LA TRAGEDIA DEL POPOLO CURDO. E LA NOSTRA

Qualche giorno fa Adriano Sofri ricordava sul Foglio un vecchio proverbio curdo: «Solo le montagne sono amiche dei curdi». A giudicare dalla storia, passata e recente, del popolo curdo (un popolo disperso, com’è noto, in ben quattro nazioni: Turchia, Siria, Iraq e Iran) (*) quel proverbio si limita a registrare un’amara verità.

Mi permetto di sintetizzare la secolare tragedia del popolo curdo nei termini brutali che seguono: per sopravvivere esso è stato costretto a stringere alleanze con Potenze mondiali e regionali, secondo l’antica massima che sentenzia: «Il nemico del mio nemico è mio amico»; salvo poi subire dolorosi “tradimenti” da parte delle nazioni che lo hanno prima usato, anche come esercito nelle cosiddette guerre per procura, e poi abbandonato al suo destino di popolo indesiderato e pericoloso – anche per le idee democratiche e progressiste che animano la sua lotta per l’autodeterminazione nazionale (**). Minacciati dal macellaio di Ankara, alleato degli imperialisti americani ed europei, oggi i curdi sono costretti ad allearsi con il nemico di ieri, cioè con il macellaio di Damasco sostenuto dall’imperialismo russo e dagli iraniani. Il fatto che nei giorni scorsi i leader curdi abbiano implorato gli americani di non ritirarsi dal confine turco-siriano e poi, a “tradimento” statunitense consumato, gli europei a sostituirli prontamente nell’opera di “pacificazione”, la dice lunga sul carattere tragico della vicenda curda. Tra l’altro ciò testimonia come sia risibile parlare di “sovranità nazionale” nel XXI secolo, e non alludo solo alla sovranità nazionale ancora oggi negata ai curdi.

«Donald Trump ha di fatto abbandonato al proprio destino le milizie curde che sono state il principale alleato degli Usa nella lotta contro i terroristi dell’ Isis. Così facendo ha posto Putin nelle vesti di arbitro tra il regime siriano e i curdi, costretti a bussare alla porta di Damasco per non essere schiacciati dalla macchina bellica turca. L’accordo favorisce prima di tutto Putin. Senza il sostegno del Cremlino Assad probabilmente non sarebbe neanche più al potere e le aree controllate da Damasco di fatto lo sono anche da Mosca. Assieme ai soldati siriani potrebbero infatti entrare a Kobane anche quelli russi. D’altronde Putin è però in ottimi rapporti pure con il leader turco Erdogan e l’asse Mosca-Ankara non può che uscire ulteriormente rafforzato da questa complessa situazione. Turchia e Russia stanno dalla parte opposta del fronte, ma assieme all’Iran (altro alleato di ferro di Damasco) formano il trio di Astana e da tempo trattano amichevolmente per spartirsi le zone di influenza in Siria. Non è un caso che Erdogan abbia telefonato a Putin poco prima di aprire il fuoco» (G. Agliastro, La Stampa). Ovviamente a pagare a carissimo prezzo questa complessa partita a scacchi geopolitica è la popolazione civile, massacrata e cacciata di casa, colpita in tutti i modi nel contesto di una condizione già molto difficile e precaria. Un abisso politico e umano mi separa da chi oggi versa lacrime sulla “ritirata”, sull’”impotenza”, sulla “vigliaccheria” e sul “tradimento” dell’Occidente mentre assiste al – momentaneo – successo delle Potenze considerate “politicamente scorrette” nei salotti buoni della politica e della cultura occidentali. Per quanto mi riguarda, divido il mondo solo in dominanti e dominati, sfruttatori e sfruttati, oppressori e oppressi; tutto il resto è squallida propaganda al servizio dello status quo sociale (da non confondersi con quello geopolitico) nazionale e mondiale. Ciò che mi preoccupa è piuttosto la perdurante impotenza delle classi subalterne, incapaci di un pensiero indipendente e di una iniziativa autonoma, e ciò è anche dimostrato dal consenso che l’operazione Fonte di Pace (notare il cinismo orwelliano) sta ottenendo in Turchia, a dimostrazione che il veleno nazionalista non smette di svolgere la sua odiosa funzione. Il macellaio Recep Tayyp Erdogan, fino a qualche settimana fa in declino nei sondaggi, oggi sembra essere in netta ripresa, tanto più che l’opposizione parlamentare (non legata ai curdi) ha di fatto accettato l’intervento militare in Siria.

