comprende, e che ci dichiara guerra tutti i santi giorni.

«La minaccia», ha continuato il progressista Valls, «non diventerà minore. È mondiale. Ci saranno altri attacchi, attacchi su vasta scala, è una certezza. Questa fase di “iper-terrorismo” durerà a lungo, forse un’intera generazione, anche se dobbiamo combatterla con la massima determinazione». Di qui lo stato d’emergenza permanente dichiarato in Francia. Su questo punto rimando a un mio precedente post (Stato di diritto e democrazia). Ora, dal mio punto di vista ciò che appare più odioso non è tanto osservare i movimenti dei miei nemici (coloro che, a vario titolo, servono il Dominio), i quali dopo tutto fanno i loro interessi e il loro mestiere, secondo una logica del tutto comprensibile, sebbene spesse volte essa appare contorta nella sua fenomenologia politica; mi risulta assai più odioso constatare l’impotenza di chi subisce sulla propria pelle quegli interessi e quell’azione al servizio delle classi dominanti. Parlo della Siria, dell’Italia, della Francia, della Russia, della Cina: del mondo.

Il Manifesto l’altro ieri ha salutato Giulio Regeni con il solito invito, diventato ormai l’ennesimo luogo comune del politicamente corretto di marca sinistrorsa, a restare umani. Ma che “restiamo umani” d’Egitto! Piuttosto diventiamo umani. Devo essere sincero: la vedo brutta.

RIFLESSIONI “GEOPOLITICHE” ASPETTANDO I RISULTATI DEL VERTICE DI MINSK

pecora-lupoParlate a bassa voce, ma portate
un grosso bastone, e andrete lontano.
Theodore Roosevelt

Ho scritto il pezzo che segue ieri sera, in attesa di conoscere le conclusioni del vertice di Minsk del Quartetto di Normandia sulla crisi Ucraina. Sembra che il compromesso raggiunto sul cessate il fuoco e sullo status delle  autoproclamate Repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk sia deboluccio, e comunque tutt’altro che risolutivo. E «di certo non facilitano i colloqui l’annuncio del comandante delle truppe Usa in Europa, il generale Ben Hodges, secondo il quale militari americani addestreranno i soldati ucraini, come pure lo schieramento di dieci battaglioni russi a ridosso del confine ucraino» (G. Keller, Notizie Geopolitiche). No, decisamente non è un buon segnale. Un’ultima ora Ansa recita: «Putin, Poroshenko, Merkel e Hollande sono tornati a riunirsi nel formato Normandia per continuare a discutere del piano di pace per l’est ucraino». Formato Normandia significa, tra le altre cose, che l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza (oggi la carica è affidata a Federica Mogherini) non recita esattamente un  ruolo di peso nella vicenda. Per non dire altro. «Italia non pervenuta Mogherini invisibile: fuori da tutti i tavoli», lamentava l’altro ieri Gian Micalessin sul Giornale. Certo, quelle che stiamo vivendo non sono belle giornate né per i sovranisti né per gli europeisti. Per tutti, a cominciare da chi scrive, c’è comunque molta materia su cui riflettere.

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Ho sempre apprezzato la concezione “realista” in materia di geopolitica non perché ne condivida il punto di vista di classe che la informa, ovviamente, ma perché essa mostra di possedere un contenuto ideologico assai più modesto se confrontato con l’alto tasso ideologico di cui è invece pregna la concezione geopolitica cosiddetta idealista, la quale, “mentendo sapendo di mentire”, affetta di concedere molto all’etica della responsabilità e agli inviolabili – e puntualmente violati – diritti degli uomini, e poco alla ragione e al diritto radicati nella forza delle classi, degli Stati, delle Potenze. Preferisco di gran lunga il franco linguaggio dei “realisti”, il cui disprezzato cinismo in realtà non fa che registrare il cinismo delle cose, alla sdolcinata fraseologia politicamente corretta degli “idealisti”, buona per ingannare la cosiddetta opinione pubblica internazionale. Non a caso la concezione “idealista” domina la scena politica nei periodi di cosiddetta pace. L’”idealista” è il lupo che ama travestirsi da agnello: un’ottima strategia mimetica, peraltro.

Un esempio di concezione realista ci è offerta da Lucio Caracciolo: «Il fatto prevale sul diritto, finché non diventa tale», scriveva ieri il fondatore di Limes riflettendo, come al solito assai acutamente, sulla crisi ucraina. «Il diritto non è che il riconoscimento ufficiale del fatto», scriveva Marx nella Miseria della filosofia. E scriveva anche (Grundrisse) che «Gli economisti borghesi dimenticano che anche il diritto del più forte è un diritto, e che il diritto del più forte continua a vivere sotto altra forma nel loro Stato di diritto».

L’indirizzo “idealista” in materia di geopolitica finge che le cose stiano in tutt’altro modo, che, cioè, sia il diritto a piegare il fatto secondo certi presupposti politicamente ed eticamente corretti, salvo denunciare come tradimento del corretto fluire delle relazioni fra persone civili la violazione di quel punto di vista palesemente falso. E, com’è noto, chi viola le giuste leggi va ricondotto a ragione, con le buone, tutte le volte che ciò è possibile, anche con le cattive nei casi più ostili al “bene comune”.  Sulla mia concezione “geopolitica” rimando allo studio Il mondo è rotondo.

Solo una nuova Yalta, osserva sconsolato Caracciolo, potrebbe mettere un po’ di ordine al tanto caos che sgoverna il Nuovo Ordine Mondiale post Guerra Fredda: «Ordine del giorno: rimettere ordine in questo caos. L’obiettivo di qualsiasi ordinamento: la riduzione della complessità. Non si potrebbe scegliere luogo più simbolico della corrente incertezza geopolitica». Cercasi una nuova Yalta, disperatamente, prima che la nuova guerra fredda lasci il passo a una disastrosa guerra calda nel cuore del Vecchio Continente. Già. Ma cosa rappresenta Yalta agli occhi di un realista della geopolitica? È presto detto: «Sono passati settant’anni dalla conferenza di Yalta, quando Stalin, Roosevelt e Churchill decisero di coprire con la foglia di fico delle Nazioni Unite la spartizione dell’Europa e del mondo fra Occidente americano e Russia sovietica» (Limes). Musica per le orecchie di chi, come il sottoscritto, ha sempre denunciato, contro stalinisti e resistenzialisti d’ogni colore politico, la natura radicalmente imperialista delle Seconda guerra mondiale (la cui data d’inizio coincide col patto nazi-stalinista del 1939), nonché il carattere altrettanto imperialista dell’ONU, il «covo di briganti» chiamato a ratificare e a difendere i rapporti di forza fra le Potenze sanciti dal fatto bellico. Il fatto prevale sul diritto vigente, stabilito sulla scorta del vecchio ordine distrutto dalla guerra; il fatto crea nuovo diritto, espressione del nuovo ordine generato dalla guerra. In questo preciso senso è, a mio avviso, corretto dire che non ci sia un ordine – nazionale e sovranazionale – che non sia di diritto, necessariamente. Salvo conferire al Diritto caratteristiche politiche ed etiche che alla prova dei fatti si risolvono in meri avamposti ideologici dai quali colpire il nemico di turno – interno e internazionale. Il concetto di “guerra umanitaria” (nelle sue diverse declinazioni: Regime change, Nation building, Peacekeeping, ecc.) è, sotto questo aspetto, quanto di più significativo è riuscita a inventare la diplomazia occidentale degli ultimi tre decenni.

Scrive il realista Dario Rivolta su Notizie Geopolitiche: «Chi sostiene che la Russia non abbia alcun diritto di immaginare questo paese come a uno stato cuscinetto si è mai chiesto come gli Usa considerino l’intero continente americano? È roba loro! Ed è perfino stato teorizzato ufficialmente. È la legge del più forte? D’accordo! Ma non è certo né un diritto divino né una libera scelta di tutti quegli abitanti. Immaginate cosa succederebbe se il Messico o il Canada, democraticamente (magari con l’aiuto di denaro e di qualche ong “indipendente”) votassero per un’alleanza strategica, economica e militare, con la Cina o con la stessa Russia? Washington sarebbe così democratica anche in quei casi?». Diciamo che Washington si sentirebbe nel pieno diritto di difendere con tutti i mezzi necessari lo spazio esistenziale della “democrazia americana” – nazionale e continentale: «L’America agli Americani!», secondo la vecchia e sempre cara dottrina Monroe (1823). È lo stesso diritto che oggi invoca legittimamente la Russia dinanzi alla prospettiva della Nato di proiettarsi verso Est: interesse si contrappone a interesse, ragione si contrappone a ragione, diritto a diritto, imperialismo a imperialismo. Nel mezzo, stritolati da contingenze disumane, si trovano gli individui ovunque residenti. Non si tratta, per quanto mi riguarda, di non schierarsi, di stare appartati in uno “splendido (sic!) isolamento ”: si tratta invece di schierarsi contro tutte le forse economiche e statali in campo. A cominciare dalle forze a noi più prossime: vedi alla voce “interessi nazionali”.

Caracciolo invita gli europei a prendere confidenza con «la parola impronunciabile, guerra»: «È bene che questo termine non sia più tabù. Perché fingendo che il pericolo, per quanto remoto, non esista, rischiamo di abbandonarci a una dolce deriva. Quasi che il disordine attuale possa prolungarsi impunemente all’infinito, senza suscitare gli spiriti animali che non cessano di abitare anche gli uomini di miglior volontà». Come si vede, anche agli uomini di miglior valore analitico, e fra questi va annoverato certamente il direttore di Limes, capita di scivolare nell’ideologia. Infatti, non si tratta di spiriti animali ecc., secondo una nota concezione antropologica di matrice hobbesiana, quanto piuttosto per un verso di interessi economici e geopolitici, tattici e strategici che vengono a collidere (e non solo lungo l’asse Occidente-Oriente, ma anche lungo l’asse Europa-Stati Uniti, Stati Uniti-Germania, ecc.); e per altro verso di una crisi sociale che fa impennare il tasso di violenza sistemica: il montante nazionalismo e sciovinismo, di “destra” e di “sinistra”, non ne è che una fenomenologia. Anche la retorica di Tsipras sulle riparazioni di guerra rinfacciate a Berlino, e il suo giocare di sponda con Putin sulle sanzioni e sul finanziamento supplicato da Atene si inquadrano perfettamente all’interno di questo scenario che trasuda violenza sistemica da tutti i pori. La violenza bellica o di strada (anche i pogrom che giustamente temono gli ebrei francesi) non è che la continuazione della violenza sistemica con altri mezzi e sotto altre forme. Nella società disumana «Guerra è sempre».

«La politica è il rapporto tra le classi», amava dire Lenin, il quale invitava le «avanguardie rivoluzionarie» a orientarsi anche sul terreno della contesa imperialistica a partire da quel peculiare punto di vista classista: è quello che mi sforzo di fare io. Nel XXI secolo, nella Società-Mondo di questa epoca storica caratterizzata dal dominio sempre più totalitario del Capitale, accedere alla prospettiva classista anche in materia di competizione interimperialistica dovrebbe risultare abbastanza agevole anche per “marxisti-leninisti” dotati di una mediocre intelligenza – è il caso di chi scrive. Eppure, a giudicare dai tanti “marxisti-leninisti” disposti a difendere le ragioni dell’imperialismo “più debole” (Cina e Russia, in primis) e a osteggiare le ragioni dell’imperialismo “più forte” (Gli USA e L’UE, in primis), le cose non stanno affatto così. Ma forse sono io a non essere sufficientemente, o per nulla, “marxista-leninista”: giuro che la cosa non mi dispiace affatto. Anzi!

