È SCOPPIATA UNA NUOVA GUERRA FREDDA?

Povero Vladimir!

Povero Vladimir!

Ieri Le figaro scriveva che la politica dei fatti compiuti inaugurata da Putin in Crimea ha messo in moto un ingranaggio che ci porterà in una nuova Guerra Fredda. Nel suo articolo pubblicato dal The New York Times e ripreso domenica scorsa da Repubblica, Thomas L. Friedman, forse il maggior teorico della globalizzazione capitalistica ai tempi della dorata era clintoniana, sostiene invece che la crisi ucraina non sta affatto precipitando il mondo in una nuova Guerra Fredda. «Io non penso che la Guerra Fredda sia tornata: la situazione geopolitica corrente è molto più complessa di allora. E non penso nemmeno che la cautela del presidente Obama sia del tutto fuori luogo». Tendo a concordare con questa tesi, sebbene sulla scorta di un ragionamento alquanto diverso da quello che regge la riflessione geopolitica di Friedman, a partire dalla stessa definizione di Guerra Fredda. Cosa fu la cosiddetta Guerra Fredda?

Vediamo come risponde il noto opinion leader di Minneapolis: «La Guerra Fredda fu un evento unico, in cui si fronteggiavano due ideologie globali, due superpotenze globali, e ognuna delle due aveva dietro armi nucleari che potevano colpire in tutto il mondo e un’ampia rete di alleati. Il mondo era diviso in una scacchiera rossa e nera e l’identità di chi governava le singole caselle poteva avere ripercussioni sulla sicurezza, il benessere e il potere di ognuno dei due schieramenti. Era anche un gioco a somma zero, in cui ogni guadagno per l’Unione Sovietica e i suoi alleati era una perdita per l’Occidente e la Nato, e viceversa». Come si vede, nel definire il concetto di Guerra Fredda Friedman mette avanti lo scontro ideologico fra due sistemi sociali alternativi, cosa che indusse Fukuyama, per la verità un po’ troppo in anticipo sui tempi, a dichiarare la fine della storia allorché uno dei due poli maggiori della contesa interimperialistica (quello cosiddetto Sovietico) crollò miseramente, e con una rapidità che allora sorprese solo chi ignorava la disastrata condizione dell’economia russa.

Ovviamente non nego l’importanza di quello scontro, ma nella misura in cui rifletto sui processi sociali mondiali da una prospettiva critico-radicale, e non da una prospettiva geopolitica, ciò che mi sta a cuore è fare luce sulla natura di quello scontro, ossia demistificarne il senso e la reale portata. Per riprendere la metafora dei colori proposta da Friedman, la scacchiera mondiale ai tempi della Guerra Fredda offriva allo sguardo di chi non si era lasciato intruppare in uno dei due fronti imperialistici un solo colore: quello nero, nero-imperialismo, per così dire. E non, si badi bene, un imperialismo con caratteristiche comuniste contrapposto a un imperialismo con caratteristiche democratiche, come lascia supporre lo stesso Friedman, ma due imperialismi basati sullo stesso fondamento sociale: quello capitalistico, sebbene esso si manifestasse in due diversi modelli (quello sovietico-statalista  e quello americano-liberale) che esprimevano il diverso retaggio storico delle due Super Potenze.

obama-putin-266123D’altra parte non si può chiedere la comprensione di queste “sottigliezze dottrinarie” a uno che nel 1999 scriveva la perla storico-sociologica che segue: «Rivoluzionari come Marx, Engels, Lenin e Mussolini si fecero avanti e dichiararono che era possibile eliminare le spinte destabilizzanti e brutali del libero mercato, costruendo un mondo emancipato dal capitalismo borghese senza regole […] Le alternative centraliste e non democratiche che offrivano – comunismo, socialismo, fascismo – contribuirono a bloccare il processo di globalizzazione dal 1917, quando cominciarono a essere applicate nel mondo reale, al 1989» (Le radici del Futuro, Mondadori, 2000). Ma come si fa a scrivere queste… insensatezze! Marx, Engels, Lenin e Mussolini gettati nello stesso sacco (cosa che all’anima del Duce forse non dispiace affatto), il comunismo concepito alla stregua di un capitalismo pianificato, centralizzato, non democratico, a conduzione statale.  Fino a che punto si può sfidare l’intelligenza delle persone? Vero è che anche molti “comunisti” hanno coltivato – e continuano a coltivare – lo stesso miserabile concetto di “comunismo”, e non a caso oggi il sovranismo statalista di “destra” è del tutto sovrapponibile a quello di “sinistra”, legittimando peraltro l’epiteto di fasciostalinismo.

