AUTOMAZIONE E BASE DI VALORIZZAZIONE DEL CAPITALE. IL CASO GIAPPONESE

La notizia è questa: «Per via del costante calo di manodopera, le aziende giapponesi hanno preso a reclutare personale meccanico», cioè robot. Si dirà: «e la novità dove sta?». Da nessuna parte, ed io stesso da anni scrivo sull’impatto che la nuova tecnologia cosiddetta intelligente ha non solo sul mondo del lavoro (1), che, è bene ricordarlo, è sostanzialmente un mondo di sfruttamento e di alienazione, ma sulla società nel suo insieme. Tuttavia oggi mi è venuto in testa proprio il Giappone mentre rileggevo quanto scriveva Henrik Grossmann, sulla scia di Marx, a proposito della base di valorizzazione del capitale, ossia della materia prima vivente che genera valore e plusvalore. Provo a spiegarmi.

Grossmann tratta questo oggetto nel suo celebre testo del 1928 Il crollo del capitalismo, e in particolare in  un capitolo intitolato Accumulazione di capitale e problema della popolazione. A pagina 351 si legge: «La popolazione costituisce un limite all’accumulazione; non però un limite nel senso di Rosa Luxemburg, cioè nel senso che il numero dei consumatori, dei compratori, limita l’accumulazione, ma per il fatto che con la popolazione è dato anche il limite di valorizzazione» (2). Ciò che sostanzia la base di valorizzazione non è la popolazione in generale, genericamente intesa, ma quella che Marx chiamava «popolazione operaia»: «Data la durata della giornata lavorativa […] la massa del plusvalore può essere aumentata soltanto aumentando il numero degli operai, cioè aumentando la popolazione operaia» (3). Alludendo polemicamente agli economisti di “scuola marxista” Grossmann scrive: «Si dimentica che tuttavia il valore e conseguentemente anche il plusvalore, può essere creato soltanto nella produzione di beni» (p. 355). Nella produzione di merci si ha la valorizzazione del capitale investito in mezzi di produzione e salari, ossia la generazione di un plus di valore che va a sommarsi al capitale iniziale; nella vendita di quelle merci si ha la realizzazione del valore (valore vecchio più plusvalore) in esse corporato, ossia quella trasformazione del valore in denaro che rappresenta il punto d’arrivo della «metamorfosi della merce».

Ora, non è nella sfera della realizzazione, come inclinano a pensare i teorici del sottoconsumo della popolazione come fondamento delle crisi economiche (4), ma piuttosto in quella della valorizzazione che bisogna individuare i limiti cui periodicamente va incontro il processo di accumulazione. Uno dei limiti più significativi riguarda appunto la base di valorizzazione, ossia la massa di capacità lavorativa a disposizione del capitale. La valorizzazione del capitale deve fare i conti con una contraddittoria e ineliminabile dialettica: per un verso essa ha bisogno di una base di valorizzazione sempre più ampia, ossia di un numero crescente di lavoratori da “mettere a valore” (leggi da sfruttare); per altro verso la ricerca del profitto, che mette i capitali in reciproca concorrenza su un campo di battaglia che oggi abbraccia l’intero pianeta, spinge il capitale ad elevare quella che Marx chiamava composizione tecnica di ogni singola impresa, ossia il suo livello tecnologico ed organizzativo, e ciò se consente di aumentare la produttività del lavoro, elevando il saggio del plusvalore, fa aumentare al contempo la composizione organica del capitale, definita dal rapporto tra il capitale investito in mezzi di produzione (che non creano valore) e il capitale investito in capacità lavorativa, la sola risorsa in grado di conservare valore vecchio mentre ne crea uno nuovo di zecca. La base di valorizzazione tende cioè a restringersi, non in assoluto, ma in rapporto al capitale investito in mezzi di produzione. «È unicamente nel modo capitalistico di produzione che si riscontra questo bisogno di un aumento assoluto del numero dei salariati nonostante la loro relativa diminuzione» (5).

Occorre dire che la fenomenologia monetaria del processo di valorizzazione (non a caso Marx parla di capitale costante e capitale variabile: il primo investito in mezzi di produzione e il secondo in forza-lavoro) occulta la sostanza del processo di valorizzazione, ossia il suo essere fondamentalmente un processo di sfruttamento di lavoro vivente, di uomini in carne ed ossa, attuato servendosi di mezzi tecnologici sempre più sofisticati. È qui che trova alimento la concezione feticistica dell’economia mercantile, la quale appare come «una cosa imbrogliatissima, piena di sottigliezza metafisica e di capricci teologici» (6).

Per accrescere la base di valorizzazione e reggere il confronto con la concorrenza internazionale, il capitale italiano investito nell’agricoltura ha messo le mani sulla materia prima vivente arrivata soprattutto dall’Africa, e qualcosa di simile, sebbene su una scala più ridotta, è avvenuto nel comparto manifatturiero. Bassissimi salari, ritmi di lavoro sostenuti e una lunga giornata di lavoro: che pacchia per il Made in Italy! Ne ricavo quanto segue: quando le anime candide ci dicono che gli africani fanno il lavoro che gli italiani non vogliono più fare, e che così ci pagano pure le pensioni messe in crisi dal calo demografico, occorre subito impugnare la metaforica rivoltella. «Metaforica?». Sì, metaforica; per la critica delle armi c’è sempre tempo, forse. D’altra parte, non avrebbe senso alcuno armare la mano senza prima armare la testa, e gli esempi, lontani e recenti, in Italia non sono mancati e non mancano. Armare la testa significa, nel caso di specie, demistificare il discorso di razzisti e buonisti gettando un fascio di luce sul funzionamento dell’economia basata sul profitto, per scongiurare la guerra tra i miserabili, materia prima vivente a disposizione del Capitale. E qui ritorniamo a Grossmann e al Giappone.

Nel capitolo Accumulazione di capitale e problema della popolazione Grossmann fa la storia del Capitalismo tedesco, e mostra come nel corso del suo sviluppo il capitale tedesco avesse via via allargato la propria base di valorizzazione per sostenere i sempre più accelerati ritmi di accumulazione. «Con la rapida espansione dell’industria e con il ritmo accelerato dell’accumulazione di capitale a partire dagli anni ’90 [del XX secolo] cessò l’emigrazione e cominciò persino l’immigrazione (polacchi, italiani) nei settori industriali dell’occidente. Soltanto questo crescente assorbimento della forza lavoro addizionale poteva formare una base sufficiente per la creazione di plusvalore, che era necessaria per la valorizzazione del capitale accresciuto. […] Dopo la crisi del 1907 il capitale è costretto a crearsi una più ampia base di valorizzazione attraverso un più elevato impiego del lavoro femminile che possiede ancora il vantaggio di essere più a buon mercato» (pp. 352-353). Come diceva Marx, i rapporti sociali capitalistici rivoluzionano continuamente non solo la struttura tecnologica delle imprese industriali e commerciali, ma anche la struttura sociale presa nel suo insieme. E degli effetti “sovrastrutturali” di questa “rivoluzione sociale” si trova traccia anche nei commenti dei moralisti: «La mascolinizzazione della donna sotto tutti i punti di vista rappresenta un grande pericolo della civiltà contemporanea». Questo scriveva P. Leroy-Beaulier (citato da Grossmann) nel 1913, che concludeva con queste parole dense di preoccupazioni (di stampo capitalistico, beninteso) tutt’altro che infondate: «Le razze europee manterranno ancora a lungo una eccedenza degna di nota delle nascite rispetto ai decessi?». Calo demografico e immigrazione: in Europa non si sta forse discutendo di questo da molti anni? Allargare la base di valorizzazione e al contempo rendere più economica la sostanza vivente che realizza quella base: un difficile problema che come vediamo ha implicazioni di vario ordine.

Ho pensato al Giappone leggendo le pagine dell’assai istruttivo libro di Grossmann perché quel Paese oggi si confronta con una dinamica demografica molto più problematica di quella europea. Cito, e mi scuso, un mio post del 2015 dedicato appunto al Giappone:

«I giapponesi vantano il non invidiabile primato mondiale per quanto riguarda la loro età media: 44,7 anni. Quella giapponese è, infatti, la popolazione più vecchia del mondo, davanti a quella tedesca e italiana. Alla fine della Seconda guerra mondiale l’età media giapponese si aggirava intorno ai 22,5 anni: esattamente la metà di quella attuale. E se ancora a metà degli anni Settanta del secolo scorso il tasso di natalità in Giappone oscillava sopra il 2%, oggi il Paese deve fare i conti con una decrescita che fa registrare una contrazione della popolazione totale. Sulla scorta di dati basati sulla proiezioni del trend demografico degli ultimi anni, la popolazione giapponese potrebbe passare dagli attuali 125 milioni circa di abitanti a poco più di 80 milioni entro il 2060. La popolazione attiva del Giappone rappresenta una percentuale via via decrescente della popolazione del Paese. Oggi in quel Paese si va in pensione a 70 anni con il 35% dell’ultimo stipendio. L’incidenza delle pensioni sulla spesa pubblica attualmente non supera il 20% del PIL, ma secondo recenti stime questa incidenza potrebbe oltrepassare il 35% entro il 2035. […] Com’è noto, la società del Sol Levante è storicamente chiusa nei confronti di acquisti di popolazioni “barbare”: l’unico gruppo etnico non giapponese che vive nel Paese è quello Ainu, che conta circa 25.000 persone concentrate quasi interamente sull’isola di Hokkaido e sulle Isole Curili. “L’altissimo livello di coesione sociale e razziale della popolazione, che ha sperimentato pochissimi matrimoni misti con etnie diverse”, è alla base di “una coesione che si palesa non solo in un fortissimo senso di identità nazionale e in una specificità culturale, quanto anche – ed è questo che maggiormente impressiona gli occidentali – in una marcata enfasi su principi quali armonia sociale, ricerca del consenso, deferenza generazionale e subordinazione dei desideri individuali al bene collettivo” (P. Kennedy, Verso il XXI secolo, Garzanti, 1993). […] Insomma, la politica della purezza della razza oggi mostra tutti i suoi limiti, e la demografia del Giappone si è incamminata da anni lungo un sentiero molto problematico. Naturalmente qui non si fa riferimento a un’astratta demografia, alla demografia in sé, per così dire, ma alla questione demografica come viene configurandosi nel contesto di una società capitalistica collocata in un pianeta dominato dai rapporti sociali capitalistici. Insomma, una lettura malthusiana di questo problema è, almeno per chi scrive, del tutto priva di senso».

Ritorniamo adesso, per concludere rapidamente, al punto di partenza. Scriveva ieri Cristian Martini Grimaldi sulla Stampa: «Oggi i tassi di natalità più bassi hanno generato un invecchiamento precoce della popolazione e una diminuzione della forza lavoro che hanno messo in serio pericolo la futura crescita economica del Paese. […] Al momento tra le soluzioni contemplate non c’è quella di utilizzare l’immigrazione per compensare il declino. Basti considerare che l’anno scorso sono stati accolti appena 28 richiedenti asilo e 27 nel 2015. Non sorprende dunque se nella relazione annuale sulla politica estera pubblicata ogni anno dal ministero competente si legge già alla seconda pagina: “Il numero di persone che attraversano le frontiere è drammaticamente in crescita a causa della globalizzazione, questo fatto pone una grave minaccia per lo scoppio e la diffusione di malattie infettive”. Nessun cenno quindi alle risorse che potrebbero rappresentare i migranti, si parla solo di un loro potenziale pericolo». E come pensa di supplire all’assottigliamento della base di valore il capitalismo giapponese? È subito detto: automatizzando ogni settore dell’economia, dall’industria, com’è ovvio, ai servizi d’ogni tipo. «Ed ecco allora che lo staff dell’Henna Hotel di Nagasaki è stato rimpiazzato da un’eclettica schiera di robot, tra i quali una signora umanoide che annuisce e regala sprazzi di realistiche espressioni. Ora, per via del costante calo di manodopera, le aziende giapponesi hanno preso a reclutare personale meccanico alla stessa maniera di quello strano hotel».

Se non è possibile estendere fisicamente la base di valore, prosciugando sacche di lavoro umano non ancora “messo a valore”, è necessario intensificare lo sfruttamento di quella stessa base, la quale peraltro tende a restringersi, sia per una questione di calo demografico, sia perché l’intensificazione dello sfruttamento nel Capitalismo avanzato si traduce presto o tardi in un’espulsione di capacità lavorativa divenuta superflua ai fini della valorizzazione. Scriveva Marx: «Nel caso della sottomissione reale del lavoro al capitale, […] si sviluppano le forze produttive sociali del lavoro e, con il lavoro su grande scale, si sviluppa l’applicazione di scienza e macchina nel processo di produzione immediato» (7). Oggi parlerei di sottomissione totale del lavoro al capitale; di dominio totale e totalitario degli uomini e della natura da parte dei rapporti sociali capitalistici.

C’è un aspetto fondamentale della questione che bisogna considerare, e che qui mi limito a sfiorare. Elevando la composizione organica del capitale, espressione monetaria della composizione tecnologica di un’impresa, si innesca un meccanismo che da virtuoso (si eleva il saggio di sfruttamento del lavoro, definito marxianamente come saggio del plusvalore) tende a trasformarsi in vizioso (si abbassa il saggio del profitto, ossia il rendimento dell’intero capitale investito in una produzione di beni). Infatti, il robot può rendere più produttiva la forza-lavoro ma non può creare plusvalore nel processo produttivo di merci, plusvalore che rappresenta la base reale, la “struttura” che sorregge ogni tipo di profitto e di rendita, ogni superfetazione a carattere speculativo. «Non esiste un capitalista il quale applichi di buon grado un nuovo metodo di produzione quando questo, pur essendo assai più produttivo ed aumentando considerevolmente il saggio del plusvalore, provoca una diminuzione del saggio del profitto. Ma un tal metodo fa diminuire il prezzo delle merci» (8), e ciò consente al capitale tecnologicamente più avanzato, per così dire, di battere la concorrenza.

Insomma, i robot non potranno mai diventare la base di valorizzazione del XXI secolo, e questo non per un limite tecnologico o antropologico, ma per un irriducibile limite storico-sociale.

(1) Sul potere sociale della scienza e della tecnologia; Robotica prossima futura. La tecnoscienza al servizio del dominio; Capitalismo cognitivo e postcapitalismo. Qualunque cosa ciò possa significare; Capitalismo 4.0. tra “ascesa dei robot” e maledizione salariale; Accelerazionismo e feticismo tecnologico.
(2) H. Grossmann, Il crollo del capitalismo, Jaca Book, 1976.
(3) K. Marx, Il Capitale, I, p. 345, Editori Riuniti, 1980.
(4) E come teorizzava la stessa Rosa Luxemburg in un saggio del 1913: «La realizzazione del plusvalore è a priori legata in quanto tale a produttori e consumatori non-capitalistici. L’esistenza di acquirenti non-capitalistici del plusvalore è dunque condizione diretta di vita per il capitale e per la sua accumulazione, e rappresenta perciò il punto decisivo del problema dell’accumulazione del capitale» (R. Luxemburg, L’accumulazione del capitale, p. 361, Einaudi, 1980).
(5) K. Marx, Il Capitale, III, p. 317, Editori Riuniti.
(6) K. Marx, Il Capitale, I, p. 103.
(7) K. Marx, Il Capitale, capitolo VI inedito, p. 63, Newton, 1976.
(8) K. Marx, Il Capitale, III, p. 318.

COME PUÒ LA MANO FERMARE L’ACQUA? IMPOSSIBILE!

Sul Corriere della Sera di ieri, il segretario della Fim-Cisl Marco Bentivogli ha ribadito la sua nota contrarietà alla “filantropica” proposta avanzata da Bill Gates circa la necessità di introdurre una tassa sui robot. Qualche mese fa il sindacalista aveva infatti scritto sul Foglio: «È chiaro che quella di Bill Gates è una provocazione, ma in Italia rischierebbe di essere un paradosso. Aggiungerei che i Pc e i sistemi operativi hanno distrutto più posti di lavoro di quanto probabilmente non facciano i robot. Se qualcuno avesse lanciato la provocazione di Bill Gates alla nascita di Microsoft, proponendo una tassa sui Pc, probabilmente lui oggi non sarebbe l’uomo più ricco del mondo». E la cosa non può che farci piacere, diciamo. Bentivogli stigmatizzava il deprecabile vizio italico di ricorrere al «paracadute senza aver ancora imparato a volare». Di qui, il relativo gap tecnologico che il sistema-Paese nel suo complesso registra nei confronti dei suoi diretti concorrenti, Germania e Giappone in testa – almeno per quanto riguarda il settore manifatturiero.

