LENIN E LA PROFEZIA SMENAVIEKHISTA

Non v’è alcun dubbio che la vittoria

finale della nostra rivoluzione, se

questa rimanesse isolata, se non vi

fosse un movimento rivoluzionario

negli altri paesi, sarebbe una causa

senza speranza (Lenin).

 

Un ammonimento ci viene dalla

borghesia, che per bocca di

Ustrialov, uomo del gruppo

Smena Vekh, ha dichiarato che la

NEP non è una “tattica”, ma una

“evoluzione” del bolscevismo (Lenin).

 

Leggo proprio oggi: «I giorni che stiamo vivendo non smettono mai di sorprenderci con i loro imprevisti, i loro passi indietro o, più semplicemente, verso il nulla. Tutte le nostre peggiori previsioni circa la restaurazione del capitalismo sono divenute, nel giro di tre o quattro anni, ahimè, amara realtà. Ma noi vivevamo proprio così? A che cosa abbiamo dedicato la nostra vita? A quale causa? Sento, che tutto quello che ho vissuto, è inseparabile dal cammino tortuoso percorso dalla mia generazione, e che tuttavia ha creato una grande potenza, ha sollevato un Paese dalle rovine di due guerre terribili, lo ha difeso dall’invasione più brutale di tutta la storia del genere umano. Ma allora come è stato possibile, perché è stato distrutto così velocemente, quasi senza lotta, sbranato e ridotto a “brandelli sovrani”? Non aveva forse ragione Stalin, quando dopo la guerra metteva in guardia, parlando di “inasprimento della lotta di classe?” E resta sempre questa domanda, la più importante: chi eravamo noi? Da dove siamo spuntati fuori? E come siamo diventati costruttori di un grande Paese, noi che eravamo zeloti di un’economia pianificata a proprietà interamente sociale dei mezzi di produzione, economia i cui principi, quelli che ci avevano consentito di andare avanti, anche i Paesi capitalistici più avanzati ci prendevano a prestito in segreto? Chi eravamo noi? Fanatici, “visionari”, come ci chiamò una volta Orson Wells? Ciechi di fronte alla Storia? Fedeli di un’utopia?».

A qualcuna di queste domande proverà a dare una risposta, spero di un qualche interesse per chi legge, lo scritto che segue, il quale si compone di appunti di studio su alcuni aspetti, peraltro fondamentali, della Rivoluzione d’Ottobre e del processo sociale, interno e internazionale, che scatenò la controrivoluzione stalinista. Come si vedrà, il riferimento al nome di Stalin per caratterizzare la controrivoluzione capitalistica che già alla fine degli anni Venti del secolo scorso spazzò via nel modo più radicale la natura proletaria della Rivoluzione russa (lasciando in vita quella borghese) ha un valore molto relativo, appunto perché la controrivoluzione, esattamente come la rivoluzione, è in primo luogo un processo sociale, un insieme complesso e dinamico (di fatti, di prassi, di relazioni, di interessi, ecc.) che va oltre, molto oltre, i singoli personaggi che si muovono sulla scena, anche se con ciò non intendo in alcun modo negare il peso che la personalità ha nella storia. E questo vale soprattutto per la Rivoluzione d’Ottobre, sul cui corpo, come vedremo, è profondamente impressa la metaforica mano di Lenin.

I passi che ho citato all’inizio, e che ho usato strumentalmente come introduzione, sono di Nikolaj Konstantinovič Bajbakov, «uno che dal 1963 poteva permettersi di girare con, appuntata sulla giacca, una delle massime onorificenze dell’URSS, il premio Lenin (Лeнинская прeмия) e, dal 1981, la massima onorificenza sovietica in assoluto: Eroe del lavoro socialista (Герой Социалистического Труда), al netto di tutte le altre onorificenze conferitegli nella sua lunga vita». Come non provare eterna ammirazione per cotanto Eroe del Socialismo? Tanto più che oggi Roma ha l’onore di ospitare lo Zar Vladimir Putin, l’Eroe degli italici sovranisti – che forse non dispiace nemmeno a qualche vecchio arnese dell’italico stalinismo. Insomma, a dispetto degli eventi occorsi negli ultimi novant’anni, circolano ancora nel vasto e pessimo mondo d’oggi personaggi che si dichiarano apertamente e orgogliosamente nostalgici dello stalinismo: vuoi vedere che, a mia insaputa, lo scritto che segue può “vantare” una qualche attualità!

Continua in formato PDF.

OTTOBRE 1917 – OTTOBRE 2017. LA PRIMA VOLTA COME RIVOLUZIONE, LA SECONDA COME MARIO TRONTI

Ho appena finito di leggere il discorso pronunciato ieri nell’aula del Senato da Mario Tronti per ricordare il centenario della Rivoluzione d’Ottobre, pubblicato oggi dal Manifesto. Che dire? Già solo il fatto che il Senato di una Repubblica fondata sul lavoro salariato (leggi sfruttato) perda il suo preziosissimo tempo legittimamente speso al servizio delle classi dominanti a commemorare una rivoluzione che proprio il potere politico e sociale di quelle classi intendeva spazzare via, ebbene già solo questa “bizzarra” messinscena politica la dice lunga su cosa sia diventata la Rivoluzione d’Ottobre nella memorialistica curata dall’intellighentia che un tempo militava nel PCI. Che ci azzecca, per usare un linguaggio particolarmente forbito, la Repubblica Italiana con l’Ottobre Rosso? Ha senso celebrare o semplicemente ricordare in termini elogiativi la «dittatura rivoluzionaria del proletariato e dei contadini poveri» nel tempio di quella «democrazia borghese» che Lenin, sulle orme di Marx, considerava come la forma politico-istituzionale più perfetta attraverso cui si esercita la dittatura borghese (soprattutto nei Paesi a Capitalismo avanzato)?

Naturalmente nella testa dell’intellighentia “comunista” e “postcomunista” del nostro Paese le cose non stanno affatto così, visto che molti uomini che hanno reso possibile la nascita della Repubblica Italiana erano in qualche modo legati all’evento rivoluzionario ricordato ieri, forse con qualche imbarazzo, da Tronti: «Qui, a Palazzo Madama, come a Montecitorio, soprattutto nella prima Legislatura, seguita alla Costituente, presero posto alcuni protagonisti che avevano vissuto quella storia in prima persona. Questo mio ricordo vuole essere anche un omaggio a questi padri». Ebbene, i padri della Patria cui allude l’ex teorico dell’operaismo, così attento oggi ad addomesticare in chiave borghese il Grande Azzardo di Lenin, erano tutti figli dello stalinismo, ossia della controrivoluzione che spazzò via nel modo più radicale, violento e mistificatorio (gli assassini della rivoluzione continuarono a chiamarsi “comunisti”!) l’esperienza dell’Ottobre Sovietico come avanguardia e precursore della rivoluzione proletaria internazionale.

Sulla sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre e sul significato storico-sociale dello stalinismo rimando al mio studio Lo scoglio e il mare.

«Mi rendo conto di parlarne con fin troppa partecipazione, e perfino enfasi. Ma vedete, colleghi, io mi considero figlio di quella storia. E francamente vi dico che non sarei nemmeno qui se non fossi partito da lì. Qui, a fare politica per gli stessi fini con altri mezzi, senza ripetere nulla di quel tempo lontano passato, attraverso tante trasformazioni, rimanendo identico. Vi assicuro, un esercizio addirittura spericolato, ma entusiasmante. Se entusiasmo può esserci ancora concesso in questi tristi tempi. Vi chiedo ancora scusa». La scena vi appare surreale? «La scena è surreale», puntualizza Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera: «Tronti con il corpo è qui, ma con la mente è a San Pietroburgo con Lenin e Trotzky. In tribuna assiste una scolaresca attonita. Minniti interviene protettivo: “Guai a chi me lo tocca, Tronti è sulla mia linea. Pane e ordine; la sicurezza è di sinistra”». E non c’è dubbio, compagno Ministro!

Ancora Cazzullo: «Il ciellino Mario Mauro, ex ministro passato all’opposizione, dà mano al libro nero del comunismo: “E i 20 milioni di kulaki fatti morire di fame? E Pol Pot che faceva sparare a chiunque avesse gli occhiali?”». Ne ricavo che i “comunisti” non solo mangiavano i bambini, cosa risaputa dai tempi di De Gasperi, ma odiavano perfino gli occhialuti! Gli occhiali come espressione di un lusso che in Cambogia solo gli intellettuali al servizio della borghesia e dell’imperialismo potevano concedersi? Vallo a sapere! «Gasparri arriva trafelato e si indigna: “Allora uno di noi potrebbe alzarsi il 28 ottobre a commemorare la marcia su Roma!”». Assalto al Palazzo d’Inverno, Marcia su Roma, il tema di fondo non cambia: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa, o, meglio, come macchietta. Che tempi ignobili!

Detto en passant, ricordo che soprattutto contro i nostalgici “comunisti” del mondo perduto della Guerra Fredda ho sostenuto che il cosiddetto «socialismo reale» è stato un capitolo particolarmente ignobile del Libro nero del Capitalismo mondiale: altro che «libro nero del comunismo»! Tra l’altro, la Cina e la Corea del Nord continuano ad aggiungere non poche pagine a quel famigerato Libro.

Ora, e sempre per come la vedo io, chi accusasse Tronti di incoerenza politica, magari pensando al suo passato “operaista”, sbaglierebbe di grosso ed esibirebbe la tipica deformazione professionale dell’intellettuale, il quale molto facilmente si lascia ipnotizzare dalle parole evocative e dalle frasi ben formulate. Infatti, dietro un solido impianto fraseologico e ideologico costruito con i materiali del “marxismo”, c’è sempre stata la sostanza di un militante politico al servizio dello status quo sociale. Gli intellettualoni del PCI nei convegni e sulle riviste teoriche magari parlavano e scrivevano di “plusvalore”, di “sfruttamento capitalistico”, di “composizione di classe” e altro ancora, ma essi erano lungi dal riconoscere una realtà che alla modestissima intelligenza di chi scrive è sempre apparsa di un’evidenza solare: la natura borghese, ultrareazionaria del loro Partito, da Togliatti, il migliore degli stalinisti europei, a Berlinguer, il teorico del “compromesso storico”.

Tronti dice ai suoi compagni, pardon, ai suoi colleghi senatori di essere rimasto «identico», e bisogna credergli: egli è rimasto un “comunista italiano”, cioè a dire, dal mio punto di vista, un perfetto anticomunista, e difatti il senatore del PD dà il suo prezioso contributo alle istituzioni poste al servizio del dominio capitalistico. Il senatore “diversamente comunista” giustamente definisce «tristi» i nostri tempi; ma non è che i tempi in cui i figli e i nipotini dello stalinismo (anche con caratteristiche cinesi) dominavano la scena politica italiana ed europea fossero meno tristi, quantomeno per le classi subalterne (a cominciare da quelle che ebbero la ventura di vivere sotto i regimi “comunisti”) e per chi lo stalinismo lo combatteva sul terreno della lotta anticapitalista.

Dai Cazzullo, facci ridere! «”Il 24 ottobre del 1917, secondo il calendario giuliano, o il 7 novembre, secondo il calendario gregoriano, esplodeva nel mondo la Grande Rivoluzione russa”… I grillini si guardano l’un l’altro ignari, il senatore a vita Rubbia interroga il suo vicino Bonaiuti: “Scusa, sono appena tornato da San Francisco dove ho commemorato i 75 anni della pila atomica di Fermi, ho ancora il jet-lag; chi sta parlando, e perché?”. In effetti sarebbe il giorno in cui il Senato affronta il nuovo sistema elettorale detto Rosatellum, ma Tronti è ispiratissimo: “Soldati, operai, contadini russi, non sparate contro i soldati e i contadini tedeschi, ma voltate i fucili e sparate contro i generali zaristi!”. Applaude il senatore sudtirolese Karl Zeller, forse per il sollievo di evitare le schioppettate delle guardie rosse». Ah, Ah, Ah! Rido. Una risata vi seppellirà, si diceva un tempo; temo che non sarà così semplice.

1917 – 2017. IL GRANDE AZZARDO (II)

untitledL’emancipazione della classe operaia deve
essere opera degli stessi operai.
K. Marx.

Non è nel passato ma solo nell’avvenire che
la Rivoluzione sociale del [XXI] secolo potrà
trovare la fonte della sua poesia. Non potrà
iniziare da se stessa prima di essersi liberata
da ogni credenza superstiziosa nel passato.
K. Marx.

 

Nel post dedicato al Grande Azzardo del 1917 ho puntato i riflettori della ricostruzione storica (politicamente tendenziosa, mi rendo conto) sulla figura di Lenin, ossia sulla sua decisiva funzione politica nel processo rivoluzionario in Russia, considerato quest’ultimo come parte del più generale processo rivoluzionario in atto nel Vecchio Continente (1) nel momento in cui la Prima grande guerra imperialista rese evidente, trascorsi i mesi dell’euforia e della vera e propria ubriacatura patriottica che aveva devastato anche vasti strati delle classi subalterne, tutta la sua micidiale portata. In sede di bilancio storico, i protagonisti di quegli eventi saranno costretti a rivalutare in termini meno lusinghieri l’effettivo “tasso” di radicalismo rivoluzionario su cui allora poterono contare i comunisti europei, e a prendere atto invece di una riserva di stabilità capitalistica che avevano in parte sottovalutato. Questa riflessione è fondamentale per capire l’esito, alla fine catastrofico, dell’esperienza sovietica: ogni riferimento allo stalinismo è assolutamente voluto. Anche di questo ho fatto cenno nel precedente post.

Adesso cercherò di lumeggiare, sebbene a grandi linee e senza alcuna pretesa di obiettività storiografica (essendo chi scrive un militante anticapitalista e non uno storico, né un intellettuale di qualche genere), il ruolo che ebbero i Soviet nella Rivoluzione d’Ottobre, concepita quest’ultima non come un singolo grande evento, ma come un processo, il quale ancorché rubricato (trattasi di rivoluzione proletaria o di rivoluzione democratico-nazionale? o di altro ancora?) va in primo luogo studiato, avendo cura di lasciare fuori dalla porta ogni idealizzazione e ogni demonizzazione, e tenendo conto che solo fino a un certo punto la storia è maestra di vita, e ciò vale soprattutto a proposito dei fatti qui ricordati, così distanti non solo cronologicamente ma soprattutto in termini di contesto sociale.

Riassumendo al II Congresso della Terza Internazionale (1920) la tesi antiparlamentarista cara a tutta la sinistra comunista europea del tempo (da György Lukács a Herman Gorter, da Karl Korsch a Anton Pannekoek ), Amadeo Bordiga sostenne che «la Rivoluzione Russa è un esempio che non corrisponde alle condizioni dell’Europa Occidentale», volendo con ciò dire che le soluzioni tattiche che resero possibile la rivoluzione proletaria in un Paese capitalisticamente arretrato come la Russia mal si adattavano ai Paesi di più lunga tradizione capitalistica e democratica (2). Credo che sul punto, peraltro non di poco significato, i comunisti europei avessero ragione, e i capi bolscevichi (Lenin, Trotskij, Zinoviev) torto; ma questo adesso non ha alcuna importanza, e d’altra parte polemizzare con la storia prodotta dagli altri sarebbe non solo inutile, ma soprattutto ridicolo. Importante è invece capire fino a che punto il contesto sociale del XXI secolo relativizzi la portata degli insegnamenti che la Rivoluzione d’Ottobre può offrire all’odierno militante anticapitalista.

***

Il primo Soviet si formò, per quanto ho potuto appurare, il 15 maggio 1905 a Ivanovo-Voznesensk, distretto tessile di Mosca: «La piattaforma rivendicativa degli operai della zona richiedeva l’abolizione del lavoro notturno e del lavoro straordinario, il salario mensile minimo, l’abolizione della “polizia di fabbrica”, la libertà di parola e di riunione per gli operai. Il Soviet comprendeva 110 delegati ed aveva direzione collegiale; i suoi compiti erano: dirigere lo sciopero, impedire azioni e trattative separate, provvedere al mantenimento dell’ordine e al rafforzamento dell’organizzazione tra gli operai per impedire che si riprenda il lavoro senza la decisione del Soviet» (3). L’esperienza del Soviet di Ivanovo-Voznesensk terminò il 18 luglio con la ripresa del lavoro nelle fabbriche di tutto il distretto.

Il 13 ottobre si costituì invece il Soviet dei deputati degli operai di Pietroburgo (4), che funse un po’ da modello per gli organismi dello stesso tipo che presto si costituiranno a Mosca, Odessa e in altre città del Paese che vantavano una significativa struttura industriale. Perché una cosa appare chiara studiando il movimento sociale del 1905, e cioè la natura soprattutto cittadina e proletaria di questo evento (5), il quale solo entro certi limiti investì la campagna russa, e ciò ne rappresentò, al contempo, la forza politico-sociale (anche nei confronti del proletariato d’avanguardia occidentale, come capì soprattutto Rosa Luxemburg) e la debolezza. Dodici anni dopo, l’alleanza con i contadini poveri costituirà invece, insieme, la grande forza e l’estrema debolezza del proletariato rivoluzionario russo, il quale dopo aver vinto la prima mano del Grande Azzardo (costituirsi in potere rivoluzionario) perderà disastrosamente la partita sul terreno della (mancata) rivoluzione proletaria internazionale. Scriveva Victor Serge: «La prima rivoluzione russa non terminò con una sconfitta totale. Le masse operaie e contadine avevano perso il rispetto per l’autocrazia, avevano imparato a fronteggiare l’oppressione. Era un cambiamento psicologico di valore incalcolabile» (6). A mio modesto avviso la stessa cosa non si può dire per la seconda rivoluzione, la quale terminò infatti con una «sconfitta totale», e non solo per il proletariato russo ma anche, e direi soprattutto, per le classi subalterne di tutto il mondo: e qui come sempre alludo allo stalinismo, diventato a partire dagli anni Trenta il faro politico-ideologico dei lavoratori e dei “comunisti” di tutto il mondo (7).

Con la nascita dei Soviet il movimento sociale generato da cause lontane (l’arretratezza economico-sociale della Russia, particolarmente pesante nelle campagne) e recenti (l’ondata di scioperi che tra il 1902 e il 1903 aveva colpito soprattutto la Russia meridionale, la crisi economica e morale provocata dalla disastrosa guerra contro il Giappone) subì un eccezionale salto di qualità, acquisendo quella fisionomia sociale e politica che faranno della rivoluzione del 1905 «la prova generale» o «il prologo» dell’evento di cui oggi ricordiamo, a distanza di un secolo, il significato. In ogni caso, è certo che la rivoluzione del 1905 scosse fin nelle fondamenta la Russia zarista, la quale da quel momento entrò in un processo di dissoluzione che la Grande Guerra avrebbe accelerato e portato a compimento – anche in guisa di rivoluzione democratico-borghese.

