COME DARE COSCIENZA ALLA SPERANZA?

Il mio ultimo articolo sulla «Primavera Araba» (Teoria e Prassi della “Rivoluzione” ) ha suscitato in alcuni lettori l’idea di una mia indifferenza, e per alcuni di essi persino una mia franca ostilità (perché mai, poi?), nei confronti delle sommosse popolari che da un anno investono il Mondo Arabo. L’obiezione, ancorché del tutto infondata, suona al mio orecchio particolarmente bene, perché mi permette di chiarire il mio punto di vista su una questione cruciale. Lo faccio in modo stringato, e quindi necessariamente insufficiente, cosa che darà la stura ad altre obiezioni e a relativi «chiarimenti» e aggiustamenti di tiro: non chiedo altro!

Quanto poco indifferente sono rispetto al «processo sociale allargato» (il quale include la politica, l’ideologia, la psicologia, le angosce, le speranze e quant’altro ha a che fare con la prassi sociale: ossia tutto!) che sta scuotendo i Paesi Arabi, e il Mondo Islamico in generale (a partire dall’Iran, paese-chiave per molti rispetti), lo dimostrano i diversi articoli che ho dedicato alla questione. Nulla è più lontano da me dell’atteggiamento di indifferenza verso la prassi sociale in generale, e verso i movimenti sociali in particolare, per almeno due buoni motivi, uno “personale”, l’altro politicamente e teoricamente più fondato.

In primo luogo, caratterialmente inclino al caos sociale, al «casino», e nulla m‘intristisce di più del quieto vivere, sotto ogni rispetto.  In secondo luogo, e più seriamente, perché so bene che dalle crisi sociali può venire qualcosa di buono nel senso da me auspicato, ossia la produzione di coscienza e di organizzazioni «di classe». Ma appunto, e questo è un elemento d’analisi molto importante, può.

Nel ’79 avevo 17 anni, e dinanzi alla «Rivoluzione Iraniana» mi entusiasmai enormemente, e ciò mi appare ancora oggi, e al netto dell’autoindulgenza, come una feconda risposta agli eventi che seguivo attraverso la televisione e i media cartacei. Con gli strumenti “teorici” e politici che allora informavano il mio giudizio, quell’atteggiamento mi pare tutto sommato giustificato e foriero di feconde riflessioni, anche critiche e autocritiche, che di fatti arrivarono già alla fine di quello stesso anno.

Approfondendo criticamente quella che passerà alla storia come «Rivoluzione Khomeinista», ebbi modo di andare al di là dell’apparenza scenografica (era tale per me che quella «rivoluzione» guardavo dagli schermi televisivi, sia chiaro) delle violentissime sommosse e delle marce oceaniche, per coglierne le salienti radici sociali, i reali interessi che si scontravano, il significato della lotta ideologica tra islamisti e laici. Insomma, ed è questo che voglio “significare”, mi sforzai di passare dall’entusiasmo acritico a un punto di vista informato da una «analisi di classe» di quel violento processo sociale, sempre nei limiti di un’intelligenza politica e “dottrinaria” che non è mai stata granché: pazienza!

Mi resi conto, per farla breve, che in quel processo, interessante per molti aspetti, le «masse diseredate» stavano recitando il ruolo di massa d’urto delle varie fazioni politiche e sociali che si contendevano il potere: chi per raffreddare le «riforme economiche» varate dal Pavone di Teheran (anche sotto la pressione degli Stati Uniti e del Fondo Monetario Internazionale), le quali avevano generato un drastico peggioramento nelle condizioni di vita e di lavoro del proletariato; chi per sabotarle del tutto, puntando esclusivamente sulla rendita petrolifera, e chi, infine, per portare il Paese rapidamente e definitivamente su un sentiero di sviluppo sociale «all’occidentale». Sappiamo tutti com’è andata a finire. Naturalmente in quel processo sociale ebbero modo di svilupparsi anche tendenze promettenti dal mio punto di vista, ad esempio l’organizzazione di sindacati e organizzazioni proletarie di vario genere e più o meno indipendenti dall’Islamismo e dallo Stalinismo (molto presente nell’Iran dall’ora); ma in generale mi apparve chiaro come le «masse diseredate» iraniane, peraltro ben disposte alla lotta più cruenta, non fossero scese in campo con un proprio autonomo programma sociale e politico, cosa che aveva impedito loro di diventare una classe sociale cosciente della propria forza e della propria «funzione storica», per dirla con il barbuto di Treviri.

