MARCINELLE 1956, MEDITERRANEO 2017. UNA FACCIA, UNA DISGRAZIA

Ni chiens, ni italiens!

Né cani, né africani!

Né cani, né africani, né omosessuali!

Né cani, né africani, né omosessuali, né…

 

Com’è noto, nell’immediato dopoguerra l’Italia siglò con il Belgio un accordo che prevedeva quote di carbone estratto nelle miniere di quel Paese in cambio di manodopera italiana, a testimonianza del fatto che, come diceva l’uomo con la barba, nel Capitalismo «il lavoro-merce è una tremenda verità». Scriveva Paolo Di Stefano sul Corriere della Sera del 16 agosto 2016: «Eravamo Poveracci. Partivamo dal Nord, dal Centro e dal Sud con un panino o un’arancia in tasca, fuggivamo dalla povertà. I manifestini rosa che invitavano i ragazzi a emigrare in Belgio promettevano case per le famiglie, assicurazioni e buoni stipendi. Niente fu mantenuto: in Belgio gli operai venivano ospitati nelle baracche dei prigionieri di guerra. Erano partiti per cercare un po’ di benessere ma anche per rimediare alle lacune della manodopera belga che non voleva più scendere in miniera e preferiva lavorare nelle fabbriche. Il governo italiano, nel 1946, aveva firmato un accordo con Bruxelles che prevedeva uno scambio: per 1000 minatori mandati in Belgio, sarebbero arrivate in Italia almeno 2500 tonnellate di carbone. Uno scambio uomini-merce». Marxianamente parlando quest’ultima frase andrebbe riscritta come segue: uno scambio di uomini ridotti a merce con altra merce (materia prima); capitale/lavoro vivo (il mitico “capitale umano”) contro capitale/lavoro morto.

Leggo da qualche parte: «L’8 agosto 1956 nella miniera del Bois du Cazier, in Belgio un incendio causò la morte di 262 minatori di cui 136 italiani. La miniera di Marcinelle è diventata un simbolo e un santuario della memoria per tutti gli emigranti italiani che hanno perso la vita sul lavoro, spesso un lavoro duro, faticoso e pericoloso». La ricostruzione postbellica non fu esattamente un pranzo di gala, da nessuna parte. Ebbene, l’Italia ha fatto di quelle vittime del Capitale e degli interessi nazionali degli eroi, dei soldati-minatori caduti sul fronte del lavoro per mantenere alto l’onore e il prestigio della Nazione: «La memoria di questo tragico evento, che nel nostro Paese celebriamo come Giornata del Sacrificio del lavoro italiano nel mondo [che definizione fascistissima!], deve servire da guida per noi e per i nostri figli. Le nostre comunità all’estero non sono solo viste come destinatarie di servizi, ma anche e soprattutto come una componente essenziale della politica estera dell’Italia». Queste le dichiarazioni rilasciate dal sottosegretario agli Affari Esteri, Vincenzo Amendola, nel corso della commemorazione delle vittime di Marcinelle. Per quanto mi riguarda la nazionalità di quei salariati uccisi dai rapporti sociali capitalistici non ha alcuna importanza; «Non dimenticare Marcinelle» per me non significa in alcun modo sostenere le politiche di chi cerca di gestire le contraddizioni sociali ai fini della difesa dello status quo sociale implementando una strategia “buonista” («Gli immigrati fanno i lavori che noi italiani non vogliamo più fare, frenano il calo demografico nel Paesi ricchi e ci pagano le pensioni!»); né significa, ovviamente, tessere l’elogio dell’immigrato italiano “buono” (come i macaronìs!) che sgobbava senza lamentarsi – mentre i negracci che purtroppo riescono a sopravvivere al deserto, ai carnefici dei lager libici e ai pesci del Mediterraneo non hanno voglia di fare nulla di costruttivo!

Il 61esimo anniversario della strage di Marcinelle, celebrato lo scorso 8 agosto, ha offerto ai “buonisti” e ai “cattivisti” che si disputano la scena politica nazionale un’eccellente occasione per esibirsi dinanzi al pubblico dei rispettivi tifosi e detrattori. Come abbiamo visto il fronte buonista ha avuto i suoi campioni nel Presidente della Repubblica Sergio Mattarella («Generazioni di italiani hanno vissuto la gravosa esperienza dell’emigrazione, hanno sofferto per la separazione dalle famiglie d’origine e affrontato condizioni di lavoro non facili, alla ricerca di una piena integrazione nella società di accoglienza . È un motivo di riflessione verso coloro che oggi cercano anche in Italia opportunità che noi trovammo in altri Paesi e che sollecita attenzione e strategie coerenti da parte dell’Unione Europea»), nel Ministro degli Esteri Angelino Alfano («La tragedia di Marcinelle ci dà ancora oggi la forza di lavorare per un’Europa più coesa e solidale, come l’avevano immaginata i padri fondatori. Un’Europa che trae origine e sostanza dal genuino spirito di fratellanza fra i suoi popoli. Mi riferisco in particolare al flusso continuo di migranti disperati che oggi, come allora, cadono troppo spesso vittime») e, dulcis in fundo (ma si fa solo per dire), nell’immancabile Presidente (o Presidenta? o Presidentessa?) della Camera Laura Boldrini: «L’anniversario della tragedia di Marcinelle ci ricorda quando i migranti eravamo noi. Oggi più che mai è nostro dovere non dimenticare». Non dimenticare cosa esattamente? E «noi» e «nostro» in che senso? Ad esempio, chi scrive cosa ha da spartire con i campioni del buonismo appena citati? La nazionalità? Non c’è dubbio; ma è, questo, un connotato anagrafico che sempre chi scrive respinge sul terreno della lotta (si fa quel che può!) anticapitalistica, la quale, come ho già accennato, dissolve ogni appartenenza nazionale, razziale, religiosa e quant’altro per porre al centro dell’attenzione la disumana prassi del Dominio, la maligna entità storico-sociale che rende possibile anche le carneficine, in tempo di guerra come in tempo di – cosiddetta – pace. È questo d’altra parte il filo nero che lega la Marcinelle del 1956 al Mediterraneo del 2017. Ovviamente e come sempre, mutatis mutandis.

