MIRACOLO A FRANCOFORTE! O NO?

draghi-mixer_excLa breve nota che segue è stata scritta nel tardo pomeriggio di ieri. Sui quotidiani italiani di oggi si avverte ancora il clima da «ultima spiaggia», da «ultimo colpo», da «ultima chance» che ha caratterizzato il dibattito politico-economico delle settimane che hanno preceduto l’Evento QE.  Ma la contagiosa euforia dei giorni scorsi incomincia a fare i conti con una lettura più obiettiva della manovra presentata da Super-Mario. Ieri Xavier Sala i Martin, docente alla Columbia University, provava a gettare un po’ di acqua sul fuoco:  «Qualunque sarà la formula, l’effetto del quantitative easing sarà pressoché nullo. I tassi di interesse sono già bassi e l’effetto psicologico è stato già assorbito. In più in Europa la liquidità è già fin troppo abbondante. Le banche sono piene di soldi che non sono in grado di impiegare perché non ci sono in giro progetti di qualità da finanziare. Il problema dell’Europa non è quindi la liquidità, la sua è una crisi da mancati investimenti. Da anni ormai non ci sono investimenti, né privati né pubblici» (La Repubblica). Il Wall Street Journal, sempre ieri, criticava una politica pro-crescita economica affidata alla svalutazione competitiva dell’euro; Draghi fa bene a ripetere che dalla crisi l’Europa esce solo se implementa le riforme strutturali, ma il suo ambizioso programma di Quantitative Easing  potrebbe sortire proprio l’effetto di allontanare nel tempo quelle  riforme. E, come dimostra il Giappone, senza «riforme strutturali» (nel mercato del lavoro, nella fiscalità orientata alle imprese, nel Welfare, ecc.) il QE ha un respiro corto, a volte cortissimo. Si droga il malato senza guarirlo, anzi rinviandone la guarigione e quindi debilitandolo ulteriormente. Mentre il WSJ polemizzava con il Presidente della BCE, le borse europee festeggiavano e le banche del Vecchio Continente, soprattutto quelle del Mezzogiorno, si leccavano i baffi. Ma la volatilità è dietro l’angolo, sempre in agguato.

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 Cosa si può dire a caldo delle misure monetarie decise dalla BCE e rese note oggi da Mario Draghi dopo un’attesa spasmodica che a tratti ha assunto i contorni dell’attesa messianica? Qui mi limito a due sole considerazioni d’ordine politico.

Presa nel suo insieme, a me pare che la manovra annunciata confermi largamente le previsioni, tanto dal lato quantitativo (ad esempio, 60 miliardi di euro “sparati” al mese anziché 50, una correzione che sposta poco il baricentro della manovra ma che consente a Draghi di accreditarsi come anti-falco) quanto, soprattutto, da quello qualitativo, ossia per ciò che riguarda il contesto politico di riferimento e le implicazioni politiche e sociali della manovra.

Tutti i caveat annunciati dal Presidente della Banca Centrale Europea sembrano andare nella direzione voluta – o “auspicata” – dalla Germania (ad esempio, le banche centrali dei paesi interessati garantiranno per una quota pari all’80% del totale degli acquisti di titoli statali e privati, dunque solo il 20% sarà il rischio condiviso tra Banche nazionali e Bce), la quale si guarderà bene dal menar vanto del successo ottenuto (anche per non imbarazzare Draghi e rendergli difficile la vita), mentre cercherà di accreditare la tesi dell’onorevole compromesso tra diversi interessi. Non si può nemmeno escludere che Berlino faccia circolare ad arte presunti sentimenti di frustrazione covati dalla leadership tedesca, soprattutto dai suoi “falchi”, allo scopo di non dover concedere di più in futuro: «Abbiamo già dato! Adesso tocca agli altri fare i compiti a casa».  Draghi si è detto «stupito del fatto che la questione della condivisione dei rischi sia diventata la cosa più importante» nel dibattito sulla stampa alla vigilia della decisione della BCE: «Chiediamoci se sia una scelta così fondamentale per l’efficacia del piano. Noi riteniamo di no». Con ciò il Presidente della BCE, con un’intelligenza politica che tutti, amici e nemici, gli riconoscono, ha cercato di stornare l’attenzione della pubblica opinione dai nodi politici che si aggrovigliano sempre più strettamente intorno all’Unione Europea e all’area dell’euro, per dirottarla sugli aspetti tecnico-economici della manovra deliberata.