Per Tommaso Di Francesco (Il Manifesto) «La tra­ge­dia sotto gli occhi di tutti è quella dell’inesistenza di una poli­tica estera dell’Unione euro­pea, sur­ro­gata com’è dalle scelte della Nato». È legittimo scrivere questo dalla prospettiva che privilegia gli interessi dell’imperialismo europeo, salvo poi deprecare la loro concreta affermazione sotto la necessaria egemonia tedesca,   magari coperta dalla foglia di fico del cosiddetto asse franco-tedesco. Si vuole la botte dell’Unità Europea piena, e… Angela Merkel ubriaca! Intanto abbiamo assistito alla miracolosa resurrezione dello scialbo Hollande, a ulteriore conferma che le crisi internazionali e il clima di guerra (anche sul fronte interno: vedi la campagna ideologica patriottica scatenatasi in Francia dopo il caso Charlie Hebdo) possono fungere da ossigeno per leadership azzoppate da diverse magagne economico-sociali.

Il citato Di Francesco stigmatizza il fatto che «alcune capi­tali dell’est euro­peo siano ormai diven­tate più atlan­ti­che di quelle del Vec­chio continente»; eppure anche una sommaria conoscenza della storia dell’Impero Zarista e dell’Imperialismo Russo, da Stalin in poi, è sufficiente a farci capire cosa spinge quelle capitali a cercare protezione sotto le ali dell’Aquila Americana. Certo, anche la conoscenza della storia del Reich tedesco, da Bismarck in poi, aiuta a capire, eccome!

«Puntualmente, ogni 25 anni la Germania si sente abbastanza forte da partire alla conquista del mondo che la circonda. Lo aveva capito bene Winston Churchill che, parlando del periodo delle due guerre mondiali, riassunse il concetto in una sola frase: “Il nostro secolo è stato caratterizzato da due esplosioni della ricorrente vitalità teutonica”». Così scriveva Giuseppe Cucchi, Generale della riserva dell’Esercito Italiano, il 26 gennaio scorso su Limes. Ormai sono decenni che la «vitalità teutonica» fa bella mostra di sé: che ne dobbiamo dedurre? Sento qualcuno urlare: «Facciamo rispondere il popolo greco!». Nicchio, tentenno, titubo…

obama-putin-639340Aggiunta.

COSA HA PARTORITO LA MONTAGNA DI MINSK?

Due battute a caldo dopo gli accordi siglati oggi a Minsk. Ci tengo a precisare che quelle che seguono sono delle semplici impressioni che attendono verifica.

Secondo fonti ufficiali ucraine, una colonna militare russa formata da 50 carri armati e altri mezzi bellici avrebbe attraversato il confine con l’Ucraina la notte scorsa, mentre erano in corso i negoziati di Minsk. Niente di strano, sempre che la notizia sia vera: alla vigilia di accordi di “pace” o di tregua i contendenti cercano di conquistare sul campo la migliore posizione contrattuale possibile da far pesare poi sul tavolo dei negoziati. La diplomazia è al servizio della guerra, e viceversa.

Un minuto prima, e forse anche due minuti dopo, l’inizio del cessate il fuoco  nell’Est dell’Ucraina probabilmente si continuerà a morire nel nome della Sacra Patria. Ovviamente la politica del fatto compiuto arride sempre al più forte.

Il compromesso raggiunto a Minsk «a un passo dal baratro» sembra la classica soluzione ambigua che proprio perché accontenta tutti gli attori in scena non risolve un bel nulla e si limita a procrastinare la resa dei conti finale. L’interpretazione dei punti principali dell’intesa (13 in tutto) è lasciata, di fatto, ai singoli protagonisti, i quali possono così dichiararsi soddisfatti e, soprattutto, possono iniziare a preparare la mossa successiva. Se, ad esempio, «Il presidente ucraino Petro Poroshenko ha affermato che gli accordi siglati a Minsk non prevedono alcuna autonomia per le aree sotto il controllo dei ribelli separatisti nell’est dell’Ucraina» (ANSA), Putin sulla questione la pensa in modo opposto.

Il virile Presidente russo, dopo aver stigmatizzato il rifiuto di Kiev di intavolare negoziati diretti con i miliziani filorussi,  ha invitato le parti ad evitare «spargimenti di sangue inutili» fino al raggiungimento della tregua. Gli spargimenti di sangue utili (alla causa) sono invece i benvenuti.

Hollande è felice perché ha potuto far vedere al mondo, e soprattutto all’elettorato francese, di essere ancora vivo e competitivo; la Cancelliera di Ferro, pur non potendo negare la fragilità dell’accordo («Passi concreti devono essere fatti. E ci sono ancora grandi ostacoli davanti a noi»), ha però potuto smarcarsi per qualche ora dai falchi americani e concentrarsi sul dossier greco. Quanti fronti deve coprire Angelona! Poroshenko ha fatto in tempo a incassare dal Fondo monetario internazionale l’estensione del programma di assistenza finanziaria da 17,5 miliardi di euro a circa 40 miliardi di dollari per quattro anni. Anche l’Unione Europea è pronta a dare un po’ d’ossigeno alla moribonda economia ucraina. Come si dice, chi vivrà vedrà. E certamente anche oggi nell’Est dell’Ucraina qualcuno sarà messo nelle condizioni di non poter più vedere – a oggi si contano circa 5 mila morti.

SCOZIA E DINTORNI

enhanced-buzz-24426-1386157738-0Il filo di Scozia non si è dunque spezzato, come paventavano in molti. E come molti invece speravano. Pare che anche il virile Putin tifasse per la secessione: com’è noto, egli è un paladino del diritto dei popoli all’autodeterminazione. Scherzo, è ovvio. Secondo Fabio Cavalera però, «Con la Scozia o senza la Scozia, da oggi il Regno Unito è diverso. L’esito del referendum avrà importanti ricadute costituzionali. E peserà sul futuro dei conservatori e dei laburisti. Se anche si scongiura la secessione, sarà inevitabile allargare gli spazi di sovranità della Scozia, a cominciare dalle tasse e dal welfare. E ciò significa viaggiare verso un assetto federale. Il Regno Unito da oggi è diverso» (Il Corriere della Sera, 19 settembre 2014). Opinione condivisa dal Times, che ieri annunciava «cambiamenti costituzionali di rilievo per l’intero Regno Unito: il primo ministro ha detto che garantisce che la promessa di devolvere le competenze su fisco, welfare e potere di erogare prestiti sarà pienamente rispettata con le proposte delineate a novembre. […] Ha anche aggiunto, tuttavia, che il cambiamento dovrebbe comprendere anche la cessione agli inglesi di maggiori poteri […] con lo stesso ritmo della devolution scozzese».

In effetti, non bisogna dimenticare le diverse magagne che da molto tempo travagliano il cuore politico-istituzionale del Regno Unito: «La concezione dell’Inghilterra come nazione omogenea che rappresenta il centro dell’unione ha dei grandi limiti. In primo luogo, ignora le fratture territoriali che attraversano la nazione inglese e respinge in maniera ostinata la presenza e il valore delle differenze non solo economiche, ma anche politiche, culturali, sociali e identitarie presenti soprattutto tra il Nord e il Sud del paese» (A. Giovannini, Limes, 28 agosto 2013). Lungi dal frenare definitivamente le spinte centrifughe, l’esito del referendum sembra aver piuttosto galvanizzato le rivendicazioni di maggiore autonomia (soprattutto nella politica fiscale e nelle politiche di gestione del Welfare: guarda il caso…) di quei soggetti politici e istituzionali di rango regionale che non intendono mettere in crisi l’assetto unitario del Paese.

Come sempre e ovunque, tutto gira intorno alla ricchezza sociale: alla sua produzione, alla sua distribuzione, alla sua allocazione, alla sua gestione a ogni livello della struttura sociale. Tutti i cittadini sono, infatti, coinvolti nella scottante faccenda, sebbene a diverso titolo: chi come imprenditore, chi come lavoratore, chi in qualità di pensionato, ovvero di studente, di disoccupato, di bisognoso di cure mediche e via di seguito. In questo contesto, la questione identitaria, che poi è quella che colpisce di più la cosiddetta opinione pubblica internazionale, non è che uno strumento politico-ideologico al servizio della spartizione del bottino.

Dopo il referendum scozzese niente sarà più come prima, e non solo in Gran Bretagna, com’è ovvio, ma anche nel resto d’Europa: non c’è analista di politica internazionale in circolazione nel Vecchio Continente che non condivida questa tesi. Certo, le capitali europee (ma anche Washington e Pechino) che temevano la balcanizzazione dell’Europa oggi tirano un grosso sospiro di sollievo, e possono affettare pose europeiste che tuttavia ormai non ingannano nessuno, nemmeno i più imbecilli fra i sudditi dell’Unione europea; ma il fatto stesso che un’entità nazionale-statale vecchia di tre secoli, e con alle spalle una storia così ricca e “gloriosa”, come solo poche altre nazioni possono vantare, sia stata ad appena un passo dalla catastrofe (almeno potenzialmente, sul piano ipotetico), ebbene tutto ciò deve necessariamente avere delle conseguenze di vasto raggio e di lungo periodo.

enhanced-buzz-5787-1386157741-9Capire il contesto storico e sociale generale nel cui seno sono maturate le spinte centrifughe che agiscono nel cuore della metropoli europea, può forse aiutarci a comprendere la natura dei fenomeni che potrebbero prendere corpo nel breve termine. Qui di seguito abbozzo un tentativo di analisi.

Il processo di globalizzazione del Capitale o, meglio, la brusca accelerazione che tale processo ha subito negli ultimi trent’anni, ha scosso nel profondo la struttura sociale delle comunità disseminate ovunque nel pianeta, non risparmiando nessuna di quelle loro realtà costitutive (Stato, nazione, famiglia, ecc.) che un tempo venivano considerate, se non immutabili per ciò che concerne la forma, certamente tetragoni a ogni cambiamento per quel che riguarda la loro intima sostanza. Invece, non c’è stata “sfera” della società che non sia stata lavorata a dovere (in profondità, capillarmente) dal processo economico-sociale, che non abbia dovuto arrendersi, dopo qualche resistenza, alle bronzee leggi dell’economia. Qui la società va considerata nella sua dimensione mondiale, che è poi la dimensione più adeguata al concetto e – soprattutto – alla prassi del Capitale.

Alla fine degli anni Novanta andava di moda il glocal, ricordate? «Pensare locale, agire globale», oppure «Piccolo è bello»: erano gli slogan preferiti dai teorici della globalizzazione, concepita come una nuova epoca di pace, di prosperità e di libertà. La nuova (ennesima!) rivoluzione tecnologica nelle infrastrutture materiali (rete dei trasporti tradizionali: treni, navi e aerei) e immateriali (internet e le altre tecnologie “intelligenti”) finalmente consentiva anche alla singola piccola/media azienda radicata nel più sperduto e periferico angolo della Terra di offrire i suoi prodotti a mercati prima irraggiungibili sotto il decisivo profilo della redditività economica. Il produttore di salumi pregiati basato a Canicattì poteva finalmente realizzare un proficuo mercato di nicchia a New York, o a Tokio, senza per questo precipitare nella megalomania e nel fallimento. Insaccare su base locale, vendere su scala globale: si può fare! Tanto più che esistono ormai da tempo una moneta mondiale (il dollaro) e la lingua internazionale (l’inglese): dov’è il problema? Nessun problema. Pardon: no problem!

Scriveva Thomas L. Friedman, uno dei maggiori teorici della globalizzazione (in parte “pentito” dopo la crisi americana del 2007): «Nel mondo non ci sono solo microchip e mercati, ma anche uomini e donne con costumi, tradizioni, desideri e aspirazioni imprevedibili. Così, oggi, gli affari mondiali possono essere spiegati come un’interazione fra ciò che è nuovo, come un sito Internet, e ciò che è antico, come un contorto albero di ulivo sulle rive del Giordano» (Le radici del futuro, Mondadori). Perché mortificare le identità locali quando anch’esse possono venir messe in rete profittevolmente?

