ASPETTANDO IL GIORNO DEL GIUDIZIO

124794La vita futura mi è inaccessibile, e la passata intollerabile: non le appartengo più, né quanto a pensieri né a sentimenti. Il risultato è chiaro (Aleksandr Bogdanov, La stella rossa, 1906).

Apprendo con una certa inquietudine che il celebre scienziato Stephen Hawking e altri suoi colleghi di grosso calibro basati in Inghilterra stanno scrivendo una serissima doomsday list, una lista del giorno del giudizio. In questa lista del malaugurio dovrebbero finire una serie di eventi catastrofici, i soliti: surriscaldamento del pianeta, sovrappopolazione, scarsità di risorse e via elencando ripetendo il mantra malthusiano così caro a Serge Latouche . Quanto tempo ci rimane da vivere, se il mondo non accetta di mettere giudizio? Un secolo scarso. Già tiro, egoisticamente, un bel sospiro di sollievo: nei tempi lunghi la catastrofe non mi tange neanche un po’!

Ma anche chi ha una sensibilità ecologica e umana più spiccata della mia non deve lasciarsi prendere dallo sconforto: una via di fuga dal giorno del giudizio esiste; è certamente un po’ difficile perfino da concepire, e tuttavia esiste, ed è quasi a portata di mano. Quasi. Di che si tratta?  «La razza umana non deve mettere tutte le sue uova in un unico paniere né su un solo pianeta». Avete capito bene: il più grande cosmologo oggi attivo sulla Terra «propone al mondo intero di unirsi in un progetto, che oggi può sembrare fantascientifico, ma che tra qualche anno potrebbe non esserlo più, e cioè pensare alla colonizzazione di altri pianeti, iniziando da Marte» (Accademia Kronos, 9 dicembre 2013).

«La fantascienza ha suggerito l’idea della propulsione a distorsione spazio-temporale, che può trasportarci in tempi ragionevoli in luoghi del cosmo lontani anche anni luce. Sfortunatamente, questo violerebbe la legge della fisica in base alla quale nulla può viaggiare più veloce della luce». Maledetto Einstein! Ma rimandiamo il suicidio, la tecnoscienza è dalla nostra parte: «Attraverso l’annichilimento materia/antimateria, sarebbe possibile toccare velocità poco inferiori a quella della luce e raggiungere la stella più vicina a noi in circa sei anni». Non vi sentite anche voi più rincuorati?

FINAL_CRISIS_wallpaper_by_SAIDESTROYERD’altra parte Hawking, nel suo infinito ottimismo, ci lascia tre sole opzioni tra cui scegliere:

1. Bloccare le nascite per un decennio, cercando di riportare l’umanità ad un numero sostenibile per le risorse del pianeta;

2. colonizzare altri pianeti;

3. scatenare una guerra globale per le ultime risorse del pianeta capace di eliminare tre quarti degli uomini, per poi ricominciare.

A quanto pare, una bella Rivoluzione Sociale anticapitalistica non è neanche ipotizzata. Che delusione! Chi segue questo modesto blog sa che per chi scrive il solo pianeta che occorre conquistare per abbandonare la calamitosa dimensione esistenziale che tutti ci sequestra, si chiama Umanità. Non so voi, ma io la vedo brutta. E non solo per l’amato Pianeta. La cosa è oltremodo grave.

A proposito di gravità! Ecco cosa scriveva Hawking nel breve saggio Buchi neri quantistici (BUR, 1996):  «La gravità introduce in fisica un nuovo livello di imprevedibilità, al di là dell’indeterminazione abitualmente associata alla teoria quantistica. Ciò comporta la fine della speranza del determinismo scientifico che si possa prevedere il futuro con certezza. Pare che Dio abbia ancora qualche asso nella manica». E forse non solo il Padre Eterno…

estinzioneEnnesimo rapporto catastrofista su questo nostro sventurato pianeta, questa volta firmato nientemeno che dalla NASA. Questo rapporto «stabilisce che nel giro di pochi decenni la civiltà moderna andrà verso il collasso a causa dell’instabilità economica e lo sfruttamento delle risorse del pianeta. Utilizzando dei modelli teorici per prevedere cosa succederà al mondo industrializzato nel prossimo secolo, i matematici hanno stabilito che le cose cominceranno ad andare male e molto in fretta» (Giornalettismo, 18 marzo 2014). Si sa, dei matematici ci si può fidare, e quindi il lettore che non aderisce, esattamente come chi scrive, al determinismo scientifico può iniziare la prassi dello scongiuro.

«Nel rapporto, il matematico Safa Motesharri ha scritto che “L’ascesa e il declino di una civiltà fanno parte di un processo ciclico ricorrente che può essere riscontrato nella storia dell’umanità”. Per Mothesharri la civiltà è un percorso che può essere intrapreso per molto a lungo, ma quando le elite cominciano a consumare troppe risorse, affamano le masse e vi è un conseguente crollo della civiltà». Evidentemente al nostro matematico sfugge la peculiarità del Capitalismo, che fa di questo modo storico di creare e distribuire la ricchezza sociale un caso a parte rispetto ai modi che lo hanno preceduto. In che senso? Nel senso che le sfide e le contraddizioni che sempre di nuovo “interpellano” il Dominio capitalistico finiscono per mutarsi in altrettante occasioni di sviluppo. Come scrisse il Moro di Treviri, la stessa crisi economica è parte del processo di sviluppo del Capitalismo, nonostante ne metta in luce le intime magagne strutturali, il limite storico, il quale va individuato nella bronzea legge del profitto. E checché ne dica il grande matematico Mothesharri («la catastrofe può essere evitata solo se il pianeta viene sfruttato ad un livello sostenibile e se le risorse vengono ridistribuite in maniera equa»), la chiave del problema non sta nelle mani di élites culturalmente illuminate e politicamente responsabili in grado di «ristabilire l’equilibrio economico», come se si trattasse di aprire la valvola di sicurezza in una caldaia surriscaldata e vicina alla pressione critica.

Nel Capitalismo la catastrofe è permanente, e si chiama appunto Capitalismo, la cui fine non può essere vaticinata sulla scorta di leggi deterministiche di qualsiasi genere. Forse il «livello di imprevedibilità», per mutuare Hawking, che sembra in qualche modo concorrere a condizionare la nostra esistenza ci offre ancora qualche chance.

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I KHMER ROSSI DI SERGE LATOUCHE

globalizzazionePer Serge Latouche, «La civiltà occidentale, così come la conosciamo da tre secoli, è molto diversa dalle altre. Si tratta infatti di una società della crescita, cioè di un’organizzazione umana completamente dominata dalla sua economia. E quest’ultima per rimanere in equilibrio, ha una sola via, la fuga in avanti, come un ciclista che, se smette di pedalare, cade a terra. Quando manca la crescita, nella società dei consumi si blocca tutto» (Incontri di un “obiettore di crescita”, Jaca Book, 2013).

Il Capitalismo è in primo luogo e fondamentalmente una società dominata dalla ricerca del massimo profitto possibile, e a causa di ciò la sua struttura economico-sociale deve necessariamente subire periodiche rivoluzioni. È la bronzea legge del profitto che sottopone l’economia a continui mutamenti tecnologici e organizzativi, che sposta sempre in avanti i confini del mercato, trasformando la vita stessa degli individui, ridotti, se mi è concesso dire, a risorse economicamente sensibili, in una merce. L’«immane raccolta di merci» di cui parlò una volta Marx per definire la ricchezza sociale nella sua forma capitalistica, oggi, nell’epoca della bio-merce (l’individuo come merce che produce merci e che consuma merci: insomma, come merce perfetta) e della sussunzione totalitaria del lavoro sotto il dominio del Capitale, suona perfino riduttiva.