Il “tradimento” da parte di qualche Potenza internazionale o regionale è dunque un concetto che i curdi conoscono benissimo e da molto tempo. È sufficiente leggere un solo articolo pubblicato in questi giorni sull’invasione turca della Siria per rendersi conto dei tanti “tradimenti” che il popolo curdo ha dovuto subire nell’ultimo secolo, a partire dal Trattato di Sèvres del 1920 che ridefiniva i confini della Turchia dopo lo sfaldamento dell’impero ottomano. Allora i curdi non solo non ottennero l’agognato Stato nazionale promesso loro da Francia, Regno Unito e Stati Uniti, i padroni del mondo uscito dalla Prima carneficina mondiale; ma dal 1923 (Trattato di Losanna) essi dovettero subire i rigori  nazionalistici dei quattro Paesi (Turchia, Iran, Iraq e Siria) individuati dalla “comunità internazionale” come legittimi padroni dell’area rivendicata dai curdi. In un secolo quell’area ha conosciuto una “sofisticata” opera di ingegneria etnica che si è sostanziata  in deportazioni e pulizie etniche realizzate sulla pelle dei curdi e di altri popoli privati di patria e di diritti.

Scrive Elena Zacchetti (Il Post): «La situazione in Siria si complicò alla fine del 2014. Il governo statunitense, allora guidato da Barack Obama, non voleva impegnarsi con le proprie truppe di terra e aveva bisogno di alleati che combattessero al posto suo. I curdi siriani si erano dimostrati molto abili in battaglia ed erano interessati a recuperare i territori del nord della Siria abitati in prevalenza da curdi, e in quel momento sotto il controllo dell’ISIS. Speravano inoltre che avere l’appoggio di un paese così potente e importante li potesse aiutare nella loro causa per la creazione di uno stato curdo, o per lo meno di un territorio in Siria con grande autonomia dal governo centrale. […] Soltanto ad agosto [2019] Stati Uniti e Turchia avevano firmato un accordo per “stabilizzare” il confine meridionale turco, che prevedeva la creazione di una “safe zone”, una “zona cuscinetto”, che avrebbe dovuto dividere le forze turche da quelle curde. Tra le altre cose, l’accordo prevedeva che i curdi siriani si ritirassero dagli avamposti di confine, di fatto rinunciando a un’importante linea di difesa in caso di attacco turco. In cambio, il governo statunitense avrebbe garantito ai curdi protezione e sicurezza. Alla fine di agosto i curdi avevano iniziato a ritirarsi. Il problema è che, dopo avere garantito sicurezza e protezione ai curdi siriani, e dopo che i curdi siriani di conseguenza si sono ritirati, gli Stati Uniti hanno fatto marcia indietro». Mai fidarsi degli imperialisti! «Gli americani ci avevano garantito la loro protezione, e invece ci hanno abbandonati con la loro ingiusta decisione di ritirare le loro truppe alla frontiera turca»: mai fidarsi delle garanzie offerte dagli imperialisti (americani, europei, russi o cinesi che siano)!

Lo so, la mia è una facile battuta che non tiene conto dei reali rapporti di forza che insistono sul terreno; ma essa intende solo illuminare il quadro della situazione, nel cui seno i curdi possono ritagliarsi un margine di manovra assai ristretto, e sempre contando sul sostegno di qualche Potenza “amica”. Non dimentichiamo che nel 1991, alla fine della Prima Guerra del Golfo, gli Stati Uniti di George Bush lasciarono nelle mani di Saddam Hussein non meno di due milioni di curdi che li avevano sostenuti nella guerra sperando in un’autodeterminazione che arriverà solo nel 2003, con la formazione del Kurdistan iracheno. Si trattò di una vera ecatombe, con migliaia di persone, in maggioranza vecchi e bambini, uccisi ogni giorno dall’esercito iracheno. Nel 1988 questo esercito massacrò non meno di 100mila curdi con un attacco chimico a Halabja; allora gli europei fecero finta di niente, perché l’Iraq era impegnato in una sanguinosissima guerra contro l’Iran komeinista.