Adesso il leader cislino aggiunge una considerazione solo apparentemente banale, la quale ha invece, a mio avviso, implicazioni politiche e financo  “filosofiche” di grande respiro; eccola: «Fermare il progresso non è di sinistra, è velleitario, è pensare di fermare l’acqua con le mani». Impossibile! La considerazione non banale ovviamente non ha nulla a che fare con la concezione del progresso rivendicata dal sindacalista, il quale si muove dentro la logica della competizione capitalista e degli interessi nazionali («Bisogna giocarsi la partita, ripensare integralmente l’idea di impresa e le sue finalità, il lavoro, gli orari, la sostenibilità intelligente»: sic!), com’è d’altra parte scontato nel panorama del sindacalismo collaborazionista, pardon: “responsabile” di questo Paese; intendevo piuttosto riferirmi a questa frase: «è pensare di fermare l’acqua con le mani». Insomma, un fenomeno sociale è qui presentato alla stregua di un fenomeno naturale: è esattamente il processo di alienazione-reificazione descritto da Karl Marx fin dal 1844 (nei suoi Manoscritti economico-filosofici). Un solo esempio: «L’oggetto che il lavoro produce, il prodotto del lavoro, si contrappone ad esso come un essere estraneo, come una potenza indipendente da colui che lo produce. Il prodotto del lavoro è il lavoro che si è fissato in un oggetto, è diventato una cosa, è l’oggettivazione del lavoro. La realizzazione del lavoro è la sua oggettivazione. Questa realizzazione del lavoro appare nello stadio dell’economia privata come un annullamento dell’operaio, l’oggettivazione appare come perdita e asservimento dell’oggetto, l’appropriazione come estraniazione, come alienazione».

Qui è solo il caso di osservare, contro le interpretazioni volgari e stataliste del pensiero marxiano, che quando l’umanista di Treviri parla di «economia privata» non intende alludere semplicemente ai singoli proprietari privati dei mezzi di produzione/distribuzione, ma in primo luogo al rapporto sociale capitalistico in quanto tale. Il Capitalismo sorge storicamente attraverso la violenta separazione (privazione) del produttore immediato dai mezzi di produzione e dal prodotto del suo lavoro. Quella capitalistica rimane un’«economia privata» nel senso marxiano del concetto anche quando la proprietà giuridica dei mezzi della produzione e della distribuzione fosse interamente nelle mani dello Stato, e difatti soprattutto Engels, che ebbe modo di osservare una fase abbastanza avanzata del processo di monopolizzazione delle attività industriali e finanziarie, individuò nel Capitalismo di Stato la forma più matura dell’economia fondata sullo sfruttamento del lavoro salariato.

«Robot e occupazione? Una partita tutta aperta se la smettiamo con i catastrofismi. Non c’è nulla da fare. La paura e l’incertezza vanno forte e si scatena la guerra dei numeri». Purtroppo è la guerra di classe che langue! O, più esattamente, è il Capitale che in questa fase storica non smette di muovere guerra ai lavoratori, “manuali” o “intellettuali” che siano. Bentivogli invita l’opinione pubblica, e soprattutto i lavoratori, a non scivolare nel catastrofismo, suggestione distruttiva che, a detta di tanti opinionisti e politologi, porterebbe molta acqua al mulino del famigerato “populismo”. In realtà catastrofica è in primo luogo la società capitalistica mondiale in quanto tale, e non tanto – o non solo – la tecnologia che il Capitale impiega per sfruttare gli uomini e la natura. D’altra parte la stessa configurazione tecno-scientifica di una società è intimamente intrecciata con i rapporti sociali che dominano la sua prassi, a cominciare dalle attività idonee e produrre sempre di nuovo le condizioni “materiali” di esistenza degli individui, e con esse gli stessi rapporti sociali, in un circolo che oggi è, più che vizioso, semplicemente disumano, catastrofico per gli uomini e per la natura.

«Un’umanità socialmente sviluppata» (Marx); «un’umanità al suo livello più alto» (Schopenhauer); «una più elevata formazione economica della società» (Marx); insomma, una Comunità autenticamente – o semplicemente – umana sarebbe in grado di controllare fin nei dettagli la totalità delle attività umane produttive, cosa che risulta impossibile in una società dominata dagli interessi che fanno capo al Moloch, al Capitale. Per dirla con Bentivogli, fermare la bronzea legge del profitto è velleitario, «è pensare di fermare l’acqua con le mani». Impossibile! Ma noi non abbiamo a che fare con l’acqua…

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Perle ai porci

PERLE AI PORCI

Non gettate le vostre perle davanti ai porci,
perché non le calpestino con le loro zampe.

Francesco Borgonovo sulla Verità di ieri ha citato da par suo il noto comunista di Treviri: «In una società comunista, spiegò una volta Karl Marx, la produzione sarà organizzata in modo tale da permettere all’uomo “di fare oggi questa cosa, domani quell’altra”. In una società del genere, io potrei, “la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi vien voglia, senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore né critico”». Vediamo come Borgonovo chiosa la perla marxiana: «Mi ridurrei a vivere una vita senza scopo, cercando di tenermi impegnato in qualche modo». Perle ai porci, verrebbe da dire sulla scorta di certe interpretazioni della «stravagante utopia» marxiana.

La celebre battuta marxiana, che con ironia sconta la ”materialistica” circostanza per cui nessuno è in grado di prevedere i modi in cui gli esseri umani eventualmente liberati dalla maledizione del lavoro capitalistico userebbero il loro prezioso tempo, si trova ne L’ideologia tedesca (1),un capolavoro scritto tra il 1845 e il 1846, pubblicato per la prima volta nel 1932, che invito a leggere a chi volesse farsi un’idea abbastanza precisa di cosa Marx ed Engels intendessero per comunismo. Chi si è fatto un’idea del comunismo sulla base delle molte versioni volgari di “marxismo” che continuano a circolare, leggendo quel testo rimarrebbe forse sorpreso dalla vera e propria apologia dell’individuo che vi si trova, a testimonianza del fatto che nella società borghese l’individualismo non è che una menzogna (un’ideologia) intesa a celare la reale subordinazione degli individui atomizzati alle bronzee leggi del Capitale. Il marketing pubblicitario e politico (una distinzione puramente formale!) ci vuole convincere che tutto ruota intorno al cittadino, mentre tutti noi, come consumatori, lavoratori, contribuenti, utenti e quant’altro sperimentiamo una ben diversa realtà: ruotiamo sempre più vorticosamente intorno alle esigenze dell’economia fondata sul profitto.

Come ho scritto nel precedente post, in tanti (Santi Padri inclusi) continuano a illudersi di poter in qualche modo imbrigliare, moralizzare, temperare, umanizzare (sic!) la mostruosa Cosa capitalistica, ma 171 anni dopo la stesura del citato testo marxiano non mi sembra che l’umanità ne sia venuta minimamente a capo, anzi! Gran parte delle stesse riflessioni intorno alle opportunità e ai rischi (2) della robotizzazione dell’intera prassi sociale dimostrano come il potere sociale del Capitale sia enormemente cresciuto dall’epoca in cui Marx dichiarò al mondo che lo stesso sviluppo capitalistico rendeva finalmente possibile la fuoriuscita di tutti gli individui dalla dimensione classista del dominio e dello sfruttamento – degli uomini e della natura. Il Comunismo non come generalizzazione della miseria (3), come pensa anche Borgonovo (secondo il quale ciò che ci prospettano i robot «Non è libertà: è l’Urss 4.0.»), ma all’opposto come generalizzazione della ricchezza. Non tutti egualmente poveri, ma tutti ricchi: ricchi di libertà, di umanità, di creatività, di felicità, di possibilità. Solo il negletto individuo dei nostri miserabili tempi può vedere nel lavoro capitalistico una fonte di gioia e di dignità e può pensare il tempo libero umanizzato come tempo inutile, sprecato, noioso, privo di scopo. Scrive infatti Borgonovo a proposito delle “tecnologie intelligenti”: «Le nuove tecnologie, in buona sostanza, libereranno la società dal fardello del lavoro. […] Come i filosofi dell’antica Grecia, gli uomini senza lavoro avranno tempo per dedicarsi all’”ozio creativo”. Saranno tutti riposati, colti, e felici». Una vera tragedia! Tutti gli uomini saranno (potrebbero essere) «riposati, colti, e felici»: occorre assolutamente scongiurare una simile sciagura! Bisogna essere davvero profondamente alienati, reificati e disumanizzati per inorridire dinanzi alla possibilità di una piena libertà umana.

Ci sono uccelli cresciuti in cattività che, se liberati, ritornano subito nella vecchia gabbia, semplicemente perché non hanno conosciuto un altro mondo, non hanno sperimentato un diverso modo di vivere. Anche noi non siamo abituati alla libertà e allo spazio aperto. È questa la vera tragedia che ci tocca vivere, la tragedia di una condizione umana lacerata dalla tensione, via via crescente, generata dall’attualità del Dominio e dalla possibilità della Liberazione, una tensione che si manifesta in mille modi, spesso dolorosi e insospettati, nonché fonti di reddito per molte figure professionali.

E qui ritorniamo alla battuta marxiana, la quale si inseriva appunto in una riflessione intorno alla possibilità/necessità di superare la condizione disumana degli individui in regime capitalistico, in vista dell’«individuo totale» («onnilaterale»), attraverso la «liberazione di ogni singolo individuo». Infatti, scriveva Marx, «nel mondo attuale il libero sviluppo dell’individuo completo è reso impossibile» (p. 254). Da che cosa? Dalla divisione degli individui in classi sociali e dalla divisione sociale del lavoro: «Se gli operai, per esempio, nella loro propaganda comunista affermano che la vocazione, la determinazione, la missione di ciascun uomo è di svilupparsi sotto tutti i punti di vista, di sviluppare tutte le sue capacità, per esempio anche la capacità di pensiero», in ciò occorre vedere la loro intenzione di andare oltre «l’individuo come è, mutilato a sue spese dalla divisione del lavoro e sussunto sotto una vocazione unilaterale. […] La realizzazione universale dell’individuo cesserà di essere rappresentato come ideale, come vocazione, ecc., solo quando l’impulso universale che sollecita le capacità degli individui a svilupparsi realmente, sarà passato sotto il controllo degli individui come vogliono i comunisti» (p. 291). Come già detto, oggi gli individui sono, a vario titolo e a diverse gradazioni, sotto il pieno controllo del Capitale, un controllo che si fa di ora in ora (e forse di minuto in minuto!) sempre più globale e totalitario. E difatti, nel robot è sbagliato («feticistico») vedere una macchina che “ci ruba” il lavoro, bensì, per dirla sempre marxianamente, «capitale costante» in grado di rendere più produttiva di plusvalore (prim’ancora che di “beni e servizi”) la capacità lavorativa sottoposta a scientifico sfruttamento.

«Le macchine», conclude scoraggiato Borgonovo, «non si limiteranno a cancellare la fatica, ma cancelleranno pure il lavoro: benvenuti nella quarta rivoluzione industriale. Che fare, dunque? Il dibattito è in corso, ma è in forte crescita la corrente di pensiero che auspica la “fine del lavoro”. Il primo a occuparsi a fondo della questione fu, nel 1995, Jeremy Rifkin. Egli teorizzò l’avvento di una era di “post mercato”, in cui i lavoratori inutili sarebbero stati drenati verso il terzo settore, cioè il volontariato, e retribuiti tramite “salari fantasma”. Di fatto, tutto ciò sta già avvenendo. Oggi, anche in Italia: pensate a quanti giovani (stagisti, assistenti universitari, apprendisti) lavorano senza percepire un regolare compenso. Tutti costoro sono vittime dell’innovazione tecnologica e della globalizzazione sregolata che costringe gli umani a competere con i robot, una sfida persa in partenza. Ed ecco la soluzione offerta dai guru della Silicon Valley e da una bella fetta dell’intellighenzia progressista. Constatato che la tecnologia cancella il lavoro, essi suggeriscono che la risposta non dev’essere fermare la tecnologia. Bensì spingere ancora di più sull’innovazione, in modo che il lavoro sia cancellato una volta per tutte. Come si manterranno allora le persone? Semplice: con un sussidio statale, un reddito di cittadinanza, magari finanziato proprio tassando i robot, come ha proposto la divinità digitale chiamata Bill Gates». Detto che, in regime capitalistico, la tecnologia non elimina semplicemente il lavoro (salariato, cioè mercificato e sfruttato), ma, come si diceva sopra, in primo luogo essa rende più produttivo il «lavoro vivo» residuale, per cui la «fine del lavoro» di Jeremy Rifkin appare ai miei occhi un modo raffinato di nascondere, per un verso l’aumentato tasso di sfruttamento dei lavoratori e, per altro verso, il loro deprezzamento (la svalorizzazione della capacità lavorativa sul mercato del lavoro è un fenomeno a cui concorre anche la globalizzazione capitalistica, la quale mette a diretta e immediata concorrenza i salariati di tutto il pianeta); detto questo, non necessariamente l’umanità è costretta a scegliere tra le diverse opzioni capitalistiche, più o meno realistiche e chimeriche, più o meno di “destra” (liberiste) o di “sinistra” (stataliste) presenti sul mercato delle idee e delle proposte politiche. Dite che sto pensando alle perle di Marx, alla sua «stravagante utopia»? Lo avete detto voi!

La tassa sui robot di Bill Gates e i «robot umanoidi a cui l’Ue pensa di concedere diritti», mi hanno riportato alla mente (che parola impegnativa!) quanto scrisse una volta il giovane Marx a proposito dei cani: «L’imperativo categorico [è] rovesciare tutti i rapporti nei quali l’uomo è un essere degradato, assoggettato, abbandonato, spregevole, rapporti che non si possono meglio raffigurare che con l’esclamazione di un francese di fronte ad una progettata tassa sui cani: poveri cani! Vi si vuole trattare come uomini!» (4). Poveri robot!

(1) «E infine la divisione del lavoro offre anche il primo esempio del fatto che fin tanto che gli uomini si trovano nella società naturale, fin tanto che esiste, quindi, la scissione fra interesse particolare e interesse comune, fin tanto che l’attività, quindi, è divisa non volontariamente ma naturalmente, l’azione propria dell’uomo diventa una potenza a lui estranea, che lo sovrasta, che lo soggioga, invece di essere da lui dominata. Cioè appena il lavoro comincia ad essere diviso ciascuno ha una sfera di attività determinata ed esclusiva che gli viene imposta e dalla quale non può sfuggire: è cacciatore, pescatore, o pastore, o critico, e tale deve restare se non vuol perdere i mezzi per vivere; laddove nella società comunista, in cui ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere, la società regola la produzione generale e appunto in tal modo mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi vien voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico» (K. Marx-F. Engels, L’ideologia tedesca, Opere, V, p. 33, Editori Riuniti, 1972).
(2) «Questo sviluppo delle forze produttive (in cui è già implicita l’esistenza empirica degli uomini sul piano della storia universale, invece che sul piano locale) è un presupposto pratico assolutamente necessario anche perché senza di esso si generalizzerebbe soltanto la miseria e quindi col bisogno ricomincerebbe anche il conflitto per il necessario e ritornerebbe per forza tutta la vecchia merda (ibidem, p. 34).
(3) Scrive Borgonovo: «Tanto per cominciare, resta da vedere se le intelligenze artificiali e i robot umanoidi (a cui l’Ue pensa di concedere diritti) si riveleranno docili schiavi al servizio degli umani». Qui il feticismo tecnologico raggiunge livelli davvero elevatissimi, come in tutte le “utopie negative” che paventano la “rivolta delle macchine”, una paura che esprime il dominio della Cosa capitalistica (la «potenza a lui estranea, che lo sovrasta, che lo soggioga, invece di essere da lui dominata») sugli individui. La scorsa settimana una “trasmissione di successo” alla TV aveva per tema il rapporto tra lavoro e nuove tecnologie. Titolo: Licenziati dai robot. Ma i robot non licenziano nessuno! È il Capitale che assume, sfrutta e licenzia. E che diamine! A un certo punto, vittima anch’io del maledetto velo tecnologico, stavo per aprire sul web un comitato di solidarietà con i robot. Titolo del comitato: Basta con la criminalizzazione dei robot! La sola cosa intelligente del programma è uscita dalla bocca di Mario Seminerio, economista bocconiano e animatore del Blog Phastidio, il quale a proposito della proposta di Bill Gates di tassare ogni nuovo robot acquistato dalle aziende ha detto: «La filantropia è la conservazione dell’esistente con altri mezzi». Io avrei detto: la conservazione del dominio sociale capitalistico, ma non m’impicco ai “particolari”, diciamo.
(4) K. Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel, in Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico, p. 168, Editori Riuniti, 1983.