Il corpo stesso degli individui è, infatti, diventato una «immane raccolta di merci», una verde prateria in continua espansione a disposizione del cavallo capitalistico (il Capitale non conosce un limite fisico, ma anzi esso crea sempre di nuovo spazio su cui scorrazzare), un laboratorio che fa la gioia e la fortuna di chi per mestiere inventa nuovi bisogni, nuovi desideri, nuove “utopie”, nuovi sogni, nuove necessità. Ma che fa anche la gioia e la fortuna di chi si guadagna il pane aggiustando l’anima strapazzata di un «capitale umano» a sempre più alta «composizione organica».

È la tetragona legge di cui sopra che fa del rapporto sociale peculiare di questa epoca storica (Capitale-Lavoro) una disumana e disumanizzante relazione di dominio e di sfruttamento.  In questo senso è verissimo che quella capitalistica è  «un’organizzazione [dis]umana completamente dominata dalla sua economia». Il Capitale come potenza sociale astratta e impersonale che domina anche gli stessi agenti del capitale, i capitalisti, è una realtà che viene in evidenza soprattutto nei momenti di crisi economica, la quale impatta sulla società alla stregua di una catastrofe naturale: inaspettata, violenta, incontrollabile, dolorosa.

Definire il Capitalismo a partire dai concetti di crescita e di consumo, come fa Latouche, è dunque profondamente sbagliato: infatti, è quando manca la crescita dei profitti che nella società basata sulla valorizzazione degli investimenti «si blocca tutto». Il motore dell’economia capitalistica non è il consumo, ma il profitto: è il saggio del profitto che regola, in ultima analisi, l’andamento del ciclo economico, che espande o contrae gli investimenti produttivi, che espande o contrae il mercato finanziario, speculazione inclusa.

Per questo è semplicemente chimerico affermare che bisogna uscire dalla società dei consumi, quando si tratta piuttosto di uscire dalla società dei profitti, ossia dal Capitalismo tout court. D’altra parte, non ci si può attendere altro da un intellettuale che alla Conferenza all’Università di Roma del 7 novembre 2012 ha proposto all’Italia la seguente ricetta per venire fuori dalla crisi: «Frugalità e riaffermazione della supremazia della piccola impresa, che ha rappresentato per cinquanta anni il tessuto connettivo del Paese, la sua peculiarità».

52308«Accusarci di andare a caccia di chimere è profondamente ingiusto» (p. 54): così risponde il guru francese della decrescita a chi gli rimprovera uno scarso senso della realtà. Contro l’ideologia del TINA (There Is No Alternative), Latouche sostiene il carattere realistico della decrescita. Sulla sostanza chimerica e reazionaria dell’opzione decrescista sostenuta dal Francese rimando a Capitalismo e termodinamica. L’entropia (forse) ci salverà.

Oltre che con i sostenitori del TINA, Latouche se la prende anche con chi lo attacca da “sinistra”, proponendo una «nostalgia rivoluzionaria [che] resta prigioniera di una visione manichea della realtà ereditata dalla sinistra marxista, col suo schema di una lotta di classe ridotta all’antagonismo borghesia/proletariato. Sfortunatamente le cose non sono così semplici. Che ci siano conflitti di interessi irriducibili, non saremo certamente noi a negarlo. Che una rivoluzione sia necessaria, è altrettanto evidente. Tuttavia, questa rivoluzione come la si farà? Contro chi? E contro cosa? Visto che siamo tutti vittime, chi più chi meno, contagiati dal virus produttivista e consumista, bisognerà prevedere lo sterminio del popolo al dettaglio in nome del popolo nel suo insieme, secondo l’equazione matematica del terrore formulata da Benjamin Constant e riattualizzata dai Khmer Rossi?» (Incontri di…). Quanto sostiene Latouche la dice lunga, tra l’altro, sull’idea di “marxismo” che egli ha in testa. I Khmer rossi rappresentano il migliore cavallo di battaglia di Latouche nella sua polemica con i “marxisti”: «Tutti i tentativi di modificare radicalmente l’immaginario, di cambiarlo forzatamente, hanno avuto risultati terrificanti, come ha dimostrato l’esperienza dei Khmer Rossi in Cambogia» (Decolonizzare l’immaginario). Interpretare in chiave anticapitalistica la mostruosa esperienza dei maoisti cambogiani è semplicemente ridicolo.

2013_03_26_9_rsz_crp_crpCome sa chi ha la bontà di leggere le mie modeste cose, a mio avviso lo stalinismo, non importa se con caratteristiche russe, cinesi o cambogiane, è l’esatto opposto di quella concezione rivoluzionaria del mondo che Marx si sforzò di elaborare e praticare. L’intellettuale francese può certamente avere la meglio su gran parte dei militanti “marxisti” oggi in circolazione, in genere eredi di quel “comunismo” che ha gettato nel più assoluto discredito l’idea stessa di una emancipazione rivoluzionaria delle classi dominate e dell’intera umanità; ma nei confronti dell’autentico punto di vista critico-rivoluzionario (che, detto en passant, non ha bisogno di definirsi con un nome), egli appalesa tutta la sua inconsistenza dottrinaria e politica, tutto il suo infantilismo “filosofico”.

Alla base del genocidio cambogiano degli anni Settanta non ci fu, come crede lo sprovveduto Latouche, una coerente quanto feroce utopia anticapitalistica, ma un retaggio storico fatto di oppressioni e violenze coloniali, di sfruttamento imperialistico, di nazionalismo frustrato, di odio sociale tra campagna e città, di estrema miseria urbana e rurale, di corruzione endemica e capillare, di vendette sociali e personali lungamente coltivate. Tutte queste magagne sfociarono nella parossistica chiusura nazionalista-contadina dei Khmer Rossi, i quali si proposero di sradicare con la forza dal corpo sociale cambogiano ogni inclinazione benevola nei confronti del «corrotto occidente capitalistico». Una versione particolarmente estremista del maoismo (caldeggiata soprattutto dalla moglie di Mao) costituì il miserabile fondamento ideologico dell’ultranazionalismo Khmer, la cui sanguinosa esperienza rappresenta un capitolo del Libro Nero del Capitalismo.

I giacobini pensarono che fosse possibile cambiare la «cattiva natura dell’uomo» attraverso un mero sforzo di volontà, mediante una illuministica rivoluzione culturale, senza cioè modificare radicalmente le cause storico-sociali di quella natura. «Essi stavano sul filo d’una grande contraddizione, e chiamarono in loro aiuto il filo della ghigliottina … Essi credevano nella forza assoluta dell’idea, della “verité”. E ritenevano che nessuna ecatombe umana sarebbe stata troppo grande per costruire il piedistallo a questa “verité”» (Trotsky, Giacobinismo e socialdemocrazia). Raddrizzare l’«albero storto» dell’individuo, anche a costo di spezzarlo, è stato da sempre il sogno degli idealisti eticamente motivati di tutte le tendenze politiche e filosofiche. La «rivoluzione antropologica» a rapporti sociali invariati è la classica via per l’inferno lastricata di eccellenti intenzioni.

3286762492_2Per questo quando sento parlare molti fautori particolarmente zelanti della «decrescita felice» circa l’urgenza di «cambiare radicalmente i nostri pessimi valori, i nostri cattivi stili di vita, le nostre cattive abitudini», non posso fare a meno di inquietarmi. La mano corre istintivamente al collo, quasi in un gesto di rassicurazione…

I militanti del punto di vista umano hanno capito che per liberarci «dal virus produttivista e consumista»; per modificare radicalmente il nostro «immaginario» alienato e reificato, occorre superare il vigente rapporto sociale che tutto sfrutta, consuma, mercifica, inquina e disumanizza. Per mutuare Marx, Latouche vuole emancipare l’uomo «dal virus produttivista e consumista» solo «affinché l’uomo porti la catena spoglia e sconfortante», mentre si tratta di gettare via la catena capitalistica e cogliere i fiori vivi della Comunità Umana, oggi sempre più possibile e, al contempo, sempre più negata. È in questa presa di coscienza che, a mio avviso, si deve individuare la sola «rivoluzione culturale» in grado di ripristinare il Tempo della Speranza.