Trasportare – e ricevere – merci e informazioni in modo rapido e relativamente poco costoso da un luogo del pianeta a un altro lontanissimo (almeno secondo i vecchi parametri) ha reso possibile il glocal. La divisione internazionale del lavoro andava assumendo una nuova dimensione, generando una forte spinta alla specializzazione produttiva non solo in singole attività (nell’industria e nei servizi), ma in intere aree regionali inserite in ben definiti contesti geopolitici. Accanto a questo fenomeno prendeva vigore il processo di delocalizzazione di molte imprese del Nord sviluppato in direzione del Sud in via di sviluppo, là dove i costi dei «fattori della produzione» (a cominciare dalla forza-lavoro) erano più bassi, molto più bassi. L’Italia settentrionale è stata attraversata da entrambi i processi, con esiti molto contraddittori; ed entrambi i processi hanno trovato una puntuale manifestazione politica nella Lega.

Il «piccolo è bello» traduceva nella consueta postura ideologica la realtà di un Capitale sempre più potente, in grado di mobilitare e di mettere a profitto anche le più piccole e sperdute risorse, e di mettere in crisi tutto ciò che in qualche maniera si poneva come ostacolo a questa secolare tendenza.

Scriveva Ivaïlo Ditchev nel 2012, commentando – e deprecando – «il ritorno dell’Europa al feudalesimo» a causa dell’ondata separatista che dalla fine degli anni Novanta attraversa il Vecchio Continente (dalla Gran Bretagna alla Spagna, dalla Bulgaria al Belgio, dall’Italia alla Francia): «Per me, la ragione principale della disintegrazione dei territori nazionali va ricercata nella logica neoliberista, che ha nel profitto economico immediato la sua sola e unica giustificazione. Un paese, una regione o addirittura una città finiscono per considerarsi come un’impresa e agiscono in modo egoistico sul mercato globale» (Divisi come nel Medioevo, Chasa di Sofia, 3 dicembre 2012). Gli intellettuali cercano di spiegare tutto con la maligna «logica neoliberista», mentre il cono di luce va piuttosto orientato verso la sempre più stringente logica degli interessi economici, i quali oggi non possono non avere che una natura capitalistica. Capovolgere i termini reali del discorso; vedere il dominio delle idee sbagliate (ad esempio quelle cha fanno capo, appunto, alla «logica neoliberista») là dove dominano corpose potenze sociali: è qui che insiste il concetto di ideologia, almeno nella sua accezione marxiana che chi scrive usa.

La forza gravitazionale della prassi economica, sempre più forte e alla lunga irresistibile, ha indebolito il cemento politico, istituzionale e ideologico che un tempo era sufficiente a tenere insieme un territorio abbastanza omogeneo sotto il profilo linguistico, etnico e culturale. Questo fenomeno è ovviamente più visibile là dove l’unificazione nazionale di uno spazio geopolitico è avvenuta con modalità contraddittorie, tali comunque da non riuscire a superare le divisioni economico-sociali fra le vecchie entità territoriali assoggettate alla nuova forma statale-nazionale. È il caso di scuola offerto dall’Italia. Negli anni Novanta l’accelerazione della globalizzazione capitalistica e il nuovo ordine mondiale post Guerra Fredda hanno scoperto in modo drammatico le linee di frattura che corrono lungo il Bel Paese ormai da un secolo e mezzo. Di qui il fenomeno leghista, che all’epoca della sua comparsa la gran parte dell’intelligenza politica, storica e sociologica del Paese interpretò con i vecchi e spuntatissimi arnesi dell’ideologia progressista, del tutto incapace di andare oltre le sue apparenze, al di là della sua “popolana” fenomenologia, troppo rozza e politicamente scorretta per i raffinati gusti degli unionisti fedeli alla Sacra Carta. Costituzione che, è bene ricordarlo, all’Art. 5 sancisce l’unità e l’indivisibilità dell’italica nazione.

Di ritorno dall’esaltante campagna di Edimburgo, Matteo Salvini, sebbene amareggiato, non ha dismesso i panni del guerriero secessionista: «Adesso devono pronunciarsi il Veneto, la Lombardia, la Catalogna e tutti gli altri popoli europei che aspirano alla libertà». I sogni di “libertà” dei padani non si fanno intimidire tanto facilmente, tanto più quando la Scozia ha ottenuto da Londra più di quanto il leghista più acceso può oggi sperare di ottenere da «Roma ladrona», anche nell’ipotesi di un governo amico. Il lettore farebbe bene a non rubricarmi né fra i secessionisti né fra gli unionisti.

Il fatto che la parte economicamente più sviluppata di un Paese si senta attratta dall’insieme di Paesi – o anche solo da aree regionali di essi – che le sono più simili per struttura economica e per stratificazione sociale; e che a ragione di ciò avverta come oppressivo il quadro di riferimento statuale-nazionale nel quale essa è inserita, non è affatto in contraddizione con la tendenza alla formazione di grandi sistemi multinazionali in competizioni tra loro, ma è anzi il portato delle stesse leggi che informano la cosiddetta globalizzazione.

enhanced-buzz-24921-1386157740-0Scriveva nel lontanissimo 1971 Giovanni Magnifico: «Il processo di unione economica e monetaria dell’Europa andrebbe perseguito delimitando vaste aree economiche e raggruppandole in base alla loro capacità di sviluppare pienamente il loro potenziale produttivo. Ogni singolo gruppo potrebbe comprendere interi paesi membri, ma la delimitazione di ciascuno di essi potrebbe anche non coincidere con le frontiere nazionali» (Una moneta per l’Europa, Laterza). Non è un caso se oggi molti analisti politici attribuiscono alla formazione dell’Unione europea il potenziale processo di balcanizzazione che minaccia di disgregare le vecchie entità nazionali, le quali hanno dovuto cedere potere sia verso il basso, in direzione delle regioni, come verso l’alto, in direzione di Bruxelles. Senza contare le altre istituzioni sovranazionali, di natura politica e finanziaria, che oggi stressano i bulloni di ogni singolo sistema-Paese. Il solo blocco nazionale che sembra resistere a tutta questa pressione sistemica è quello (indovinate un po’) tedesco, il quale potrebbe acquisire nuovi vantaggi dal processo qui appena abbozzato; la forza relativa di Berlino potrebbe risultarne infatti accresciuta.

Secondo Gianfranco Miglio, il “teorico” del leghismo, «lo Stato nazionale è arrivato ormai alla conclusione della sua parabola storica»: «Nella vecchia logica dello Stato moderno si cercava ciò che poteva unire le nazioni e si rifiutava ciò che le divideva. Oggi la gente rifiuta questa maniera di ragionare. L’hanno rifiutata in Cecoslovacchia, la stanno rifiutando in Belgio e in Canada, per non parlare dell’ex impero russo. A poco a poco questa linea verrà respinta dappertutto, perché prevarrà la forza dell’economia, del mercato mondiale» (Ex uno Plures, Limes 4/93). La forza dell’economia, argomentava Miglio, ridisegna la mappa geopolitica del Vecchio Continente, ma non ne fa scaturire nuovi assetti istituzionali, bensì «aree coerenti», ossia agglomerati economici e sociali che travalicano i vecchi confini nazionali e che mettono in crisi anche le vecchie istituzioni internazionali, entrambi disegnati su misura degli stati nazionali «ottocenteschi». «Ecco la radice del neofederalismo. È un’idea molto democratica, perché fondata sulla libera volontà di stare insieme. È un nuovo diritto pubblico, fondato sul contratto, sulla puntualità di tutti i rapporti, sulla eliminazione dell’eternità del patto: si sta insieme per trent’anni, cinquant’anni, poi si ridiscute tutto. Ma per quel periodo l’accordo va rispettato».

Cogliamo in queste frasi, da una parte la consapevolezza che le dinamiche economiche dominano la politica – anche se non si ha la consapevolezza del carattere necessariamente contraddittorio del processo sociale che tali dinamiche generano, dovendo esse comunque misurarsi con la politica e con la realtà sociale nel suo complesso; e dall’altra l’illusione di poter realizzare assetti geopolitici dinamici, in grado, cioè, di adeguarsi tempestivamente alle continue trasformazioni sociali ed economiche che contraddistinguono l’epoca capitalistica.

Il professore salutava come una nuova epoca di pace e di prosperità quella fondata non più sulla forza coercitiva della politica – la cui massima espressione è quella che si esercita con l’uso dell’esercito –, ma sulla forza dell’economia, la quale fa sì, ad esempio, «che non torneremo alla Grande Germania espansionistica, aggressiva, imperialista». Quest’ultima opinione ricalca esattamente il pensiero del tedesco Ernst Nolte, teorico del cosiddetto «revisionismo storico», secondo il quale non si deve aver paura della forza economica e politica della Germania, perché essa se indubbiamente sente di poter giocare un ruolo importante per i destini del mondo, non nutre questa aspirazione in maniera esclusiva (e di fatti si pone alla testa dell’unione economica e politica dell’Europa), e soprattutto non è più alla ricerca di una sua supremazia militare (Intervista sulla questione tedesca, Laterza). Anche l’economista giapponese K. Ohmae ritiene che la morte dello Stato-nazione, e la sua sostituzione con lo «Stato-regione», avverrà spontaneamente, attraverso il libero dispiegamento dei mutamenti dell’economia mondiale che stanno ridisegnando la società-globale alle soglie del XXI secolo (La fine dello Stato-nazione. L’emergere delle economie regionali, Baldini & Castoldi).

Fine della prima puntata. La seconda è solo promessa – o minacciata.

SULLA CRIMEA E SUL MONDO

spalancano-porte-cremlino-244195Una lettrice del mio post È scoppiata una nuova guerra fredda? ha così commentato su Facebook: «La Crimea non ha mai fatto parte dell’Ucraina – prima di Krusciov che essendo di origini ucraine gliel’ha regalata». Approfitto del commento per chiarire, o comunque ribadire, in modo sintetico il mio punto di vista sulla scottante questione ucraina, in particolare, e sul processo sociale in generale.

Al netto delle tante considerazioni che si possono fare intorno al cosiddetto diritto di autodeterminazione dei popoli nell’epoca della sussunzione totalitaria del mondo al Capitale, tanto più quando tale diritto trova il tipo di implementazione che abbiamo avuto modo di osservare in Crimea (con la Russia che ne ha “vivamente caldeggiato”, per dir così, la secessione dall’Ucraina); al netto di questo il lettore deve prendere atto che, condivisibile o meno, il punto di vista che orienta tutte le mie riflessioni e tutte le mie posizioni politiche è radicato non sul principio di nazionalità, bensì su quello, diametralmente opposto al primo, di classe. A mio avviso, infatti, il principio di nazionalità è un principio che emana dagli odierni rapporti sociali di dominio e di sfruttamento, mentre il principio di classe è ostile in modo irriducibile a questi rapporti sociali, e quindi si sforza di demistificare l’ideologia borghese che da sempre cerca di far primeggiare gli interessi nazionali sul conflitto di classe, secondo il noto adagio: «Siamo tutti figli della stessa Patria».

