CHUANG E IL «REGIME DI SVILUPPO SOCIALISTA» NELLA CINA DI MAO

La “Questione Cinese” come momento centrale
nella riflessione anticapitalistica del XXI secolo

 

Prima di entrare nel merito della questione che intendo affrontare, credo che sia opportuno premettere quanto segue. Considero molto interessante il lavoro politico e analitico portato avanti dal Collettivo Chuang per almeno due motivi. In primo luogo perché tale Collettivo (che spesso chiamerò semplicemente Chuang) non sostiene in alcun modo, e anzi combatte, il Capitalismo/Imperialismo cinese, non aderendo esso alla miserrima tesi del “socialismo con caratteristiche cinesi” [1]. «La nazione che illustriamo è la Cina che vediamo oggi, una Cina che tiene insieme l’economia globale alle sue radici in disgregazione. Una Cina che, speriamo, sarà finalmente distrutta da più milioni di cinesi, insieme a miliardi di altri che distruggeranno le loro nazioni e, con esse, questa mostruosa economia che lega tutti a tutti e tutti a nessuno». Anch’io, nel mio infinitamente piccolo, mi sento parte di questo straordinario e umanissimo progetto rivoluzionario che riguarda le classi subalterne di tutto il mondo, oggi sottomesse (materialmente, ideologicamente, politicamente e psicologicamente)  allo stesso dominio sociale: quello capitalistico. Mai come oggi, il grido di guerra Proletari di tutto il mondo, unitevi! ha avuto un significato così vero e così importante per il futuro dell’intera umanità.

In secondo luogo, ritengo che gli scritti di Chuang offrano agli anticapitalisti che operano in Occidente un prezioso contributo di analisi sulla società cinese, potendo i suoi esponenti accedere a un vasto materiale documentario redatto anche in lingua cinese. La conoscenza della difficile – e graficamente assai bella – lingua cinese consente di attingere anche alla cosiddetta microstoria, ossia alla storia che dà conto della vita quotidiana delle masse: del loro lavoro, delle lolle loro relazioni, dei loro conflitti interni e con il potere, della loro cultura, ideologia, psicologia, eccetera. Particolarmente interessanti trovo, ad esempio, le analisi di Chuang che hanno per oggetto la differenza tra proletariato urbano e lavoratori rurali nella Cina del XXI secolo.

Non c’è dubbio che quello cinese sia oggi, nel contesto dei Paesi capitalisticamente sviluppati del mondo, lo Stato di gran lunga più autoritario, diciamo pure totalitario, visto anche il ruolo esclusivo che nella Cina ha sempre avuto il Partito-Regime; questo ovviamente non induce gli autentici anticapitalisti a pensare per un solo istante di poter accordare il loro sostegno “tattico” agli Stati meno totalitari sul terreno della “democrazia” e dei “diritti umani”. Personalmente ho mantenuto questa posizione anche nei confronti della crisi che da anni travaglia Hong Kong. Ciò che per me fa premio su tutto è la natura totalitaria del rapporto sociale capitalistico di sfruttamento (dell’uomo e della natura) che oggi domina l’intero pianeta.

La puntuale e approfondita conoscenza di quanto accade nel Paese che è diventato uno dei pilastri centrali del dominio capitalistico mondiale, con ciò che ne segue – o ne dovrebbe auspicabilmente seguire – anche sul terreno della lotta di classe internazionale, consente all’anticapitalista occidentale di condurre una guerra efficace contro i sostenitori del Partito-Regime cosiddetto comunista attivi da questa parte del mondo. «Chuang è un collettivo di comunisti che ritengono che la “questione cinese” sia di importanza centrale nelle contraddizioni del sistema economico globale e nelle potenzialità per un suo superamento. […] Per i proletari al di fuori della Cina, vorremmo sottolineare che, nel XXI secolo, siamo tutti più o meno connessi alla Cina. Soprattutto per quanto riguarda le prospettive di una rivoluzione comunista, i proletari cinesi saranno centrali in un modo o nell’altro a causa del ruolo della Cina e dei lavoratori cinesi nell’economia globale, per non parlare della semplice magnitudine della popolazione cinese» [2]. Non c’è dubbio. È appunto perché considero la “questione cinese” un momento centrale nell’iniziativa anticapitalistica internazionale che da sempre dedico molta attenzione a quanto avviene nella società cinese a tutti i livelli della prassi sociale: dai conflitti sociali alle tensioni etniche, dalla crisi ambientale (inquinamento, distruzione degli ecosistemi, ecc.) alle politiche di repressione e controllo, per non parlare dell’attivismo (economico, militare, politico, ideologico) del Celeste Imperialismo.

Diversi tifosi italiani del «socialismo con caratteristiche cinesi» hanno polemizzato con questa mia insistenza, la quale a loro dire farebbe il gioco dell’imperialismo occidentale (anche nelle loro risibili accuse i nipotini di Stalin e di Mao peccano di originalità); qualcuno è perfino arrivato ad accusarmi di disprezzare il «popolo cinese», sorvolando sulla stratificazione classista della società cinese, e sulla natura capitalista/imperialista di essa – nonché della sua “sovrastruttura” politico-istituzionale. Un dettaglio! Peraltro, e detto en passant, ho avuto sempre in massima considerazione la millenaria storia del grande Paese asiatico – grande anche in termini di civiltà, nell’accezione più alta e meno banale del termine.

Anche questo aspetto politico-ideologico (una società ultracapitalista definita, da amici e nemici, “Comunista”, o quantomeno “Socialista”) conferisce alla “Questione Cinese” una particolare centralità: demistificare il falso socialismo/comunismo è purtroppo un rognosissimo compito che l’anticapitalista di questa epoca non può non assumersi, se intende portare acqua al mulino della possibilità rivoluzionaria: la Comunità umana è davvero possibile, oltre che auspicabile, oggi ancora più che nel passato, nonostante tutto sembra negarlo nel modo più radicale, violento e doloroso. Nella misura in cui i lavori di Chuang offrono materiale prezioso a chi intende dimostrare la natura pienamente Capitalista/Imperialista della Cina (sia nel suo fondamento “strutturale”, sia nella sua architettura politico-istituzionale), tale lavoro va nella direzione che possiamo caratterizzare con il seguente slogan: ripristinare il futuro, accreditare cioè l’idea che il Capitalismo non è, nel modo più assoluto, il solo mondo concretamente possibile – al punto che oggi la fine del mondo, magari per via epidemica, appare agli occhi della gente più credibile della fine del Capitalismo per via rivoluzionaria.

È insomma da questa prospettiva tutt’altro che preconcetta e ostile nei confronti dei compagni di Chuang che mi accingo a mettere in chiaro ciò che non condivido della posizione da essi sostenuta circa quello che chiamano «periodo socialista» dello sviluppo economico-sociale della Cina. Per quanto mi riguarda, non si tratta affatto, come temono questi compagni, di «resuscitare antiche faide intestine alla sinistra», della quale peraltro chi scrive non ha mai fatto parte (se si allude alla “sinistra” che in qualche modo ha avuto a che fare con lo stalinismo, con il maoismo e con le altre correnti politico-ideologiche imparentate con il cosiddetto “Comunismo Novecentesco” e con il “socialismo reale”); si tratta piuttosto di capire cosa intendiamo oggi per “socialismo”, “comunismo”, “progetto comunista” e così via. Polemizzare con il passato ovviamente non ha alcun senso, ma capire una posizione politica attuale anche attraverso il giudizio che essa dà della storia passata, non credo  equivalga a «proporre un gioco di replay storico»: tutt’altro. In ogni caso, mi limito a criticare delle posizioni espresse da Chuang nell’ambito della sua ricostruzione della storia della Cina moderna, tutto qui. Possiamo anche considerare la critica che mi accingo a svolgere come il mio personale contributo a quella ricostruzione.

Per il resto, le analisi e le riflessioni di Chuang sulla Cina e sul mondo mi trovano in larga parte consenziente.