È vero: anche in questa epoca dominata dalla totalitaria legge del profitto si danno all’uomo delle alternative; la cattiva dimensione di una vita non-ancora-umana non necessariamente è un destino insuperabile. È altresì vero che l’”alternativa” proposta ormai da parecchi anni da Latouche non esce neanche di un solo millimetro da quella maligna dimensione, né sembra avere una concreta possibilità di implementazione nel quadro stesso del vigente assetto sociale. Ai miei occhi certe utopie (come la mia, ad esempio) appaiono molto più concrete e realistiche di molte chimere riformiste informate dalla concezione dei piccoli passi, ossia dall’illusione che attraverso piccole ma concrete conquiste sociali l’umanità può affrancarsi dal Moloch capitalistico.  Perlomeno la mia utopia cerca di fare i conti fino in fondo con il Dominio sociale come esso è secondo la sua intima natura, e non come «potrebbe e dovrebbe essere» in base a criteri economici, filosofici, etici e politici quantomeno discutibili e certamente ideologici. Il realismo (dei “conservatori” e dei “rivoluzionari”) non ci salverà, questo è, come si dice, poco ma sicuro.

MIGLIORISMO E PEGGIORISMO. OBAMA E LATOUCHE

Mentre per il Presidente neoeletto, nonché campione mondiale dei “socialmente corretti” (destrorsi o sinistrorsi che siano), Barack Obama «il meglio deve ancora arrivare», per il guru della decrescita e del Capitalismo dal volto umano (mi scuso per l’orribile ossimoro) Serge Latouche è piuttosto il peggio che deve ancora bussare alle nostre porte. Lo scenario internazionale, a cominciare dalla bruciante – oggi in senso letterale! – questione greca sembrerebbe dare ragione al “peggiorista”.

Ma è piuttosto nella ricetta proposta dallo Scienziato francese per evitare al Bel Paese il baratro di una crisi economico-sociale senza fine, con tanto di prospettiva autoritaria incombente, che personalmente trovo il peggio del… meglio. Meglio qui inteso come massima espressione del pensiero post-progressista mondiale. Infatti, cosa propone il Nostro all’Italia? È presto detto: «Frugalità e riaffermazione della supremazia della piccola impresa, che ha rappresentato per cinquanta anni il tessuto connettivo del Paese, la sua peculiarità» (dalla Conferenza di Latouche all’Università di Roma del 7 novembre 2012). Insomma, un po’ di cattocomunismo old style, riverniciato con i colori dell’ambientalismo frugale, e un po’ di leghismo dei distretti industriali, quello che già agli inizi degli anni Novanta lanciava l’allarme sui «frutti avvelenati» della globalizzazione e, soprattutto, sull’ascesa del Capitalismo cinese, un concorrente imbattibile nel medio periodo. Sotto questo aspetto il declinante Bossi può ancora vantare sui no-global e sui tanti progressisti che allora tifavano per il Clinton della liberalizzazione economica a tutto campo, a iniziare dalla Finanza, la palma dell’originalità padana.

Agli astanti dell’Aula Magna romana Latouche ha ripetuto il suo mantra decrescista radicato su una concezione a dir poco semplificata della realtà capitalistica di questo inizio secolo, declinata essenzialmente nei termini di un difetto di pensiero a carico dei leader politici mondiali e degli stessi economisti mainstream, impigliati nel vecchio paradigma di progresso economico. Sulla locandina che presentava l’evento romano si legge: «Quello che sta accadendo in campo ambientale, economico e sociale è il risultato di una concezione di progresso che non tiene conto dei limiti naturali e temporali e che alla cooperazione sostituisce la competizione ed il confitto. Invertire la rotta prima di emergenze e disastri a cui potrebbero corrispondere svolte autoritarie forse è ancora possibile, ma ciò implica un cambiamento culturale ed una presa di coscienza urgente e di portata globale».

A mio modesto avviso quello che ci sta accadendo è in primo luogo il risultato di una prassi sociale dominata dagli interessi economici, il cui superamento postula non una generica, e francamente sempre più fumosa e ambigua «rivoluzione culturale», che include anche esempi concreti di economia “altra”, ma il superamento rivoluzionario dei rapporti sociali capitalistici. Ogni terza via è, oggi come sempre, aria fritta, più o meno ecosostenibile… Ciò che va radicalmente contestata non è la «religione della crescita», i cui sacerdoti provengono anche dalle fila dei progressisti neokeynesiani, come giustamente osserva Latouche, ma la dittatura del profitto, la quale prende corpo appunto sulla base dei vigenti rapporti sociali di dominio e di sfruttamento, e non a causa dei soliti quattro gatti (l’1% della popolazione mondiale?) assetati di profitto, possibilmente speculativo e distruttivo sul piano ambientale.

La Conferenza di Latouche recava questo titolo: Quale rapporto fra economia, ecologia e filosofia? L’occasione della crisi. Per quanto riguarda la domanda credo di aver risposto, sebbene sommariamente: il rapporto sociale capitalistico che trasforma ogni cosa, a iniziare dall’individuo, in risorsa economicamente utile, profittevole, con ciò che ne consegue sul piano della sua intera esistenza, incluso il suo rapporto con la natura. Per quanto riguarda la crisi come eccezionale opportunità, si tratta a mio avviso di coglierla come conferma della natura altamente contraddittoria e altamente disumana della Società-Mondo del XXI secolo, con ciò che ne consegue sul piano della prassi politica, a cominciare dal rifiuto di ogni politica dei sacrifici, non importa se confezionata dai cultori della crescita o dai sacerdoti del Capitalismo «piccolo, frugale e pulito».

A proposito di Obama! Secondo il Corriere della Sera il passaggio chiave del discorso obamiano ricorda quanto disse Ronald Reagan ai suoi sostenitori nel 1984, festeggiando il suo secondo mandato: «Non avete ancora visto niente». Sembra una minaccia, più che una promessa!

Rimando a:
Capitalismo e termodinamica. L’entropia (forse) ci salverà;
La decrescita di Latouche mi fa crescere;
Decrescita. Ma di che cosa? Ovvero: La decrescita non ci salverà nemmeno l’anima.

CHIMERE, LIMITI E UTOPIE

1. Benecomunismo e concezione feticistica del mondo. Affrontando la scottante e annosa questione della pianificazione economica, comprensibilmente Christian Felber sente il bisogno di scrivere quanto segue: «Ogni marxista giustamente si offenderebbe se si confonde quanto è stato praticato nell’Unione Sovietica con gli ideali di Karl Marx» (C. Felber, L’economia del bene comune. Un modello economico che ha futuro, p. 201,Tecniche nuove, 2012). Leggendo questo passo mi si è allargato il cuore, e chi conosce la mia ultradecennale lotta tesa a salvare l’uomo con la barba dal disastro del «socialismo reale», in tutte le sue varianti nazionali, certamente mi può capire. Non mi muove uno spirito di «devozione» nei confronti del comunista di Treviri, come qualche amico ha scritto per burla, quanto piuttosto un certo amore per la verità. Di notevole appeal è anche quest’altra frase, che si trova a p. 147: «L’essere sociale determina la coscienza sociale, diceva già Karl Marx». Sorvolando sulle interpretazioni deterministiche della famosa frase marxiana, come non approvare la citazione dello scienziato austriaco: bravo!

A questo punto qualche lettore dirà: «finalmente il Nostromo ha beccato uno che la pensa come lui». E non è mica vero, perché le 224 pagine del libro di Felber sono davvero quanto di più distante ci sia dal mio pensiero, e per capirlo basta leggere la recensione che ne ha fatto Jakob von Uexhüll: «Felber mostra una strada verso un’economia nella quale il denaro e il mercato tornano a servire gli uomini, e non il contrario». Intanto da notare il tornano, che lascia supporre una pura sciocchezza alla moda, e cioè che prima della «finanziarizzazione dell’economia» il denaro e il mercato fossero al servizio degli uomini, «e non il contrario». Ma diamo la parola all’autore: «L’economia del bene comune è una forma dell’economia di mercato (sebbene sia un’economia cooperativa di mercato e non economia capitalistica di mercato) in cui esistono aziende private, denaro e prezzi dei prodotti che si formano sui mercati» (p. 4). Raramente ci si trova dinanzi a una simile densità di concetti sbagliati fino al parossismo dottrinario.  Esistono aziende (non importa se private o statali: il capitale è in primo luogo un rapporto sociale, non una forma giuridica di proprietà), esiste il denaro, esistono le merci – pudicamente e benecomunisticamente chiamate «prodotti» –, esiste, dulcis in fundo, il mercato, eppure si nega la natura sommamente capitalistica di un simile «modello economico». Mi viene alla mente la “classica” scena della moglie sorpresa dal marito con l’amante mentre sul letto matrimoniale i due discorrono animatamente intorno alla Teoria e prassi del Kamasutra: «No, amore, non è come credi!» Già, non tutto è come sembra, salvo il Capitalismo in guisa benecomunista.

