LA MELA MARCIA

A mio avviso, tutti dovrebbero avere paura di finire, per un qualche motivo (spesso per “errore”), in una caserma dei carabinieri, in una stazione di polizia o in una cella carceraria: qualcosa potrebbe sempre andare storto, per così dire. Ma se per sfortuna appartieni alla “categoria” dei negracci, dei tossici, delle puttane, dei transessuali, dei barboni, dei matti o a qualche altra “categoria” di cui è composta la feccia indegna di umana considerazione e di diritti, stai pur sicuro che le probabilità di uscire ammaccato dai luoghi in cui si esercita il monopolio della violenza per conto dello Stato democratico aumentano esponenzialmente. Non lo dico io: è “l’evidenza statistica” che parla forte e chiaro. Ma ciò che deve maggiormente inquietare lo sfigato, è che buona parte della cosiddetta opinione pubblica è disposta a chiudere un occhio, spesso entrambi, quando il malcapitato di turno alle prese con le amorevoli cure dei tutori dell’ordine fa una brutta fine : «Qualcosa avrà sicuramente fatto. Di certo se l’è cercata! In ogni caso bisogna sempre stare dalla parte della polizia e dei carabinieri. E poi, poche mele marce non devono infangare l’onore dei nostri uomini in divisa». Poche mele marce: ancora con questa risibile fandonia!

Per come la vedo io, marcia fino all’osso è questa società disumana e violenta; una società dominata dal Dio Denaro, la cui semplice esistenza (soprattutto per ciò che esso presuppone: il lavoro venduto e acquistato come merce), spiega ogni sorta di “aberrazione sociale” e di cattiveria toccata in sorte agli individui. Più che di «catena gerarchica di comando», dovremmo piuttosto parlare di catena capitalistica, quella che ci tiene immobilizzati dinanzi al Moloch sociale che ogni giorno reclame le sue vittime. Bisogna avere paura, molto paura, di questa società, il cui pugno d’acciaio (e non alludo solo ai tutori dell’ordine) può colpirci in ogni momento, con cieca e sconvolgente casualità.

Post scriptum

Cosa intendo dire con «dobbiamo avere paura»? Intendo questo: non dobbiamo sottovalutare la natura radicalmente disumana di questa società, sottovalutarne la mostruosità (e il mostro incute paura), nutrire su di essa illusioni di stampo progressista. Nella mia prospettiva avere paura di questa società significa mettersi nelle migliori condizioni di comprenderla e di combatterla. La paura di cui parlo non spinge alla fuga, alla resa, all’impotenza: tutto il contrario! Essa spinge (almeno è quanto mi auguro) alla consapevolezza, alla solidarietà (insieme si è più coraggiosi) e alla lotta. In questo senso, come diceva l’attore, «la paura è nostra amica».