Il principio di nazionalità ebbe una sua funzione storicamente progressiva nell’epoca ascendente e rivoluzionaria della borghesia, quando anche il concetto di popolo appariva pregno di istanze antifeudali e anticoloniali, mentre a mio avviso oggi esso ha necessariamente ed esclusivamente un carattere ideologico e ultrareazionario. Su questo punto rimando alle più autorevoli parole di Lenin citate anche nel mio post 1914-2014. Naturalmente agli occhi di chi pensa che non si dia alcuna radicale alternativa alla vigente società-mondo (magari pensando alla miserabile fine del cosiddetto «socialismo reale»), e che dunque bisogna prendere atto con realismo di come va il mondo, salvo apportare ad esso le “migliorie” realisticamente praticabili (perché com’è noto «il meglio è nemico del bene»), il mio punto di vista deve necessariamente apparire quantomeno bizzarro.

Che le classi subalterne della Crimea preferiscano il bastone russo a quello ucraino, cosa che sono lungi dal contestare, ebbene questo fatto ai miei occhi mostra tutta la loro impotenza politica e sociale (che, detto en passant, esse condividono con le classi subalterne del mondo intero), e conferma la tesi marxiana secondo la quale l’ideologia dominante (non importa se “ispirata” da Kiev o da Mosca) è l’ideologia della classe dominante. Naturalmente questo vale anche per il proletariato ucraino che si batte contro la secessione della Crimea: impiccarsi all’albero di Kiev o a quello di Mosca? È l’alternativa del Dominio, che rimane tale anche quando si presenta sottoforma di «referendum popolare», anche quando a “sorvegliare” sulle democratiche operazioni di voto fosse Papa Francesco in persona, e non i cosacchi russi.

Mi rendo conto che questo modo di ragionare suona strano, ma non è sempre stato così. Ad esempio (correva l’anno 1914), quando i socialisti serbi si rifiutarono di votare i crediti di guerra richiesti da Belgrado per fronteggiare l’invasione austroungarica, e parimente spedirono al mittente l’«aiuto fraterno» offerto alla Serbia dallo zar Nicola di Russia in nome della comune appartenenza slava, essi di colpo diventarono l’orgoglio di tutti i marxisti rivoluzionari (naturalmente Lenin in testa), i quali in sfregio ai socialnazionalisti e «socialtraditori» della Seconda Internazionale li additarono al proletariato mondiale come l’esempio da seguire. Scriveva Rosa  Luxemburg nel 1916: «In realtà i serbi Lapscevic e kazlerovic non solo si sono iscritti a lettere d’oro nella storia del socialismo internazionale, ma hanno insieme dimostrato un’acuta visione storica delle reali implicazioni della guerra. […] Ad ogni modo, la Serbia  ufficialmente combatte una guerra di difesa nazionale. Ma la sua monarchia e le sue classi dirigenti, come le classi dirigenti di tutti gli Stati attuali, tendono all’espansione, senza curarsi dei confini nazionali, ed acquistano con ciò un carattere aggressivo. […] La Serbia stessa non è che una pedina nella grande partita a scacchi della politica mondiale ed un giudizio sulla guerra in Serbia che prescindesse da queste importanti connessioni, dal contesto della politica mondiale in generale non può essere che campato in aria» (La crisi della socialdemocrazia, 1916). Mutatis mutandis, questo schema interpretativo, che non è geopolitico in senso stretto ma squisitamente critico-rivoluzionario (perché orientato a mettere in discussione non lo status quo nell’equilibrio interimperialistico ma piuttosto lo status quo sociale), è applicabile alle crisi internazionali di oggi.

Per me lo straniero (l’Alieno) è già passato: si chiama Capitale.

Per me lo straniero (l’Alieno) è già passato: si chiama Capitale.

Quando i nazionalisti italici, precursori del fascismo, mietevano vasti e facili consensi popolari gridando l’irredente binomio Trento e Trieste!, l’ala sinistra del socialismo italiano non si peritò di esclamare, a rischio di carcere e patriottiche pistolettate, Abbasso Trento e Trieste! Altri tempi, si dirà. Non c’è dubbio. Difatti oggi c’è molto più Capitalismo/Imperialismo di ieri, ovunque nel mondo. Diciamo che è la coscienza di classe che lascia un po’ più – ma solo un po’, intendiamoci! – a desiderare. Diciamo. Riflettendo sul significato politico del referendum secessionista del Veneto, oggi il patriota Marcello Veneziani scrive sul Giornale che «la patria non si sfascia». Che peccato!

Scriveva Herman Gorter nell’autunno 1914: «Tutti gli Stati cercano piazze di smercio per i loro prodotti, cercano fonti di alti interessi pei loro capitali. L’imperialismo non vuole solo colonie, vuole anche sfere d’influenza per il commercio e un monopolio industriale finanziario. […] Tutte le chiacchiere dei partiti borghesi e socialisti e dei loro organi, che si fa una guerra di difesa, e che si è stati costretti a farla perché si era aggrediti, non sono che un inganno, destinato a nascondere la propria colpa sotto una bella apparenza. Dire che la Germania o la Prussia o l’Inghilterra è la causa della guerra sarebbe tanto stolido e falso, quanto l’affermare che la crepa nata in un vulcano è la causa dell’eruzione. Da anni ed anni tutti gli Stati europei si armavano per questo conflitto. Tutti vogliono soddisfare la propria rapace avidità. Tutti sono egualmente colpevoli» (Herman Gorter, L’imperialismo, la guerra mondiale e la socialdemocrazia). Tutti egualmente colpevoli, “aggressori” e “aggrediti”, perché tutti assoggettati alla Potenza sociale, anonima e dall’evidente «carattere aggressivo» (a tutti i livelli: dalla sfera economica, a quella politica, da quella culturale, a quella psicologica, ecc.), chiamata Capitale.

tritacarnePiù si rafforza la tendenza del Capitale a mettere ogni cosa e ciascuno nel tritacarne del processo economico-sociale chiamato a generare profitti, e più si rafforzano le spinte identitarie d’ogni tipo: politiche, culturali, linguistiche, religiose, etniche, razziali, sessuali, e quant’altro. È questa maligna dialettica che bisogna comprendere per evitare di finire intruppati sotto questa o quella bandiera ultrareazionaria, in questa o quella tifoseria nazionale o/e imperialista. Per quanto mi riguarda mi batto unicamente per l’identità dell’uomo in quanto uomo. Vasto programma? Non c’è dubbio. D’altra parte pensare in piccolo non ha avuto altro risultato che renderci piccoli, perfino ai nostri stessi occhi, con grande soddisfazione per i professionisti dell’anima e della psiche.

È SCOPPIATA UNA NUOVA GUERRA FREDDA?

Povero Vladimir!

Povero Vladimir!

Ieri Le figaro scriveva che la politica dei fatti compiuti inaugurata da Putin in Crimea ha messo in moto un ingranaggio che ci porterà in una nuova Guerra Fredda. Nel suo articolo pubblicato dal The New York Times e ripreso domenica scorsa da Repubblica, Thomas L. Friedman, forse il maggior teorico della globalizzazione capitalistica ai tempi della dorata era clintoniana, sostiene invece che la crisi ucraina non sta affatto precipitando il mondo in una nuova Guerra Fredda. «Io non penso che la Guerra Fredda sia tornata: la situazione geopolitica corrente è molto più complessa di allora. E non penso nemmeno che la cautela del presidente Obama sia del tutto fuori luogo». Tendo a concordare con questa tesi, sebbene sulla scorta di un ragionamento alquanto diverso da quello che regge la riflessione geopolitica di Friedman, a partire dalla stessa definizione di Guerra Fredda. Cosa fu la cosiddetta Guerra Fredda?

Vediamo come risponde il noto opinion leader di Minneapolis: «La Guerra Fredda fu un evento unico, in cui si fronteggiavano due ideologie globali, due superpotenze globali, e ognuna delle due aveva dietro armi nucleari che potevano colpire in tutto il mondo e un’ampia rete di alleati. Il mondo era diviso in una scacchiera rossa e nera e l’identità di chi governava le singole caselle poteva avere ripercussioni sulla sicurezza, il benessere e il potere di ognuno dei due schieramenti. Era anche un gioco a somma zero, in cui ogni guadagno per l’Unione Sovietica e i suoi alleati era una perdita per l’Occidente e la Nato, e viceversa». Come si vede, nel definire il concetto di Guerra Fredda Friedman mette avanti lo scontro ideologico fra due sistemi sociali alternativi, cosa che indusse Fukuyama, per la verità un po’ troppo in anticipo sui tempi, a dichiarare la fine della storia allorché uno dei due poli maggiori della contesa interimperialistica (quello cosiddetto Sovietico) crollò miseramente, e con una rapidità che allora sorprese solo chi ignorava la disastrata condizione dell’economia russa.

Ovviamente non nego l’importanza di quello scontro, ma nella misura in cui rifletto sui processi sociali mondiali da una prospettiva critico-radicale, e non da una prospettiva geopolitica, ciò che mi sta a cuore è fare luce sulla natura di quello scontro, ossia demistificarne il senso e la reale portata. Per riprendere la metafora dei colori proposta da Friedman, la scacchiera mondiale ai tempi della Guerra Fredda offriva allo sguardo di chi non si era lasciato intruppare in uno dei due fronti imperialistici un solo colore: quello nero, nero-imperialismo, per così dire. E non, si badi bene, un imperialismo con caratteristiche comuniste contrapposto a un imperialismo con caratteristiche democratiche, come lascia supporre lo stesso Friedman, ma due imperialismi basati sullo stesso fondamento sociale: quello capitalistico, sebbene esso si manifestasse in due diversi modelli (quello sovietico-statalista  e quello americano-liberale) che esprimevano il diverso retaggio storico delle due Super Potenze.

obama-putin-266123D’altra parte non si può chiedere la comprensione di queste “sottigliezze dottrinarie” a uno che nel 1999 scriveva la perla storico-sociologica che segue: «Rivoluzionari come Marx, Engels, Lenin e Mussolini si fecero avanti e dichiararono che era possibile eliminare le spinte destabilizzanti e brutali del libero mercato, costruendo un mondo emancipato dal capitalismo borghese senza regole […] Le alternative centraliste e non democratiche che offrivano – comunismo, socialismo, fascismo – contribuirono a bloccare il processo di globalizzazione dal 1917, quando cominciarono a essere applicate nel mondo reale, al 1989» (Le radici del Futuro, Mondadori, 2000). Ma come si fa a scrivere queste… insensatezze! Marx, Engels, Lenin e Mussolini gettati nello stesso sacco (cosa che all’anima del Duce forse non dispiace affatto), il comunismo concepito alla stregua di un capitalismo pianificato, centralizzato, non democratico, a conduzione statale.  Fino a che punto si può sfidare l’intelligenza delle persone? Vero è che anche molti “comunisti” hanno coltivato – e continuano a coltivare – lo stesso miserabile concetto di “comunismo”, e non a caso oggi il sovranismo statalista di “destra” è del tutto sovrapponibile a quello di “sinistra”, legittimando peraltro l’epiteto di fasciostalinismo.

Né, ritornando alla tesi iniziale, si può dire che la Guerra Fredda fu «un gioco a somma zero», e difatti lo stesso Friedman ammette che a quel gioco «abbiamo vinto noi», cioè gli Stati Uniti e il fronte capitalistico-democratico che a essi faceva riferimento.  Questo schieramento dà corpo alla categoria di quei Paesi che «puntano a costruire rispetto e influenza attraverso la prosperità della loro popolazione». Friedman, che riprende le tesi geopolitiche di Michael Mandelbaum, include in questa virtuosa categoria anche i Paesi del Mercosur in Sudamerica e dell’Asean in Asia. «Queste nazioni sono consapevoli che la tendenza più importante del mondo odierno non è quella che porta verso una nuova Guerra Fredda, ma quella che porta verso una fusione tra globalizzazione e rivoluzione informatica». Si contrappone a questa sorta di Asse della Prosperità, l’Asse della Potenza: «Paesi come la Russia, l’Iran e la Corea del Nord, guidati da leader che puntano innanzitutto a costruire autorità, rispetto e influenza attraverso uno Stato potente. E avendo i primi due il petrolio e il terzo armi atomiche da barattare con rifornimenti alimentari, i loro leader possono sfidare il sistema globale e sopravvivere, se non addirittura prosperare, giocando al vecchio e tradizionale gioco della politica della forza per controllare la loro regione».