Cambiando dunque l’ordine cronologico delle stragi, il colore della pelle degli sventurati e il contesto storico/geopolitico degli eventi qui evocati, il risultato non cambia. E si chiama Capitalismo, la cui dimensione oggi è mondiale. La spinta migratoria che origina soprattutto nell’Africa subsahariana ha moltissimo a che fare con le dimensioni e con la natura invasiva del Capitalismo, il quale genera “scompensi”, magagne e contraddizioni sia là dove esso per così dire abbonda (vedi il cosiddetto Nord del mondo), sia là dove invece esso è asfittico e tarda a decollare, e questo, nella fattispecie, soprattutto a cagione della prassi colonialista e imperialista che vide protagonisti alcuni Paesi europei già a partire dalla fine del XV secolo. L’ineguale sviluppo del Capitalismo ha sempre creato onde di pressione sociale che coinvolgono l’intero pianeta, e che possono manifestarsi anche sottoforma di migrazioni di massa, un fenomeno che, come impariamo fin dalle scuole elementari, se osservato dalla prospettiva storica non ha in sé nulla di eccezionale: il bisogno spinge i popoli a muoversi, da sempre. Oggi questo processo sociale si dispiega nell’epoca caratterizzata dal totalitario dominio dei rapporti sociali capitalistici, e questo connotato storico-sociale gli conferisce la peculiare fenomenologia che ci sta dinanzi.

Ma ritorniamo a Miserabilandia! Dei buonisti abbiamo già detto. Immediata è scattata la rappresaglia dei cattivisti, i quali si sono prodotti nel solito coro: «Vergogna! Vergogna! Vergogna!». «Mattarella si vergogni», ha tuonato appunto il leader leghista Matteo Salvini. «È vergognoso – ha dichiarato Paolo Grimoldi, deputato della Lega Nord e segretario della Lega Lombarda – che il presidente Mattarella nel ricordare la strage di Marcinelle paragoni gli italiani che andavano a sgobbare in Belgio o in altri Stati, dove lavoravano a testa bassa, dormendo in baracche e tuguri, senza creare problemi, agli immigrati richiedenti asilo che noi ospitiamo in alberghi [che invidia!], con cellulari, connessione internet [e io pago!], per farli bighellonare tutto il giorno e avere poi problemi di ordine pubblico, disordini, rivolte come quella avvenuta oggi nel napoletano dove otto immigrati minorenni hanno preso in ostaggio il responsabile della struttura che li ospita. Paragonando questi richiedenti asilo nullafacenti agli italiani morti a Marcinelle il presidente Mattarella infanga la memoria dei nostri connazionali. Si vergogni». Ecco appunto. Per il capogruppo Pd alla Camera, Ettore Rosato, «le parole di Matteo Salvini sono vergognose [ci risiamo!] perché offendono il Presidente Mattarella [e chi se ne frega!] e gli italiani»: nella mia qualità di disfattista rivoluzionario non mi sento offeso neanche un po’ dal vomito razzista che esce dalla bocca di Salvini e gentaglia simile. Questa è robaccia che può eccitare gli animi delle opposte tifoserie che siedono sugli spalti di Miserabilandia. Dal mio punto di vista buonisti e cattivisti pari sono, e rappresentano due opzioni interne all’esigenza di gestire i processi sociali e di controllare la società per garantire la continuità dello status quo sociale – sociale, non meramente politico-istituzionale.

Pare che anche qualche discendente delle vittime di Marcinelle si è sentito offeso dal buonismo presidenziale di Mattarella, da quello governativo di Alfano e da quello istituzionale della Boldrini: «Aldo Carcaci, figlio di un emigrato e oggi deputato belga, ha contattato IlGiornale.it dicendosi esterrefatto da quanto sentito in questa giornata di dolore. “Mi sento offeso dalle parole che ho sentito. Così come è offesa la memoria delle persone che hanno perso la vita nella miniera di Marcinelle. Paragonare quegli immigrati con quelli di oggi è sbagliato. Quando mio padre nel 1947 è andato in Belgio c’èrano degli accordi tra i due Paesi. C’era, da parte del Belgio, una richiesta di lavoratori. In Italia invece i giovani non hanno un impiego ed è quindi impensabile riuscire ad aiutare tutti i ragazzi africani che arrivano ogni giorno sulle nostre coste. Inoltre noi ci siamo integrati, abbiamo studiato, imparato la lingua e lavorato anche se subivamo episodi di razzismo”» (Il Giornale). Capito? Noi eravamo brava gente (e pure di pelle bianca, salvo qualche siciliano particolarmente abbronzato); loro invece…

Quanto escrementizia e risibile sia la disputa tra buonisti e cattivisti lo apprendiamo anche dalla discesa in campo dell’attore comico Jerry Calà («Capito?»): «Non paragoniamo i nostri emigrati per piacere! Loro chiusi in baracche da cui uscivano solo per lavorare e rientravano per farsi da mangiare. Mio zio è morto in Belgio nelle miniere per mantenere la famiglia italiana. Mi permetto di parlare perché ne sono parente e in quegli anni ci sono stato. In Svizzera, in Belgio, in Germania. Non facciamo paragoni assurdi per piacere! Gli emigranti italiani venivano trattati come animali da soma… pulitevi la bocca». Pare che l’indignazione dell’attore abbia riscosso un notevole apprezzamento in una non piccola parte di Miserabilandia.

