LA SCIENZA E IL «NESSO STESSO DELLA VITA»

Ho appena finito di leggere un’interessante intervista rilasciata a Dagospia dal professor Francesco Le Foche, clinico e immuno-infettivologo molto esposto sul piano mediatico – come del resto molti suoi colleghi scienziati. L’intervista appare ai miei occhi interessante soprattutto perché tocca un tema molto importante e scottante, soprattutto alla luce della nostra recente esperienza epidemica, e cioè il ruolo sociale della scienza ai nostri giorni. La circostanza è per me particolarmente “suggestiva” anche perché proprio l’altro ieri ho riletto le Osservazioni sulla scienza e la crisi scritte da Max Horkheimer nel 1932.

«Capire e descrivere una realtà vivente a partire dalla somma dei suoi frammenti inerti, significa mancare il nesso stesso della vita»: è soprattutto questo approccio riduttivo e scientista che Le Foche rimprovera a gran parte della scienza medica arruolata dal governo per fronteggiare e gestire la crisi socio-sanitaria che travaglia il nostro Paese ormai da tre mesi. La critica del professore ha richiamato alla mia testa i seguenti passi di Horkheimer: «La scienza ha a che fare con la conoscenza di ampie connessioni; ma la grande connessione da cui dipende la propria esistenza e la direzione del proprio lavoro, e cioè la società, essa non è in grado di comprenderla nella sua vita reale» (1). E non è in grado di comprenderla non a causa di un suo difetto di intelligenza, o a motivo di un limite intrinseco alla prassi scientifica in quanto tale, ossia considerata in astratto (operazione concettuale priva di senso), ma in grazia del ruolo sociale che la scienza ha nella società capitalistica. «La teoria marxiana della società annovera la scienza tra le forze produttive umane. […] Nella misura in cui si presenta come mezzo per la produzione di valori sociali, e cioè si esprime sotto forma di metodi di produzione, essa rappresenta anche un mezzo di produzione. La scienza collabora al processo della vita sociale come forza produttiva e mezzo di produzione» (p. 3). Siccome il processo della vita sociale è ormai da moltissimo tempo dominato dai rapporti sociali capitalistici, rapporti sociali di assoggettamento e di sfruttamento (degli uomini e della natura) che oggi hanno una dimensione planetaria, ne deriva immediatamente la peculiare natura sociale che la scienza viene ad assumere in questa epoca storica. Come ho scritto su un post di qualche mese fa dedicato alla quarantena, «in questo peculiare senso la scienza non è affatto la soluzione, ma è piuttosto parte organica del problema che ci affligge». Al sorgere della moderna società borghese la scienza si alleò con le forze del progresso umano contro ogni forma di oscurantismo politico e ideologico, ma nella misura in cui le nuove classi dominanti andavano radicando e potenziando il loro potere sistemico (economico, politico, ideologico, psicologico), anche la scienza si vide costretta (dai fatti, dalla prassi, dalla vita, e non da un ordine formulato in termini concettuali) ad abbandonare la vecchia e virtuosa strada, per trasformarsi essa stessa in una pratica al servizio di potenze sociali disumane e in un’ideologia al servizio della conservazione sociale. Di qui, il rifiuto della scienza a comprendere il processo sociale nella sua complessa e vitale totalità, e la sua tendenza a scomporre sempre più la totalità sociale, la sola in grado di restituirci la realtà quotidiana nella sua vitalità (nel suo processo) e nella sua peculiarità storico-sociale, e la sua ossessione specialistica. E ciò «significa mancare il nesso stesso della vita», come sostiene giustamente il nostro clinico. «I criteri modellati sulle scienze della natura che la ricerca sociale empirica ha fatto propri, e che postulano la ripetibilità, la controllabilità, l’isolamento dei singoli fattori di un tutto, non giungono a darci l’essenza delle cose» (2). Frantumare il corpo sociale nelle sue parti elementari per poi procedere alla loro vivisezione, significa ritrovarsi ad avere a che fare con un ancorché di morto, non certo con la vita di un processo sociale che getta luce su ogni suo più piccolo aspetto.