Se è corretto sostenere che la presenza dei Soviet conferì una valenza decisamente rivoluzionaria al movimento sociale che prese piede in Russia a partire dal gennaio 1905, è anche interessante chiedersi cosa   conferisse una caratura rivoluzionaria a quell’organizzazione del tutto originale. In altri termini, si tratta di capire se il Soviet fu un organismo politico-organizzativo rivoluzionario in quanto tale, preso in sé, o se lo diventò sotto certe condizioni, e quali. Come vedremo questa domanda, che formulo solo per introdurre alcuni concetti che tratterò – spero – in seguito (sintetizzabili nella dialettica tra spontaneità e organizzazione), è particolarmente significativa alla luce della Seconda rivoluzione, quella appunto del 1917.

A proposito del carattere originale dei Soviet, c’è da dire che diversi storici hanno voluto vedere in essi non più di una riedizione in chiave aggiornata del tradizionale comunitarismo russo, il quale si espresse in organismi di vario tipo (Mir, Obšcina, Volost’, Artel) già alla fine del IX secolo. Pur non volendo negare in assoluto una qualche continuità con quella tradizione (il retaggio storico non è, come si dice, “acqua fresca” che non lascia il segno), qui è forse il caso di richiamare ciò che scrisse Marx a proposito della Comune di Parigi: «È comune destino di tutte le creazioni storiche completamente nuove di essere prese a torto per riproduzioni di vecchie e anche defunte forme di vita sociale, con le quali possono avere una certa rassomiglianza. Così questa nuova Comune, che spezza il moderno potere statale, venne presa a torto per una riproduzione dei vecchi Comuni medioevali» (8).

Scriveva Trotskij: «Quali erano le caratteristiche essenziali di questa istituzione che, in breve tempo, conquistò un posto così importante nella rivoluzione e contrassegnò con un tratto distintivo l’apogeo della sua potenza? Il Soviet organizzava le masse operaie, regolava gli scioperi e le manifestazioni, armava gli operai, proteggeva la popolazione contro i pogrom.  […] Il Soviet realizzava il potere nella misura in cui la potenza rivoluzionaria dei quartieri operai glielo garantiva; lottava direttamente per la conquista del potere, nella misura in cui questo restava ancora nelle mani di una monarchia militare e poliziesca» (9). Detto in altri termini, il Soviet per un verso realizzò, come poteva farlo nella concreta situazione storico-sociale della Russia del tempo, la “marxiana” costituzione in classe del giovane ma molto combattivo proletariato russo; e per altro verso si sostanziò come contropotere in atto, ossia come «potere rivoluzionario»: «Il Soviet è il potere organizzato dalla massa stessa, che domina tutte le sue frazioni» (10). Il suo più potente strumento di lotta fu lo sciopero politico di massa, una forma di lotta che a ogni istante pareva potersi mutare in aperta insurrezione (con tanto di assalto alle caserme per approvvigionarsi di armi) e che proprio per questo tanta impressione destò nell’ala più radicale della socialdemocrazia tedesca ed europea in genere, allora in lotta contro la tendenza sclerotizzante e opportunista che minava il socialismo sedicente marxista e che, come il fatidico agosto 1914 renderà evidente, andava ben oltre la posizione francamente riformista incarnata già alla fine del XIX secolo da Eduard Bernstein.

Scriveva Rosa Luxemburg nel 1906 «La rivoluzione russa ha ora per la prima volta fatto maturare una grandiosa realizzazione dell’idea dello sciopero di massa e dello stesso sciopero generale e con ciò ha aperto una nuova epoca nello sviluppo del movimento operaio. […] La rivoluzione russa, la stessa rivoluzione che fornisce il primo esemplare esperimento storico dello sciopero di massa, non solo non significa riabilitazione dell’anarchismo, ma al contrario significa addirittura una liquidazione storica dell’anarchismo. […] La Russia sembrava particolarmente adatta a diventare il campo sperimentale delle gesta dell’anarchismo. La Russia era la culla storica dell’anarchismo. Ma la patria di Bakunin doveva diventare la sua tomba» (11). Questa insistenza antianarchica, esagerata se riferita alla reale influenza delle posizioni anarchiche nei fatti del 1905, si spiega soprattutto con la polemica che la rivoluzionaria polacca aveva in corso contro un certo «marxismo ortodosso», il quale tendeva a svalutare gli insegnamenti che venivano dalla Russia: un Paese capitalisticamente arretrato e humus fertilissimo per ogni ghiribizzo anarcoide non aveva nulla da suggerire al movimento operaio dell’avanzata Europa. Il «marxismo ortodosso» veniva insomma mobilitato a sostegno della «calma routine parlamentare» contro ogni iniziativa autenticamente rivoluzionaria, bollata come avventurista – poi si dirà “leninista”.

La cieca spontaneità in Russia aveva sempre fatto il gioco dello zarismo, come attestano le numerose e violentissime rivolte contadine represse puntualmente con altrettanta violenza dall’esercito monarchico e dal suo tristemente celebre apparato poliziesco. Le forme organizzative (comitati, cooperative, sindacati più o meno formalizzati, ecc.) che presero corpo all’inizio del Novecento soprattutto nelle città industriali e minerarie del Paese cercavano di dare una risposta all’esigenza di dare un minimo di organizzazione e di indirizzo politico alla rabbia delle classi subalterne, affinché essa  non si risolvesse nel solito scoppio inconcludente, magari bello dal punto di vista estetico, ma del tutto inconcludente e impotente sul piano politico. La stessa vicenda della domenica di sangue (9 gennaio), da cui tutto prese inizio, dimostrò che la spontaneità delle masse, appena supera la soglia del mero istinto, cerca sempre una qualche forma organizzativa, un punto di riferimento politico e ideale, fosse anche tutto questo offerto da un prete (12). Nel 1905 e nel 1917 si trattò dunque di una spontaneità politicamente orientata (dapprima in senso genericamente rivoluzionario, in seguito con una caratura rivoluzionaria sempre più precisa), maturata attraverso anni di lotte, di successi parziali e di molte sconfitte. In questo senso parlare semplicemente di “spontaneismo proletario”, magari in contrapposizione con il momento soggettivo della rivoluzione, è infondato sul piano della ricostruzione storica e sbagliato dal punto di vista della teoria rivoluzionaria – e della prassi a essa dialetticamente, ma inscindibilmente, connessa. D’altra parte, la stessa prassi rivoluzionaria non è che la continuazione della teoria rivoluzionaria con i mezzi adeguati all’iniziativa politica, non è che la fenomenologi più perfetta di quella teoria. Naturalmente tutto questo non è pane per i denti di chi pensa, con Bernstein e Mussolini, che il movimento sia tutto e la teoria un lusso dottrinario che i proletari non possono permettersi.

Il soviet di Pietroburgo assunse nel corso della lotta nelle fabbriche, lungo le strade e, alla fine del 1905, dentro lo stesso esercito (con il famoso e assai significativo ammutinamento dei marinai della corazzata Potëmkin come episodio emblematico), la natura di un vero e proprio governo rivoluzionario, e a esso si possono senz’altro applicare, sempre mutatis mutandis, le parole che Marx spese a proposito della Comune di Parigi del 1871: «Il suo vero segreto fu questo: che essa fu essenzialmente un governo della classe operaia, il prodotto della lotta della classe dei  produttori contro la classe appropriatrice, la forma politica finalmente scoperta» attraverso cui l’esercizio del potere operaio esce dall’astratta teoria e diventa prassi rivoluzionaria (13). Come i bolscevichi capiranno presto (e i menscevichi mai, e non certo per un difetto di intelligenza), il Soviet ben si prestava a fungere da strumento principe dalla «dittatura rivoluzionaria del proletariato», anche detta «democrazia rivoluzionaria del proletariato», o «governo rivoluzionario del proletariato», tutte formule che illuminano aspetti diversi di una sola totalità: il processo rivoluzionario avente come fondamento l’autonomia delle classi dominate e come obiettivo il superamento dei rapporti sociali capitalistici. Nel suo discorso di “autodifesa” pronunciato davanti al Tribunale di San Pietroburgo nell’ottobre del 1907, Trotskij tenne a sottolineare quanto segue: «Il Soviet non è stato altro che l’organo del governo autonomo delle masse rivoluzionarie da cui è nato, l’organo di un potere. […] I rappresentanti di un vecchio potere che si appoggia interamente su una sanguinosa repressione non hanno il diritto di indignarsi quando si parla dei metodi violenti del Soviet. Il potere storico in nome del quale parla qui il procuratore non è che la violenza organizzata da una minoranza contro la maggioranza. Il nuovo potere di cui il Soviet è stato il precursore è la volontà organizzata della maggioranza che richiama all’ordine la minoranza. È tutto in questa differenza il diritto del Soviet all’esistenza, diritto che sta al di sopra di tutti i dubbi giuridici e morali» (14).

«I Soviet», dirà Lenin nel luglio del 1917, nel momento in cui egli vedrà profilarsi all’orizzonte la possibilità che essi potessero subire un processo di rapida istituzionalizzazione, «sono un’istituzione che non esiste in nessuno Stato di tipo parlamentare borghese tradizionale, e non può esistere accanto a un governo borghese. […] Le alternative sono due: o un governo borghese tradizionale, e allora i soviet dei deputati dei contadini, degli operai e dei soldati sono inutili; essi saranno sciolti dai generali controrivoluzionari; oppure moriranno di morte ingloriosa» (15), ossia conserveranno magari il “glorioso” nome ma perderanno completamente la loro natura di classe. Detto en passant, è esattamente ciò che succederà ai Soviet già all’indomani della guerra civile, quando il proletariato d’avanguardia della Russia manifesterà i segni di una stanchezza materiale, politica e psicologica che presto o tardi doveva presentare il conto, e il proletariato europeo che avrebbe dovuto correre in suo soccorso segnerà una drammatica battuta d’arresto che si protrarrà per molti decenni ancora.

Quando, nel dicembre del 1905, il movimento rivoluzionario perse la sua “spinta propulsiva”, anche in seguito alla durissima repressione che si abbatté su di esso, i Soviet scomparvero dalla scena, per riapparire dodici anni dopo in occasione di un’altra crisi sociale, a dimostrazione che la loro esistenza si spiegava solo con la creazione di condizioni sociali eccezionali, tali da generare appunto un processo rivoluzionario di vasta portata. E qui arriviamo al Grande Azzardo.

the-second-all-russian-congress-of-soviet-in-petrogradIl 27 febbraio 1917 lo spettro del Soviet, che ormai aleggiava da mesi sopra un cielo sempre più carico di tempesta rivoluzionaria, decise, per così dire, di ritornare sulla scena in carne ed ossa. Il 18 febbraio gli operai delle officine Putilov di Pietrogrado (16) avevano proclamato lo sciopero, e nei giorni successivi il clima di lotta si era via via sempre più arroventato in tutta la città, coinvolgendo vasti strati della popolazione. Il 27 dello stesso mese accadde nella capitale un fatto decisivo, ossia il passaggio di alcuni reparti dell’esercito dalla parte degli operai in sciopero e minacciati dal pugno di ferro del regime, il quale lo stesso giorno intimò ai partiti borghesi di sinistra e di centro di non riesumare la Duma. Sempre lo stesso giorno fu formalizzato a Pietrogrado un Comitato esecutivo provvisorio del Soviet dei deputati operai, che a quel punto, nel vuoto di qualsivoglia forma di rappresentanza politica popolare, diventò il solo organismo politico del Paese provvisto di una legittimità  politica, che gli derivava dai rapporti di forza tra le classi, e di un vasto consenso popolare, che gli derivava anche dai fatti del 1905 (17). Si tratta della catena di eventi che porteranno alla caduta del regime zarista, che si rivelò essere al mondo intero non più di un colosso dai piedi d’argilla. Il 2 marzo Nicola II abdicava in favore del fratello Michele, il quale, a sua volta, il giorno dopo rinunciava al trono. Si consumò così la fine della dinastia imperiale.

Scriveva Trotskij: «Non è affatto esagerato dire che Pietrogrado ha fatto da sola la rivoluzione di febbraio. Il resto del paese non ha fatto che associarsi. La lotta c’è stata solo a Pietrogrado. […] Il rovesciamento del potere ebbe luogo per iniziativa e per opera delle forze di una città che rappresentava circa la sessantacinquesima parte della popolazione del paese. Se si vuole, si può dire che il più grande atto democratico fu compiuto in modo non democratico. Il paese intero si trovò di fronte al fatto compiuto. […] Al feticismo giuridico della “volontà popolare” le rivoluzioni hanno sempre inflitto rudi colpi, e tanto più implacabili quanto più erano profonde, audaci, democratiche» (18). Ovviamente qui il grande rivoluzionario sta difendendo, pensando più alla Rivoluzione d’Ottobre che a quella di febbraio, il diritto storico di una minoranza sociale (ad esempio il proletariato in alleanza con i contadini poveri) e di una minoranza politica (ad esempio, i Soviet egemonizzati dai bolscevichi) di non aspettare feticisticamente la convocazione dell’Assemblea Costituente e di tentare invece l’impresa rivoluzionaria che avrebbe fatto saltare lo schema strategico caro ai «marxisti ortodossi», radunati in gran numero nella fazione menscevica della socialdemocrazia russa. Ma di questo aspetto ho già detto nel precedente post.

Nel suo libro sulla Rivoluzione Russa Trotskij contesta la tesi “spontaneista” che circolò subito dopo i fatti di febbraio, e che attribuiva l’imprevista insurrezione a una sorta di «generazione spontanea» resa possibile dallo stato di esasperazione cui erano giunte le masse operaie e contadine. Questa tesi faceva comodo sia a chi nei mesi e nei giorni precedenti non aveva fatto niente per sostenere la spinta rivoluzionaria delle masse residenti a Pietrogrado, il cuore pulsante e il cervello della nuova Russia rivoluzionaria, sia a chi sperava in un’altrettanto spontaneo riflusso della marea sociale, che dopo lo sfogo del 27 febbraio doveva placarsi in base alle stesse leggi che regolano i fenomeni naturali: in fondo, dopo la tempesta arriva sempre la quiete! Ancora nessuno lo sapeva, ma la tempesta sarebbe arrivata da lì a poco, sottoforma di Lenin. La «generazione spontanea», osservava il fondatore dell’Armata Rossa, se è fuori luogo nelle scienze naturali, lo è ancor più in sociologia, e d’altra parte «l’esasperazione spiega molto poco». Tuttavia nessuno poteva contestare un fatto: tutte le organizzazioni politiche del Paese, dall’estrema destra all’estrema sinistra, furono colte alle spalle dall’accelerazione degli eventi, che le trovò del tutto impreparate. Gli stessi bolscevichi ebbero ben poco peso sugli eventi, anche perché la loro organizzazione scontava anni di persecuzione politica, così che capi e quadri dirigenti si trovavano ancora in esilio o nei luoghi di deportazione. Dunque, «resta un grosso punto interrogativo: chi ha guidato l’insurrezione? chi ha mobilitato gli operai? chi ha portato i soldati nelle piazze?» Trotskij ricostruisce assai efficacemente l’ambiente sociale e il processo psicologico di massa che vennero a realizzarsi nel corso della guerra. La catastrofica esperienza bellica aveva creato una grande comunità di sofferenza e di solidarietà (di cameratismo, come si diceva allora) tra gli operai della capitale e i soldati, che in maggioranza provenivano dalle campagne. La guerra aveva creato insomma un’inedita dimensione esistenziale, fatta di esperienze comuni, di confronti, di scambi d’idee su ciò che accadeva nel Paese e nel mondo. Gli operai più politicizzati, che avevano ben viva la memoria del 1905 e che in qualche modo per anni avevano orecchiato e “respirato” i discorsi dei socialisti e degli anarchici, in un primo momento erano stati surclassati dalla massa operaia conquistata dalla propaganda patriottica, ma col passare del tempo, ossia con il crescere delle sofferenze e dei sacrifici, riuscirono a mettere nuovamente la testa fuori dal coro e a porsi come punto di riferimento nelle fabbriche e nei quartieri proletari. Sebbene in una forma più attenuata, questo schema interpretativo è valido per tutte le più importanti città russe. L’impasto fra il cameratismo sociale delle classi subalterne (proletari e soldati-contadini) e gli elementi operai politicizzati creò il “miracolo” del 27 febbraio:  «I quartieri operai, le caserme, il fronte e anche, in misura considerevole, i villaggi diventavano in un certo modo vasi comunicanti. Gli operai sapevano quello che sentiva e pensava il soldato. Tra loro c’erano conversazioni interminabili sulla guerra, sulla gente che si arricchiva, sui generali, sul governo, sullo zar e sulla zarina. Il soldato diceva della guerra: Sia maledetta! L’operaio rispondeva parlando del governo: Siano maledetti rutti! Il soldato diceva: Perché qui al centro ve ne state zitti? L’operaio rispondeva: Quando si hanno le mani vuote [di potere, mi permetto di aggiungere], non c’è niente da fare. nel 1905, ci siamo già scontrati con l’esercito con scarso successo. Il soldato, dopo un attimo di riflessione: Ah! Se tutti si ribellassero insieme! L’operaio: Sì, tutti  insieme. Conversazioni di questo genere, prima della guerra, avevano luogo solo tra individui isolati e clandestinamente. Ora si parlava così da ogni parte, a ogni occasione e quasi apertamente, almeno nei quartieri operai» (19).

Quando ragioniamo intorno alla natura dei Soviet, è bene tenere in mente il complesso processo sociale, politico e psicologico qui appena abbozzato. Se il bolscevismo orientato da Lenin conquistò abbastanza rapidamente il consenso del Soviet di Pietrogrado già alla fine di aprile, ciò non si spiega solo col fatto che esso seppe giocare bene le carte che la storia gettò sul tavolo rosso del conflitto di classe, ossia, detto altrimenti, con la sapienza tattica di Lenin, un leader spregiudicato che sapeva mettere insieme una realpolitik spinta fino all’opportunismo con il più ardito avventurismo, come gli rimproverarono gli avversari della sinistra – dagli anarchici ai menscevichi, passando per i socialisti-rivoluzionari. A mio avviso la causa del rapido successo politico del partito di Lenin appare evidente se si tiene conto della sua capacità di interpretare lo spirito del tempo, l’inestricabile groviglio di spontaneità, politicizzazione, radicalizzazione sociale, desiderio di cambiamento e quant’altro. «Sentivamo nell’aria l’elettricità accumularsi. Sapevamo che essa sarebbe inevitabilmente esplosa in una tempesta», dirà Lenin il 7 novembre 1917.