Giustamente Francesco Cancellato (Linkiesta) considera «stucchevole e pedagogico sentirsi dire che dovremmo solidarizzare coi migranti perché un tempo lo siamo stati anche noi. Come se solo una pregressa condizione di sfruttati possa muoverci a pietà per una moltitudine di disperati in fuga dall’inferno. Come quando nei telegiornali una tragedia diventa tale solo se ci sono morti italiani». E soprattutto egli sottolinea le differenze che corrono tra la tragedia di Marcinelle e la strage continua dei «disperati in fuga dall’inferno», una differenza che, per così dire, porta acqua al mulino della moltitudine in fuga da guerre, fame, malattie, miserie d’ogni genere. Il paragone tra Marcinelle e il Mar Mediterraneo è tale da far impallidire i morti del 1956. Scrive Cancellato (il quale, beninteso, argomenta dal punto di vista degli interessi nazionali): «Nel 1956 eravamo alla vigilia di quello che oggi definiamo “miracolo economico italiano”, indotto dal Piano Marshall (sì, gli Stati Uniti ci aiutavano a casa nostra): nei quattro anni successivi, tra il 1957 e il 1960, per dire, la produzione industriale italiana crebbe del 31,4% e la crescita del Pil non scese mai sotto il 5,8%. Ritmi cinesi, insomma, per il quale c’era bisogno di materie prime come il carbone. Ed è proprio per quel carbone che fu firmato il protocollo Italo-Belga, dieci anni prima, nel 1946». In secondo luogo, «nel Canale di Sicilia, negli ultimi quindici anni, hanno perso la vita 30mila anime. Ripetetevelo nella mente: trentamila. Ci sono più cadaveri che pesci, in quel tratto di mare. Se vogliamo capire cosa provano quegli esseri umani che cercano di entrare in Europa – attraversando l’Italia – dal Canale di Sicilia, prendiamo la più grande tragedia della nostra stagione migratoria e moltiplichiamola per dieci, cento, mille, un milione. Magari servirà a farci capire a chi stiamo chiudendo le porte». In terzo luogo, «per convincere gli italiani a partire, nel 1946 l’Italia fu tappezzata di manifesti rosa che presentano i vantaggi derivanti dal mestiere di minatore: salari elevati, carbone e viaggi in ferrovia gratuiti, assegni familiari, ferie pagate, pensionamento anticipato. Per quanto terribili fossero poi le loro condizioni di lavoro, una situazione un po’ diversa rispetto a quella delle migliaia di schiavi africani che ogni anno raccolgono pomodori e arance tra Puglia e Sicilia. Se pensate siano fenomeni imponderabili, sappiate che solo a raccogliere i pomodori, ogni anno, sono impiegati quasi 20mila braccianti, molti dei quali senza contratto, molti dei quali stranieri, molti dei quali irregolari». Su questo aspetto rinvio a due miei post: Rosarno e dintorni e Uomini, caporali e cappelli.

Scrive il “realista” Maurizio Molinari: «L’integrazione dei migranti è un test di crescita per ogni democrazia industriale, capace di rafforzarne la prosperità come di indebolirne la solidità, e l’Italia non fa eccezione. Ecco perché è opportuno affrontare senza perifrasi la sfida che abbiamo davanti, guardando oltre liti politiche interne e dispute internazionali. […] L’interesse dell’Italia è dotarsi di provvedimenti, leggi e politiche che rendano possibile [l’integrazione degli immigrati] sulla base di principi condivisi: non tutti i migranti che sbarcano possono rimanere perché una nazione sovrana non è una porta girevole, ma chi viene accolto deve poter intraprendere un cammino verso la cittadinanza che include l’integrazione nel sistema produttivo. Poiché coniugare integrazione e sovranità è una sfida nazionale per essere vinta necessita il coinvolgimento di tutte le forze politiche del Paese, che si trovino al governo o all’opposizione poco importa, e in ultima istanza il sostegno e l’attenzione di tutti i cittadini italiani, a prescindere dalle fedeltà di credo o di partito» (La Stampa). Un appello che ovviamente non può convincere (anzi!) chi lotta contro gli interessi nazionali (vedi anche il mio post sulla Libia) e per la costruzione dell’autonomia di classe, la quale è tale solo se prospetta a tutte le vittime del Capitale, a prescindere dal colore della loro pelle, dalla loro nazionalità, ecc., la necessità e l’urgenza di unirsi in un vasto fronte anticapitalista. Tutto il resto (“buonismo” e “cattivismo”) è miseria capitalistica.

ROSARNO E DINTORNI

I noti eventi di Rosarno offrono l’occasione per una riflessione sulla società italiana auspicabilmente non banale, non luogocomunista e, soprattutto, non irretita negli interessi e nella prospettiva delle classi dominanti di questo paese. Con queste pagine intendo dare il mio piccolo contributo allo sviluppo di una tale riflessione, magari in vista di una pratica politica adeguata alle sfide che il capitalismo del XXI secolo non smette di lanciare ai lavoratori e a tutti gli individui interessati al superamento della società disumana.

In questa brutta vicenda il razzismo e il coinvolgimento della mafia locale sono le ultime cose che dobbiamo prendere in considerazione. Si badi bene, non perché l’uno e l’altro non abbiano avuto alcun ruolo nello svolgersi dei fatti, o perché in generale non abbiano una loro reale consistenza, bensì perché porli al centro della riflessione non spiega un bel nulla e non ci aiuta a capire. E invece abbiamo un gran bisogno di capire, perché Rosarno è solo un sintomo di qualcosa di ben più grave. No, non si tratta affatto di una malattia, si tratta piuttosto della fisiologia della società basata sul profitto; si tratta di una micidiale normalità che si dà in modo differente nelle diverse aree del Paese e del mondo. Chi ragiona in termini di patologia sociale nasconde a sé e agli altri la «banalità del male», anzi la sua radicalità. Più che cause, il razzismo della popolazione di Rosarno e la presenza sulla scena del delitto della mafia autoctona rappresentano un epifenomeno, una concausa di secondo livello, ma certamente non la risposta dirimente, la quale va cercata nelle contraddizioni sociali complessive di questo Paese, ancora alle prese, anzi sempre più alle prese, con la rancida «questione meridionale». Ma la più fresca «questione settentrionale» ha cambiato le regole del gioco, ponendo su un terreno completamente nuovo gli annosi problemi posti allo sviluppo capitalistico italiano dal secolare dualismo macroregionale Nord-Sud. E quando parlo di sviluppo capitalistico non mi riferisco solo alla struttura economica del Paese, ma alla società italiana nel suo complesso, perché soprattutto nel XXI secolo la struttura sociale delle nazioni è un tutto sempre più unitario e integrato. Il principio che la unifica in un tutto integrato è il capitale, è la ricerca spasmodica del vitale profitto, è la necessità di trovarsi tra le mani, giorno dopo giorno, anno dopo anno fino alla morte, il vitale (altro che «vile»!) denaro. Sbaglia chi pensa che sto andando fuori tema, perché i fatti di Rosarno, al netto di tutte le balle che sono state dette e scritte, evocano a gran voce il Dio Profitto e il Dio Denaro. Eccome se li evocano! Ma evocano anche il pauroso baratro nel quale si è cacciata l’intera umanità. Ma non precorriamo i tempi.