È interessante notare come questa dualistica contrapposizione tra Prosperità e Potenza ricalchi lo schema proposto da Robert Kagan nel suo Paradiso e potere (Mondadori, 2003) a proposito del rapporto Europa-USA: «L’Europa sta voltando le spalle al potere […] Sta entrando in un paradiso poststorico di pace e relativo benessere: la realizzazione della “pace perpetua” di Kant. Gli Stati Uniti invece restano impigliati nella storia a esercitare il potere in un mondo anarchico, hobbesiano, nel quale la vera sicurezza, la difesa e l’affermazione dell’ordine liberale dipendono ancora dal possesso e dall’uso della forza». Colombe contro falchi, Kant versus Hobbes, Venere contro Marte. Naturalmente niente di tutto questo, a uno sguardo meno superficiale.

In realtà declinare la potenza e la forza di un Paese a partire dalla sua dimensione politico-militare è sbagliato, soprattutto nel contesto della società-mondo del XXI secolo, nell’epoca della sussunzione totalitaria di tutto e tutti al Moloch capitalistico. Il confronto tra grandi potenze mondiali è sempre un confronto tra sistemi capitalistici, e difatti gli Stati Uniti vinsero la Prima guerra mondiale, la Seconda e la Guerra Fredda semplicemente perché il Capitalismo americano mostrò di essere di gran lunga quello più forte rispetto ai suoi competitor, e  a tutti i livelli: da quello della produzione materiale a quello finanziario, da quello tecnologico a quello scientifico, da quello organizzativo a quello ideologico.  Di qui, lo sforzo americano teso a scongiurare la formazione di un potente polo capitalistico di dimensione continentale, a cominciare naturalmente dal Vecchio Continente (l’Europa a trazione tedesca, ieri come oggi), ma senza trascurare il “pericolo giallo”: ieri il Giappone, oggi la Cina. Come ho scritto altre volte, l’Unione Sovietica perse la Guerra Fredda innanzitutto su un terreno schiettamente capitalistico, e bastava mettere a confronto la struttura industriale americana con quella sovietica per capire che alla lunga il successo avrebbe certamente arriso agli americani: altro che gioco a somma zero!

La verità è che oggi Friedman esprime quella tendenza isolazionista che ogni tanto, soprattutto in tempi di crisi economica (o dopo dolorose esperienze: vedi Vietnam, Afghanistan, Iraq), fa capolino negli Stati Uniti, e che si scontra con la tendenza “internazionalista” o interventista.  Dalla fine del XIX secolo l’elaborazione della politica estera americana deve fare soprattutto i conti con le due direttrici oceaniche: guardare verso l’Atlantico e verso il Pacifico, al contempo. L’alternanza di politiche “isolazioniste” e politiche “internazionaliste” ha molto a che fare con questa tensione geopolitica, ossia col prevalere, mai però in termini assoluti, degli interessi atlantici (relazione America-Europa) piuttosto che di quelli legati alle relazioni economiche con l’area del Pacifico.

Obama3333-960x640Scrive Friedman nella sua qualità di avvocato difensore del Presedente Obama, accusato «ingiustamente» dai “falchi” a stelle e strisce di essere fin troppo timido «nel difendere i nostri interessi o i nostri amici»: «C’era [ai tempi della Guerra Fredda] la politica del “contenimento”, che ci diceva cosa dovevamo fare e che dovevamo farlo quasi a qualsiasi prezzo. Oggi chi contesta Obama dice che dovrebbe fare “qualcosa” sulla Siria. Lo capisco. Il caos che regna laggiù potrebbe finire per far sentire i suoi effetti nefasti anche da noi. Se esiste una politica in grado di risolvere la situazione siriana, o anche semplicemente di fermare le uccisioni in modo stabile e duraturo, a un costo sopportabile e che non vada a discapito di tutte le cose che dobbiamo fare qui in patria per garantire il nostro futuro, contate pure sul mio sostegno». Gli interessi degli Stati Uniti innanzitutto. Come sempre, del resto, ma nel modo adeguato al sempre più veloce, «liquido» e competitivo mondo post Guerra Fredda: «La guerra fredda ruotava intorno all’equazione massa-energia di Einstein: e = mc². La globalizzazione, invece, tende a gravitare intorno alla legge di Moore, la quale stabilisce che la capacità di elaborazione di un microchip raddoppia in un periodo compreso fra i diciotto e i ventiquattro mesi, mentre il costo si dimezza» (T. L. Friedman, Le radici del futuro). Personalmente tendo a dar credito alla legge di Marx, la quale spiega i processi sociali fondamentali che rigano il tutt’altro che liscio mondo di oggi a partire dalla ricerca del massimo profitto: nella sfera economica come in quella geopolitica. Anche la sfera delle cosiddette relazioni umane non mi sembra poi così estranea da questa maligna ricerca.

Michael Cohen della Century Foundation esprime bene l’attuale orientamento strategico degli Stati Uniti: «Quel che c’è di sbagliato [nelle analisi dei falchi antiobamiani] è il focus delle critiche. Il cuore del problema non è tanto come Obama deve rispondere ai russi ma perché […] La vera domanda è cosa sono disposti a fare gli altri. Non solo in Ucraina, ma anche in Siria, Medio Oriente e Iran. John F. Kennedy diceva: non domandatevi quello che l’America può fare per voi, piuttosto chiedetevi quello che voi potete fare per l’America. Adesso è il momento di chiarire cosa l’Europa è in grado di fare per se stessa. Troppe nazioni sono state al riparo dell’ombrello di sicurezza statunitense, in Europa e non solo» (Limes, 12 marzo 2014). È facile affettare pose da colomba kantiana al riparo del costoso apparato di sicurezza americano! Troppo comodo indossare i panni di Venere quando si può contare sui missili atomici intercontinentali dell’antipatico dio della guerra!

merkel-deutschlandtag-jungen-unionDa Le figaro a Libération, dal Times al Financial Times è tutto un grido di dolore: l’atto di forza putiniano fa strame del diritto internazionale! Come ho critto altrove, chi contrappone la forza al diritto mostra di possedere o una grande ignoranza dei fatti storici e del mondo in cui abbiamo la ventura di vivere, oppure una notevole dose di cinica ipocrisia. Nella politica in generale e nella politica estera in particolare il Diritto equivale a Forza, di più: il Diritto è Forza (materiale, politica, culturale, ideologica, psicologica, in una sola parola: sistemica)*. «Gli economisti borghesi vedono soltanto che con la polizia moderna si può produrre meglio che, ad es., con il diritto del più forte. Essi dimenticano soltanto che anche il diritto del più forte è un diritto, e che il diritto del più forte continua a vivere sotto altra forma nel loro “Stato di diritto”» (K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, I, La Nuova Italia, 1978).

Il diritto della Russia di annettere la Crimea con tutti i mezzi necessari è inscritto non solo nel retaggio storico dell’impero russo, dagli zar “neri” a quelli “rossi” e infine tricolori, ma in primo luogo nei suoi interessi nazionali. Il diritto di europei e americani di contrastare questa annessione è radicata sulla stessa base, risponde cioè alla stessa logica, la logica di Potenza. Ed è precisamente questa logica che bisogna demistificare, per far emergere la natura capitalistica della competizione interimperialistica nascosta dietro le solite menzogne ideologiche intorno al «diritto di autodeterminazione dei popoli», alla «libertà dei popoli», alla «pace», alla «democrazia», allo «Stato di diritto» e via discorrendo.

Tutti gli osservatori di politica internazionale oggi denunciano l’impotenza dell’Europa dinanzi alle velleità egemoniche della Russia: «L’Europa ha abdicato alla sua funzione di potenza benevola, e così ha tradito le generose aspettative degli ucraini. A Piazza Maidan si è versato sangue inutilmente». Insomma, si fa finta di non sapere che non esiste alcuna Europa, se non come mera espressione geografica, almeno dal punto di vista geopolitico. Esistono invece gli interessi della Germania, della Francia, dell’Inghilterra, della Polonia, dell’Italia e così via; interessi nazionali che non sempre entrano in reciproca sintonia sulle questioni di fondamentale importanza riguardanti l’assetto geopolitico e geoeconomico del Vecchio Continente e del pianeta.

Sul Financial Times Peter Spiegel invita i leader europei a superare la sindrome che ha condotto il Giappone all’attuale impasse sistemico: agire e considerarsi come un gigante economico e un nano politico. L’Europa deve ritornare a «pensare in modo strategico», e come sempre la chiave del problema si chiama Germania. Non c’è dubbio. La maledetta Questione Tedesca è più viva che mai.

* Da Il mondo è rotondo:

Come il grande Capitale domina e il più delle volte sfrutta, soprattutto attraverso strumenti tecnologici, quello medio e piccolo, analogamente le grandi potenze esercitano di fatto, e spesse volte anche di diritto (soprattutto alla fine di una guerra), il loro dominio sulle potenze medie e piccole come su ogni altra configurazione politico-istituzionale nazionale e transnazionale. È il diritto del più forte, certamente; quello che ha segnato la storia del Dominio sociale negli ultimi tremila anni. Come sanno bene i teorici del realismo geopolitico è la forza organizzata delle nazioni, che ha nello Stato la sua più puntuta espressione, che gioca un ruolo fondamentale nei rapporti tra gli Stati, che sono appunto rapporti di forza, di potenza, mentre la fumisteria della propaganda ideologica vi svolge una funzione assai modesta, esercitata soprattutto ai danni delle cosiddette opinioni pubbliche internazionali.

D’altra parte, il dominio delle grandi potenze ha sempre avuto un carattere relativo e tendenzialmente transitorio. Per un verso le nazioni assoggettate alla Potenza dominante, o soltanto egemone, fanno di tutto per tutelare nei limiti del possibile i loro peculiari interessi, e per ricavare dal particolare sistema di alleanze nel quale sono inserite il maggiore vantaggio possibile, il che spesse volte costringe la nazione collocata al centro di quel sistema a pagare un prezzo molto salato sull’altare della propria leadership. La storia dell’Alleanza imperialistica dominata dagli Stati Uniti è molto istruttiva a tal proposito. Questo per un verso. Per altro verso, l’ascesa e il declino, assoluto o solo relativo, delle grandi Potenze testimoniano del carattere dinamico dei rapporti di forza che vengono a stabilirsi tra le nazioni.

INTRIGO UCRAINO

Polish and Ukrainian studentsDopo lo smacco di Vilnius sul partenariato orientale il Presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy ha dichiarato che «l’Ue continuerà a dire che l’influenza della Russia è in contrasto con il diritto internazionale». Gli ha fatto subito eco il Presidente della Commissione dell’Unione Josè Manuel Barroso: «Non accettiamo un veto di un altro Paese su un accordo bilaterale, è inaccettabile per il diritto internazionale». Naturalmente il diritto internazionale qui è chiamato in causa a sproposito, solo ai fini di una propaganda politica che non riesce a coprire i reali termini della questione posta dalla questione ucraina.  D’altra parte, è anche vero che il Diritto, anche quello internazionale, non è che una questione di rapporti di forza: «Gli economisti borghesi dimenticano soltanto che anche il diritto del più forte è un diritto, e che il diritto del più forte continua a vivere sotto altra forma nel loro “Stato di diritto”» (K. Marx, Lineamenti).

