IL PIANTO GRECO DI CARLO FORMENTI

«Con la scusa di “risanare” un territorio urbano che le esauste casse delle amministrazioni locali (falcidiate dai tagli dei governi neoliberisti) non riescono più a curare, industrie e società finanziarie globali allungano gli artigli sugli spazi pubblici che, una volta trasformati in proprietà privata, non vengono più presidiati e difesi dalla polizia ma da guardie armate assoldate dai nuovi padroni. Così lo spazio pubblico si restringe e si restringono anche i diritti di fruizione che tradizionalmente lo regolavano, sostituiti dall’arbitraria volontà dei proprietari fatta valere con la forza». Questo scriveva ieri Carlo Formenti sul blog di MicroMega, commentando la «durissima polemica sulla privatizzazione degli spazi pubblici» in corso in Inghilterra, anch’essa alle prese con la crisi economica che “travaglia” l’intero Occidente.

Denunciare la disumana potenza espansiva del Capitale, il suo sempre più incalzante totalitarismo sociale – che, a volte, indossa i panni del totalitarismo politico, l’eccezione che, per dirla con Carl Schmitt, spiega la regola e se stessa –, è il minimo sindacale che ci si deve aspettare da un pensiero che si vuole critico. Ma Formenti non esercita la critica, bensì la lamentela, anzi: l’indignazione, per citare articoli alla moda. Egli fa l’apologia di un Capitalismo rispettoso dei «diritti di fruizione», del contratto sociale e dei beni pubblici, e con ciò stesso mostra tutta la sua – inconsapevole, e perciò ancora più disarmata – subalternità nei confronti dell’ideologia dominante, la quale, come diceva Quello, è l’ideologia della classe dominante. Necessariamente. E l’ideologia ancora dominante, anche nella patria del modello «liberista-selvaggio» tanto disprezzato dai progressisti, è quella che vuole l’economia essere rispettosa dei «diritti umani», dei lavoratori, dell’ambiente e balle speculative dello stesso tenore. E se non lo è, a cagione dei soliti cinici operatori economici (i vampiri dell’Alta Finanza in testa!), ovvero a causa di politici corrotti e/o incapaci, potrebbe esserlo, di più: dovrebbe esserlo.

Non mi stancherò mai di ripetere che nella società capitalistica in generale, e in quella del XXI secolo in particolare, ossia nella fase totale del Capitale (un concetto che ingloba tanto la sua dimensione geosociale quanto la sua dimensione esistenziale: tutti noi!) il bene comune è una menzogna, dietro la quale si cela la realtà di rapporti sociali interamente orientati al massimo e immediato profitto. Come ho scritto nel mio modesto lavoro “economico” criticando i teorici del benecomunismo, oggi «non esiste alcun “Comune”, perché tutto quello che esiste sotto il vasto cielo della società capitalistica mondiale (o “globale”) appartiene con Diritto – ossia con forza, con vio­lenza – al Capitale, privato o pubblico che sia. Il Capitale non si appropria arbitrariamente “il Comune”, non lo “privatizza”, ma estende piuttosto continuamente la sua capacità di trasfor­mare uomini e cose in altrettante occasioni di profitto, e può farlo perché l’intero spazio sociale gli appartiene, è una sua creatura, una sua naturale riserva di caccia» (Dacci oggi il nostro pane quotidiano).

Come dimostra Marx (vedi Il segreto dell’accumulazione originaria, Il Capitale, I, cui peraltro fa riferimento lo stesso Formenti all’inizio del suo pezzo), parlare di proprietà comune  (e, per estensione, di Comune, bene comune, bene pubblico) dopo il XVIII secolo è un puro anacronismo, almeno in Inghilterra e nelle metropoli del Capitalismo mondiale. Si desidera illudere se stessi e la gente che esiste, nel XXI secolo, un Comune da difendere con le unghie e con i denti dall’assalto del «neoliberismo» e dalla «cupidigia del capitalismo post moderno»? Accomodatevi! Di certo non sarò mai con i nostalgici del Capitalismo del bel tempo che fu – quando, detto di passata, esisteva ancora il «socialismo reale», il quale, dopo tutto, non era poi così male, a parte qualche piccola magagna…