Conviene partire proprio dall’epifenomeno, dal «razzismo del popolo di Rosarno», e chiederci come mai il razzismo alligna soprattutto presso gli strati inferiori del corpo sociale, e questo naturalmente non solo nell’amena cittadina calabrese, ma un po’ in tutto il Paese e in tutti i paesi del mondo. Intanto, di passata, mi sia consentito di dare un piccolo calcio al rassicurante luogo comune per cui gli italiani non sarebbero, nel loro più profondo «DNA», razzisti: come se il razzismo fosse una connotazione nazionale o, addirittura, «antropologica»: i tedeschi, tanto per citare un popolo a caso, sono forse razzisti «di loro»? Mi sembra che il gene del razzismo non sia stato ancora individuato, ma è anche vero che di biologia me ne intendo assai poco. «Italiani, brava gente». E chi può metterlo in discussione! Ne sanno qualcosa gli africani del secolo scorso, massacrati ai bei tempi dell’Italia liberale e poi fascista, e ne sanno qualcosa gli africani di questo secolo e di questi giorni. Anche i parenti degli albanesi finiti sott’acqua al largo di Otranto alla fine degli anni Novanta, ad opera di una democratica nave della Marina Militare Italiana (mi sembra sotto il governo di baffino D’Alema, sostenuto dai rifondatori stalinisti), ne sanno qualcosa. Ma chiudiamo l’antipatriottica divagazione, e ritorniamo alla domanda: perché il razzismo si diffonde con tanta facilità e rapidità soprattutto tra «gli ultimi»?

La risposta è tutt’altro che difficile, è anzi alla portata di tutti e infatti tutti la conoscono, ma solo pochissimi ne colgono il reale significato e la reale portata sociale, e non per l’ignoranza delle masse o per la malafede delle classi dominanti, ma in grazia dell’interesse (declinato in tutti i modi possibili e immaginabili), il più forte consigliere della storia. Non è difficile capire che chi sta ai piani alti dell’edificio sociale può permettersi il lusso dell’umana comprensione, della tolleranza, del cosmopolitismo e della filantropia (la forma borghese della vecchia carità cristiana), anche perché tali eccellenti disposizioni d’animo sono altrettanto olio lubrificante cosparso sui duri ingranaggi del meccanismo sociale, rappresentano il balsamo spalmato su un corpo sociale sempre più brutalizzato dagli interessi economici. Dove c’è un soldato che squarta, che brucia e che violenta, deve esserci pure qualcuno che si occupa dei morti e dei feriti; e insieme, Caino e Abele, la bestia assetata di sangue e la crocerossina devota a chi ha avuto la peggio nel duello, costituiscono il sistema della guerra. Insieme e da sempre lupo e agnello mandano avanti, ognuno a modo suo, la comune impresa.

A Rosarno, nelle calde giornate del furore bianconero (e non parlo di calcio…), non c’erano in giro solo malavitosi provocatori, cittadini in preda al panico e all’odio, orde di «negri» accecati di rabbia e forze dell’ordine in assetto di guerra; si aggiravano, tra i cassonetti dell’immondizia e le auto bruciate, anche alcuni uomini di «buona volontà» che facevano appello al buon senso «di tutti», e che aiutavano i feriti di entrambe le fazioni. Pochissimi, è vero, ma c’erano, in ossequio al motto antiumano che recita: anche in mezzo al peggio può esserci un po’ di bene. Amen! D’altra parte, al momento opportuno, quando le condizioni lo rendono possibile e necessario, l’agnello sa bene come usare il lupo, e non rare volte la storia ci ha presentato la stupefacente trasformazione del primo nel secondo: l’agnello perde il bianco pelo e acquista il vizio del lupo. In natura questo non sarebbe possibile, è evidente, ma nella società accadono cose misteriose che, come diceva il poeta, non sarebbero possibili in tutto il firmamento.

Ad esempio, e mi si scusi la piccola divagazione rispetto al tema, come spiegare altrimenti il nobel per la pace attribuito al presidente, ancorché «abbronzato», della prima potenza imperialistica mondiale? Mistero. Anzi: trattasi della solita velleitaria politica europea progressista. Giustamente Bush se la ride di gusto, e aspetta il cadavere del pacifista, che inutilmente lo ha contestato per quasi un decennio, galleggiare sulle acque del metaforico fiume dei perdenti. Il lupo Bush si prende la rivincita sull’agnello pacifista. Chiudo la parentesi.

Chi vive nei piani bassi, invece, è più esposto al veleno del pregiudizio, perché lì la darwinistica lotta per la sopravvivenza si presenta tutti i giorni con i caratteri ultimativi della sopravvivenza fisica e morale. La famigerata «lotta tra i poveri», della quale il Santo Padre si lamenta, non dispone gli animi ai buoni sentimenti, e chi vive giornalmente con l’angoscia di perdere anche le briciole coltiva una suscettibilità nei confronti dei pericoli, reali e immaginari, tutt’affatto particolare. Non ci vuole un corso accelerato di psicoanalisi per comprendere questo meccanismo, e certo lo hanno compreso i dittatori e i populisti d’ogni tempo. Le classi dominanti hanno imparato a tenere caldo il risentimento dei dominati, per volgerlo al momento opportuno contro i suoi nemici, o contro il capro espiatorio di turno: l’ebreo, il negro, l’arabo, l’albanese, il rumeno, il cinese: chi sarà il capro espiatorio di domani? Mutatis mutandis, la storia si ripete sempre di nuovo, non a causa di tare antropologiche, di corsi e ricorsi vichiani o di altre più moderne e meno poetiche cianfrusaglie concettuali, ma a ragione del fatto che le radici del male sono ancora intonse e sempre più profonde.