Come scrisse John Reed, «Verso la fine di settembre del 1917 […] fra i braccianti e i salariati correva comunemente la frase “la terra ai contadini e le fabbriche agli operai”, e al fronte tutto l’esercito parlava di pace» (20). Mentre gli altri partiti di sinistra temevano di “cavalcare” le rivendicazioni delle classi subalterne (i menscevichi perché credevano che non fosse ancora venuto il momento di passare alla “fase socialista” della rivoluzione, i socialisti-rivoluzionari perché temevano l’egemonia proletaria nel processo rivoluzionario), il partito leninista vi vedeva invece l’eccezionale occasione per mettere in pratica decenni di approfondimenti teorici intorno al concetto di dittatura rivoluzionaria del proletariato come passaggio ineludibile in vista del superamento della dimensione classista della società e di ogni forma di coazione, a partire da quella politica che ha nello Stato la sua massima espressione. Si può fare! E se l’Azzardo appariva possibile, per Lenin bisognava superare ogni obiezione contraria, anche quella più fondata: l’arretratezza sociale della Russia, i rapporti di forza tra proletariato e contadini, tra città e campagna. Come ho insistito nel precedente scritto, Lenin concepiva il bolscevismo come parte organica del futuro Partito Comunista Mondiale, e la rivoluzione proletaria in Russia come un momento della più generale rivoluzione sociale internazionale, e per questo la scommessa andava assolutamente tentata, tanto più che l’esperienza della Comune parigina del 1871 dimostrava che anche una sconfitta in campo aperto fa avanzare la coscienza delle classi subalterne.

Al contrario della Comune di Parigi, schiacciata nel sangue dall’esercito prussiano “coadiuvato” da quello francese (21), all’esperienza sovietica toccherà in sorte un assai più tragico epilogo, che in parte le classi subalterne di tutto il mondo stanno ancora pagando, e cioè non una sconfitta in campo aperto, chiara, per mano dei nemici dichiarati del proletariato, ma una sconfitta ad opera di un processo sociale (di un fatto oggettivo, dunque) che troverà nello stesso partito che aveva promosso la Rivoluzione il suo strumento controrivoluzionario più potente. In realtà solo formalmente si trattava dello stesso partito, come cerco di spiegare nel testo Lo scoglio e il mare. Riflessioni sulla sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre (1917-1924). Ma riprendiamo il filo del discorso.

In Stato e rivoluzione, scritto nell’agosto-settembre del ’17, Lenin cercherà di dare una base teorica alle scottanti questioni politiche del momento. L’autonomia di classe del proletariato trova la sua massima espressione quando essa si fa, per così dire, potere politico e si pone in antagonistica alternativa (pone l’aut-aut) nei confronti del potere costituito: buona parte di quel celebre libro penso si possa sintetizzare così.

Parlare di un nuovo potere significa parlare, se non si ha paura delle parole, di una nuova configurazione nell’esercizio del potere, ossia dello Stato come viene fuori dal processo rivoluzionario. Gli anarchici accusavano Marx e i marxisti di “statalismo” parchè i primi concepivano la comunità priva di Stato un lascito immediato della rivoluzione sociale, mentre i secondi si ponevano il problema, a mio avviso molto realistico, di come resistere all’inevitabile attacco controrivoluzionario da parte delle classi dominanti sbalzati con la forza dal potere, e di come organizzare la nuova società appena uscita da millenni di dominazione classista. Come scriveva Marx nella Critica al programma di Gotha (1875), peraltro un testo scritto contro lo statalista Lassalle, «Quella con cui abbiamo a che fare è una società comunista, non come si è sviluppata sulla base propria, ma al contrario come viene fuori dalla società capitalistica»; alla bacchetta magica degli anarchici Marx contrappose l’idea della «dittatura rivoluzionaria del proletariato» come «periodo della trasformazione rivoluzionaria dell’una [la società capitalistica] all’altra [la società comunista]» (22). Per Marx lo Stato nel periodo politico di transizione si configura appunto come «dittatura rivoluzionaria del proletariato», la quale ha in sé i presupposti del proprio superamento, porta con sé una metaforica data di scadenza: la fine degli antagonismi di classe. Se così non fosse, quella dittatura non sarebbe né proletaria né rivoluzionaria, ossia giustificabile solo con condizioni storiche rivoluzionarie, le quali, com’è noto, hanno per definizione una natura eccezionale, con ciò che ne segue anche in termini di durata: l’eccezione che si protrae troppo nel tempo puzza di mistificazione lontano un miglio. È fin troppo ovvio dire che non si può stabilire in anticipo sulla prassi quale sia la misura giusta della durata della transizione: questo è un problema che dovranno – eventualmente! – affrontare i rivoluzionari di domani. Ma mantenere una postura critica anche sul terreno della riflessione teorica aiuta a sviluppare gli anticorpi al dogmatismo: come diceva l’ubriacone di Treviri, la rivoluzione proletaria critica continuamente se stessa, proprio perché il suo obiettivo strategico, chiamato a informare le soluzioni tattiche, non è la solidificazione di un nuovo potere, ma il superamento di ogni forma di potere.

Sarebbe sommamente idealistico, e politicamente sciocco, riproporre oggi il problema della transizione negli stessi termini in cui lo fecero Marx e Lenin a partire dalle concrete condizioni sociali del loro tempo, così diverse dalle nostre. Il Capitalismo di oggi fa impallidire, quanto a potenza, diffusione, contraddizioni e quant’altro, quello conosciuto da quei due autorevolissimi personaggi. Tuttavia, il fatto che io non possa conoscere in anticipo le forme concrete che potrebbe assumere un ipotetico potere rivoluzionario delle classi subalterne, ebbene ciò non mi impedisce di sostenere, per libero e fondato convincimento e non in ossequio alla memoria di chicchessia, la tesi marxiana secondo la quale queste classi non devono semplicemente «prendere il potere», ma devono piuttosto distruggere il potere politico vigente per sostituirlo con un nuovo potere rivoluzionario, il quale deve promanare dalla loro prassi e deve avere come obiettivo strategico l’emancipazione dell’umanità attraverso la loro emancipazione sociale. È solo dinanzi a quella prassi, la cui possibilità devo qui solo ipotizzare, che la mia riflessione deve e vuole arrestarsi. (Una precisazione “metodologica”: parlo in prima persona non solo a causa di un innegabile vezzo individualistico, ma soprattutto perché a mala pena esprimo solo il mio punto di vista, ed è per rendere evidente la cosa e per non creare equivoci di sorta che cerco di non usare mai, o il meno possibile, il plurale maiestatis. Meglio essere chiari fino in fondo con chi legge).

«La rivoluzione non deve consistere nel fatto che la nuova classe comandi o governi per mezzo della vecchia macchina statale, ma che, dopo averla spezzata, comandi e governi per mezzo di una macchina nuova: è questa l’idea fondamentale del marxismo che Kautsky fa sparire o non ha assolutamente capito» (23). Con che cosa sostituire dunque la vecchia macchina statale spezzata dalla rivoluzione? Con i Soviet, è ovvio! «I soviet dei deputati degli operai, dei soldati e dei contadini hanno il merito particolare di rappresentare un nuovo tipo di apparato statale, incommensurabilmente superiore, incomparabilmente più democratico» (24). In realtà la cosa a Lenin appariva ovvia solo fino a un certo punto. Infatti, solo l’egemonia dei bolscevichi all’interno dei Soviet permetteva che essi continuassero a conservare la natura di organismo rivoluzionario, mentre se essi fossero caduti in permanenza sotto l’influsso dei menscevichi e dei socialisti-rivoluzionari, si sarebbero trasformati in organi della democrazia borghese o piccolo-borghese, e col tempo sarebbero stati sostituiti da forme più coerenti e mature di democrazia rappresentativa. Tutto il potere ai Soviet, certamente, ma solo nella misura in cui essi potevano costituire l’impalcatura del nuovo potere rivoluzionario, del nuovo Stato proletario (in alleanza con i contadini), mentre «i socialisti-rivoluzionari e i menscevichi hanno fatto il possibile e l’impossibile per trasformare i soviet (soprattutto quello di Pietrogrado e quello di tutta la Russia, cioè il Comitato esecutivo centrale) in vani parlatoi, che si occupassero di votare, sotto l’apparenza del “controllo”, risoluzioni e auspici impotenti, che il governo, col sorriso più gentile e amabile, rimandava alle calende greche. […] Si vergognino coloro che dicono: “Non abbiamo un apparato che possa sostituire quello vecchio, che tende inevitabilmente a difendere la borghesia”. Perché questo apparato esiste: sono i soviet» (25). Naturalmente solo la prospettiva radicalmente rivoluzionaria e internazionalista dalla quale Lenin osservava il succedersi degli eventi gli consentiva di individuare nei Soviet la marxiana «forma politica finalmente scoperta» attraverso cui i dominati potevano costituirsi in potere rivoluzionario. Che i Soviet potessero oltrepassare davvero i confini della rivoluzione democratico-borghese era un’evenienza che allettava solo i bolscevichi, i quali durante «la ribellione di Kornilov, cioè dei generali e degli ufficiali dietro ai quali vi sono i grandi proprietari terrieri e i capitalisti» (Lenin), dell’agosto 1917 si posero a baluardo di tutte le conquiste ottenute fin lì dalla rivoluzione, la quale rischiava di venir soffocata in un mare di sangue. La creazione, il 12 ottobre, di un Comitato Militare Rivoluzionario e la formazione di Guardie Rosse come baluardi da contrapporre alle truppe controrivoluzionarie che volevano regolare i conti con la giovane democrazia sovietica rappresentano forse i due momenti più emblematici dei giorni che segnarono l’irresistibile ascesa del bolscevismo nelle città russe. Le fila del Partito Bolscevico incominciarono a ingrandirsi a un ritmo incalzante (ma solo attingendo dal proletariato urbano, mentre tra i contadini l’influenza dei bolscevichi cresceva ancora molto lentamente): dagli 80 mila membri dell’aprile passò ai 240 mila a inizio settembre. Ma al di là di questi numeri, occorre dire che intorno ai bolscevichi si creò una vasta area di consenso e di simpatia che rese possibile il prevalere dei bolscevichi nei Soviet più importanti del Paese alla vigilia dell’ottobre (26).

Dopo i fatti di giugno (disfatta della controffensiva militare antitedesca) e di agosto (fallimento del colpo di Stato militare) per Lenin e Trotskij fu relativamente facile convincere (anche nel senso di vincere insieme) il proletariato e i contadini poveri che solo andando avanti, approfondendo ulteriormente il carattere sociale della lotta per il pane, per la pace e per la terra, si poteva scongiurare un colpo di Stato ad opere delle forze più reazionarie e violente del Paese. Non si trattava affatto di demagogia, o di “populismo”, per usare il gergo politico dei nostri tristi tempi, ma di una maturazione collettiva del soggetto di classe, che allora prese la sostanza di una sempre più stringente dialettica tra Soviet e bolscevismo. Si avanzava politicamente e socialmente difendendo le “vecchie” conquiste rivoluzionarie: si trattò di un vero e proprio capolavoro di strategia rivoluzionaria comprensibile solo alla luce dei reali accadimenti, del reale sovrapporsi e intrecciarsi di fatti e di fattori (oggettivi e soggettivi), mentre chi vi vede solo il compimento di un piano elaborato a tavolino da una mente particolarmente geniale, o diabolica, si preclude ogni possibilità di comprensione. Ridurre il Grande Azzardo a un colpo di Stato organizzato e diretto dai bolscevichi ai danni «dell’autentica democrazia proletaria» incarnata dai Soviet è un’operazione politico-ideologica che semplicemente non tiene conto del reale svolgersi dei fatti, e per questo somiglia tanto a una pura e semplice calunnia.

Il dualismo di potere tra governo borghese e governo (di fatto) dei Soviet non poteva durare a lungo, né poteva mettere capo a una sintesi tra due soggetti che ormai non avevano alcun punto in comune e si guardavano con sempre maggiore diffidenza: il dualismo doveva sciogliersi necessariamente con il pieno successo dell’uno e la completa disfatta dell’altro. Una terza via avrebbe significato uno svuotamento del significato dei Soviet, ossia la vittoria del governo borghese, non una sintesi “più avanzata” tra i due opposti poteri, come sostenevano i menscevichi di destra. Scriveva Lukács nel suo Lenin (1924) «I consigli operai, anche nelle loro forme primitive e meno evolute, presentano già verso il 1905 questo carattere: costituiscono un contro governo. Mentre altri organi della lotta di classe possono adattarsi tatticamente, cioè possono condurre avanti il lavoro rivoluzionario anche in quelle circostanze, è proprio invece dei consigli operai di porsi rispetto al potere statale della borghesia nel rapporto di un secondo governo concorrenziale. Quando perciò ad esempio Martov, pur riconoscendo nei consigli degli organi di lotta, nega la loro qualifica a diventare apparati statali, egli elimina con ciò dalla teoria proprio la rivoluzione, la reale presa del potere del proletariato. Quando invece, dal lato opposto, alcuni teorici estremisti di sinistra fanno del consiglio operaio una organizzazione di classe permanente del proletariato e vogliono servirsene per soppiantare partito e sindacato, mostrano di non comprendere la distinzione tra situazioni rivoluzionarie e non rivoluzionarie e di non comprendere la funzione peculiare dei consigli operai» (27). La polemica con la sinistra consiglista e spontaneista di Gorter e Pannekoek è abbastanza evidente. Dal lato opposto, per riprendere lo schema lukacsiano, in Europa si affermò la tendenza a usare il termine Consiglio per designare organismi proletari, soprattutto di natura sindacale, che con il Consiglio russo, cioè con il Soviet, non avevano nulla a che fare. Il Soviet fu una pianta che poté vivere fino a quando il clima sociale si mantenne incandescente, ossia rivoluzionario, e anzi esso stesso era, insieme, l’espressione e una delle maggiori cause di quel clima. E questo si può dire anche dei Comitati di fabbrica che apparvero appunto nelle fabbriche dei maggiori centri industriali del Paese nel febbraio del ’17 e che il 30 maggio di quell’anno tennero la loro prima Conferenza a Pietrogrado: «Si dice spesso dei Comitati di fabbrica che essi sono “l’opera della rivoluzione”. È giusto, anche se i loro lontani prototipi sono esistiti molto tempo prima e molto tempo prima era iniziata, nella fabbrica, la lotta tra il capitale e il lavoro. È giusto perché la loro natura rivoluzionaria di lotta, la loro sostanza di classe si fa sentire soltanto durante la rivoluzione. Il loro ruolo finisce con la fine dell’ondata rivoluzionaria o, al contrario, con la vittoria della rivoluzione. […] Il loro ruolo economico, militante e rivoluzionario comincia e finisce con quel periodo caldo della lotta più accanita che abitualmente chiamiamo rivoluzione. […] Tutta la storia dei Comitati di fabbrica, negli anni 1917-18, è strettamente legata al Partito Bolscevico. Ed è normale. Un partito rivoluzionario e combattente non poteva non influenzare e dirigere le organizzazioni più strettamente legate alla classe operaia che lavorava per la rivoluzione. Le parole d’ordine e le tendenze che salivano dal profondo, ricevevano la loro formulazione, il loro contenuto ideologico e il loro cimento organizzativo dall’aiuto del partito» (28).

Lo stesso Partito Bolscevico nella sua configurazione di partito rivoluzionario di massa si spiegava solo con l’eccezionalità della situazione, perché solo quando impazza la tempesta rivoluzionaria le vele di un partito autenticamente rivoluzionario hanno modo di gonfiarsi. Ci sono cose che non sono buone per tutte le stagioni, come invece pensano i teorici del “partito rivoluzionario di massa” sempre e comunque, anche quando le classi subalterne mostrano di non riuscire a scrollarsi di dosso la mortale influenza dell’ideologia dominante. La caratura di massa del Pci nel Secondo dopoguerra, ad esempio, non era affatto una garanzia “di classe”, come affermava una sociologia volgare devota allo stalinismo, ma all’opposto dimostrava la natura profondamente borghese di quel partito, che per molti aspetti fu ancora più reazionario del PSI – ad esempio, sul terreno dei cosiddetti diritti civili e in materia di Giustizia.

Molti hanno voluto vedere nella bolscevizzazione dei Soviet un’inaccettabile forzatura da parte di Lenin e dei suo compagni, anche se non hanno potuto negare che, come documenta anche Oscar Anweiler nella sua “classica” Storia dei soviet, tra l’agosto e il settembre il bolscevismo divenne un vero e proprio movimento di massa, e non solo a Pietrogrado e a Mosca; si sarebbe trattato di una prevaricazione rispetto all’autonomia dei Soviet. Personalmente credo invece che in quel momento storico solo i bolscevichi furono in grado di difendere ed esaltare la natura proletaria e rivoluzionaria di quegli organismi. Ma posso anche sbagliare.  «L’esperienza della rivoluzione russa ci ha insegnato che la rivoluzione proletaria è opera dell’organizzazione di massa autonoma del proletariato (Soviet) e non di una minoranza rivoluzionaria organizzata in senso burocratico ed autoritario nel partito leninista. Nella Russia del 1917 la minoranza bolscevica vide nei Soviet (estranei alla sua impostazione ideologica) solo un momento tattico da usare opportunisticamente per i suoi progetti politici che, oggettivamente, hanno avuto per sbocco un capitalismo monopolistico di stato» (29). All’antistalinista di orientamento marxista che sostiene la tesi secondo cui lo stalinismo rappresentò la prosecuzione del bolscevismo leninista con altri mezzi in una nuova congiuntura storica dico: non sono d’accordo ma parliamone, può anche darsi che tu abbia ragione. Niente è più lontano dalle mie intenzioni di voler salvare a tutti i costi, magari contro l’evidenza dei fatti, Lenin dall’abisso stalinista, e la mia critica della sua filosofia materialistica dimostra, credo, come nei suoi confronti io abbaia maturato un atteggiamento abbastanza “laico” (30).

La convinzione che mi sono fatto è che agli occhi di Lenin i Soviet apparissero davvero, e non in chiave puramente strumentale-tattica, la «forma scoperta» della marxiana dittatura rivoluzionaria del proletariato, e che il loro svuotamento già nel corso del «Comunismo di guerra» (31), dovuto alla “pesantezza” e all’originalità dei problemi a cui i bolscevichi e l’intera compagine sociale si trovarono a dover fare i conti, più che a una scelta assunta freddamente dal partito leninista, rappresentò innanzitutto una sua durissima sconfitta politica. Quando nelle ore decisive dell’Ottobre Lenin disse, come racconta John Reed, che «Noi bolscevichi siamo dalla parte del proletariato, del proletariato contadino come del proletariato industriale», e che «I Soviet sono la forma più perfetta della rappresentanza popolare degli operai nelle officine e nelle miniere, e dei lavoratori nei campi», egli si limitò ad esprimere, dal punto di vista del partito proletario, un dato di fatto, oltre che una convinzione maturata ormai da tempo – certamente dal 1905. «In questo momento noi stiamo tentando di risolvere non solo la questione della terra», disse Lenin presentando il programma agrario dei bolscevichi al II Congresso dei Soviet dei deputati operai e soldati di tutta la Russia (25-26 ottobre 1917), «ma la questione della Rivoluzione Sociale, non solo in Russia ma in tutto il mondo. La questione della terra non può esser risolta indipendentemente da tutti gli altri problemi della Rivoluzione Sociale» (32). Anche nel momento in cui Lenin ricerca il vitale appoggio dei contadini poveri, egli non si presenta ai loro occhi come un leader genericamente popolare e, men che meno, nazionale ma come un’esponente del proletariato d’avanguardia del Paese e del mondo. «Il gruppo Spartacus intensifica sempre più la sua propaganda rivoluzionaria. Il nome di Liebknecht, infaticabile combattente per gli ideali del proletariato, diviene ogni giorno più popolare in Germania. Noi crediamo nella rivoluzione in Occidente ma non possiamo decretare la rivoluzione, ma aiutarla e favorirla possiamo» (33). E noi “rivoluzionari” del XXI secolo possiamo crocifiggere Lenin perché la sua fiducia nel proletariato occidentale si rivelò, alla fine, infondata? Certo, si può sempre dire che il capo bolscevico si accreditava come internazionalista mentre agiva da rivoluzionario nazionalista, ma questo, anche alla luce del materiale storico che ho studiato, non lo credo.