Questo per dire che, in generale, l’entusiasmo che sempre sostiene il desiderio del cambiamento non deve mai far premio sull’analisi critica della situazione, pena il rovesciamento della teoria critica in ideologia pseudo rivoluzionaria, disposta a vedere «Rivoluzioni», «nuovi soggetti sociali rivoluzionari» e «cambiamenti di fase» almeno ogni cinque anni.

In secondo luogo, e cosa assai più importante, io m’interesso della «Primavera Araba» e simili, non per parlare alle «masse diseredate» di quella parte di mondo (il mio narcisismo e il mio velleitarismo, ancorché obesi, non mi sollevano a simili vette di ingenua imbecillità), ma per comunicare a quei pochi interlocutori che hanno la bontà di “leggermi” questo fondamentale concetto: cerchiamo di non investire troppo sul coraggio e sulla disperazione degli altri. Per dirla con una battuta comica, «è facile fare la “Rivoluzione”, con la pelle degli altri!» Dalla fine della seconda guerra mondiale, l’Occidente sterile di Eventi Catastrofici, ha cercato ovunque nel mondo quelle «rivoluzioni» che non ha saputo partorire dal proprio ventre obeso di merci e di illusioni d’ogni genere (a partire dalla madre di tutte le feticistiche illusioni: quella secondo la quale in regime democratico «il Popolo è Sovrano»).

Quando nelle piazze italiane e sui Social Network si urla che Berlusconi deve fare la fine di Mubarak, e quando persino una persona intelligente come Žižek propone l’insostenibile e risibile analogia tra il Cavaliere Nero di Arcore e Ahmadinejad, e sostiene che «Evo Morales si sta avvicinando ad una forma contemporanea di “dittatura del proletariato”»  (e un occhio di riguardo egli non lo nega nemmeno a Hugo Chávez),   ecco che personalmente avverto forte il bisogno di mettere in guardia il pensiero che aspira a un punto di vista critico-radicale a non lasciarsi ingannare da suggestioni e da sirene di vario tipo. E ciò oggi mi appare tanto più importante, non appena rifletto sulla guerra mondiale in corso, la cui natura essenzialmente economica, peraltro, svela il reale contenuto sociale dell’Imperialismo e dei due precedenti conflitti bellici di respiro mondiale.

L’insopportabile arroganza dei mangiapatate! È ora di regolare qualche conto in sospeso!

La scorsa settimana i Rifondatori dello Statalismo (Ferreo e company) hanno protestato sotto l’ambasciata tedesca a Roma per rivendicare la Sovranità dell’Italica Nazione contro l’ingerenza germanica e dei soliti «Poteri Forti della Finanza Mondiale» (un tempo le BR parlavano di Stato Imperialista delle Multinazionali, ruminando gli stessi rancidi concetti degli odierni «comunisti»). Oggi Sallusti scrive sul Giornale che contro l’arroganza antidemocratica della Merkel, forse non basta più un’elezione che ripristini la Sovranità politica del nostro Paese, ma occorrerebbe «una rivoluzione».  Nientemeno! Le classi dominanti hanno sempre saputo civettare bene con la «Rivoluzione», non dimentichiamolo; di qui, a mio avviso, l’esigenza di assumere un punto di vista critico nei confronti di ciò che appare scontato sulla scorta dell’opinione corrente nazionale e internazionale, del tipo: Berlusconi è il Male Assoluto, in Egitto sta andando in onda il secondo tempo della «Rivoluzione», bisogna allearsi anche con il Demonio per farla pagare agli ebrei, pardon: agli speculatori finanziari, e via di seguito. Tutte le volte che le classi dominanti hanno bisogno del «Popolo Sovrano», per smungerne lacrime e sangue, c’è sempre una «Rivoluzione», un «Nuovo Risorgimento» o una «Guerra di liberazione» da fare.

Se la cifra dei tempi è questa, e senz’altro lo è, il pensiero critico-radicale, come prima misura d’emergenza, per così dire, deve cercare di spingere la riflessione politica della gente umanamente più sensibile oltre le lusinghe dell’apparenza, oltre i luoghi comuni proposti dai politicanti di «Destra» e di «Sinistra» (nonché dall’industria massmediatica che vende come il pane catastrofi, apocalissi prossime venture e, naturalmente «Rivoluzioni»), oltre le facili scappatoie politiche e psicologiche. Mi sembra il minimo sindacale per quel tipo di pensiero, e comunque il presupposto d’ogni altro possibile avanzamento teorico e pratico. Un altro discorso è se chi scrive è capace di farlo!