Né, ritornando alla tesi iniziale, si può dire che la Guerra Fredda fu «un gioco a somma zero», e difatti lo stesso Friedman ammette che a quel gioco «abbiamo vinto noi», cioè gli Stati Uniti e il fronte capitalistico-democratico che a essi faceva riferimento.  Questo schieramento dà corpo alla categoria di quei Paesi che «puntano a costruire rispetto e influenza attraverso la prosperità della loro popolazione». Friedman, che riprende le tesi geopolitiche di Michael Mandelbaum, include in questa virtuosa categoria anche i Paesi del Mercosur in Sudamerica e dell’Asean in Asia. «Queste nazioni sono consapevoli che la tendenza più importante del mondo odierno non è quella che porta verso una nuova Guerra Fredda, ma quella che porta verso una fusione tra globalizzazione e rivoluzione informatica». Si contrappone a questa sorta di Asse della Prosperità, l’Asse della Potenza: «Paesi come la Russia, l’Iran e la Corea del Nord, guidati da leader che puntano innanzitutto a costruire autorità, rispetto e influenza attraverso uno Stato potente. E avendo i primi due il petrolio e il terzo armi atomiche da barattare con rifornimenti alimentari, i loro leader possono sfidare il sistema globale e sopravvivere, se non addirittura prosperare, giocando al vecchio e tradizionale gioco della politica della forza per controllare la loro regione».

È interessante notare come questa dualistica contrapposizione tra Prosperità e Potenza ricalchi lo schema proposto da Robert Kagan nel suo Paradiso e potere (Mondadori, 2003) a proposito del rapporto Europa-USA: «L’Europa sta voltando le spalle al potere […] Sta entrando in un paradiso poststorico di pace e relativo benessere: la realizzazione della “pace perpetua” di Kant. Gli Stati Uniti invece restano impigliati nella storia a esercitare il potere in un mondo anarchico, hobbesiano, nel quale la vera sicurezza, la difesa e l’affermazione dell’ordine liberale dipendono ancora dal possesso e dall’uso della forza». Colombe contro falchi, Kant versus Hobbes, Venere contro Marte. Naturalmente niente di tutto questo, a uno sguardo meno superficiale.

In realtà declinare la potenza e la forza di un Paese a partire dalla sua dimensione politico-militare è sbagliato, soprattutto nel contesto della società-mondo del XXI secolo, nell’epoca della sussunzione totalitaria di tutto e tutti al Moloch capitalistico. Il confronto tra grandi potenze mondiali è sempre un confronto tra sistemi capitalistici, e difatti gli Stati Uniti vinsero la Prima guerra mondiale, la Seconda e la Guerra Fredda semplicemente perché il Capitalismo americano mostrò di essere di gran lunga quello più forte rispetto ai suoi competitor, e  a tutti i livelli: da quello della produzione materiale a quello finanziario, da quello tecnologico a quello scientifico, da quello organizzativo a quello ideologico.  Di qui, lo sforzo americano teso a scongiurare la formazione di un potente polo capitalistico di dimensione continentale, a cominciare naturalmente dal Vecchio Continente (l’Europa a trazione tedesca, ieri come oggi), ma senza trascurare il “pericolo giallo”: ieri il Giappone, oggi la Cina. Come ho scritto altre volte, l’Unione Sovietica perse la Guerra Fredda innanzitutto su un terreno schiettamente capitalistico, e bastava mettere a confronto la struttura industriale americana con quella sovietica per capire che alla lunga il successo avrebbe certamente arriso agli americani: altro che gioco a somma zero!

La verità è che oggi Friedman esprime quella tendenza isolazionista che ogni tanto, soprattutto in tempi di crisi economica (o dopo dolorose esperienze: vedi Vietnam, Afghanistan, Iraq), fa capolino negli Stati Uniti, e che si scontra con la tendenza “internazionalista” o interventista.  Dalla fine del XIX secolo l’elaborazione della politica estera americana deve fare soprattutto i conti con le due direttrici oceaniche: guardare verso l’Atlantico e verso il Pacifico, al contempo. L’alternanza di politiche “isolazioniste” e politiche “internazionaliste” ha molto a che fare con questa tensione geopolitica, ossia col prevalere, mai però in termini assoluti, degli interessi atlantici (relazione America-Europa) piuttosto che di quelli legati alle relazioni economiche con l’area del Pacifico.