La scienza diventa ideologia «nella misura in cui conserva una forma che impedisce di scoprire le cause reali della crisi»: Horkheimer scrisse questo passo nel momento in cui in tutto l’Occidente imperversava la crisi economica deflagrata nel 1929, mentre una crisi di identità travagliava già da anni il pensiero scientifico, chiamato a dar conto dei suoi fallimenti fatti registrare sul terreno del progresso umano, e ciò tanto più dopo il coinvolgimento della scienza nella carneficina della Grande Guerra. Allora una parte dell’intellettualità borghese reagì al marasma sociale e alla crisi della scienza imboccando la facile scorciatoia dell’irrazionalismo, corrente di pensiero che criticava la scienza in quanto razionalità in genere (da Socrate in poi!) (3), così che doveva risultargli sostanzialmente incomprensibile il processo sociale che aveva messo il pensiero scientifico al servizio di potenze sociali che realizzavano, alle spalle di ogni volontà e di ogni coscienza, un mondo oggettivamente disumano, violento e altamente irrazionale. «Sorse così un’antropologia filosofica fiera della sua indipendenza che assolutizzò, nell’uomo, alcuni caratteri particolari, e all’intelligenza critica venne contrapposta l’intuizione libera dalla coazione dei criteri scientifici, sicura del proprio sguardo geniale. In questo modo la metafisica allontana dalla crisi sociale, e scredita persino i mezzi necessari per indagarle. Essa confonde, in particolare, le acque in quanto ipostatizza l’uomo isolato, astratto, e quindi minimizza l’importanza della comprensione teoretica dei processi sociali. […] Nella misura in cui si parla giustamente di una crisi della scienza, essa non può essere separata dalla crisi generale. […] La crisi della scienza può essere compresa solo a partire dalla giusta teoria della situazione sociale contemporanea; poiché la scienza è una funzione sociale che in quanto tale rispecchia, oggi, le contraddizioni della società» (4). Se vuoi una scienza che sia al servizio esclusivo dei molteplici bisogni umani: dal bisogno di nutrirsi e vestirsi a quello di amare e di capire il senso ultimo delle cose (naturali, intellettuali, “spirituali”); se vuoi cioè una scienza autenticamente umana devi anche volere una Comunità umana, una prassi sociale interamente orientata in senso umano (non in senso economico e politico), cosa che presuppone un assetto comunitario privo di classi sociali e, quindi, di relazioni sociali di dominio e di sfruttamento. Molta critica antiscientista dei nostri giorni è purtroppo viziata dal punto di vista non storico-sociale e non dialettico qui appena abbozzato.

Non si tratta di «ritornare a casa», secondo il noto e ingenuo invito che l’esistenzialismo rivolse una volta all’uomo occidentale; si tratta piuttosto di costruire una casa interamente nuova, una casa adeguata alla condizione dell’uomo in quanto uomo. Noi siamo «gettati» fin dalla nascita in un mondo radicalmente disumano, perché la prassi sociale che rende possibile la vita degli uomini è posta in una dimensione classista che non può non generare un mondo radicalmente disumano, e in quanto tale radicalmente irrazionale, sebbene la scienza occupi nella nostra vita un posto di assoluta importanza.

«Bisogna intanto distinguere tra scienza e scientismo», ci ammonisce Le Foche: «La scienza deve fornire dati, trarre deduzioni, porre dubbi, indicare proposte. Lo scientismo è quando la scienza si sostituisce alla politica, come si è visto in certi regimi dove, in nome del diktat della scienza, si sono avallate cose orrende». Diciamo, meglio, che la scienza a volte crede, si illude di potersi sostituire alla politica. La «dittatura della ragione scientifica» di cui molti oggi parlano in realtà esprime una situazione sociale che vede la scienza nel ruolo di ancella della politica e del sistema sociale considerato nella sua compatta, conflittuale e contraddittoria totalità.

L’attaccamento feticistico all’oggettività, alla fattualità, esibito con sprezzante orgoglio dalla scienza finisce per diventare un’acritica accettazione del cattivo mondo, si capovolge in una sua “oggettiva” apologia celata dietro un esilissimo schermo di dichiarata “neutralità politica”. Lungi dall’essere l’ultima parola nella ricerca della verità, la scienza ammalata di scientismo collabora con le forze della conservazione a occultare le verità più essenziali allo sforzo inteso a illuminare la reale condizione umana e a individuare le possibili vie di fuga da questa pessima condizione. «La scienza deve fornire dati, trarre deduzioni, porre dubbi, indicare proposte»: ma a chi, a quale organizzazione sociale, a quale struttura di potere «la scienza deve fornire» la propria collaborazione? La natura sociale della Comunità nel cui seno agisce in termini positivi (collaborativi) la scienza sembra un dato inessenziale per il nostro scienziato, mentre essa è ai miei occhi il cuore del problema.