Draghi ha pure detto, e a mio avviso è qui che occorre cercare il vero significato politico del Programma QE, che adesso i singoli Paesi europei non hanno più alibi da accampare per dilazione sempre di nuovo le necessarie «riforme strutturali»: il tempo di agire è adesso. Grecia, Italia, Francia ecc. sono avvisati. I sovranisti d’ogni razza e coloro hanno di che lamentarsi.

Scrivevo lo scorso luglio commentando un intervento di Draghi: «Per il Presidente della BCE non si può lasciare al potere discrezionale dei singoli Stati la scottante questione dei “compiti a casa”: insomma, c’è bisogno di una “governance sulle riforme strutturali”, perché “le riforme strutturali svolgono un ruolo cruciale nell’eurozona e i loro risultati non sono solo nell’interesse di un Paese, ma in quello dell’Unione nel suo complesso”. E ancora (e più significativamente): “Le riforme hanno bisogno di una forte titolarità nazionale e di accordi sociali profondi, ma devono prevedere pure un organismo sovranazionale che renda più facile inquadrare i dibattiti nazionali. La persistenza delle differenze crea il rischio di squilibri permanenti, così da giustificare il fatto che le riforme siano disciplinate a livello comunitario”. Musica per le teutoniche orecchie. Quando Draghi parla di “accordi sociali profondi”, intende dire che le famigerate quanto necessarie (per il Capitale) politiche lacrime e sangue vanno portate in porto con coerenza, senza concedere troppo all’arte del compromesso» (Draghi e Visco uniti nella lotta).

Non c’è dubbio che la manovra annunciata rafforza il progetto “riformista” prospettato da Draghi, la cui autorità presso i leader riluttanti del Mezzogiorno (o «area periferica dell’Unione») appare notevolmente accresciuta. Inutile dire che il Premier italiano cinguetterà un miserrimo «Abbiamo vinto noi, contro i gufi!». Di sicuro chi scrive non ha vinto, né lo rallegra il fatto che, come sostiene l’esperto di Deutsche AWM, grazie al Quantitative Easing di Draghi l’euro continuerà a deprezzarsi nei confronti del Dollaro, «un trend che sosterrà i profitti delle imprese nella zona Euro e quindi anche i mercati azionari». A Davos Angela Merkel ha lodato lo «sforzo riformista» del governo italiano: «Bravi! Andate avanti». Per le cicale meridionali gli esami di tedesco non finiscono mai! Il fegato del sovranista italiano è messo duramente alla prova, ma chi scrive non riesce a provare alcuna simpatia per le sue frustrazioni. Come sa chi legge i miei modesti post, io “lavoro” per l’uscita dell’umanità dal Capitalismo, non per l’uscita dell’Italia dall’euro o dall’Unione Europea. Insomma, sono per i “vasti programmi”, come quelli prospettati dall’europeista Draghi. Diciamo.

Per Marco Cobianchi (Panorama) «Adesso siamo al “o la va o la spacca”, perché è chiaro che questo è l’ultimo treno che l’Europa fa passare sotto il naso dell’Italia. Se riusciamo a salirci sopra per provare ad uscire dalla recessione, sarà un bene per tutti, ma se anche l’operazione annunciata oggi da Draghi dovesse risultare inefficace, è chiaro che il nostro Paese si avvia a un declino che, a qual punto, sarebbe davvero difficilmente arrestabile». Rimane da capire quanto costerà ai nullatenenti il prezzo del biglietto di quest’«ultimo treno».