Ho letto Sorghum and Steel: The Socialist Developmental Regime and the Forging of China, Red Dust: The Transition to Capitalism in China, più altri scritti brevi; quasi tutte le citazioni di Chuang che compaiono in questo scritto sono tratte da Sorghum and Steel. Mi scuso in anticipo, soprattutto con gli autori, se la mia traduzione fosse, soprattutto per quanto riguarda la sostanza, eccessivamente difettosa. Spero che la lettera non tradisca troppo lo spirito. Leggendo gli scritti di Chuang ho preso degli appunti, che adesso “socializzo” tali e quali per economia di pensiero e per esigenze di sintesi. Mi auguro che la ripetizione di formule e di concetti non disturbi oltremodo i lettori. Per una più approfondita conoscenza del mio punto di vista sulla Cina rimando ai miei diversi scritti dedicati al tema [3].

Se ho capito bene, la tesi fondamentale che sta al centro della riflessione del Collettivo Chuang sulla Rivoluzione cinese è che a un certo punto della tentata transizione della Cina al socialismo, la polvere rossa della produzione capitalistica globale avrebbe soffocato quella straordinaria esperienza, lasciando in campo solo la tendenza capitalistica. Chuang parla, infatti, di «fallimento del regime di sviluppo socialista»; di «fallimento del progetto comunista in Cina». Un fallimento che avrebbe appunto reso possibile «l’integrazione globale della Cina al commercio mondiale e la sua transizione al capitalismo negli anni ‘70». Quando si sarebbe manifestato in tutta la sua drammatica e dirompente ampiezza questo fallimento? «Il regime evolutivo socialista» sarebbe entrato in crisi alla fine degli anni Sessanta: «L’anno 1969 ha segnato lo sfaldamento del socialismo in Cina».

Scrive Chuang: «Ciò significava che il periodo di sviluppo socialista in Cina vide alla fine soppiantare lo stesso progetto comunista, poiché sempre di più veniva sacrificato alla linea di fondo della costruzione di un’economia nazionale. Questo è stato il fallimento strutturale dall’epoca. La mitologia del movimento operaio ha contribuito a rendere possibile questo errore, poiché tendeva a fondere in modo teleologico l’espansione della produzione e dell’occupazione industriale con il progresso storico della società verso il comunismo. Ma di gran lunga più importante era la condizione assediata e isolata in cui si svolgeva questo esperimento. A partire da una povertà così estrema, è difficile criticare i primi comunisti per aver enfatizzato lo sviluppo». A mio avviso ciò che fallì, e comunque occorre precisare i contorni di questo fallimento, non fu il tentativo di costruire il socialismo in un solo Paese (la Cina), ma piuttosto l’ipotesi di uno sviluppo autarchico del capitalismo cinese, ipotesi che prese corpo non sulla base di una precisa scelta ideologica, sebbene sarà presentata dal Partito-Stato proprio in questi termini (prassi del resto tipica nello stalinismo e nel maoismo), ma a causa di fattori interni e internazionali che lo stesso Chuang ha ben individuato. In poche parole, il fallimento del «periodo socialista» dello sviluppo economico cinese appare tale solo dalla prospettiva di chi concede credito alla natura socialista della Rivoluzione cinese, del Partito che la diresse e, più in generale, del mondo del cosiddetto “socialismo realismo”. Dal mio punto di vista l’esperienza del periodo maoista (individuo un nome solo per economia di pensiero) appare invece complessivamente vincente sul piano storico, perché essa riuscì, pur con molti limiti e contraddizioni, a portare il Paese sostanzialmente unito alle soglie del suo definitivo decollo capitalistico: come ho scritto altrove, si tratta di un successo interamente conseguito sul terreno capitalistico, il solo praticato dal PCC e dalla Rivoluzione cinese. Il «progetto socialista cinese» non è fallito semplicemente perché esso non è mai esistito – se non nella versione ideologica del PCC, il quale di Comunista aveva solo il nome.

Io ho sempre rigettato la tesi del fallimento in Cina della transizione dal capitalismo (o dal precapitalismo o come altro vogliamo chiamarlo) al socialismo, semplicemente perché a mio avviso all’ordine del giorno nella Cina moderna c’è sempre stato il problema della transizione al capitalismo, dello sviluppo economico-sociale cinese fondato sui rapporti sociali di produzione capitalistici, mentre tutti i discorsi intorno alla possibilità del socialismo nel grande Paese asiatico nascevano sul terreno dell’ideologia stalinista tradotta nella lingua di Mao Tse-tung. Mascherare i reali antagonismi di classe con fumose fraseologie e risibili giochi di parole: fu questo il significato politico-ideologico più importante del maoismo, espressione di un populismo “con caratteristiche cinesi” (vedi teoria delle quattro classi [4]) che amava presentarsi in (goffi) abiti “marxisti”.

A differenza di quanto avvenne in Russia, dove una rivoluzione proletaria venne effettivamente portata a termine, pur tra mille contraddizioni e limiti, e in stretta connessione con il movimento operaio internazionale, e dove si verificò una devastante controrivoluzione (quella passata alla storia con il nome di Stalin), in Cina non si verificò nulla di tutto questo, e quindi nel contesto della sua storia recente (dal 1949 in poi) il concetto di controrivoluzione è del tutto fuori luogo. Quel concetto, nel contesto cinese, non spiega nulla che possa avere un legame con il reale processo sociale.

Quello che Chuang definisce «regime di sviluppo socialista» io lo considero come un momento interno al processo di sviluppo del capitalismo cinese, un momento particolarmente complesso e contraddittorio dell’accumulazione capitalistica originaria. Le cause della complessa contraddittorietà che ha caratterizzato la prima fase della “modernizzazione” capitalistica della Cina vanno ricercate nella struttura economico-sociale del Paese e nella sua collocazione internazionale, come del resto i compagni di Chuang hanno ben dimostrato con i loro approfonditi studi.

«Il regime di sviluppo socialista» non è stato «smantellato e incorporato nell’economia capitalista» semplicemente perché tale regime in Cina (e altrove nel mondo) non si è mai realizzato, nemmeno in una forma semplicemente abbozzata. Ciò che Chuang concettualizza come «smantellamento» di un progetto socialista, io lo interpreto appunto come uno sviluppo e un’accelerazione interni al reale processo di accumulazione capitalistica dopo la proclamazione della Repubblica Popolare. È evidente che il concetto di “socialismo” che ho in testa io è diverso da quello che hanno in testa i compagni del Collettivo Chuang.

Ad esempio, e sempre se ho ben compreso, Chuang interpreta lo stalinismo come un fenomeno di ossificazione e di sclerosi burocratica interna alla transizione “socialista” dell’Unione Sovietica; per me si deve invece parlare di una vera e propria controrivoluzione capitalistica, la quale distrusse completamente, alle radici, il potere rivoluzionario che aveva trovato nei Soviet e nel Partito di Lenin la sua più verace espressione. Per questo non condivido la tesi trotskista della «degenerazione burocratica» del Partito bolscevico e del regime sovietico che avrebbe comunque lasciato sostanzialmente in vita le conquiste sociali dell’Ottobre rivoluzionario. Affronto la questione della burocrazia (e oggi della tecnocrazia) come – supposta – nuova classe dominante in uno scritto intitolato Dialettica del dominio capitalistico.

Controrivoluzionario sul terreno della rivoluzione sociale anticapitalista, e rivoluzionario sul terreno dello sviluppo capitalistico: è questa, a mio avviso, la natura storicamente “dialettica” dello stalinismo, la quale ha conferito a questo fenomeno, tutt’altro che riducibile alla personalità di un singolo individuo (Joseph Stalin), un carattere particolarmente difficile da comprendere per chi non ha compreso l’essenza del Capitalismo e, quindi, dell’anticapitalismo. In ogni caso il comunismo occidentale antistalinista non ha dovuto aspettare decenni per denunciare il carattere controrivoluzionario dello stalinismo, visto che vi si oppose appena esso si manifestò come il pieno dispiegarsi di una crisi che era iniziata ben prima, già alla fine del cosiddetto Comunismo di guerra, quando apparve drammaticamente chiaro che il proletariato più avanzato d’Europa (quello tedesco, in primis) non sarebbe andato tanto presto, come la situazione imponeva, in soccorso dell’eroico ma assai traballante potere sovietico. Come scrivo in uno studio sulla sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre (Lo scoglio e il mare) [5], l’isolamento del Paese dei Soviet lasciò che le onde generate dallo scatenarsi delle forze sociali capitalistiche si abbattessero in modo distruttivo sul piccolo scoglio proletario – già sfiancato dalla guerra imperialista e dalla guerra civile.