Nei primi anni Novanta del secolo scorso, uno dei luoghi comuni più ripetuti dagli italici progressisti riguardava il «razzismo xenofobo» della Lega Nord. Prima che il grande statista coi baffi, l’ancor vivo e vegeto D’Alema, sdoganasse «da sinistra» il movimento bossista – avendone scoperto nientemeno che un’anima di sinistra: si tratta di vedere chi, tra gli ex stalinisti e i leghisti sono da considerarsi più «di sinistra»: davvero una bella gara! –, a «sinistra» il binomio Lega-Fascismo era dato come cosa certissima, e chi aveva l’ardire di metterlo in discussione in quanto insulso luogo comune, al meglio doveva aspettarsi dai progressisti l’epiteto di amico del giaguaro, magari solo sul terreno del comportamento «oggettivo», ma pur sempre amico, anzi: fiancheggiatore. Fascista, naturalmente, veniva considerato anche Berlusconi, il quale si era peraltro permesso di sdoganare il fascistissimo Fini, segretario del Partito dell’Ardente Fiamma Tricolore. Nel 2010 solo a Berlusconi non è stata revocata l’accusa di Cavaliere Nero (anzi!), mentre Fini rischia di ereditare il partito di D’Alema, «il migliore» dei progressisti italiani. Tanta è la confusione sotto il cielo della «sinistra» italiana, e la situazione per il suo «popolo» è tutt’altro che eccellente. Naturalmente la patente di «oggettivo fiancheggiatore del leghismo-berlusconismo» fu graziosamente concessa anche a me dai miei pochi interlocutori progressisti (si trattava più che altro di rifondatori stalinisti): «ancora con le solite menate veteromarxiste!» Eppure le mie analisi sul leghismo e sul berlusconismo non differivano molto, sul piano dell’oggettiva dialettica dei processi sociali, da quelle sfornate dai più accreditati centri studi attivi in Italia (ad esempio la Fondazione Agnelli, o quelli che fanno capo al Sole 24 Ore e alla Banca d’Italia). E cosa si leggeva negli studi curati dai più seri economisti e sociologi del Bel Paese? Che l’Italia era già divisa, e che la Lega Nord, lungi dall’essere la causa della sua disgregazione sociale-territoriale, ne era piuttosto il prodotto più genuino, e forse anche il rimedio. Ma come, i razzisti di Bossi possono risolvere la – rancida – «questione meridionale»? Questa possibilità esorbitava dalle capacità dei luogocomunisti.

All’inizio degli anni Novanta alla Fondazione Agnelli l’Italia appariva di fatto divisa in tre macroregioni: il Nord, economicamente e socialmente assai sviluppato, dinamico e competitivo, le cui performance capitalistiche erano di assoluto livello europeo e mondiale, al punto che soprattutto l’organizzazione a rete distrettuale del Nordest veniva assunta a modello da molti economisti tedeschi e giapponesi; il Centro, meno sviluppato e competitivo – se non sul terreno del «terziario avanzato» –, ma comunque ancora in grado di sostenere il confronto con la Francia (e poi con la Spagna), e infine il Mezzogiorno, con la sua secolare arretratezza socio-economica, la cui struttura economica era simile a quella del Portogallo e della Grecia. Scriveva l’economista Alberto De Bernardi nel 1991: «lo iato tra nord e sud non ha perso la sua drammaticità e pesa in termini enormi sulle potenzialità di sviluppo complessivo del paese» (Città e campagna nella storia contemporanea, in AA. VV. Storia dell’economia italiana, III, Einaudi). Alle soglie del XXI secolo la rancida «questione meridionale» appare dunque più viva che mai. Anzi, essa adesso si dà nei termini ultimativo dell’Aut-Aut: la sindrome Jugoslava è dietro l’angolo. Come scongiurarla?

Una situazione di questo tipo, venutasi a cristallizzare nell’arco di oltre un secolo, non poteva non produrre una serie di conseguenze anche sul piano politico, soprattutto dopo il crollo del muro di Berlino (sulle vuote zucche dei progressisti più “radicali”, che ancora se ne lamentano), la conseguente scomposizione e ristrutturazione delle vecchie alleanze politico-militari internazionali, e con l’ulteriore impetuosa accelerazione del processo di globalizzazione del capitalismo. E infatti il «risvolto sovrastrutturale» non si è fatto attendere: avanzamento del leghismo, fine della cosiddetta «Prima Repubblica» (ottenuta anche attraverso l’uso del manganello mediatico-giudiziario), ascesa del berlusconismo e altri fenomeni che ancora non hanno esaurito la loro ragion d’essere. Già ai tempi delle «picconate» di Cossiga Presidente della Repubblica apparve chiaro come tutti i nodi dell’ineguale sviluppo sociale del Paese fossero giunti dolorosamente al pettine, ma scioglierli non era – e non è – impresa facile, perché a ogni nodo corrispondeva – e corrisponde – un inestricabile groviglio di interessi economici, politici, istituzionale e quant’altro profondamente radicati nel tessuto sociale. Equilibri di potere e rendite di posizione cementatisi nell’arco di molti decenni non sono problemi che possono venir risolti in poco tempo e senza spargimento di «lacrime e sangue» (a volte anche in senso reale, e non solo metaforico), e non sempre la spada di Alessandro Magno è sulla scena. E’ un fatto che chi tocca i fili dell’annosa «Grande Riforma» muore fulminato, e lo stesso Cossiga rischiò di venir esautorato dalla sua alta funzione per motivi… psichiatrici… Non parliamo poi di Bettino Craxi, il cinghialone sacrificato sull’altare della miserabile e risibile «questione morale».

