L’ALBUM DI FAMIGLIA DI MARCO MINNITI

«A sinistra devono ringraziare mia madre. Se no come Ministro dell’Interno gli toccava non un ex comunista ma un ex ufficiale dell’Aeronautica» (M. Minniti). Che culo!

Chi oggi parla con sempre maggiore insistenza della necessità e urgenza di un rapido superamento delle categorie di “sinistra” e di “destra”, ormai incapaci di intercettare i mutamenti sociali del XXI secolo, può farlo con piena legittimità politica e “dottrinaria” perché la sinistra a cui di solito si fa riferimento ha le sue radici piantate saldamente nella tradizione del PCI, un Partito stalinista (altro che comunista!) che per molti versi praticava una politica ancora più reazionaria di quella democristiana. La cosa apparve chiara anche ai ciechi durante i cosiddetti anni di piombo, quando il Partito di Enrico Berlinguer e Ugo Pecchioli gareggiò con il Movimento Sociale di Giorgio Almirante e con il Partito Repubblicano di Ugo La Malfa nella competizione tesa a stabilire a chi spettasse il primato nella repressione dei movimenti di opposizione sociale. Com’è noto, il PCI vinse per molti anni di seguito il prestigioso Manganello d’Oro. Ecco perché giustamente il Ministro dell’Interno Marco Minniti può oggi rivendicare con orgoglio, dinanzi a chi lo accusa di essere uno sbirro e un fascista in ragione del suo piglio “decisionista”, la propria militanza nel «vecchio e glorioso» PCI: «Io mi sono formato in quella scuola, è chiaro questo fatto?». Chiarissimo!

A quanto pare la cosa appare chiara anche al “destro” Pietrangelo Buttafuoco: «L’uomo delle missioni sporche e delle sfide impossibili. Marco Minniti è un po’ comunista, un po’ sbirro. Un po’ il Mister Wolf di Pulp fiction, che risolve a modo suo le patate bollenti, un po’ un ministro napoleonico, un po’ Scipione l’Africano. Ce n’è abbastanza per conquistare anche Pietrangelo Buttafuoco, uomo che certo di sinistra non è, che sul Fatto quotidiano ne disegna un ritratto ironico e, in certi passaggi, ammirato. Il ministro degli Interni, duro e pragmatico, ha dovuto sbrigare in poco tempo la prova titanica dello sbarco dei migranti e lo ha fatto, sottolinea Buttafuoco, con lo stesso senso della “legge e dell’ordine” che muoveva Ugo Pecchioli, comunista di ferro responsabile della linea dura del Pci ai tempi del sequestro Moro. Un uomo, insomma, in grado di salvare il Paese» (Libero Quotidiano). Finalmente un uomo politico con la schiena dritta!

Massimo D’Alema, che nel suo Governo ebbe Minniti come sottosegretario e uomo di fiducia (o braccio destro, appunto!), schiuma di invidia: «Il Ministro Minniti in Libia ha fatto come Berlusconi con Gheddafi». Praticamente un complimento, visto cosa è successo dopo la “guerra umanitaria” a trazione franco-britannica del 2011. Naturalmente il cinico D’Alema sa benissimo che la politica estera “implementata” dal Governo Berlusconi nei confronti della Libia e del Medio Oriente non contraddisse in nulla la tradizionale politica estera italiana, peraltro servita in modo eccellente dallo stesso epigono di Togliatti, il quale nel 1999 «autorizzò l’uso dello spazio aereo italiano per la guerra della Nato contro la Serbia di Milosevic, scoppiata per la crisi in Kosovo. Anche i nostri aerei andarono a bombardare» (Il Giornale).