«Al tempo dell’invasione giapponese, il Guomindang (GMD) trovò la sua principale opposizione sotto forma di un esercito contadino mobilitato da un reinventato Partito Comunista Cinese (PCC). Ma lo stesso PCC aveva iniziato decenni prima, nato dallo stesso tumultuoso ambiente intellettuale del Guomindang, entrambi nati sul fondamento di interessi prevalentemente urbani. Il congresso di fondazione del PCC del 1921 doveva originariamente tenersi a Shanghai. Interrotta dalla polizia, la riunione fu spostata a nord, a Jiaxing, dove dodici delegati hanno fondato il PCC come ramo dell’Internazionale comunista. Con la crescita di questo primo PCC, rimase in auge un progetto prevalentemente urbano, gestito da intellettuali e lavoratori industriali qualificati. Sei anni dopo la sua fondazione, fu di nuovo a Shanghai che questa prima incarnazione del PCC giunse alla sua fine violenta. In un’alleanza sostenuta dalla Russia con il GMD, i rivoluzionari hanno preso il controllo della maggior parte delle città chiave della Cina in una serie di insurrezioni con personale operaio. Dopo che la vittoria fu assicurata con il successo dell’insurrezione di Shanghai del 1927, il GMD si rivoltò contro i comunisti, arrestando un migliaio di membri del PCC e leader dei sindacati locali, uccidendone ufficialmente circa trecento e facendone sparire altre migliaia. Il “massacro di Shanghai” ha avviato la distruzione a livello nazionale del movimento comunista urbano. Le rivolte a Guangzhou, Changsha e Nanchang furono represse. Nello spazio di venti giorni, più di diecimila comunisti nelle province meridionali della Cina sono stati arrestati e giustiziati sommariamente. Nel complesso, nell’anno successivo all’aprile 1927, si stima che ben trecentomila persone morirono nella campagna di sterminio anticomunista del GMD. Gli unici frammenti sopravvissuti del PCC erano le sue basi rurali tra i contadini. Alla conclusione della Lunga Marcia, sette anni dopo, il Partito si era ricomposto reclutando contadini, espropriando terre e concentrando la sua agitazione sulle tensioni di lunga data nelle campagne commercializzate, espandendo così questa base rurale. Trasformato in un esercito contadino, il nuovo partito gestiva solo un’ala urbana marginale e sotterranea anche dopo aver riconquistato l’influenza nazionale».

La ricostruzione storica di Chuang lascia molto a desiderare su un punto che a me appare fondamentale: essa non dice nulla sulle enormi responsabilità che il Partito Bolscevico di Stalin e Bucharin ebbe sui sanguinosi fatti del 1927. Mi piacerebbe sapere come  Chuang giudica la lotta che soprattutto Trotsky e Zinoviev condussero contro la linea politica fissata dal Partito di Stalin e Bucharin, e fatta sua da un Comintern ormai russificato, circa l’atteggiamento che il PCC avrebbe dovuto assumere nei confronti del Kuomintang di Chiang Kai-shek e, in generale, della rivoluzione nazionale-borghese allora all’ordine del giorno in Cina.

Quello che determinò la trasformazione del PCC da soggetto rivoluzionario urbano (proletario) a soggetto rivoluzionario contadino (nazionale-borghese) non fu tanto l’eliminazione fisica dei comunisti che agivano nelle città e il venir meno dei suoi contatti con il mondo della metropoli: la causa della sua “mutazione genetica” (in realtà sociale) va ricercata più in profondità, ossia nella distruzione della sua precedente identità di classe autonoma che bisognava preservare a tutti i costi anche nel corso della rivoluzione nazionale-borghese (antimperialista) [6]. Ma questo fu possibile perché nel biennio cruciale 1926-1927 il Partito Bolscevico riuscì nell’intento di fare del PCC l’ala sinistra del Kuomintang, ossia di una soggettività politica borghese. Scriveva Trotsky in una lettera del 4 marzo 1927 indirizzata a Karl Radek: «Abbiamo trasformato il Partito comunista cinese in una varietà di menscevismo e quel che peggio, non nella varietà migliore, cioè non nel menscevismo del 1905, quando si unì temporaneamente al bolscevismo, ma nel menscevismo del 1917, quando si alleò con i Socialisti Rivoluzionari di destra e sostenne i cadetti. […] Temo che le cose, in larga misura, stano appunto così[7]. Voja Vujovič, segretario generale dell’Internazionale giovanile dal 1922, espulso dal Comintern nel settembre 1927 e pochi mesi dopo deportato in Siberia (un “classico” dello stalinismo), nel maggio del ’27 riassumeva in questi termini l’atteggiamento del Partito Bolscevico e del Comintern nei confronti del PCC: «Il PCC ha cercato ripetutamente di correggere la propria linea e di uscire dal “blocco ad ogni costo” con Chiang Kai-shek. Purtroppo, tutti i tentativi del Partito cinese di correggere la propria linea politica e la propria tattica errata si sono scontrati ogni volta nella decisa opposizione del comp. Borodin e del rappresentante del CE dell’IC in Cina» [8].

Il mutamento nella composizione sociale del movimento comunista cinese registrò una sua ben più radicale trasformazione: infatti, da promettente soggetto rivoluzionario proletario, il Partito Comunista Cinese, fondato nel giugno del 1921 e sottoposto alle “amorevoli” cure dello stalinismo (espressione più emblematica della controrivoluzione in Russia e nel mondo), diventò un soggetto rivoluzionario nazionale-borghese. In altre parole, con il PCC di Mao non siamo dinanzi a un semplice cambiamento nella strategia politica dei comunisti, intesa ad adeguarla alla nuova situazione; ci troviamo piuttosto di fronte alla morte della natura proletaria (nell’accezione teorico-politica, e non meramente sociologica, del concetto) di quel Partito, nonostante esso conservasse il vecchio nome – secondo l’esempio sovietico. Il PCC dopo la sanguinosa controrivoluzione del 1927 era diverso dal PCC esistente prima di quella data nel senso più radicale – sociale – possibile. Il Partito del 1921non «era stato riformattato dai suoi anni nelle campagne cinesi», come scrive Chuang: esso si era estinto come soggetto proletario rivoluzionario. Proletario, beninteso, nell’accezione storico-sociale, e non sociologica, del termine. Soggetto proletario nel senso marxiano del concetto, tanto per intenderci.

Scrive Chuang: «Mentre il vecchio PCC si è formato in un’era di rivoluzione internazionale in cui il rovesciamento dei regimi nel cuore dell’Europa sembrava ancora plausibile, il nuovo PCC è emerso in un mondo schiacciato sotto il tallone degli imperialisti reazionari, in cui i movimenti rivoluzionari più promettenti erano stati smembrati e le forze armate dei paesi imperialisti erano gonfie di guerra»: ecco l’essenziale! Sotto le macerie causate dalla controrivoluzione capitalistica internazionale rimasero sia il Partito di Lenin sia il Partito dei comunisti cinesi che «furono screditati, retrocessi e sostituiti da figure la cui strategia prevedeva un ruolo molto più primario per il progetto di sviluppo nazionale rispetto all’espansione internazionale della rivoluzione comunista». Mutatis mutandis, al PCC toccò la stessa sorte del PCR (B) e degli altri ex Partiti Comunisti che nella seconda metà degli anni Venti subiranno il trattamento della famigerata bolscevizzazione.