TEORIA E PRASSI DELLA «RIVOLUZIONE». A proposito della «Primavera Araba».

TEORIA

A mio avviso nel XXI secolo si può legittimamente parlare di Rivoluzione Sociale solo quando le classi dominate si presentano sulla scena della Crisi come Soggetto storico-sociale, informato da un autonomo programma politico e sociale. Quando le classi subalterne si muovono per iniziativa delle fazioni che stanno al potere o che aspirano al potere, mostrano tutta la loro impotenza sociale. Esse sono oggetto di una storia scritta da altre classi. Tutte le volte che la rivolta delle «masse diseredate» non è fecondata dalla «coscienza di classe», a spartirsi i dividendi del caos sociale sono i gruppi socialmente dominanti interessati a mettere in discussione lo status quo per acquistare più potere ai danni dei gruppi concorrenti.

Per dirla nei termini della marxiana critica dell’economia politica, il lavoro morto sussume sotto le sue disumane leggi il lavoro vivo, il presente domina sul futuro, la possibilità soggiace sotto l’imperio della necessità. Quando il sangue scorre a esclusivo vantaggio delle classi dominanti, parlare di «rivoluzione», magari solo «popolare» o «democratica», equivale a bestemmiare contro la verità.

A proposito di Marx, è interessante riflettere sul suo concetto di classe sociale. Scriveva il comunista tedesco descrivendo a grandi linee il processo di formazione del proletariato moderno (salariato) in quanto «classe per sé, e non per il capitale»: «Se qualche volta gli operai si raccolgono in massa compatta, ciò non è dovuto alla loro propria spontanea azione, ma all’azione della borghesia raccolta in fascio, la quale per raggiungere i suoi propri fini politici deve mettere in moto l’intero proletariato» (Manifesto del Partito Comunista). In tal modo «i proletari non combattono i loro nemici, ma i nemici dei loro nemici». In questa fase, osserva Marx, i salariati non rappresentano una classe – se non dal punto di vista meramente sociologico, o dalla «triviale» prospettiva dell’economia politica –, ma «una massa incoerente e confusa». Importante, a mio avviso, è anche il marxiano concetto secondo il quale il proletariato, organizzandosi come classe, si fa , per così dire, «partito politico».

PRASSI

Nelle cosiddette «primavere arabe», spacciate dal marketing politico-mediatico mondiale come «Rivoluzioni» (in Tunisia si vende la «rivoluzione» che profuma di gelsomino!), le «masse diseredate» sono state e continuano ad essere oggetto del processo sociale, ossia strumento, massa d’urto di un’iniziativa politica e sociale informata dagli interessi di una o più fazioni delle classi dominanti dei Paesi Arabi.

In Libia abbiamo addirittura assistito al paradosso di una «rivoluzione» assistita militarmente dall’imperialismo occidentale! Naturalmente non si è trattato di un paradosso, visto che siamo stati spettatori di un’iniziativa schiettamente imperialistica (soprattutto voluta dagli anglo-francesi, come ai bei tempi di Suez 1956) che ha approfittato delle crepe apertesi nel regime di Gheddafi sotto l’incalzare della ribellione della regione di Bengasi, storicamente antagonista della Tripolitania. Tanto a Bengasi quanto a Tripoli, le «masse diseredate» sono controllate e sfruttate da gruppi sociali e da clan più o meno in regola col processo storico e con l’attualità della Società-Mondo del XXI secolo. (D’altra parte, quando ancora la storia conosce un Paese come l’Afghanistan, c’è poco da sottilizzare!). In ogni caso, quindi, la lotta dell’Est ribelle non avrebbe potuto assumere i connotati di una «rivoluzione popolare», definizione dietro la quale ama nascondersi la borghesia in ascesa e il nazionalismo rampante.