Ma ritorniamo alla guerra di questi giorni. Come accade sempre in questi casi la cosiddetta opinione pubblica internazionale lamenta l’impotenza dell’Onu. Ma l’Onu non è affatto impotente: essa è esattamente quello che deve essere, e cioè uno strumento politico-ideologico al servizio degli interessi di grandi, medie e piccole potenze, le quali se ne servono quando occorre per meglio perseguire i loro obiettivi nel quadro della contesa sistemica (economica, scientifica, militare, ideologica) planetaria. Nell’Onu non si muove foglia che l’Imperialismo non voglia! Naturalmente sono le Potenze maggiori a determinare l’azione (o inazione) di quella escrementizia entità politico-diplomatica, la quale è a tutti gli effetti «un covo di briganti» (Lenin). Secondo Macron l’offensiva di Ankara in Siria può scatenare «conseguenze umanitarie drammatiche». Invece quella scatenata dalla Francia (e dall’Inghilterra) in Libia nel febbraio 2011 ha portato pace, serenità e prosperità per tutti…

Scriveva Alberto Negri sul Manifesto di qualche giorno fa: «Il cartello del Rojava, “fabbrica democratica” al confine turco-siriano, adesso dice: “Chiuso per tradimento americano”». Mi chiedo fino a che punto si possa legittimamente parlare di “tradimento” nell’ambito del “grande gioco geopolitico”, ossia in riferimento alla contesa interimperialistica. Forse non bisognerebbe usare certe categorie morali in contesti dominati dal principio degli interessi e della potenza.

La tragedia dei curdi siriani nelle parole di Lorenzo Cremonesi (Il Corriere della Sera), inviato a Derek: «Stanno qualche ora in fila, attendono pazienti. Salvo poi venire ricacciati indietro con i bambini, le valigie troppo grandi, le mogli troppo coperte che sudano copiosamente sotto il sole ancora caldo di metà ottobre, l’aria secca, le sporte di vestiti pesanti. “Partono adesso quelli di noi che in passato hanno combattuto contro il regime di Bashar Assad, oppure i giovani renitenti alla leva. Non vogliono essere costretti nelle unità di punizione dell’esercito nazionale siriano, mandate subito a combattere e morire in prima linea contro i turchi”, confida un quarantenne dall’aria distinta. Lascia capire di essere un alto esponente dell’intelligence di Rojava. […]  In realtà, sul campo si notano cambiamenti importanti. L’altra sera a Qamishli erano sparite le consuete pattuglie curde che si muovono nei quartieri controllati dai fedeli al regime di Bashar. Damasco ha sempre negato qualsiasi forma di autonomia curda e nulla lascia credere abbia cambiato politica. Tutt’altro. Per la prima volta dal ritiro dopo lo scoppio delle rivolte nel 2011, i suoi soldati tornano a marciare per le strade del Nordest siriano. Nulla lascia credere che smetteranno di farlo. Uno degli articoli in discussione nell’accordo contempla che le unità curde vengano assorbite in quelle dell’esercito regolare. Inoltre su tutti gli edifici pubblici dell’intera Rojava dovrà sventolare la bandiera nazionale. Una mossa non solo simbolica. Il regime espande la sovranità. Non sono pochi adesso i curdi che iniziano a mettere in dubbio il valore del tributo di sangue pagato dalle loro forze armate nella guerra contro Isis: oltre 11.000 morti e quasi il doppio di feriti. Un numero enorme, specie se si pensa che Rojava conta in tutto meno di 60.000 effettivi tra combattenti uomini e donne. “Valeva la pena perdere tanti soldati alla luce del tradimento americano?”, si chiedeva ieri un giovane giornalista della televisione locale. Lo smarrimento è palpabile. Il futuro un’incognita inquietante. Rispondeva disilluso un suo collega: “Possiamo dire che abbiamo vissuto otto anni inebrianti di libertà, almeno saranno un punto fermo nei libri della storia del popolo curdo. Ma li stiamo perdendo”».