L’esito disastroso del lungo ciclo rivoluzionario cinese (1920-1927) non ci parla solo della tragedia del giovane ma già molto combattivo proletariato cinese, ma anche, e direi soprattutto dalla mia prospettiva “occidentale”, della tragedia del proletariato europeo di allora, che passava da una sconfitta all’altra sotto i pessimi auspici dello stalinismo: anche dall’Oriente arrivavano cattive notizie, le quali seppellivano le speranze dell’ultimo Lenin.

«Il periodo di sviluppo industriale urbano (1949-1957), associato all’era della riforma agraria nelle campagne, può quindi essere visto come la momentanea continuazione della transizione al capitalismo che era stata abbandonata e riavviata più volte nella storia recente del paese. Il Partito lo ha inteso come tale, designando questo periodo come il completamento della “rivoluzione borghese” nelle città portuali. Ciò diede al fenomeno un perfetto adattamento alla mitologia determinista dell’alto stalinismo, ma questo adattamento era semplicemente l’uso delle risorse teoriche disponibili per giustificare l’azione pragmatica mentre era in corso. La fedeltà teorica allo stalinismo fu, semmai, il risultato piuttosto che la causa delle tendenze industriali viste negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra civile». E che ci dice questo dato “sovrastrutturale” sul reale processo sociale cinese di quel periodo?

Ci parla di un adattamento dello stalinismo alle condizioni storico-sociali della Cina, e ciò confermava in pieno il nocciolo “dottrinario” di esso: la teoria delle «vie nazionali al socialismo». La «via cinese al socialismo» aderisce insomma come un guanto all’ideologia stalinista, ed è perciò corretto, sotto questo fondamentale aspetto, definire il maoismo come la traduzione in cinese dello stalinismo, come un suo adattamento alle condizioni storiche e sociali della Cina. La fusione dell’ideologia stalinista (che nulla aveva a che fare con il “marxismo occidentale”, ma ne era piuttosto la negazione) con le ideologie (laiche e religiose) prese dalla storia cinese, che ha prodotto quel “bizzarro” guazzabuglio ideologico che tanto successo ebbe presso l’intellighentia “marxista” occidentale, non contraddice, ma piuttosto conferma la tesi qui sostenuta.

Quella che Chuang caratterizza come una «momentanea continuazione della transizione al capitalismo» ha per me invece la natura di un processo che, tra alti e bassi, cadute e riprese, arretramenti e avanzamenti, non cessò di dispiegarsi, di precisarsi e di rafforzarsi. Lo ribadisco: tra mille contraddizioni, nel contesto di una realtà sociale estremamente complessa e contraddittoria, e all’interno di un quadro internazionale che di certo non rendeva più agevole la transizione della Cina alla “modernizzazione” capitalistica.

Secondo Chuang, il regime di sviluppo della Cina nel primo periodo (quello definito appunto “socialista”) non si configura come un vero e proprio modo di produzione, né come “capitalismo di Stato” né come “capitalismo burocratico”. «Il tentativo di adornare il capitalismo con aggettivi è semplicemente una cortina fumogena che oscura una scarsa comprensione delle sue dinamiche fondamentali»: concordo e sottoscrivo. «E il regime socialista dello sviluppo non era capitalista»: qui invece non concordo affatto e polemizzo. «Coloro che sostengono che il risultato finale della transizione dimostra in qualche modo l’essenza capitalista preesistente nell’era socialista, fanno una bizzarra presunzione logica che difficilmente sarebbe tollerata in nessuna disciplina al di fuori della teologia: essi confondono la fine di un processo con le sue forme precedenti, come se il germe della specie umana fosse presente agli albori della vita». Forse Chuang potrebbe averla vinta sul piano “dialettico” con chi solo oggi riconosce il carattere capitalistico della cosiddetta “fase socialista” proiettandovi sopra la realtà del presente; ma di certo fallirebbe se si confrontasse con chi già nel 1949 definì la Rivoluzione cinese come una rivoluzione nazionale-antimperialista-borghese, avente il compito storicamente progressivo di unificare il Paese (e il mercato), avviare lo sviluppo capitalistico della Cina e la complessiva “modernizzazione” del Paese. I comunisti occidentali antistalinisti, così come non hanno dovuto aspettare il crollo dell’Unione Sovietica e la caduta del famigerato Muro per dichiarare il fallimento del “socialismo reale”, allo stesso modo non hanno dovuto aspettare le “riforme” di Deng Xiaoping per parlare di transizione della Cina in direzione del capitalismo, le cui premesse essi avevano ottimamente individuato, appunto, già nel 1949.

I compagni di Chuang certamente conoscono la Sinistra Comunista europea che denunciò il progressivo e purtroppo inarrestabile venir meno della spinta propulsiva rivoluzionaria dell’Ottobre Sovietico già negli anni Venti, quelli che Lenin ebbe a definire, a mio avviso del tutto infondatamente, “estremisti infantili”; ebbene, chi scrive ha avuto la fortuna di leggere, ancora giovanissimo, gli scritti di quei comunisti, i quali con l’ascesa dello stalinismo saranno vittima, prima di una violenta campagna calunniosa, e poi di una ottusa damnatio memoriae. Non sempre, anzi assai raramente, il successo sorride a chi dice la verità – la quale è, per dirla con Lenin, rivoluzionaria. Scrivo questo per non affettare sulla natura sociale dell’URSS un’originalità di pensiero che non ho: sulla controrivoluzione stalinista impasto una farina che ho trovato nel sacco altrui – per mia fortuna! Il modo in cui impasto quella farina ricade invece ovviamente sotto la mia esclusiva responsabilità. Ma ritorniamo sul punto!

Dato il presupposto oggettivo (l’arretratezza economico-sociale della Cina del 1949) e quello soggettivo (il cosiddetto Partito Comunista Cinese, “Comunista” solo nominalmente), la fine del processo non poteva che essere la Cina come Paese capitalistico. Non si tratta né di teologia, né di teleologia, né di determinismo meccanicistico o latro: poste determinate condizioni, determinate premesse storiche e sociali, di natura interna e sovranazionale, le conseguenze sono dialetticamente necessarie.

Pensare a uno sviluppo economico-sociale lineare e deterministicamente prevedibile in ogni suo essenziale aspetto, risponde a un’idea di progresso che è del tutto estranea alla mia concezione del processo storico-sociale; si tratta di un’idea “evoluzionista” che peraltro ha trovato decisive smentite in tutti i Paesi del mondo, a cominciare da quelli considerati come la “culla” del Capitalismo. Io sostengo un’altra tesi. La mia tesi è che la complessità, la contraddittorietà, la multiformità e l’originalità che hanno caratterizzato lo sviluppo economico-sociale della Cina non hanno mai oltrepassato in avanti i limiti del Capitalismo, mentre è avvenuto qualche volta che lo oltrepassassero con un movimento all’indietro. Si è trattato di un fatto, poi variamente interpretato e ideologizzato, non di una scelta – al più, si può scomodare l’ambiguo concetto di “scelta obbligata”. Per usare un’immagine “agonica”, è come l’atleta che fa alcuni passi indietro (nella fattispecie: verso forme economiche più arretrate) per poter spiccare un più vigoroso salto in avanti (nella fattispecie: verso il moderno capitalismo). Anche la molla si carica di energia (potenziale) con un analogo movimento. Ma non vorrei impigliarmi in analogie mal congegnate!