In Tunisia, in Siria, in Arabia Saudita in Egitto e altrove nel «Grande Medioriente» (vedi l’Iran), classi dominanti e gruppi sociali vecchi e nuovi si contendono l’energia che promana dalla miseria delle «masse diseredate». Chi per rafforzare e stabilizzare i vecchi assetti economici e politici (è ciò che è successo in Egitto con la caduta di Mubarak: un colpo di Stato militare fatto passare per «rivoluzione»); chi per metterli in crisi, ma non tanto da squassare l’equilibrio politico-istituzionale della nazione, sperando piuttosto in un compromesso più favorevole ai suoi interessi (in fondo è ciò che auspicava lo stesso Mubarak, attraverso l’investitura del figlio Gamal, inviso ai militari per le sue manifeste simpatie nei confronti del programma di «riforme liberali» iniziato dal padre nel 2004); chi, infine, per far saltare senz’altro quell’equilibrio.
In quest’ultima rubrica vanno annoverati coloro che si battono per scongiurare la definitiva modernizzazione capitalistica dei Paesi Arabi (il fondamentalismo islamico costituisce il collante ideologico del “Partito Anticapitalista”), e coloro che, all’opposto, spingono per una loro più rapida e profonda «modernizzazione». Il “Partito Capitalista” ha nella Turchia di Erdogan il suo più importante punto di riferimento ideologico, politico e sociale. Allah è grande, ma il Capitale non scherza! Questo partito è particolarmente forte in Tunisia, ma anche in Iran trova larghi consensi presso una «società civile» che non ha smesso di svilupparsi e articolarsi all’ombra della dittatura khomeinista.

La posta in gioco è dunque alta, e la crescente rabbia delle masse, mentre rende più paurose alcune fazioni della classe dominante al potere da parecchi lustri, accresce lo spirito d’iniziativa di altre, non ancora coinvolte nella gestione diretta del potere e convinte di poter battere il ferro finché è caldo. I timidi segnali di rivolta che si registrano in Arabia Saudita penso rispondano a questa logica.

Come ho scritto altre volte, sulla scala mondiale oggi di «rivoluzionario» c’è solo il processo sociale oggettivo che ha nel Capitale il suo centro motore. «Rivoluzionario» nel marxiano senso di un processo che svapora tutto ciò che sembra stabile e immutabile (salvo, ovviamente, i rapporti sociali vigenti!): «tutto ciò che era sacro si profanizza, e gli uomini si trovano da ultimo a dover considerare le loro condizioni di esistenza con occhi liberi da ogni illusione» (Manifesto del Partito Comunista). Nel XXI secolo il Capitale ha riempito gli occhi della gente d’ogni sorta di illusione, ma questo l’uomo con la barba non poteva saperlo. In tutto il pianeta i salariati non sono che «una massa incoerente e confusa», e non è certo coltivando illusioni di «Primavere» che presto si rivelano freddi inverni che il «pensiero d’avanguardia» può aiutarli a diventare «classe per sé, e non per il Capitale». Le oceaniche manifestazioni a Piazza Tahrir devono invitare alla riflessione critica il pensiero che aspira a un punto di vista autenticamente «alternativo», resistente a ogni forma di ipnosi collettiva.

RIVOLUZIONE ETICA…

Interessante intervista di Mattia Feltri a Giuseppe De Rita, il sociologo – cattolico, come egli tiene sempre a precisare – italiano più ascoltato dai politici nostrani. Con la fine di Berlusconi, dice oggi il presidente del Censis a La Stampa, declina il «soggettivismo etico» nato in Italia alla fine degli anni Sessanta e sviluppatosi nei successivi decenni a spese dell’etica comunitaria, la quale ha sempre avuto nella Chiesa e nei grandi partiti di massa (PCI e DC, in primis) la sua fonte più generosa e naturale. A suo tempo Don Milani non mancò di denunciare l’inquietante «svolta etica», ma rimase pressoché inascoltato.

Con il «soggettivismo etico» trionfa la «cultura del mio» su quella del «nostro»: l’utero è mio e lo gestisco io, idem il corpo, la famiglia, il rapporto con la gravidanza, il voto agli esami universitari, l’impresa, la politica e via discorrendo. Tutto sarebbe caduto sotto il demoniaco dominio del «mio», dell’interesse e della «coscienza individuale». Berlusconi, conclude il bravo sociologo, non ha inventato niente: ha solo esasperato una tendenza, fino a farla tracimare nel libertinismo e nella licenziosità.

Inutile dire che De Rita è più che contento della «rivoluzione etica» che si annuncia nel Paese, e che ha nella persona di Mario Monti la sua più adeguata espressione.