Già alla fine del 1920 Lenin è costretto a parlare di «ritirata strategica» e della necessità di ricalibrare i rapporti con i contadini, “poveri” o “ricchi” che fossero (nell’ormai devastata campagna russa questa distinzione non sempre aveva un reale significato), ossia con quella enorme massa sociale che aveva reso possibile, attivamente o esercitando una benevola neutralità, l’Azzardo del proletariato russo. Mi permetto di citarmi: «Resistere, indietreggiare, guadagnare tempo: la tattica leniniana dopo l’Ottobre ruotava ossessivamente e necessariamente intorno alla fondamentale questione dei tempi, sempre decisiva nella prassi sociale, e ancor più decisiva nelle epoche delle guerre e delle rivoluzioni. Ma ciò – la “ritirata strategica” – che riuscì allo zar Alessandro I contro Napoleone, e poi a Stalin contro le armate tedesche, purtroppo non riuscì a Lenin contro il capitalismo nazionale e internazionale. Ai compagni di partito che lo invitavano a precisare meglio i limiti dell’annunciata “ritirata strategica”, Lenin rispondeva, in modo sempre più insofferente, di non sapere dove fossero esattamente questi benedetti limiti, e che era sciocco volerli tracciare sulla carta, in astratto, aprioristicamente, senza cioè tenere in considerazione tutta una serie di circostanze, anche – o soprattutto – di natura internazionale. “Indietreggiare è molto spiacevole – scriveva Lenin il 29 ottobre 1921 –, ma quando ci si fa battere non si chiede se la cosa sia piacevole o spiacevole; le truppe si ritirano e nessuno se ne stupisce. Perché dunque dobbiamo inventarci in anticipo delle situazioni da cui non si può uscire?” Da notare: “quando ci si fa battere”» (34). Parafrasando Tacito, che di azzardi e guerre civili s’intendeva, possiamo dire che se «nelle vicende private si può procedere con gradualità e, secondo la volontà di ognuno, rischiare di più o di meno», chi aspira al potere «non ha via di mezzo tra la vetta e l’abisso». D’altra parte, dal potere non ci si può dimettere: a guerra civile finita, e brillantemente vinta sul terreno militare, i bolscevichi dovranno fare i conti con questa amara constatazione, che presto prenderà l’aspetto di una tragedia.

Come ho scritto altrove, dalla comoda – e spero non sbagliata – prospettiva storica la Rivoluzione d’Ottobre mi appare prossima alla fine già all’indomani della guerra civile, e senza che i protagonisti ne avessero, in generale, il sentore, anche se le sensibili antenne di Lenin non mancarono di registrare il rapido declinare della carica rivoluzionaria nello stesso proletariato, ossia nella base sociale del Partito Bolscevico, nella classe che aveva conferito appunto una natura proletaria (in un’accezione non meramente sociologica) alla seconda rivoluzione del 1917. La rivolta di Kronstadt (marzo 1921) annunciò nel peggiore dei modi il ritorno indietro dell’onda, il riflusso dell’energia rivoluzionaria che aveva reso possibile l’Ottobre e che adesso era prossimo a trasformarsi in uno spaventoso tsunami controrivoluzionario. Lukács colse bene il rapido mutamento di fase: «Il secondo Congresso Mondiale della Terza Internazionale ha cominciato i suoi lavori nel mezzo dell’offensiva vittoriosa delle truppe rosse nel cuore della controrivoluzione mitteleuropea. Il Terzo Congresso presumibilmente si riunirà sotto l’effetto della repressione della sollevazione di marzo in Germania» (35). L’esaurirsi della “spinta propulsiva” rivoluzionaria su base internazionale rendeva ormai pressoché inevitabile la morte dell’esperienza rivoluzionaria in Russia, che difatti si verificò, e nel modo di gran lunga peggiore per il proletariato di tutto il mondo, ossia sotto le sembianze di un successo: quello del «socialismo in un solo Paese». Non è serio dire oggi cosa avrebbero dovuto fare allora Lenin, i suoi compagni di partito e i comunisti occidentali per mettere in salvo la natura proletaria del Grande Azzardo, e infatti su questo punto non dirò nulla, anche perché la cosa, oltre che poco sensata, mi appare al di là delle mie scarse capacità intellettuali.

Scrive Raffaella Fittipaldi: «I Soviet del 1905 rappresentano l’incontro del pluralismo politico russo, quelli del 1917, bolscevizzati, fungono da leva del potere che durerà fino alla fine del secolo» (36). Per dirla con Marx, la rivoluzione del 1905 (o quella del febbraio ‘17) «era stata la bella rivoluzione, la rivoluzione della simpatia generale», mentre quella dell’Ottobre ’17 «è la rivoluzione brutta, la rivoluzione ripugnante, perché al posto della frase è subentrata la cosa». Quanto alla fine del potere sovietico (sto parlando della cosa, non della frase) personalmente proponga una ben diversa datazione, e non a caso individuo nella morte di Lenin la data-simbolo che si presta bene come momento riassuntivo di una sconfitta maturata nel corso di pochi ma intensissimi anni. In un’intervista rilasciata a Radio Radicale qualche settimana fa Sergio Staino, il noto vignettista e direttore della moribonda Unità, si è prodotto nella seguente “confessione”: «Ho una lunga esperienza comunista alle spalle, e come tutti i comunisti sono stato anch’io stalinista». Come se lo stalinismo fosse stato – e sia, in forma più o meno residuale e camuffata – una variante, magari “degenerata” e particolarmente brutta, sporca e cattiva del comunismo, e non invece, come ho sempre pensato, una sua radicale negazione. L’associazione comunismo-stalinismo è certamente il lascito peggiore del cosiddetto «comunismo novecentesco», che poi non fu altro che l’espressione delle tante “declinazioni” nazionali (togliattismo, titoismo, maoismo, eccetera, eccetera, eccetera) dello stalinismo, ed è soprattutto per questo che preferisco lasciare agli altri il nome e tenermi la Cosa. Il nome è morto, viva la Cosa!

È tempo di mettere un punto! Per un verso la rivoluzione sociale anticapitalistica e il potere rivoluzionario, ancorché transitorio e umanamente orientato, delle classi subalterne devono essere opera di queste stesse classi (37); Marx si espresse in questi termini: «organizzazione dei proletari in classe, e quindi in partito politico». Per altro verso la coscienza di classe, ossia la chiara comprensione da parte del proletariato della sua posizione sociale e del suo «compito storico», non si fa strada nella sua testa spontaneamente, come immediato riflesso delle sue condizioni sociali, come dimostrano al di là di ogni ragionevole dubbio i fatti, non le elucubrazioni dottrinarie di Tizio o Caio.  È con la complessa equazione – o dialettica – sociale qui appena tratteggiata che da Marx in poi i comunisti hanno dovuto misurarsi. Abbiamo visto come Lenin e suoi compagni di partito cercano di sbrigare la difficile pratica a partire da una concreta situazione storico-sociale.

Per quanto mi riguarda, in nessun caso il potere rivoluzionario del proletariato può corrispondere al potere del partito rivoluzionario esercitato in esclusiva, perché se così fosse non ci sarebbe nessuna rivoluzione in corso e nulla che possa surrogarne la mancanza. Questa è la tesi che sostengo e che difendo anche contro chi concepisce, magari senza averne una chiara consapevolezza teorica, la «dittatura rivoluzionaria del proletariato» come dittatura del partito che si concepisce come avanguardia del proletariato mentre ne pratica piuttosto la sostituzione, credendo, in ottima fede, di poterne incarnare e rappresentare le istanze rivoluzionarie. Nessuno si affatichi a dimostrarmi l’estraneità della mia tesi rispetto all’autentico pensiero “marxista-leninista”: la sosterrei in ogni caso, non “a prescindere”, ma per intima convinzione. D’altra parte l’ho sempre detto: non sono un marxista – figuriamoci poi un marxista-leninista!  Rimane da capire, almeno per chi scrive, come oggi debba o possa configurarsi un soggetto politico rivoluzionario, e quale ruolo esso dovrebbe e potrebbe avere ai nostri tempi, così indigenti di esperienze rivoluzionarie dalle quali attingere la linfa che alimenta un pensiero autenticamente critico-radicale. Sono, questi, tutti problemi la cui soluzione non si trova in qualche pur mirabile testo scritto in un’altra era capitalistica. Ma questa è ovviamente una mia personalissima convinzione. «Non è nel passato ma solo nell’avvenire che la Rivoluzione sociale del [XXI] secolo potrà trovare la fonte della sua poesia. Non potrà iniziare da se stessa prima di essersi liberata da ogni credenza superstiziosa nel passato» (38). Diciamo che il presente non ispira molto ottimismo, ed è forse per questo che siamo così affezionati alle vecchie poesie.

an-assembly-of-the-petrograd-soviet-1917(1) «Compagni, fin dall’inizio della rivoluzione d’ottobre, il problema della politica estera e delle relazioni internazionali si è posto per noi come il problema principale, non solo perché l’imperialismo implica da ora in poi un forte e stabile coordinamento di tutti gli Stati del mondo in un sistema unico, ma anche perché la vittoria completa della rivoluzione socialista è inconcepibile in un solo paese e impone la più attiva collaborazione almeno di alcuni paesi progrediti, tra i quali non possiamo collocare la Russia. Ecco perché una delle questioni principali della rivoluzione consiste oggi nell’accertare in che misura riusciremo a estendere la rivoluzione ad altri paesi e in che misura riusciremo intanto a resistere all’imperialismo» (Lenin, Discorso sulla situazione internazionale, VI Congresso dei soviet, novembre 1919, in Opere, XXVIII, p. 152, Editori Riuniti, 1967). La Rivoluzione d’Ottobre rimase isolata e alla fine la resistenza vittoriosa all’imperialismo durante gli eroici anni della guerra civile (o «Comunismo di guerra», per usare quella che anche Lenin definirà una pessima definizione) non fu sufficiente a metterla al riparo dal processo sociale capitalistico.
(2) «Oggigiorno si afferma comunemente che la questione del parlamentarismo non è una questione di principio, ma semplicemente una questione tattica. Nella sua indubbia esattezza quest’affermazione presenta però non poche oscurità. … Proprio il fatto che nell’ambito del parlamento un’aspra critica della società borghese appare possibile [come sostenevano i bolscevichi a difesa del “parlamentarismo rivoluzionario”], contribuirà al disorientamento, auspicato dalla borghesia, della coscienza di classe del proletariato. La finzione della democrazia parlamentare borghese si basa proprio sul fatto che il parlamento appare non come organo dell’oppressione di classe ma come l’organo di “tutto il popolo”. Ogni radicalismo verbale – con il fatto stesso della sua possibilità d’esplicarsi in parlamento – risulta opportunistico poiché rafforza negli strati meno coscienti del proletariato le illusioni nei confronti di questa finzione. Bisogna quindi sabotare il parlamento in quanto parlamento, e l’attività parlamentare dev’essere proiettata oltre il parlamentarismo» (G. Lukács, La questione del parlamentarismo, 1920, in Scritti politici giovanili, 1919-1928, pp. 78-79, Laterza, 1972). Proprio per il suo grande significato politico e ideologico (una realtà di classe che si presenta ai dominati con le sembianze di una realtà “popolare”) l’antiparlamentarismo riveste per me un significato strategico, e non semplicemente tattico. Lo stalinismo agì su Bordiga e su Lukács in due modi affatto diversi (ma, a mio avviso, tutt’altro che complementari): il primo, nel tentativo di contrapporre immediatamente la politica rivoluzionaria di Lenin a quella controrivoluzionaria di Stalin, decise di mettere la sordina alle divergenze “tattiche” che lo avevano contrapposto al leader russo morto nel 1924, sacrificando con ciò sull’altare della continuità e della fedeltà al marxismo rivoluzionario «da Marx a Lenin» l’iniziale e promettente originalità di pensiero rispetto al bolscevismo (che nella sua prospettiva antistalinista diventa una pianta buona per ogni clima); il secondo, braccato sul piano politico e personale da tutte le parti (dalla controrivoluzione “bianca” come da quella “rossa”), pensò bene di attuare una “ritirata strategica” che lo portò sotto l’ala “protettiva” del regime sovietico, cosa che priverà il suo pensiero di quella capacità critico-rivoluzionaria così evidente nei suoi scritti giovanili e in Storia e coscienza di classe, non a caso considerato un libro sbagliato dal “nuovo” Lukács. Forse il lascito più pesante della “conversione” stalinista dell’intellettuale ungherese si può individuare, sul piano dottrinale, nella sua adesione al Diamat, ossia a quella volgare concezione del mondo «che s’approssima in misura considerevole al materialismo borghese delle scienze naturali», come il “giovane Lukács” aveva rimproverato al libro di Bucharin del 1922 sulla Teoria del materialismo storico. Ma proprio sulla “filosofia materialista” centrata su Engels (Antidühring e Dialettica della natura) e su Lenin (Materialismo ed empiriocriticismo) possiamo trovare robuste convergenze tra l’antistalinista Bordiga e lo stalinista Lukács. Misteri della filosofia?
(3) Tutto il potere ai Soviet! Per una critica comunista libertaria al leninismo e allo spontaneismo, Organizzazione Anarchica Marchigiana, Ancona, dicembre 1975.
(4) «Il soviet di Pietroburgo in un primo momento fu diretto da un popolare avvocato, Chrustalev-Nosarʹ, arrestato e sostituito ben presto da Trockij. Il soviet [era] diretto da Trockij e ispirato dai bolscevichi» (V. Serge, L’anno primo della rivoluzione russa, p. 26, Einaudi, 1991). «Il 13 ottobre ebbe luogo la prima seduta del Soviet di Pietroburgo. Al contrario del Soviet di Ivanovo-Voznesensk, e sulla scia del consiglio degli operai tipografi di Mosca, il Soviet di Pietroburgo non restò solo un organo di direzione dello sciopero, ma assunse subito un carattere politico e rappresentativo. Il 17 ottobre, alla seconda seduta, si strutturò eleggendo un comitato esecutivo composto, in principio, da 22 persone, si diede un organo di stampa e scelse la denominazione che da allora in poi lo accompagnerà: Sovet rabočich deputatov (Consiglio dei deputati degli operai)» (R. Fittipaldi, Fondamenti e sviluppi della teoria dei soviet nel caso russo, p. 14, Università degli studi di Firenze, 2012).
(5) Anche se non va trascurata la condizione sociale reale dello stesso ambiente metropolitano russo. Come sempre, tutto va “relativizzato”, ossia contestualizzato sul piano storico-sociale. Scrive Raffaella Fittipaldi: «I Soviet del 1905 portarono alla luce la grande contraddizione della modernità russa: la forza sociale del proletariato di fabbrica immersa in un contesto industriale ancora arretrato. […] Lo stimolo ai moti operai provenne dalle caratteristiche della prima fase del capitalismo. Infatti, mentre nel resto dell’Europa centrale il proletariato di fabbrica aveva una base urbana, in Russia l’operaio era ancora intrinsecamente legato al villaggio, tanto che non smetteva mai di essere contadino e, dopo la stagione di lavoro nella fabbrica, tornava in campagna a svolgere un altro lavoro. La grande maggioranza della popolazione era ancora contadina, ma un intenso processo di industrializzazione andava ponendo le basi per la nascita di una precaria classe operaia. Infatti, unitamente all’aumento dell’urbanizzazione, alla creazione di nuove città e di nuovi sobborghi, si sviluppava la fabbrica e cresceva la mole di lavoro salariato» (Fondamenti e sviluppi della teoria dei soviet nel caso russo, pp. 9-10).
(6) V. Serge, L’anno primo della rivoluzione russa, p. 27.
(7) Ad esempio, il vizio d’origine del Pci, da Gramsci in poi, fu la sua piena adesione allo stalinismo: «Soltanto con il III Congresso di Lione del 1926, Gramsci scalzerà definitivamente Bordiga dalle posizioni di predominio, dentro il Pci, avviando quella pericolosa deriva verso l’imitazione dei modelli staliniani che minerà a fondo l’indipendenza e l’originalità del partito italiano» (Gino Longo, figlio del più celebre Luigi; cit. tratta da R. Festorazzi, Rivoluzionari. Il secolo comunista raccontato da Gino Longo, p. 20, Pietro Macchione Editore, Varese, 2016). Scrive Giorgio Galli nella sua Storia del PCI a proposito del Comitato esecutivo del partito comunista a guida gramsciana (1925): «Il linguaggio, che riecheggia quello dell’apparato staliniano che in quegli stessi mesi sta preparando il terreno per il XIV Congresso del partito che ormai controlla, corrisponde a un nuovo concetto per il quale i dirigenti in carica si identificano col partito. […] Dunque, da nemico della Centrale, cioè del partito, l’oppositore [l’antistalinista] è già trasformato in “agente provocatore”. E alle parole seguono i provvedimenti disciplinari: nel giugno Ugo Girone viene espulso. […] Nello stesso mese di luglio Terracini viene arrestato, ma in agosto Togliatti, scarcerato per amnistia, torna a fianco di Gramsci per dirigere con lui la battaglia contro le superstiti velleità bordighiane. […] Alla presunta ragione che la Russia conferiva all’argomentazione di Gramsci, la grande maggioranza dello stato dirigente del Pci sacrificò il principio dell’esame critico, tollerando le falsificazioni e le sopraffazioni» (Storia del PCI, pp. 112-118, Bompiani, 1976). La leggenda metropolitana del Gramsci antistalinista della prima ora non regge un solo istante alla prova dei fatti – ha invece retto benissimo alla luce dell’ideologia.
(8) K. Marx, La guerra civile in Francia, p. 115, Newton, 1973.
(9) L. Trockij, 1905, pp. 203-204, Newton, 1976.
(10) Ibidem, p. 205.
(11) Alludo ovviamente al prete Gapon, il promotore del movimento che il 9 gennaio portò una massa di proletari e di contadini poveri d’avanti al Palazzo d’Inverno per ricevere dall’amatissimo Sovrano la risposta alle richieste formulate nella loro petizione: «Indicaci, o Sovrano, quale strada dobbiamo scegliere tra la libertà e la felicità o la tomba, e noi la seguiremo denza fiatare anche se fosse quella della morte»
(12) R. Luxemburg, Sciopero generale, partito e sindacati,  in Scritti politici, pp. 298-299, Editori Riuniti, 1967.
(13) K. Marx, La guerra civile in Francia, p. 117, Newton, 1973.
(14) L. Trockij, 1905, p. 274.
(15) Lenin, Discorso sull’atteggiamento verso il governo provvisorio, I Congresso dei soviet, giugno 1917, Opere, XXV, pp. 11-12, Editori Riuniti, 1967.
(16) Allo scoppio della prima guerra mondiale la città di San Pietroburgo venne ribattezzata, per iniziativa dello zar Nicola II, Pietrogrado per archiviare una denominazione che ricordava fin troppo la nemica Germania.
(17) La prima grande città a seguire l’esempio di Pietrogrado fu Mosca. La notte tra il 27 e il 28 febbraio il Comitato locale bolscevico invitò gli operai ad eleggere i loro delegati (1 delegato ogni 500 operai). Pietrogrado e Mosca delinearono due possibili modelli di Soviet: il primo univa in un solo consiglio i deputati degli operai e dei soldati; il secondo proponeva due consigli distinti, uno per i deputati operai e uno per quelli dei soldati. Sulla scia di questi due prototipi, si costituirono i Soviet nelle province. Cfr. Oscar Anweiller, La storia dei soviet. 1905-1921, pp. 189-203, Laterza, 1972.
(18) L. Trotsky, Storia della rivoluzione russa, I, pp. 162-163, Mondadori, 1978.
(19) Ibidem, p. 171.
(20) J. Reed, 10 giorni che fecero tremare il mondo, p. 29, Mondadori, 1982.
(21) «Il fatto che dopo la guerra più terribile dei tempi moderni l’esercito vincitore e l’esercito vinto fraternizzino per massacrare in comune il proletariato, questo fatto senza precedenti indica … che la guerra nazionale è una semplice mistificazione governativa, la quale tende a ritardare la lotta delle classi e viene messa in disparte non appena la lotta di classe divampa in guerra civile. Il dominio di classe non è più capace di travestirsi con una uniforme nazionale; contro il proletariato i governi nazionali sono uniti» (K. Marx, La guerra civile in Francia, p. 141). Durante la Prima guerra mondiale gli autentici marxisti europei, a cominciare, come abbiamo visto, da Lenin, tennero ferma la straordinaria lezione comunarda come si trova nelle parole di Marx, e promossero, a rischio della vita, il disfattismo antinazionale anche in quei Paesi nei quali la questione nazionale aveva ancora qualcosa da dire (vedi i socialisti Serbi); lo stesso non si può dire per i sedicenti marxisti attivi durante la Seconda guerra imperialista – i quali, è sempre bene ricordarlo, ingurgitarono anche il Patto Molotov-Ribbentrop, e ho detto tutto. Sui sovranisti “comunisti” che agiscono nell’epoca del dominio totale e totalitario del Capitale sul mondo, è meglio stendere un velo di disprezzo e non sprecare altre parole.
(22) K. Marx, Critica al programma di Gotha, pp. 52-53, Savelli, 1975.
(23) Lenin, Stato e rivoluzione, Opere, XXV, p. 457, Editori Riuniti, 1967.
(24) Lenin, Uno dei problemi fondamentali della rivoluzione, settembre 1917, Opere, XXV, p. 351.
(25) Ivi.
(26) «Le nuove elezioni portarono all’interno del sistema consiliare a far avere ai bolscevichi il Soviet di Kronstadt con 100 rappresentanti (contro 75 socialisti-rivoluzionari, 12 menscevichi internazionalisti, 7 comunisti-anarchici, 90 senza partito che appoggiavano l’estrema sinistra), in mano ai bolscevichi andarono inoltre i Soviet della Finlandia, dell’Estonia, degli Urali, della flotta del Baltico, della V Armata e del Soviet di Pietroburgo dove il 25 settembre i bolscevichi riuscirono a far eleggere presidente Trockij. L’influenza leninista nel Soviet di Mosca fu ugualmente determinante. Dal canto loro i socialisti-rivoluzionari avevano il predominio in molte grandi città (Kiev, Rostov, Arcangelo, ecc.), in Ucraina e nell’immensa maggioranza dei consigli contadini. I Menscevichi in fase di netto riflusso restavano i più forti nel Caucaso e in Georgia. In Siberia bolscevichi e socialisti-rivoluzionari disponevano di una uguale forza. Massimalisti, Anarcosindacalisti e Comunisti-Anarchici (pur mancando questi ultimi due di un’organizzazione specifica nazionale che potesse coordinarne e pianificare le azioni) erano in netta ascesa un po’ ovunque e per la prima volta avevano acquistato importanti posizioni in numerosi Soviet» (Tutto il potere ai Soviet! Per una critica comunista libertaria al leninismo e allo spontaneismo, Organizzazione Anarchica Marchigiana).
(27) G. Lukács, Lenin. Unità e coerenza del suo pensiero, pp. 77-78, Einaudi, 1970.
(28) A. M. Pankratova, I consigli di fabbrica nella Russia del 1917, 1923, pp. 9-11-22, Savelli, 1973. «Il proletariato, senza attendere una sanzione legislativa, cominciò a fondare quasi simultaneamente tutte le sue organizzazioni: i Soviet dei deputati operai, i sindacati e i Comitati di fabbrica» (ibidem, p. 14).
(29) Tutto il potere ai Soviet! Per una critica comunista libertaria al leninismo e allo spontaneismo, Organizzazione Anarchica Marchigiana.
(30) Si veda, ad esempio, Il mondo come prassi sociale umana.
(31) Alludo alla verticalizzazione estrema delle decisioni (e quindi del potere) che si realizzò nel corso della guerra civile, che costrinse il Partito Bolscevico ad assumersi in prima persona, per così dire, la responsabilità di gran parte di quelle decisioni.
(32) J. Reed, 10 giorni che fecero tremare il mondo, p. 270.
(33) Lenin, Discorso e risoluzione…, 7 novembre 1917, in Opere, XXVI, p. 275, Editori Riuniti, 1966.
(34) S. Isaia, Lo scoglio e il mare. Riflessioni sulla sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre (1917-1924), p. 123.  Ho citato Lenin da La Nuova Politica Economica…, Opere, XXXIII, pp. 48-49, Editori Riuniti, 1967.
(35) G. Lukács, Di fronte al Terzo Congresso, 1921, in Cultura e rivoluzione, Newton, 1977.
(36) R. Fittipaldi, Fondamenti e sviluppi della teoria dei soviet nel caso russo, p. 5.
(37) «Al tempo della creazione dell’Internazionale, abbiamo formulato il motto della nostra battaglia: l’emancipazione della classe operaia sarà opera della classe operaia stessa. Di conseguenza, non possiamo fare causa comune con persone che dichiarano apertamente che gli operai sono troppo incolti per liberarsi da sé e che devono essere liberati dall’alto, cioè da filantropi borghesi piccoli e grandi» (F. Engels, Circolare dell’A. I. L del 17 settembre 1879). Contro ogni concezione borghese e piccolo borghese del partito rivoluzionario, Marx ed Engels sosterranno sempre il principio dell’autonomia di classe: «Il proletariato non può agire come classe che costituendosi egli stesso in partito politico distinto, opposto a tutti i vecchi partiti formati dalle classi possidenti; tale costituzione del proletariato in partito politico è indispensabile per assicurare il trionfo della rivoluzione sociale e del suo scopo supremo: l’abolizione delle classi» (Risoluzione adottata dalla Conferenza dell’A. I. L. di Londra, 1871).
(38) K. Marx, Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, p. 176, Einaudi, 1976.