Qui si tratta di considerare i problemi posti dall’«accumulazione originaria di capitale» a un Paese drammaticamente indigente di capitali e in cui, dopo la rottura con l’Unione Sovietica “revisionista”, l’investimento estero è praticamente inesistente. «Non solo la Cina aveva perso il suo principale partner commerciale e fonte di aiuti internazionali, ma, nel 1969, le scaramucce di confine avrebbero persino portato i due Paesi sull’orlo della guerra. Nel corso degli anni ‘60, quindi, la Cina si è trovata sempre più isolata. Con la perdita del suo principale partner commerciale, la somma delle importazioni e delle esportazioni cinesi si era ridotta a un misero 5% del PIL entro il 1970» (Sorghum and Steel). Come ho scritto altrove (La campagna cinese), a un certo punto della transizione del Paese al moderno capitalismo il Partito-Stato si trovò nella poco invidiabile situazione di dover fare della necessità una virtù, ossia di dover “mettere a valore” tutte le forme economico-sociali allora presenti nella società cinese, in primo luogo nella fondamentale area rurale. Ciò si imponeva come un’urgentissima  “scelta obbligata” per difendere e consolidare le conquiste politiche della rivoluzione nazionale-antimperialista, e per procedere in qualche modo lungo la strada dello sviluppo economico-sociale del Paese, quasi del tutto privo delle basilari infrastrutture necessarie a supportare il suo sforzo di “modernizzazione”. Occorreva quantomeno realizzare le premesse strutturali di una più o meno rapida accumulazione capitalistica. Si trattava di uno sviluppo e di una “modernizzazione” con caratteristiche capitalistiche? A mio avviso non può esserci dubbio circa la natura capitalistica di quel titanico sforzo: semplicemente non si davano allora altre possibilità, e ciò sempre al netto delle credenze ideologiche coltivate in ottima fede in Cina e altrove intorno alla concreta possibilità di un’originalissima transizione del Paese al socialismo. È dai tempi di Marx che nei Paesi capitalisticamente “ritardatari” assai facilmente si fa strada negli ambienti rivoluzionari l’idea – che il più delle volte ha avuto il volto dell’illusione, dell’utopia piccolo-borghese – di risparmiare alla società le sofferenze connesse con lo sviluppo capitalistico, e di giungere al socialismo o, addirittura, al comunismo percorrendo strade originali. Saltare la fase capitalistica dello sviluppo economico-sociale: un’idea davvero affascinante! Nei confronti di questo più che comprensibile desiderio Marx ed Engels non svilupparono mai una critica astrattamente deterministica basata sulla teoria delle “fasi di sviluppo”: poste alcune eccezionali condizioni, di natura interna e internazionale, la “fase capitalistica” dello sviluppo poteva effettivamente venir risparmiata ai Paesi capitalisticamente arretrati. Classico esempio, la Russia zarista: «In Russia, accanto all’ordinamento capitalistico, che febbrilmente si va sviluppando, e assieme alla proprietà fondiaria borghese, che si sta formando solo ora, oltre la metà del suolo si trova sotto forma di proprietà comune dei contadini. Si presenta, quindi, il problema: la comunità rurale russa, questa forma – è vero – in gran parte già dissolta dell’originaria proprietà comune della terra, potrà passare direttamente a una più alta forma comunistica di proprietà terriera? O dovrà attraversare, prima, lo stesso processo di dissoluzione che ha costituito lo sviluppo storico dell’Occidente? La sola risposta oggi possibile è questa: se la rivoluzione russa servirà come segnale a una rivoluzione operaia in Occidente, in modo che entrambe si completino, allora l’odierna proprietà comune rurale russa potrà servire da punto di partenza per un’evoluzione comunista». Com’è noto, questa eccezionale condizione non si realizzò, è già al tempo in cui il giovane Lenin scriveva i suoi saggi dedicati allo sviluppo capitalistico in Russia (e alla critica dell’ideologia populista), «la più bella possibilità» colta da Marx nel 1882 era sostanzialmente tramontata [9]. La possibilità della via non capitalistica di sviluppo della Russia rurale era quindi da Marx e da Engels direttamente connessa allo sviluppo della rivoluzione proletaria internazionale. Mutatis mutandis, un analogo ragionamento vale anche per la Cina del 1949: il processo sociale mondiale a quella data spingeva la Cina in una sola direzione, quella dello sviluppo capitalistico, e in questa valutazione centrale è l’assenza di una prospettiva rivoluzionaria nei Paesi capitalisticamente avanzati del pianeta. Ancora ai tempi di Lenin quel legame era dato per assolutamente scontato dai marxisti, e difatti la strategia rivoluzionaria leniniana (vedi il concetto di “doppia rivoluzione” o di “rivoluzione permanente”) era interamente concepita come un momento della più generale rivoluzione sociale europea. Con lo stalinismo questo legame fu spezzato, perché esso esprimeva una tendenza sociale interamente nazionale, al cui servizio venne messo anche il Comintern. È corretto parlare di «arresto della transizione al capitalismo», nel caso della Cina dei primi anni Cinquanta, nel senso che l’intera macchia economica cinese allora appariva, oltre che arretrata, bloccata, in parte distrutta, disorganizzata, disarticolata e, soprattutto, priva di carburante (di capitali).

Apro una breve parentesi. Durante il cosiddetto Comunismo di guerra nella Russia sovietica, la gran parte dei bolscevichi (Lenin compreso, che confesserà il madornale abbaglio alla fine del 1920) interpretò la catastrofe economica che si era realizzata come conseguenza della guerra imperialista e della successiva guerra civile come transizione al socialismo, e i teorici del partito si sbizzarrirono a commentare la cosa in chiave di “ortodossia marxista”. Era invece accaduto che nella Russia dei Soviet l’economia come la intendiamo modernamente si era quasi del tutto estinta: denaro fuoricorso, mercati quasi del tutto inesistenti, produzione industriale ridotta ai minimi termini, produzione agricola orientata alla pura sussistenza delle aree rurali, infrastrutture distrutte o inservibili e via di seguito. «Abbiamo mandato in soffitta la legge del valore!»: Lenin rise molto ricordando questa sciocchezza “anticapitalista” mentre abbozzava la Nuova Politica Economica. Chiudo la parentesi “storica”.

Scrive Chuang a proposito della fine degli anni Cinquanta: «Nel frattempo, non c’erano prove di alcuna transizione verso il comunismo, che è rimasto un orizzonte meramente ideologico. La forza lavoro si espanse, l’orario di lavoro tendeva ad aumentare e la socializzazione della produzione creò unità produttive locali autarchiche e atomizzate, offrendo le condizioni per una vita collettiva su piccola scala ma non riuscendo a creare la nuova società comunitaria che era stata promessa. La libertà di movimento è diminuita con il proliferare delle crisi, mentre si rendevano evidenti la formazione di due classi d’élite distinte, l’ampliamento del divario urbano-rurale e la formazione di una classe di lavoratori diseredati». Mi si permetta un’aggiunta che riprende le parole di Chuang: nel frattempo, non c’erano prove di alcuna transizione verso il socialismo (non solo verso il comunismo), che è rimasto un orizzonte meramente ideologico. «Il completamento della transizione capitalista sotto gli auspici dello Stato stesso» non fu «un rischio», come sostiene Chuang, ma piuttosto un fatto celato sotto una fraseologia che era essa stessa una caricatura del “marxismo” – si trattava infatti dello stalinismo tradotto in cinese.

«Le tendenze più salienti emerse durante gli anni del Grande Balzo in Avanti possono essere viste come un’evoluzione distintamente cinese dell’alto stalinismo. Era il periodo in cui il modello sovietico e il modello della Cina orientale erano di uguale grandezza e si scontravano. Ma questo non significa che questi esperimenti di breve durata tendessero al comunismo, come sosteneva la propaganda dell’epoca. Invece, erano ancora un’altra dimensione della natura fondamentalmente instabile del regime di sviluppo socialista – questa volta segnalando una forte tendenza verso una reinvenzione delle pratiche produttive tradizionali. Il GBA ha visto un tentativo di rilanciare le reti di produzione rurale, ora sotto gli auspici del nuovo Stato piuttosto che del mercato rurale, orientandole verso i suoi fini di sviluppo».