Sul Corriere della Sera del 28 novembre Il “realista” Sergio Romano, che ha preso le difese delle «ragioni della Russia», ha ricordato agli “idealisti” di Bruxelles i reali – e brutali – termini della questione: «Prima di lanciare accuse, sarebbe meglio tenere conto di almeno due fattori. Converrebbe ricordare, in primo luogo, che i rapporti fra l’Ucraina e la Russia sono molto diversi da quelli che legano Mosca ai piccoli Stati del Baltico e alle regioni del Caucaso, del Caspio, dell’Asia centrale. L’Ucraina è la patria culturale della Russia, il luogo in cui affondano le sue radici religiose. Per più di trecento anni ha fatto parte dello Stato russo. Le sue province orientali sono abitate da circa otto milioni di persone che parlano russo. E la Crimea, popolata pressoché interamente da russi e tatari, è ucraina soltanto perché fu donata a Kiev da Krusciov per celebrare il trecentesimo anniversario dell’unione russo-ucraina. Converrebbe poi ricordare che tutto si può rimproverare alla dirigenza russa fuorché i sentimenti con cui ha assistito all’ingresso delle tre repubbliche baltiche nella Nato e al tentativo di completare l’accerchiamento, qualche anno dopo, offrendo la stessa ospitalità all’Ucraina e alla Georgia. Putin non lo ha mai dimenticato e non lo dimenticherebbe, verosimilmente, chiunque prendesse il suo posto. Se l’Ue desidera fare dell’Ucraina un Paese associato, quindi, la soluzione del problema passa da un accordo a tre fra Bruxelles, Kiev e Mosca. Il presidente ucraino Janukovic lo desidera e Putin, a giudicare da alcune sue dichiarazioni, vuole soprattutto essere certo che l’accordo d’associazione non avrà per effetto, prima o poi, l’ingresso dell’Ucraina nella Nato. Non sarà facile, ma è sempre meglio che litigare con Mosca per una ragione sbagliata».

Per Romano la «ragione sbagliata» è insomma quella di ritenere l’abbandono, a breve o medio termine, da parte di Kiev dello spazio europeo storicamente dominato/egemonizzato dalla Russia una questione tutto sommato secondaria rispetto ai temi di immediata pregnanza economica (come se essi non avessero peraltro una necessaria “ricaduta” politica), un dossier di ordinaria e routinaria amministrazione, da affidare ai lunghi e noiosi negoziati diplomatici che tanto piacciano ai burocrati di Bruxelles. L’Ucraina segna la storica faglia di separazione-unione tra due spazi geopolitici e culturali un tempo irriducibilmente contrapposti, e non è che improvvisamente la globalizzazione capitalistica ha livellato tutte le antiche ragioni di antagonismo sistemico, per inaugurare la felice epoca della pace perpetua kantiana su tutto il Vecchio Continente, come ritennero gli europeisti spinelliani all’indomani della caduta del famigerato Muro. Diciamo piuttosto che mentre ne ha pensionate molte, di quelle vecchie ragioni, la cosiddetta globalizzazione ne ha aggiunte di nuove, profondamente radicate negli interessi capitalistici e imperialistici (qui una distinzione puramente formale) del XXI secolo.

putin-letta-grandeLa verità è che la rudezza e la spregiudicatezza di Putin, per un verso sfidano il modello politico-ideologico dell’Imperialismo europeo, che dal secondo dopoguerra in poi ha fatto del cosiddetto soft power il suo asse centrale: «La cultura strategica europea privilegia i negoziati, la diplomazia, i legami commerciali e il diritto internazionale rispetto alla forza, la persuasione rispetto alla coercizione, il multilateralismo rispetto all’unilateralismo […] Pochi però amano ricordare che il presupposto imprescindibile di quella cultura è stata la distruzione della Germania nazista. I più preferiscono credere che siano stati l’intelligenza e lo spirito del vecchio continente a creare le premesse del “nuovo ordine” kantiano». Così Robert Kagan in Paradiso e potere (2003).  Kagan omette di ricordare la coeva distruzione della Francia e dell’Inghilterra come potenze di rango mondiale, ed è, questa, la sola concessione all’«idealismo europeo» che il “realista” americano di provata coerenza dottrinaria si permette. Ma è un’omissione assai eloquente, perché tutti conoscono la storia europea, almeno quella degli ultimi due secoli.

Per dirla sempre con Kagan, se non vuole acconciarsi a un ruolo di irrilevanza geopolitica, l’Europa deve riscoprire quel «mondo hobbesiano» che essa regalò agli Stati Uniti dopo la Seconda carneficina mondiale per ragioni di necessità e di convenienza. Il Vecchio Continente deve “sporcarsi le mani” facendo i conti con il mondo concreto dell’antagonismo tra le Potenze, deve appunto ritornare nell’hobbesiana dimensione della storia dopo le fumisterie ideologiche “kantiane” degli scorsi decenni. Temi cari, peraltro, ai mentecatti del Sovranismo politico-economico d’ogni tendenza politica.

Per altro verso, l’attivismo geopolitico del “nuovo Zar”, icona dei machisti e degli antiamericani europei (assai numerosi a “destra” come a “sinistra”), mette a nudo in modo davvero imbarazzante quelle divisioni interne che non consentono all’Unione europea di mettere a punto un’adeguata strategia geopolitica e sistemica nei confronti degli Stati Uniti, della Cina e, dulcis in fundo, della Russia. «In realtà», scriveva Caroline de Gruyter sull’ Handelsblad di Amsterdam del 27 novembre, «il problema è politico, ma nessuno ne parla con Putin. Perché dato che non esiste un consenso fra gli europei, che cosa possiamo dirgli? E chi glielo dovrebbe dire?». La Germania, ovviamente: «Aver reclutato la Germania per una posizione di principio sul partenariato orientale ha trasformato l’iniziativa da minuscolo progetto di stati membri orientali e settentrionali dell’Ue in un’impresa paneuropea. Alla fine il sostegno tedesco non è bastato a dar vita al risultato desiderato. Ma ancora una volta, l’Ue ha avuto qualcosa di ancora più importante da guadagnare: la Germania ha assunto la guida della politica estera per ciò che concerne una questione molto spinosa e difficile, che significa anche tener testa alla Russia» (Jan Techau, L’Ue può ancora vincere, Kazanevski, 28 novembre 2013).

Va da sé che questo ritrovato ruolo internazionale della Germania è un fatto tutt’altro che dato per pacificamente scontato non solo all’interno dell’Unione europea, divisa tra Stati del Nord che ruotano intorno a Berlino e Stati del sud che stanno cercando di rappattumarsi lungo l’asse Parigi-Roma; l’attivismo “oggettivo” della Germania sullo scacchiere europeo desta inquietudini anche, se non soprattutto, a Londra e a Washington. Il già citato Kagan ricordava, a proposito delle «ambizioni egemoniche» della Germania, che «Averla integrata e ammansita è stata la grande conquista dell’Europa»; ora questa «grande conquista» è messa in crisi dal processo sociale mondiale.

Supporters of EU integration hold a rally in the Maidan Nezalezhnosti or Independence Square in central Kiev«Dal carcere di Kharkiv dove è rinchiusa, Yulia Tymoshenko ha invitato gli ucraini a sollevarsi contro Yanukovich: “Milioni di ucraini devono alzarsi, non lasciare le piazze finché le autorità non saranno state rovesciate con metodi pacifici”, scrive la leader dell’opposizione in una lettera letta ai giornalisti dalla figlia Evghenija. La sua liberazione era una delle condizioni centrali avanzate dalla Ue per la firma dell’Accordo di associazione» (Il Sole 24 Ore, 30 novembre 2013). Ovviamente chi aderisce a un punto di vista minimamente critico-radicale non può che denunciare la tragica circostanza che vede i dominati ucraini affrontare la polizia per sostenere (magari ammaliati dalle sempre più false speranze di benessere e di libertà made in Occidente, ma forse anche memori della miseria e dell’oppressione made in Russia) il “partito occidentale”, oppure (magari nostalgici della grandeur della Russia Sovietica: «Si stava meglio quando si stava peggio!», ma forse anche atterriti dalla prospettiva di una guerra europea sul suolo ucraino) il “partito orientale”.

«Oggi una guerra fra le grandi nazioni d’Europa è quasi impensabile» (Kagan, Paradiso e potere). Appunto: quasi. D’altra parte, la guerra sistemica «fra le grandi nazioni» del mondo è in corso. Ovunque. Come dimostra appunto l’attuale intrigo ucraino, il cui esito è tutt’altro che scontato.

Vedi anche

L’imperialismo energetico della Russia.
Quando una statua di Lenin (o di Marx) cade.

L’IMPERIALISMO ENERGETICO DELLA RUSSIA

mosca-interna-nuovaMa, tanto se si adotta un criterio materialista per valutare la Russia, quanto se la si giudica da un punto di vista idealista (ossia se si considera la sua potenza come un fatto palpabile oppure conformemente alla visione che se ne fa la cattiva coscienza dei popoli europei), il problema resta lo stesso: in quale modo questa potenza ha potuto raggiungere tali dimensioni, suscitando da un lato la appassionata denuncia, e dall’altro il furibondo diniego del pericolo che essa costituiva per il mondo intero con la sua aspirazione a ricreare le basi per una “monarchia universale”? (1).

Cresce d’intensità il confronto economico-politico tra L’Unione europea e la Russia a proposito del futuro assetto dell’area geopolitica un tempo dominata dall’Unione Sovietica.  Soprattutto i polacchi denunciano apertamente il tentativo «neo-imperialista» della Russia di ridurre a ragione, attraverso intimidazioni, ricatti e corruzioni, l’Ucraina, che sembrerebbe propensa a firmare l’accordo di associazione con l’Unione europea già al summit sul partenariato orientale che si terrà il prossimo novembre a Vilnius.

In effetti, Mosca sta facendo di tutto per convincere Kiev a entrare nell’unione doganale Euroasiatica, cui già partecipano Bielorussia e Kazakistan e che dovrebbe diventare operativa entro il 2015. Naturalmente il piatto forte che la Russia ha messo sul tavolo dei negoziati con l’Ucraina riguarda il prezzo del gas che la prima vende alla seconda: il Cremlino ha promesso di ribassarlo generosamente in caso di adesione all’Unione doganale dei “fratelli ucraini”. La cosa dovrebbe apparire a Kiev tanto più allettante (e minacciosa) se si considera l’opposto trattamento che Mosca sta riservando agli ex «Paesi dell’Est». La Lituania, ad esempio, «sostiene di essere costretta a pagare il gas [russo] a un prezzo superiore del 35 per cento rispetto a quello fissato per la Germania. L’Unione europea ha annunciato un’azione legale contro la compagnia energetica Gazprom, accusata di aver aumentato ingiustificatamente i prezzi del gas venduto ai paesi dell’Europa dell’est» (2).

Naturalmente le azioni dell’Imperialismo, qualunque esso sia, hanno sempre delle precise giustificazioni, e si dispiegano sulla base di un diritto che promana direttamente dagli interessi e dalla forza di questo stesso Imperialismo. Da questo preciso punto di vista, e nella fattispecie qui analizzata: la Potenza nazionale russa, possiamo affermare che la Gazprom si sta muovendo sullo scacchiere europeo in modo assai oculato, oltre che aggressivo.

L’Ucraina non ha ancora assunto una posizione definitiva sulla faccenda, e appare divisa al suo interno: «Ci sono i global player, c’è chi spera nel mercato europeo, chi invece punta al legame stretto con la Russia, a seconda del rispettivo interesse. Quel che è certo è che la crisi economico-finanziaria ha colpito un paese che oggi per sopravvivere dipende dagli aiuti esteri. Le casse dello Stato non godono infatti di buona salute. E mentre le trattative con il Fondo monetario internazionale sono bloccate, la liquidità arriva solo dalla Russia» (3).