Per comprendere ciò che intendo dire per economia orientata in senso economico, è sufficiente richiamare alla mente la miserabile quanto farsesca vicenda delle mascherine e dei più elementari presidi igienico-sanitari diventati nel giro di poche ore, all’inizio della cosiddetta crisi sanitaria, beni di lusso inaccessibili a molte tasche e spesso semplicemente introvabili. In compenso, costruiamo costosissime macchine e manteniamo costosissime strutture tecnoscientifiche allo scopo di «rilevare onde gravitazionali di intensità pari a 10¯²¹. Un obiettivo ambizioso e sicuramente entusiasmante che vedrà l’instaurarsi di una collaborazione fattiva fra tutti gli interferometri attivi sia sul nostro pianeta sia persino nello spazio!» (5). La collaborazione fattiva fra tutti gli interferoni è qualcosa che suscita in me una sconfinata ammirazione nei confronti della ricerca scientifica. Intendevo essere ironico. Ancora Horkheimer: «Nella crisi generale dell’economia la scienza appare come uno dei numerosi elementi di quella ricchezza sociale che non adempie alla sua destinazione. La sua consistenza attuale supera di gran lunga quella delle epoche precedenti. Sulla terra ci sono più materie prime, più macchine, più forze lavorative addestrate e migliori metodi di produzione di quanto non siano mai esistiti in passato, eppure gli uomini non ne traggono un vantaggio corrispondente. La società nella sua forma attuale si dimostra incapace di utilizzare veramente le forze che si sono sviluppate in essa e la ricchezza che è stata prodotta nel suo ambito. Le conoscenze scientifiche condividono la sorte delle forze produttive e dei mezzi di produzione di altro tipo: la misura in cui sono applicati è grandemente sproporzionata al loro grado di sviluppo e ai bisogni reali degli uomini; ciò ostacola anche il loro ulteriore sviluppo quantitativo e qualitativo» (p. 4). Accade necessariamente questo quando l’intera prassi sociale è dominata dall’imperativo categorico della compatibilità/sostenibilità economica, e non a caso oggi la scienza è diventata lo strumento più potente al servizio del Capitale, che se ne serve per ottimizzare la sua ricerca del massimo profitto in ogni settore di attività. E questo giustifica anche l’esistenza, ad esempio, del costosissimo interferometro LIGO di Hanford, nello Stato di Washington, il quale «ci ha permesso di dimostrare l’esattezza della predizione di Albert Einstein» (6) circa la curvatura dello spazio-tempo: investimenti che oggi appaiono economicamente irrazionali e giustificati solo dall’amore per la pura conoscenza, possono  tuttavia favorire lo sviluppo di tecnologie molto utili al profitto e alla potenza (scientifica, tecnologica, militare) di domani. Quando vuole, il Moloch sa essere molto lungimirante, e questa virtù riceve un decisivo alimento dalla scienza. Beninteso del tutto “oggettivamente”…

«Dobbiamo ricreare condizioni che ci favoriscano biologicamente», sostiene con apprezzabile buonsenso il nostro clinico: «Dobbiamo Rinunciare a considerare il pianeta come una nostra risorsa illimitata da saccheggiare. L’onnipotenza è un nemico da combattere. Gli ecosistemi sono le nicchie biologiche che mantengono virus e batteri inoffensivi. Se li distruggi, scatta una ribellione della natura, scatenando avversità. Da dittatori del pianeta, non abbiamo un futuro. Basta guardare la storia delle dittature». Senza averne la minima idea, il professor Le Foche evoca l’onnipotenza di una forza sociale che noi per l’essenziale non solo non controlliamo, come umanità, ma di cui piuttosto subiamo la cieca azione, come da ultimo dimostra proprio la pandemia ancora in corso. Noi abbiamo a che fare con un totalitarismo sociale che rende possibile ogni sorta di “problematiche” (dittature politiche comprese) e di contraddizioni sociali, e il fatto che la scienza non riesca a comprenderlo, mentre continua a ripetere ingenue e impotenti filastrocche intorno al famigerato Antropocene, dimostra che come individui sottoposti al brutale (soprattutto in termini affettivi e psicologici) dominio del Moloch capitalistico abbiamo soprattutto bisogno di coscienza (critica, radicale, rivoluzionaria), non di scienza.