La Lega Nord nasce come risposta dell’area socialmente più avanzata del Paese a una dinamica distorta e contraddittoria diventata insostenibile nel contesto della nuova situazione europea e mondiale. Una risposta prima quasi istintiva e «spontanea», e poi sempre più cosciente e organizzata. Il movimento leghista dimostra come, prima o poi, più o meno confusamente e contraddittoriamente, la cosiddetta «società civile» (cioè a dire il regno degli interessi materiali e degli antagonismi) trova sempre il modo di darsi un adeguato strumento politico-ideologico per conseguire i suoi obiettivi. «Se non ci fosse stato, avremmo dovuto inventarlo»: questo sentivo dire di Bossi nel Nord del Bel Paese già alla fine degli anni Ottanta, e non solo dai pochi (allora!) e fanatici sostenitori del leader leghista. Alla fine, la «società civile» (o «incivile», per dirla coi progressisti, i quali non sono certo obbligati a pensarla come Hegel: «la società civile è il campo di battaglia dell’interesse privato individuale di tutti contro tutti», o come Marx: «è notevole la definizione della società civile come bellum omnium contra omnes») del Nord ha inventato il Senatur.

La Lega, quindi, come espressione degli interessi generali del Nord. Non solo degli interessi che fanno capo alle classi dominanti radicate in quell’area del Paese, ma anche di quelli afferenti a un settore non piccolo delle stesse classi dominate, le quali sono interessate a una «più equa» redistribuzione della ricchezza nazionale veicolata e mediata dallo Stato attraverso la potente leva fiscale. E’ verissimo che sul piano della storia – e soprattutto della «coscienza di classe» – capitale e lavoro non hanno alcun interesse in comune da condividere, ma è altrettanto e dolorosamente vero che sul piano degli interessi immediati (e in assenza non solo della «coscienza di classe», ma della stessa classe operaia nell’accezione marxiana, e non sociologico-politologica, del termine) i due «fattori della produzione» possono trovare un comune obiettivo, da far valere contro altri strati sociali (ad esempio contro i proletari e il ceto piccolo-borghese del Meridione, rei di incamerare risorse finanziarie che non hanno contribuito a produrre, e che sperperano grazie a un welfare assistenzialistico ormai fuori mercato). Croazia e Slovenia insegnano. Anche all’epoca della guerra nell’ex Jugoslavia si parlò di «razzismo xenofobo», rispettivamente dei Croati e degli sloveni ai danni della Serbia, del Montenegro e del Kosovo, e viceversa di questi ultimi, il «Mezzogiorno» jugoslavo, interessato al mantenimento dello status quo (soprattutto la Serbia del «fascista rosso» Milosevic), contro i primi, il «settentrione egoista», ormai deciso a separare il proprio destino dai «parassiti del Sud». Nel nuovo contesto internazionale le aree economicamente – e socialmente – più avanzate dei paesi europei tendono a entrare in «sinergia» tra di esse, e ciò produce in ogni singola nazione del Vecchio Continente una serie di conseguenze «strutturali» e «sovrastrutturali» (ma qui la distinzione è solo formale, per ciò che abbiamo detto appena sopra) che sono tanto più destabilizzanti del vecchio assetto geopolitico, quanto più forti e radicati sono gli squilibri economici, sociali e territoriali dei paesi coinvolti nel processo di integrazione «globale». E’ la cosiddetta dialettica «globale-locale» che si è affermata negli anni Novanta a livello nazionale, continentale e mondiale.

La «zavorra meridionale» non può non pesare (sempre attraverso il maledetto «drenaggio fiscale» da parte dello «Stato padrone») anche sulle condizioni materiali dei lavoratori del Nord più esposti alla concorrenza internazionale, oltre che su quelle delle piccole imprese e delle «partite iva», vale a dire sullo strato sociale che rappresenta la base elettorale di ultima istanza della Lega, il suo zoccolo duro politicamente e ideologicamente più motivato e risoluto. La recente iniziativa assunta da alcuni piccoli e medi imprenditori del Nordest di versare l’intero costo del lavoro sulle buste-paga dei loro dipendenti, sottraendosi in tal modo all’obbligo di tosare alla fonte (come veri e propri sostituti d’imposta) il reddito dei lavoratori per conto dello Stato, si inscrive nello scenario di lotta «interclassista» che ha permesso al partito di Bossi di incamerare, nelle ultime elezioni politiche, la gran parte dei consensi elettorali delle «tute blu» sfruttate nel Nord, e ciò naturalmente ha sconcertato gli italici progressisti, i quali pensavano di poter godere indefinitamente del monopolio elettorale sulla «classe operaia», che nel frattempo è andata all’inferno già da molti decenni a questa parte, grazie soprattutto ai progressisti attivi in politica, nella «cultura», nel sindacato, e via di seguito. Il paradiso può attendere.

Quando negli anni Novanta la Lega denunciava i rischi di una «globalizzazione affrettata e senza regole», e si scagliava soprattutto contro l’ingresso della Cina nel WTO, essa difendeva precisamente gli interessi del proprio elettorato, sebbene in una forma che agli antiglobal di sinistra non poteva non sembrare antipatica. Eppure, al di là della fenomenologia, il movimento di Bossi era in perfetta sintonia col cosiddetto movimento di Seattle, non a caso capeggiato, tra gli altri, dal ricco produttore di vino francese José Bové, il “diversamente capitalista”. Già, perché un nuovo capitalismo è possibile: più verde, più equo, più solidale e più sostenibile sotto ogni rispetto. A me questo capitalismo «dal volto umano» fa più angoscia di quello «selvaggio» contestato dai progressisti, ma i gusti son gusti… «Ma», si chiedono i progressisti, «dove andremo a finire se anche i lavoratori del Nord – e anche quelli di Rosarno… – votano Lega Nord?» Stiano pur tranquilli: finiremo nella stessa Repubblica democratica fondata sul lavoro (salariato, cioè sfruttato) che tanto piace al progressista partigiano della Sacra Costituzione Italiana, del Sacro Tricolore – minacciato un giorno da Bossi di certi usi igienici irriferibili: il progressista è lesto di querela! – e della Sacra Unità Nazionale: Viva l’Italia, cribbio!