Kiev vorrebbe dare un sì senza riserve all’accordo di libero scambio con l’Unione europea, ma al contempo essa non vuole compromettere i suoi già “delicati” rapporti con Mosca, alla quale ha offerto la propria adesione all’unione Euroasiatica in qualità di «membro osservatore». Il vicepremier russo Igor Shuvalov ha seccamente respinto al mittente la proposta di Kiev, perché secondo la Russia «la membership dell’Ucraina non può essere a metà, deve essere piena». Il virile Vladimir Putin non perde occasione per ricordare a Kiev tutte le spiacevoli conseguenze cui l’Ucraina andrebbe incontro qualora rifiutasse la partnership con il “Paese fratello”: «Parliamo chiaro oggi perché domani non vogliamo essere accusati di incoerenza o doppio gioco».  A Kiev è ancora fresco il ricordo del freddo inverno del 2006, quando Mosca interruppe improvvisamente la fornitura del suo gas in risposta alla cosiddetta «rivoluzione arancione» che ne contestava il nuovo prezzo quadruplicato. La brutalità esibita è uno dei tratti distintivi della diplomazia inaugurata da Putin nei confronti dell’«estero vicino», cui fa preciso riscontro un giro di vite repressivo sul terreno della politica interna.

Come sempre è la Germania che sta cercando di trovare il solito «punto di equilibrio» tra i diversi interessi espressi dagli attori in campo, mentre gli euroburocrati di Bruxelles sono concentrati sugli aspetti legali dei dossier aperti sul tavolo. Ad esempio, sulle dubbie qualità “democratiche” del regime ucraino (vedi il caso dell’ex premier Yulia Tymoshenko, oggi leader dell’opposizione, ancora in carcere per «abuso di potere») Berlino è disposta a chiudere un occhio, se Kiev continua a guardare con sempre maggiore interesse verso Ovest. D’altra parte, un’occidentalizzazione più marcata delle istituzioni politiche dell’Ucraina sancirebbe un più solido ancoraggio del Paese all’Unione europea a trazione germanica.

Significativo è anche l’ interesse, condiviso con la Polonia, dell’Ucraina nei confronti delle tecnologie che rendono possibile l’estrazione del petrolio dagli scisti bituminosi (shale oil). L’italiana ENI si è già resa disponibile nel caso in cui le autorità ucraine dovessero passare da un generico interesse alla concretizzazione di un serio piano energetico basato sulla nuova tecnologia estrattiva.

Sul terreno del fracking la Polonia sembra essere il Paese europeo meglio piazzato, insieme all’Inghilterra. Secondo stime attendibili, i giacimenti di shale gas della Polonia sono i più grandi d’Europa, ed è da almeno due anni che nel Paese è partita la corsa in grande stile al gas che ha come protagoniste diverse compagnie nazionali e internazionali. La Rzeczpospolita di Varsavia sostiene che «il pozzo di Lębork nel nord della Polonia produce ottomila metri cubi di gas di scisto al giorno da oltre un mese. La produzione è troppo piccola per essere definita commerciale, ma è il miglior risultato ottenuto in Europa con la tecnica del fracking fino a oggi. Secondo l’Istituto geologico polacco (Pig) le riserve di gas di scisto del paese ammonterebbero a 768 miliardi di metri cubi, tra le più ricche del continente. Rzeczpospolita afferma che “il gas di scisto ha un potenziale enorme che potrebbe cambiare l’assetto energetico della Polonia e la situazione geopolitica mondiale”» (4). Una notizia che certamente non mancherà di suscitare qualche apprensione a Mosca.

Com’è noto è negli Stati Uniti che la nuova tecnologia estrattiva di petrolio e gas sta avendo il maggiore, e in parte sorprendente, impatto economico, e le conseguenze nella dimensione geopolitica della contesa imperialistica non si sono fatte attendere, soprattutto per ciò che riguarda i rapporti di Potenza tra l’America del Nord, che ha conquistato una certa autonomia economica nei riguardi delle materie prime energetiche prodotte in Medio Oriente, e la Cina, che invece sempre più ne dipende. Ma su questo importante punto qui mi limito a questo solo accenno.

______~1Per la Russia naturalmente è importante avere dalla sua parte l’Ucraina, non solo per riportarla dentro il suo spazio egemonico, se non di vero e proprio dominio, ma anche per gestire meglio, attraverso appunto la mediazione di quel Paese, i suoi rapporti politici e commerciali con l’Europa occidentale. D’altra parte occorre ricordare che insieme a Russia e Bielorussia l’Ucraina diede vita l’8 dicembre 1991 alla Comunità degli Stati Indipendenti sulle ceneri della dissolta Unione Sovietica, e ciò spiega il risentimento di Mosca nei confronti di Kiev, accusata senza troppe cautele diplomatiche dai “fratelli” russi di voler tradire una causa comune, un’impresa geopolitica e geoeconomica iniziata di comune accordo. Comune accordo fino a un certo punto, beninteso. Per molti aspetti Kiev subì il nuovo soggetto di diritto internazionale (la CSI), facendo buon viso a cattivo gioco. In effetti, fin da subito l’Ucraino manifestò la preoccupazione di finire tra le grinfie dell’orso russo, e proprio quando l’ottenuta indipendenza ne aveva stuzzicato l’appetito nazionalistico e l’aspirazione a un ruolo di potenza regionale, anche sulla scorta del cospicuo arsenale ereditato dall’Unione Sovietica e degli aiuti economici che gli Stati Uniti e la Germania si premurarono di farle avere. Già alla fine del 1992 l’Ucraina uscì dall’area del rublo e implementò misure di controllo sui flussi commerciali con la Russia e la Bielorussia, rendendo di fatto inefficace lo «spazio economico unico» post-sovietico caldeggiato da Mosca. Come scriveva Jean Daniel nel ’94, segnalando la ripresa dell’Imperialismo russo dopo lo shock post-sovietico, «L’Ucraina è una grande nazione con 52 milioni di abitanti, che si estende dalla Russia caucasica alla Polonia, all’Ungheria e alla Romania. Come aveva fatto notare Zbignev Brzezinski, ex consigliere strategico di Jimmy Carter, un’Ucraina indipendente è una regione privilegiata per contenere l’espansionismo russo» (5).

«L’Ucraina e la Polonia», continuava Daniel, «vogliono far parte della Nato in quanto temono la Russia, sia pure liberata dal comunismo. Dal loro punto di vista, i russi non sono affatto cambiati in quanto a mire imperialiste». La citazione mi serve solo per ribadire che lungi dall’essere un regime comunista, né ideale (sic!) né reale (strasic!), quello stalinista fu un regime sociale capitalistico a forte vocazione imperialista, sulla scia della tradizionale politica di Potenza Grande-Russa denunciata da Lenin fino agli ultimi giorni della sua vita. Se le mummie potessero parlare! (6).

imagesDopo la disgregazione dell’Unione Sovietica nel dicembre del 1991, e il conseguente ripiegamento strategico globale della Potenza russa che portò i suoi attuali confini ad essere «molto più vicini a quelli che lo Stato aveva alla fine del XVII secolo sotto lo zar Aleksej Michajlovic, che non a quelli dell’URSS o della Russia imperiale dell’inizio del nostro secolo» (7), Mosca sembrava aver perso qualsiasi capacità di iniziativa sul terreno della contesa interimperialistica. Fatta salva qualche velleitaria e nostalgica “sparata” propagandistica che non riusciva neanche un poco a nascondere la drammaticità della situazione: «L’indipendenza della Bielorussia e dell’Ucraina è avvertita come una lacerazione contro natura. Mille anni di storia non possono essere cancellati» (8).

D’altra parte la crisi economico-sociale del Paese, covata lungo decenni di bassa produttività sistemica e di scarso dinamismo capitalistico, e le sue convulsioni politico-istituzionali culminate nel fallito (o pseudo?) golpe dell’agosto 1991, lasciavano allo Stato russo ben pochi margini di manovra su quel terreno; una ritirata geopolitica quanto più ordinata possibile, in attesa di tempi migliori, sembrò allora essere la sola iniziativa realisticamente praticabile. Tanto più che in ballo c’era la tenuta stessa della Federazione Russa – basti pensare alla guerra in Cecenia.

Ma già nel ’94 furono visibili i primi indiscutibili segnali di una forte reazione della Russia alla propria crisi interna e internazionale, e l’iniziativa sul terreno geopolitico, soprattutto in direzione del cosiddetto «estero vicino», ossia delle ex repubbliche sovietiche resesi indipendenti da Mosca, ebbe fin dall’inizio le materie prime energetiche come il suo asse centrale di riferimento. «Petrolio e gas sono prodotti prevalentemente nella Federazione russa (80-85 per cento circa) e alimentano l’industria dell’estero vicino, cioè delle altre repubbliche ex sovietiche […] La rete energetica diventa strumento di pressione politica, se non oggetto di rovinosi (per l’Armenia) sabotaggi (in Georgia)» (9). È stato però Putin a conferire una certa coerenza politico-ideologica alla controffensiva energetica: «È il coronamento della strategia di Putin, da lui fissata nel 1994 nella sua tesi per il dottorato di ricerca, sull’uso delle risorse naturali come strumento di potenza» (10).

George Friedman conferma questa lettura: «Putin capì che per ragioni sia interne che estere avrebbe dovuto portare un minimo di ordine nell’economia. La Russia aveva riserve energetiche enormi, ma era incapace di competere sui mercati mondiali nell’industria e nei servizi. Così Putin si concentrò sull’unico vantaggio che la Russia aveva: l’energia e altri beni primari. Per fare questo dovette assicurarsi un certo grado di controllo sull’economia — non così tanto da riportare la Russia verso un modello sovietico, ma abbastanza da lasciarsi indietro il modello liberale che la Russia credeva di avere. O, messa diversamente, abbastanza da lasciarsi il caos alle spalle. Il suo strumento fu Gazprom, una compagnia a maggioranza statale la cui missione era di sfruttare l’energia russa per stabilizzare il paese e creare una base per lo sviluppo. Contemporaneamente, mentre disfaceva il liberismo economico, Putin impose controlli sul liberalismo politico, limitando i diritti politici» (11).

Secondo Leonardo Tirabassi Il neo imperialismo russo porta il nome di Alexander Dugin, ideologo, «nazional-bolscevico, ammiratore di Evola e Guenon, nonché fondatore del movimento Eurasia, docente di geopolitica all’Accademia militare russa e consigliere di Putin».

«Il punto d’avvio è una visione della politica di potenza, realista, dove la geopolitica, nuova visione del mondo post moderna, al posto dei vecchi “ismi”, occupa il ruolo centrale di tutta la costruzione neotradizionalista per concludersi in un antiamericanismo forsennato. Se gli Stati Uniti sono la nazione con un “destino manifesto”, la Russia non è da meno: ad essa spetta il ruolo di guida dell’alleanza eurasiatica contro lo strapotere atlantico. Ancora una volta terra contro mare, Sparta contro Atene. Nel mondo esistono più poli di potere, ogni popolo ha il suo destino e compito di Mosca è di difendere la propria tradizione ortodossa e slava. Ecco allora la traduzione strategica: alleanza tra i paesi dell’ex Unione Sovietica, riproposizione della logica delle sfere di influenza, asse con la rivoluzione nazionalpopolare dell’ariano Iran, sguardo benevolo verso la Cina. Sembra di riascoltare un disco già sentito: la “grande proletaria”, l’impero romano, l’arci italiano, l’anticapitalismo romantico contro le potenze anglosassoni. Ma non si sorrida sdegnati delle approssimazioni teoriche o dall’antisemitismo o dalla rozzezza politica: l’uso del petrolio e del gas come armi stanno davanti a noi a rendere credibile qualsiasi sogno o sragionamento» (12). C’è da dire che non pochi socialnazionalisti italiani in guisa “antimperialista” sostengono, in chiave antiamericana, la visione strategica di Alexander Dugin, dimostrando che il Muro di Berlino è caduto invano sulle loro grette teste di stalinisti duri e puri.