Scriveva il 13 febbraio di quest’anno Francesco Specchia su Libero Quotidiano: «Come tutti i veri comunisti, il ministro degli Interni Domenico Marco Minniti è un uomo di destra». Mi permetto una piccolissima correzione: come tutti i veri stalinisti italiani (o togliattiani che dir si voglia) Minniti «è un uomo di destra». D’altra parte, come cantava il grande Gaber, «Cos’è la destra, cos’è la sinistra?». Per me è sufficiente sapere che nel Secondo dopoguerra “destra” e “sinistra” hanno rappresentato due diversi modi di servire lo stesso dominio sociale – capitalistico. Le classiche due facce della stessa escrementizia (o capitalistica: il concetto non cambia!) medaglia. Per questo anche una parte della cosiddetta destra radicale e una parte della cosiddetta sinistra radicale esibiscono non pochi punti in comune tra loro: sovranismo, statalismo, antiliberismo, protezionismo, forte simpatia verso i regimi a partito unico, aperta ostilità nei confronti dei nuovi movimenti di “emancipazione sessuale” (*) e così via.

Scrive Eurostop: «A maggio di quest’anno Eurostop ha lanciato un appello contro la repressione e per la difesa delle libertà democratiche che ha raccolto decine di adesioni di giuristi, sindacalisti, accademici, attivisti sociali e politici. In questi mesi, i fatti si sono incaricati di confermare l’allarme contenuto in quell’appello e l’urgenza di sbarrare la strada a misure che stanno configurando nel nostro paese uno stato di polizia. È sempre più palese un modello politico autoritario di società in cui i diritti di proprietà e quelli di impresa prevalgono sui diritti costituzionali all’abitare, al lavoro, alla salute, alla dignità, colpendo preventivamente e repressivamente chi ritiene che l’ordine di tali priorità vada rovesciato. Vogliamo discutere il come mettere in campo un percorso inclusivo ed efficace a tale scopo. Scegliamo di farlo a Bologna il 23 settembre non solo perché a Bologna è stato reso pubblico l’appello di maggio, ma perché quaranta anni fa il “convegno contro la repressione” organizzato dal movimento del ’77 proprio a Bologna, fu anche allora anticipatore ed emblematico del modello sociale che si voleva imporre al nostro paese, scatenando la repressione contro il movimento come presupposto per l’azzeramento delle conquiste politiche e sociali del movimento operaio e democratico dal dopoguerra fino agli anni ’70». Registro le solite illusioni sulle «libertà democratiche» e sulla «Costituzione [borghese!] più bella del mondo»; detto questo, mi permetto di rilevare che qui non si fa alcun cenno al ruolo che il PCI di Berlinguer, Pecchioli e Zangheri, indimenticato sindaco “comunista” di Bologna, ebbe in quella repressione e, in generale, nel tentativo, riuscito, di preparare «il terreno alla vendetta di classe e alla piena restaurazione dell’ordine capitalistico nel paese». Certamente se ne parlerà il 23 settembre.

«La sinistra ha trovato il nuovo nemico: Marco Minniti. Troppo di destra sui migranti, troppo popolare nei sondaggi, troppo elogiato anche all’estero (il New York Times gli ha dedicato un lungo ritratto, “Italy’ s Lord of the Spies”), più temibile di Renzi ormai considerato in fase declinante» (Il Giornale). Ultimamente «la sinistra» consuma nemici e miti (vedi il Venezuela chávista) con una rapidità davvero sorprendente, e forse anche questo è un segno della grave crisi politico-ideologica che da anni la travaglia. «E un bel chi se ne frega non lo vogliamo aggiungere?». Chi ha parlato? Certo che oggi non si hanno più remore nemmeno nello sparare sulla Croce Rossa: che tempi!

«Minniti ha una storia da sbirro», ha scritto il “guru della sinistra umanitaria” Gino Strada; come abbiamo visto Minniti ha innanzitutto una storia da “comunista italiano”. E si vede.