1917 – 2017. A UN SECOLO DAL GRANDE AZZARDO

lenin-capri11-670x274Di imprese storiche passate può essere affermato che i tempi non erano ancora maturi. Nel presente i discorsi sulla insufficiente maturità trasfigurano l’approvazione del cattivo esistente. Per il rivoluzionario il mondo è sempre maturo. Ciò che retrospettivamente appare come stadio iniziale, come situazione prematura, egli l’aveva considerata come l’ultima occasione. Egli è con i disperati che una condanna spedisce sulla forca, non con coloro che hanno tempo. L’appellarsi ad uno schema di stadi della società che post festum mostra l’impotenza di un’epoca passata, in quel momento sarebbe stato teoricamente sbagliato e politicamente vile. […] Benché il successivo corso storico abbia confermato i girondini contro i montagnardi e Lutero contro Munzer, l’umanità non è stata tradita dalle intempestive imprese dei rivoluzionari, bensì dalla tempestiva saggezza dei realisti (M. Horkheimer, Lo Stato autoritario).

Pare che al volgere dell’anno 1916 lo Zar Nicola II lasciasse cadere sul popolo russo, sfiancato da due anni di terribile guerra, le lapidarie quanto poco – o molto, dipende dai punti di vista – profetiche parole che seguono: «Il 1916 è stato un anno molto difficile, ma il 1917 sarà un trionfo». Sappiamo come andò a finire. In effetti un trionfo, alla fine del ’17, ci fu, ma Nicola II non pensava certo a Lenin e ai suoi compagni quando pronunciò l’ultimo augurio di fine/inizio anno nella sua qualità di Zar di tutte le Russie.  D’altra parte i regnanti e i governanti in genere hanno l’obbligo dell’ottimismo: «Oggi va malissimo, e nessuno può negarlo; ma domani, statene pur certi, sarà tutta un’altra cosa, e chi lo nega non è che un disfattista». E fu appunto in guisa di disfattista (rivoluzionario) che Lenin rientrò in Russia dopo la caduta del regime zarista, spazzato via come una foglia morta nel febbraio del ’17 dalla possente scopa della rivoluzione – «democratico-borghese».

Non bisogna dimenticare che quando il 3 aprile del 1917 finalmente giunse a Pietrogrado dall’esilio svizzero a bordo del famoso – e per molti versi leggendario (1) – treno piombato, Lenin si presentò ai rappresentanti del governo provvisorio e al corteo dei militanti socialdemocratici che lo accolsero festanti alla stazione di Finlandia più come esponente della sinistra di Zimmerwald («Solo la sinistra di Zimmerwald difende gli interessi del proletariato e della rivoluzione mondiale»), e cioè come un militante della corrente rivoluzionaria più estrema del movimento operaio internazionale, che nella sua qualità di capo dei bolscevichi, nonché come uno degli esponenti di punta della nuova Repubblica democratica. Questo anche perché i suoi rapporti con i compagni di partito che agivano in Russia dopo il loro rientro dalla deportazione (come Kamenev e Stalin) erano tutt’altro che buoni. Come ricorda Trotsky nella sua giustamente celebre opera sulla Rivoluzione d’Ottobre, «Nella sua lettera di addio agli operai svizzeri, Lenin ricordava la dichiarazione fatta dall’organo centrale dei bolscevichi nell’autunno 1915: se la rivoluzione porta al potere in Russia un governo repubblicano che voglia continuare la guerra imperialista, i bolscevichi si opporranno alla difesa della patria repubblicana» (2).

A due anni di distanza da quella solenne e inequivocabile dichiarazione, Lenin si trovava a dover fare i conti con collaboratori che cincischiavano «vergognosamente» su posizioni «conciliatrici» nei confronti di un “governo rivoluzionario” che non intendeva portare il Paese fuori dalla guerra imperialista. E scoppiava letteralmente di rabbia. In un articolo pubblicato dalla Pravda il 15 marzo 1917, Kamenev aveva scritto: «Quando un esercito fronteggia un altro esercito, non v’è niente di più inutile del suggerire a uno dei due eserciti di deporre le armi e di andare a casa. Non si tratterebbe, in questo caso, di una politica di pace ma di una politica di schiavitù, che sarebbe respinta con sdegno da un popolo libero. [Un popolo libero potrebbe soltanto] rispondere colpo a colpo, bomba a bomba». Quando Lenin lesse questo articolo, che di fatto capovolgeva la posizione di disfattismo rivoluzionario fissata dai bolscevichi già alla vigilia della Prima guerra mondiale, Lenin andò su tutte le furie. Il suo sistema nervoso fu messo davvero a dura prova in quel delicato frangente storico, e il suo corpo probabilmente ne rimase segnato significativamente. Ma a inizio aprile Lenin poté finalmente lasciarsi alle spalle la frustrante condizione di esiliato e così dispiegare liberamente tutta la sua energia intellettuale, la quale per vent’anni aveva avuto un solo punto focale, un solo chiodo fisso: giungere preparati, come esponenti del proletariato d’avanguardia, all’immancabile crisi rivoluzionaria. La molla compressa da anni poteva adesso liberare la sua energia. Il primo a farne le spese sarà proprio Kamenev.

«Appena entrato nello scompartimento e appena seduto», racconterà in seguito Raskolnikov, un giovane ufficiale di marina passato con i bolscevichi, «Vladimir Ilic aggredisce subito Kamenev: “Cosa scrivete sulla Pravda? Ne abbiamo visto qualche numero e ve ne abbiamo dette di tutti i colori» (3). Un minuto dopo aver messo piede nella nuova Russia, e dopo essersi liberato dai riti dei festeggiamenti che aveva subìto con estrema riluttanza, il primo atto politico di Lenin fu quello di citare un discorso di Karl Liebknecht, il quale aveva salutato la rivoluzione di febbraio in Russia come un grande episodio della rivoluzione mondiale: «La rivoluzione russa da voi compiuta ha inaugurato una nuova epoca. Viva la rivoluzione socialista mondiale!». Questo per mettere subito le cose bene in chiaro. Come Gesù a Gerusalemme, Lenin era giunto in Russia non per unire, ma per dividere, non per portarvi “farisaiche” parole di pace universale, ma per incendiare gli animi. Per lui la partita era appena iniziata; bisogna battere il ferro finchè è caldo: questa era l’idea che ossessionava il rivoluzionario Lenin, il quale aveva capito che il proletariato d’avanguardia della Russia poteva dare un contributo formidabile alla rivoluzione sociale nei Paesi avanzati del Vecchio Continente: si tratta della teoria dell’anello debole (non compresa nemmeno dal giovane Gramsci) da egli perfezionata nel corso di molti anni: è nel ventre molle dell’Imperialismo mondiale che la scintilla della rivoluzione può scoccare più facilmente e così incendiare l’intera prateria, ormai satura di vapori rivoluzionari. Adesso si trattava di raccogliere i frutti di quella teoria, si trattava di passare all’atto, per dirla con Freud, se ne presentava la straordinaria occasione e gli appariva oltremodo odiosa la posizione dei suoi compagni di partito che mostravano di non aver capito l’eccezionalità del momento: «Se non ora, quando?». Altro che mazzi di fiori, Internazionale e bandiere rosse!  Per Lenin non c’era proprio nulla da festeggiare ma un Grande Azzardo da organizzare. «Quando i miei compagni e io siamo arrivati qui», disse Lenin con ironia, «pensavo che dalla stazione saremmo stati portati direttamente alla fortezza di Pietro e Paolo. A quanto pare, ne siamo ben lontani. Ma abbiamo ancora la speranza di non sfuggire, di non evitarla». La “speranza” leniniana fu sul punto di trovare una piena soddisfazione qualche mese più tardi, nel luglio del ’17, quando in risposta al disfattismo antinazionale che i bolscevichi praticarono nei confronti dell’offensiva militare contro i tedeschi lanciata a giugno (e finita in un completo fallimento), il governo guidato dal socialrivoluzionario Aleksandr Kerenskij scatenò una brutale repressione contro i «traditori bolscevichi al soldo del nemico tedesco».

Com’è facile comprendere osservando quegli avvenimenti dalla prospettiva storica, l’arrivo di Lenin a Pietrogrado segnò una svolta decisiva nel processo rivoluzionario in Russia (e in Europa), un vero e proprio salto di qualità che dimostra, tra l’altro, quanto importante sia la presenza della soggettività rivoluzionaria nei momenti in cui il tessuto sociale si lacera profondamente e lascia intravvedere la possibilità di una via d’uscita rivoluzionaria dalla crisi. Per capire la portata dell’evento-Lenin è sufficiente leggere le Tesi d’aprile, pubblicate dalla Pravda il 7 aprile 1917, ma anche le reazioni a queste Tesi. «Il giorno dopo la pubblicazione delle tesi, la Pravda pubblicò una nota della direzione, firmata da Kamenev, in cui si sottolineava che le tesi costituivano soltanto “l’opinione personale” di Lenin, e si concludeva così: “Per quanto attiene allo schema generale di Lenin, esso ci appare inaccettabile, poiché parte dal presupposto che la rivoluzione borghese sia terminata e si basa sull’immediata trasformazione di questa rivoluzione in una rivoluzione socialista”» (4). Come gli rinfaccerà Trotskij nel pieno del “dibattito” (in realtà si trattò di un feroce scontro ideologico, politico e personale) intorno alla possibilità di costruire il socialismo in un solo Paese (un’assoluta bestemmia in termini marxiani), Stalin respinse l’ipotesi leniniana di una dittatura proletaria entro poco tempo come un’utopia, e su questa tesi, che i menscevichi da sempre avevano scagliato contro «l’impaziente e revisionista» posizione leniniana, convergevano tutti i leader del partito bolscevico. «Le tesi di Lenin furono pubblicate a suo nome e solo a suo nome. Le istanze centrali del partito le accolsero con un’ostilità temperata solo da stupefazione. Nessuna organizzazione, nessun gruppo, nessun singolo militante vi appose la sua firma. Anche Zinoviev, che era giunto con Lenin dall’estero, dove il suo pensiero per dieci anni si era formato sotto l’influenza diretta e quotidiana di Lenin, si tirò in disparte in silenzio» (5). Fu allora che apparve chiaro fino a che punto il bolscevismo dipendesse da Lenin per orientarsi in senso rivoluzionario/proletario, e ciò sarà dimostrato sia nei giorni e nelle ore che precedettero la decisione dell’insurrezione, sia nel passaggio dal Comunismo di guerra alla Nuova Politica Economica, quanto, soprattutto, dopo la sua morte (21 gennaio 1924). A mio sindacabilissimo giudizio, il punto di forza e il punto di debolezza del Partito Bolscevico coincidevano proprio nella figura del grande rivoluzionario, il quale aveva ritagliato il bolscevismo a sua immagine e somiglianza, probabilmente senza rendersene conto, nel vivo di un’aspra battaglia politica condotta nel seno del socialismo russo, peraltro condotta in condizioni di “agibilità politica” assai difficili.

Come racconterà il menscevico Skobelev, che considerava Lenin «un uomo assolutamente finito», Kerenskij, allo stupore degli astanti dinanzi alla sua intenzione di far visita a quello che appariva ormai come un cane morto, replicò cosi: «Ma vive in un’atmosfera di completo isolamento, non sa niente, vede tutto attraverso le lenti del suo fanatismo, non ha vicino una sola persona che lo aiuti un po’ ad orientarsi su ciò che accade». Secondo il socialista rivoluzionario Zenzinov, «il suo programma non provocava indignazione, ma era piuttosto oggetto di scherzi, tanto sembrava a tutti stupido e chimerico». Per altri socialdemocratici si trattava nientemeno che del «delirio di un pazzo».