Obama3333-960x640Scrive Friedman nella sua qualità di avvocato difensore del Presedente Obama, accusato «ingiustamente» dai “falchi” a stelle e strisce di essere fin troppo timido «nel difendere i nostri interessi o i nostri amici»: «C’era [ai tempi della Guerra Fredda] la politica del “contenimento”, che ci diceva cosa dovevamo fare e che dovevamo farlo quasi a qualsiasi prezzo. Oggi chi contesta Obama dice che dovrebbe fare “qualcosa” sulla Siria. Lo capisco. Il caos che regna laggiù potrebbe finire per far sentire i suoi effetti nefasti anche da noi. Se esiste una politica in grado di risolvere la situazione siriana, o anche semplicemente di fermare le uccisioni in modo stabile e duraturo, a un costo sopportabile e che non vada a discapito di tutte le cose che dobbiamo fare qui in patria per garantire il nostro futuro, contate pure sul mio sostegno». Gli interessi degli Stati Uniti innanzitutto. Come sempre, del resto, ma nel modo adeguato al sempre più veloce, «liquido» e competitivo mondo post Guerra Fredda: «La guerra fredda ruotava intorno all’equazione massa-energia di Einstein: e = mc². La globalizzazione, invece, tende a gravitare intorno alla legge di Moore, la quale stabilisce che la capacità di elaborazione di un microchip raddoppia in un periodo compreso fra i diciotto e i ventiquattro mesi, mentre il costo si dimezza» (T. L. Friedman, Le radici del futuro). Personalmente tendo a dar credito alla legge di Marx, la quale spiega i processi sociali fondamentali che rigano il tutt’altro che liscio mondo di oggi a partire dalla ricerca del massimo profitto: nella sfera economica come in quella geopolitica. Anche la sfera delle cosiddette relazioni umane non mi sembra poi così estranea da questa maligna ricerca.

Michael Cohen della Century Foundation esprime bene l’attuale orientamento strategico degli Stati Uniti: «Quel che c’è di sbagliato [nelle analisi dei falchi antiobamiani] è il focus delle critiche. Il cuore del problema non è tanto come Obama deve rispondere ai russi ma perché […] La vera domanda è cosa sono disposti a fare gli altri. Non solo in Ucraina, ma anche in Siria, Medio Oriente e Iran. John F. Kennedy diceva: non domandatevi quello che l’America può fare per voi, piuttosto chiedetevi quello che voi potete fare per l’America. Adesso è il momento di chiarire cosa l’Europa è in grado di fare per se stessa. Troppe nazioni sono state al riparo dell’ombrello di sicurezza statunitense, in Europa e non solo» (Limes, 12 marzo 2014). È facile affettare pose da colomba kantiana al riparo del costoso apparato di sicurezza americano! Troppo comodo indossare i panni di Venere quando si può contare sui missili atomici intercontinentali dell’antipatico dio della guerra!

merkel-deutschlandtag-jungen-unionDa Le figaro a Libération, dal Times al Financial Times è tutto un grido di dolore: l’atto di forza putiniano fa strame del diritto internazionale! Come ho critto altrove, chi contrappone la forza al diritto mostra di possedere o una grande ignoranza dei fatti storici e del mondo in cui abbiamo la ventura di vivere, oppure una notevole dose di cinica ipocrisia. Nella politica in generale e nella politica estera in particolare il Diritto equivale a Forza, di più: il Diritto è Forza (materiale, politica, culturale, ideologica, psicologica, in una sola parola: sistemica)*. «Gli economisti borghesi vedono soltanto che con la polizia moderna si può produrre meglio che, ad es., con il diritto del più forte. Essi dimenticano soltanto che anche il diritto del più forte è un diritto, e che il diritto del più forte continua a vivere sotto altra forma nel loro “Stato di diritto”» (K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, I, La Nuova Italia, 1978).

Il diritto della Russia di annettere la Crimea con tutti i mezzi necessari è inscritto non solo nel retaggio storico dell’impero russo, dagli zar “neri” a quelli “rossi” e infine tricolori, ma in primo luogo nei suoi interessi nazionali. Il diritto di europei e americani di contrastare questa annessione è radicata sulla stessa base, risponde cioè alla stessa logica, la logica di Potenza. Ed è precisamente questa logica che bisogna demistificare, per far emergere la natura capitalistica della competizione interimperialistica nascosta dietro le solite menzogne ideologiche intorno al «diritto di autodeterminazione dei popoli», alla «libertà dei popoli», alla «pace», alla «democrazia», allo «Stato di diritto» e via discorrendo.

Tutti gli osservatori di politica internazionale oggi denunciano l’impotenza dell’Europa dinanzi alle velleità egemoniche della Russia: «L’Europa ha abdicato alla sua funzione di potenza benevola, e così ha tradito le generose aspettative degli ucraini. A Piazza Maidan si è versato sangue inutilmente». Insomma, si fa finta di non sapere che non esiste alcuna Europa, se non come mera espressione geografica, almeno dal punto di vista geopolitico. Esistono invece gli interessi della Germania, della Francia, dell’Inghilterra, della Polonia, dell’Italia e così via; interessi nazionali che non sempre entrano in reciproca sintonia sulle questioni di fondamentale importanza riguardanti l’assetto geopolitico e geoeconomico del Vecchio Continente e del pianeta.