(*) A proposito di “emancipazione sessuale”! Qualche giorno fa il noto programma radiofonico La zanzara ha voluto rubare a Diego Fusaro, il filosofo più mediaticamente reclamizzato del momento (e sempre più una caricatura di sé stesso), perle dialettico-materialistiche su un tema molto scottante ed eccitante: la masturbazione. Chiede il conduttore Giuseppe Cruciani: «Come si colloca la masturbazione nella vita di un filosofo dalle molte letture?». A domanda il filosofo «nemico del pensiero unico e dei poteri forti» (dice lui) risponde: «Io il godimento massimo lo traggo dalla lettura del Simposio di Platone oppure dalla lettura di Kant. [Probabilmente qui Freud avrebbe individuato un chiaro sintomo di sublimazione degli istinti]. Suddetta pratica [onanistica] finisce di fatto per aumentare l’atomizzazione degli individui. Essa è una forma di autarchia egoistica, una pratica tipica e coessenziale del neoliberismo imperante. Suddetta pratica ci parla del nuovo ordine sessuale neoliberista». Che ruolo può avere la famiglia nell’arrestare la deriva neoliberista anche in ambito sessuale? «La famiglia è l’ultimo baluardo di resistenza comunitaria al nesso sradicante del mercato che ci vuole tutti atomi consumistici in ambito economico e gaudenti in maniera autistica in ambito erotico, e che dissolve i legami sociali. Occorre ripartire dalla comunità. In ambito politico la comunità si declina come Stato etico e in ambito erotico si declina come famiglia, cioè come comunità immediatamente basata sul sentimento. Ho appena citato Hegel». Tutto si può dire del nostro filosofo reazionario, tranne che non abbia una citazione pronta all’occorrenza.

Preso da invidia compulsiva, mi permetto anch’io una citazione “colta”: «La famiglia si presenta alla coscienza ingenua come un’isola posta nel flusso della dinamica sociale, residuo dell’idealizzato stato di natura. in realtà, la famiglia non solo dipende dalla realtà sociale nelle sue successive concretizzazioni storiche, ma è mediata socialmente fin nella sua struttura più intima. […] La famiglia non è un’entità naturale ed eterna anteriore a ogni società organizzata. In una tal famiglia “naturale” va cercato probabilmente anche il modello della categoria di “comunità” che il Tönnies oppose alla “società”. [Molti “comunitaristi” odierni citano Marx ma pensano come Tönnies]. Come accade per tutte le forme di mediazione tra singolarità biologica e totalità sociale la famiglia, nel suo contenuto sostanziale, viene riassunta a proprio conto dalla società. La crisi della famiglia è d’origine sociale; e non è possibile negarla, o liquidarla come semplice sintomo di degenerazione e decadenza. […] Non vi sarà emancipazione della famiglia senza emancipazione della totalità sociale» (M. Horkheimer, T. W. Adorno, Famiglia, in Lezioni di sociologia, pp. 148-163, Einaudi, 2001). Voler fare della famiglia «l’ultimo baluardo di resistenza comunitaria» da contrapporre «al nesso sradicante del mercato» (si tratta del Capitalismo tout court o di una sua forma particolarmente “cattiva”?) non solo rivela una totale incomprensione circa la dialettica e la natura del processo sociale capitalistico, ma significa anche sostenere una posizione particolarmente reazionaria sul terreno della difesa del vigente dominio di classe, che qualcuno vorrebbe solo un po’ meno ostile ai vecchi e cari valori occidentali – e magari più aperto alle ragioni dello statalismo in campo economico.

«Avviatosi con “l’autoposizione” corrispondente alla fase tetico astratta e proseguito con l’antitesi della contraddizione della fase dialettica, il processo fenomenologico può così dirsi giunto alla sua ultima figura (non è infatti ipotizzabile alcuno stadio ulteriore di sviluppo), a quella fase sintetica che segna l’emersione di un capitalismo assoluto-totalitario o speculativo. Per poter essere corrispondente al proprio concetto (begriffsmassig), il capitalismo deve transitare per il negativo della fase dialettica, superarlo, e, in tal maniera, raggiungere – hegelianamente – una condizione ‘speculativa’, senza più opposizioni interne e contrasti di alcun tipo, saturando ogni poro del’”esistenza umana e paralizzando ogni istanza critica”» (D. Fusaro, Pensare altrimenti, Einaudi, 2017). È facile finire nella supercazzola quando non si sa padroneggiare la dialettica hegeliana! Ad ogni modo, sempre più spesso l’intellettualone pompato a dovere dai media sostiene di non avercela con il Capitalismo in quanto tale ma solo con il Finanzcapitalismo. E anche questo rappresenta un punto di convergenza tra ultrareazionari di “destra” e ultrareazionari di “sinistra”. Questo anche a proposito di «Cos’è la destra, cos’è la sinistra?», problema che trova in alcuni personaggi “emblematici” un’eccellente soluzione.