SUL POTERE SOCIALE DELLA SCIENZA E DELLA TECNOLOGIA

Alcune riflessioni intorno alla natura storico-sociale della scienza e della tecnologia, sul concetto di uso capitalistico delle macchine, sul “neoluddismo” e sulla possibilità di una scienza e di una tecnica pienamente – o semplicemente – umane.

kazimir-severinovich-malevich-peasant-woman-with-buckets-and-a-childDopo millenni di illuminismo, il panico
torna a calare su di una umanità il cui
dominio sulla natura, in quanto dominio
sugli uomini, supera di gran lunga, in fatto
di orrore, tutto ciò che gli uomini ebbero
mai a temere dalla natura.
T. W. Adorno, Minima moralia.

Il capitale, forzando la scienza a servirlo,
costringe sempre alla docilità la mano ribelle
del lavoro (A. Ure, La filosofia delle manifatture).
E non solo la mano, se posso chiosare.

La miseria viene non tanto dagli uomini,
quanto dalla potenza delle cose.
E. Buret, Corso di economia politica.
Ma la «potenza delle cose» non è che la
potenza del Capitale!

La razionalità tecnica di oggi non
è altro che la razionalità del dominio.
M. Horkheimer, T. W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo.

Qui di seguito riprendo parte delle considerazioni che su alcuni aspetti del capitalismo del XXI secolo ho svolto in diversi scritti (1) nel tentativo, non so quanto riuscito, di proiettare un cono di luce soprattutto su un punto del tema da me affrontato, la cui grande rilevanza teorica e politica certamente non sfuggirà al lettore, ossia sull’intima e inscindibile relazione che corre tra l’uso (capitalistico) della tecnologia e della scienza e la loro natura storico-sociale (capitalistica). Infatti, e sostenendo questo non credo di affermare chissà quale perla di saggezza “materialistica”, non ha senso alcuno parlare di scienza e di tecnologia prescindendo dal contesto storico-sociale che rende possibile la ricerca scientifica e la sua – oggi sempre più puntuale e rapida – applicazione tecnologica . Si tratta piuttosto, almeno per chi come me non è un intellettuale e si considera piuttosto un militante anticapitalista, di riempire di significati “filosoficamente” e politicamente orientati il concetto stesso di «contesto storico-sociale», così da mostrare fino a che punto l’attuale tecnoscienza sia – necessariamente – implicata nella produzione della Società-Mondo del XXI secolo. Il potere sociale della scienza e della tecnologia come potere sociale del Capitale, un potere che si fa sempre più oltreumano e disumano: è questa la tesi di fondo che informa la presente riflessione.

Questo sforzo critico mi appare tanto più significativo alla luce delle teorie che, di fatto, tendono ad accreditare non solo la possibilità ma persino la realtà, hic et nunc, di una tecnoscienza alternativa, se non addirittura rivoluzionaria, che si starebbe radicando ed espandendo nel seno del cosiddetto Capitalismo delle piattaforme, altrimenti detto Capitalismo cognitivo, oppure Capitalismo bio-cognitivo o altro ancora – in una sorta di gara a chi la spara più postmoderna in fatto di definizioni. «Per questo», scrive ad esempio Andrea Fumagalli, «diventa sempre più imprescindibile dotarsi di strumenti tecnologici e finanziari per sperimentare forme di esodo costituente e sovversivo in grado di erodere sempre più l’area della produzione di valore di scambio a vantaggio della produzione dell’essere umano per l’essere umano». Erodere dall’interno il capitalismo, creare al suo interno modi di produzione alternativi, uscire gradualmente dalla sfera del lavoro salariato senza prima abbattere lo Stato borghese (che idea vetusta!): è una vecchissima ricetta riformista, già a suo tempo derisa e bastonata criticamente dal comunista di Treviri, che i proudhoniani in salsa comunarda di oggi ripropongono come se fosse un piatto confezionato con cibi gustosi e freschissimi. Quando leggo frasi del tipo «produzione dell’essere umano per l’essere umano» (dove? come? quando?) mi chiedo che razza di «essere umano» (e di “Comune”!) hanno in testa certi intellettuali. Mah!

In questa illusione tecnoscientifica mi pare di poter cogliere anche la riproduzione dello schema storico che ha visto i nuovi rapporti sociali di produzione imporsi già, almeno in parte, nel seno della vecchia società, dissolvendola gradualmente con l’acido corrosivo della prassi sociale. Il potere economico della borghesia, ad esempio, storicamente si affermò nella società prima che i nuovi ceti imprenditoriali, commerciali e finanziari (una distinzione che nella genesi del capitalismo ha un valore molto relativo) assumessero in prima persona la direzione politica dello Stato, ponendo con ciò le basi per la rivoluzione capitalistica che conosciamo. Applicare questo schema storico nella società dominata dal Capitale non tiene conto, tra l’altro, di un fatto macroscopico e decisivo: «la classe storicamente rivoluzionaria» del XXI secolo non ha i mezzi, cioè i capitali, per affermarsi nella società sul piano economico senza prima spezzare il potere politico posto a difesa dei vigenti rapporti sociali capitalistici. A meno che non si pensi a una «classe  storicamente rivoluzionaria» di nuova concezione, la cui esistenza – o possibilità – non è colta dal mio modestissimo radar cognitivo, e anche questa è un’ipotesi da non scartare.

Con i miei diversi scritti sulla tecnoscienza e sul feticismo tecnologico ho inteso – e intendo – offrire il mio modesto contributo all’elaborazione di una critica autenticamente radicale del vigente regime sociale colto nella sua compatta, complessa, contraddittoria e bellicosa totalità; un regime sociale la cui conservazione ha molto a che fare con il continuo e sempre più rapido rivoluzionamento dei processi produttivi, della logistica, dei mercati (“reali” e finanziari), dei consumi e della nostra stessa esistenza. Più che “liquida”, come sostiene la teoria del celebre sociologo polacco Zygmunt Bauman scomparso recentemente, la vita mi appare impalpabile, proprio come vuole l’ideologia dell’immaterialità oggi alla moda, e chi non riesce, per un qualsiasi motivo, a tenere il passo delle innovazioni (tecnologiche e sociali); chi non è sufficientemente impalpabile e flessibile secondo le necessità dei tempi, non ha alcuna chance di uscire indenne dal Controllo di Qualità Totale che ha i suoi uffici aperti dappertutto e ventiquattro ore al giorno, ed è messo cordialmente alla porta: «Scartato! Si ripresenti dopo una consona riqualificazione». Per moltissima gente la vita impalpabile è dura come l’acciaio e il pensiero critico nuota controcorrente in un mare di acqua gelida. Questo sempre a proposito di “vita liquida”.
Come spesso mi capita, anche questa volta non ho trovato il tempo di rivedere i miei appunti, che difatti pubblico “tali e quali”, per usare il gergo caro a chi si occupa dei rifiuti, ossia senza alcuna revisione e correzione di qualche genere, confidando nella benevolenza del lettore. Mi scuso comunque per le eventuali ripetizioni di frasi e concetti.

1.
Per l’uomo vivere in società – o comunità – non rappresenta una maledizione, antropologica o divina che sia, come hanno sostenuto in passato – e come sostengono ancora oggi – non pochi filosofi e teologi, ma un’ineliminabile condizione di esistenza; la dimensione sociale è per l’uomo, almeno per l’uomo come lo conosciamo da svariati millenni, la sua stessa prima natura, prescindendo dalla quale non avremmo ciò che definiamo, appunto, uomo, nemmeno come sua semplice possibilità. La vecchia distinzione tra prima (quella naturale) e seconda natura (quella sociale) non tiene conto della totalità dialettica di elementi naturali e sociali che conferiscono alla specie umana la sua peculiarità e unicità su questo pianeta. Si tratta quindi, almeno per chi scrive, di immaginare una Comunità in grado di assicurare agli individui condizioni di esistenza pienamente – o semplicemente – umane: è ciò che chiamo, anche qui con scarsa originalità, Comunità Umana (2). Due condizioni, sotto questo aspetto, mi appaiono imprescindibili: il superamento della divisione classista degli individui e della stessa divisione sociale del lavoro, almeno come ce l’ha  consegnata il lungo retaggio storico che ci sta alle spalle (mi riferisco in primo luogo alla divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, la cui cattiva sostanza si ripropone in forme sempre nuove), e la creazione di condizioni materiali in grado di non esporre la Comunità umana al rischio di ricadere nel cieco dominio della natura e dei bisogni vitali, perché in tali circostanze potrebbe ritornare, per dirla con Marx, «tutta la vecchia merda» che ha preparato il terreno alla genesi della società divisa in classi. La paura, la scarsità e la miseria non sono mai state delle buone consigliere.

L’uomo è tale (naturalmente, storicamente e socialmente) nella misura in cui oppone resistenza, “materiale” e “spirituale”, alle cose e agli eventi, e non li subisce passivamente. Come ho scritto altre volte, balbettando abbastanza ignobilmente concetti hegelo-marxiani, l’uomo è la specie che pone la mediazione: «Medio, dunque esisto!». L’uomo pone il mondo come una mediazione tra sé e l’ambiente circostante, e lo fa naturalmente, spontaneamente, cioè a dire prima che la cosa diventi oggetto della sua riflessione, la quale peraltro non tarda a bussare alla sua porta: ed ecco la filosofia, la scienza, l’arte, la religione, e così via. Mediare significa comprendere, trasformare e padroneggiare il mondo, tanto quello “esterno” quanto quello “interno”, e senza soluzione di continuità reale e concettuale tra questi momenti: nel caso dell’uomo è impossibile immaginare un impulso ad agire per soddisfare una necessità vitale che sia privo di un qualche fondamento razionale, non importa quanto “sofisticata” e adeguata alla “verità oggettiva” sia la sua manifestazione.  «Gli uomini si distanziano col pensiero dalla natura per averla di fronte nella posizione in cui dominarla» (3). Padroneggiare il mondo con la testa e con le mani: questo concetto solo a certe condizioni designa una situazione di dominio e di sfruttamento della natura e degli individui.  Inutile dire che la scienza e la tecnica svolgono una grande funzione nella dialettica storico-sociale qui solo sfiorata; che contributo esse possono dare alla genesi e al mantenimento di una Comunità che fosse realmente umana?

2.
La scienza ha da sempre precisi connotati di classe; non perché, come appare ovvio, le leggi che essa scopre nella natura siano in qualche modo dettate dagli interessi economici e politici che fanno capo alle classi dominanti, ma nel senso che per un verso le scoperte scientifiche sono messe al servizio di quelle classi, e solo per questo esse assumono una dimensione genericamente sociale; e per altro verso la stessa esistenza della scienza e il suo progresso si danno sempre e necessariamente nel seno di una peculiare formazione storico-sociale. Sotto questo aspetto appare interessante quanto ebbe a scrivere Marx a proposito delle scoperte darwiniane: «È notevole il fatto che, nelle bestie e nelle piante, Darwin riconosce la sua società inglese.  Mentre Hegel nella Fenomenologia raffigura la società borghese quale “regno animale dello spirito”, in Darwin il regno animale è raffigurato quale società borghese» (4). E tuttavia nessuno – salvo i creazionisti e i teorici dell’Intelligent Design – può negare obiettività scientifica alle scoperte del grande scienziato inglese circa il processo di selezione naturale di animali e piante. Come si esprime la condizione sociale del XXI secolo nell’immagine scientifica del mondo che hanno in testa gli odierni scienziati? Un tema affascinante e importante che qui non tenterò nemmeno di abbozzare – anche per evitare di dire troppe sciocchezze!

D’altra parte la realtà oggettiva osservata dalla scienza non ci è data mai alla coscienza in modo immediato, nella sua purezza “ontologica”, come vuole il realismo ingenuo, ma appunto con la mediazione delle leggi scientifiche che vengono fuori dal processo conoscitivo, il quale non si limita affatto a rispecchiare il “mondo esterno”, come sostiene quella teoria “riflessiva” che oppone alla concezione metafisica di matrice idealistica (il mondo come mera rappresentazione del soggetto, come sua creazione mentale e sensoriale) una speculare concezione metafisica – l’oggettività del mondo come assoluta realtà che prescinde da qualsivoglia mediazione soggettiva. Per me invece la mediazione soggettiva si dà, eccome; ma per quanto mi riguarda essa non riguarda il soggetto robinsoniano della conoscenza, l’individuo isolato – “solipsistico” – che osserva e fa esperienza del mondo, ma la prassi sociale umana considerata nella sua totalità e nella sua peculiarità storico-sociale. Ma su questo aspetto del problema rinvio ai miei modesti appunti filosofici (5). Chiudo dunque la breve parentesi “gnoseologica” e riprendo il filo del discorso.

L’aspetto critico che occorre mettere a fuoco non è dunque rappresentato, almeno in questa sede, dalle leggi naturali che la scienza scopre nella natura, ma piuttosto dalle modalità teoriche e pratiche delle scoperte scientifiche, le quali rinviano direttamente alle pratiche e alle condizioni sociali che le traggono, per così dire, dall’astratta possibilità e conferiscono loro esistenza ed efficacia sociali. Come si dice, il problema sta “a monte” della scoperta, ossia in ciò che le sta alle spalle storicamente e socialmente; ed esso sta anche alle spalle del soggetto della scoperta, il quale può benissimo essere un genio assoluto nella sfera di indagine che lo interessa e lo occupa e non capire nulla di essenziale della prassi sociale generale che pure lo determina nella sua qualità di scienziato che in ottima fede crede di operare solo nell’interesse della verità e del bene comune. E come mi capita sempre, a questo punto mi viene in mente Einstein!  Mi scuso con i suoi numerosi cultori.

Per comprendere fino a che punto la conoscenza tecnica e quella scientifica (sempre posto il carattere relativo di questa distinzione) siano socialmente determinate, è sufficiente ricordare come le prime nozioni scientifiche e le prime applicazioni tecniche di esse sono state generate da esigenze riconducibili immediatamente alla sfera economico-organizzativa: misurare campi, dividere campi, misurare quantità discrete di cibo, immagazzinare cibo, tenere una contabilità dei generi di prima necessità, misurare il livello dei corsi d’acqua (e la quantità di limo: è il caso del Nilo ai tempi dell’Antico Egitto), creare argini lungo i fiumi, creare bacini artificiali, scambiare prodotti, viaggiare, registrare esperienze e osservazioni di vitale importanza (quel frutto è velenoso, quell’altro è commestibile, quella pianta è curativa, ecc.) e così via. La matematica, la geometria, l’astronomia, la fisica “teorica” e “applicata” eccetera sono dunque nate per rispondere a precise e vitali esigenze umane (6), e subito hanno alimentato la straordinaria creatività intellettuale degli uomini, che peraltro si è manifestata assai precocemente, già nei dipinti e nei manufatti artistici del Neolitico – ma già nel Paleolitico troviamo mirabili e potenti segni della creatività umana, che aveva modo di dispiegarsi nell’arte mimetica. Come capì Marx, e in parte travisò Freud, anche il mondo dei sensi è già, nel caso dell’uomo, un mondo pienamente storico.

Per l’uomo fare e pensare, con la razionalità tipicamente umana estranea a qualsiasi altra creatura vivente, sono due momenti inscindibili. Con ciò non intendo affatto prospettare, o suggerire, una superiorità di qualche tipo dell’uomo in quanto specie rispetto agli altri esseri viventi, la cui “prassi” è guidata dall’istinto o da qualche forma di intelligenza di cui ci sfugge il significato e che spesso semplicemente ignoriamo: mi limito a registrare un fatto, il quale beninteso si esplica ed è concettualizzato in modi diversi nelle diverse epoche storiche. Nella Genesi biblica, ad esempio, possiamo apprezzare un’espressione già molto sofisticata, nonostante le apparenze contrarie, del rapporto uomo-natura, con l’uomo posto al centro del Creato. Tra l’altro, molti ecologisti “fondamentalisti” hanno rimproverato a Papa Francesco di non aver messo in questione, nella pur apprezzata Enciclica Laudato Si’, l’antropocentrismo biblico (7). Questo solo per dire che anche il fondamentale e inscindibile rapporto che lega l’uomo alla natura va considerato alla luce del processo storico-sociale, mentre una sua lettura astrattamente antropologica o astrattamente filosofica (declinazione teologica inclusa) non è in grado di offrirci idee capaci di coglierne l’essenza. Alludo anche a una cattiva ecologia, quella che individua appunto in supposti vizi originari antropologici o filosofici (vedi la «concezione antropocentrica» di Galilei e di Cartesio demonizzata dagli “ecosofisti”) la radice dello sfruttamento e della distruzione della natura ad opera dell’uomo. Il fatto è, appunto, che non è mai esistita un’astratta umanità, né idee scisse da una precisa situazione sociale, e dicendo questo so di non affermare tesi condivisibili solo dai “materialisti storici”.

