CIBO AMARO. Può la merce sfamare l’uomo?

Riso_AmaroMi sono casualmente imbattuto in una simpatica diatriba tra un sostenitore del cosiddetto lato buono della finanza speculativa e una sua critica benecomunista. Il pomo della discordia è il cibo: può esso diventare oggetto della speculazione finanziaria al pari delle altre merci? Di più: può il cibo essere considerato una merce come le altre? Ancora più alla radice: il cibo è una merce o un «bene comune»?

Secondo Michele Governatori, conduttore della rubrica Derrick in onda il martedì su Radio Radicale per trattare temi legati soprattutto alle fonti energetiche industriali, la parola speculazione è diventata un parafulmine per gli strali di chi ha in odio la finanza, accusata di aver precipitato l’Occidente nel baratro della crisi economica. Di qui, il suo contributo per “sdoganare” una prassi economica che nel corso di oltre un secolo ha dimostrato di poter concorrere allo sviluppo razionale dell’economia. Certo, al netto dei suoi “lati negativi”, che bisogna ovviamente eliminare, senza tuttavia gettare il bagno sporco col bambino dentro. «L’affermazione secondo la quale il cibo non è una merce come le altre, come ha sostenuto Milena Gabanelli in una puntata di Report, è tautologica e carica di ideologia … In realtà, se la finanza serve a orientare gli investimenti non si capisce perché non vada bene su una cosa che si mangia». Già, non si capisce perché.

Che il cibo non sia una merce come tutte le altre* che fanno di questo mondo capitalistico «una immane raccolta di merci» (Marx) può pensarlo solo chi aderisce al pensiero politicamente corretto in salsa benecomunista, il quale è ideologico nella peculiare accezione marxiana di concezione capovolta, «a testa in giù», del mondo. Si assume una realtà astratta, della seria come dovrebbe essere il mondo sulla scorta di presupposti etici e “umanistici” negati sempre di nuovo dalla vigente prassi sociale disumana, e su questa illusione si fondono giudizi che non hanno nulla a che fare con la verità: il cibo non è una merce come le altre, il lavoratore non deve essere considerato una merce, l’acqua non è una merce… Il tutto, beninteso, fermi restando i rapporti sociali capitalistici, l’impalpabile realtà che fa di tutto quello che esiste sul nostro pianeta un’occasione di profitto: di qui, tra l’altro, il prodigioso sviluppo della scienza e della tecnica in epoca capitalistica.

Ma il pensiero economico di Governatori, nella misura in cui non scorge il centro propulsore dell’economia (capitalistica) in generale e della speculazione in particolare, ossia la ricerca ossessiva del profitto, il più pingue possibile e nel tempo più breve possibile, mostra di essere ancor più impigliato nella fitta rete dell’ideologia. Per riprendere la metafora di sopra, più che l’acqua sporca della speculazione è il bambino della valorizzazione capitalistica a mezzo sfruttamento di lavoro umano che andrebbe buttato una volta per sempre nella famosa pattumiera della storia, o della preistoria, per dirla con il barbuto di Treviri.

Scrive Silvia Pattuelli, la critica benecomunista del liberista radicale: «La finanza oltre che orientare, dirige gli investimenti con lo “sguardo corto” del mercato, che trascura, tra gli altri, anche i costi sociali che ne possono scaturire» (Silvia Pattuelli, Il cibo è una merce come le altre?, Terrestra.it ). A mio modesto parare il mercato, cioè a dire il Capitale (perché porre ancora nel XXI secolo la distinzione fra mercato e capitale è semplicemente ridicolo, nonché manifestazione di quel feticismo della merce già a suo tempo analizzato dal Capitale), il mercato, dicevo, ha lo sguardo disumano del profitto. Ma potrebbe essere diverso nella vigente società? Per la Pattuelli, che «per una distinzione tra bene e merce» rimanda a uno scritto di Edoardo Salzano (La città come bene comune), probabilmente sì. Forse leggendo Salzano capiamo di più.

«Un bene è qualcosa che ha valore di per sé, per l’uso che ne fanno, o ne possono fare, le persone che lo utilizzano. Un bene è qualcosa che mi aiuta a soddisfare i bisogni elementari (nutrirmi, dissetarmi, coprirmi, curarmi), quelli della conoscenza (apprendere, informarmi e informare, comunicare), quelli dell’affetto e del piacere (l’amicizia, la solidarietà, l’amore, il godimento estetico). Un bene ha un identità: ogni bene è diverso da ogni altro bene. Un bene è qualcosa che io adopero senza cancellarlo o alienarlo, senza logorarlo né distruggerlo. Una merce è qualcosa che ha valore solo in quanto posso scambiarla con la moneta. Una merce è qualcosa che non ha valore in sé, ma solo per ciò che può aggiungere alla mia ricchezza materiale, al mio potere sugli altri. Una merce è qualcosa che io posso distruggere per formarne un’altra che ha un valore economico maggiore: posso distruggere un bel paesaggio per scavare una miniera, posso degradare un uomo per farne uno schiavo. Ogni merce è uguale a ogni altra merce perché tutte le merci sono misurate dalla moneta con cui possono essere scambiate» (Edoardo Salzano, Relazione al seminario internazionale Quale futuro scegliamo: la metropoli neoliberista o una città comune e solidale?, European Social Forum, Malmö, 19 settembre2008).