C’è un aspetto molto importante del rapporto Russia-Ucraina che occorre prendere in considerazione, perché illumina i limiti della «strategia energetica» di Mosca, radicati nella perdurante arretratezza sistemica del Capitalismo russo. Questa condizione è naturalmente un altro cattivo lascito dell’Unione Sovietica – il cui «socialismo reale» altro non fu in realtà che un Capitalismo di Stato con le carte non propriamente in regola, considerato il tutt’altro che disprezzabile peso che la cosiddetta «economia informale» (privata) ebbe sempre nell’economia sovietica. Scrive Laurynas Kasčiūnas su Veidas di Vilnius: «Gli uomini d’affari kazaki e bielorussi ne parlano sempre più apertamente. In seno all’Unione doganale euroasiatica le imprese russe, non potendo concorrere con le moderne società europee o americane sul mercato mondiale, cominciano a praticare un protezionismo interno e ad allontanare dal mercato di un determinato settore le imprese degli altri paesi membri dell’Unione doganale. Questo punto è molto importante per l’Ucraina, perché le sue imprese sono i concorrenti diretti della Russia, in particolare nel settore agroalimentare, chimico, automobilistico e metallurgico» (13). L’Ucraina corre insomma il rischio di venir risucchiata nell’arretratezza capitalistica della Russia, la cui struttura economica poggia ancora – e per certi aspetti oggi più che in passato – sull’esportazione delle materie prime e su un’industria pesante (siderurgica e chimica) molto obsoleta, mentre lo sviluppo di un dinamico e tecnologicamente avanzato settore industriale appare per l’essenziale ancora di là da venire.

Scrive Gian Paolo Caselli: «È l’eterno problema della modernizacja russa, indispensabile per sottrarre il paese alla dipendenza per il suo sviluppo dal gas e dal petrolio; attualmente il settore energetico nel suo complesso produce infatti il 20 per cento del reddito nazionale e il 50 per cento del bilancio statale. Dati i bassi investimenti nel settore manifatturiero, visto l’attuale andamento della produzione industriale, la sperata diversificazione non sta per niente avvenendo. È pur vero che l’integrazione fra le economie russa, bielorussa e kazaka in un mercato comune è ormai funzionante, ma essa sembra avere obiettivi più politici che di efficienza economica. In molti documenti governativi come Strategia 2000, in dichiarazioni di alti esponenti dell’amministrazione, viene sempre posto come obiettivo quello di trasformare l’economia russa in una economia basata sulla conoscenza e sulla ricerca scientifica […] Sarebbe necessario aumentare in modo significativo l’attività di investimento reale, ma il capitalismo russo non sembra in grado di operare questa trasformazione, preferendo esportare capitali all’estero, 76 miliardi di dollari nel 2011, 46 miliardi nel 2012 (14).

Parlare di «riforme strutturali» idonee a “modernizzare” il sistema capitalistico è, in Russia come ovunque nel mondo (vedi il Bel Paese), più facile a dirsi che a farsi, perché esse impattano su interessi economici e su equilibri di potere che ovviamente gli strati sociali interessati al mantenimento dello status quo difendono con tutti i mezzi necessari. Fino a quando l’economia basata sulle materie prime “tira”, avvantaggiandosi di prezzi ascendenti o comunque sufficientemente alti, l’attuale leadership moscovita non ha alcun interesse a modificare una strategia economico-politica che sta conseguendo indubbi successi sul piano interno e – soprattutto – internazionale. Questo naturalmente non significa che nei piani alti del Cremlino non si producano sempre di nuovo tensioni politico-ideologiche intorno alla strada da seguire per assecondare nel modo migliore gli interessi strategici del Paese, tenendo presente che in ultima analisi è la Potenza economica (e quindi tecno-scientifica) che sorregge le ambizioni di Potenza tout court di una grande nazione.

Russian_Empire_(orthographic_projection)_svgIntanto Putin guarda sempre più a Est, ai mercati del Pacifico, a cominciare da quello cinese, passando dall’immenso Eldorado chiamato Siberia: «Il terzo mandato da presidente di Vladimir Vladimirovic Putin sarà segnato da quello che lui stesso ha definito come “la priorità geopolitica più importante per la Russia”: lo sviluppo della Siberia orientale e dell’Estremo oriente russi […] La Siberia orientale e l’Estremo oriente da soli occupano circa i due terzi dell’intero territorio russo e conservano nel loro sottosuolo, insieme alla parte occidentale della Siberia, circa il 70% delle risorse minerarie del paese: l’85% di riserve di gas, il 60% di petrolio, il 75% di carbone, il 70% di alluminio eccetera» (15). Mosca sta investendo molte risorse finanziarie in questo progetto che proietta la Potenza russa nell’area più dinamica – e potenzialmente più bellicosa – del capitalismo mondiale. Si tratta di vedere se la struttura capitalistica del Paese sarà all’altezza delle ambizioni strategiche dell’Imperialismo russo.

Pare che i separatisti siberiani, che rappresentano una notevole parte della popolazione (26 milioni di anime, in rapida decrescita) che abita l’immensa e fredda regione, non sono particolarmente entusiasti della «priorità geopolitica» putiniana. Ma c’è da scommettere che il virile Vladimir Vladimirovic non si lascerà “commuovere” tanto facilmente dalle proteste dei sibiryak.

Naturalmente lo scrigno siberiano fa gola a tutti: «Data l’instabilità politica della regione mediorientale, tutti i paesi asiatici dell’estremo oriente desiderano ridurre la propria dipendenza dal greggio del Medio Oriente. L’alternativa più attraente è l’estremo oriente russo, le cui vaste risorse energetiche sono ancora poco sfruttate. Per sviluppare i giacimenti siberiani occorre spendere molti miliardi di dollari e programmare il trasporto del greggio verso i mercati di consumo: verso la Cina ed il suo cuore industriale, o verso un porto russo del Mar del Giappone? Da qui è nato uno scontro politico e finanziario» (16). D’Orlando non dimentica di ricordare una verità storica che certamente non si armonizza con la storia mainstream della Seconda guerra imperialistica scritta dai vincenti: «Sessant’anni fa il Giappone fu indotto a lanciare l’attacco di Pearl Harbor proprio dall’embargo sul petrolio e su altre materie prime decretato dal presidente Roosevelt pochi mesi prima».

Concludo con un’ultima notizia, tutta da verificare: «Nonostante le continue minacce di chiudere i mercati ad est, il Consiglio dei ministri dell’Ucraina ha preso la decisione di avvicinarsi all’Unione Europea e di firmare in novembre a Vilnius, in Lituania, il cambio di rotta definitivo: ha scelto così, davanti all’out out, di abbandonare la strada dell’Unione doganale proposta da Mosca per aprirsi completamente a occidente. Il consigliere di Putin, Sergej Glaziev, ha affermato che “i produttori ucraini perderanno i mercati russi, bielorussi e kazaki. Anche la cooperazione nel campo della meccanica dovrà passare test molto severi. Aggiungere dazi comporta la fine della cooperazione in molti rami dell’economia”, ma, nonostante l’industria specialmente siderurgica dell’Ucraina sia ancora molto collegata a quella russa, Kiev sembra intenzionata a percorrere fino in fondo la sua strada. In questa chiave lo scoglio Timoshenko appare come del tutto superabile ed anzi, una moneta di scambio da mettere sul tavolo delle trattative con i nuovi alleati» (17). Come si dice in questi casi, seguiremo gli sviluppi della scottante questione.

Vedi anche:

Intrigo ucraino.
Quando una statua di Lenin (o di Marx) cade.

(1) Karl Marx, Rivelazioni sulla storia diplomatica segreta del XVIII secolo, p. 150, L’erba voglio, 1978.
(2) EUobserver, 4 ottobre 2013.
(3) Stefano Grazioli, Ue o Russia? Per l’Ucraina è iniziato il conto alla rovescia, Limes, 3 ottobre 2013.
(4) Polonia: il gas di scisto scorre, da Presseurop, 28 agosto 2013.
(5) Jean Daniel, L’imperialismo russo, La Repubblica, 20 marzo 1994.
(6) «Curiosamente il termine nazionalsocialismo comparve per la prima volta nella storia – almeno per quanto ne so – in Russia, alla fine del ’22, nel fuoco dello scontro che vide Stalin, diventato da poco tempo segretario generale del partito, opporsi ai fautori di una integrazione morbida delle tre repubbliche sovietiche autonome del Caucaso (Armenia, Georgia e Azerbajdžan) nell’ambito della Federazione Sovietica centrata su Mosca. Lenin si schiera subito dalla parte dei “morbidi” contro l’atteggiamento “grande-russo” di Stalin, definito, soprattutto dai suoi compatrioti georgiani, “nazionalsocialista”. “Politicamente responsabile di tutta questa campagna, veramente nazionalista-grande-russa, bisogna considerare, naturalmente, Stalin e Dzerginski” (Lenin, Appunti del 31 dicembre 1922, Opere, XXXVI, p. 444, Editori Riuniti, 1969)». Così scrivevo in una nota di Lo scoglio e il mare. Riflessioni sulla sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre (1917-1924). Il PDF è scaricabile da questo blog. Qui aggiungo quest’altra frecciata leniniana al noto georgiano «socialnazionalista»: «Il georgiano che considera con disprezzo questo aspetto della questione [ossia la necessità di una “grande prudenza, di un grande tatto e una grande capacità di compromesso”], quel georgiano in sostanza viola gli interessi della solidarietà proletaria di classe» (ivi, p. 442).
(7) Andrej Zubov, Mosca contro Berlino: il duello prossimo venturo, Limes, n. 1-94.
(8) Charles Urjewicz,  Il gigante senza volto, Limes, n. 1-94.
(9) Piero Sinatti, La riconquista geoeconomica dell’impero russo, Limes, n. 1-94. «A sua volta, la Russia importa macchinari e attrezzature (meccaniche ed elettroniche) e mezzi di trasporto, con una quota superiore al 40% del totale […] La crisi ha toccato due aspetti di particolare vulnerabilità del Paese, la dipendenza economica e finanziaria dal ciclo delle materie prime e il livello di indebitamento estero del settore privato. Con la riduzione delle entrate petrolifere, i saldi di bilancio pubblico e di conto corrente russi si sono deteriorati» (Gianluca Salsecci, Russia, un’economia ad alto potenziale di crescita di fronte alle sfide della crisi globale, Intesa Sanpaolo, 2009).
(10) Articolo redazionale, La Russia gioisce: siamo di nuovo una superpotenza, Il Giornale, 23 dicembre 2006.
(11) George Friedman, Una piccola Guerra Fredda: Russia, Europa e Stati Uniti, Conflitti e strategie, 9 settembre 2013.
(12) Leonardo Tirabassi, Il neo imperialismo russo porta il nome di Alexander Dugin, L’Occidentale, 4 ottobre 2008.
(13) L. Kasčiūnas, Perché l’Ucraina sceglie l’Europa, Veidas, 7 ottobre 2013.
(14) Gian Paolo Caselli, Madre Russia, la “nuova”Germania:ora è la più grande economia d’Europa, Il Fatto Quotidiano, 11 settembre 2013.
(15) Mauro De Bonis, Le Russie di Putin, Limes, 7 maggio 2012.
(16) Maurizio D’Orlando, Tokyo contro Pechino per l’oleodotto siberiano, Asia News. it,  12 gennaio 2004.
(17) Notizie geopolitiche, 13 ottobre 2013.