Le società che si sono fin qui succedute hanno in comune tra loro un aspetto fondamentale, che a mio avviso rappresenta la chiave che permette di penetrare a fondo le più importanti “leggi sociali” (da quelle che informano la prassi economica a quelle che in larga misura spiegano il famoso vissuto quotidiano di ogni individuo): la divisione classista degli uomini. Soprattutto a ragione di ciò si può, anzi si deve senz’altro attribuire alla scienza lo status di creazione classista, e ciò ovviamente vale per ogni realizzazione dell’intelligenza umana degli ultimi cinquemila anni – secolo più, secolo meno. Insomma, fin dall’inizio la scienza, come ogni altra creazione dell’umano intelletto (arte, religione, filosofia, ecc.), porta impresso sulla fronte il marchio realizzato dal vero vizio d’origine delle civiltà che si sono succedute nei millenni: la divisione degli individui in classi sociali.

Ci sono poi altri aspetti della questione da considerare. Ad esempio, una scoperta scientifica può rafforzare la classe contingentemente al potere, che difatti normalmente finanzia artisti e scienziati, una distinzione che peraltro un tempo aveva ben poco senso; oppure può indebolirla, cosa che necessariamente si risolve in un rafforzamento della classe concorrente che aspira alla conquista del potere. Insomma, l’effetto della scoperta scientifica non è mai “neutro”, semplicemente perché, come già detto, essa “cade” sempre nella dimensione del sociale, la quale è più o meno contraddittoria, competitiva e antagonistica. Nell’epoca antica le classi dominanti di molte comunità guardavano con molto sospetto alla traduzione in termini tecnologici delle scoperte scientifiche perché temevano che l’introduzione di nuovi mezzi tecnologici (per quanto oggi essi ci possano apparire primitivi) potesse alterare i fragili equilibri sociali della comunità stabilitisi nel corso di parecchi decenni, se non di secoli, e ciò dava luogo a una mentalità conservatrice che non promuoveva lo sviluppo tecnoscientifico. Questa dialettica ha attraversato tutte le epoche storiche, ma è diventata più evidente e dirompente nel momento in cui ha preso piede e si è rafforzata la sempre più dinamica economia borghese. L’antiscientismo che caratterizzò la Chiesa Romana nel momento in cui l’ascesa dei ceti borghesi minacciò di archiviare per sempre l’ancien régime, si spiega soprattutto con la rivoluzionaria concezione dell’uomo e del mondo che germogliava dalle attività sociali, non solo di natura economica, promosse dai ceti borghesi.

A partire grossomodo dalla fine del XV secolo, la relazione tra tecnoscienza e sistema di dominio apparirà dunque in tutta la sua potente evidenza. Un nome su tutti mi viene in testa a tal proposito, quello di Leonardo da Vinci: «Non c’è dubbio alcuno», scriveva Henry Grossmann, «che Leonardo non solo conoscesse le più importanti leggi della moderna meccanica, idrostatica e idrodinamica, dell’ottica e dell’aerodinamica, e di altre scienze affini e formulasse esattamente queste leggi, ma anche che egli ponesse i principi di una compiuta immagine meccanicistica del mondo» (8). Qui è da sottolineare il legame ipotizzato tra ricerca scientifica e una peculiare concezione (meccanicistica, nella fattispecie) del mondo. Continua Grossmann: «Se la generalizzazione del metodo di produzione capitalistico si realizzò nel XVI secolo, per cui si poté parlare per la prima volta in questo periodo dell’”era capitalistica”, gli inizi del modo di produzione capitalistico (e questi soprattutto sono importanti per la chiarificazione delle basi della concezione borghese del mondo) sono da far risalire più indietro».  Secondo Marx, ad esempio, nell’Italia del Nord (Lucca, Venezia, Milano, Genova, Firenze) «si incontrano sporadicamente fin dai secoli XIV e XV» i primi promettenti inizi della produzione capitalistica, per non parlare dello sviluppo di quelle attività commerciali, monetarie e creditizie che diedero un decisivo contributo alla dissoluzione della società feudale. Trovo particolarmente interessante, anche ai fini della nostra riflessione, la tesi centrale che sta al cuore dell’interessante saggio di Grossmann qui citato, che egli sviluppò in polemica con la concezione gradualista, politicista e “idillica” di Franz Borkenau: «Il pensiero meccanicistico e i progressi della meccanica scientifica durante i centocinquanta  anni del suo sviluppo dalla metà del XV secolo [stanno nel] più stretto rapporto con la prassi delle macchine» (9). E in che rapporto stanno l’immagine del mondo che si forma nella testa degli individui del XXI secolo con la prassi delle macchine “intelligenti”? Nel più stretto rapporto, si capisce! Scherzi a parte, cercherò di ritornare su questo punto.

Assai presto il Capitale ha imparato a servirsi della scienza per espandere il proprio potere sociale sull’uomo e sulla natura; per Marx si può parlare di capitalismo nell’accezione moderna del concetto solo con l’uso metodico e sempre più diffuso della scienza e della tecnologia – una distinzione peraltro molto relativa e anzi sempre più evanescente – nel processo allargato della produzione. È questa rivoluzione tecnoscientifica che, sempre secondo Marx, segna il passaggio dalla «sottomissione formale del lavoro al capitale» (caratterizzata dall’estorsione di plusvalore assoluto) a quella «reale» (caratterizzata dall’estorsione di plusvalore relativo): «Nel caso della sottomissione reale del lavoro al capitale, […] si sviluppano le forze produttive sociali del lavoro e, con il lavoro su grande scale, si sviluppa l’applicazione di scienza e macchina nel processo di produzione immediato» (10). A un certo punto dello sviluppo capitalistico, la tecnoscienza diventa lo strumento di dominio e di sfruttamento di gran lunga più potente nelle mani del Capitale. Oggi, nell’epoca della sottomissione totale (o totalitaria: un concetto che investe l’intera società, l’intero mondo, l’intera esistenza degli individui) non solo possiamo affermare con sicurezza che la tecnoscienza si contrappone ai dominati come Capitale, nella sua qualità di rapporto sociale capitalistico (dalla Cosa feticistica al rapporto sociale che le dà senso e razionalità), ma che  tale contrapposizione non riguarda solo i luoghi di lavoro ma la società considerata nella sua generalità.

3.
Scriveva qualche mese fa Sandro Dell’Orco ricordando il 50° anniversario della pubblicazione di Dialettica negativa di Adorno: «Il problema non è solo abolire il capitalismo, ma lo stesso comportamento istintuale egoistico, il bellum omnium contra omnes, che lo produce e da cui è continuamente riprodotto. L’abolizione meramente economica del capitalismo – come i paesi socialisti hanno dimostrato – non solo non produce automaticamente la fine della condizione di possibilità del dominio, ma è compatibile con la sua degenerazione più brutale e totalitaria» (11). E qui veniamo a un tema a me assai caro, che però non svilupperò per l’ennesima volta, ossia alla vera natura sociale del cosiddetto «socialismo reale», la cui esistenza non dimostra affatto ciò che sostiene Dell’Orco, peraltro sulla scia di Adorno e della Scuola di Francoforte. Nell’ambito di quella Scuola fu soprattutto Herbert Marcuse che elaborò il concetto di «società industriale avanzata», seguendo il quale egli giun­se appunto ad assimilare il capitalismo occidentale con «le forme at­tuali di comunismo», dove l’errore evidentemente non stava in quella assimilazione, ma piuttosto nell’ac­creditamento comunista dei regimi “diversamente capitalisti” radicati in Russia, in Cina e altrove.

Scriveva G. D. H. Cole nel remoto anno di grazia 1961, in pieno boom economico postbellico: «La differenza fondamentale fra la civiltà occidentale moderna e tutte le altre civiltà che sono esistite in passato non è tanto che essa è dinamica mentre le altre erano statiche, perché la storia umana non è mai stata statica anche quando il ritmo delle trasformazioni tecnologiche era prossima a zero, quanto il fatto che le società industriali moderne hanno fatto del progresso, dell’ansia di cambiare, la loro seconda natura. […] L’uomo moderno è stato preso in un vortice immenso di sviluppo economico che finirà per inghiottirlo se egli non riuscirà a padroneggiare le forze che minacciano la società di distruzione» (12). Il concetto di società industriale moderna non coglie l’essenza della cosa: è il dominio sociale capitalistico, infatti, che ha fatto dello sviluppo economico un imperativo categorico e degli individui degli esseri sottoposti alla cieca brama di profitti. «L’uomo moderno» non ha mai padroneggiato le forze sociali che pure lui stesso realizza sempre di nuovo, soprattutto attraverso il lavoro, ma le ha piuttosto subite alla stregua di «potenze estranee e ostili». Oggi l’individuo è negato nella sua qualità di uomo, nell’accezione cara agli umanisti d’ogni tempo («l’uomo in quanto uomo»), e la società industriale moderna, ossia capitalistica, rappresenta e riproduce questa negazione. Come altri intellettuali del suo tempo vittime del velo tecnologico che copre la natura di classe della merce, della tecnoscienza e del lavoro salariato, Cole usava il concetto di società industriale moderna per dar conto anche del processo sociale in atto nei Paesi cosiddetti socialisti, i quali, pur avendo «un sistema economico radicalmente diverso dal capitalismo», erano tuttavia segnati da contraddizioni sociali e da problemi esistenziali (alienazione, reificazione, aggressività, ecc.) assai simili a quelli che si potevano osservare in Occidente, nei Paesi a capitalismo per così dire conclamato (13). Di qui, l’individuazione della causa di quelle contraddizioni e di quei problemi appunto nel processo tecnico industriale, concepito in sé come “sviluppista”, alienante, reificante e via discorrendo.

L’ansia di cambiamento di cui parlava Cole è in primo luogo l’ansia del capitale di intascare profitti, ed è precisamente questa brama che costringe la società capitalistica a continui e sempre più frequenti cambiamenti, non solo in economia, ma in ogni aspetto della prassi sociale, coinvolgendo in profondità la stessa sostanza psicosomatica degli individui. La dimensione del capitalismo oggi è il mondo e, insieme, il corpo stesso degli individui, una risorsa economica capitalisticamente davvero generosa, un mercato perfetto scandagliato e coltivato con ossessiva e maniacale cura dagli specialisti del marketing. La biopolitica pensata da Foucault si è col tempo radicalizzata proprio secondo le previsioni di A. Rüstow: «L’economia del corpo sociale [è] organizzata secondo le regole dell’economia di mercato». La distinzione “ontologica” tra «corpo sociale» e corpo umano tende a evaporare sotto la pressione del “sociale”; ogni sogno notturno è una potenziale domanda rivolta al mercato, il quale è sempre pronto a soddisfare le richieste del cliente, anche quelle più “bizzarre”. «L’assurdità del capitalismo totalitario, la cui tecnica di soddisfazione dei bisogni rende quella soddisfazione impossibile, tende alla distruzione dell’umanità. […] Tutti questi sacrifici superflui sono necessari» (14).

Purtroppo chi si pone il problema circa la possibilità di una scienza, di una tecnologia e di un’attività lavorativa umanamente orientate si trova a dover fare i conti con la solita – comprensibilissima ma del tutto infondata – obiezione: «Abbiamo visto com’è andata a finire in Russia, in Cina e negli altri Paesi socialisti!» E di certo gran parte degli articoli e dei saggi apologetici che in questi giorni celebrano i cento anni dalla Rivoluzione d’Ottobre non aiutano a fare chiarezza e anzi alimentano nella testa di alcuni la convinzione che il capitalismo non abbia una reale alternativa, e nella testa di altri, magari dei più esposti alle micidiali conseguenze della crisi e della ristrutturazione capitalistica, la cattivissima idea che dopo tutto il «socialismo reale» non fosse poi così male.

Continua qui.

(1) Ne cito solo alcuni: Capitalismo cognitivo e postcapitalismo. Qualunque cosa ciò possa significare; Capitalismo 4.0. tra “ascesa dei robot” e maledizione salariale; Accelerazionismo e feticismo tecnologico; Salvare il pianeta! Ma da quale catastrofe esattamente?; Aspettando il giorno del giudizio; Capitalismo e termodinamica. L’entropia (forse) ci salverà; Robotica prossima futura. La tecnoscienza al servizio del dominio.
(2) Di solito preferisco non adopero il termine “classico” Comunismo per non dare subito adito a odiosi equivoci, dal momento che per me 99 volte su 100 (e voglio essere di larga manica) nella storiografia e nella politologia con la parola Comunismo si allude a teorie e a prassi (pensiamo allo stalinismo in Unione Sovietica o al maoismo in Cina) che a mio avviso non solo non hanno nulla a che vedere con il progetto comunista, ma ne sono piuttosto l’esatto opposto, essendo ad esempio lo stalinismo e il maoismo non più che varianti nazionali e ideologiche del capitalismo mondiale. D’altra parte il concetto di Comunità Umana ingloba quello di Comunismo (nell’accezione marxiana del termine), il quale esprime immediatamente il carattere “economico” di una Comunità priva di classi sociali: la comunanza della “ricchezza sociale”. Il Comunismo come fondamento materiale di una Comunità umana: come volevasi dire!
(3) M. Horkheimer, T. W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, p. 44, Einaudi, 1996.
(4) Lettera di Marx ad Engels del 18 giugno 1862, in Lettere sul Capitale, p. 44, Laterza, 1971.
(5) Il mondo come prassi sociale umana. Sulla cosiddetta concezione materialistica; Bisogno ontologico e punto di vista umano.
(6) «Lo sviluppo della prima forma di scrittura della storia, quella sumera, è noto con buona precisione. Per millenni, i popoli della zona avevano inciso nell’argilla solidificata alcune semplici forme, utili ad esempio per il conteggio delle pecore o delle qualità di grano. Verso la fine del IV millennio a. C., alcuni progressi nei metodi contabili e la standardizzazione dei segni e delle tecniche portarono rapidamente alla nascita di una vera e propria scrittura» (J. Diamond, Armi, acciaio e malattie, p. 169, Einaudi, 2000).
(7) Vedi il post Qualche considerazione critica sull’enciclica francescana.
(8) H. Grossmann, Le basi sociali della filosofia meccanicistica e la manifattura, 1935, in A. V., Manifattura, società borghese, ideologia, pp. 72-75, Savelli, 1978.
(9) Ibidem, p. 94. «Tutte le contraddizioni qui illustrate in cui cade Borkenau non sono casuali, ma sono il risultato inevitabile del suo metodo, che assume come punto di partenza per l’analisi delle ideologie le lotte di partito. Con questo metodo egli vuole cogliere la legge fondamentale di una struttura architettonica spiegando la struttura del sesto piano a partire dal quinto, senza curarsi delle fondamenta e dei piani più bassi. Solo lo storico di oggi che guardi indietro può trarre dal materiale storico disponibile, attraverso un’analisi metodica delle forze produttive e dei rapporti di produzione dell’epoca, la totalità della sua situazione sociale, e solo a partire da questa ricostruzione complessiva può comprendere correttamente i singoli partiti e pensatori di questo periodo, ad esempio il programma di Machiavelli per l’unificazione d’Italia» (p. 128).
(10) K. Marx, Il Capitale, capitolo VI inedito, p. 63, Newton, 1976. La tecnoscienza ha il potere di allungare il segmento di giornata lavorativa dedicata alla generazione di plusvalore, ossia di valore-lavoro non retribuito con il salario, a parità di giornata di lavoro o addirittura con una giornata lavorativa più corta. La giornata di lavoro perde i suoi vecchi connotati assoluti e diviene una grandezza relativa. Il Capitale realizza questa “magia” rendendo più produttiva la capacità lavorativa, in modo che essa produca di più (e possibilmente meglio!) nel minor tempo possibile. Accorciamento della giornata di lavoro (ad esempio, da otto e sei ore); allungamento del tempo dedicato al pluslavoro a parità di giornata lavorativa); aumento della produttività; espulsione di capacità lavorativa resa pletorica dalla tecnologia: tutti questi fenomeni sono l’espressione di uno stesso processo sociale.
(11) S. Dell’Orco, Per il 50° anniversario della pubblicazione di Dialettica Negativa, Sinistrainrete.
(12) G. D. H. Cole, Storia economica del mondo moderno, pp. 176-177, Garzanti, 1961.
(13) In realtà, il «socialismo reale» (in Russia, in Cina, ovunque), lungi dall’essere «un sistema economico radicalmente diverso dal capitalismo» non era che un capitalismo di Stato (peraltro tutt’altro che “puro”!) a forte vocazione imperialistica, soprattutto sul versante “Sovietico”. Nel mio studio dedicato alla Rivoluzione d’Ottobre (Lo scoglio e il mare) provo a chiarire le cause e la fenomenologia della controrivoluzione che annientò totalmente le ancora fragili, limitate e contraddittorie conquiste rivoluzionarie rese possibili dal «Grande Azzardo» architettato dal Partito di Lenin.
(14) M. Horkheimer, T. W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo. p. 44.