Sul Financial Times Peter Spiegel invita i leader europei a superare la sindrome che ha condotto il Giappone all’attuale impasse sistemico: agire e considerarsi come un gigante economico e un nano politico. L’Europa deve ritornare a «pensare in modo strategico», e come sempre la chiave del problema si chiama Germania. Non c’è dubbio. La maledetta Questione Tedesca è più viva che mai.

* Da Il mondo è rotondo:

Come il grande Capitale domina e il più delle volte sfrutta, soprattutto attraverso strumenti tecnologici, quello medio e piccolo, analogamente le grandi potenze esercitano di fatto, e spesse volte anche di diritto (soprattutto alla fine di una guerra), il loro dominio sulle potenze medie e piccole come su ogni altra configurazione politico-istituzionale nazionale e transnazionale. È il diritto del più forte, certamente; quello che ha segnato la storia del Dominio sociale negli ultimi tremila anni. Come sanno bene i teorici del realismo geopolitico è la forza organizzata delle nazioni, che ha nello Stato la sua più puntuta espressione, che gioca un ruolo fondamentale nei rapporti tra gli Stati, che sono appunto rapporti di forza, di potenza, mentre la fumisteria della propaganda ideologica vi svolge una funzione assai modesta, esercitata soprattutto ai danni delle cosiddette opinioni pubbliche internazionali.

D’altra parte, il dominio delle grandi potenze ha sempre avuto un carattere relativo e tendenzialmente transitorio. Per un verso le nazioni assoggettate alla Potenza dominante, o soltanto egemone, fanno di tutto per tutelare nei limiti del possibile i loro peculiari interessi, e per ricavare dal particolare sistema di alleanze nel quale sono inserite il maggiore vantaggio possibile, il che spesse volte costringe la nazione collocata al centro di quel sistema a pagare un prezzo molto salato sull’altare della propria leadership. La storia dell’Alleanza imperialistica dominata dagli Stati Uniti è molto istruttiva a tal proposito. Questo per un verso. Per altro verso, l’ascesa e il declino, assoluto o solo relativo, delle grandi Potenze testimoniano del carattere dinamico dei rapporti di forza che vengono a stabilirsi tra le nazioni.

MALEDETTI TEDESCHI! La Germania accerchiata dagli “amici”

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Essendo la guerra lo stato normale dell’Europa era d’uopo che la Francia si garantisse, diminuendo il territorio e la potenza economica della Germania. Perciò la sola pace possibile era una pace cartaginese (L. Einaudi, Corriere della Sera, 15 febbraio 1920).

Prima l’ennesimo taglio dei tassi di cambio deciso da Mario Draghi, il nuovo idolo dei «Paesi periferici» (Francia declassata inclusa), poi la procedura di infrazione per il surplus delle partite correnti. Con una terminologia bellica tutt’atro che fuori luogo potremmo dire che i Paesi “amici” della Germania stanno tentando una manovra di accerchiamento ai suoi danni, per costringerla in una posizione dalla quale essa potrebbe venire fuori solo indebolendosi sul piano sistemico. Una manovra che a tutta prima appare  abbastanza azzardata e tutto sommato poco realistica.

L’ultima trovata degli “amici” di Berlino si chiama lotta al nazionalismo economico della Germania. Bruxelles, sulla scia di Washington, accusa il governo tedesco di non fare abbastanza per aiutare i partner dell’eurozona a uscire dalla crisi economica, innescando un circolo vizioso di portata globale. Si imputa al Capitalismo tedesco un eccesso di potenza economica, e si finge di prendere di mira il modello economico della Germania, basato sulle esportazioni e sui bassi salari, dalla prospettiva della costruzione di «una vera Federazione Europea». La Germania, sostengono i Paesi “amici”, non collabora alla riduzione degli squilibri economici (industriali e finanziari) regionali che indeboliscono l’edificio europeo, ma piuttosto fanno di tutto per accentuarli. «Dov’è finito lo spirito europeista della Germania?» La tanto osannata «economia sociale di mercato» tedesca sembra essere diventata di colpo una mostruosa macchina che semina disoccupazione, precarietà e miseria. «Più che all’Europa, la Germania di oggi sembra appartenere al mondo asiatico». L’ipocrisia degli “europeisti” in questi giorni sta toccando livelli prossimi al parossismo.