Dicono i leghisti: come possono le nostre piccole e medie imprese, che non godono del sostegno della «mano pubblica», competere con i prodotti cinesi, o con quelli che adesso vengono dall’Europa Orientale, ossia con le merci che assorbono un costo del lavoro che è pari, rispettivamente, a uno a venti e a uno a dieci rispetto a quello italiano? Infatti, non possono. Allora, o quelle aziende chiudono, oppure devono comprimere il salario dei lavoratori fino a un limite impensabile fino a dieci anni fa, oltre che aumentarne la produttività, magari allungando la giornata lavorativa. L’impiego di manodopera straniera nelle aziende del Nord ha questo preciso significato: esso riduce in maniera diretta e indiretta il salario dei lavoratori: bianchi, neri, gialli, di ogni colore. Il capitale è daltonico, e riconosce solo il colore dei soldi.

E qui arriviamo a Rosarno. Da almeno venti anni non sentiamo che ripetere questa tiritera: gli stranieri fanno i mestieri che i nostri giovani, ammaliati da calciatori e veline, non vogliono più fare. Ergo, gli africani, i rumeni, i filippini e quant’altro non rubano il nostro lavoro. Non solo, ma i lavoratori extracomunitari sostengono il nostro Pil, pagano con le loro tasse le nostre pensioni, e fanno quei figli che le donne e gli uomini italiani non vogliono più mettere al mondo. Tutto vero. Però chi fa questo bel discorso – il solito progressista naturalmente è in prima linea – dimentica di aggiungere questo insignificante particolare: gli italiani non vogliono più fare determinati lavori all’attuale prezzo e alle attuali condizioni. Ma si trova in Europa Occidentale un lavoratore agricolo europeo disposto a lavorare dieci, dodici e a volte quattordici ore in cambio di un salario giornaliero di venticinque euro (quando va bene e al lordo del pizzo da pagare al caporale)? Domanda retorica, me ne rendo conto. Loro malgrado, i «negri» hanno gettato i «bianchi» fuori dal mercato del lavoro, e hanno permesso la via italiana, e soprattutto meridionale, alla competizione capitalistica internazionale nel settore (agricolo e manifatturiero) più esposto alla concorrenza dei prodotti made in Cina, piuttosto che made in Portogallo o Tunisia o Marocco (paesi nei quali, ad esempio, si è sviluppata una filiera di trasformazione del pescato davvero importante).

La recente crisi economica ha reso ancora più risibile la balla raccontata dagli uomini di buna volontà per dare una copertura politico-ideologica al supersfruttamento degli extracomunitari: infatti, non pochi meridionali disoccupati oggi accettano gli anoressici salari oggi pagati ai lavoratori stranieri. La crisi ha insomma risospinto i «bianchi» verso il nuovo mercato del lavoro precipitato al giusto livello competitivo grazie ai «neri», ai «gialli» e via di seguito. In prospettiva questo processo è destinato a creare non poche tensioni nel seno della classe dominata, soprattutto nei suoi strati più deboli e marginali (uno “status”, questo, in continua fluttuazione), sempre più potenzialmente ricettivi nei confronti di qualsiasi discorso che promettesse una soluzione definitiva («finale»…) dei loro problemi. La storia non si ripete mai allo stesso modo, ma non è affatto detto che la farsa di domani sarà meno violenta e sanguinosa della tragedia di ieri. Come scriveva Max Horkheimer, «di irrevocabile, nella storia, c’è solo il male: le possibilità non realizzate, la felicità mancata, gli assassinî con o senza procedura giuridica, e tutto ciò che il dominio arreca all’uomo» (Lo Stato autoritario). Pessimismo cosmico? No, pessima è la realtà. Intanto, non pochi italiani di cultura ebraica, seguendo da casa gli eventi di Rosarno, hanno istintivamente portato la mano alla cintura, alla ricerca della metaforica pistola. A Rosarno, però, ha sparato un fucile vero, contro i «negri», i quali hanno avuto il cattivo gusto di arrabbiarsi, a casa d’altri!

Tutti: Stato, Regione, Comune, Magistratura, Sindacati, partiti politici, Chiesa, cosiddetti intellettuali, popolazione interessata, opinione pubblica; tutti hanno chiuso un occhio, anzi due, per amore dell’impresa italiana, soprattutto di quella meridionale, tradizionalmente cagionevole e bisognosa di tutele particolari, financo straordinarie. Nella competizione capitalistica internazionale non c’è posto per le anime belle, peraltro silenti fino alle esplosioni delle magagne, come ha ironicamente fatto osservare Vittorio Feltri, il quale almeno non affetta quell’aria perennemente indignata che rende ai miei occhi particolarmente antipatici i reazionari di «sinistra», i progressisti. Chi ha detto e scritto che in molte zone del Mezzogiorno «lo Stato non esiste» finge di non capire che il lasciar fare, il lasciare andare è stata una sapiente politica adottata dalle classi dirigenti di questo Paese dall’Unità d’Italia in poi; una società, quella venuta fuori dal Risorgimento, piena di contraddizioni già incancrenite da tempo, difficili da governare con gli standard politici, istituzionali e «morali» vigenti negli altri paesi occidentali. Ciò che all’occhio del superficiale e dell’amante dell’ordine appare come «assenza dello Stato», in realtà non è che una strategia politica di controllo sociale che le classi dirigenti hanno saputo mettere da parte tutte le volte che le magagne hanno superato il livello di guardia. Altro che mancanza dello Stato! Certo, per alcuni lo Stato non è mai abbastanza presente e repressivo, e certi tizi si dispiacciono di non poterselo portare anche a letto: che libidine… il manganello al letto…