CAPITALISMO 4.0. TRA “ASCESA DEI ROBOT” E MALEDIZIONE SALARIALE

kuka-blog-1«Dobbiamo avere paura dell’intelligenza artificiale?», si chiedeva giusto un anno fa Marco Morello su Panorama. La sua risposta aveva quantomeno il merito della chiarezza (ma solo quello per la verità): «Il cinema ci ha cresciuti suggerendoci che sì, dobbiamo avere paura. E tanta. Era diabolica la rete di Skynet che a ritmo esponenziale apprendeva e, presa coscienza di sé, faceva sfaceli in Terminator. Erano spietati assassini gli androidi di Io, robot, indifferenti e immuni alle sacre (per loro) leggi di Asimov. Persino nel recente Lei di Spike Jonze, favola tragica sull’amore che sboccia tra un uomo solitario e un sistema operativo, un’intelligenza artificiale genera dolore. Ferisce il cuore, la mente, oltre che il corpo. Tradisce l’ubriaco disordine dei sentimenti in nome delle logiche rigide, infinite e imperscrutabili dei bit. L’elenco di esempi, in verità, è sterminato. Tanto quanto i nessi tra grande schermo, letteratura e mondo reale sono semplicistici. Ma stavolta il dibattito non è ozioso, non si riduce a un banale esercizio di stile sulle probabili derive del futuro. D’altronde, sulle trappole dello strapotere di computer burattinai, algidi e crudeli si sono espressi negli ultimi mesi i principali artefici della tecnologia che è stata e che verrà». Tuttavia, è anche possibile che «i principali artefici della tecnologia che è stata e che verrà» leggano la realtà in modo distorto, o addirittura «a testa in giù», così da restituirci un mondo invertito, tale che lo strapotere del Capitale ci viene presentato, a noi che abbiamo una conoscenza appena superficiale della materia che essi invece maneggiano con tanta maestria (la cosiddetta Intelligenza Artificiale), come «strapotere di computer burattinai». Chi è il vero burattinaio? Riformulo la domanda: c’è un burattinaio? Cercherò di ragionare – che parola impegnativa! – intorno ai temi appena evocati. Come sempre, garantisco la più rigorosa disorganicità.

Nella sua interessante rubrica radiofonica settimanale A che punto è la notte (Radio Radicale), Roberto Sommella affronta spesso, e con un taglio che lascia trasparire un suo apprezzabile interesse per le “profezie” marxiane, il problema dell’impatto che le nuove tecnologie “intelligenti” hanno sul mondo del lavoro, in particolare, e sulla società in generale, come si evince anche da un mio post del novembre 2015, non a caso intitolato Marx e la sharing economy. Nella puntata dello scorso 14 ottobre si poteva ascoltare quanto segue: «In centocinquanta anni, l’utopia della dittatura del proletariato si è trasformata invece in un incubo per i lavoratori e per coloro che cercano lavoro: si tratta della prigione del precariato. Gli ultimi sconfortanti dati sulla tenuta occupazionale nel mondo occidentale fanno davvero riflettere. Pensate che una recente ricerca ha previsto che entro il 2025, sostanzialmente tra una decina d’anni, un lavoratore su due negli Stati Uniti sarà di fatto un freelance, un lavoratore autonomo, con tutto ciò che ne segue per le tutele previdenziali e assistenziali. Ma non è tutto. In Gran Bretagna, dove si discute ormai anche in modo abbastanza scomposto sulla tempistica della fuoriuscita dall’Unione europea, alcuni studi hanno evidenziato che dal 1995 ad oggi quasi quattro posti di lavoro su cinque creati in questo periodo di tempo non hanno permesso e non permetteranno a chi li ha occupati una pensione decente». Vogliamo parlare del lavoro precario nel nostro Paese e dell’oscuro futuro pensionistico che ci attende? Meglio stendere un velo pietoso e rimandare il suicidio! Oppure… Oppure diamo congedo alle mille paure che ci inchiodano alla chimera del “male minore” e scateniamo una bella lotta di classe generale avente come obiettivo nientemeno che la fuoriuscita dell’umanità dalla prigione del lavoro salariato, e non solo dal precariato cui ci condanna la dinamica capitalistica di questi tempi. D’altra parte per chi vive di lavoro salariato, la precarietà è sempre, come la guerra di cui parlava Primo Levi. «Quante strade deve percorrere un uomo prima che tu possa definirlo un uomo?». Di certo, egli deve percorrere la strada che lo porti fuori dalla dimensione capitalistica; non c’è altro da fare, checché ne pensino Dylan, Sommella e i corifei dell’Art.1 della Costituzione «più bella del mondo» (1). Chiudo la parentesi utopistica e riprendo il filo del discorso.

Da buon liberale/liberista quale è, Oscar Giannino teme un contraccolpo, per così dire luddista, dalle innegabili contraddizioni immanenti alla nuova rivoluzione tecnologica chiamata a ridefinire il concetto stesso di industria: dalle isole produttive gestite attraverso robot controllati da operai specializzati, secondo il superato schema “analogico” ancora aggrappato al modello fordista, al controllo digitale dell’intera filiera produttiva, dal design industriale alla realizzazione e assemblaggio finale. «Ci sono coincidenze che a volte si manifestano come cortocircuiti gravidi di significato. Così giovedì scorso, nella stessa giornata, due eventi a Napoli hanno segnato tangibilmente le macro contraddizioni del nostro tempo. Da una parte l’occasione concreta dello sviluppo e di un futuro migliore. Dall’altra un nuovo morso della crisi. Nelle stesse ore, per i primi 200 giovani selezionati ecco la cerimonia ufficiale dell’avvio della Apple Academy, che in pochi mesi da promessa di Tim Cook è diventata già realtà a san Giovanni a Teduccio. Mentre per 845 dipendenti di Almaviva a Napoli arrivava la comunicazione dell’avvio delle procedure per la riduzione del personale. […] L’ansia a Napoli di centinaia di nuovi disoccupati e la speranza di centinaia di giovani informatici che scommettono, dopo una dura selezione, di accrescere verticalmente grazie a Apple le proprie conoscenze di sviluppatori per mettersi sul mercato, sono a ben vedere due facce della stessa medaglia. Non solo è così per coincidenza temporale. Bisogna convincersene: per quanto a molti e anzi ai più possa apparire ingiusto e paradossale, sempre più fenomeni contrapposti analoghi a questi andranno di pari passo» (1).

Ma alle sfide che un Capitalismo globalizzato sempre più aggressivo ci lancia dalle nuove frontiere tecnologiche, la società nel suo insieme non deve reagire chiudendosi, lasciando libero campo alla sindrome luddista, la quale a suo tempo segnalò il fallimento di un’intera generazione di salariati inadatti al progresso tecno-scientifico; essa deve invece comprendere che quelle sfide annunciano l’avvento di un’epoca certamente problematica ed esigente – per le aziende come per i singoli individui – sul piano della competizione totale, ma anche piena di opportunità, di occasioni utili al nostro sviluppo economico e sociale. O anche l’Italia si adegua al mondo che cambia, senza chiudere gli occhi sulle difficoltà che la attendono sul terreno del suo necessario e non più rinviabile ammodernamento strutturale, oppure il Paese può considerarsi già morto sul terreno della competizione sistemica globale con gli altri Paesi. Ecco perché non bisogna guardare con sospetto, tutt’altro, al progetto Industria 4.0 che meritoriamente il Governo ha detto di voler implementare. L’Internet dei prodotti e dei processi non va demonizzato ma accettato come la sola opzione che ci rimane per rimanere agganciati al capitalistico carro del Progresso, e la scelta va fatta adesso, perché abbiamo già accumulato molto ritardo nei confronti dei nostri competitors più diretti: Germania, Inghilterra, Francia (2). Insomma, «ha torto chi teme che Industria 4.0 sia nemica del lavoro grazie ai robot».

Così, più o meno, la pensa Giannino, il quale non si arrende al “declinismo” che – sempre secondo lui – domina nella cultura della nostra classe dirigente (politici, imprenditori, intellettuali) da almeno vent’anni, e certamente da quando la “rivoluzione liberale” promessa da Berlusconi al momento della sua mitica (e per molti famigerata) discesa in campo si è rivelata essere la solita italianissima bufala.

Scrive il nostro simpatico (lo ammetto, ho gusti abbastanza discutibili!) apologeta del sistema capitalista: «Nella storia ha sempre avuto torto finora chi ha profetato che le tre precedenti rivoluzioni industriali avrebbero portato all’esplosione sociale. Malthus vi vedeva un limite fisico: il passaggio alla produttività industriale non sarebbe mai stato in grado si sfamare torme crescenti di neopoveri. Non è stato così, come hanno scoperto negli ultimi vent’anni India e Cina, e come nell’Ottocento scoprì l’Europa». Non vorrei essere di parte, ma mi vedo costretto a ricordare che fu Marx a confutare, sul piano della dottrina economica come su quello dell’evidenza empirica, la «progressione geometrica» malthusiana, mostrando come la miseria sociale non avesse, in regime capitalistico, alcun rapporto con le supposte bronzee leggi della natura. «Malthus non ha interesse a celare le contraddizioni della produzione borghese; al contrario, ha tutto l’interesse a metterle in evidenza, da un lato per dimostrare che la miseria delle classi lavoratrici è necessaria (è necessaria per questo modo di produzione), dall’altro per dimostrare ai capitalisti che, affinché essi abbiano un’adeguata domanda, è indispensabile un clero ecclesiastico e statale ben ingrassato» (3). Per certi versi le argomentazioni di Malthus richiamano certe preoccupazioni keynesiane intorno alla capacità di spesa della società: i consumatori non sono mai abbastanza! Sulle tesi neomalthusiane dei teorici della “crescita felice” ho scritto parecchio, e qui non posso che rimandare il lettore ai miei diversi post dedicati al tema.

Riprendiamo piuttosto il discorso di Giannino: «C’è stato chi a quel punto ha predetto che il limite vero non era fisico ma finanziario, perché il tasso di rendimento del capitale oltre una certa soglia sarebbe inevitabilmente caduto, divorando il capitalismo. Ma anche Marx ha fallito la predizione: checché ne pensi Piketty il tasso di accrescimento del reddito procapite e dei consumi ha puntualmente remunerato in maniera crescente il capitale investito, spingendo a nuove innovazioni». Detto incidentalmente che Piketty non ha nulla a che fare con Marx, nonostante il suggestivo titolo di un suo recente libro di successo, l’ubriacone tedesco non parlò mai di un limite finanziario allo sviluppo capitalistico, almeno come lo intende Giannino. Ritornerò dopo sul punto; adesso finisco la citazione: «Oggi, c’è chi come Larry Summers pensa che siamo in una stagnazione secolare, e allo stesso modo è convinto che la produttività non stia tenendo il passo con l’oceanica liquidità da remunerare: e tuttavia scambia la crisi del Vecchio Mondo con quella del pianeta. E ora, dal limite alla crescita fisico malthusiano a quello finanziario di Marx, è venuto il momento del limite immateriale di Internet? Il campo degli studi economici è puntualmente diviso, come a ogni rivoluzione industriale e della conoscenza. Se per esempio leggete Rise of the Robots dell’imprenditore di Silicon Valley Martin Ford, troverete opinioni non troppo diverse dall’ultimo filmato realizzato prima di morire da Gianroberto Casaleggio e appena diffuso qualche giorno fa, in cui si preconizza un fosco scenario in cui l’intelligenza artificiale prevarrà sugli umani, dividendoli sempre più tra pochi happy few e moltitudini di precari a bassissimi salari».

Per l’imprenditore americano citato da Giannino, i robot non solo non sono macchine idonee ad accrescere la produttività dei lavoratori, perché li sostituisce, semplicemente; ma il loro massiccio impiego spingerà l’umanità verso un tragico paradosso: a un certo punto solo pochissimi privilegiati potranno godere di un reddito sufficiente a comprare merci e servizi che pure verranno prodotti in enorme quantità e a bassissimo costo. In questo senso per Ford la robotica rappresenta «la tecnologia finale». In effetti, la società capitalistica non conosce uomini in quanto tali, ma solo “capitale umano” da mettere a valore, cioè da sfruttare in vista di un più che legittimo profitto, e consumatori in grado di pagare, ossia di trasformare il valore di scambio «cristallizzato» nelle merci in denaro: è questo il segreto del lavoro (salariato) su cui si fonda anche la nostra Repubblica. D’altra parte, come insegna sempre Marx, «La produttività del capitale consiste innanzi tutto nella coercizione al plusvalore. […] La definizione del lavoro produttivo poggia dunque sul fatto che la produzione del capitale è produzione di plusvalore ed il lavoro da essa impiegato è un lavoro che produce plusvalore. […] Dire che il processo di produzione crea capitale è solo una espressione per dire che esso ha creato plusvalore» (4). Come stanno insieme tutte queste cose nel Capitalismo del XXI secolo? Riformulo la domanda in termini critici: stanno insieme tutte queste cose nel Capitalismo del XXI secolo?

Certo è che il paradosso evocato dall’autore di Rise of the Robots praticamente mi costringe a citare la famosa (?) allocuzione tenuta dal noto comunista di Treviri il 14 aprile 1856 in occasione del quarto anniversario della fondazione del giornale cartista People’s Paper: «In questa nostra epoca ogni cosa sembra pregna del suo contrario. La macchina possiede il meraviglioso potere di abbreviare il lavoro e di renderlo più produttivo: ciononostante, la vediamo affamare e logorare i lavoratori. Per effetto di qualche strano maleficio le nuove fonti di ricchezza si trasformano in fonti di miseria. Le vittorie della tecnica sembrano ottenersi a prezzo della degradazione morale. A misura che l’umanità si impadronisce della natura, l’uomo pare diventare schiavo dei suoi simili o della propria infamia. Si direbbe che tutti i nostri progressi inseguano un solo fine: dotare di vita e di intelligenza le forze materiali e degradare la vita umana. Questo contrasto dell’industria e della scienza moderne, da una parte, e della miseria e dissoluzione moderne, dall’altra; questo antagonismo tra le forze produttive e i rapporti sociali della nostra epoca sono un fatto di un’evidenza schiacciante che nessuno oserebbe rifiutare. Alcuni partiti possono deplorarlo; altri possono auspicare la liberazione dalla tecnica moderna e, pertanto, dai conflitti moderni. […] Quanto a noi, non ci lasciamo ingannare dallo spirito perfido che ci segnala senza tregua tutte queste contraddizioni». La critica marxiana lascia che lo spirito perfido si burli dei riformatori sociali, mentre essa si adopera a mettere in piena luce le cause di quelle contraddizioni. Qui è appena il caso di ricordare che quando Marx parla di miseria non allude solo alle condizioni materiali dei proletari, alla loro ignobile condizione di individui costretti a vendersi sul mercato del lavoro in cambio di salario per sostenersi materialmente (5); egli allude piuttosto a una miseria sociale ben più vasta e generalizzata, a un’indigenza esistenziale (fatta di alienazione, di reificazione, di illibertà e quant’altro) che investe l’intero corpo sociale, anche se naturalmente le diverse classi sociali vivono questa condizione in modo diverso le une dalle altre in rapporto alla loro collocazione nella scala sociale e nella divisione sociale del lavoro: ad esempio, nel processo di alienazione che si realizza in una fabbrica il capitalista «vi trova assoluta soddisfazione, mentre l’operaio lo sperimenta come un atto di asservimento» (Marx). Tuttavia, la maledizione capitalistica del lavoro salariato, che presuppone e pone sempre di nuovo condizioni sociali disumane (ossia ostili a un’autentica esistenza umana), travalica i ristretti confini delle aziende e si abbatte come la peste nera sull’intero genere umano. Nella società capitalistica «l’azione propria dell’uomo diventa una potenza a lui estranea che lo sovrasta, che lo soggioga, invece di essere da lui dominata. […] Questo fissarsi dell’attività sociale, questo consolidarsi del nostro proprio prodotto in un potere obiettivo che ci sovrasta, che cresce fino a sfuggire al nostro controllo, che contraddice le nostre aspettative, che annienta i nostri calcoli, è stato fino ad oggi uno dei momenti principali dello sviluppo storico» potere sociale cioè la forza produttiva moltiplicata che ha origine attraverso la cooperazione dei diversi individui» (6). Leggiamo adesso ciò che scrive il “critico sociale” Marco Morello alla luce dei passi marxiani, e vediamo l’effetto che fa: «Il nodo, dunque, è uno: il controllo. Il rischio che ci sfugga di mano. Che diventi appannaggio esclusivo di chip in grado di gestire miriadi di dati, leggerli e tramutarli in decisioni infelici: mettendoci da parte, sostituendoci sul posto di lavoro, marginalizzandoci da un mondo per il quale non saremo poi così decisivi. Riuscendo a impigrirci, a trasformarci da utili a inutili. Levandoci il privilegio, l’esclusività del pensiero, il miracolo dell’invenzione. Fino a colonizzare il nostro stesso corpo, prendendone possesso con succedanei bionici un arto alla volta, un organo dopo l’altro. Sventolando come moneta di scambio la promessa dell’immortalità, della giovinezza eterna o supposta». Ecco la miserabile fine che fa la “biopolitica” lasciata nelle mani di chi rimane stregato dalla paradossale e «fantasmagorica» fenomenologia dei processi sociali. A questo “critico” dei fenomeni sociali mi sento di dire quanto segue: noi, intendo noi in quanto umanità, il controllo lo abbiamo perso da tantissimo tempo; la Cosa ci è sfuggita di mano da quando il potere sociale del Capitale ha conquistato l’intera società, l’intera nostra esistenza, l’intero pianeta, e prendersela con i chip, con i bit e con i robot fa appunto capire fino a che punto l’umanità subisce senza comprendere un mondo che pure essa stessa crea tutti i giorni con le sue proprie mani. Scriveva Max Horkheimer: «Responsabile dello sviluppo fatale non è la razionalizzazione del mondo, ma l’irrazionalità di questa razionalizzazione. La tecnica possiede gli uomini non solo sul piano fisico, ma anche su quello spirituale. Come nella teoria economica si parla talvolta di un velo del denaro, così oggi si dovrebbe parlare del velo tecnico. […] Ma per rimediare a questo stato di cose non serve il ritorno alla cultura, che rimarrebbe comunque chimerico, bensì lo sforzo, sorretto dalla teoria, di porre la tecnica al servizio di fini realmente umani» (7).