Il premier italiano ha colto l’occasione della «sculacciata alla culona» per esternare le solite banalità intorno alle responsabilità politiche che deriverebbero alla Germania dal suo ruolo di locomotiva europea. «Occorre un bilanciamento tra onori ed oneri». Pare che appresa la folgorante battuta lettiana la Merkel si sia prodotta in una teutonica risata che ha surclassato le sue risatine ai tempi di Berlusconi premier. Lo scialbo Hollande non sa che dire, talmente palese è la crisi sistemica nella quale versa la Francia, che trova una puntuale espressione anche nella personale débâcle politica del premier socialista. Solo un raid militare in Africa o in Medio Oriente potrebbe arrestare la sua inesorabile caduta di popolarità nei sondaggi.  Sempre che nel caso tutto fili liscio, beninteso.

imagesPersino un portoghese, che secondo la retorica antitedesca di questi giorni dovrebbe avere il dente particolarmente avvelenato con i tedeschi, è in grado di capire la magagna “europeista”: «Con il rischio di essere accusato di scarso patriottismo, non penso che la soluzione migliore passi attraverso un aumento delle spese in Germania. In primo luogo chi dovrebbe spendere di più: le imprese o lo stato? È difficile, se non impossibile, imporre alle imprese tedesche aumenti salariali che metterebbero in crisi la loro competitività» (A. Costa, Non prendiamocela con le esportazioni tedesche, Diário Ecónomico, 13 novembre 2013). Si pretende dai competitori che non piacciono perché troppo forti che essi gareggino con l’uso di un solo piede e di un solo braccio: troppo comodo, non vi pare?  Comunque sia, difficilmente la Germania accetterà di obbedire ai diktat di Washington e di Bruxelles. «Alcuni economisti sostengono che la riduzione dello squilibrio dovrebbe partire proprio dalla Germania che, a questo punto della storia, dovrebbe aumentare le importazioni verso i paesi dell’area valutaria in difficoltà oppure aumentare i propri salari […] Ma pare che la Germania non stia intraprendendo questa strada. Un recente sondaggio del Wall Street Journal, condotto su 19 blue-chip tedesche industriali attesta che queste stanno spingendo su un trend partito già da tempo: puntare su un mercato di sbocco alternativo a quello europeo, che finora è valso circa la metà del surplus commerciale» (Il Sole 24 Ore, 13 novembre 2013).

Secondo quanto riporta oggi il quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung, anche il governo di grande coalizione tedesco in gestazione non prevede per il futuro dell’eurozona alcuna condivisione del debito. In particolare, il rifiuto degli eurobond e dei fondi di riscatto è dato per sicuro. Piegare il «nazionalismo economico tedesco» non sarà un’impresa facile.

Scrive Thilo Sarrazin, un progressista tedesco che non ama l’euro: «Si sente e si legge spesso la seguente opinione: poiché i paesi del Sud dell’eurozona, così propensi a importare, garantiscono attraverso la loro domanda moltissimi posti di lavoro in Germania, hanno quasi un diritto morale a ottenere dalla Germania anche i mezzi con cui pagare le esportazioni tedesche […] Malgrado la moneta comune, l’interscambio della Germania con l’eurozona si riduce. Paradossalmente una delle cause è proprio la valuta unica, che pure avrebbe dovuto favorire l’interscambio […] Evidentemente l’industria tedesca porta via dai Paesi del Sud Europa una parte delle attività che vi aveva esternalizzato, dato che quei Paesi sono diventati troppo cari, e aumenta la quota di esternalizzazione verso altre aree, per esempio la Cina» (T. Sarrazin, L’Europa non ha bisogno dell’euro, p. 41, Castelvecchio, 2012). D’altra parte, «L’unione monetaria europea richiede, per funzionare come si deve, che le economie reali e le società di tutti gli Stati membri si comportino, più o meno, secondo gli standard tedeschi. Si tratta di un’impresa mostruosamente ambiziosa e difficile, che molti Paesi toccati dalla crisi vedono, non del tutto a torto, come una forma di arroganza teutonica» (ivi, p. 195). Dal canto suo, la Germania concepisce se stessa come un «facile ostaggio di tutti coloro che, nell’ambito dell’eurozona, dovessero avere bisogno di aiuti economici per qualsiasi motivo». Di qui, per Sarrazin, l’urgenza di ripristinare un sano realismo nella politica estera dei più importanti Paesi del Vecchio Continente, cosa che dovrebbe consigliare ai leader di questi Paesi l’abbandono della moneta unica, almeno in questa fase. «La storia recente, non soltanto tedesca, ci insegna che l’idea che nel lungo periodo sia possibile sostenere un’unione economica e monetaria senza un’unione politica è un’assurdità» (ivi, pp. 6-7). E siccome oggi un’unione politica europea non può non assumere i connotati di una germanizzazione dell’Europa, e non certo di un’europeizzazione della Germania, sarebbe opportuno rimandare sine die la concretizzazione del «sogno europeista». Questo sempre secondo il realista Sarrazin.

illChecché ne pensino gli “idealisti” dell’Europa Federale, la Potenza, declinata in ogni modo possibile, gioca come e più di prima un ruolo centrale nei processi storici. Quando Umberto Eco sostiene che l’identità dell’Europa è il dialogo e la cultura, «niente che si possa cancellare malgrado una guerra» (L’Espresso), egli mostra tutti i limiti del pensiero progressista, il quale non riesce a fare i conti con la cattiva realtà di una società lacerata da conflitti d’ogni genere. La riscoperta della dimensione del conflitto sistemico tra le nazioni anche nel cuore del Vecchio Continente ha spiazzato non pochi intellettuali progressisti, i quali faticano sempre più ad arrampicarsi sugli specchi del politicamente – e culturalmente – corretto.