Non si comprende perché Chuang chiama “socialismo” quello che non riesce a definire come “capitalismo” stricto sensu. Banalmente: non tutto quello che non può essere rubricato come Capitalismo cade nella sfera del Socialismo. Non vedo alcun motivo per definire “socialista” la condizione creata da questo contingente e relativo ritorno indietro della Cina verso forme economiche precapitalistiche o semicapitalistiche. Ma Chuang la pensa in modo diverso: «Il regime di sviluppo socialista designa il crollo di qualsiasi modo di produzione. […] Il periodo non capitalista della Cina fu caratterizzato dal movimento popolare guidato dal Partito Comunista Cinese e riuscì sia a distruggere il vecchio regime che ad arrestare la transizione al capitalismo, lasciando la regione bloccata in una stasi concepita all’epoca come “socialismo”». Ma si trattò davvero di socialismo? E si può davvero parlare di un crollo di qualsiasi modo di produzione? Ma finiamo la citazione: «Il sistema socialista, a cui ci riferiamo come a un “regime di sviluppo”, non era né un modo di produzione né uno “stadio di transizione” tra capitalismo e comunismo, e nemmeno tra il modo di produzione tributario e il capitalismo. Dal momento che non era un modo di produzione, non era nemmeno una forma di “capitalismo di stato”, in cui gli imperativi capitalistici erano perseguiti sotto le spoglie dello stato, con la classe capitalista semplicemente sostituita nella forma ma non nella funzione dalla gerarchia del governo dei burocrati. Al contrario, il regime di sviluppo socialista designa il crollo di qualsiasi modo di produzione e la scomparsa dei meccanismi estrattivi (siano essi tributari, filiali o commerciali) che governano i modi di produzione in quanto tali. In queste condizioni, solo forti strategie di sviluppo guidate dallo Stato erano in grado di guidare lo sviluppo delle forze produttive. La burocrazia è cresciuta perché la borghesia non poteva assolvere questo compito. Data la povertà e la posizione della Cina rispetto al lungo arco dell’espansione capitalista, solo i programmi di industrializzazione “big push” di uno Stato forte, accoppiati a resilienti configurazioni di potere locali, erano in grado di costruire con successo un sistema industriale. Ma la costruzione di un sistema industriale non è la stessa cosa del passaggio con successo a un nuovo modo di produzione».

Nel suo eccellente saggio del 1976 Introduzione alla storia della Cina, Arturo Peregalli individua addirittura ben sette «rapporti di produzione»in un arco di tempo che va dal 1949 al 1974: si va dal rapporto di produzione tipico del capitalismo (Lavoro salariato/Capitale) a rapporti che attestano la «sopravvivenza del mutuo aiuto comunitario di tipo precapitalistico». «I dirigenti cinesi hanno presentato il processo di centralizzazione nell’industria e nell’agricoltura come progressiva introduzione del socialismo. Ma se si esamina storicamente il succedersi delle forme di produzione ed i rapporti sottostanti questo elemento ideologico viene smentito categoricamente. […] I rapporti di produzione fondamentali della società cinese non sono mai usciti dai rapporti capitalistici di produzione [10].

Scrive Chuang: «Anche al culmine della sua diversità, tuttavia, questo progetto è stato infine definito da un particolare orizzonte comunista che era emerso dalla combinazione del movimento operaio europeo e dalla storia stessa della regione con le sue millenarie rivolte contadine. Oggi questo orizzonte comunista non esiste più. Non ha senso “schierarsi” su queste questioni storiche, semplicemente perché non c’è simmetria tra allora e adesso». A mio avviso l’orizzonte di cui parlano i compagni di Chuang non è mai esistito, e ciò chiama in causa, che lo si voglia o no, il giudizio sulla storia «del movimento operaio europeo» dopo l’ascesa dello stalinismo, il quale ha avuto moltissimo a che fare con il PCC e la rivoluzione cinese degli anni Venti.

È vero che «non c’è simmetria tra allora e adesso», talmente diverso è il quadro di riferimento sociale che abbiamo dinanzi a noi rispetto a quello con cui si confrontarono i comunisti (solo di nome?) del passato; ma il giudizio sulla “Russia di Stalin” e sulla “Cina di Mao” non ha perso la sua decisiva importanza perché ci dice quale idea di “comunismo” abbiamo in testa, cosa intendiamo quando parliamo di rivoluzione sociale e di emancipazione del proletariato. Come ho già chiarito, il giudizio sullo stalinismo e sul maoismo è fondamentale, almeno per chi scrive, non in chiave di polemica storiografica, o per una critica politico-ideologica svolta con il viso rivolto al passato e avente l’obiettivo di individuare quale corrente politico-ideologica attiva nel passato ha avuto ragione alla luce del presente: non si tratta affatto di questo. Personalmente non faccio nemmeno parte di nessuna corrente politica più o meno organizzata. Si tratta piuttosto di capire, e mi scuso per la ripetizione, che cosa intendiamo oggi per lotta di classe, rivoluzione sociale, socialismo, comunismo. Ad esempio, il “socialismo” e il “comunismo” di cui parla la stragrande maggioranza di quelli che si definiscono “socialisti” e “comunisti” non mi piace nemmeno un poco e mi appare come la bruttissima copia del capitalismo. Moltissimi cosiddetti “comunisti” non sono che dei miserabili tifosi del Capitalismo di Stato. Non si tratta dunque di schierarsi su «questioni storiche», ma di far comprendere il più possibile agli interlocutori il significato che attribuiamo alle parole, capire a quali concetti esse rimandano. In vista di questo sforzo tutt’altro che dottrinario e intellettualistico personalmente mi sono occupato, ad esempio, della storia del cosiddetto Partito Comunista Italiano di Togliatti, un Partito borghese al cento per cento.

«Allo stesso tempo, l’URSS era considerata un esempio emblematico, anche se profondamente imperfetto, di un sistema non capitalista che era stato in grado di sopravvivere in relativo isolamento, scongiurando sia l’invasione militare che l’embargo economico. La burocrazia e la brutalità che accompagnavano i cambiamenti interni di potere all’interno dell’URSS non erano affatto invisibili ai comunisti cinesi. […] Tuttavia, l’URSS era l’unico esempio mondano di una società moderna che era anche sostanzialmente non capitalista». Ma Chuang condivide il giudizio sull’URSS dei «comunisti cinesi» dell’epoca? La formula «sostanzialmente non capitalista» appare quantomeno ambigua e fumosa, soprattutto alla luce del capitalismo mondiale del XX secolo e della stessa storia russa. L’Unione Sovietica era, a mio modo di vedere, «sostanzialmente capitalista». L’economia russa considerata nel suo complesso si distanziava enormemente dal modello di capitalismo di Stato “puro” o integrale possibile in linea teorica. Solo il settore industriale (industria pesante) e una piccola parte dell’economia agraria (i Sovchos, le fattorie statali) possono infatti essere inclusi senza forzature nel concetto di capitalismo di Stato; per il resto siamo alla presenza di forme miste e ibride di rapporti proprietari (tutte rigorosamente capitalistiche): dalla proprietà privata, più o meno mascherata sul piano politico e giuridico, a quella cooperativistica, con tutti i gradi intermedi tra le due forme. Senza parlare della cosiddetta economia informale (o “nera”), molto diffusa soprattutto nella campagna russa come luogo di produzione – con sbocchi mercantili nelle città del Paese. Il Kolchoz non era una forma di capitalismo di Stato; era piuttosto una forma “mista” che metteva insieme la proprietà statale e quella individuale (sotto forma di un pezzo di terra e qualche capo di bestiame), il lavoro salariato e il piccolo azionariato, visto che il piccolo produttore rurale russo riceveva oltre al salario una piccola parte del profitto generato dall’impresa kolchoziana. Per questa sua peculiare condizione sociale il kolchoziano sviluppò una coscienza e una psicologia tutt’altro che inclini alla rivoluzione. Tuttavia sbaglieremmo a dipingere a tinte rosee la vita dei kolchoziani, che infatti fu sempre dura, anche a causa della scarsa produttività del sistema kolchoziano. Ma qui rischio di divagare!