 

Annunci

MAL’ARIA

In ricordo di Rhoda e degli altri sommersi

 

Benché inglobati e trascinati senza requie dalla folla
innumerevole dei loro consimili, essi soffrono e si
trascinano in una opaca intima solitudine, e in solitudine
muoiono o scompaiono, senza lasciar traccia nella
memoria di nessuno (P. Levi, Se questo è un uomo).

Il reportage sui lager libici pubblicato domenica scorsa da Avvenire conferma quello che in Italia e nella civilissima Europa sanno tutti: i migranti che non stanno arrivando nel nostro Paese, in Spagna e in Grecia sono precipitati nel «buco nero delle prigioni clandestine libiche», infernale abisso che «ha numeri da Terzo Reich: circa 400mila i profughi “contabilizzati” dalle autorità di Tripoli, ma quelli rimasti imprigionati sono molti di più: secondo stime ufficiose confermate anche da fonti di intelligence italiane, sarebbero tra gli 800mila e il milione». Nei lager che anche il nostro Paese rende possibile, sono soprattutto le donne a pagare il prezzo più salato alla ricerca di una vita migliore: «Il blasfemo jihad degli stupratori libici si compie ogni sera, dopo che le autobotti [carichi di nafta] dei contrabbandieri tornano indietro. “Allah Akbar”, urlano mentre torturano gli uomini e assaltano le donne. Accanto alla vittima mettono un telefono mentre picchiano più duro, così che i malcapitati implorino pietà e altri soldi dai parenti rimasti nei villaggi». Giovani donne finite nelle mani degli aguzzini, ex scafisti riconvertitisi in guardie stipendiate a quanto pare anche con denaro proveniente dal governo italiano, preferiscono darsi la morte, pur di farla finita con stupri e umiliazioni d’ogni genere.

«Da qualche settimana, dicono i trafficanti di gasolio, c’è solo gente che entra e nessuno che va via coi gommoni. Una situazione esplosiva che fa essere gli scafisti ancora più cattivi, forse per il timore di non poter fronteggiare da soli una rivolta di centinaia di persone. Le finestre degli stanzoni dei migranti sono coperte da drappi che impediscono di vedere bene all’interno. Poi per un istante, lo straccio che fa da tenda viene scostato. Osserviamo un ammasso indistinto di esseri umani accucciati per terra. Uomini donne e bambini addossati a gruppi di trenta o quaranta per stanza. Ogni vano non supera i cinquanta metri quadri. Di colpo gli sguardi di mille occhi si alzano verso la finestra. E ci guardano. Qualsiasi gesto, un saluto, un sorriso, una smorfia di rabbia o di compassione, suonerebbe come beffardo o una nuova umiliazione». Sì, dinanzi all’orrore è meglio tacere, o distogliere lo sguardo, e pensare che dopo tutto paghiamo i politici perché siano loro a prendersi cura del mondo. Molti pensano, e non pochi anche dicono (viva la sincerità!), che l’obiettivo è stato comunque raggiunto: frenare in qualche modo l’«invasione» del sacro suolo nazionale da parte di gente che ci porta solo problemi: «Aiutiamoli a casa loro!». Occhio che non vede, cuore che non duole, coscienza che non pesa. E poi questi africani, con rispetto parlando, «dopo la miseria ci portano le malattie» (Libero Quotidiano). «Non abbiamo amici in quelle zone», sostiene il cattivo (e perciò credibile) Edward Luttwak: «stare fuori è l’unica soluzione. Altrimenti occorre ripristinare Stati di stampo coloniale». È ciò che d’altra parte si stanno impegnando a fare alcuni Paesi europei, Italia inclusa. «Nostre fonti, ma ora anche alcuni media libici tra al-Wasat e Erem, hanno riferito dell’incontro in Libia questa sera del ministro dell’Interno italiano, Marco Minniti, con il generale di Tobruk, Khalifa Haftar. Infatti dopo essere stato ad Algeri, Minniti si sarebbe recato a Bengasi, dove avrebbe incontrato il generale “di Tobruk” presso il suo ufficio situato nella base di al-Rajmeh, a sud della città della Cirenaica. […] Il meeting, avvenuto nel silenzio dei media italiani, avrebbe avuto ancora una volta al centro il tema dell’immigrazione, cosa probabile visto il ruolo del ministro dell’Interno» (Notizie Geopolitiche). Finalmente un Ministro dell’Interno come si deve! Anche la pelata ministeriale s’intona bene, a me pare, con la virile quanto vitale (per l’ordine sociale e la sicurezza nazionale) funzione.