Paul Krugman si è fatto portavoce degli interessi del fronte unico antitedesco: «I tedeschi sono sdegnati: sdegnati con il dipartimento del Tesoro Usa, che con il suo rapporto semestrale sulle politiche internazionali per l’economia e i tassi di cambio dice cose negative sugli effetti che le politiche macroeconomiche della Germania producono sull’economia mondiale. Esponenti del Governo di Berlino hanno dichiarato che le conclusioni del rapporto sono “incomprensibili”: una definizione un po’ strana, considerando che si tratta di considerazioni assolutamente ovvie. Normalmente ci si aspetterebbe che l’aggiustamento sia più o meno simmetrico, con i Paesi in surplus che riducono l’attivo e i Paesi in deficit che riducono il passivo. Ma la Germania non ha corretto la rotta e il miglioramento delle partite correnti nei Paesi della periferia dell’euro è avvenuto a scapito del resto del mondo. Pessima cosa. Siamo in una situazione mondiale di domanda inadeguata, con il paradosso della parsimonia (le persone risparmiano danneggiando l’economia) che la fa da padrone. Tenendo in piedi un’eccedenza nel saldo con l’estero sproporzionata, la Germania sta penalizzando crescita e occupazione a livello mondiale. Forse i tedeschi lo troveranno incomprensibile, ma è l’Abc della macroeconomia» (P. Krugman, Berlino danneggia l’economia globale, Il Sole 24 Ore, 10 novembre 2013). Diciamo piuttosto che è l’Abc dell’economia politica keynesiana, la quale, com’è noto, è ossessionata dai meccanismi che regolano la domanda, senza peraltro comprendere l’essenza dell’economia capitalistica, la quale non è un’economia orientata verso il consumo, tanto meno quello “di massa”, ma verso il massimo profitto possibile.  Il sottoconsumismo d’ogni genere deve necessariamente rimanere impigliato nella fitta rete degli effetti, che i sottoconsumisti assumono puntualmente come cause.

Il saggio del profitto come reale regolatore dell’economia capitalistica è un concetto che ai keynesiani deve rimanere necessariamente estraneo, dal momento che la loro attenzione è tutta concentrata sui fenomeni che rigano la sfera della circolazione, da essi concepita come il fondamento dell’economia di mercato.  Di qui il loro disprezzo per le persone che «risparmiando danneggiano l’economia» perché sottrarrebbero al motore dell’«economia reale» il necessario carburante. L’intimo nesso che lega l’investimento di capitali al livello del saggio del profitto rimane escluso dall’orizzonte dei keynesiani; essi non hanno ancora compreso come la stessa quota di domanda generata dalla spesa pubblica dipenda, in ultima analisi, dal livello di redditività del capitale e dalla massa di capitale accumulato sulla scorta di questa redditività. Se la valorizzazione primaria del capitale (ossia la produzione del plusvalore nella sfera industriale) langue, è asfittica o è comunque tale da scoraggiare l’ampliamento della base produttiva ovvero la formazione di nuove iniziative imprenditoriali, la massa di liquidità monetaria messa a disposizione dal sistema creditizio non solo non genera nuovi investimenti produttivi, ma crea piuttosto i presupposti per nuove avventure speculative*.