Intanto, il carattere sociale e cooperativistico è immanente al concetto stesso di capitale: «Con la cooperazione di molti operai salariati il comando del capitale si evolve a esigenza della esecuzione del processo lavorativo stesso, cioè a condizione reale della produzione … Questa funzione di direzione, sorveglianza, coordinamento, diventa funzione del capitale appena il lavoratore ad esso subordinato diventa cooperativo, ma è insieme funzione di sfruttamento di un processo lavorativo sociale» (K. Marx, Il Capitale, I, p. 372, Editori Riuniti, 1980).

In secondo luogo, il denaro non «è in fondo solo un mezzo di scambio»: esso è in primo luogo e fondamentalmente l’espressione di un peculiare rapporto sociale (capitalistico), e la sua più verace e maligna radice affonda, nella società-mondo del XXI secolo come ai tempi dell’ubriacone di Treviri, nel lavoro salariato colto nella sua dimensione sociale. «Nell’esistenza della merce come denaro non solo va messo in evidenza che le merci si dànno nel denaro una misura determinata delle loro grandezze di valore, ma anche che esse si rappresentano tutte come esistenza del lavoro sociale, astrattamente generico» (K. Marx, Storia delle teorie economiche, III, p. 152, Einaudi, 1958). L’attuale crisi economica ha, tra l’altro, spezzato il velo feticistico che cela il fondamento sociale di “ultima istanza” del denaro e del suo peculiare mercato di scambio, la cui stratosferica esistenza è resa possibile dalla corrente di plusvalore che il Capitale smunge alla vacca salariata in ogni zolla del pianeta. È su questa corrente che scivola anche la nave della speculazione finanziaria.

Nel denaro l’annichilimento del valore d’uso (a partire dal «Capitale Umano») e l’esaltazione del valore di scambio raggiungono la loro forma più adeguata. Ma il capovolgimento dei bisogni umani non è causato dallo «sterco del Demonio», ma dai rapporti sociali capitalistici che il denaro appunto esprime in questa epoca storica. Vedere nel denaro una mera tecnologia economica è qualcosa che testimonia nel modo più puro la concezione feticistica dell’economia già abbondantemente criticata da Marx.

Scrive Felber: «Il denaro è in fondo solo un mezzo di scambio e non lo scopo dello scambio (il vero scopo dello scambio è la soddisfazione di bisogni) … Mercato non è definito come una legge naturale: è semplicemente un luogo di incontro tra le persone, in cui si praticano rapporti economici» (p. 199). Semplicemente… Dinanzi a cotanta ingenuità, e abissale ignoranza delle cose di cui si parla, si rimane a bocca aperta. Naturalmente per il concetto di mercato e per la sua prassi vale quanto detto a proposito del denaro, e per questo l’«economia umana e solidale, ma anche efficace» di cui parla il Nostro somiglia come una goccia d’acqua al Capitalismo, anzi: è Capitalismo all’ennesima potenza, con tanto di profitto. Ma, dice l’Austriaco, c’è profitto e profitto: «I profitti possono essere nello stesso tempo utili e dannosi secondo il loro utilizzo: accumulazione fine a se stessa o in direzione più utili. I profitti che portano all’aumento del bene comune sono auspicabili» (p. 35). Insomma, dal profitto capitalista al profitto benecomunista: una prospettiva di progresso sociale che mi convince a rinviare il suicidio.

Per Felber i rapporti sociali capitalistici hanno una consistenza talmente naturale, che egli non può immaginare una prassi lavorativa sociale che non abbia bisogno né di capitale, né di merci, né di mercato, né di banche (più o meno «democratiche e non orientate al profitto»: sic!), né di economia nell’accezione che questo concetto ha assunto nelle società divise in classi che si sono succedute fino a oggi. Basta togliere al mercato, al denaro, alla merce, alla finanza, al lavoro salariato ecc. il loro carattere capitalistico, e il gioco è fatto! Non c’è dubbio: basta togliere il carattere capitalistico al… Capitalismo e… voilà!

Cos’è il Capitalismo senza la sua fenomenologia? L’essena (il rapporto sociale capitalistico) non deve forse apparire (sotto forma di capitale, di denaro, di banca, di merce, di mercato, di lavoro salariato, di tecnologia, di scienza) per Essere? Il vecchio Tedesco, acerrimo nemico dei teorici dei «due lati» (come ogni cosa il Capitalismo ha due lati, uno buono e uno cattivo) forse avrebbe detto: fermate la filosofia, voglio scendere!

Se il benecomunismo proposto da Felber fosse la sola “alternativa” realistica al capitalismo «liberista e finanziario», Margaret Thatcher, il cui spirito aleggia nel suo libro come anima nera della società capitalistica, a suo tempo avrebbe avuto ragione da vendere allorché gridò in faccia ai “marxisti” che «Non c’è alternativa!» Al Capitalismo, beninteso. A pagina 145 si legge che «L’economia del bene comune non è un’utopia». Concordo al cento per cento. Si tratta infatti di una ridicola chimera, la quale è infinitamente più lontana dalla realtà di quanto non lo sia la mia schietta utopia, che è almeno radicata “dialetticamente” su una prassi sociale reale, la sola possibile nella società dominata dal capitale.

Nello scritto del ’52 Problemi economici nell’URSS Stalin provò a dimostrare come la persistenza nella «Patria del Socialismo» di tutte le categorie tipiche del Capitalismo (capitale, denaro, merce, mercato, salario, profitto) non fosse, «di per sé», sufficiente a definire l’economia di quel Paese nei termini di un Capitalismo di Stato, peraltro tutto orientato a sostenere una politica fortemente imperialistica, come certi «servi dell’imperialismo americano» si ostinavano a sostenere sulla scorta degli scritti marxiani. Ecco, più che con Marx il pensiero feticistico di Felber ha molto a che fare con la volgare concezione economica staliniana, a sua volta fortemente debitrice del «Socialismo di Stato» di lassalliana memoria.

2. Un pensiero limitato. Scrive Serge Latouche nel suo ultimo breve saggio: «L’umanità oggi si trova in una situazione tragica. Per guadagnarsi la vita, gli uomini e i gruppi, nella maggioranza dei casi, non hanno altra scelta che quella di contribuire, ciascuno per proprio conto, alla “banalità del male”. Trovano lavoro soltanto accettando di diventare ingranaggi della Megamacchina e dunque di partecipare alla dismisura» (S. Latouche, Limite, p. 102, Bollati e Boringhieri, 2012). Le cose stanno proprio così, e le ultime manifestazioni di rabbia e di frustrazione sociale che hanno avuto come protagoniste diverse categorie di lavoratori italiani (minatori e metalmeccanici) la dicono lunga sulla maligna dialettica del Dominio. Uomini che gridano «Viva il carbone!», o «Viva l’alluminio!», oppure che fanno buon viso a cattiva diossina pur di portare a casa un salario. Persone che sono costrette a farsi piacere, per così dire, un lavoro che ne attesta la miseria sociale, un’indigenza che va ben oltre il dato meramente materiale, economico. Si è costretti a lottare per sopravvivere, e sopravvivendo si alimenta sempre di nuovo il Dominio. Spacciare il lavoro salariato per una prassi che conferisce senso e dignità alla vita degli individui, significa fare del cinismo approfittando della loro incoscienza, la quale li espone disarmati anche alle sirene della demagogia e del “populismo”. Ecco perché è così importante puntare i riflettori sui limiti delle lotte puramente economiche, soprattutto quando esse sono sussunte all’ideologia dell’«interesse generale del Paese».