Settario, anarchico, ancarco-sindacalista, pazzo, sradicato, fanatico, stupido, chimerico: così dunque appariva ai capi della socialdemocrazia russa (qui non a caso elido la distinzione tra bolscevichi e menscevichi) il Lenin appena rientrato in Russia. Basteranno solo alcuni giorni perché il piatto della bilancia politico-sociale si spostasse bruscamente nella sua direzione, perché nei momenti di grande crisi sociale il tempo storico accelera in modo straordinario, rendendo possibile ciò che il decorso normale del processo sociale non rende nemmeno immaginale. Nel caso di specie, si trattava della situazione (interna e internazionale) che consentiva all’ancor poco numeroso proletariato dell’arretrata Russia di diventare l’avanguardia della rivoluzione proletaria mondiale; la distinzione geopolitica e storica tra Oriente e Occidente sembrava improvvisamente evaporare sotto la pressione di grandi forze telluriche (6). La dialettica storica è in grado di produrre simili “paradossi”, ma solo un soggetto che pensa dialetticamente, e non linearmente (o schematicamente), è in grado di apprezzare in tutta la loro complessità gli eventi generati dall’accelerazione dei tempi. L’orologio politico di Lenin era perfettamente sincronizzato con gli eventi della sua epoca e, soprattutto, con ciò che essi rendevano possibile hic et nunc; l’orologio della socialdemocrazia russa scandiva invece un tempo lineare che la situazione storica aveva reso non funzionale per un soggetto che si ponesse davvero il problema di afferra al volo tutte le possibilità diventate improvvisamente, ed eccezionalmente, disponibili. Lenin si era allenato lungo tutta la sua vita per farsi trovare pronto all’appuntamento con la crisi rivoluzionaria, per diventare egli stesso parte organica di quella crisi e della sua soluzione – in senso favorevole alle classi subalterne di tutto il mondo. «Perché è proprio questo che distingue nella scienza e nella politica il genio dal semplice routinier. Quest’ultimo è in grado di comprendere e di distinguere solo i momenti immediatamente dati e separati degli eventi sociali. Ma quando vuole pervenire a conclusioni di carattere generale, in realtà non fa altro che estendere in modo astratto particolari aspetti di un fenomeno temporalmente e localmente determinato, assunti come “leggi generali”, e utilizzarli come tali. Al contrario il genio, che ha individuato la vera natura e la tendenza fondamentale realmente viva di una data epoca, la vede agire al di là di tutti gli svariati avvenimenti del suo tempo, e si sforza di definire le questioni decisive dell’intera epoca al di là dei problemi contingenti. […] L’attualità della rivoluzione è l’idea fondamentale di Lenin» (7).

In effetti, nelle sue celebri Tesi d’aprile Lenin pose per la prima volta in termini di scottante attualità la questione del potere politico proletario. Nella seconda delle dieci Tesi si legge: «L’originalità dell’attuale momento in Russia consiste nel passaggio dalla prima fase della rivoluzione, che ha dato il potere alla borghesia a causa dell’insufficiente grado di coscienza e di organizzazione del proletariato, alla sua seconda fase, che deve dare il potere al proletariato e agli strati poveri dei contadini» (8). E ancora: «I soviet dei deputati operai sono l’unica forma possibile di governo rivoluzionario», e lo sono adesso, mi permetto di completare il pensiero leniniano, non tra dieci o vent’anni, ad «accumulazione originaria» conclusa, secondo la teoria degli stadi cara al “materialismo dialettico” di Plechanov: il treno della rivoluzione proletaria passa raramente, e il minimo che possiamo fare è cercare di prenderlo al volo, accettando tutti i rischi che ne derivano. Beninteso, la rivoluzione proletaria aveva per Lenin una dimensione in primo luogo internazionale.

Un abisso «proletario» si aprì insomma tra Lenin e i sostenitori dello sviluppo capitalistico della Russia come presupposto della futura rivoluzione sociale anticapitalista. Per Lenin, invece, il futuro già bussava alle porte, ed egli poteva vederlo entrare sulla scena appunto perché guardava la situazione dal punto di vista internazionale e abbracciando con lo sguardo la totalità dell’epoca storica. Per lui la rivoluzione in Russia era solo un momento della rivoluzione mondiale, e tutti i problemi posti dalla situazione contingente andavano approcciati da quel peculiare punto di vista – il solo che conferiva un carattere autenticamente rivoluzionario alla prassi dei marxisti. La guerra in corso, i contadini-soldati che buttavano le armi  e ritornavano dal fronte per prendersi le terre, un proletariato (anche quello inquadrato nella Marina Imperiale) sempre più radicalizzato, la formazione dei soviet, una borghesia ancora debole e politicamente confusa, sommovimenti nazionali entro i confini dell’ex Impero zarista, un proletariato internazionale che sembrava sul punto di far saltare il dominio capitalistico: per Lenin ce n’era abbastanza da superare, quantomeno nella sua testa, tutte le obiezioni, anche quelle più serie e fondate, che gli sparavano addosso amici e avversari, tutti ormai seduti comodamente sulla teoria secondo la quale la storia, come la natura, non conosce improvvisi salti di qualità : «La volontà non può essere più forte dei fatti materiali!».

Non essendo uno sciocco, né un sognatore, e men che meno un irresponsabile che gioca alla rivoluzione sulla pelle degli altri (9), Lenin sapeva benissimo che il Grande Azzardo era un affare tutt’altro che semplice, anche perché lo aveva studiato a fondo negli ultimi dieci anni, tracciando il bilancio del 1905 (10); ma a quel punto gli sembrò che vi fossero tutte le condizioni per tentare l’impresa, lasciando come sempre alla prassi l’ardua sentenza: se si aspettano le condizioni ideali per rischiare il tutto per tutto, allora è meglio lasciar perdere ogni discorso sulla rivoluzione e dedicarsi ad attività più sicure. La controrivoluzione stalinista (11) non dimostra l’immaturità della rivoluzione proletaria in Russia, ma attesta piuttosto la sconfitta del proletariato in quel Paese e nel resto del mondo – a cominciare, naturalmente, dai Paesi capitalisticamente avanzati, come la Germania, a cui Lenin guarderà con particolare fiducia – e poi, dopo l’Ottobre, con crescente delusione – per scongiurare quell’isolamento dell’esperienza sovietica che egli sapeva benissimo essere in assoluto il peggior nemico del potere sovietico. E di fatti, ciò che non riuscirono a fare le Armate bianche controrivoluzionarie alimentate dall’imperialismo mondiale, battute in campo aperto dall’Esercito Rosso organizzato in fretta e furia da Trotskij, fu in grado di compierlo subdolamente l’isolamento in cui precipitò quel potere.

Sopra ho fatto cenno al giovane Gramsci, alla sua incomprensione degli avvenimenti che nell’ottobre del ’17 portarono al successo il progetto politico dei bolscevichi. Alludo ovviamente al suo celebre articolo pubblicato sull’Avanti! del 24 novembre 1917, dall’inequivocabile titolo La rivoluzione contro il Capitale (di Marx, beninteso). In questo articolo il pensiero gramsciano mostra di essere appesantito da quelle «incrostazioni positivistiche e naturalistiche» tipiche del materialismo adialettico (determinista e meccanicista) che informava la concezione dei partiti che aderivano alla II Internazionale, e che invece l’intellettuale sardo attribuì, del tutto gratuitamente, al pensiero marxiano (12). D’altra parte, se egli avesse conosciuto la storia della socialdemocrazia russa, avrebbe saputo che, come abbiamo appena visto, la prospettiva rivoluzionaria di Lenin si era sempre collegata al processo sociale capitalistico considerato su scala mondiale (di qui, la teoria dello sviluppo ineguale) (13), e che per lui la stessa Russia, per quanto socialmente arretrata, faceva ormai parte del sistema di dominio capitalistico internazionale (14). Ecco perché aveva sempre respinto, almeno in linea di principio, la tesi menscevica dei due tempi (in quanto sequenza storica fissata rigidamente e a prescindere dal quadro internazionale): prima sostenere la rivoluzione borghese, e solo poi, quando le condizioni materiali dell’arretrata società russa si fossero sviluppate in senso pienamente capitalistico, impegnarsi in una rivoluzione proletaria. Per Lenin, invece, la lotta di classe internazionale spinta fino alla rivoluzione sociale permetteva al proletariato d’avanguardia della Russia di tentare «l’assalto al cielo» approfittando dell’ancora debole posizione sociale della borghesia nazionale, e così porsi all’avanguardia di un movimento rivoluzionario che il capo bolscevico aveva sempre considerato, è bene ribadirlo (soprattutto oggi, quando non pochi “marxisti” sono sedotti dall’ultrareazionaria ideologia sovranista), nella sua dimensione internazionale. Per usare uno slogan caro ai glocal del XXI secolo: agire locale e pensare mondiale.

Ed è sul terreno del processo sociale internazionale, che vedrà l’affermarsi della controrivoluzione borghese (in Italia sottoforma di Fascismo) e il rifluire dell’onda rivoluzionaria generata dalla Grande Guerra, che Lenin e il proletariato d’avanguardia della Russia perderanno la difficile partita. Anche le forzature tattiche che Lenin cercherà di imporre ai comunisti che agivano in un contesto sociale affatto diverso da quello che aveva permesso ai bolscevichi di prendere il potere con una facilità che essi stessi giudicheranno sorprendente (15) devono essere lette, a mio avviso, come tentativi volti a superare il grave e alla fine mortale isolamento in cui era finita l’ancor giovane e fragile esperienza sovietica.

Scriveva Edward H. Carr nella sua importante opera sulla Rivoluzione d’Ottobre: «Il trionfo della rivoluzione d’ottobre aveva trovato i bolscevichi ancora divisi circa le prospettive della rivoluzione, e incerti se considerarla democratico-borghese o socialista e proletaria» (16). Questa interessante osservazione ci porta alla scottante questione circa la reale – non ideologica – natura sociale di quello che ho chiamato Grande Azzardo per un verso per rimarcare la straordinaria promessa e l’estremo rischio insiti nella decisione presa dal partito bolscevico orientato da Lenin; e per altro verso proprio per sottolineare il ruolo che la volontà politica giocò in quell’Evento, ossia per esaltare il momento della sfida, della risposta cosciente e politicamente orientata ai fatti oggettivi. Nel mio studio sulla Rivoluzione d’Ottobre ho cercato di elaborare una definizione non statica, per così dire, ma dinamica o, meglio, processuale (17) della natura politico-sociale di quella rivoluzione, natura che non va semplicemente proclamata e sbandierata (magari per darsi un po’ di coraggio), ma compresa, ricostruita e spiegata sul piano storico e su quello politico. Insomma, chi afferma che quella dell’Ottobre ’17 in Russia fu una Rivoluzione proletaria, come io stesso peraltro ritengo, non ha ancora detto nulla di essenziale. Prim’ancora che definita, la Rivoluzione d’Ottobre va capita in tutta la sua complessità storico-sociale e nel suo intimo rapporto con il quadro internazionale del tempo. E soprattutto va compresa la natura sociale del fenomeno che passerà alla storia col nome di stalinismo, il quale non è l’ultima delle cause che spiegano il perdurante stato di impotenza politica delle classi subalterne del pianeta.

Nel suo intervento alla Conferenza di Roma sul – cosiddetto – comunismo (C17, 18-22 gennaio), Slavoj Žižek ha parlato dei «fallimenti delle esperienze comuniste nel mondo». Secondo lui «le rivoluzioni comuniste si sono risolte in autentiche tragedie. […] Lo stalinismo è già incistato nella rivoluzione: nobile negli intenti ma tragico nei risultati. […] La Rivoluzione Culturale fu una tragedia perché non andò contro le burocrazie del partito ma contro gli operai e le comuni (18). [] Occorre ridefinire gli obiettivi del comunismo adeguandoli a una visione del XXI secolo. Lo stalinismo deve essere ancora analizzato». Ho il sospetto che simili perle storico-politiche non aiutino a comprendere la natura dello stalinismo e, ancor meno, a «ridefinire gli obiettivi del comunismo». Certo, si tratta poi di capire cosa hanno in testa certi rifondatori del “comunismo” quando parlano, appunto, di “comunismo” – o di “Comune”. Diciamo che leggendo gli interventi di molti protagonisti della citata Conferenza sul comunismo (Luciana Castellina, Toni Negri, Mario Tronti e molti altri) mi sono rafforzato nell’idea che al cospetto di molti intellettuali sinistrorsi persino un nano può legittimamente sentirsi un gigante del pensiero storico-sociale. Il “processo rivoluzionario” magari non se ne gioverà, ma l’autostima dei nani, o delle formiche (eccomi!), sì.

In questo post mi sono concentrato soprattutto sulla figura di Lenin o, più precisamente, sul ruolo eccezionale che egli ebbe nel Grande Azzardo; spero di ritornare sul tema per lumeggiarne altri fondamentali aspetti – ad esempio, la natura e il ruolo dei soviet.

Qui la seconda parte

 