Le parole del sociologico cattolico mi hanno riportato alla mente alcuni passi scritti dallo psicoanalista Massimo Recalcati contro il «totalitarismo del godimento» (incarnato, c’è bisogno di dirlo?, dal Sultano di Arcore), questi: «L’espressione ‘papi’, recentemente alla ribalta della cronaca politica italiana a causa di innumerevoli giovani (papi-girls) che così si rivolgono al loro seduttore, mette in evidenza la degenerazione ipermoderna della Legge simbolica del padre. La figura del padre ridotta a ‘papi’, anziché sostenere il valore virtuoso del limite, diviene ciò che autorizza alla sua più totale dissoluzione. Il denaro elargito non come riconoscimento di un lavoro, ma come puro atto arbitrario, l’illusione che si possa raggiungere l’affermazione di se stessi rapidamente, senza rinuncia né fatica, l’enfatizzazione feticistica dei corpi femminili come strumenti di godimento, il disprezzo per la verità, l’opposizione ostentata nei confronti delle istituzioni e della legge, (…) il rifiuto di ogni limite in nome di una libertà senza vincoli, l’assenza di pudore e di senso di colpa costituiscono alcuni tratti del ribaltamento della funzione simbolica del padre che trovano una loro sintesi impressionante nella figura di Silvio Berlusconi. Il passaggio dal padre della legge simbolica al ‘papi’ del godimento non definisce soltanto una metamorfosi dello statuto profondo del potere (dal regime edipico della democrazia al sultanato postideologico di tipo perverso), ma rivela anche la possibilità che ciò che resta del padre nell’epoca della sua evaporazione sia solo una versione cinico-materialistica del godimento» (Cosa resta del Padre?).

Quanto ambigua, per non dire altro, sia questa lettura del «fenomeno-Berlusconi», non deve sfuggire allo stesso Recalcati, che difatti scrive: «Se la Legge impedisce al desiderio di scivolare verso l’inconcludenza dissipativa del godimento, se la Legge è ciò che pone un limite all’effervescenza sovversiva del desiderio, non significa allora che la psicoanalisi vorrà restaurare, per vie traverse, l’ordine della morale repressiva, patriarcale, l’ordine di una Legge che si contrappone al desiderio con la finalità di estirparlo e di adattarlo alla realtà? Diversi critici della psicoanalisi hanno denunciato questo pericolo». A giudicare dall’elogio del cattostalinismo della cosiddetta Prima Repubblica che segue, la critica coglie perfettamente il bersaglio (beninteso, non critica della psicoanalisi tout court, ma della peculiare concezione del mondo di Recalcati): «Mentre l’epoca dominata da figure come quelle di Alcide De Gasperi o di Enrico Berlinguer appariva caratterizzata da una tensione etica tra legge e godimento ancora edipica (si pensi solo alla politica dell’austerità teorizzata negli anni Settanta da Berlinguer), l’azione di Berlusconi appare totalmente svincolata da questo dissidio. Non c’è vergogna, senso di colpa, senso del limite appunto, poiché non c’è senso della Legge disgiunto da quello del godimento, perché il luogo della Legge coincide propriamente con quello del godimento. Tutto è apertamente (perversamente) giocato come se non esistesse castrazione. La figura del capo del governo riabilita così i fantasmi del Padre freudiano dell’orda, del Padre che ha diritto di godere di tutte le donne, del Padre bionico immortale, inscalfibile, osceno e inattaccabile, non come limite al godimento (è il volto ancora rassicurante dei Padri della prima Repubblica), ma come esercizio illimitato del godimento. In questo la figura di Berlusconi fa davvero epoca» (L’uomo senza inconscio).

Che quel che resta di Massimo Recalcati sia Giuseppe De Rita? Tira un venticello etico che non ispira certo buoni sentimenti in chi ha in odio ogni giro di vite del Dominio, soprattutto quando si presenta sotto forma di benecomunismo e di senso del limite: non vi pare che siamo fin troppo limitati, e sotto ogni punto di vista? Forse molti, appena faranno l’esperienza della nuova frusta, rimpiangeranno quella vecchia; ma, a ben considerare, si tratta di finirla con ogni tipo di frusta, e che lo si debba ricordare ancora nel XXI secolo, ciò suona persino sconfortante .