«Ma», continua Latouche, «per sopravvivere, oggi il mondo è anche condannato a reinventare la giustizia … La finitezza del pianeta ci costringe a limitarci sia sul piano ecologico sia sul piano dei conflitti». Che tragica illusione! Affidare la salvezza degli individui e la possibilità che essi entrino finalmente nella dimensione dell’umano a un limite fisico, oggettivo è davvero una manifestazione di incoscienza e di impotenza. Nemmeno le crisi economiche più devastanti rappresentano un limite assoluto per il Capitalismo, che può venirne fuori anche attraverso le guerre mondiali: è già successo, come sappiamo. Approntare limiti politici, istituzionali, ecologici, tecnologici, etici al Capitalismo, come fa anche Latouche, è vano, e non passa giorno senza che la realtà non lo dimostri, in tutto il mondo. Il limite alla società disumana, che tutto sfrutta e inquina (dall’ecosistema ai corpi, dalle idee ai sogni), può darsi solo sul terreno della lotta sociale, come rottura rivoluzionaria dello status quo sociale, come evento catastrofico che pone il fondamento della Salvezza Universale. E non sto facendo della Teologia Politica…

CAPITALISMO E TERMODINAMICA. L’ENTROPIA (FORSE) CI SALVERÁ

A complemento del post sull’intervista rilasciata da Serge Latouche a lettera43.it aggiungo questa breve nota, frutto della lettura del saggio Come si esce dalla società dei consumi, di cui l’intervista non è che un compendio molto fedele, e di altri scritti intorno ai limiti, presunti e reali, del Capitalismo.

L’impronta catastrofista del Club di Roma informa tutto il libro appena citato. Secondo «il modello sistemico» del celebre e controverso Club il collasso della società sviluppista dovrebbe darsi tra il 2030 e il 2070; nel suo primo rapporto del 1972 (Alt allo viluppo), stilato sulla scorta della simulazione informatica effettuata presso il Massachusetts Institute of Technology (aggiornata nel 1992 e nel 2004), «esso prevedeva il crollo generale dei sistemi economici e sociali del pianeta verso l’anno 2025, nel caso in cui non fossero state prese delle misure draconiane di riduzione della crescita e di cambiamento nella mentalità consumistica» (Pascal Acot, Storia dell’ecologia, p. 197, Lucarini, 1989). Su quest’ultimo aspetto (“culturale”) del problema ritornerò tra poco.

Al tracollo della Civiltà Capitalistica, almeno come l’abbiamo conosciuta negli ultimi due secoli, per interna consunzione occorre aggiungere, ricorda con grande puntualità lo scienziato francese, «la sesta estinzione delle specie» (l’ultima è avvenuta intorno a 65 milioni di anni fa, nel Cretaceo), ossia la rapidissima distruzione della biodiversità dovuta alle «attività antropiche». Secondo gli esperti, come Pietro Greco, il triste evento dovrebbe consumarsi «nel giro di poche migliaia di anni. Ossia con una velocità di un paio di ordini di grandezza superiore a quella sperimentata nelle cinque “grandi estinzioni di massa” conosciute». Ho fatto un rapido, quanto egoistico, calcolo e ho realizzato che, per quanto veloce, la sesta estinzione delle specie non mi riguarda. Né riguarderà le persone a me più care. Di questi tempi calamitosi bisogna aggrapparsi anche alle più evanescenti delle certezze. E poi, come diceva Keynes, nei tempi lunghi siamo tutti stecchiti, e poco importa se come novelli dinosauri. Dare in eredità ai posteri un pianeta segnato dalla maledizione capitalistica è una prospettiva che non mi attrae né punto né poco.

La fine del Capitalismo o, più correttamente, dell’attuale «modello capitalistico» (crescista, dissipatore, consumista, liberista e finanziarizzato), è concepito essenzialmente come un suo esaurimento fisico, dovuto alla progressiva e sempre più rapida diminuzione delle fonti energetiche tradizionali (petrolio, carbone e gas) e alla distruzione del suo, per così dire, supporto materiale: l’ambiente, sempre più inquinato, devastato e cementificato. Analogo punto di vista sistemico troviamo in Jeremy Rifkin, il quale concepisce la società capitalistica alla stregua di un sistema termodinamico minato strutturalmente dall’entropia, ossia da una dissipazione energetica che rende vano ogni sforzo teso all’equilibrio del tutto. Il bilancio energetico, per rinverdire vecchie acquisizioni termodinamiche, sconta una perdita secca di energia durante il processo di trasformazione da un tipo all’altro di energia (ad esempio, nella trasformazione calore-lavoro).  «Dunque, quanto più un organismo sociale è evoluto e complesso, tata più energia è necessaria per sostenerlo e tanto più entropia si genera in tale processo. Questa semplice realtà si scontra con la teoria economica ortodossa: infatti, né il capitalismo né il socialismo riescono ad accettare la dura realtà del “mondo reale” imposta alla società e alla natura dalla prima e dalla seconda legge della termodinamica p. (J. Rifkin, Economia all’idrogeni, p.62, 2002).

E io che pensavo, sulla scorta di Marx, che fosse la legge della caduta tendenziale del saggio del profitto a minare l’accumulazione capitalistica! Invece, «Le leggi della termodinamica ci raccontano una storia molto diversa». Ne prendo atto con un certo sollievo, visto che la legge marxiana non è stata in grado di far crollare il Capitalismo. Storia e termodinamica di classe, mi verrebbe da dire civettando con Lukàcs e con non pochi marxisti che vorrebbero dimostrare «sul terreno dell’evidenza scientifica» l’inevitabile, e forse financo imminente, crollo del Capitalismo. Inevitabile, appunto, come la «dissipazione energetica di un sistema fisico» (1).

Anche Latouche naturalmente aderisce al pensiero termodinamico: «La storia dimostra che lo sviluppo non è sostenibile. Gli economisti classici hanno costruito il modello economico sul modello della meccanica di Newton. Ma il mondo reale non è un mondo meccanico, e anche i fisici lo sanno. Nel mondo reale valgono le leggi della termodinamica, soprattutto la seconda legge» (dalla conferenza di Mestre del giugno 2012, vedi You Tube). Sì, è la legge che chiama in causa la famigerata – ma per molti salvifica – entropia. Dopo l’Apocalittica politico-teologica, l’Apocalittica politico-entropica? Personalmente non aderisco al confortante e consolatorio pensiero crollista, anche nella sua versione marxista: è pur vero che, giusta Marx, il comunismo non è un mero ideale ma «il movimento reale, che elimina lo stato presente»; ma è altrettanto vero, se non si vuole scadere nel più volgare dei determinismi, che in quel movimento deve manifestarsi la Soggettività rivoluzionaria, senza la quale non ci saranno leggi della termodinamica o della società che potranno mettere un punto alla storia del Capitalismo. Comunque sia, confido ancora più nella trasformazione rivoluzionaria della società che nella trasformazione termodinamica del “sistema”.

A proposito: di che «socialismo» parlava il social-ecologista Rifkin? Ma di quello «reale» che abbiamo sperimentato in Russia, in Cina e altrove nel mondo, è ovvio. Naturalmente. Esattamente com’è ovvia, a mio modesto avviso, la natura capitalistica del cosiddetto «socialismo reale». Dico questo non solo per portare acqua al mulino di un mio cavallo di battaglia, ma anche per segare alla radice ogni illusione di «terza via» coltivata da Rifkin e da Latouche, e quindi gettare luce sull’inconsistenza dei concetti di «economia della decrescita», che ci salverebbe dalla barbarie,  e «economia della crescita», che accumunerebbe tanto il Capitalismo quanto il Socialismo.