«Zuara. È qui che Rhoda è morta dopo le prime notti in balia dei capricci degli scafisti. Era un anno fa. Dicono si sia ammazzata mentre tutti dormivano. Prima, cercava qualcosa con cui sfigurarsi. Acido, candeggina, oppure del fuoco. Fino a quando – racconta l’amica – trovò la lama di un rasoio usato dai migranti maschi». «Dicono si sia ammazzata mentre tutti dormivano»: anche qui da noi tutti dormono, o fanno finta di dormire, per poter dire (soprattutto a se stessi): «Ma io non sapevo, io dormivo, io non c’entro». Come no! «Considerate se questa è una donna. Senza capelli e senza nome. Senza più forza di ricordare. Vuoti gli occhi e freddo il grembo. Come una rana d’inverno» (P. Levi, Se questo è un uomo). «Ma io non sapevo, io dormivo, io non c’entro». Come no!

«In Germania non si può paragonare la crisi dei migranti all’Olocausto degli ebrei, nemmeno se a farlo è un artista. Ha ricevuto critiche durissime la performance dal titolo Auschwitz on the Beach scritta dal filosofo e attivista bolognese Franco “Bifo” Berardi» (Il Fatto), il quale denuncia «la bigotteria di gente che ha ripetuto molte volte “mai più Auschwitz” e tuttavia non tollera che qualcuno gli faccia presente che in realtà Auschwitz sta accadendo di nuovo sotto i nostri occhi e con la nostra complicità». Bravo Bifo! La radice sociale che ha reso possibile lo sterminio pianificato di uomini, donne, vecchi e bambini (anche di quelli “attenzionati” dalle democratiche Fortezze Volanti) nella Seconda guerra imperialista è tutt’altro che morta, e il “realismo” che dimostriamo nei confronti delle “sciagure lontane” lo testimonia nel modo più evidente.

«Noi occidentali», osserva ancora Bifo, «dobbiamo far fronte alle conseguenze di secoli di colonialismo e di quindici anni di guerra ininterrotta, di cui siamo totalmente responsabili. Ora, l’enorme debito che abbiamo accumulato, non vogliamo pagarlo. Ci rifiutiamo di investire le enormi somme di denaro necessarie per l’accoglienza dei migranti e preferiamo darle a Banca Etruria, al Monte dei Paschi e al sistema finanziario europeo. Bene, questo atteggiamento provoca la guerra. Una guerra che è già cominciata e che non vinceremo, perché abbiamo a che fare con un immenso esercito di disperati. Perderemo tutto. Perderemo la vita di molta gente, perderemo la democrazia e il senso dell’umanità». Questa lamentela da occidentale critico invece non mi piace neanche un poco, anche perché sembra inclinare verso il solito piagnisteo “populista”, antifinanziario e antiliberista («quell’espressione ha provocato la bigotteria del ceto neoliberale tedesco.). Nella mia qualità di “proletario critico” mi auguro piuttosto una saldatura tra la classe subalterna d’Europa e «l’immenso esercito di disperati» alla ricerca di una vita migliore, e certamente non mi spaventa neanche un poco la prospettiva di perdere la «democrazia [ossia l’attuale forma politico-istituzionale che assume il dominio di classe] e il senso dell’umanità [degli “occidentali”?]»: come diceva quello, i proletari non hanno niente da perdere e un mondo da conquistare.