QUANDO L’ANGELO SFIDA IL DOMINIO

Ringrazio di cuore Daniela Pecorino per la sua bella recensione pubblicata su Dietro le Quinte:


È appena uscito l’ultimo saggio di Sebastiano Isaia, già autore di “Tutto sotto il cielo”, studio dedicato alla genesi storico-sociale dell’eccezionale successo cinese ottenuto sul fronte della competizione capitalistica globale. “L’Angelo Nero sfida il Dominio”, come recita il titolo del suo nuovo libro, ha un taglio decisamente politico-filosofico, a differenza del precedente, più storico e sociologico; basta citare la quarta di copertina per capirlo: «Politica, Sovranità, Legalità, Diritto, Libertà, Legittimità, Violenza, Nemico, Civiltà: come si “declinano” questi fondamentali concetti nella Società-Mondo del XXI secolo? D’altra parte, la crisi sociale epocale nella quale siamo immersi ha generato una serie di “inaspettati ritorni” (basti pensare al “ritorno dello Stato-Nazione” nel cuore stesso della Vecchia Europa, o al ritorno della “Rivoluzione” nei paesi arabi) che meritano una lettura non superficiale né di mera contingenza. È quanto si propone di fare questo saggio».

Argomenti abbastanza tosti, come si vede, certamente non di agevole approccio né di facile lettura, ma che l’autore ha avuto il merito di semplificare senza tuttavia scadere nella volgarizzazione e nella banalizzazione. Infatti, nonostante la serietà e la complessità degli argomenti trattati (basti pensare a un concetto come “la radicalità del Male”, sviluppato in polemica con le note tesi di Hannah Arendt), il saggio esibisce una trama discorsiva assai intrigante, e a tratti davvero brillante. A prescindere da come la si pensi nel merito delle tesi che l’autore vi sostiene, a questo libro non si può certo rimproverare né un difetto di tempestività né la mancanza di respiro (storico, sociologico, politico) nel modo in cui approccia temi che effettivamente sembravano essere usciti definitivamente dal nostro orizzonte di Civiltà, e che sono invece tornati prepotentemente alla ribalta.

Come sembrano lontani gli anni in cui Francis Fukuyama teorizzava la “fine della storia”! Lungi dall’aver tirato le cuoia, sostiene Isaia, la storia ha piuttosto accelerato il suo passo, e rischia di imboccare sentieri che potrebbero trascinarci nel baratro di orrori sociali che, sbagliando, pensiamo siano del tutto fuori dalla nostra portata. Questo perché, egli scrive, il Male non è solo e principalmente “banale”, ma è anche e soprattutto “radicale”, ossia saldamente ancorato alle fondamenta della nostra società.

E a chi gli rimprovera una certa dose di pessimismo, Isaia risponde che “pessima è la realtà”. È fuor di dubbio poi che la crisi economico-sociale che sta investendo il Pianeta, a partire dalle sue punte più avanzate (il Vecchio Continente e gli Stati Uniti) «ha generato una serie di inaspettati ritorni», per dirla con l’autore, che hanno spiazzato non poco la politica, la scienza sociale e la stessa religione ufficiale. La diffusione di “religioni fai da te”, come non smette di denunciare Benedetto XVI, e di sentimenti “antipolitici”, come denuncia con sempre più inquietudine la leadership politica Occidentale, è parte di quella crisi esistenziale già messa sotto i riflettori da Oriana Fallaci, e solo per questo inchiodata alla croce del politicamente corretto. «Si avverte perciò il bisogno – scrive Isaia – di trovare, nel caotico dipanarsi degli eventi che rigano la Società-Mondo di questo inizio secolo, un filo conduttore che non annulli la complessità del tutto, ma che la renda almeno intellegibile e, soprattutto, permeabile alla critica».

Questo è almeno l’ambizioso tentativo dell’Angelo Nero, il quale, se capiamo bene, non sfida il Demonio per conto di Dio, ma il Dominio, per conto di un Uomo ancora di là da venire. La cosa suona anche bene. Purché non ne venga fuori una nuova religione! Una curiosità: l’Angelo Nero è il solo Angelo che non fa miracoli, ma li chiede agli uomini di questo tempo così travagliato. Abbiamo insomma a che fare con un Angelo molto particolare, persino “umano, troppo umano”, per dirla con Nietzsche. D’altra parte, anche la nostra epoca è alquanto originale, nel bene (pochino) come nel male (molto, secondo l’autore).

Daniela Pecorino


L’Angelo Nero sfida il Dominio è disponibile online – clicca qui