Non mi sfugge la differenza “dottrinaria” che corre fra i sostenitori dello «sviluppo sostenibile», che hanno in Rifkin forse il più celebre e scientificamente attrezzato guru, e i sostenitori della decrescita; tuttavia a mio avviso entrambi i partiti condividono la stessa concezione feticistica della società, quella che non consente al pensiero di penetrare la dura materialità delle cose (le materie fossili, i gas serra, la popolazione, la foresta, il mare, il mercato, la moneta, ecc.), per afferrare la dimensione storico-sociale che conferisce loro senso, dinamica, prospettiva.

«La decrescita è uno slogan provocatorio che vuole mettere l’accento sulla necessità di una rottura con la società della crescita, cioè di una società fagocitata da un’economia che ha come obiettivo la crescita per la crescita» (S. Latouche, Come si esce dalla società dei consumi, p. 45, Bollati Boringhieri, 2011). L’odierna Società-Mondo è fagocitata da un’economia che ha come obiettivo il massimo – e più immediato possibile – profitto. È il profitto, e il rapporto sociale di dominio e di sfruttamento che esso presuppone e genera sempre di nuovo, e non la crescita, il concetto chiave che apre alla possibilità di una effettiva critica dello status quo e alla possibilità di una trasformazione rivoluzionaria della realtà, di tutta la realtà: dalla produzione dei beni alla produzione dei sogni. Nel libro in questione Latouche si mostra bravo nella descrizione dei fenomeni “degenerativi” (in realtà semplicemente necessari) del Capitalismo: dalla distruzione ambientale alla dittatura del marketing e della Finanza, ma non ne comprende l’intima essenza storico-sociale, e ciò è provato, tra l’altro, dalla sua perorazione a favore della riappropriazione “dal basso” della moneta, per «non lasciarla nelle mani delle banche». Come ho scritto nel precedente post, qui viene a galla tutta la carica feticistica della concezione economico-sociale del Francese, confermata da quest’altra tesi: «Non si tratta di abolire i mercati o di escludersene, ma di delimitare l’impero del Mercato lottando contro la sua eccessiva influenza». Ora, tanto la moneta quanto il mercato non sono, e non mi stancherò mai di ripeterlo, «beni comuni», ossia mere tecnologie economiche poste graziosamente dalla millenaria prassi sociale al servizio degli individui, ma prodotti e al contempo presupposti di una prassi radicata nel segno del Dominio.

Ecco perché quando Latouche introduce l’dea fondamentale del superamento dell’economia (dell’economia tout court, non solo di quella capitalistica), che ovviamente condivido, non è credibile. L’economia non deve uscire, innanzitutto, fuori della nostra testa, come egli sostiene, ma dalla prassi sociale degli individui, concetto che richiama l’esigenza di una rivoluzione sociale, prim’ancora che culturale. È la prassi dell’economia, non solo il suo concetto, che occorre mettere in discussione, prima teoricamente e poi praticamente. Ma la sua incomprensione del «socialismo reale» lo rende prudente: «Il lavoro della storia si può fare solo a poco a poco, non attraverso soluzioni radicali, dall’oggi al domani» (Decolonizzare l’immaginario, Emi, 2004). Anch’io sono per i piccoli passi, per una “politica riformista”, non velleitaria né volontaristica; ma solo dopo aver annientato il Moloch capitalistico.

In questo senso l’economia della decrescita di Latouche si presenta come un ritorno indietro a forme meno sviluppate di Capitalismo, a quelle forme che, peraltro, hanno generato con assoluta necessità la vigente Società-Mondo dominata dal Capitale, dalla sua ossessiva brama di profitto, che poi sta a fondamento dello sviluppismo, della speculazione finanziaria, della mercificazione degli individui e delle altre – necessarie – magagne descritte e denunciate dal Francese. Se accetti, in linea di principio, la moneta, il mercato e lo Stato, devi poi accettarne tutte le necessarie conseguenze; viceversa cadi nella contraddittoria e insulsa posizione di chi si indigna contro «gli eccessi del sistema», ma non contro «il sistema» stesso. Per riprendere l’ironica critica marxiana degli «insulsi», si accetta la merce ma non il denaro, il Capitale ma non i capitalisti, il denaro ma non le banche, lo Stato ma non la sua essenza di Leviatano, di cane da guardia degli interessi generali delle classi dominanti.

Quando Latouche perora le cause della «bancarotta dello Stato», per cancellare il debito sovrano, del protezionismo economico e della fuoriuscita dalla dimensione liberoscambista (tanto con la Cina la guerra concorrenziale è persa in partenza!), egli porta tantissima acqua al mulino del Leviatano, il solo in grado di implementare quel tipo di politica economica (2). Per questo Keynes aveva un debole per i regimi totalitari, di “destra” come di “sinistra”. Ma questo “vizietto” gli epigoni progressisti sono soliti nasconderlo, insieme al nesso inscindibile che negli anni Trenta si stabilì fra politiche keynesiane e preparazione del secondo macello mondiale (3). Il nostro scienziato sociale può pure citare Gandhi e sostenere la necessità di una riconversione taoista e buddhista dell’Occidente, ma le sue rivendicazioni economiche sono di una violenza sistemica inaudita, e ciò dimostra la superficialità del suo pensiero politico e il suo scarso senso storico. D’altra parte, il mio ragionamento è suffragato dalla seguente dichiarazione del Francese: «La cosa importante è che il potere, quale che sia, porti avanti una politica che corrisponde al bene comune, alla volontà popolare, anche se si tratta di una dittatura o di un dispotismo illuminato» (Intervista a Lettera43.it). Per il «popolo» è immaginata solo «la possibilità di fare pressione sul governo, qualunque esso sia, in modo da far pesare le proprie esigenze e idee». Gran bel protagonismo sociale “dal basso”, non c’è che dire. Non trovate le parole di Latouche un tantino ambigue, per non dire altro?

A pagina 53 si legge che nella misura in cui l’economia è diventata una religione, la religione della crescita a ogni costo, «dobbiamo conquistare un punto di vista ateo sull’economia: «A rigore, dovremmo parlare di acrescita come parliamo di ateismo. Dobbiamo diventare atei in economia». Qui, a mio avviso, insiste uno dei più significativi vizi ideologici del nostro scienziato: l’illuminismo, ossia l’idea che è sufficiente rischiarare la ragione degli individui per procurare l’avvento di un nuovo eone, di una nuova epoca, quella della Decrescita, nel caso specifico. Analogamente l’ateismo ideologico in auge nel periodo rivoluzionario della borghesia concepiva la religione alla stregua dell’oppio dei popoli, come mero frutto dell’ignoranza, come il prodotto delle tenebre nelle quali i sacerdoti, per conto dei potenti, mantenevano le moltitudini. Ignari del bisogno sociale che radica il concetto di Dio nelle anime dei sofferenti e degli individui umanamente più sensibili, non pochi atei del XVIII secolo aderirono all’idea secondo la quale una testa tetragona alla rivoluzione culturale meritava il trattamento della tortura (laica) e della ghigliottina.

Ecco perché un po’ m’inquieto quando Latouche scrive che «Dobbiamo espellere il martello economico dalle nostre teste, decolonizzare il nostro immaginario dai miti del progresso, della scienza e della tecnica», in modo che «svanisca la nostra idea di onnipotenza dell’assolutismo della razionalità. Il nemico siamo anche noi, è nelle nostre teste. Il nostro immaginario è colonizzato. Abbiamo bisogno di una catarsi» (Decolonizzare l’immaginario). Mi inquieto e con la mano tasto il collo, per vedere se è ancora al solito posto. A mio avviso la rivoluzione culturale proposta dal Francese, ancorché chimerica, contiene un grande potenziale di violenza «bio-politica», perché pretende di apparecchiare il nuovo uomo, l’homo non oeconomicus, a partire dalla società capitalistica, più o meno sviluppista, più o meno decrescista.