Quando la Nazione va in guerra, la Nazionale saluta militarmente. Questi sì che sono autentici patrioti! Altro che pezzi di mErdogan! O no?

(*) «Se il Kurdistan fosse unito politicamente potrebbe essere lo Stato più ricco del Medio Oriente, considerate le materie prime di cui dispone – dal petrolio alle risorse idriche. Il petrolio infatti viene estratto in tutti e quattro i paesi “curdi”. […] Sempre con riguardo al petrolio, l’area curda è coinvolta nel “grande gioco” in atto nelle repubbliche centrasiatiche. Con l’implosione dell’ex Urss è salita alla ribalta geopolitica l’Asia centrale, soprattutto per i ricchi giacimenti di petrolio e gas naturale del Mar Caspio. In gioco c’è lo sfruttamento degli stessi da parte delle grandi multinazionali, ma soprattutto lo sfruttamento dei diritti di passaggio degli oleodotti e dei gasdotti» (M. Franza, Limes, 1999).
(**) In uno scritto del 2014 esprimevo tutto il mio apprezzamento e il mio sostegno politico (peraltro non richiesto da nessuno…) alla lotta democratico-nazionale del popolo curdo, allora soprattutto alle prese con i tagliagole del cosiddetto Califfato Islamico. Ciò naturalmente non mi impediva di prendere una posizione critica nei confronti di chi in Europa straparlava “da sinistra” circa «un nuovo modello socialista» a proposito del Rojava. Sul Manifesto Alberto Negri ha definito l’azione dei progressisti curdi a Rojava come «l’unico esperimento di governo della regione che ricordi uno stato laico europeo»: non c’è dubbio. Cosa abbia però a che fare il “socialismo” con la lotta democratico-nazionale dei curdi è qualcosa che può avere un senso solo nella testa dei teorici del “Socialismo del XXI secolo”, i quali sono sempre alla ricerca di “socialismi originali”, forse per mitigare la nostalgia nei confronti dei “socialismi realizzati”.

 

Aggiunta del 16/10/2019

IL MADE IN ITALY CHE UCCIDE I CURDI

Da Nexquotidiano:

«Agusta A129 Mangusta: l’elicottero italiano che guida l’offensiva della Turchia in Siria. C’è anche un po’ di “orgoglio” italiano nell’offensiva della Turchia in Siria. E riguarda gli elicotteri da combattimento prodotti in patria ma creazioni del made in Italy: la versione avanzata dell’Agusta A129 Mangusta prodotto da Leonardo, che i nostri militari hanno usato in Somalia, Iraq e Afghanistan».

Scrive Gianluca Di Feo su Repubblica:

«Sono macchine micidiali. Piccole, veloci, robuste ma zeppe di apparati hi-tech. Scoprono gli obiettivi con un radar e un sistema infrarossi, a cui non sfugge nulla neppure di notte, nemmeno nei boschi. Hanno una torretta con un cannone a tre canne rotanti: per puntarlo basta che il pilota guardi il bersaglio, l’arma segue il suo occhio e spara 500 colpi in meno di un secondo. Possono lanciare 76 razzi che trasformano il terreno in un inferno. O guidare missili che sbriciolano i bunker. Cabina, motori e trasmissioni sono blindati – un Mangusta italiano in Afghanistan ha incassato cento pallottole senza problemi – e c’è un congegno per deviare i rari missili terra-aria dei guerriglieri. Per i curdi fermarli è quasi impossibile».