«Ma questo non vuol dire che l’era socialista non avesse una dimensione globale. È stata la più grande di un’ondata mondiale di rivoluzioni socialiste»: quelle che Chuang definisce «rivoluzioni socialiste» io le definisco rivoluzioni nazionali-borghesi-antimperialiste, rivoluzioni cioè che ebbero la stessa natura storico-sociale della rivoluzione cinese. Diciamo che non si tratta di una differenza poco significativa, tutt’altro. Ecco perché non posso condividere passi di questo genere: «In Cina, la mitologia industriale del movimento operaio si sarebbe fusa con la realtà della rivoluzione rurale in modo più fluido di quanto non fosse accaduto nell’Unione Sovietica. Il prodotto era una cultura socialista in cui l’escatologia marxista si fondeva con secoli di millenarismo contadino. Questa combinazione si è dimostrata in grado di innescare una delle più grandi esplosioni di sviluppo nella storia umana». Condivido solo l’ultima frase: in Cina abbiamo assistito a «una delle più grandi esplosioni di sviluppo nella storia umana»; si tratta di capirne il significato storico e sociale.

Per la Cina degli anni Cinquanta si può parlare correttamente di «una società sostanzialmente non capitalista», soprattutto nel suo gigantesco retroterra rurale, se si precisa che in quel Paese economicamente arretrato era all’ordine del giorno la transizione al capitalismo. La lunga sospensione della transizione al capitalismo di cui parla Chuang, e che sarebbe ripresa nel 1978, dopo la definitiva sconfitta dalle corrente maoista interna al PCC, realizzò le premesse generali del decollo capitalistico del Paese e in ogni caso tale periodo non significò un suo seppur momentaneo passaggio nella dimensione socialista. «I primi anni dopo il 1949 furono anche un periodo in cui al partito fu concesso il tempo di sperimentare le proprie forme di amministrazione industriale e prepararsi per l’arresto della transizione capitalista»: se arresto vi fu, esso non segnò affatto l’inizio della transizione al socialismo, ma piuttosto un contingente ritorno a forme precapitalistiche, più o meno idealizzate – soprattutto dagli intellettuali progressisti occidentali, sempre assetati di nuove e originalissime “terze vie”. A questo proposito scriveva Simon Leys nel 1971: «I nostri filosofi d’oggi, paiono egualmente poco desiderosi d’indagare sulla verità storica del maoismo, temendo, senza dubbio, che un confronto con la realtà, si riveli d’annoso a questo mito, che li dispensa dal pensare di testa proprio» [11]. I “marxisti” occidentali che allora opposero il modello maoista (“movimentista”) a quello stalinista (“sclerotizzato”) non afferrarono la profonda radice che legava i due “modelli”, essendo il primo una derivazione modificata del secondo. Tra l’altro essi non compresero il significato sociale e geopolitico del “movimentismo” e del “volontarismo” maoista, i cui termini essenziali credo di aver toccato in queste pagine.

Da quanto sopra affermato, si comprende bene perché chi scrive non può condividere ciò che scrive Chuang a proposito del «blocco socialista»: «Anche se nel 1969 [incidente dell’isola di Zhenbao] la guerra sino-sovietica fu scongiurata, questo fu il punto in cui i legami sino-sovietici furono definitivamente recisi, concludendo il periodo di diplomazia precaria tra i due più grandi membri del blocco socialista». Chuang parla di «nazioni socialiste» anche per quel che riguarda le nazioni che caddero nell’area di influenza dell’imperialismo sovietico: il “socialismo” imposto ai Paesi dell’Est europeo dall’Armata Russa! I lettori hanno già capito: per chi scrive, non è mai esistito alcun «blocco socialista», comunque lo si voglia intendere dal punto di vista sociale, politico e geopolitico. «Nel contesto della guerra fredda, l’incidente di Zhenbao ha anche segnalato le prime ouverture della Cina verso gli Stati Uniti»: non c’è dubbio. Il movimento della Cina verso gli Stati Uniti si spiega in larga parte con la crescente conflittualità politico-militare tra i due giganti del “socialismo reale”. Sotto l’aspetto economico, la contesa interimperialistica si dipanò invece quasi interamente nel cosiddetto “mondo libero”. Almeno dagli anni settanta in poi, il «blocco democratico» fu il teatro di un’accesa contesa industriale, commerciale e finanziaria tra i Paesi che ne facevano parte, soprattutto tra Giappone, Germania e Stati Uniti. Alla fine degli anni Ottanta, ad esempio, i rapporti commerciali tra Stati Uniti e Giappone giunsero a un punto davvero critico, e contro il Made in Japan e il capitale finanziario nipponico Washington rispolverò perfino la tragedia dell’«attacco proditorio» a Peel Harbour: «Il Giappone vuole conquistare il nostro mercato, le nostre fabbriche, le nostre banche e i nostri grattacieli!». Si spiega anche con la crescente concorrenza portata dal capitale europeo e giapponese al capitale statunitense l’avvicinamento di Washington a Pechino alla fine degli anni Sessanta, che troverà una “sorprendente” accelerazione nel decennio successivo. Ma su queste aspetti Chuang ha scritto analisi molto approfondite che in larghissima parte condivido.

Ma ritorniamo, per concludere rapidamente, al «periodo socialista dello sviluppo cinese». Per quanto paradossale possa apparire a prima vista, gli «esperimenti con forme di produzione non capitaliste» furono poste al servizio dell’accumulazione capitalistica in un contesto sociale fortemente problematico, reso ancor più difficile dalla mancanza di capitale nazionale e dal “soccorso” tutt’altro che fraterno dell’imperialismo russo. La Cina si trovò di fatto isolata nella sua profonda arretratezza economico-sociale e minacciata nella sua sovranità da tutte le parti: dai sovietici e dagli statunitensi. La difesa della sovranità nazionale non è un pranzo di gala!

Lo ripeto: non nego affatto l’originalità dello sviluppo economico-sociale della Cina moderna; ciò che io sostengo è che questa originalità, del tutto comprensibile alla luce della storia di quel Paese nel suo rapporto con il mondo esterno (Occidente incluso, ovviamente) e con le sue caratteristiche fisiche, demografiche, etniche e quant’altro; questa originalità, dicevo, non ha mai toccato, e nemmeno sfiorato, la dimensione socialista, e si è data interamente dentro il solco dell’accumulazione capitalistica, anche quando essa ha assunto le sembianze di prassi economiche precapitalistiche – non postcapitalistiche.

La Cina che uscì dalla catastrofica esperienza del Grande Balzo in Avanti conobbe una drammatica condizione di stallo, dalla quale il Paese sarebbe potuto uscire solo in due modi: o schiantandosi al suolo come entità economica e nazionale sovrana (sempre nei limiti consentiti dalla natura sovranazionale del Capitale), oppure accelerando e potenziando la sua ascesa capitalistica, rendendo definitivo e stabile il proprio decollo economico-sociale. O lo schianto, o il decollo: sappiamo com’è andato a finire l’autaut che i fatti (di natura interna e internazionale, economica e sociale, nazionale e politica) hanno imposto alla Cina. Pur fallendo clamorosamente il suo principale obiettivo (accrescere l’accumulazione e la produttività agricola), il Grande Balzo in Avanti ebbe comunque il merito di mobilitare e scatenare le immense forze sociali esistenti soprattutto nel mondo rurale, mettendole al servizio dello sviluppo economico (soprattutto per quanto riguardava la realizzazione di importanti opere infrastrutturali) nei limiti imposti dalla complessa situazione venutasi a determinare.

Tutte le contorsioni, le contraddizioni, le lotte, spesso sanguinose, interne al Partito-Stato si spiegano, a mio avviso, con la natura nazionale-borghese di quel Partito e della rivoluzione che esso si sforzò di guidare (in conflitto con un altro Partito borghese, il Kuomintang), e con le eccezionali difficoltà che subito vi si pararono dinanzi. Difficoltà di vario genere (economiche, demografiche, geopolitiche, etniche: in una sola parola sociali) che ammettevano più di una soluzione, diverse possibili linee politiche (ad esempio: più o meno stataliste, più o meno filosovietiche, più o meno centraliste, più o meno federaliste, e così via); linee politiche in concorrenza, a volte anche feroce, che erano del tutto interne al regime di sviluppo capitalistico della Cina. Anche il «marxismo più meccanico e ingenuamente ottimista» di cui parla Chuang con riferimento a una corrente interna al PCC degli anni Cinquanta particolarmente incline allo stalinismo, non era che una caricatura del “marxismo” che nulla a che fare aveva con la teoria e con la prassi del comunismo. Qui nuovamente viene in luce l’importanza del giudizio storico sullo stalinismo inteso come fatto (meglio: processo) storico-sociale, al di là, come già detto, della personalità di un particolare individuo. Ho parlato di “stalinismo” e di “maoismo” (nonché della «Cina di Mao») solo per individuare rapidamente la costellazione di idee e di eventi cronologicamente determinati, e non in ossequio alla plechanoviana «funzione della personalità nella storia» – che peraltro sono lungi dal sottovalutare, soprattutto in chiave sintomatica.