(1) «I giornali dei capitalisti, come la Riec e il Novoie vremia, hanno pubblicato articoli contro il nostro viaggio attraverso la Germania, suggerendo con oscure allusioni che i nuovi arrivati potrebbero aiutare gli imperialisti tedeschi. […] È inutile cercare la dignità umana nel mondo dei capitalisti» (Lenin, Due mondi, Opere, XXIV, pp. 21-22, Editori Riuniti, 1966). La propaganda contro «l’amico prezzolato degli imperialisti tedeschi» monterà nel luglio del ’17, insieme alla popolarità di Lenin.
(2) L. Trotsky, Storia della rivoluzione russa, I, p. 322, Mondadori, 1978.
(3) Cit. tratta da N. Suchanov, Cronache della Rivoluzione Russa, 1922, Editori Riuniti, 1967.
(4) E. H. Carr, La rivoluzione bolscevica, 1917 – 1923,   pp. 82-83, Editori Riuniti, 1964.
(5) L. Trotsky, Storia della rivoluzione russa, I, p. 328.
(6) «Non si può vedere la rivoluzione mondiale nella sua intera importanza universale, se la consideriamo solo dal punto di vista dell’Europa occidentale. La Russia non è soltanto la parte orientale d’Europa, ma anche, ed in misura maggiore – non solo sotto l’aspetto geografico, ma anche sotto quello economico e politico – la parte occidentale dell’Asia» (A. Pannekoek, Lo sviluppo della rivoluzione mondiale e la strategia del comunismo, 1920, in Organizzazione rivoluzionaria e consigli operai, p. 279, Feltrinelli, 1970). La distinzione epocale Est – Ovest riprenderà i suoi diritti quando il momento proletario della rivoluzione in Russia lascerà il posto a quello capitalistico.
(7) G. Lukács, Lenin. Unità e coerenza del suo pensiero, pp. 12-13, Einaudi, 1970.
(8) Lenin, Sui compiti del proletariato nella rivoluzione attuale, Opere, XXIV, p. 12.
(9) Come dimostra il suo atteggiamento responsabile durante le incandescenti giornate di giugno: «Comprendiamo l’amarezza, comprendiamo l’effervescenza degli operai di Pietrogrado. Ma noi diciamo loro: compagni, un’azione diretta, per il momento, non sarebbe ragionevole» (Pravda, 21 giugno 1917).
(10) «Certamente a Lenin non era ignota quella che, col solito senno di poi, potremmo chiamare la “profezia” di Engels, il quale la formulò nel 1853 riflettendo intorno all’arretrata Germania del tempo: “Ho idea che il nostro partito grazie alla indecisa debolezza e alla negligenza di tutti gli altri, sarà obbligato una bella mattina ad andare al governo. Esso allora avrebbe abbandonato gli obiettivi specificamente proletari per obiettivi piccolo-borghesi, poiché avrebbe dovuto combattere per la sua stessa vita. Allo stesso tempo avrebbe dovuto compiere prematuri esperimenti comunisti e balzi in avanti e avrebbe rapidamente ‘perso la testa’” (F. Engels, lettera a Weydemeyer del 12 aprile 1853, in Marx-Engels, Opere, XXXIX, Editori Riuniti, 1972). Non c’è dubbio, la somiglianza con i fatti che si svolgeranno in Russia circa settant’anni dopo è davvero impressionante. E forse non gli era ignota neanche la “previsione” marxiana del 1856: “Tutto in Germania dipenderà dalla possibilità di una qualche riedizione della guerra contadina in appoggio alla rivoluzione proletaria” (Marx, lettera a Engels del 16 agosto 1856, in Marx-Engels, Opere, XL), “previsione” e “profezia” che, tra l’altro, ci dicono come Marx ed Engels avessero preso in considerazione la possibilità di una rivoluzione proletaria in un Paese capitalisticamente arretrato – come effettivamente era la Germania di quei tempi –, com’è d’altra parte logico per una soggettività che vuole “fare” la rivoluzione e ne studia le modalità in rapporto alla concreta situazione storica e sociale» (S. Isaia, Lo scoglio e il mare, p. 77). Questo anche come “risposta” all’articolo gramsciano citato in questo scritto.
(11) Nel mio scritto sulla Rivoluzione d’Ottobre lo stalinismo è presentato come una tendenza storico-sociale oggettiva, non come il prodotto di una personalità dalla mente particolarmente contorta, gravata da piccole e grandi magagne caratteriali, come invece sostenne la nuova leadership sovietica dopo la morte di Stalin: la politica del capro espiatorio da dare in pasto alle “masse” deluse, frustrate e affamate ha sempre funzionato – e anche l’animaccia di Benito Mussolini ne sa qualcosa… Le turbe psichiche, le inclinazioni criminali e le paranoie di Baffone, che naturalmente mi guardo bene dal negare, non spiegano un bel niente e perciò le lascio al gossip storiografico che pensa di poter spiegare tutto – e il suo contrario – a partire dai “lati oscuri” che non mancano mai nella biografia dei grandi personaggi storici. Una controrivoluzione che si afferma come una rivoluzione capitalistica sostenuta sul piano politico da un partito che si proclamava comunista e che formalmente era lo stesso che aveva promosso qualche anno prima la rivoluzione proletaria: ce n’era abbastanza da confondere le idee agli stessi protagonisti della vicenda! Persino Trotskij, colui che mostrò al mondo «come si arma la rivoluzione», e che insieme a Lenin giganteggiò nei terribili anni della guerra civile, non riuscì a comprendere la radicalità del fenomeno  sociale chiamato appunto stalinismo, il quale non solo spazzò via l’elemento proletario della Rivoluzione d’Ottobre, lasciando il processo sociale russo nella completa disponibilità delle forze materiali connesse alla necessità di sviluppare in senso capitalistico la Russia; ma che soprattutto mise il movimento comunista internazionale al servizio della brutale accumulazione capitalistica di quel Paese, nonché, e direi in primo luogo, delle sue forti e storicamente ben fondate (vedi il già segnalato lungo retaggio zarista) aspirazioni di moderna Potenza. La teoria trotskiana del «secondo Termidoro» e della burocrazia sovietica come nuova classe dominante rende evidente, a mio avviso, l’incapacità del grande rivoluzionario (assassinato per ordine di Stalin) di andare oltre la superficie della catastrofe, cosa che in ogni caso, è bene ripeterlo, non si presentava esattamente come un’impresa facile, e in ogni caso a Trotskij va attribuito il grande merito di aver attaccato con coraggio, a rischio della vita (vedi sopra), la ciclopica balla stalinista del «socialismo in un solo Paese», poi codificato come «via nazionale al socialismo», base ideologica di tutte le diverse varianti nazionali di “socialismo”. «Penso, come in passato», scrisse Trotskij nel 1932, «che la nostra rivoluzione può e deve giungere al socialismo dopo aver assunto un carattere internazionale» (La rivoluzione permanente, p. 258, Einaudi, 1975): un’illusione («la nostra rivoluzione» era già morta e sepolta) che tuttavia mostra la straordinaria caratura internazionalista dell’autore di Terrorismo e comunismo.
(12) Un solo esempio: «Si affaccia ora il problema: la comunità rurale russa, questa forma in gran parte disciolta, è vero, della originaria proprietà comune della terra, potrà essa passare direttamente a una più alta forma comunistica di proprietà terriera, o dovrà attraversare prima lo stesso processo di dissoluzione che trova la sua espressione nella evoluzione storica dell’occidente? La sola risposta oggi possibile è questa: se la rivoluzione russa servirà di segnale a una rivoluzione operaia in occidente, in modo che entrambe si completino, allora l’odierna proprietà comune russa potrà servire di punto di partenza per una evoluzione comunista» (Prefazione di Marx ed Engels all’edizione russa del Manifesto del partito comunista, 1882, in Marx-Engels, Opere, VI, p. 663, Editori Riuniti, 1973).
(13) Un saggio di questa «legge» è presente già nell’Ideologia Tedesca: «Secondo la nostra concezione, dunque, tutte le collisioni della storia hanno la loro origine nella contraddizione tra le forze produttive e la forma di relazioni. D’altronde non è necessario che per provocare delle collisioni in un Paese questa contraddizione sia spinta all’estremo in questo Paese stesso. La concorrenza con Paesi industrialmente più progrediti, provocata dall’allargamento delle relazioni internazionali, è sufficiente per generare una contraddizione analoga anche nei Paesi con industria meno sviluppata (per esempio il proletariato latente in Germania, fatto apparire dalla concorrenza dell’industria inglese)» (Marx-Engels, Opere, V, p. 61, Editori Riuniti, 1972). Insomma, la prospettiva internazionale è fin da subito al centro della riflessione teorica e della politica del marxismo (scrivo “marxismo” solo per economia di pensiero), e non poteva essere diversamente.
(14) Nel 1920 Trotskij, polemizzando – non del tutto a ragione – con Herman Gorter, sintetizzò bene il punto di vista internazionalista che allora informava la strategia dei bolscevichi: «Noi riteniamo che l’economia mondiale costituisce un sistema organico definito sulle cui basi si sviluppa la rivoluzione proletaria nel mondo; e l’Internazionale comunista si orienta nell’insieme dell’economia mondiale. … E pertanto lungi dall’escluderle presupponiamo particolarità di sviluppo specifico di ciascun paese e fasi particolari di sviluppo. Ma tutte queste particolarità, per essere valutate correttamente, devono essere esaminate in connessione con la situazione internazionale» (L. D. Trotskij, Risposta al compagno Gorter, p. 108, Savelli, 1970). D’altra parte, Trotskij sbagliò «in modo atroce» nel giudicare il punto di vista del comunista («estremista e infantile») Gorter viziato dal «particolarismo nazionale più angusto», nel momento in cui quest’ultimo obiettò –  giustamente – ai bolscevichi che la tattica che essi proponevano ai comunisti basati in Occidente, mentre «era molto giusta in Russia», mal si adattava, per così dire, alla realtà della lotta di classe e del dominio borghese nei Paesi capitalisticamente avanzati.
(15) «Certi socialdemocratici occidentali esprimono spesso, con un tono di disprezzo, la loro meraviglia per il fatto che i russi “ignoranti” potessero essere i campioni del nuovo mondo del lavoro. Rispondendo ad essi, un delegato inglese alla Conferenza di Amsterdam caratterizzò così, molto giustamente, la differenza: i russi possono essere stati ignoranti, ma i lavoratori inglesi sono così imbevuti di pregiudizi da rendere assai più difficile la propaganda comunista fra di loro. Questi pregiudizi sono soltanto l’aspetto più immediato del modo di pensare borghese, che pervade le masse proletarie d’Inghilterra, di tutta l’Europa occidentale e degli Stati Uniti. […] La concezione borghese del mondo, durante tutti questi secoli di attività materiale e spirituale […] si è innestata profondamente nelle masse proletarie ed ha creato un sentimento di comunità nazionale che si può anche estrinsecare in una mistificante solidarietà nazionale fra le classi e rendere più difficile la formazione di un effettivo internazionalismo». La condizione di impotenza sociale e politica delle classi subalterne del XXI secolo fa letteralmente impallidire quella descritta da Pannekoek nel 1920 (Lo sviluppo della rivoluzione mondiale e la strategia del comunismo, pp. 247-248).
(16) E. H. Carr, La rivoluzione bolscevica, 1917 – 1923, p. 105.
copertina-scoglio-e-mare(17) «Più in generale, è la stessa Rivoluzione d’Ottobre che bisogna concepire come un processo, e non alla stregua di un fatto. Questa puntualizzazione può forse apparire inutile, giacché appare del tutto evidente la natura processuale dell’evento rivoluzionario, il quale non si dà mai in una sola gettata di cemento storico. […] Ciò che conferiva a quella tendenza, a quel processo, un carattere unitario sul piano politico e sociale era la Soggettività politica che si era messa alla testa del movimento sociale, era la volontà politica di un Partito che voleva essere l’avanguardia del proletariato, che voleva gettare scintille rivoluzionarie in ogni parte del mondo (soprattutto in direzione della Germania e della Polonia), che voleva fare avanzare il processo storico verso il socialismo, non importa quanto lunga e tortuosa fosse stata la strada per giungervi. Chi va alla ricerca dei “carati di socialismo” di quella rivoluzione, per saggiarne la “purezza di classe”, mostra di non comprendere il concetto stesso di rivoluzione sociale. In questo peculiare senso ritengo che la natura proletaria dell’esperienza iniziata nell’ottobre del 1917 non sia un fatto, ma un processo. […] Lenin non faceva nulla per imbellettare i provvedimenti concreti presi dal partito bolscevico sul terreno economico e sociale: essi avevano il carattere della necessità e un significato eminentemente strumentale (sempre dal punto di vista del “calcolo di classe”), ed è precisamente per questo che egli si sforzava di mantenerli il più possibile in uno stadio fluido, mosso, sia per poterli sostituire senza eccessive difficoltà con altri provvedimenti più adeguati alla situazione e agli obiettivi da conseguire, sia per mettere a dura prova l’inveterata tentazione di molti teorici del partito a «teorizzare» tutto e il contrario di tutto – Bucharin, ad esempio, eccelleva in questo gioco dottrinario. Sotto questo aspetto, e avendo cura di non trascurare le grandi differenze tra i due “eventi”, vale quanto ebbe a scrivere Marx a proposito dell’esperienza rivoluzionaria parigina del 1871: “La grande misura sociale della Comune fu la sua stessa esistenza operante. Le misure particolari da essa approvate potevano soltanto presagire la tendenza a un governo del popolo per opera del popolo”. […] Per Lenin non era ancora arrivato il momento del bilancio, perché la natura sociale della rivoluzione era immanente alla lotta ed era ancora tutta in gioco, non era cioè qualcosa che si potesse affidare all’indagine sociologica di qualche scienziato “marxista” (ad esempio a Kautsky, o a qualche epigono del defunto Plechanov): essa dipendeva dall’esito della lotta. Lenin intendeva mantenersi sul terreno della prassi rivoluzionaria (la quale, peraltro, presuppone e sviluppa una corrispondente teoria rivoluzionaria), mentre lasciava volentieri ai suoi avversari “marxisti ortodossi” la scolastica, l’astratta riflessione intorno al sesso della rivoluzione» (S. Isaia, Lo scoglio e il mare. Riflessioni sulla sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre (1917-1924), pp. 9-138).
(18) Sulla rivoluzione cinese e sul maoismo rinvio a Tutto sotto il cielo – del Capitalismo e al post Žižek, Badiou e la rivoluzione culturale cinese.

L’UCRAINA DA LENIN A LUCIO CARACCIOLO

Lenin-reading-Pravda-c_19-007Gratta molti comunisti, e troverai degli sciovinisti gran-russi (Lenin).

Secondo Lucio Caracciolo, per gli abitanti di Kiev che hanno abbattuto l’ultima statua di Lenin, quest’ultimo «non è solo il padre dell’impero sovietico che li oppresse per settant’anni, è il fustigatore dell’indipendentismo ucraino che alla fine della prima guerra mondiale aveva sperato di emanciparsi dalla stretta russa. L’autore dell’ultimatum contro i secessionisti “borghesi”, con cui il 17 dicembre 1917 il nascente potere sovietico volle chiarire che non avrebbe tollerato l’indipendenza ucraina» (1). Ma le cose, almeno per ciò che riguarda il rapporto tra Lenin e l’Ucraina del suo tempo, stanno davvero così? Vediamo.

In effetti il 4 (17) dicembre il Consiglio dei Commissari del Popolo presieduto da Lenin presentò alla Rada di Kiev un ultimatum, che imponeva: 1. di cessare ogni attività disgregatrice al fronte; 2. di proibire l’afflusso di forze controrivoluzionarie verso il Don; 3. di abbandonare l’alleanza con Kaledin; 4. di restituire in Ucraina le armi ai reggimenti rivoluzionari e ai reparti della Guardia Rossa. A Caracciolo tuttavia sfugge un insignificante – faccio dell’ironia – particolare: la Russia, considerata in tutta la sua estensione geopolitica (ossia Grande Russia e nazionalità oppresse), a quel tempo fu attraversata da una tempesta rivoluzionaria che mise all’ordine del giorno il superamento della fase borghese iniziata nei primi mesi del ’17, e che aveva messo fine al regime zarista. Il tutto, in stretta connessione con quanto andava producendosi nel resto del Vecchio Continente, soprattutto in Germania, dove il proletariato d’avanguardia sembrava poter «fare come in Russia». Sembrava, appunto. Ma questo è un altro capitolo della storia.

Alle smaliziate orecchie di Caracciolo la tesi leniniana secondo la quale «I comunisti della Russia e dell’ucraina, con un lavoro comune e paziente, [si battono] per la distruzione del giogo dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti, per la repubblica federativa sovietica mondiale» (2), deve naturalmente suonare come puramente propagandistica. E ideologica gli deve apparire lo sforzo leniniano di tenere insieme la dimensione classista del processo sociale rivoluzionario russo, e la sua dimensione nazionale, che originava dal retaggio storico della Russia.

Ciò testimonia la sua assoluta incomprensione di quel processo, che egli legge attraverso schemi, concetti e categorie mutuate dalla dottrina geopolitica, mentre ovviamente l’approccio critico-rivoluzionario alla storia della Rivoluzione d’Ottobre gli è precluso dalla sua concezione (borghese) dei rapporti tra le classi, tra gli Stati, tra le Nazioni e via dicendo. D’altra parte, bisogna sempre considerare l’ombra e il discredito che lo stalinismo ha gettato su quella Rivoluzione, rispetto alla quale esso si è posto non in continuità, magari contraddittoria e non del tutto coerente, bensì in radicale, totale e drammatica cesura, insomma come controrivoluzione. Possiamo dunque, in tutta onestà, essere troppo severi nel considerare le “lacune” storiche del nostro accreditato esperto di cose geopolitiche? Io non me la sento. Personalmente sono disposto a concedergli l’attenuante stalinismo. Piuttosto, bisogna esercitare la massima ostilità critica nei confronti di chi, da sedicente “comunista”, continua a interpretare lo stalinismo come la continuazione dell’Ottobre con altri mezzi, nelle mutate circostanze interne e internazionali.

360_putin_illo_1219Checché ne possa pensare Caracciolo dall’alto della sua scienza geopolitica (3), affermo senza alcun dubbio che l’aggressivo imperialismo energetico di Vladimir Putin è, mutatis mutandis, in assoluta continuità storica con l’Impero zarista e con l’Imperialismo staliniano sorto dalle ceneri della Rivoluzione d’Ottobre. La metaforica anima di Lenin non ha nulla a che spartire con l’esistenza e la vitalità della «Madre Russia». Per questo quando una statua di Lenin cade in un luogo qualsiasi dell’immenso spazio Russo e russificato, personalmente non posso che sorridere, pensando malignamente agli stalinisti ancora attivi nel Bel Paese: come le macerie del famigerato Muro, quelle miserabili statue cadono sulla loro zucca sedicente “comunista”.

Scriveva Trotsky il 29 maggio 1920, dal suo “mitico” vagone militare: «Oggi, maggio 1920, nuove nubi si addensano sulla Russia sovietica. La borghese Polonia, col suo attacco all’Ucraina, ha dato il via alla nuova offensiva dell’imperialismo mondiale contro la Repubblica sovietica […] L’armata rossa guidata dagli operai comunisti distruggerà la borghese Polonia, e questo dimostrerà ancora una volta la potenza della dittatura del proletariato, infliggendo così un duro colpo allo scetticismo borghese (kautskismo) ancora presente nel movimento della classe operaia […] Noi combattiamo per L’Internazionale Comunista e per la rivoluzione proletaria internazionale. La posta è grande da entrambe le parti, e la lotta sarà dura e dolorosa. Noi speriamo nella vittoria, poiché ne abbiamo ogni diritto storico» (4). Chissà se Caracciolo è in grado di apprezzare in tutta la sua portata storica la radicale differenza che passa tra una guerra rivoluzionaria e una guerra “ordinaria”, ossia imperialistica, del tipo di quella che insanguinò l’Europa nel periodo 1914-18, e di quella che annegherà nel sangue il mondo nel 1940-45. Non credo. D’altra parte, se non si è in grado di afferrare quella differenza non si può comprendere la reale posta in gioco che allora si giocò nella Grande Russia e in Ucraina.

Come ricorda Edward H. Carr, «Tra le nazioni dell’impero zarista, le sole a rivendicare l’indipendenza completa subito dopo la rivoluzione di febbraio furono la Polonia e la Finlandia» (5). Com’è noto, il diritto delle nazioni oppresse all’autodecisione costituiva un punto assai importante del programma bolscevico, e più di una volta Lenin accusò il governo russo insediatosi al potere dopo la caduta dello zar di attuare nei confronti delle nazioni oppresse dalla Grande Russia la stessa politica reazionaria dei vecchi tempi: «La rivoluzione è limitata al fatto che al posto dello zarismo e dell’imperialismo abbiamo una pseudo repubblica, sostanzialmente imperialistica, nella quale persino i rappresentanti degli operai e dei contadini rivoluzionari non sanno comportarsi democraticamente verso la Finlandia e l’ucraina, cioè senza temere la loro separazione» (6). Lenin concepiva l’autodecisione non come un mero espediente tattico, ma come il solo approccio possibile in un Paese che da secoli opprimeva nazioni, popoli, etnie, culture: il veleno nazionalistico che scorreva anche nelle vene del proletariato delle nazioni oppresso poteva venir depotenziato, e poi del tutto superato a vantaggio di un approccio internazionalista delle contraddizioni sociali, solo manifestando, nel Paese oppressore, la massima disponibilità a soddisfare le rivendicazioni nazionali dei popoli oppressi, anche quelle orientate alla separazione delle loro nazioni di riferimento dal centro oppressore.

Il caso ucraino differiva molto da quello polacco e finlandese: «La zona più estesa, la Ucraina orientale, faceva parte dell’impero russo, ma l’Ucraina occidentale, che comprendeva la zona orientale della Galizia, era sotto la dominazione austriaca, e in Galizia la classe dominante era quella dei proprietari terrieri polacchi che avevano alle loro dipendenze contadini ucraini» (7). Si comprende, allora, la forte propensione antipolacca dimostrata dai contadini ucraini durante la guerra russo-polacca del 1920-21. «Non vi fu mai la possibilità che l’Ucraina potesse diventare davvero uno Stato sovrano indipendente, separato dalla Russia. Se i tedeschi avessero vinto la guerra, avrebbe potuto essere creata un’Ucraina formalmente indipendente, ma in realtà satellite della Germania; ma dopo la sconfitta tedesca non vi fu altra possibilità che la creazione di un’Ucraina sovietica, strettamente unita alla Russia» (8).

rougeCome precisa Carr, «Il nazionalismo ucraino era, in sostanza, più antisemitico e antipolacco che antirusso […] La supremazia politica di Mosca o di Pietrogrado poteva dar luogo a risentimenti in una nazione la cui capitale era più antica di mosca e di Pietrogrado. Ma questa capitale, Kiev, era essa stessa una capitale russa. Un nazionalismo ucraino che si fosse fondato anzitutto e soprattutto su un sentimento di ostilità alla Russia non avrebbe incontrato molto favore trai contadini. Per quanto riguarda il proletariato, la situazione era complicata dal fatto che un proletariato ucraino non esisteva. I nuovi centri industriali, la cui importanza era venuta rapidamente crescendo alla svolta del secolo, erano popolati per la maggior parte da immigrati venuti dal Nord; Char’kov, la maggiore città industriale ucraina, era anch’essa quasi esclusivamente gran-russa» (9). A differenza che in Polonia e Finlandia, «che disponevano d’una numerosa e ben sviluppata classe dirigente locale – agraria e feudale in Polonia, commerciante e borghese in Finlandia – (Carr)», il nazionalismo in Ucraina non aveva mai avuto una grande presa, e la stessa cosa vale per la Bielorussia, la cui struttura sociale era ancora più arretrata di quella ucraina.

Scriveva Trotsky nel suo capolavoro sulla Rivoluzione d’Ottobre: «Rosa Luxemburg sosteneva che il nazionalismo ucraino, che era stato in precedenza un semplice “divertimento” per una dozzina di intellettuali piccolo-borghesi, era stato artificialmente gonfiato al lievito della formula bolscevica del diritto delle nazioni all’autodecisione». Qui mi limito a ricordare le non poche divergenze che sulla questione nazionale divisero Lenin (favorevole in linea di principio all’autodecisione delle nazioni oppresse) e la Luxemburg (sfavorevole in linea di principio all’autodecisione). «Nonostante la sua intelligenza luminosa», continua Trotsky, Rosa Luxemburg «commetteva un errore storico assai grave: i contadini dell’Ucraina non avevano formulato in passato rivendicazioni nazionali per la semplice ragione che, in genere, non aveva raggiunto il livello della politica. Il merito principale della rivoluzione di febbraio, diciamo pure l’unico merito, ma del tutto sufficiente, consistette appunto nell’offrire finalmente la possibilità di parlare a voce alta alle classi e alle nazionalità più oppresse della Russia» (10). Dichiararsi disponibile alla secessione della nazione oppressa, o in qualche modo limitata nei suoi diritti nazionali e culturali, per il soggetto rivoluzionario proletario radicato nella nazione dominante ha il significato di un doveroso mettere le mani avanti, per togliere qualsiasi alibi al sentimento nazionale. Naturalmente Lenin capiva meglio di qualunque altro comunista quanto chimerica fosse l’idea piccolo-borghese dell’uguaglianza tra le nazioni, soprattutto nella fase imperialistica dello sviluppo capitalistico. E difatti, egli non pose mai la questione nazionale sul terreno della libertà e dell’uguaglianza, ma sempre su quello degli interessi della rivoluzione sociale anticapitalistica.