SOVRANO È IL CAPITALE. TUTTO IL RESTO È ILLUSIONE E MENZOGNA

La crisi valutaria che si è abbattuta sulla Turchia, dopo una lunga e malcelata gestazione che ha le sue cause immediate in fattori di varia natura (economica, geopolitica, politica), ha inaspettatamente riacceso il dibattito sulla politica – e soprattutto sulla retorica – sovranista che fino a qualche giorno prima sembrava aver esaurito la sua “spinta propulsiva” dopo aver imperversato per molti mesi sulle pagine dei quotidiani e sui “social”. Scriveva ieri Giuseppe Turani: «Il crollo della lira turca, meno 30 per cento da inizio anno, 7 per cento solo negli ultimi giorni, è la peggiore e più dura lezione che potesse cadere in testa ai sovranisti nostrani. In un certo senso è una specie di visione anticipata di un possibile film italiano (se non avessimo l’Europa e la Bce di Mario Draghi)» (La Nazione). «”La crisi turca è una lezione per chi ha ancora dubbi se l’Euro sia o no positivo: lo è”: così il ministro degli Esteri Enzo Moavero spiega al Foglio perché la crisi finanziaria della Turchia è una grande lezione per gli anti euro». Chissà con quali sentimenti la coppia sovranista più bella del mondo che regge le sorti del governo italiano ha incassato le chiare parole di Moavero.

La rovinosa caduta della lira turca ha dunque ringalluzzito il partito antisovranista uscito alquanto ammaccato dalle ultime elezioni politiche; non solo, ma sembra aver conquistato alla sua causa personaggi che in precedenza avevano dato un certo credito al governo “sovranista e populista” di Salvini e Di Maio. Quando c’è di mezzo la lira, sebbene turca, gli animi di coloro che sono molto sensibili ai destini della propria pecunia (e chi non lo è, avendola?) si accendono, costringendoli sovente a riflessioni più realistiche intorno al pessimo mondo in cui ci tocca vivere. È il caso di Alessandro Sallusti, protagonista ieri di un duro attacco a quello che non ha esitato a definire «inganno sovranista».

A mio parere vale la pena di riportare qualche passo del suo articolo: «Si dice che stiamo andando verso un sistema sovranista, anzi che già abbiamo un governo sovranista. “Padroni in casa nostra”, “Prima gli italiani”, “Dell’Europa me ne frego”: sono alcuni degli slogan che hanno fatto la fortuna della Lega e dei Cinquestelle. E dire che abbiamo fatto tanto, anche delle guerre, per cacciare i sovrani e sostituire le monarchie con le repubbliche unite tra di loro attraverso istituzioni politiche ed economiche sovrannazionali. Ora qualcuno vuole tornare indietro, ne ha facoltà e per certi versi la cosa affascina anche noi. Del resto chi non vorrebbe essere “padrone a casa propria”. Ma la domanda, mi rendo conto un po’ noiosa in questo torrido agosto, che dovremmo porci è la seguente: padroni di che cosa? “Di tutto”, sarebbe la risposta più ovvia e diretta. Ma è questa una risposta ottocentesca, buona per gli allocchi in campagna elettorale. Pensateci. Ieri è successa una certa cosa in Turchia e nel giro di pochi secondi la nostra economia e le nostre finanze sono crollate. Cosa c’entriamo noi con la Turchia – che non fa neppure parte dell’Europa – piuttosto che con i dazi che Trump mette alla Cina? Apparentemente nulla, ma in realtà molto e l’essere “padroni in casa nostra” non ci ha messo al riparo da danni enormi, né mai potrà farlo. Le banche italiane sono sovrannazionali, non per l’azionariato ma perché hanno nei loro bilanci beni (azioni e titoli) sovrannazionali. Le nostre aziende più eccellenti, grandi e piccole, sono sovrannazionali perché l’ottanta per cento del loro fatturato lo fanno all’estero e uno starnuto a Mosca o a Pechino può fare loro più male, o bene, di una nuova tassa, in più o in meno, decisa a Roma. Possiamo essere noi “sovrani” di questi diabolici e ineluttabili meccanismi? Proprio no, non è possibile, neppure se Matteo Salvini e Luigi Di Maio si sgolassero a urlarlo da qui all’eternità. E ancora. Possiamo essere “sovrani” sulla rete Internet che veicola oggi in tempo reale l’80% dell’informazione, vera o falsa che sia? Possiamo esserlo sull’imporre alle donne italiane le regole della maternità quando appena fuori dai nostri confini è ammesso qualsiasi tipo di fecondazione? Possono i “sovranisti” fermare la tecnologia che tutto permette a tutti? La risposta è sempre la stessa: no. Usciamo quindi dall’inganno sovranista. La questione non è essere favorevoli o contrari, semplicemente parliamo di una cosa irrealizzabile, fuori dal tempo. Io mi accontenterei di essere sovrano a casa mia, nel senso della mia famiglia. Ma anche lì ho non pochi problemi (e Salvini penso altrettanto)» (Il Giornale).