Improvvisamente, un giorno di gennaio del 2010 tutti hanno “scoperto” l’esistenza del lavoro schiavistico nel XXI secolo, e in un Paese che nel suo piccolo rappresenta ancora la crema della civiltà Occidentale (leggi: capitalistica). Passi per la Cina, per l’India, per il Bangladesh; d’altra parte, occhio che non vede… E poi, per i cittadini più sensibili – e danarosi –, c’è sempre la possibilità dell’adozione a distanza dei bimbi dei diseredati, che fa tanto solidarietà – e, soprattutto, scarico di coscienza. Ma vedere quell’estremo sfruttamento in Italia! E tutti hanno improvvisamente “scoperto” che il nero popolo dell’abisso precipitato nell’inferno di Rosarno (provincia del mondo, non solo di Reggio Calabria) viveva in condizioni a dir poco rivoltanti. Al confronto, gli schiavi «classici» dell’antichità godevano, se così posso esprimermi, di uno status sociale più «dignitoso», se confrontato con quello degli schiavi salariati cacciati da Rosarno, non foss’altro per il fatto che i primi, a differenza dei secondi, costituivano un investimento prezioso per il proprietario terriero, uno strumento di lavoro da far durare il più a lungo possibile. Oggi lo schiavo salariato «negro» vale così poco sul mercato, che quando il capitale non sa più che farsene lo caccia senz’altro dalla gleba, allestendo nel giro di ventiquattrore pogrom postmoderni e deportazioni coi fiocchi, con tanto di giornalisti e cameraman al seguito. Anche il prossimo sterminio di massa finirà in prima serata? Già i massmediologi si interrogano, mentre il più pratico e solerte Bruno Vespa ha commissionato il plastico di una camera a gas; non si sa mai, la concorrenza mediatica è forte e non bisogna lasciarsi fregare dagli eventi.

Certo, gli schiavi dei nostri tempi godono di grande libertà, compresa quella di crepare di fame e di accettare salari sempre più infami, in attesa della prossima provocazione che li spingerà a mostrarsi al cinico occhio dell’opinione pubblica nazionale nei panni del solito branco di «negri» violenti, nonché sporchi, cattivi e ingrati (pure!), e perciò senz’altro meritevoli di venir deportati da un posto all’altro, da un inferno all’altro, fino al giorno della soluzione finale, che non necessariamente prevede l’uscita dei «negri» dai camini. Anche perché bisognerebbe fare i conti con l’impatto ambientale della faccenda; occorrono strategie socialmente più sostenibili. «Ma non sarebbe meglio, più giusto, più umano, aiutarli a casa loro?», domandano i «leghisti di fatto» di Rosarno. «Certo che è meglio!», risponde la leghista di diritto eletta a Lampedusa, nelle cui stupende acque non s’era mai vista tanta abbondanza di pesci. «Vuoi vedere che al pesce piace il negro?»: è una delle battute più gettonate nell’estrema propaggine del Bel Paese. Quanta cinica verità, in quelle odiose parole.

Come riemergere dall’abisso dentro il quale è precipitata l’intera umanità? Inutile coltivare facili illusioni, anche perché abbiamo imparato a sopravvivere in quell’abisso, al punto che non lo esperiamo più come tale. Abbiamo imparato a dare del «tu» persino all’orrore. Non ci sono soluzioni facili, purtroppo. Solo per non continuare a precipitare, per resistere a ulteriori sprofondamenti, i lavoratori d’ogni colore, sesso, religione e quant’altro dovrebbero coalizzarsi in nuovi organismi del tutto autonomi rispetto agli attuali sindacati nazionali, veri e propri strumenti di dominio nelle mani del capitale e dello Stato. E dovrebbero dichiarare subito guerra alla politica delle compatibilità. «Ma così il sistema delle imprese italiane andrebbe a quel paese!», rispondono tutte le persone che hanno a cuore l’interesse nazionale. E hanno perfettamente ragione. Infatti, si tratta di scegliere tra il Sacro interesse nazionale – che da sempre esprime l’interesse delle classi dominanti – e il più profano interesse delle classi dominate, le cui condizioni di lavoro e di vita peggiorano sempre di nuovo, compromesso dopo compromesso, «senso di responsabilità» dopo «senso di responsabilità», «compatibilità» dopo «compatibilità», avendo come loro limite inferiore l’esistenza dei «negri» e dei «gialli». E questo non a causa della cattiva volontà politica di qualcuno, come ci dicono i progressisti di tutto il mondo da circa un secolo a questa parte, ma in grazia dell’intima e incoercibile natura del dominio sociale vigente. E’ vero, «il pesce puzza dalla testa», come dicono i meridionali, ma qui la testa non è il Berlusconi di turno, ma il capitale, il vero soggetto attivo di questa epoca storica, il mostro che tutti i santi giorni ci ingiunge di guadagnarci in qualche modo la metaforica (ma per qualcuno ben reale!) pagnotta: chi sfruttando il lavoro degli altri, chi lavorando, chi rubando, chi trafficando in droga e armi, e così via, lungo la quasi infinita filiera del profitto e del denaro.

Le chiacchiere sulla «volontà politica» stanno a zero e hanno il solo significato di ingannare le classi dominate, le uniche che potrebbero rimettere in moto la storia. «Ma siamo tutti sulla stessa barca: se affonda il capitale affonda pure il lavoro!» Qui occorre fare una quasi insignificante precisazione: col capitale affonderebbe il lavoro salariato, il lavoro nella sua attuale forma di merce che valorizza altra merce, non il lavoro tout court, che è un dato inestinguibile della prassi sociale umana.

Non sono così ingenuo da pensare che la comunità dell’uomo in quanto uomo sia dietro l’angolo, e anzi so benissimo che l’attualità del dominio oggi annichilisce la possibilità della liberazione. Ma ho anche capito che «La smisurata dimensione del potere diventa l’unico ostacolo che proibisce la veduta della sua superfluità» (M. Horkheimer). Invito a guardare da questa prospettiva anche il prezioso lavoro politico teso a diffondere presso i lavoratori la necessità e l’urgenza dell’autorganizzazione, contro la micidiale «logica» della delega e delle compatibilità. È, a mio modesto avviso, la sola prospettiva che può dare coerenza e forza a quell’impegno, che può renderlo fino a un certo punto immune alle astutissime strategie del dominio.