«Da noi, intanto, il governo dei “tecnici” ci ha appena comunicato che, per risanare i buchi del pubblico bilancio, metterà in vendita i pezzi pregiati del nostro patrimonio pubblico, sia a livello dei beni dello stato centrale, sia a livello dei beni del governo locale: beni mobili e immobili, beni demaniali, partecipazioni in imprese municipalizzate e quant’altro finiranno nelle mani di privati che ne faranno ciò che vorranno (li trasformeranno cioè in fonti di profitto ignorando interessi e diritti dei comuni cittadini)». Nella società capitalistica comanda la totalitaria legge del profitto: che scandalo!

La crisi economica ha reso evidente quello che le briciole materiali e “spirituali” dei tempi cosiddetti grassi nascondevano, e cioè il fatto che tutto quello che in qualche modo entra in conflitto con le esigenze dell’accumulazione capitalistica deve venir spazzato via. È solo una questione di tempo. Tutti i diritti particolari devono fare i conti con questo diritto universale, il quale sta scritto nella prassi, nel linguaggio della vita reale, sempre per civettare con l’ubriacone di Treviri, non certo sui libri sacri che cianciano di «diritti umani», contratti sociali, beni comuni, e luogocomunismi di identico vile conio. Ad esempio, un Welfare che non si armonizza più con il processo che sempre di nuovo crea la ricchezza sociale deve necessariamente confessare il proprio fallimento. agli inizi degli anni Ottanta la Thatcher in Inghilterra e Reagan negli Stati Uniti si limitarono a ratificare un dato di fatto. Oggi ci risiamo.

Tra l’altro, e a dimostrazione di quanto dinamici, fluidi e transitori siano i rapporti di forza intercapitalistici, alla fine degli anni Settanta del secolo scorso spettò all’Inghilterra assumere i panni della cicala dispendiosa, del Paese infetto e reietto – vedi l’odierna Grecia. Nel 1976 Stati Uniti e Germania Federale accusarono la spesa pubblica inglese di ostacolare la ripresa del ciclo economico, e intimarono il governo di Sua Maestà a procedere sulla via del «rigore economico», ossia delle privatizzazioni e del taglio della spesa pubblica. Datevi una mossa con la spending review! Nel dicembre di quell’anno Londra, dopo aver assicurato gli “alleati” circa la sua volontà di voler mettere la testa a posto, ricevette dal FMI un prestito di 3,9 miliardi di dollari. Chiudo la breve digressione “storica”.

Allora bisogna prendere atto della maligna natura del Capitale, e del Leviatano che ne è il cane da guardia, senza fiatare? Tutt’altro! Prendere coscienza della reale natura della potenza sociale che ci tiranneggia, sia durante i boom economici, sia nel corso delle crisi economiche, tanto nel seno della forma democratica del dominio sociale, quanto in quella dittatoriale; assumere questa radicale consapevolezza significa capire con che cosa abbiamo a che fare e scoprire le straordinarie potenzialità sociali che pulsano nel ventre del Dominio.

Il problema non è «il neoliberismo all’assalto dei beni pubblici», ma il Capitale (il rapporto sociale capitalistico) all’assalto dell’intero spazio esistenziale degli individui. È con questa consapevolezza che dobbiamo approcciare il terreno delle lotte parziali, le quali, hegelianamente, lasciano intravedere scenari di più vasta e ambiziosa portata. A patto che si abbandoni la miseranda prospettiva della difesa di uno status quo (il vecchio Welfare, il vecchio «patto sociale» ecc.) che il processo sociale mondiale (vedi l’ascesa capitalistica della Cina, dell’India, del Brasile e via discorrendo) ha reso obsoleto ormai da decenni, e a cui la crisi economica ha inferto l’ultimo colpo, forse il decisivo.