Cercherò di articolare meglio il concetto cui allude il «velo tecnico» parafrasando i passi marxiani che è possibile leggere nel Primo libro del Capitale, là dove Marx si sofferma sul «carattere di feticcio della merce» (8). Il carattere mistico della tecnologia non sorge dal suo uso ma semplicemente dal fatto che essa restituisce agli uomini, come sulla superficie di uno specchio, l’immagine dei caratteri sociali del loro proprio lavoro, facendoli apparire invece come caratteri oggettivi della stessa tecnologia, come sue proprietà sociali naturali. Questo «fantasmagorico» capovolgimento, questa relazione sociale stabilita tra gli uomini che appare in guisa di relazione fra oggetti materiali («le macchine intelligenti si parlano e si scambiano informazioni») è ciò che Marx designa appunto col nome, potentemente evocativo, di feticismo. A proposito della materializzazione – o reificazione: verdinglichung – dei rapporti sociali, della «personificazione delle cose e oggettivazione dei rapporti di produzione», Marx parlava nei termini di una «religione della vita quotidiana» (9). Dinanzi a questa specialissima religione, che ha nel denaro la sua massima espressione, non c’è ateismo che tenga.

Nel novembre del 2014, commentando la «crisi esistenziale» (economica, politica, istituzionale, religiosa, identitaria, razziale) che sembra attanagliare gli Stati Uniti ormai dal 2007, Enrico Beltramini paventava per quel Paese addirittura il rischio di una prossima egemonia tecnologica, resa possibile appunto dal venire meno delle vecchie e potenti certezze: «Se nei prossimi vent’anni si rendesse autonoma dalla Difesa e arrivasse a dominare il capitalismo, la tecnologia può diventare – nel vuoto creato dalla crisi di politica e religione – la forza egemone, o quantomeno la fonte di leadership degli Stati Uniti. Perché questo avvenga, occorre un ulteriore elemento: che la tecnologia si doti di un’autocoscienza (come si sarebbe detto nell’Ottocento). La tecnologia deve produrre una nuova Weltanschauung» (10). Qui siamo già molto oltre il concetto di tecnologia intelligente, o di Intelligenza Artificiale; qui davvero ha senso parlare del Capitale come spirito del mondo. Qui il feticismo si fa filosofia. Si scherza. Forse. «Se la tecnologia arrivasse a dominare il capitalismo»: come se essa fosse cosa diversa dal Capitalismo! Com’è noto, per Marx si può parlare propriamente, in senso stretto, di moderno Capitalismo solo con l’introduzione nel processo di produzione della tecno-scienza. Come la scienza è l’intelligenza del Capitale concepito in quanto potenza sociale, così la tecnologia è il suo più potente strumento chiamato a incrementare incessantemente la produttività del lavoro, ossia lo sfruttamento di risorse umane e naturali. «Le diverse ondate di automazione non hanno mandato in pensione il lavoro e la manodopera. Allo stesso modo, la quarta rivoluzione industriale non porterà a una riduzione dell’occupazione. L’automazione riguarda le mansioni, non le professioni o i posti di lavoro. […] La maggior parte dei processi lavorativi richiede una serie di competenze sfaccettate: dopo che alcune di queste competenze saranno automatizzate, la parte restante di capacità prettamente umane risulterà ulteriormente potenziata e valorizzata. Gli incrementi di produttività più significativi si registreranno nelle aree in cui uomini e macchine possono unire le rispettive forze nel modo più intelligente possibile». Si tratta, appunto, dell’intelligenza del Capitale (11). Quanto all’impatto dell’automazione sull’occupazione operaia, i passi citati sembrano sposare un po’ troppo acriticamente la tesi di chi vuol vedere il bicchiere del Capitalismo sempre mezzo pieno. Chi scrive, invece, lo vede sempre mezzo vuoto? Non è vero! Lo vede sempre del tutto vuoto. Soprattutto vuoto di umanità.

A proposito di «Weltanschauung», ecco cosa scriveva il filosofo di Stoccarda citato sopra: «Credere che si possa capire una Weltanschauung senza tenere conto delle condizioni materiali della sua genesi e della sua esistenza – ossia attraverso un’indagine puramente interna delle forme spirituali – è illusione idealistica» (12). E feticistica in sommo grado, potremmo aggiungere noi alludendo al «rischio di una prossima egemonia tecnologica» denunciato da Beltramini. A proposito: a quando la psicorobotica? Il Capitalismo ad alta composizione organica dei nostri robotici tempi gioca brutti scherzi al pensiero che vuole essere realistico a tutti i costi, mentre non fa che subire una realtà che mostra di non saper assolutamente padroneggiare.

Nel suo interessante articolo intitolato L’avanzata dei robot, Rocki Gialanella ricorda la partita di Go che si è tenuta a maggio di quest’anno «tra il campione sudcoreano Lee Sedol e un computer, AlphaGo, che lo ha battuto per ben quattro volte sui cinque incontri avuti. AlphaGo è un programma di intelligenza artificiale sviluppato da Google Deep Mind». Il Go è un antico gioco “strategico” da tavolo cinese molto complesso – con un numero di mosse possibili davvero incredibile. A Gialanella la vicenda ha fatto venire in mente il racconto Il maestro di go dello scrittore giapponese Yasunari Kawabata: «In un albergo di campagna il maestro di go Shūsai, sino allora imbattuto, conduce la sua ultima partita. È una sfida che va oltre il gioco, oltre la competizione, perché il risultato dell’incontro segnerà un taglio netto con un mondo in cui il gioco del go e tutto ciò che lo circonda è vissuto come un’esperienza estetica. Lo scontro tra i due giocatori è percorso dalla sottile, ma costante tensione, confronto e collisione tra due mondi, da cui uno solo ne uscirà vincitore» (13). Sfiancato dalla lunga e stressante partita, il maestro Shūsai si ammala, e dopo un anno muore senza essersi più ripreso dalla strana malattia che lo aveva colpito nel corso della sua ultima partita. Per Gialanella l’incrocio tra il racconto di Kawabata e la sconfitta di Lee Sedol per mano, si fa per dire, di una macchina che è in grado di svolgere miliardi di operazioni al secondo, si presta benissimo come metafora dei nostri tecnologici tempi: chi vincerà la sfida del XXI secolo tra l’Intelligenza Artificiale della macchina e il cervello umano? In realtà la metafora, così com’è architettata, non fa che esprimere il feticismo che promana dal concetto e dalla prassi del Capitale.

Come spiegò Marx con eccezionale tempismo, noi siamo indotti dallo stesso processo capitalistico di produzione e distribuzione della ricchezza sociale a vedere un autonomo «potere della tecnologia», e in generale delle “cose” prodotte dal lavoro umano, in ciò che in realtà non è che il potere sociale del Capitale. Si tratta di un capovolgimento ideologico della realtà che si realizza, fondamentalmente, non a causa di un mero difetto di intelligenza, bensì a ragione dello stesso modo di essere del rapporto sociale capitalistico, il quale occulta la propria natura di classe nello stesso momento in cui dispiega i suoi effetti. Ecco un classico esempio di feticismo tecnologico: «Ciò che AlphaGo dimostra è che le macchine, se solo lo volessero, potrebbero eseguire compiti non automatici, ma intellettuali, meglio di quanto faccia l’uomo». Se solo lo volessero? Ma non è l’uomo che crea l’”intelligenza” che dà l’input a ogni singola funzione  della macchina? Ah, già, dimenticavo le conseguenze non intenzionali, e l’astuzia della tecnologia… Riprendo la citazione: «Per arrivare ad un risultato del genere basta caricare sui computer le regole di un gioco e lasciare che si allenino per giorni, mesi, anni, fin quando avranno imparato non solo a vincere ma anche a gestire i “bug”, ovvero quei colpi di coda tipici degli esseri umani (uno di questi ha permesso a Sedol di aggiudicarsi una gara su cinque contro AlphaGo). Da diverso tempo i ricercatori illustravano innovazioni come questa ma è con la sfida a Go che ce ne siamo resi conto, per la prima volta, concretamente. Ci stiamo sempre di più avvicinando al fatidico giorno dell’indipendenza delle macchine tanto paventato da gente come Stephen Hawking, Elon Musk e Bill Gates. “Per essere sicuri di poter controllare l’Intelligenza Artificiale dobbiamo lavorare ancora molto – ha detto Stuart Russell della Berkeley al portale specializzato Phys.org –, non possiamo più rimandare la questione. AlphaGo dimostra che tutto si svolge con troppa fretta. Oramai è urgente parlarne”». Ma parlare esattamente di cosa? Dei robot che vogliono prendere il potere e ridurci in schiavitù, come da decenni  leggiamo in molti romanzi e vediamo in molti film del genere fantascientifico? Ma siamo seri! Più cresce la nostra impotenza sistemica (economica, politica, intellettuale, psicologica) nei confronti di un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento che si mostra ai nostri occhi come un Moloch estraneo e ostile, e più spesso si fa il velo (monetario e tecnologico) che si frappone tra noi e la verità circa la nostra condizione disumana.

In un post di qualche anno fa riportavo una riflessione di Marta Serafini (Corriere della Sera, 27 settembre 2012) su quanto stava accadendo in uno stabilimento della Foxconn, la più grande multinazionale di assemblaggio di componenti elettronici, attivo nella contea di Kunshan, Cina, dopo l’ondata di suicidi che investì i suoi dipendenti: «L’anno scorso il Ceo della Foxconn Terry Gou ha presentato un piano secondo il quale il numero degli attuali robot – 300 mila – arriverà a un milione entro il 2014. Il sogno che si avvera degli industriali alla ricerca del profitto, o semplicemente un’idea troppo ambiziosa che non ha alcun contatto con la realtà? Secondo una recente analisi del 21st Century Business Herrald, nel 2014 il costo del lavoro artificiale (prodotto cioè da macchine) sarà più basso di quello umano. Ed è quindi presumibile pensare che le intelligenze artificiali sbatteranno fuori dalla porta quelle umane. […] Alla Foxconn non hanno fatto i conti con un altro problema. E se anche i robot si ribellassero?». Il mio commento: «Qui davvero il feticismo tecnologico tocca vertici inarrivabili, a partire dalla ribellione dei robot. Il problema della Foxconn, tanto nel breve quanto nel lungo termine, non è la rivolta delle macchine, ma il saggio del profitto, il quale chiama in causa non lo “sfruttamento” delle “intelligenze artificiali” bensì lo sfruttamento sempre più intensivo delle capacità lavorative. La suggestiva, e ormai inflazionata, idea della ribellione delle macchine forse vuole esorcizzare scenari sociali di altro genere… La verità è che nel Capitalismo anche quello che allude alla possibile emancipazione dell’umanità da ogni forma di miseria e di sfruttamento ha la maligna predisposizione a congiurare contro questa stessa splendida promessa» (Robotica prossima ventura. La tecnoscienza del Dominio). Confermo.

Intanto «Prosegue a spasso spedito l’automazione delle linee di produzione di Foxconn, l’azienda taiwanese che produce quasi la metà delle componenti dei dispositivi elettronici da consumo venduti nel mondo e ha tra i suoi clienti tutti i colossi del settore, da Apple a Microsoft. Lo stabilimento nella contea di Kunshan, racconta al South China Morning Post Xu Yulian, responsabile delle pubbliche relazioni del governo locale, “ha ridotto la propria forza lavoro da 110 mila a 50 mila persone grazie all’introduzione dei robot e ha segnato un successo nella riduzione del costo del lavoro. Altre compagnie seguiranno l’esempio”. […] La nuova generazione di Foxbot sarebbe però molto più affidabile e avanzata della precedente» (14). Che bella notizia, per il capitale colà investito. Secondo un recente sondaggio interno, più del 30% degli operai Foxconn teme di essere sostituito dalle macchine. È dunque legittimo attendersi una nuova ondata di suicidi. Certamente non stanno vivendo mesi felici anche i 1800 impiegati della Shenzhen Evenwin Precision Technology Co, un’azienda privata cinese che fabbrica componenti per telefoni cellulari, il cui piano di ristrutturazione prevede di ridurre del 90% l’attuale forza lavoro sostituendola con un migliaio di robot. A una più alta composizione organica del capitale è dunque affidata la non facile missione di generare profitti sufficienti a giustificare l’esistenza di quell’impresa. Bisogna anche considerare che nell’ultimo decennio i salari dei lavoratori del settore sono cresciuti in media di circa il 10% all’anno (con un salario mensile di circa 400 euro), mentre nello stesso periodo il costo dei robot è diminuito del 5% ogni anno. Come sempre sarà la prassi a darci la risultante del complesso e delicato movimento interno alla struttura di valore del processo produttivo. Una risultante che comunque dovrà essere in seguito sottoposta a nuove verifiche. Chi studia l’accumulazione capitalistica non corre certo il rischio di annoiarsi. Una consolazione che il “capitale umano” farebbe volentieri a meno di dispensare ai cultori della materia. Chi scrive vive la doppia condizione; della serie: prassi e teoria dell’alienazione capitalistica!

L’einaudiano Giuseppe Russo cerca di spiegare ai suoi lettori i motivi del fallimento della previsione marxiana circa la fine del Capitalismo: «Quando Karl Marx formulò le sue previsioni sulla fine del capitalismo, aveva in mente la caduta tendenziale del tasso di profitto. […] C’è da domandarsi perché mai il capitale dovesse avere profitti (rendimenti) decrescenti e la risposta sta nel fatto che Marx pensava a mercati finiti, mentre l’ambizione di profitto dei capitalisti non lo è. Conquistato l’ultimo mercato da parte del capitale, si sarebbe verificato il collasso. Ci sono tre buone ragioni per cui, fino ad oggi, la previsione di Karl Marx non si è avverata. La prima è che i mercati sono finiti solo in teoria, ma nella pratica sono collegati ai bisogni delle persone. Le persone abitanti sul pianeta sono costantemente cresciute di numero, quindi quel limite non si è mai raggiunto, per ora. In secondo luogo, i bisogni delle persone non sono costanti, ma sono sia proporzionati al loro reddito (e quindi fino a che esistono paesi a basso reddito, ci sono mercati che devono crescere per soddisfare i bisogni futuri), sia sono dinamici e mutano nel tempo con la cultura e l’innovazione. Legata a questa seconda osservazione ve ne è una terza. L’innovazione crea e distrugge: l’industria dell’auto ha distrutto quella delle carrozze; l’industria informatica sostituirà il terziario che si occupava di informazioni strutturabili. Questa distruzione avviene di continuo ma può subire delle accelerazioni quando le innovazioni anziché essere ben distribuite si concentrano. […] Il capitalismo, in altri termini, non è arrivato alla crisi finale anche perché attraversa crisi periodiche nelle quali il capitale meno produttivo viene purgato e sostituito da capitale più produttivo. Alla fine di queste crisi, il rendimento medio del capitale che era prostrato risale e così l’incentivo a risparmiare, accumulare a investire non viene meno» (15).