Si capisce, allora, perché secondo Latouche «Una delle prime misure della società della decrescita riguarda la pubblicità: non si tratta di cancellarla – perché non siamo terroristi – ma di tassarla fortemente, questo sì. È lo strumento di una gigantesca manipolazione, il veicolo della colonizzazione dell’immaginario» (dall’Intervista a Lettera43.it). Anche qui: il Capitalismo può andare («perché non siamo terroristi»), ma la pubblicità (ossia una delle sue più genuine espressioni) ci fa schifo, e comunque ne vogliamo poca, e la vogliamo tassare all’inverosimile. Ecco l’emancipazione degli individui dall’economia della crescita secondo Latouche. Quanto inquietante e poco radicale (ossia anticapitalistico) sia il suo concetto di decolonizzazione dell’immaginario si ricava, dialetticamente, dai passi che seguono: «Tutti i tentativi di modificare radicalmente l’immaginario, di cambiarlo forzatamente, hanno avuto risultati terrificanti, come ha dimostrato l’esperienza dei Khmer Rossi in Cambogia» (Decolonizzare l’immaginario). Che ci azzeccano i Khmer Rossi cambogiani con il discorso intorno all’emancipazione degli individui dalle esigenze totalitarie dell’economia? Nulla, è ovvio. Salvo per chi ha interpretato l’esperienza cambogiana degli anni Settanta in chiave anticapitalistica: una balla speculativa gigantesca, che getta luce su tutta la concezione decrescista di Latouche, il quale pensa di aver finalmente scoperto la mitica «terza via» mentre calca la solita putrida via capitalistica, magari con qualche lampione elettrico in meno e qualche candela in più: Dio com’è romantica la decrescita!

«Si tratta di abitare la terra come un territorio, un luogo di reciprocità e complicità. Di ritrovare la nostra intimità con una dimensione originaria» (Come si esce dalla società dei consumi, p. 190). E quale sarebbe questa «dimensione originaria»? in quali termini possiamo “declinarla”: biologici, antropologici, storici? Di più: esiste una nostra «dimensione originaria»? Per me si tratta, più modestamente, di abitare la terra come una casa umana finalmente ritrovata, anzi: costruita, mattone dopo mattone, dopo aver spazzato via la fortezza del Dominio. Umanizzare l’intero spazio esistenziale degli individui significa anche umanizzare il loro rapporto con la natura, fuori della dimensione che fa degli uomini e delle cose mere risorse da sfruttare nel modo più economico (efficace, razionale, profittevole) possibile. «Rompere con la società della crescita» (capitalistica), ossia con «l’imperialismo dell’economia» (capitalistica) non deve significare, a mio avviso, «ritrovare il sociale e il politico», ma trovare per la prima volta l’umano, e riempire di esso tutto ciò che sta tra cielo e terra.

È sulla possibile – oggi sempre più materialmente possibile e, al contempo, sempre più brutalmente negata – crescita umana degli individui che dovremmo focalizzare tutta la nostra attenzione di critici del Capitalismo, non certo sulla decrescita del Capitalismo – perché di questo, gira e rigira, si tratta. Noto solo adesso che mi sono fatto prendere la mano dalla critica. Occorre assolutamente mettere un punto, non fosse altro che per ragioni entropiche…

(1) «Jeremy Rifkin esordì con il libro Entropia. Basandosi sulle ricerche di Georgescu-Roegen, l’autore dimostrava che il modello capitalistico ha intrinseche proprietà degenerative che ne rendono inevitabile l’estinzione. L’entropia si può definire come il grado di dissipazione energetica di un sistema fisico. L’entropia equivale alla perdita di vitalità, di capacità riproduttiva di un organismo, il quale è per definizione irriformabile. Tutte le controtendenze che hanno prolungato l’agonia dell’attuale sistema non sono più in grado di rivitalizzarlo» (n+1, Newsletter numero 188, 8 luglio 2012). Davanti a tesi di questo tipo sorge sempre nella mia poco scientifica testa la seguente domanda: trattasi di analogia, di metafora, di teorema scientifico, di assioma o di cos’altro?

(2) Per Latouche la crisi economica che impazza in Occidente dal 2007 non è che la continuazione della crisi economica che deflagrò nella prima metà degli anni Settanta, proprio all’epoca del rapporto sui limiti dello sviluppo firmato del Club di Roma, cosa che ne spiega in gran parte il successo. Anche questa tesi non suona nuova alle mie orecchie. A mio avviso le cose non stanno in questi termini, e la crisi di oggi ha una sua “ontologica” autonomia rispetto a quella di quarant’anni fa, la quale chiuse la fase di poderosa accumulazione capitalistica seguita alla guerra mondiale. La gigantesca svalorizzazione di capitale causata dalla guerra spiega l’alto tasso di sviluppo economico dei paesi occidentali durato, al netto di rallentamenti contingenti e di breve respiro, fino alla prima metà degli anni Sessanta, per poi declinare sempre più rapidamente alla fine dello stesso decennio. La crisi degli anni Settanta inaugura una nuova fase di sviluppo, dai ritmi necessariamente più bassi, ma non per questo meno significativi; una congiuntura esposta a una concorrenza internazionale sempre più agguerrita, per vincere la quale la cosiddetta economia reale è costretta a ricorre in modo sempre più massiccio al Capitale Finanziario, anche per “drogare” il mercato al fine di mantenere alta la domanda – quella che, sbagliando, Latouche chiama economia del debito non è che la “vecchia e cara” economia capitalistica, sans phrase. Basta pensare allo straordinario sviluppo tecnologico verificatosi alla fine degli anni Settanta in Giappone, negli Stati Uniti e in Germania, proprio come reazione alla crisi sistemica di quegli anni, per capire di come sia riduttivo trattare la crisi attuale come una coda di quella di quarant’anni fa. Senza contare il colossale sviluppo del Capitalismo in Cina, in India e negli altri ex «paesi in via di sviluppo». Certo, agli occhi dei crollisti e dei decrescisti la mia tesi può suonare come una sorta di apologia del Capitalismo, mentre si tratta di una mera constatazione, di un’analisi non viziata da incrostazioni ideologiche. Non è negando sul piano ideologico la «mostruosa vitalità del Capitalismo» (Marx) che ne acceleriamo il crollo. Magari fosse così semplice e lineare l’equazione che abbiamo dinanzi!

(3) A corredo di quanto appena scritto, riporto una parte della bella recensione di Massimo Cappitti al libro Shock economy di Naomi Klein (Rizzoli, 2007): «Nelle conclusioni l’autrice evidenzia lo sgretolamento della shock economy, legato, in parte, alla scomparsa di alcuni dei suoi principali sostenitori, in parte al fallimento delle “terapie liberiste” e, infine, alla diffusione di nove forme di resistenza. In particolare, Naomi Klein sottolinea l’importanza delle esperienze di alcuni paesi latino-americani dove la “ricostruzione dal basso” si è alimentata, insieme, del rinnovamento dei programmi “socialdemocratici” e della riscoperta dell’orgoglio nazionale. Ne sono testimonianza le misure dei governi come la nazionalizzazione di settori chiave dell’economia. Qui, però, risiede la debolezza del libro. Klein sembra affidare la cura del male a chi ha contribuito a produrlo, riproponendo, cioè, un capitalismo governato dall’intervento statale, seppure integrato dal controllo e dalla partecipazione di movimenti popolari radicali. Come se lo Stato fosse una macchina neutrale e non il monopolista della violenza, e come se il capitalismo accettasse limiti, dettati da scrupoli etici, al suo accrescimento e la sua essenza non consistesse, invece, secondo un’intuizione già marxiana, nella preparazione di “crisi più estese e più violente”. Nella rivendicazione della propria estraneità alla polarità distruttiva rappresentata da capitale e Stato, risiede la scommessa dei soggetti rivoluzionari di là da venire» (Massimo Cappitti, Ascesa del capitalismo dei disastri, in AV, La società degli individui, p. 160, FrancoAngeli, 2007). Sottoscrivo in pieno, anche in qualità di rivoluzionario di là da venire… La «rivendicazione della propria estraneità alla polarità distruttiva rappresentata da capitale e Stato» è il mio Programma. Si accettano adesioni…

LA DECRESCITA DI LATOUCHE MI FA CRESCERE…

Lo confesso: quando il saggio dell’autostima tende a cadere uso Serge Latouche (ma non solo lui, per la verità) come controtendenza. E funziona! Infatti, subito il nano che c’è in me gonfia il petto, e affetta pose da gigante del pensiero sociale, cosa che gli riesce benissimo al cospetto del teorico della decrescita, le cui panzane economico-sociali crescono con l’acuirsi della crisi economica internazionale, fino a toccare vette d’inusitato parossismo. E rimango nella dimensione dell’eufemismo, giusto per non irritare troppo i tanti seguaci del pensiero decrescista. Personalmente trovo irritante il termine stesso di decrescita, per questioni tricologiche, ma giuro che questo non fa velo al mio giudizio.