Dopo l’esito delle elezioni in Grecia Formenti appare sconsolato, depresso, pessimista fino al “qualunquismo”: «Tanto, come dimostra il caso greco, la casta neoliberista attribuisce al voto popolare lo stesso valore della carta igienica con cui si pulisce il lato B. Il tutto nell’assordante silenzio delle forze politiche che hanno ancora la faccia tosta di definirsi “di sinistra”. Fino a quando permetteremo loro di abusare della nostra pazienza?». Casta neoliberista versus forze del progresso: ecco in quali ideologici (falsi) termini il Nostro ha interpretato il rito democratico della “fatale” domenica. Peraltro, non la «casta neoliberista» ma l’ormai ultrasecolare prassi capitalistica – nell’accezione sociale, e non meramente economica, del concetto –  si è incaricata di attestare la funzione igienica delle elezioni. Ci vuole davvero molta pazienza nell’esercizio della critica, la quale il più delle volte si risolve nel trattamento chimico di ciò che «il lato B» ama rilasciare a testimonianza di una buona digestione.

VITE PRECARIE

Società di massa, 2011

Leggo su un post dedicato al precariato: «Il precariato non è un evento spontaneo (non esistono eventi spontanei, nella società), ma il risultato di una serie di politiche socio-economiche» (dal Blog precariementi). Per chiarire il concetto, l’autore del post cita The precariat: The New Dangerous Class di Guy Standing. «Negli anni Settanta, un gruppo di economisti orientati ideologicamente si è impossessato delle orecchie e delle menti dei politici. L’asse portante del loro modello “neo-liberista” era che la crescita e lo sviluppo dovessero dipendere dalla competitività del mercato: pur di massimizzare competizione e competitività, e di permettere ai principi del mercato di permeare ogni aspetto della vita, qualsiasi azione doveva essere intrapresa».

Insomma, per Standing il precariato non si sviluppa, in primo luogo e fondamentalmente, come una necessità avvertita dal processo di accumulazione capitalistica giunto a un altissimo grado di “maturazione” (e quindi travagliato da molte e “problematiche” contraddizioni), ma si dà storicamente innanzitutto come decisione politico-ideologica. La stessa data di fondazione del precariato contraddice però l’assunto di Standing: proprio negli anni Settanta del secolo scorso, infatti, il capitalismo occidentale entrò in una crisi strutturale che obbligò la politica a promuovere un vasto programma di «riforme strutturali» tese a ridurre al minimo la spesa pubblica improduttiva, a finanziare la ricerca tecnologico-scientifica e a rendere più produttiva, disciplinata e flessibile la forza lavoro.

Si dirà: «ma allora, i cinici teorici del liberismo selvaggio hanno ragione?» Dal punto di vista di questa società la verità sta tutta dalla loro parte, ed è per questo che consiglio a chi intende sviluppare una prassi anticapitalistica a stare alla larga da «manovre finanziarie alternative» e da improbabili «contropoteri finanziari»: se si accetta il confronto di merito sul «Bene Comune» le classi dominate hanno tutto da perdere e niente da guadagnare. Cinica e selvaggia è la società basata sullo sfruttamento del lavoro umano (vedi Art. 1 della Costituzione italiana). «Il successo dell’agenda “neo-liberista”, abbracciata in misura variabile da governi di ogni colore, ha creato un mostro politico incombente. Bisogna agire prima che questo mostro prenda vita». Consiglio ai progressisti di prendere molto sul serio l’agenda del Capitale in quanto potenza sociale basata su un peculiare rapporto sociale. Il Mostro famelico di uomini e cose è da un pezzo fra noi.