In un post del 2012 (Scenari prossimi venturi) azzardavo l’«ipotesi politicamente scorretta» che segue: «Si parla tanto della sempre più possibile, e addirittura imminente, uscita della Grecia dall’eurozona, o addirittura dall’Unione europea. E se invece fosse la Germania a dare il ben servito ai suoi partner? “Signori, togliamo il disturbo! Non vogliamo più essere i capri espiatori per governi inetti e corrotti, che non vogliono dire la verità ai loro cittadini. E la verità è che i sacrifici servono a quei paesi per recuperare la competitività perduta da molto tempo. Noi non vogliamo tirarci addosso l’odio dell’opinione pubblica europea, e passare per i soliti nazisti. I tedeschi non vogliono costringere la cicala a trasformarsi in formica. Nessuno obbliga nessuno. Dunque, ogni Paese si regoli democraticamente come ritiene più conveniente e amici come prima. Anzi, meglio!”. Pensate che Angela Merkel non faccia balenare questa inquietante prospettiva nei suoi colloqui con i colleghi dell’Ue? Ragionare su scenari che oggi appaiono inverosimili e bizzarri può forse aiutarci a capire meglio la dimensione della guerra sistemica in corso nel Vecchio Continente, con le sue necessarie implicazioni mondiali, mentre riflessioni basate su una sempre più risibile ideologia europeista (vedere l’editoriale di Barbara spinelli pubblicato ieri da Repubblica e l’editoriale di Marco D’Eramo sul Manifesto di oggi) ci offre un confuso quadro dominato da irrazionalità, cattiverie, inspiegabili «politiche suicide» e futilità concettuali di simile conio. L’ipotesi appena avanzata non ha la pretesa di anticipare i tempi, né di profetizzare alcunché; vuole piuttosto spingere il pensiero su un terreno non recintato da vecchi e nuovi luoghi comuni».

Una riflessione che a quanto pare trova oggi più d’una conferma. Lo ammetto: immaginare il peggio per il futuro dell’Unione europea non è impresa difficile.

Regina d'Europa...

Regina d’Europa…

Scrive Bernard Guetta: «La Commissione non sbaglia quando sostiene che la Germania dovrebbe riequilibrare la sua economia per non mettere in pericolo se stessa e il resto dell’Unione, di cui è la prima potenza economica. Come gli altri stati europei e diversi economisti, anche gli Stati Uniti e il Fondo monetario internazionale sottolineano che il rilancio dell’economia mondiale deve passare necessariamente per la Germania, che si trova nella posizione ideale per favorirla perché può permettersi di aumentare i salari, i consumi e le importazioni» (Il cerchio si strige su Angela Merkel, Internazionale, 15 novembre 2013). Notare il necessariamente. La pressione che gli “amici” di Berlino stanno facendo sulla troppo (sic!) parsimoniosa, competitiva ed egoista Germania lascia immaginare una possibile ripresa in grande stile del nazionalismo politico tedesco. Mutatis mutandis, la Questione tedesca (che è una Questione Europea e mondiale) non smette di produrre storia.

imagesIntanto Barbara Spinelli continua a fare il «Processo alla Germania rimasta senza memoria»: «Esattamente come accade oggi, i dottrinari dell’austerità puntarono tutto sulle esportazioni, trascurando i consumi interni. Stremato, il paese che aveva dato a Hitler il 18,3 per cento nel 1930 gliene diede il ’33 nel ’32 e il 43,9 nel ’33, cadendo nelle mani del demagogo che prometteva lavoro, benessere e sangue. Deutschland über alles: la Germania sopra ogni cosa» (La Repubblica, 15 novembre 2013). Un promemoria davvero coi fiocchi per gli “amici” teutonici. Della serie: Paese avvisato… Forse la Spinelli pensa, come Bismarck, che il tedesco non capisce e non può comprendere null’altro fuorché l’intimidazione. La sindrome di Cartagine è sempre in agguato.

*Scriveva Luigi Einaudi nel 1933 (Riforma Sociale) prendendo di mira il sottoconsumismo e la deriva psicologista di Keynes: «Normalmente, il contatto tra fattori produttivi e desiderio di beni è posto da imprenditori in cerca di profitti […] Ma l’imprenditore opera, ossia rischia, quando vede la possibilità di un profitto […] Oggi il contatto non si opera perché l’imprenditore non spera profitti» (L. Einaudi, cit. tratta da Il mio piano non è quello di Keynes, p. 204, Rubettino, 2012).

LO SPETTRO DELLA POTENZA TEDESCA. Il punto sulla guerra in Europa

130315newstatesman«Uno spettro si aggira di nuovo per l’Europa: lo spettro della potenza tedesca». Così ha scritto, molto sobriamente, lo storico Brendan Simms sul settimanale New Statesman, dedicato all’annosa, quasi eterna, Questione Tedesca. In effetti, lo spettro della potenza tedesca non ha smesso mai di inquietare le nazioni europee, neanche all’indomani della tabula rasa del ’45 e la divisione geopolitica del Paese situato al centro del Vecchio Continente. Tant’è vero che, come osserva correttamente lo storico tedesco, l’Unione Europea è stata in larga misura concepita per controllare e marcare da vicino la potenza sistemica della Germania, e magari usarla in funzione antirussa e antiamericana.