«Distruggere l’uomo è difficile, quasi quanto crearlo: non è stato agevole, non è stato breve, ma ci siete riusciti, tedeschi. Eccoci docili sotto i vostri sguardi: da parte nostra nulla più avete a temere: non atti di rivolta, non parole di sfida, neppure uno sguardo giudice» (P. Levi, Se questo…). Qui si parla di tutti noi, beninteso. Almeno io la vedo così. Più volte nei miei modesti post ho scritto che fino a quando non apparirà sulla scena «un’umanità socialmente sviluppata» (Marx), «un’umanità al suo livello più alto» (Schopenhauer), tutto il male astrattamente concepibile è pure molto probabile, anche ai danni di chi al momento pensa di esserne al riparo semplicemente perché crede di essere nato nella parte fortunata del mondo. Salvo ritrovarsi in casa la guerra sotto forma di attentati terroristici. Intanto, mentre rimandiamo sine die la creazione dell’uomo, ossia la realizzazione delle condizioni sociali che rendano possibile l’esistenza dell’uomo in quanto uomo su questo piccolo pianeta, la ruota della fortuna continua a girare, sempre più rapidamente, sempre più minacciosa. Non c’è dubbio, tira una pessima aria: mal’aria, appunto, e tutti – salvo chi legge, si capisce – ne siamo contagiati. «Ai vaccini, presto!» Auguri!

LA LEGGENDA DEL MARX BEVITORE

Spero per l’onore della schiuma
del vino che Siebold non sia una
siffatta venal schiuma (K. Marx).

Una lettrice mi scrive: «Perdona l’ignoranza…, ma chi è l’avvinazzato di Treviri?». Questa domanda mi offre l’occasione di scusarmi con chi ha la pazienza di leggere le mie modeste cose; infatti, nessuno è ovviamente tenuto a decrittare le mie fisime “letterarie”, a cominciare dal vezzo di strapazzare il buon nome del comunista tedesco che mi concedo definendolo, di volta in volta, «l’ubriacone di Treviri», «l’avvinazzato di Treviri», appunto, «il forte bevitore di Treviri», «l’alcolista di Treviri» e via di questo passo. A volte, tanto per non ripetermi, lo evoco invece come «il barbuto di Treviri», ma anche come «il barbone di Treviri», cercando ignobilmente un facile calembour – peraltro non del tutto infondato: «Non credo che mai nessuno abbia scritto su “il denaro” con una tale mancanza di denaro» (Marx). Lo so che fare dell’ironia sulle disgrazie altrui non è una bella cosa, ma nel caso di specie si tratta di un’ironia carica di affetto e tutt’altro che irrispettosa nei confronti della “vittima” presa di mira, al contrario!

Quando nel carteggio Marx-Engels m’imbatto nella terribile miseria di Marx («privatamente, vivo la più tormentata vita che si possa immaginare») e dei suoi cari («lo status degli abiti estivi delle bambine è da sottoproletari, e mia moglie ha i nervi sconquassati per queste miserie»), ebbene tutte le volte mi commuovo come se si trattasse di una persona a me cara e da me effettivamente conosciuta e frequentata. E poi non posso fare a meno di pensare alle tante perle concettuali e politiche che quel gigante del pensiero rivoluzionario ci avrebbe probabilmente lasciato in eredità se solo avesse potuto vivere un’esistenza meno tribolata (1). Intendiamoci, personalmente non mi lamento e mi faccio bastare il prezioso tesoro che egli riuscì a mettere insieme tra un mal di denti e un travaso di bile, mentre studiava vari espedienti quotidiani volti a procacciarsi un po’ di denaro e la periodica lotta contro reumatismi, foruncoli, «vigliacchissime emorroidi», inappetenza, vomito, «emicrania, terribili dolori di denti, di orecchie, di occhi, di gola e dio sa quali altri dolori» (2). «Io devo perseguire il mio scopo a tutti i costi e non permettere alla società borghese di trasformarmi in una moneymaking machine». Grande Carlo! Di certo la società borghese non riuscì a trasformarlo in un moneymaking machine