La “vecchia normalità” era caratterizzata, sempre secondo il nostro professore, da «un malsano delirio di onnipotenza. Ci ritenevamo i padroni dell’universo, è bastato un nemico invisibile, infinitamente più piccolo di una pulce a metterci al muro. Abbiamo scoperto di colpo la nostra vulnerabilità assoluta». In realtà il nostro nemico non ha le dimensioni né la natura di un virus; in realtà non siamo noi ma i rapporti sociali capitalistici i «padroni dell’universo»; in realtà «la nostra vulnerabilità assoluta» nei confronti di qualsivoglia magagna sociale e “naturale” è resa possibile dalla nostra condizione sociale radicalmente disumana. «Il sistema immunitario è la nostra armatura. Siamo ancora lontani dal conoscerlo bene ma, se attivato in modo congruo, ha le risorse intrinseche per difenderci da tutto». Forse ciò che ci manca è soprattutto la conoscenza del meccanismo sociale che maltratta (eccome!) anche il sistema immunitario; forse più che attivare il sistema immunitario oggi dovremmo piuttosto attivare il pensiero critico, per capire in profondità ciò che ci accade e perché ci accade. Forse dovremmo iniziare a non dare più per scontato che una Comunità autenticamente umana non sia realizzabile. Forse.

(1) M. Horkheimer, Osservazioni sulla scienza e la crisi, in Teoria critica, I, p. 8, Einaudi, 1974.
(2) M. Horkheimer, T. W. Adorno, Lezioni di sociologia, p. 183, Einaudi, 2001.
(3) «Per Heidegger, la storia della civiltà occidentale considerata dai due punti di vista cruciali, quello della metafisica dopo Platone e della scienza e della tecnologia dopo Aristotele e Cartesio, non è né più né meno che la storia dell’oblio dell’essere. Il XX secolo è il momento culminante, ma perfettamente logico di questa amnesia» (G. Steiner, Heidegger, p. 44, Garzanti, 2014). Com’è noto, Martin Heidegger riprese, radicalizzandola, la critica nietzschiana del pensiero socratico (platonico) e dell’illuminismo.
(4) M. Horkheimer, Osservazioni sulla scienza e la crisi pp. 7-9.
(5) F. Fracas, Il mondo secondo la fisica quantistica, p. 122, Sperling & Kupfer, 2019.
(6) Ivi, p.120.

TUTTA COLPA DI CARTESIO!

Nel suo libro Dimenticare Cartesio (Mimesis, 2010) Francesco Pullia addebita alla «concezione antropocentrica» del filosofo francese lo sterminio degli animali per scopi alimentari e scientifici. Una volta che l’uomo concepisce se stesso non come parte del tutto, ma come il Tutto, come l’ombelico dell’Universo, con ciò stesso egli apre la strada che conduce gli animali, concepiti da Cartesio alla stregua di semplici macchine, all’ingrassaggio industriale, al macello, all’allevamento in batteria, al tavolo della vivisezione. Ecco perché, sostiene Pullia, bisogna finalmente prendere congedo da Cartesio, il quale «rimane sulla carta in una dolorosa scia di sopraffazioni», per «camminare sulla via della ecosofia». Al famigerato filosofo dell’Io penso, dunque sono, il Nostro contrappone Aldo Capitini, il filosofo della nonviolenza e della «compresenza».