Un Paese forte economicamente ma debole politicamente, e in più annichilito sul piano morale e psicologico a causa delle note vicende, sembrava costituire, per nazioni uscite dal massacro mondiale debilitate fin quasi al completo esaurimento, un’ultima chances per continuare a pesare sulla bilancia della competizione imperialistica mondiale.  Questo è stato vero soprattutto per la Francia, la cui tradizionale grandeur ha dovuto fare i conti con un declino sempre più accentuato del suo status di potenza capitalistica. L’Inghilterra, invece, è sempre stata più guardinga nei confronti di Berlino e del suo “asse” con Parigi, e più volte la Thatcher, nemica del politicamente corretto affettato nelle paludate stanze della diplomazia europea, non ha mancato di evocare dinanzi ai partner francesi la sindrome della mosca cocchiera. Non è Parigi che guida il cocchio!

«Non affrettiamo i tempi dell’unificazione politica e monetaria»: questo fu il mantra più ripetuto ai leaders europei dalla Lady di ferro non appena il processo di unificazione subì, dopo la caduta del muro di Berlino, una brusca accelerazione. Per Londra il legame preferenziale dell’Inghilterra con gli Stati Uniti è, oggi più di ieri, un cardine intangibile della sua politica estera, una vera e propria polizza di assicurazione strategica, la sua salvezza di ultima istanza.

Oggi, scrive Simms, la Germania «Sta scomodamente al centro di un’Ue che è stata concepita soprattutto per limitare la potenza tedesca ma che ha invece contribuito ad accrescerla»: eterogenesi dei fini, o dialettica del processo sociale che dir si voglia. E continua: «Errori di progettazione hanno involontariamente privato molti altri paesi europei della loro sovranità senza dar loro in cambio una leva democratica nel nuovo ordine». Non di «errori di progettazione» si tratta, ma di una guerra sistemica che continua, mutatis mutandis, ormai da oltre un secolo, e la cui posta in gioco è, oggi come ieri, l’egemonia nel Vecchio Continente. Né più né meno. Oggi come ieri si decide, mutatis mutandis, la scala gerarchica della potenza sistemica (capitalistica) tra i Paesi europei, i quali sono attraversati da due esigenze che non sempre entrano in armonia tra loro: difendere gli interessi nazionali e costruire insieme agli altri Paesi “fratelli” – o “cugini”: il grado di parentela è abbastanza variabile… – un blocco economico-sociale in grado di reggere l’urto della concorrenza totale degli altri blocchi mondiali, a cominciare ovviamente dagli Stati Uniti e dalla Cina. Difendere e, allo stesso tempo, cedere sovranità su ogni versante della prassi nazionale: un’equazione per nulla facile.

Il nodo attorno a cui si aggrovigliano i più scottanti problemi europei è appunto sempre quello: la Questione Tedesca. Come usare e al contempo arginare la Potenza Sistemica (economica, scientifica, istituzionale, culturale: in una sola parola sociale) della Germania? Pensare la Questione Tedesca nei termini di una Questione Europea, e viceversa, è non solo fondato sul piano storico-sociale, ma è a mio avviso il solo modo adeguato di inquadrare il problema senza cadere nelle antinomie politico-ideologiche degli europeisti e dei sovranisti.

Il concetto chiave che attraversa la mia riflessione intorno alla crisi del progetto europeo è quello di Guerra Sistemica, in corso nel Vecchio Continente come momento di un’analoga Guerra che abbraccia l’intero pianeta. Le riflessioni basate su una sempre più risibile ideologia europeista ci offrono un confuso quadro dominato da irrazionalità, cattiverie, insipienze politiche, inspiegabili «politiche suicide» e futilità concettuali di simile conio. La riflessione che non fa fino in fondo, fino alle estreme conseguenze, i conti con la dimensione del conflitto tra i capitali e tra le nazioni rimane sempre più spiazzata dal reale procedere della storia, la quale, com’è noto, se ne infischia degli auspici scritti sulla sabbia dei pii desideri.

BALLAMAN_greece-vs-germanySimms mette in guardia Berlino dall’ondata di «germanofobia politica e popolare» che rischia di abbattersi ancora una volta come uno tsunami sulla Germania, e Dominic Sandbrook, un altro storico, scrive sul Daily Mail che secondo un numero crescente di europei «per la terza volta in meno di cento anni la Germania sta cercando di prendere il controllo dell’Europa»: «Se i tedeschi continuano a imporre brutali ristrettezze economiche ai popoli d’Europa, le conseguenze in termini di alienazione sociale, dispute internazionali e ascesa dell’estremismo politico potrebbero essere drammatiche». Per gettare acqua sul fuoco l’ex presidente dell’Eurogruppo Jean Claude Juncker ha proposto sul Der Spiegel un tranquillizzante parallelo tra il 2013 e il 1913, l’anno che precedette lo scoppio della Grande Guerra.

Boldini1-153x300Mentre indosso il metaforico – per adesso – elmetto sale alla mia bocca un grido: Ridatemi almeno uno scampolo di belle époque!

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