Se avesse citato la marxiana distinzione di valore d’uso e valore di scambio (Il Capitale, libro primo, prima sezione, capitolo primo) probabilmente il nostro benecomunista se la sarebbe cavava meglio, e con più… economia di pensiero. Ma non stiamo qui a spulciare la barba di Carletto, per dirla con il salumiere lanciato verso il trionfo elettorale. Chiediamoci piuttosto se sulla base degli attuali rapporti di dominio e di sfruttamento il valore d’uso può trionfare sul valore di scambio. La mia risposta è assolutamente, e utopisticamente, negativa, e giudico chimerica l’opinione contraria. L’utopia allude a una realtà che ancora non esiste, ma che potrebbe concretizzarsi sulla base dell’attuale processo sociale, attraverso un suo «capovolgimento dialettico», altrimenti chiamato rivoluzione sociale; la chimera esiste solo nella fantasiosa, ancorché  indirizzata verso il meglio, testa di chi la concepisce. Mai la merce sfamerà l’uomo in quanto uomo: questo è sicuro.

«Oggi le cose stanno cambiando», continua Salzano: «Nei secoli appena passati sono accaduti eventi che hanno profondamente indebolito il carattere comune, collettivo della città. Si discute sulle cause del cambiamento. Ci si domanda perché hanno prevalso concezioni dell’uomo, dell’economia, della società che hanno condotto al primato dell’individuo sulla comunità, che hanno schiacciato l’uomo sulla sua dimensione economica (di strumento della produzione di merci), che hanno reso la politica serva dell’economia». Ma come sarebbe a dire oggi? Ma se è almeno dal 1844 che taluni bizzarri personaggi, con o senza barba, parlano di riduzione dell’individuo, «reificato e alienato», a «mera merce», a «strumento di produzione», di più: «appendice della macchina»! La tendenza a mercificare l’intero spazio esistenziale degli individui, sogni e desideri compresi, è un fatto necessario sulla base del Capitalismo, e anziché nutrire la “nostalgia canaglia” per una sua fase meno sviluppata, come fanno i critici «della fase attuale del capitalismo», bisogna porsi la domanda se sia possibile, e come, superare il vigente regime sociale per costruire la comunità dei valori d’uso, «Perché l’uomo s’innalzi all’uomo» (Schiller).

aaaDov’è, poi, questo «primato dell’individuo sulla comunità», se non nell’ideologia dominante che smercia quel primato per celare il reale annichilimento di ogni individualità, sottoposta alla disumana dittatura degli interessi economici? Nella società di massa non esistono individui, almeno nell’accezione filosofica del concetto, ma atomi assoggettati alla micidiale forza d’attrazione del Dominio. «Oggi, con Richard Sennett, constatiamo con angoscia il “declino dell’uomo pubblico», osserva Salzano. Più modestamente chi scrive «constata», con l’avvinazzato di Treviri, l’inesistenza dell’uomo in quanto uomo sulla faccia della terra. E se l’uomo non esiste tutto è possibile, a cominciare dai campi di sterminio e dalla trasformazione del cibo in biocarburante mentre in molte parti del pianeta la gente continua a morire di fame, nonostante la pia attività dei missionari laici e religiosi. Per conto mio aderisco alla «forma più pura della ribellione espressa dal grido straziante di Karamazov: se non tutti vengono salvati, che cosa conta la salvezza di uno solo?» (Albert Camus, L’homme révolté).

Vedi anche qui.

* «Il cibo non è una merce come le altre»: in un certo senso questa tautologia ideologica cela qualcosa di radicalmente vero intorno al Capitalismo. Infatti, nella misura in cui il cibo entra in modo ancora oggi “pesante” tra i costi della capacità lavorativa, in qualità di bene-salario, non è del tutto infondato dire che il cibo è una sorta di «merce par excellence», per mutuare la definizione marxiana della forza-lavoro. Una testimonianza di ciò la troviamo in Inghilterra all’epoca del furibondo scontro tra proprietari fondiari e capitalisti industriali intorno alle leggi sul grano, abrogate nel 1846, che miravano a limitare o a vietare l’importazione di cereali. Quando Malthus e Ricardo incrociarono le spade, il prezzo delle materie prime alimentari basate sui cereali incidevano in modo assai rilevante sul costo della capacità lavorativa. «Pane a buon mercato, salari elevati – cheap food, high wages – ecco il solo fine per il quale i liberoscambisti in Inghilterra hanno speso milioni» (per battere i sostenitori delle leggi sul grano), scriveva ironicamente Marx nel 1848, nel suo celebre Discorso sulla questione del libero scambio; e concludeva: «Ma – fatto sorprendente! – il popolo, a cui si vuole per forza procurare pane a buon mercato, è quanto mai ingrato. Il pane a buon mercato è così malfamato in Inghilterra come il governo a buon mercato lo è in Francia» (K. Marx, Opere Marx-Engels, VI, p. 469). Davvero sorprendente! O no? Ancora Marx, il portavoce degli ingrati di tutto il mondo: «Non è forse il salario diminuito in rapporto al profitto? … Dal momento che il prezzo del pane e, di conseguenza, il salario, sono a un livello molto basso, [all’operaio] non sarà più possibile economizzare sul pane per procurarsi altri oggetti». Mutatis mutandis, la dialettica appena abbozzata conserva una notevole pregnanza sociale, e basta seguire i dati Istat sull’incidenza del consumo di generi alimentari sulla «spesa media mensile per famiglia» per farsene un’idea.