Ora, non solo Marx non ha mai pensato a «mercati finiti» in termini assoluti, come sa chiunque abbia letto – non dico capito – le sue opere “economiche”, ma il suo concetto di capitale contraddice nel modo più evidente la tesi di un limite fisico assoluto per l’investimento capitalistico, raggiunto il quale il sistema basato sullo sfruttamento sempre più intensivo (scientifico) della capacità lavorativa deve necessariamente collare. Questa tesi si trova piuttosto in non pochi epigoni di Marx, ad esempio in Rosa Luxemburg, la cui teoria – esposta soprattutto nel suo saggio del 1913 L’accumulazione del capitale – circa l’incapacità di realizzazione del valore nelle metropoli capitalistiche del pianeta (nel cosiddetto “Primo mondo”) e la conseguente genesi dell’Imperialismo come risposta a quell’incapacità trovò una puntuale risposta critica in alcuni articoli di Lenin (16) e soprattutto in un saggio di Henrik Grossmann pubblicato nel 1928: Il crollo del Capitalismo (17). Se nei suoi scritti “economici” Marx sottolinea continuamente il carattere rivoluzionario del vigente modo di produrre e distribuire la ricchezza sociale, e lo contrappone al carattere conservatore dei precedenti modi di produzione, è appunto perché egli comprese che la sopravvivenza del Capitale dipendeva da un continuo allargamento e rivoluzionamento della sfera economica, la quale non va in nessun caso concepita come uno spazio fisico, ma come una dimensione sociale in continua e sempre più accelerata trasformazione. Ecco perché per spiegare la natura della società dominata dal Capitale è più adeguato ricorrere a metafore biologiche, anziché reiterare pappagallescamente quelle di natura architettonica – del tipo struttura/sovrastruttura, analogia usata a suo tempo, con estrema parsimonia, da Marx ed elevata a indiscutibile paradigma scientifico da non pochi cultori del “materialismo dialettico” (18).

Detto en passant, fu lo stesso Marx che introdusse il concetto – se non la locuzione – di distruzione creatrice, poi ripreso e sviluppato in modo più o meno originale da Schumpeter; ed è lui che parla della crisi economica generale nei termini di uno shock tanto socialmente gravido di conseguenze potenzialmente nefaste per l’ordine costituito (leggi alla voce Rivoluzione sociale), quanto salutare per un processo di accumulazione entrato in sofferenza. La produzione capitalistica non trova alcun limite assoluto nella produzione di beni e servizi perché in assoluto la capacità di consumo della società è illimitata. L’analisi marxiana della merce scopre il vero limite di quella produzione, un limite che il Capitale è chiamato a superare sempre di nuovo, in qualcosa di impalpabile. Di che si tratta?

Marx notò (19) che al crescere di quella che chiamò composizione organica del capitale, data dal rapporto in valore tra i mezzi di produzione (MDP → C: «capitale costante») e il lavoro (L → V: «capitale variabile»), il saggio del profitto (dato dal rapporto tra il plusvalore e il capitale totale investito: pv/C+V) tende a diminuire (20). In effetti, l’andamento dell’accumulazione è strettamente connesso alle tre grandezze qui considerate, e solo empiricamente è possibile verificare quando il delicato equilibrio fra produttività del lavoro (saggio del plusvalore: pv/V), produttività del capitale totale investito (pv/C + V) e struttura tecnologica dell’impresa (MDP/L, ossia, in valore, C/V) viene meno. Quando ciò avviene, l’impresa reagisce innescando quei processi di razionalizzazione e di ristrutturazione (nell’organizzazione del lavoro, nella strumentazione tecnologica della produzione e nella commercializzazione dei prodotti/servizi) che costituiscono la fisiologia del processo di valorizzazione/accumulazione. Ovviamente la “messa in libertà” della forza-lavoro risultata eccedente grazie all’aumentata produttività del lavoro è parte integrante e fondamentale di questa fisiologia, e solo i teorici del “capitalismo dal volto umano” possono affermare il contrario, creando con ciò stesso illusioni che indeboliscono la capacità di resistenza dei lavoratori e, soprattutto, il loro potenziale rivoluzionario.

Una tendenza storica fondamentale in atto nel sistema capitalistico già ai tempi di Marx (e infatti essa si trova problematizzata e spiegata almeno nelle linee essenziali nel Capitale) va nel senso di una sempre crescente produttività del lavoro, che si ottiene inserendo nel processo produttivo tecnologie in grado di espandere la parte della giornata lavorativa durante la quale il lavoratore crea plusvalore (detto in termini “volgari”, egli lavora gratuitamente per il padrone), e di contrarre quella parte che invece risulta remunerata dal salario. Questo senza mutare necessariamente la lunghezza “fisica” della giornata lavorativa, e anzi accorciandola (da 7 a 6 ore, ad esempio). Si tratta dell’estorsione di quello che Marx definì plusvalore relativo, per distinguerlo da quello assoluto legato a un Capitalismo ancora scarsamente sviluppato dal punto di vista tecno-scientifico che tendeva ad allargare in termini assoluti i limiti della giornata lavorativa per estrarre da ogni singolo lavoratore più plusvalore a parità d’ogni altra condizione. Il passaggio dal plusvalore assoluto al plusvalore relativo segna anche il passaggio definitivo dalla sussunzione formale del lavoro al capitale a quella reale. Formale, si badi bene, nel senso che la sussunzione del lavoro al capitale «è la forma generale di ogni processo di produzione capitalistico», ossia nel senso che «il rapporto capitalistico è un rapporto di coercizione. […] Chiamo sottomissione formale del lavoro al capitale la forma che poggia sul plusvalore assoluto, perché essa si distingue solo formalmente dai modi di produzione più antichi»( 21). La peculiarità del modo di produzione capitalistico appare infatti in tutta la sua rivoluzionaria evidenza (in tutta la sua potente disumanità) nel momento in cui le forze produttive sociali del lavoro usano la tecnica e la scienza come forze produttive del Capitale. Per il Capitalismo del XXI secolo penso che sia più adeguata la locuzione di sottomissione globale e totalitaria del lavoro e di ogni singolo individuo al Capitale.

Quando non si poté più allargare in termini assoluti la giornata lavorativa, anche a causa della reazione operaia alla brutalità dei padroni, il capitale si servì dunque della scienza e della tecnica per prolungare in termini relativi la parte della giornata lavorativa dedicata al pluslavoro, ossia, come già detto, al lavoro dispiegato gratuitamente dal lavoratore. Ma rendere più produttivo il lavoro significa anche abbassare il prezzo di ogni singola merce, e si comprende bene cosa ciò significhi dal punto di vista concorrenziale. E siccome il profitto che il capitalista industriale attivo in un determinato settore produttivo incamera vendendo la sua merce si forma attraverso la media sociale dei profitti basati sull’estorsione di plusvalore in quel particolare ramo d’industria, si realizza la condizione per cui l’impresa tecnologicamente più avanzata, e perciò più produttiva, può intascare un sovrapprofitto anche vendendo la propria merce a un prezzo inferiore rispetto alla media di mercato, spiazzando totalmente la concorrenza. Nella formazione dei prezzi ciò che conta non è tanto il processo di valorizzazione che si dispiega in ogni singola azienda, ma questo stesso processo considerato nella sua forma più astratta, ossia come media sociale dei moltissimi atti produttivi. È, questo, un fatto che si realizza alle spalle di tutti gli attori della produzione, benché essi ne siano indiscutibilmente i protagonisti. Lo fanno, ma non lo sanno.

Non è insomma nella sfera della circolazione (delle merci e dei capitali) che bisogna cercare i limiti del Capitalismo, ma nella sfera della produzione, la quale è fondamentalmente produzione di valore – e, più esattamente, di valore pagato (vedi alla voce “fattori di produzione”: capitale-macchine e capitale-lavoro vivo) e plusvalore. Siamo dunque dinanzi a un limite immateriale, cioè a dire sociale, non fisico (ad esempio, la capacità di consumo manifestata dai mercati); si tratta cioè della contraddizione, che trova puntuale espressione nel fenomeno-crisi, tra la produzione materiale e il processo di valorizzazione, tra i beni e la loro essenza sociale – capitalistica.

In questo senso Marx osservò che «Il vero limite della produzione capitalistica è il capitale stesso, è questo: che il capitale e la sua autovalorizzazione appaiono come punto di partenza e punto di arrivo, come motivo e scopo della produzione; che la produzione è solo produzione per il capitale. […] Il mezzo – lo sviluppo incondizionato delle forze produttive sociali – viene permanentemente in conflitto con il fine ristretto, la valorizzazione del capitale esistente. […] Il modo capitalistico di produzione è solo un modo di produzione relativo, i cui limiti non sono assoluti ma lo diventano per il modo di produzione stesso. ]… L’estensione o la riduzione della produzione non viene decisa in base al rapporto fra la produzione e i bisogni sociali, i bisogni di un’umanità socialmente sviluppata, ma in base all’appropriazione del lavoro non pagato e al rapporto tra questo lavoro non pagato e il lavoro oggettivato in generale o, per usare un’espressione capitalistica, in base al profitto a al rapporto tra questo profitto e il capitale impiegato, vale a dire in base al livello del saggio di profitto. Si arresta, non quando i bisogni sono soddisfatti, ma quando la produzione e la realizzazione del profitto impongono questo arresto. […] La legge della produttività crescente del lavoro, non ha dunque per il capitale un valore assoluto» (22).

Nel capitalismo tutto è relativo, tranne la bronzea legge del massimo profitto, la quale invece si dà (deve darsi, posto il vigente regime sociale) con assoluta necessità. Per espandere continuamente questi limiti, il Capitale si serve della tecno-scienza per potenziare la capacità produttiva dei lavoratori e per inventare sempre nuove occasioni di profitto: nuovi bisogni, nuovi sogni, nuovi mercati, nuove “utopie”. Il marketing si fa scienza, filosofia, teologia, psicologia. La pubblicità di un autorevole marchio automobilistico tedesco recita: «L’intelligenza è adattarsi al cambiamento, è il potere di adattarsi in corsa». Metafora perfetta per evocare la natura darwiniana del Capitale – certo, anche di quello cosiddetto “umano”, al quale infatti viene prescritta una «continua ri-formazione delle proprie competenze» (O. Giannino). Chi non si adatta è perduto!

Le nuove tecnologie sono introdotte nel processo produttivo non solo perché esse consentono di risparmiare sul costo del lavoro attraverso l’espulsione dei lavoratori, ma anche – direi soprattutto – perché per un verso esse rendono più produttiva la forza-lavoro risparmiata dai licenziamenti e dai prepensionamenti, e per altro verso rendono più a buon mercato la stessa capacità produttiva. Quest’ultimo obiettivo il capitale lo coglie in modo indiretto, ossia abbassando il costo delle merci e dei servizi che rientrano nei costi di produzione dei lavoratori – i cosiddetti beni-salario. Poiché è la vita stessa dei salariati che il capitale reifica in guisa di merce, e non solo il loro lavoro, il quale non è che il valore d’uso della bio-merce che il capitalista si porta a casa (cioè in azienda) per consumarla produttivamente. La competizione capitalistica mondiale, che mette in concorrenza fra loro anche i lavoratori sfruttati in ogni angolo del mondo, completa il circolo – assai vizioso per i lavoratori, molto virtuoso per gli investitori.

Come scriveva Marx, il Capitalismo non produce soprattutto cose, oggetti, valori d’uso, ma in primo luogo crea valori di scambio, ossia prodotti del lavoro umano «sensibilmente sovrasensibili» che contengono un’eccedenza (un plus di valore) rispetto al capitale investito che può – anzi deve! – trasformarsi in denaro attraverso la loro vendita (la loro realizzazione).  Il vero limite storico-sociale del Capitale, anche del “postmoderno” Capitale del XXI secolo, va individuato nella creazione di quello che definisco, balbettando concetti marxiani, «plusvalore primario» o «basico», ossia nella “materia prima” di valore che rende possibile la formazione di ogni sorta di profitto (industriale, commerciale, creditizio) e di rendita. Ebbene, la creazione di questa vitale materia prima di valore non può fare a meno del lavoro salariato (cioè sfruttato), e questo rappresenta un’autentica maledizione sia per il Capitale, che difatti tutte le volte che può cerca di realizzare profitti in sfere economiche che non sembrano avere nulla a che fare con il triviale lavoro degli operai (un’illusione che periodicamente la crisi generale si incarica di spazzare via), e sia, a più forte ragione, per chi vive di salario. Solo dei mentecatti e degli apologeti dello sfruttamento capitalistico possono trovare in questa dannazione sociale la conferma dell’importanza e della dignità del lavoro (salariato!), del pane guadagnato con il sudore della fronte. Dinanzi alla miserabile ideologia lavorista, a questa religione degli schiavi – come direbbe l’aristocratico Nietzsche – che ha come suoi più zelanti sacerdoti progressisti (23) e francescani, bisogna gridare senza alcuna remora moralistica: Beato l’ozioso, maledetto chi vive di lavoro! Purtroppo per oziare bene occorre beneficiare di una cospicua rendita…

La stessa lotta per il lavoro e il salario, se non viene fecondata da questo punto di vista umano (e dunque radicalmente anticapitalista), assume necessariamente il segno maligno della conservazione sociale. Certo, chi esalta l’Art. 1 della Costituzione difficilmente può accedere a questa elementare verità. Pazienza! Almeno per chi scrive, riconoscere la centralità del lavoro salariato nella riproduzione dei rapporti sociali capitalistici non solo non implica in alcun modo l’esaltazione della figura sociale (anche sul piano etico) degli operai, ma significa piuttosto riconoscere nella loro condizione, in ciò che essa presuppone e pone sempre di nuovo, la più sicura garanzia di sopravvivenza per il Moloch. Il risvolto “dialettico-rivoluzionario” di questo fatto ovviamente non mi sfugge, ma per vendere un po’ di sano ottimismo rivoluzionario c’è sempre tempo – e soprattutto il sottoscritto ha ben poco da vendere!

Se le attività finanziarie e speculative fossero in grado di generare plusvalore “basico”, la crisi economica non sarebbe mai in grado di devastare, come invece capita, i capitali, più o meno fittizi, colà investiti; invece assistiamo al tutt’altro che paradossale fenomeno che vede la crisi generale manifestarsi all’inizio quasi sempre con l’esplosione delle cosiddette bolle speculative, sintomo di un circolo virtuoso (fare denaro per mezzo di denaro: D → D’, dove il secondo termine è ovviamente più grande del primo) che improvvisamente si converte in un circolo vizioso, confessando in tal modo la miserabile (anche dal punto di vista degli appetiti capitalistici!) base che sorregge il mostruoso edificio finanziario. La crisi come fisiologica, quanto violenta, perequazione delle contraddizioni dell’economia capitalistica è un concetto marxiano abbordabile anche da un’intelligenza media: io ne sono una prova vivente! Almeno lo spero… Ebbene, Marx sostenne che il capitale ripristina condizioni ottimali per la sua valorizzazione (o «autovalorizzazione») attraverso la svalorizzazione e la distruzione del capitale in eccesso («pletora»), la centralizzazione del capitale monetario e la concentrazione dei mezzi di produzione, la svalorizzazione della forza-lavoro e l’aumentata capacità produttiva dei “fattori della produzione” (leggi: aumento del grado di sfruttamento dei lavoratori), l’esportazione di capitali all’estero, l’espansione del commercio estero e altro ancora. «Le medesime cause che determinano la caduta del saggio del profitto, danno origine a forze antagonistiche che ostacolano, rallentano e parzialmente paralizzano questa caduta» (24). Analogamente, le medesime cause che determinano una nuova fase espansiva dell’economia pongono, più o meno rapidamente, le premesse per una nuova crisi di valorizzazione, portando a un livello superiore le contraddizioni capitalistiche di cui abbiamo parlato, come ci capita di vedere nel cosiddetto mondo occidentale (più Giappone) almeno dagli inizi degli anni Settanta, da quando cioè si chiuse definitivamente il lungo ciclo espansivo postbellico.