Negli Stati Uniti e in Inghilterra, i due paesi occidentali più coinvolti nella crisi sistemica di quegli anni, questa imperiosa necessità dell’accumulazione capitalistica prese la forma della «rivoluzione liberista» (che diventa «controrivoluzione» nella prospettiva dei progressisti) promossa da Reagan e dalla Thatcher.
Il nostro Paese, nonostante il cosiddetto «decisionismo craxiano», fu quello che più debolmente e contraddittoriamente si avviò negli anni Ottanta sulla strada delle «riforme strutturali», e difatti oggi il Sistema Italia appare appesantito da una struttura economico-sociale (politica e istituzioni comprese, naturalmente) davvero obsoleta, soprattutto in rapporto ai suoi competitors di analoga grandezza. La presenza di un forte cattostatalismo (DC-PCI) testimoniava il groviglio di interessi parassitari che si era formato intorno al processo di distribuzione della ricchezza sociale nel Bel Paese.

Non a caso rifondatori dello statalismo come Bertinotti scrivono oggi libri apologetici del tempo in cui il capitalismo di Stato (con annessi sindacati e partiti di massa) italiano gareggiava con il «socialismo reale» dell’Unione Sovietica. «Formidabili quegli anni!» Certo, ma per chi? Sicuramente per gli statalisti che amavano sventolare bandiere rosse e bandiere bianche.

L’ingresso di Cina, India, Brasile, ecc. sulla scena della competizione capitalistica globale ha radicalizzato processi economici, sociali e politici già in corso in Occidente e in Giappone da lunga data. Ciò che ieri si dava come esigenza, oggi si dà come imperativo categorico. La precarizzazione del lavoro in Occidente si inscrive per intero dentro questo quadro.

Scrive Standing: «Un aspetto centrale della globalizzazione può essere riassunto in un’angosciante dinamica, ‘la mercificazione’. Questa dinamica implica che ogni cosa venga trattata come una merce, che può essere comprata e venduta, soggetta alle leggi del mercato, con prezzi stabiliti dalla domanda e dall’offerta, priva di un’effettiva capacità di ‘intervento’ (una capacità di resistenza). La mercificazione si è estesa a ogni aspetto dell’esistenza – la famiglia, il sistema educativo, l’impresa, le istituzioni del lavoro, la politica di protezione sociale, la disoccupazione, la disabilità, le comunità occupazionali e la politica».

Tutto giusto. Solo che Standing ne parla come se si trattasse di fatti nuovi, accaduti negli ultimi trent’anni. La mercificazione dell’intero spazio esistenziale è immanente alla natura del capitalismo già nella sua fase genetica. L’altro ieri ho letto un residuo referendario sotto forma di manifesto incollata a un muro: «L’acqua non può essere mercificata». L’acqua no, la capacità lavorativa e l’esistenza degli individui invece sì! Signori, l’ideologia gioca brutti scherzi.

La stessa esternalizzazione delle funzioni lavorative non direttamente produttive di plusvalore dal processo industriale, che tanta parte ha avuto ed ha nella precarizzazione di molte figure professionali, è una tendenza radicata nel processo di accumulazione capitalistica, il quale, detto di passaggio, influenza pesantemente anche la struttura del Welfare.

La vitale – per la società nella quale abbiamo la ventura di vivere – ricerca del profitto è da sempre il motore del processo economico considerato nella sua totalità (senza le ridicole distinzioni etiche tra un’economia cosiddetta «reale» e un’altra finanziaria e «speculativa»), e il processo di mercificazione e di precarizzazione dell’intera esistenza degli individui non rappresenta una diabolica deviazione della nostra società decisa dietro le quinte da «economisti orientati ideologicamente». Il fatto è che il processo sociale ci movimenta come sterile terra, e il polverone che si alza tutto intorno ci copre e ci acceca. Nel capitalismo la vita è precaria per definizione.

La precarizzazione della vita che sperimentiamo oggi è solo un ulteriore passo nella disumanizzazione inscritta nella natura del capitalismo d’ogni tempo, del capitalismo tout court. Rendere il più possibile produttiva, flessibile, disciplinata e poco costosa la «risorsa umana» per il Capitale non è un optional, è un imperativo categorico.Senza una visione chiara della reale natura sociale della precarizzazione del lavoro e della vita corriamo il rischio di idealizzare capitalismi «meno disumani» e di rimanere oggetti delle lotte intercapitalistiche.