Il bizzarro vezzo di cui sopra, che a qualcuno può anche suonare antipatico, e che in ogni caso fin da oggi m’impegno a tenere più a freno, ha come suo fondamento l’attrazione marxiana per il buon vino e per la buona birra (3), una normalissima inclinazione, sicuramente apprezzata anche da molti lettori (e certamente da chi scrive), che ho esasperato fino alla caricatura, alla macchietta, ma, come dicevo, per affetto nei confronti del simpatico Moro, e non certo per denigrarlo in qualche modo, come del resto si evince facilmente dai miei scritti, che difatti non pochi lettori considerano fin troppo elogiativi e “simpatetici” nei confronti dell’autore squattrinato del Capitale. Vero è che ho sempre tenuto a precisare, anche qui civettando abbastanza ignobilmente con Marx, di non essere un marxista, anche per non nascondere le mie tante magagne politico-dottrinarie dietro l’arruffata barba del Tedesco (e soprattutto per tenermi lontano dal calderone dei “veri” o presunti “marxisti”), ma di essere piuttosto un più che modesto interprete dei testi marxiani, che solo in questa modalità “correlativa”  (relazione oggetto-soggetto, testo-lettore) costituiscono il mio punto di partenza concettuale, il fondamento dei miei – non si sa quanto strampalati – ragionamenti. Certo, qui faccio valere il concetto hegeliano di mediazione come venne fuori dopo il trattamento critico operato dal nostro bevitore già negli anni giovanili, anni d’amore, di poesie, di frenetico studio, di lotte e di proverbiali bisbocce. Ma ritorniamo all’osteria! (4)

Fin dal mio primissimo approccio con la politica sentii parlare dell’amore di Marx per il buon vino e, fondato o meno che fosse, trovai quel pettegolezzo  degno del mio interesse. L’idea di un Marx perso tra i fumi della teoria critica e quelli dell’alcol si rivelò subito una sicura fonte di risate («altro che coscienza di classe: fu il suo amore per il liquido nero che nel 1843 lo portò a scrivere sulla miseria dei vignaioli della Mosella!»: e giù risate), e così fin da ragazzo ho ricercato nelle tante lettere che il Moro spediva al carissimo “generale” Frederick, e viceversa, qualcosa che evocasse quell’immagine per me divertante. Per intenderci, passi come quelli che seguono (da una lettera di Marx a Engels del 9 giugno 1866): «Se la tua riserva di vino te lo consente (cioè se non devi fare nuove compere per questo), gradirei che tu me ne mandassi un poco, perché adesso non posso assolutamente bere birra» (5). Perché il Nostro non poteva bere birra in quel momento? Probabilmente a causa di una delle frequenti malattie che lo affliggevano, molte delle quali erano direttamente imputabili alle pessime condizioni di vita che, salvo rari e brevi momenti di “prosperità”, sempre tormentarono l’intera famiglia Marx. Ma questo l’ho già accennato. L’11 giugno Engels risponde alla sollecitazione dell’amico: «Caro Moro, la cassetta di Bordeaux parte stasera stessa. È ottimo vino di Borkheim». Un ultimo esempio: (lettera di Marx ad Engels del 25 febbraio 1865): «A proposito! Un po’ di vino di Porto e di Claret mi farebbe benissimo under present circumstances»; pronta (27 febbraio) la risposta di Engels: «Non ho Porto nel warehouse [magazzino] e debbo procurarmelo, ma lo farò immediatamente»; ancora Engel il 3 marzo: «Nella fretta non ho potuto trovare finora del Porto come si deve, ma ieri ho spedito del Claret. Cercherò ancora il Porto». Il 4 marzo l’avvinazzato di Treviri (quando ci vuole ci vuole!) sospende il maledetto lavoro (6) che lo occupava da anni e risponde: «Il tuo vino è arrivato ieri; ricambio con thanks». E giù sorsate di Claret, in onore del caro amico e alla faccia della malasorte e della società borghese.

Marx eccedeva nel suo amore per il vino? Può darsi, come quella volta in cui costrinse Engels a scrivere all’amico Joseph Weydemeyer quanto segue: «Purtroppo Marx, in seguito a una solenne bevuta durante la mia visita a Londra per capodanno, è stato seriamente ammalato per 14 giorni» (7). In questo caso, credo che almeno una parte della “colpa” vada attribuita proprio alla visita dell’amato compagno (e qui l’illazione gossippara è rigorosamente vietata!), il quale peraltro in quell’occasione trascorse giornate altrettanto sgradevoli, probabilmente anche a cagione delle «affinità elettive» che lo legavano così intimamente al malato.