Non è certo facile ricostruire in tutte le sue parti, un processo sociale di portata storica così grande ed estremamente complesso e contraddittorio, già nei suoi presupposti storici, sociali e geopolitici, come è stato indubbiamente quello cinese. Per certi versi la transizione dalla vecchia alla nuova Cina è avvenuta, quantomeno nel primo decennio successivo alla proclamazione della Repubblica Popolare nel 1949, nelle condizioni peggiori possibili sotto diversi e importanti aspetti, di natura interna e internazionale, e questo ha impresso a tale transizione un carattere particolarmente aggrovigliato, per così dire, e difficile da decifrare in ogni suo aspetto. Difficile ma tuttavia non impossibile, e difatti è possibile individuare in questo passaggio alcune fondamentali linee di sviluppo, alcune tendenze oggettive riconducibili a una chiara matrice storico-sociale: quella capitalista.

«L’apertura della Cina è stata l’inizio di un ampio processo di una sua sottomissione alla comunità materiale del capitale, processo guidato dalla crescente necessità delle economie sviluppate, che soffrivano di sovrapproduzione, di esportare prima beni e, in seguito, capitale. Questo processo rimane lo sfondo storico per la sottomissione della Cina all’interno dei circuiti globali di accumulazione». Questa riflessione è a mio avviso corretta se si tiene conto che non solo la Cina, ma tutti i Paesi del mondo sono sottomessi «alla comunità materiale del capitale», e se si coglie il cuore pulsante di questa comunità: il rapporto sociale di dominio e di sfruttamento capitalistico, ossia la sottomissione del lavoro salariato al Capitale. La sottomissione della Cina «alla comunità materiale del capitale» deve intendersi, sempre all’avviso di chi scrive, il necessario epilogo di una vicenda scritta dalla storia del capitalismo mondiale, dalle cui pagine il grande Paese asiatico non poteva più rimanere fuori dopo l’espansione colonialista e imperialista dell’Occidente – e, da questo punto di vista, la storia del Giappone del XIX secolo è molto istruttiva.

Le tesi di Chuang sulla cosiddetta «era socialista», o «periodo socialista di sviluppo» in Cina, sono dunque a mio avviso in larga misura viziate da un grave errore di fondo: considerare l’Unione Sovietica “di Stalin” e la Cina rivoluzionaria “di Mao” come due Paesi che, in tempi e forme diverse, hanno avuto in qualche modo a che fare con il socialismo, ossia con il tentativo messo in essere dalle classi subalterne di quelle due grandi nazioni di fuoriuscire dal Capitalismo; un tentativo non riuscito o riuscito solo in parte e non definitivamente. Di qui, la tesi del «blocco socialista». Si tratta di capire, almeno per chi scrive, come si ripercuote questo grave errore di valutazione, di natura non semplicemente storica (tutt’altro), sulla posizione politica del Collettivo qui analizzato per un aspetto specifico. Esiste anche un’altra possibilità, e cioè che io non abbia ben compreso la posizione dei compagni di Chuang sul «periodo socialista» di sviluppo della società cinese e, in generale, sul «blocco socialista». In questo caso non mi dispiacerebbe scoprire di aver “clamorosamente” toppato.

 

[1] Dal Blog Chuang ho ripreso e pubblicato sul mio Blog Social Contagion e l’introduzione a Delivery Riders. Trapped in the System.
[2] Intervista rilasciata dal Collettivo Chuang a Global Projet, 29/2/2016.
[3] Sulla campagna cinese; Žižek, Badiou e la rivoluzione culturale cinese; Tutto sotto il cielo – del Capitalismo; Da Mao a Xi Jinping. 70 anni di capitalismo con caratteristiche cinesi.        
[4] Per il maoismo il blocco delle quattro classi (operai, contadini, piccola borghesia e borghesia nazionale “patriottica”) partecipa alla costruzione del “socialismo” e ne è il fondamento sociale. Ma il socialismo non è un processo che tende alla eliminazione delle classi? non è «la soppressione delle classi» (Lenin)? Sì, ma nel lunghissimo periodo. Lungo quanto? A piacere…
[5] Sulla Rivoluzione d’Ottobre rinvio anche ai PDF Lenin e la profezia smenaviekhista; Il Grande Azzardo.
[6] «Il carattere antimperialista della rivoluzione cinese non contraddice in alcun modo la natura borghese di questa rivoluzione, né ha impedito alla Cina di diventare a sua volta un Paese imperialista di primissimo rilievo, fino a collocarsi al vertice della piramide del Potere Mondiale, in conflittuale coabitazione con gli Stati Uniti d’America. L’antimperialismo della rivoluzione cinese registra piuttosto un “ritardo storico”, nel senso che lo sviluppo capitalistico in Cina, come in tanti altri Paesi del mondo, si è realizzato nell’epoca imperialista del capitalismo internazionale, e ha dovuto fare i conti con la politica di sfruttamento e di dominio politico-militare perseguita in primo luogo dai Paesi occidentali. Nel caso cinese, soprattutto dopo la Liberazione del 1949 è stata la tenaglia rappresentata dall’imperialismo statunitense e da quello “sovietico” a rendere particolarmente difficile, contraddittoria e generatrice di vere e proprie catastrofi sociali (carestie, violente persecuzioni etniche e politiche, ecc.) la modernizzazione capitalistica della Cina. La rivoluzione cinese aderiva perfettamente alla teoria leniniana dell’ineguale sviluppo capitalistico. «È necessario lottare con energia contro il tentativo di applicare nei paesi arretrati un’etichetta comunista ai movimenti rivoluzionari di liberazione che tali non sono effettivamente» (Lenin, Primo abbozzo di tesi sulle questioni nazionale e coloniale, 14 luglio 1920, Opere, XXXI, p. 164, Editori Riuniti, 1967). Anche questa preoccupazione leniniana colpisce nel segno, se pensiamo al cosiddetto “comunismo” del Partito di Mao» (La campagna cinese).
[7] Trotsky, Vujovič, Zinoviev, Cina 1927, p. 49, Iskra, 1977.
[8] Ivi, p. 224. «Nell’ottobre 1923 Michael Borodin, il comunista di lingua inglese che era già stato attivamente utilizzato negli affari del Comintern, giunse a Canton per invito di Sun Yat-sen. Sembra che fosse designato non dal governo sovietico o dal Comintern, ma dal partito comunista russo. La sua funzione fu quella di consigliere politico di Sun Yat-sen. Dopo sei anni dalla rivoluzione bolscevica, la Russia sovietica era emersa dalla penombra della confusione e dell’impotenza, e interveniva in modo decisivo nella politica di un grande paese asiatico» (E. H. Carr, La rivoluzione bolscevica, 1917-1923, p. 1311, Einaudi, 1964). I frutti velenosi di quell’intervento saranno raccolti dai proletari cinesi e dagli internazionalisti di tutto il mondo nel 1927.
[9] K. Marx, F. Engels, Prefazione alla nuova edizione russa del Manifesto del partito comunista, Opere, VI, p. 663, Editori Riuniti, 1973.
[10] A. Peregalli, Introduzione alla storia della Cina, pp. 89-101, Ceidem, 1976.
[11] S. Leys, Gli abiti nuovi del presidente Mao, pp. 15-16, Edizioni Antistato, 1977.