Non c’è il minimo dubbio. Per rimanere sul solo terreno “macroeconomico”, la cosiddetta filiera internazionale del valore è così lunga e complessa da rendere oltremodo difficile, se non praticamente impossibile, stabilire la nazionalità delle merci che compriamo, e ciò vale soprattutto per le merci più complesse la cui produzione è semplicemente inconcepibile fuori della divisione internazionale del lavoro – “manuale” e “intellettuale”.

Parlare poi di “sovranità” politica ed economica a proposito di un Paese di media/piccola potenza capitalistica come l’Italia è semplicemente ridicolo, e a saperlo benissimo sono in primo luogo quei “sovranisti-populisti” che cavalcano con destrezza il disagio sociale delle classi subalterne per conquistarne il consenso politico-elettorale e sfiancarle lasciandole libere di sfogarsi sul terreno dei capri espiatori (gli immigrati, Soros, i poteri forti, Bruxelles, Berlino, ecc.) e della guerra fra miserabili.

In questo momento è soprattutto il partito di Grillo & Casaleggio a essere molto interessato a spingere il pedale del “populismo socialmente orientato” perché intende crearsi un’ampia e durevole base di consenso clientelare-elettorale a cui attingere. Più che il modello “Prima Repubblica”, la cosa evoca ai miei occhi il modello chávista, naturalmente cambiando quel che c’è da cambiare: a cominciare dal fatto che il clientelismo “bolivariano” può contare sulla rendita petrolifera, mentre quello italiano può contare sulla fiscalità generale, come sa bene lo zoccolo duro dell’elettorato leghista: «Roma ladrona, la Lega non perdona!».

Oggi sovrano assoluto delle nostre vite è solo il Capitale, e il successo delle ideologie sovraniste e identitarie si spiega proprio con il dominio planetario e sempre più capillare degli interessi economici, i quali hanno il potere di piegare alla disumana logica del profitto tutto ciò che esiste tra terra e cielo. Le stesse guerre commerciali basate su politiche protezioniste confermano la natura planetaria e totalitaria dei vigenti rapporti sociali, i quali costringono i Paesi che più degli altri subiscono i contraccolpi negativi della globalizzazione (disoccupazione, precarizzazione del lavoro, distruzione della classe media) a tentare di praticare politiche economiche “sovraniste” e “populiste”, nel tentativo di ribaltare la situazione che oggi li vede perdenti sul terreno della competizione capitalistica totale – o globale. Il cosiddetto sovranismo è l’espressione di una forte debolezza sistemica, e lo conferma anche il fatto che l’uomo forte di Ankara oggi si scaglia contro gli Stati Uniti minacciando di abbandonarli per vendersi ai potenti di turno, ai cinesi in primis. Ma anche gli odiati russi vanno bene allo scopo: «Mosca è felice di poterci vendere i sofisticatissimi sistemi d’arma russi!» Auguri!

Scriveva sempre ieri Bruno Vespa: «Saremmo ovviamente tutti felici di avere al più presto date di pensionamento più eque, reddito di cittadinanza e tasse più basse. Ma la globalizzazione toglie sovranità». Impostato così il problema, la globalizzazione appare forse come un fenomeno che ci colpisce dall’esterno, mentre il nostro Paese ne fa parte a pieno titolo, e necessariamente, e chi ne fa le spesse sono come sempre i nullatenenti, i quali sono chiamati a inchinarsi al cattivo Moloch chiamato Globalizzazione. «Noi vorremmo, ma non possiamo!». Se non si comprende che è la sovranità del Capitale, che regge le sorti di tutti i Paesi e di tutti gli individui, a rendere non solo possibile ma senz’altro inevitabile la globalizzazione sistemica (economica, scientifica, tecnologica, culturale, “antropologica”), facilmente ci si espone alla falsa alternativa venduta sul mercato delle ideologie tra globalismo e sovranismo, europeismo e nazionalismo. Due facce della stessa escrementizia medaglia.