Ma ha senso attribuire a Cartesio, peraltro in un modo che definire sbrigativo è poco, l’olocausto degli animali e ogni altra nequizia ai danni della «Madre Terra» (uomini compresi?) A occhio, mi sembra quantomeno esagerato, per mantenermi sul terreno dell’eufemismo. E ciò tanto più se rifletto sulla matrice politica di Pullia: egli è infatti un militante di prestigio del Partito Radicale, ossia di quel partito che ha sempre fatto del capitalismo «liberale e liberista» di stampo anglosassone la sua bandiera. Di quel partito che ha sempre sostenuto la libera – e persino sfrenata, come la brama del profitto – ricerca scientifica, e che giudica «oscurantista» e oggettivamente filo papista ogni critica rivolta allo scientismo. La critica della scienza contemporanea come formidabile e insostituibile strumento di dominio e di sfruttamento di cose, persone e animali, naturalmente gli fa un baffo: il problema per lui è l’antropocentrismo di Cartesio, non il capitalecentrismo che mette in out ogni qualità essenzialmente umana. Non ho niente da rimproverargli, perché trovo del tutto necessaria, visti i presupposti teorici e politici da cui muove, una simile cecità, chiamata altrimenti «ecosofia».

Anche Paolo Scroccaro, dell’Associazione Eco-filosofica, se la prende con Cartesio (e con Galilei): «Se la scienza moderna avesse seguito Leonardo, invece di seguire Galilei e Cartesio, molto probabilmente anche la direzione della civiltà sarebbe stata molto diversa» (cit. tratta da Decrescita, AA VV, Sismondi ed., 2009). Mi pare di sentire il commento dell’uomo con la barba: «Costui ragiona con la testa poggiata sul lurido suolo dell’ideologia borghese!» Ma io non sono così materialista…

Fritjof Capra, teorico della cosiddetta «ecologia profonda», concorda con il filosofo italiano: «Ritengo ragionevole pensare che la scienza occidentale si sarebbe sviluppata in modo diverso se i famosi Quaderni di Leonardo (che sono rimasti nascosti per oltre due secoli dopo la sua morte nel 1519) fossero stati studiati dai suoi contemporanei» (cit. tratta da Decrescita). Vedete quanto la storia del mondo dipende dal caso? Altro che «determinismo economico»! Via Cartesio, largo a Leonardo: ecco compiuta la «rivoluzione culturale» che ci salverà dall’autodistruzione. D’altra parte, l’anno magico dei Maya si avvicina! Nicchio.

Ma ha poi un fondamento storico e filosofico contrapporre Leonardo a Cartesio e a Galileo? Naturalmente no. Non vi fidate del mio giudizio? Allora leggete uno che in fatto di storia del pensiero scientifico la sapeva assai più lunga: «Porre l’inizio della meccanica al tempo di Galilei e di Descartes significa non prendere in considerazione almeno 50 anni di ricerca scientifica … E’ certo che Leonardo nelle sue ricerche ha impiegato metodi quantitativi esatti e che ha sottolineato la generale applicabilità della matematica … Egli pose i principi di una compiuta immagine meccanicistica del mondo» (H. Grossmann, Le basi sociali della filosofia meccanicistica e la manifattura, 1935). Insomma, checché ne dicano i filosofi dell’ecologia profonda, alla ricerca di capri espiatori filosofici in grado di salvare (non lo sanno, ma lo fanno!) la capra dei rapporti sociali capitalistici e i cavoli del rispetto ambientale, Leonardo si colloca al centro della genesi del pensiero scientifico moderno, prodotto e – al contempo – fattore del moderno capitalismo.

Scriveva E. Husserl: «Non si può sollevare l’obiezione, ora di moda, che la filosofia universale cartesiana, fondata su un fondamento apodittico, abbia creato quell’umanità esistenzialmente fallita, il cui entusiasmo per il progresso, il cui ideale di un dominio conoscitivo sulla natura, da realizzarsi attraverso un progresso all’infinito, di un dominio tecnico da promuovere all’infinito, non persegue in fondo che una “tranquillità” e, in certo senso, un’assicurazione contro il destino. Il fatto che nel nostro tempo esista un’umanità di questo tipo, e che si caratterizzi come un fenomeno di massa, è innegabile. Ma non tutti coloro che irridono alle proprie catene sono liberi» (La crisi delle scienze europee, 1936). Infatti, le catene non vanno irrise, ma spezzate, non solo nella testa ma anche nella prassi sociale. Ecco perché ho il sospetto che non ce la possiamo cavare con una semplice «rivoluzione culturale», tanto più se è del tipo “ecosofica”.