In ogni caso, quanto debole, politicamente e socialmente, fosse il nazionalismo ucraino, che pure segnò una certa ripresa dopo la Rivoluzione di febbraio, lo testimonia la linea politica filo-tedesca e filo-polacca seguita di volta in volta dalla Rada di Kiev, costituitasi nel marzo 1917 sotto la presidenza dello storico Hruševskijche, e che aveva nell’intellettuale Vinničenko e nell’autodidatta Petljura i suoi due massimi esponenti. Naturalmente alla Rada premeva soprattutto scongiurare l’avanzata della marea rossa, che nell’estate del ’17 si era appalesata con la formazione di Soviet di operai e di soldati a Kiev e in altre parti dell’Ucraina. C’è da dire, en passant, che mentre i bolscevichi ucraini scontavano una certa impreparazione organizzativa, surrogata in qualche modo dalla chiara visione strategica di Lenin, nell’Ucraina orientale erano molto attivi i partigiani capeggiati dal contadino anarchico (o «anarco-comunista») Nestor Machno, i quali «combattevano ora per i bolscevichi ora contro di loro» in vista di una non meglio definita Comune contadina. Questo per dire quanto ribollente dal punto di vista sociale fosse l’Ucraina d’allora, insanguinata peraltro dall’esercito controrivoluzionario di Denikin foraggiato dall’imperialismo occidentale, e segnata dalla carestia e dal dilagare di gravi malattie infettive.

Come ammise lo stesso Vinničenko, non solo la Rada non poté mai fondarsi su una vasta base popolare, ma i consensi della popolazione ucraina andavano sempre più orientandosi verso i bolscevichi, che almeno sembravano poterla difendere dal tirannico giogo dei tedeschi e dei polacchi. Solo i cannoni dei tedeschi e i fucili dei polacchi allungarono l’agonia del governo provvisorio di Kiev, e quando Petljura, il 2 dicembre 1919, firmò un accordo con il governo polacco che prevedeva l’abbandono da parte dell’Ucraina delle rivendicazioni sulla Galizia orientale, e per il Paese un futuro di satellite nel neo costituito Impero Polacco, il fragile e contraddittorio nazionalismo polacco fece bancarotta. Infatti, niente ossessionava di più il contadino ucraino che i grandi proprietari polacchi.

La stessa adesione dell’Ucraina a quella che sarebbe diventata la RSFSR, si spiega in larga misura con gli interessi dei contadini ucraini di scongiurare la prospettiva di una vittoria dei «bianchi», i quali «non nascondevano la loro volontà di restaurare il vecchio regime e di restituire ai proprietari fondiari le terre di cui si erano impossessati i contadini» (11). La paura dei contadini ucraini di perdere le terre da essi confiscate nell’estate del 1917, e le forti divisioni nazionalistiche, politiche, sociali e religiose che opponevano la parte orientale del Paese alla sua parte occidentale, resero possibile il realizzarsi di quella alleanza politico-sociale che fu alla base della creazione di un’Ucraina Sovietica nell’ambito della nuova Russia rivoluzionaria.
Quanto ambigua, instabile, strutturalmente fragile e alla fine insostenibile fosse quell’alleanza, che da virtuosa si trasformò rapidamente in viziosa, è ciò che ho cercato di spiegare nel mio lavoro sulla sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre Lo scoglio e il mare.

lenin_statua_500«Nell’aprile 1917 Lenin diceva: “se gli Ucraini vedono che abbiamo una repubblica dei soviet, non si distaccheranno; ma se abbiamo una repubblica di Miljukov, si distaccheranno”. Anche questa volta aveva ragione» (12). La controrivoluzione stalinista che da lì a poco avrebbe seppellito l’intera esperienza rivoluzionaria segnata dal genio strategico leniniano non può cancellare questa eccezionale pagina di storia, per intendere la quale, però, non è sufficiente l’intelligenza e la cultura dello scienziato geopolitico.

(1) L. Caracciolo, La statua di Lenin, l’Ucraina contro la Russia e la scelta dell’Europa, Limes, 11 dicembre 2013.
(2) Lenin, Lettera agli operai e ai contadini dell’Ucraina in occasione delle vittorie riportate su Denikin, Opere, XXX, p. 265, Editori Riuniti, 1967.
(3) «Il 24 agosto 1991 l’Ucraina si è proclamata indipendente – peraltro nei confini disegnati dal potere sovietico, prima da Lenin poi da Stalin e in ultimo da Krusciov» (L. Caracciolo, La statua…). Il «potere sovietico» da Lenin a Krusciov è un’assoluta assurdità, per apprezzare la quale bisogna però conquistare un punto di vista critico-rivoluzionario sulla Rivoluzione d’Ottobre.
(4) L. Trotsky, Introduzione alla prima edizione inglese (1920) di Terrorismo e Comunismo.
(5) E. H. Carr, La rivoluzione bolscevica, 1917-1923, p. 279, Einaudi, 1964.
(6) Lenin, Discorso al Primo Congresso dei Soviet, 4 (17) giugno 1917, 30, XXV, 1967.
(7) G. D. H. Cole, Storia del pensiero socialista, IV, Laterza, 1977.
(8) Ivi.
(9) E. H. Carr, La rivoluzione bolscevica, 1917-1923, p. 283.
(10) L. Trotsky, Storia della rivoluzione russa, II, p. 936, Mondadori, 1978.
(11) G. D. H. Cole, Storia del pensiero socialista.
(12) L. Trotsky, Storia della rivoluzione russa, II, p. 954.

L’ESPERIMENTO PROFANATO

Come esempio più recente di sindrome stalinista posso indicare il libro di Rita Di Leo dedicato all’Unione Sovietica (L’esperimento profano. Dal capitalismo al socialismo e viceversa), e l’entusiastica recensione che Mario Tronti non gli ha fatto mancare (Urss, il continente scomparso, Il Manifesto, 25/04/2012). «Ho studiato la storia dell’Unione Sovietica più da militante sconfitta che da studiosa accademica», ha scritto con una non disprezzabile dose di onestà intellettuale Di Leo. Non c’è dubbio sul fatto che un bel pezzo di muro di Berlino sia caduto tanto sulla militante testa dell’autrice, quanto su quella “operaista” del recensore.

Già il sottotitolo è, come si usa dire, tutto un programma: Dal capitalismo al socialismo e viceversa. Ma quale «viceversa»! Non nel senso che in ciò che rimane della vecchia Unione Sovietica ci sia ancora qualcosa di «socialismo reale», piuttosto nel senso opposto, ossia che mai il socialismo ha messo piede nella cosiddetta Russia Sovietica. Nemmeno ai tempi di Lenin, il quale non a caso alla fine della guerra civile iniziò una tenace battaglia teorica e politica tesa a smantellare tutte le illusioni sorte nel Partito Bolscevico durante il cosiddetto «Comunismo di guerra». Nessun Comunismo, se non nel senso eminentemente politico del concetto, e molta guerra civile, condotta anche contro i contadini, per sfamare lo spazio sociale che “legittimava” la natura proletaria della Rivoluzione d’Ottobre: la città.

Mi permetto di citare il mio studio sulla Rivoluzione d’Ottobre, condotto più da “militante del punto di vista umano”, che da accademico, cosa che peraltro non sono:

«Per un certo periodo del cosiddetto “comunismo di guerra” il sostanziale crollo dell’economia russa apparve agli occhi dei militanti bolscevichi, bisognosi anche di una certa dose di ideologia che rendesse meno dure e più accettabili le fatiche dell’impresa rivoluzionaria, come una sorta di superamento del capitalismo, senza che peraltro quest’ultimo avesse potuto dispiegarsi magari solo in minima parte al di là dello spazio metropolitano. Sotto diversi e non trascurabili aspetti ritornava in auge, sotto nuove (bolsceviche) spoglie e circostanze, quella “dialettica dello sviluppo abbreviato” teorizzato dal grande populista e occidentalista Černyševskij, il quale aveva formulato in un importante scritto del 1857 le seguenti “due leggi fondamentali del populismo”: “1) Il grado superiore dello sviluppo per la sua forma coincide col suo inizio. 2) Sotto l’influsso dell’alto sviluppo che un certo fenomeno della vita sociale ha raggiunto nei popoli avanzati, questo fenomeno negli altri popoli può svilupparsi molto in fretta ed elevarsi dal grado inferiore direttamente a quello superiore, evitando i momenti logici intermedi” (Cit. tratta da Vittorio Strada, Introduzione al Che fare? di Lenin, Einaudi, 1971)» …

«Nell’ottobre del ’21, presentando al partito La nuova politica economica, Lenin ammise la grande illusione che i bolscevichi avevano maturato durante tutto il periodo precedente: “In parte sotto l’influenza dei problemi militari e della situazione apparentemente disperata nella quale si trovava la repubblica noi commettemmo l’errore di voler passare direttamente alla produzione e alla distribuzione su basi comuniste … Non posso affermare che noi allora ci raffigurassimo questo piano con così grande precisione ed evidenza; comunque, agimmo press’a poco in questo senso. Disgraziatamente è così” (Lenin, La Nuova Politica Economica, Opere, XXXIII.)».

Da Lo scoglio e il mare. Riflessioni sulla sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre (1917-1924).

E disgraziatamente «l’errore» fu ripetuto nella seconda metà degli anni Venti, quando s’insinuò nel Partito l’assurda idea che fosse possibile costruire il socialismo «in un solo Paese», per giunta assai arretrato sotto ogni rispetto, e quando l’ostinazione della campagna a non collaborare con la città costrinse i bolscevichi a muovere guerra ai contadini, ma ormai non più su basi politicamente comuniste, ossia come espressione del movimento di emancipazione internazionale, bensì su basi capitalistiche. Persino Trotsky, alla fine degli anni Venti, credette di assistere a un ritorno della marea rivoluzionaria, a una «virata a sinistra» del bolscevismo («Il Partito viene sulle mie posizioni»), mentre in realtà stava assistendo ai primi sussulti di una violentissima accumulazione capitalistica, peraltro spinta dagli enormi interessi imperialistici della Russia come moderna Potenza mondiale.

Tra l’altro, proprio la rottura dell’alleanza sociale (proletari-contadini) che rese possibile il Grande Azzardo del ’17, giunta in un contesto internazionale che vide il rapido declinare della prospettiva rivoluzionaria a breve termine (soprattutto in Germania), poi rimandata sine die, segnò la definitiva chiusura dell’esperienza socialista (sempre nel significato politico, non economico, della locuzione) in Russia.

È dunque la transizione dal Capitalismo al Socialismo proposta dal libro di Rita Di Leo, in linea ovviamente con tutta la tradizione stalinista e con la vulgata economica ufficiale (ma gli economisti “borghesi” che interesse avevano nel confutare la natura socialista dell’Unione Sovietica?) che innanzi tutto è priva di fondamento storico, nella Russia di Stalin come nella Cina di Mao, a meno che non si voglia dar credito alla tesi lassalliana del «Socialismo di Stato» abbondantemente ridicolizzata da Marx. Ridicolizzata ma non sconfitta, considerato che l’assimilazione del Capitalismo di Stato al Socialismo, magari solo «reale» (sic!), ha finito per annidarsi nel cuore stesso del cosiddetto Movimento Operaio Internazionale, Marx ancora in vita. Anche la parola «sociale» ha acquisito col tempo una carica ideologica talmente forte e feticistica, che persino il più forte e competitivo Capitalismo europeo, quello tedesco, viene definito nei termini di una «economia sociale di mercato», per distinguerlo da quello «asociale» di stampo anglosassone. «Ma il Capitalismo o è sociale, anzi la prima economia davvero sociale della storia, o non è!», avrebbe detto l’uomo con la barba deceduto a Londra all’ombra del Capitale ma con le tasche vuote di Capitale.

Pur con alterne vicende, e attraverso un processo sociale dipanatosi in quattro fasi discendenti, dai «filosofi re» (Lenin e i suoi compagni) alla «gestione popolare» di Leonid Breznev (risic!), il «socialismo» di Rita di Leo sopravvive a se stesso fino all’ascesa al potere di Gorbaciov. Con il fatidico 1989 «tutto è compiuto», e si passa ufficialmente dal Socialismo al Capitalismo. La tesi risulta bizzarra persino a Rossana Rossanda, la quale obietta: «Ancora, Rita resta colpita negli anni ’80 dalla decisione gorbacioviana di sopprimere la presenza del partito nei comitati di fabbrica; ma di quale partito, convinto di perseguire che cosa, stiamo parlando?» (Quell’utopia caduta a terra, Il Manifesto, 18/05/2012). Già di che partito parliamo? Basta un nome a definire la natura politico-sociale di un’organizzazione politica? Ovviamente no. Ma per i nostalgici epigoni del bel tempo che fu la natura comunista del partito di Stalin era allora fuori discussione, era un articolo di fede che metteva a rischio la reputazione di chi si azzardasse a confutarne la santità al cospetto di… Marx.

Io stesso, ragazzino “impegnato” alla fine degli anni Settanta, ho sperimentato qualche cazzotto rigorosamente stalinista. «Solo un fascista, o un provocatore, può dire che in Russia non esiste un atomo di socialismo». E io lo dicevo, eccome, “alto e forte”, e con uno zelo che cresceva a misura delle loro “rivoluzionarie” pedate. Ogni pedata, una medaglia conquistata sul campo.

La mia tesi è che il processo sociale mutò completamente la natura del Partito Comunista Russo già nella seconda metà degli anni Venti, non a cagione di tradimenti o di «bramosie di potere», secondo una fin troppo facile lettura dello stalinismo, ma in grazia di eventi materiali che finirono per annichilire la stessa capacità di comprensione di quel partito. Lungi dal guidare il processo storico (magari sviluppando il Capitalismo, in alleanza con i contadini, in attesa della Rivoluzione in Europa, come sperava il Lenin “nepista”), il PCR ne divenne piuttosto lo strumento più potente, una formidabile leva al servizio dell’accumulazione capitalistica (teorizzata da Preobraženskij nei termini di una chimerica «accumulazione primitiva socialista») e dell’Imperialismo Grande-Russo. Il mare sommerge lo scoglio. Necessariamente.

Ma mentre la Comune di Parigi del 1871 conobbe il rovescio in campo aperto, con la più classica delle controrivoluzioni borghesi, la Comune dei Soviet conobbe una controrivoluzione capitalistica la cui complessa fenomenologia ha ingannato milioni di persone in tutto il mondo. E la magagna non cessa di fare vittime.

«L’esperimento profano – scrive ancora Rossana Rossanda – costringe a interrogativi che la vulgata anticomunista è lontana dal sollevare con altrettanta violenza. È un discorso appena cominciato». Appena cominciato? Meglio tardi che mai, verrebbe da dire.

IL “COMUNISMO” DI SERGIO ROMANO E QUELLO DEGLI EPIGONI

Nel suo Blog Materialismo Storico, Stefano Azzarà pubblica la risposta di Sergio Romano a un lettore della sua interessante rubrica Le lettere (Corriere della Sera, 7 maggio 2012). La risposta, la cui lettura consiglio caldamente, ha come suggestivo titolo La morte del comunismo e la nostalgia degli epigoni. Commento di Azzarà: «Nell’essenziale, è difficile smentire Sergio Romano». Mi sono permesso di postare su FB il commento che segue:

Invece sarebbe semplicissimo, e proprio nell’essenziale. Scrive Romano: «Quando parlo di “morte del comunismo” penso a quello dell’Unione Sovietica e dei partiti per cui Mosca era “patria del socialismo”, custode e garante di un sistema politico che era considerato, pur con qualche variante da un Paese all’altro, il “modello di riferimento”».

Ora, personalmente ho sempre negato in radice l’esistenza del socialismo – per non parlare del comunismo – nella Russia di Stalin. La mia tesi, che sviluppo in uno studio intitolato Lo scoglio e il mare. Riflessioni sulla sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre (acquistabile online nella versione cartacea o scaricabile gratuitamente da questo link), è che lo stalinismo fu, per un verso l’espressione della definitiva sconfitta del ciclo rivoluzionario europeo apertosi con la prima guerra mondiale (la morte di Lenin come metafora del nuovo “eone” controrivoluzionario); e per altro verso lo strumento dell’accumulazione capitalistica nella Russia arretrata, nonché  del tradizionale imperialismo Grande Russo.

Se Romano può scrivere con legittimo compiacimento sulla «morte del comunismo» e sulla «nostalgia degli epigoni» è perché lo stalinismo internazionale (in Italia rappresentato degnamente da Togliatti) ha vinto su tutta la linea, gettando montagne di cacca sull’idea stessa di comunismo.

FRESCO DI STAMPA! Lo Scoglio e il Mare – Riflessioni sulla sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre (1917-1924)

«Socialismo reale» o reale Capitalismo (più o meno di Stato)? La seconda che ho detto!

Il libro che svela la radice storico-sociale della più grande menzogna del XX secolo è ora in vendita.


Lo Scoglio e il Mare
Riflessioni sulla sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre (1917-1924)

CLICCA QUI PER ACQUISTARLO SU ILMIOLIBRO.IT


Ma siamo proprio sicuri che il «comunismo realizzato» abbia fatto fallimento? E se non ci fosse mai stato nel vasto mondo alcun «comunismo realizzato»? E se il cosiddetto Libro nero del comunismo non fosse, in realtà, che un capitolo particolarmente tragico del Libro nero del capitalismo? È la tesi originale che l’autore di questo saggio sostiene, per dimostrare la quale egli fa i conti con la madre di tutte le rivoluzioni del XX secolo: la Rivoluzione d’Ottobre. Secondo l’autore questa Rivoluzione cessò di respirare – in senso politico, più che cronologico – insieme a Lenin, ossia già nell’inverno del 1924.

Nel momento in cui la crisi economico-sociale che investe vaste aree del Pianeta evoca chimerici «Nuovi Mondi Possibili» e fa straparlare la politica e la Scienza Sociale di «Rivoluzioni» e di «Primavere», questo saggio mostra di essere assai più puntuale di quanto non sembri a prima vista.


Lo Scoglio e il Mare
Riflessioni sulla sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre (1917-1924)

Brossura, pp. 224, formato 12 x 18.
Prezzo di copertina 13 €
PREZZO DI VENDITA ONLINE 9 € + s.d.s.

CLICCA QUI PER ACQUISTARLO SU ILMIOLIBRO.IT