«Il tasso di profitto», scrive il nostro liberale critico di Marx, «può restare stabile anche in condizioni di riduzione della crescita del valore aggiunto, se il rapporto tra profitti e salari tende a salire, o – il che è uguale – se scendono i salari sui profitti. Questo può accadere per molte ragioni: bassa capacità negoziale dei sindacati; sostituzione del lavoro attraverso le macchine e, in futuro, i robot; concorrenza dei salari dei paesi emergenti. Dal punto di vista empirico, la riduzione del quoziente tra salari e profitti è esattamente ciò che è accaduto negli Usa, nei quali dagli anni settanta a oggi il rapporto tra salari e profitti è passato da 12:1 a 6:1 (figura 1).

salari-profittiPertanto, nella maggiore economia a matrice capitalista, anche la riduzione della quota di reddito distribuita ai salari ha consentito la stabilizzazione o il miglioramento dei tassi di profitto, sia pure mentre scendeva la produttività totale dei fattori». Senza entrare nei particolari, c’è da chiedersi in cosa questi passi smentiscono il “catastrofista” Marx. La svalorizzazione della forza-lavoro agisce come un toccasana sul saggio del profitto: che grande scoperta! «Le crisi del capitalismo», aggiunge Russo, «sono necessarie e ricorrenti per purgare l’eccesso di investimenti inefficienti»: al netto del lessico, si tratta di un concetto al cento per cento marxiano. Ma la conclusione del suo articolo mostra chiaramente come il punto di vista einaudiano non sia in grado di afferrare l’autentica natura dell’economia capitalistica: «Oggi rischiamo che la moneta carichi la molla di nuove, magari non imminenti, crisi finanziarie. Crisi non più determinate dalla fisiologia del capitalismo, ma dalla patologia della politica monetaria eccessivamente lasca». Russo non comprende, e ciò non mi stupisce affatto, che la «patologia della politica monetaria eccessivamente lasca» non fa che registrare – non è che il sintomo di – una ben più grave patologia: la sofferenza nel processo di valorizzazione – e quindi nel processo di accumulazione. Ma qui devo mettere assolutamente un punto.

Quando approcciamo il tema dell’uso della tecnologia nei processi produttivi è bene, ritengo, tenere in mente che l’odierno modo di produzione non crea, come già detto, valori d’uso, ma merci, cristalli di valore, insomma «cose imbrogliatissime, piene di sottigliezze metafisiche e di capricci teologici», per dirla con l’esorcista di Treviri. Si comprende bene, alla luce di quanto detto, come sia facile rimanere impigliati in ogni sorta di feticismo e di fantasticheria ideologica quando affrontiamo il suggestivo e inquietante tema dell’Intelligenza Artificiale. Anche i teorici del cosiddetto Capitalismo cognitivo, con tutto quel ricamare intellettualistico sul concetto marxiano di general intellect (25), mostrano di rimanere soggiogati dall’intelligenza del Capitale.

Scriveva Felice Mortillaro nel remotissimo 1986, in un saggio (dal titolo “profetico” Aspettando il robot) inteso a fare il punto sulla «terza rivoluzione industriale»: «L’obiettivo dell’applicazione delle nuove tecnologie non è semplicemente quello di chi sostituisce semplicemente uomini con macchine, ma di chi si propone un risultato di ordine strategico» (26). Ovviamente l’allora Direttore Generale di Federmeccanica non pronuncia mai la scabrosa parolina: profitto per dar conto del «risultato di ordine strategico» che allora rese necessario «l’obiettivo dell’applicazione delle nuove tecnologie» anche nella vetusta economia italiana, le cui vele tardavano a intercettare il vento della «terza rivoluzione industriale» (che allora veniva soprattutto dal Giappone), nonostante il decisionismo craxiano. Trent’anni dopo, mutatis mutandis, mi tocca ascoltare i soliti discorsi intorno a un Paese che fatica a stare al passo con i tempi: e chi se ne frega! Ovvero: che barba, che noia, che barba!

(1) O. Giannino, Istituto Bruno Leoni.
(2) «La crisi economica e finanziaria degli ultimi anni ha fatto emergere con forza la debolezza di economie eccessivamente finanziarizzate e politiche economiche sempre meno attente allo sviluppo dell’economia reale. Già a partire dal 2005, e con maggior forza in concomitanza con lo scoppio della crisi, i governi delle principali economie industrializzate, il mondo accademico e la stessa società civile hanno ripreso un dibattito ormai considerato obsoleto sulla politica industriale. Francia, Germania, Olanda, Stati Uniti, Cina (per citare i principali) hanno elaborato, sin dal 2007, policy di lungo periodo, con orizzonti tra il 2030 e il 2050, per il rilancio del manifatturiero, considerato diffusamente il vero antidoto alla bassa crescita e alla preoccupante perdita di competitività. Come è noto, l’UE, su forte spinta tedesca, sta affrontando ormai da tempo il tema della trasformazione digitale dell’industria, che costituisce il cuore di Industria 4.0. Industria 4.0 è ormai unanimemente considerata la quarta rivoluzione industriale. In realtà, questa profonda trasformazione del modo di produrre beni, di legare il mercato dei servizi alla manifattura, nonché di dar vita a prodotti innovativi è, in parte, in corso già da tempo. Tuttavia, poiché nel Paese tale processo appare avere una dimensione ed una diffusione ancora limitate, la sua prospettiva risulta più di medio-lungo termine, dai confini non ancora del tutto chiari, sebbene si abbia la chiara percezione di una sfida impegnativa per le imprese e le istituzioni e, al tempo stesso, ineludibile. Infatti, la velocità, la pervasività e la trasversalità con cui le tecnologie digitali (ma non solo) stanno penetrando la realtà operativa di cittadini, imprese e (più lentamente) delle amministrazioni pubbliche sono tali da rendere nello stesso tempo complesso, ma obbligato, il compito di sfruttarne appieno le potenzialità, come volano di crescita e competitività per l’intero sistema produttivo» (Confindustria, Indagine conoscitiva su “Industria 4.0”, audizione parlamentare del 22 marzo 2016).
(3) K. Marx, Storia delle teorie economiche, III, p. 61, Einaudi, 1958.
(4) K. Marx, Il Capitale, libro primo capitolo sesto inedito, pp. 76-77, Newton, 1976.
(5) Per Marx la miseria sociale del proletariato cresce in termini relativi nella misura in cui cresce in termini assoluti la ricchezza sociale ella sua odierna forma capitalistica: «Il salario reale può rimanere immutato, anzi può anche aumentare, e ciò nonostante il salario relativo può diminuire. […] Quantunque l’operaio disponga di una maggiore quantità di merci che non prima, il suo salario però è diminuito in rapporto al guadagno del capitalista […] Se dunque con il rapido aumento del capitale aumentano le entrate dell’operaio, nello stesso tempo però si approfondisce l’abisso sociale che separa l’operaio dal capitalista, aumenta il potere del capitale sul lavoro, la dipendenza del lavoro dal capitale. […] La situazione materiale dell’operaio è migliorata, ma a scapito della sua situazione sociale. L’abisso sociale che lo separa dal capitalista si è approfondito» (K. Marx, Lavoro salariato e capitale, pp. 64-68, Newton, 1978).
(6) K. Marx, L’Ideologia tedesca, p. 33, Einaudi, 1972.
(7) M. Horkheimer, in Studi di filosofia della società, p. 222, Einaudi, 1981.
(8) K. Marx, Il Capitale, I, p. 103, Einaudi, 1980.
(9) K. Marx, Il Capitale, III, p. 943, Einaudi, 1980.
(10) Limes, 17 novembre 2014.
(11) Chimicaweb. «L’Italia vanta una solida posizione come secondo mercato europeo per la robotica. Nel 2014 sono stati installati oltre 6.200 robot industriali, con un incremento del 32% rispetto all’anno precedente, posizionando il Paese al settimo posto della classifica mondiale per installazioni di robot. Nel periodo dal 2010 al 2014 la crescita annua media è stata dell’8%. Nel 2014 l’Italia era al sesto posto per numero di robot industriali, con una popolazione di 59.800 unità. Il tasso di robotizzazione in Italia è elevato anche in rapporto alle dimensioni dell’industria manifatturiera: sono 155 i robot presenti ogni 10.000 addetti nel settore industriale. Con questa densità, l’Italia si colloca fra le prime dieci nazioni al mondo. Con previsioni di tassi di crescita annui delle installazioni di robot fra il 5% e il 10% fino al 2018, l’Italia manterrà la propria posizione di grande utilizzatore di robot».
(12) M. Horkheimer, in Studi di filosofia della società, p. 21.
(13) Fondiesicav, 1 giugno 2016. «Se si guarda ad esempio agli Stati Uniti si vede che la crescita della produttività è stata importante (3,3%) nel periodo 1949-1973 per poi scendere e dimezzarsi nei due decenni successivi (1,6%). La forte crescita della tecnologia dell’informazione e della telecomunicazione alla fine degli anni novanta ha generato un vero e proprio miracolo della produttività, per poi quasi dimezzarsi tra il 2004 e il 2007, riprendersi nel periodo della grande recessione e tornare ancora a scendere tra il 2011 e il 2014 ad un tasso di crescita dello 0,5% all’anno rispetto alla media di lungo periodo di 2,5%. Uno studio fatto dalla Bce ascrive la debolezza della crescita della produttività ad una diminuzione nella contribuzione dell’intensificazione del capitale e ad una più lenta crescita della produttività totale dei fattori. In particolare l’intensificazione del capitale è cresciuta ai tassi più bassi degli ultimi sessanta anni a causa della brusca frenata dell’economia e della successiva lenta ripresa degli investimenti. […] Quello che ancora non risulta chiaro, però, è come mai gli imprenditori abbiano, all’indomani della recessione, fatto ricorso a mano d’opera a basso costo anziché investire in macchinari. E questo vale soprattutto per gli Stati Uniti, dove i margini delle aziende sono continuati a crescere, grazie anche ad un costo del lavoro unitario competitivo, se ad esempio paragonato a quello europeo». La cosa però non è poi così difficile da capire, perché spesso gli imprenditori “spremono” al massimo il “capitale umano” e i vecchi impianti prima di procedere alla ristrutturazione dell’impresa. Molte aziende puntano a sfruttare più intensamente la forza-lavoro a parità di composizione tecnologica per ripristinare le minime condizioni di redditività, per poi spingere l’acceleratore dell’innovazione tecnologica avendo le spalle finanziarie più coperte.
(14) La Repubblica, 26 maggio 2016.
(15) G. Russo, Capitalismo, stagnazione secolare, e politica monetaria. Una critica, 26 ottobre 2015, Centro Einaudi.
(16) Sulla scia della sua vecchia polemica con gli epigoni russi di Sismondi (i populisti); polemica che si può apprezzare, ad esempio, nella sua opera del 1898 Lo sviluppo del capitalismo in Russia. «Perché una nazione capitalista ha bisogno di un mercato estero? La necessità di un mercato estero per un paese capitalistico non è affatto determinata dalle leggi della realizzazione del prodotto sociale (e in particolare del plusvalore), ma, in primo luogo, dal fatto che il capitalismo altro non è se non il risultato di una circolazione di merci largamente sviluppata, che si estende oltre le frontiere dello stato» (Opere, III, Editori Riuniti, 1956). Di qui, fondamentalmente, la genesi del moderno Imperialismo, diventato col tempo un’inestricabile impasto di processi economici e interessi geopolitici.
(17) «La concezione di Rosa Luxemburg si fonda del resto sulla supposizione di una fine meccanica del sistema capitalistico. Se si pensasse ad un esercizio soltanto capitalistico di tutta la produzione sulla terra, “l’impossibilità del capitalismo apparirebbe allora chiaramente”. Viene così anticipata sul piano teorico una situazione quale taluni rivoluzionari vogliono scorgere in ogni crisi, grazie alla quale si spera in “una distruzione automatica del capitalismo”. Lenin aveva gettato uno sguardo assai penetrante su questa connessione quando affermava: “talvolta i rivoluzionari si sono sforzati di dimostrare che la crisi è assolutamente senza via d’uscita. Non esistono situazioni che non presentino in assoluto alcuna via d’uscita”» (H. Grossmann, Il crollo del capitalismo, p. 38, Jaca Book, 1977). Ironia della sorte, anche Grossmann sarà colpito, del tutto arbitrariamente, dall’accusa di essere un teorico del crollo inevitabile.
(18) Su questa importante questione si può consultare il breve ma assai interessante saggio di Ludovico Silva del 1971 Lo stile letterario di Marx (Bompiani, 1973).
(19) Cfr. K. Marx, Il Capitale, III, Terza Sezione, Legge della caduta tendenziale del saggio del profitto, p. 259, Editori Riuniti, 1980. Se non si vuol travisare il significato della legge marxiana, non va assolutamente sottovalutato il carattere tendenziale che l’autore vi attribuì. Scrisse Grossmann a tal riguardo: [a un certo punto della valorizzazione/accumulazione] «Il plusvalore non basta al proseguimento dell’accumulazione con il supposto saggio di accumulazione! Da qui la catastrofe. Naturalmente, come Lenin giustamente osservava, […] anche nel nostro caso la tendenza al crollo non si deve necessariamente attuare. Tendenze controreagenti possono interrompere la sua assoluta realizzazione. Così il crollo totale si trasforma in una crisi transitoria, dopo la quale il processo di accumulazione riprende di nuovo su base mutata» (Il crollo del capitalismo, p. 177).
(20) Com’è noto, Marx chiama «variabile» il capitale investito nell’acquisto di capacità lavorativa (somma dei salari) e «costante» il capitale investito nell’acquisto dei mezzi di produzione, delle materie prime fondamentali e ausiliarie e così via. Il capitale vivente (o lavoro salariato) è la sola fonte di plusvalore, e per questo Marx lo definisce appunto variabile, mentre il capitale morto (o lavoro passato, che si presenta nel processo produttivo come mezzi di produzione, materie prime, ecc.) aggiunge al valore della merce finale solo il proprio valore, che rimane dunque costante in ogni fase della valorizzazione. Il lavoro vivo è una sorta di lievito, in grado di far crescere il valore investito nel processo di produzione, il quale, è bene ribadirlo, è innanzitutto un processo di valorizzazione. «Non bisogna mai dimenticare che nella produzione capitalistica non si tratta direttamente del valore d’uso, ma del valore di scambio, e specialmente del dell’accrescimento del plusvalore. Questo è il movente della produzione capitalistica, ed è una bella concezione quella che, per eliminare le contraddizioni della produzione capitalistica, astrae dalla base della medesima e ne fa una produzione regolata sul consumo immediato dei produttori» (K. Marx, Storia delle teorie economiche, II, p. 546, Einaudi, 1955)
(21) K. Marx, Il Capitale, libro primo, capitolo VI inedito, pp. 47-53, Newton, 1976.
(22) K. Marx, Il Capitale, III, pp.303-316.
(23) Eccone un “plastico” esempio offertoci da Bruno Casati, un nostalgico del “comunismo” togliattiano e del collaborazionismo sindacale alla Di Vittorio: «C’è insomma un’Italia economica, del Lavoro e dell’Impresa, che, se non vuole restare colonia, va ricostruita. Per farlo è necessario recuperare lo spirito della ricostruzione post-bellica, quella che portò alla definizione della Carta Costituzionale fondata sul lavoro [salariato] (e, almeno per i comunisti di Togliatti, fondata sui lavoratori) [sic!] e poi portò al Piano del Lavoro della CGIL di Di Vittorio. Ma, ora come allora, bisogna che la spinta la esercitino il Sindacato, che c’è ma è spento, e un Grande Partito del Lavoro, che invece non c’è e va anch’esso ricostruito dalle macerie» (B. Casati, Il lavoro tra operai digitali e cottimisti del voucher, Sinistrainrete). Quando un nostalgico del “bel tempo che fu” perora la causa di un Grande Partito del Lavoro, la salariata mano di chi scrive cerca subito l’impugnatura del revolver. Vai a capire poi perché!
(24) Ibidem, p. 290.
(25) «Lo sviluppo del capitale fisso mostra fino a quale grado il sapere sociale generale, knowledge, è diventato forza produttiva immediata, e quindi le condizioni del processo vitale stesso della società sono passate sotto il controllo del general intellect, e rimodellate in conformità ad esso; fino a quale forma le forze produttive sociali sono prodotte, non solo nella forma del sapere, ma come organi immediati della prassi sociale, del processo di vita reale» (K. Marx, Lineamenti, II, p. 403, La Nuova Italia, 1978). Come ho scritto altrove, in polemica con Toni Negri e gli altri teorici del Capitalismo cognitivo, il general intellect è in radice l’intelligenza del Capitale. È vero che, come scrive Marx, «Nella sua nuova forma il capitale s’incorpora gratis il progresso sociale compiuto mentre agiva la sua vecchia forma», ma esso può farlo perché «Scienza e tecnica costituiscono una potenza dell’espansione del capitale» (Il Capitale, I). Lo sviluppo capitalistico promuove sempre di nuovo l’espansione del «cervello sociale» (scuola, università, agenzie formative, pubbliche e private, di vario genere, relazioni sociali mediate tecnologicamente e via di seguito), e questo a sua volta accresce direttamente e indirettamente la potenza sociale del Capitale, il quale sa come mettere a profitto lo sviluppo complessivo della sua società. Solo il rovesciamento rivoluzionario del Dominio può rendere possibile il pieno dispiegamento delle tendenze emancipatrici di cui è gravida, e non da oggi, la società borghese.
(26) F. Mortillaro, Aspettando il robot, p. 58, Edizioni Il Sole 24 Ore, 1986.