Continua. Forse!

(1) «Sono completely disabled di lavorare, perché in parte perdo il meglio del tempo correndo di qua e di là e facendo inutili tentativi per scovare denaro, in parte la mia capacità di concentrazione, forse in seguito al mio maggiore esaurimento fisico, non resiste più ai guai domestici» (Lettera di Marx a Engels del 15 luglio 1858, in Marx-Engels, Opere, XL, p. 354, Editori Riuniti, 1973). Marx temeva che nella sua opera più significativa (Il capitale) rimanesse traccia della sua malattia: «Essa è il risultato di quindici anni di ricerche, dunque del periodo migliore della mia vita. Essa rappresenta per la prima volta in modo scientifico una importante concezione dei rapporti sociali. È dunque mio dovere di fronte al partito impedire che la cosa venga deformata da quella maniera di scrivere pesante e legnosa che è tipica di un fegato malato» (Lettera di Marx a Ferdinand Lassalle del 12 novembre 1858, in Marx-Engels, Opere, XL, pp. 594-594).
(2) Lettera di Jenny Marx a Engels, 12 aprile 1857, in Marx-Engels, Opere, XL, p. 683.
(3) «Fin dai tempi degli studi universitari, il giovane filosofo di Treviri imparò a conoscere molto bene gli effetti e i postumi di abbondanti e ripetute bevute. […] Nel rapporto tra il padre del comunismo e il vino, di là dei suoi noti interessi politico-economici e filosofici, l’elemento costante è di natura personale [questo l’avevo capito anch’io!]: la pratica del bere e il gusto dell’eccesso accompagnarono quasi tutta la sua esistenza. […] Se amava il vino, Marx sembrava non far torto neppure alla birra, tanto che una volta scampò miracolosamente all’arresto, in occasione di una protesta contro il divieto della sua vendita domenicale» (M. Donà, Filosofia del vino, Bompiani, 2010).
(4) «Tutto quello che in realtà Techow dice è che egli era solito bere con me, Engels e Schramm. […] Nessuno certamente si attenderà da me che io prenda sul serio notizie sulla mia teoria fornite da un ex tenente, che in tutta la sua vita ha trascorso con me un paio d’ore, e per di più in un’osteria» (Lettera di Marx al consigliere di giustizia Weber, 3 marzo 1860, in Marx-Engels, Opere, XLI, p. 546, Editori Riuniti, 1973).
(5) In Marx-Engels, Opere, XLII, p. 90, Editori Riuniti, 1974.
(6) «Ho sempre pensato che questo maledetto libro a cui hai dedicato così lunga fatica, fosse il nocciolo di tutte le tue disgrazie, da cui non saresti uscito né mai avresti potuto uscire fino a quando non te lo fossi scrollato di dosso. Questa eterna cosa incompiuta ti schiacciava fisicamente, spiritualmente e finanziariamente» (lettera di Engels a Marx del 27 aprile 1867; in Marx-Engels, Opere, XLII, p. 321). Risposta di Marx (7 maggio 1867): «Senza di te non avrei mai potuto portare a compimento la mia opera, e t’assicuro che mi ha sempre pesato sulla coscienza come un incubo il fatto che tu dovessi lasciar disperdere e arrugginire nel commercio la tua straordinaria energia specialmente per causa mia, e into the bargain dovessi vivere di continuo con le mie stesse petit misères». Ma le speranze dei due amici durarono lo spazio di un mattino, sia perché Il capitale non poteva certo fruttare molto capitale al suo autore, e sia perché quest’ultimo non riuscirà (anzi!) a emanciparsi dal maledetto compito di capire e spiegare (peraltro senza mai volgarizzare!) il meccanismo economico capitalistico, come ben si comprende dalla gigantesca montagna di appunti di studio (solo in minima parte pubblicati, almeno in lingua italiana), realizzata dal Moro, per il proprio tormento esistenziale e per la (sadica?) gioia dei suoi estimatori.
(7) Lettera di Engels a Joseph Weydemeyer, 23 gennaio 1852, in Marx-Engels, Opere, XXXIX, p. 507, Editori Riuniti, 1972.