Così, con l’autostima a terra, sono andato a caccia di qualche intervento del noto Scienziato Sociale, e per fortuna l’ho trovato, sotto forma di intervista. Già l’introduzione al personaggio di Giovanna Faggionato, l’intervistatrice «da Parigi» per conto di Lettera 43.it, è tutto un programma: «Latouche ha cominciato a parlare di globalizzazione quando la parola non era nemmeno nei dizionari, ma da poco era stato pubblicato il rapporto dell’associazione non governativa Club di Roma sui limiti dello sviluppo e la fine del petrolio. Ha riletto i liberali classici e il padre del comunismo e ne ha concluso che né il capitalismo concorrenziale teorizzato dai primi, né l’economicismo statalista di Marx sarebbero stati capaci di dar vita a una società in equilibrio con l’ecosistema». Stendiamo pure un velo pietosissimo sulle qualità scientifiche del famoso – e per molti anche famigerato – Club di Roma, le cui profezie apocalittiche negli anni Settanta misero di ottimo umore il Capitale, alle prese con lo «shock petrolifero» e con una crisi strutturale molto seria, e i suoi interpreti più seri e sobri. E sorvoliamo pure sulla circostanza per cui non pochi teorici del Capitalismo concorrenziale ammisero la necessità, in alcuni casi, di derogare alla teoria, ad esempio nel caso dei paesi capitalisticamente ritardatari, bisognosi dell’aiuto statale e di politiche protezioniste, come avvenne nel XIX secolo in Francia, in Germania, in Italia, e in Giappone, e poi, nel secolo successivo, in Cina e negli altri ex «paesi in via di sviluppo». Salvo poi, ad «accumulazione primitiva avviata», dare il ben servito allo Stato e procedere lungo il virtuoso sentiero della libera concorrenza.

Lasciamo perdere tutto questo, che può essere opinabile. Ma cosa c’entra il vecchio ubriacone di Treviri con «l’economicismo statalista»? Chi ha letto Marx sa bene come quella concezione non abbia nulla a che vedere con il suo punto di vista critico-radicale, come modestamente ho cercato anch’io di argomentare in diversi post di questo Blog (rimando, ad esempio, a Marx versus statalismo e Il “socialismo di mercato”). Mentre ha moltissimo a che fare con la gran parte dei personaggi che nel tempo si sono detti – e si dicono – “marxisti”. Com’è noto, Marx aborrì di definirsi marxista, soprattutto nel momento in cui il «socialismo di Stato» di Lassalle iniziò a prendere il sopravvento persino nel movimento operaio tedesco, in teoria direttamente influenzato da lui e dal suo amico Engels. Insomma, la terza via decrescista è, come ogni altra «terza via» passata, presente e futura, un’emerita panzana la cui ragion d’essere è radicata in una concezione volgarissima del cosiddetto marxismo e in un’infondata interpretazione dell’esperienza del «socialismo reale», una storia dipanatasi interamente sotto il cielo del Capitalismo mondiale, dalla Russia di Stalin alla Cina di Mao.

Già solo l’introduzione al personaggio è bastata insomma a rivitalizzare la mia abbacchiata condizione umana, e la lettura dell’intervista l’ha poi addirittura beneficata oltre ogni più rosea aspettativa. Scrive ad esempio Latouche: «Serve una politica risolutamente protezionista. Esiste un cattivo protezionismo, è vero. Ma c’è anche un cattivissimo libero scambio. Mentre esiste un buon protezionismo, ma non un buon libero scambio. Come si può competere con la Cina? È una barzelletta». In attesa di capire che cosa sia il «buon protezionismo», concetto che tradisce la coda di paglia di chi vuole celare il ruolo delle politiche protezioniste degli anni Trenta, accontentiamoci della barzelletta autarchica del nostro amico.

La fine è sempre dietro l’angolo…

«Il protezionismo ci permette di non essere competitivi per forza. Se lo siamo in alcuni settori, bene. Ma possiamo anche sviluppare produzioni non concorrenziali. Stimoliamo la concorrenza all’interno, ma con Paesi che hanno altri sistemi sociali, altre norme ambientali, altri livelli salariali, questo non è possibile. D’altra parte, è stata l’eccessiva specializzazione a renderci così fragili». Ma sì, buttiamo a mare due secoli di sviluppo capitalistico, diamo le dimissioni dal Capitalismo globalizzato e concentriamoci su un Capitalismo «più a misura d’uomo» (ossia più a misura delle nazioni che sentono di stare perdendo la guerra della competizione sistemica globale), rispettoso della natura e dell’uomo (sic!), un Capitalismo libero e bello magari costruito  in un solo Paese, ad esempio il nostro. «Dobbiamo ritrovare il tempo per dedicarci al resto, alla vita. Questa è un’utopia, ma l’utopia concreta della decrescita: superare il lavoro». No, signor Guru della Decrescita, questa non è un’utopia, è la chimera di chi sa immaginare la fuoriuscita dal Capitalismo solo nei termini di un ritorno indietro, nella direzione di un Capitalismo meno globalizzato, meno dinamico e non più “traviato” dalla finanza speculativa. È vero, verissimo: occorre superare il lavoro. Ma di quale lavoro parliamo? Oggi, in tutto il pianeta, non esiste un astratto lavoro, ma il lavoro peculiare di questa epoca storica: il lavoro salariato, quello messo in cima alla Sacra Costituzione Italiana, il quale presuppone il rapporto sociale di dominio e di sfruttamento capitalistico.

Ecco perché, a mio modesto avviso, non si tratta di fare decrescere il Capitalismo (una pura e semplice chimera, un’ideologia buona a sostenere le ragioni del Capitale perdente nella guerra mondiale per l’accaparramento del plusvalore), ma di «metterlo a letto», per usare il gergo della Mafia, e così celebrare la Magna Grecia (o la Grecia che Magna) che mi ha dato i natali. La costruzione della società a misura d’uomo presuppone l’uscita dal Capitalismo, non l’uscita dall’Euro, dall’Europa, dalla globalizzazione, dal libero mercato, dalla competizione sistemica mondiale, dal capitalismo finanziarizzato  e via elencando sulla scorta delle reazionarie teorie economiche dei progressisti, il cui successo presso i giovani più aperti alla speranza si spiega soprattutto con il trattamento stalinista dell’«utopia concreta».

Un’ultima perla: «La moneta è un bene comune che favorisce lo scambio tra i cittadini. Ma se è un bene comune non deve essere privatizzata. Le banche sono degli enti privati. E allora dico sempre che noi vogliamo riappropriarci della moneta». La moneta senza le banche mi ricorda il Proudhon ridicolizzato da Marx nella Miseria della filosofia, il quale accettava l’esistenza della merce («lato buono») ma aborriva il denaro («lato cattivo»), «riducendo così il socialismo ad un elementare malinteso sulla necessaria connessione tra merce e denaro». Analogamente, lungi dall’essere un «bene comune», uno strumento socialmente neutro al servizio degli individui, come pretende l’economia feticizzata, la moneta è nella sua più intima essenza l’espressione di peculiari rapporti sociali disumani. Ma per i teorici della decrescita questo è solo un filosofema che lascia il tempo che trova. L’autarchia incombe!