IL SOCIALNAZIONALISTA BRAMA LA GUERRA NAZIONALPOPOLARE

Merkel1Da buon sinistrorso Mimmo Porcaro si prende cura delle sorti tanto del Paese, questo «bene comune» che andrebbe declinato in un modo meno settario e antico di quanto non facciano taluni (ad esempio chi scrive), ancora  fedeli a un internazionalismo fuori tempo massimo; quanto di «quel che resta della sinistra italiana». E qui il sottoscritto non si sente minimamente chiamato in causa. Qual è, secondo il socialnazionalista di cui si parla, il difficile compito che sta di fronte «a quel che resta della sinistra italiana»? Evitare un’uscita «da destra» della grave crisi economico-sociale che impazza nel Vecchio Continente ormai da cinque anni, con le conseguenze sistemiche che tutti possono vedere, in ogni parte d’Europa, e segnatamente nella sua area capitalisticamente più debole. E quindi, preparare un’uscita «da sinistra», attraverso misure «semisocialiste» che abbiano il dono della concretezza e del realismo.

Ma lasciamo la parola a Porcaro: «È chiaro che la sinistra italiana e continentale non è capace di un pensiero che sia all’altezza della situazione, perché non è capace di prendere atto della fine della globalizzazione e del riemergere degli stati nazionali (o meglio degli stati nazionali più forti) come attori principali della politica. Non è capace di capire che l’Europa è ancora fatta di nazioni, che le nazioni più forti dettano la direzione di marcia e che, anche a causa della persistente crisi economica, questa marcia conduce ad un gioco in cui il nord vince ed il sud perde. E che quindi una coerente difesa dei lavoratori italiani si identifica, oggi, con la costruzione di un discorso che sappia legare in maniera inedita questione di classe e questione nazionale» (Che fare dell’euro?, Sinistrainrete). Chi conosce la tradizione “comunista” (leggi: stalinista-togliattiana) del Bel Paese riconosce nei passi appena citati la vecchia cacca ideologica, sia detto con francescana pacatezza, di chi ha legato con catene d’acciaio i lavoratori al carro delle classi dominanti. Nulla di nuovo sotto il cielo del sinistrismo Made in Italy.

In primo luogo è risibile opporre la cosiddetta globalizzazione, ossia il continuo processo di espansione economico-sociale (esistenziale, direi) del Capitale in ogni più piccolo e sperduto recesso della società, a partire dal corpo stesso degli individui, e del pianeta; opporla, dicevo, all’esistenza delle nazioni e degli Stati nazionali. La tensione dialettica fra la tendenza del Capitale a recidere ogni legame con il momento nazionale, come con qualsiasi altro momento particolare (religioso, culturale, sessuale, ecc.), e la dimensione nazionale-statale del Dominio sociale borghese è un dato permanente nel seno della vigente società. In secondo luogo, «legare in maniera inedita [sic!] questione di classe e questione nazionale» significa riproporre appunto il vecchio socialnazionalismo di matrice stalinista, il quale cianciava tanto di “classe” solo per conseguire meglio obiettivi schiettamente nazionali, ossia capitalistici.

Cyprus-MerkelDopo il massacro dei comunardi parigini, il vecchio trincatore di Treviri disse che nei Paesi a Capitalismo avanzato solo i «sicofanti» della classe dominante potevano ancora parlare di patria e di sentimento nazionale col sorriso sulle labbra. «Il più alto slancio di eroismo di cui la vecchia società è ancora capace è la guerra nazionale; e oggi è dimostrato che questa è una semplice mistificazione governativa, la quale tende a ritardare la lotta delle classi … Il dominio di classe non è più capace di travestirsi con una uniforme nazionale; contro il proletariato i governi nazionali sono uniti … I governi europei attestano così, davanti a Parigi, il carattere internazionale del dominio di classe» (Marx, La guerra civile in Francia). E questo il vecchio germanico lo biascicava nel 1871, ossia in un’epoca in cui il Capitalismo appare un lattante, se paragonato alla mostruosità sociale che ci sta dinanzi. Un secolo e mezzo dopo, i “marxisti” scoprono che la fottutissima questione nazionale conserva ancora un carattere progressivo: cose dell’altro mondo! Mi correggo: cose del loro mondo. Un mondo assai sinistro.

«Le incertezze sono più che comprensibili», osserva Porcaro riflettendo sulle «incertezze» di molti suoi compagni sinistri, ancora avvinghiati come l’edera all’europeismo fallimentare: «da Crispi a Mussolini, per tacere degli epigoni minori, in Italia nazionalismo fa rima con avventurismo autoritario». Ma può anche far rima con socialnazionalismo, una posizione politico-ideologica ultrareazionaria almeno quanto quella fascista e nazionalsocialista. Almeno. Tra l’altro il recupero della questione nazionale in chiave progressista caratterizzò la posizione interventista del futuro Duce, il quale rimproverò all’imbelle neutralismo dei socialisti italiani che la storia aveva messo all’ordine del giorno lo scontro tra la Civiltà occidentale (Francia e Inghilterra) e la barbarie teutonica. Si trattava, per il Mussolini socialnazionalista, di completare il Risorgimento italiano, come diranno gli stalinisti italiani più tardi, in occasione del Secondo macello imperialistico. Scriveva Il Socialista nel 1914 a proposito del patriottismo socialdemocratico: «All’attuale grado di sviluppo della società, tenuti ben presenti i caratteri delle guerre moderne, non si può scorgere coincidenza tra la guerra fatta e condotta dallo Stato borghese e l’azione rivoluzionaria, senza ricorrere a paragoni che hanno un valore esclusivamente… futurista».

Dite che esagero in questa improvvida evocazione della guerra? Detto che la guerra guerreggiata è semplicemente la continuazione della guerra sociale permanente condotta con altri mezzi, leggete questo: «Attraverso queste righe voglio rivolgermi ai miei connazionali, alla gente comune, e chiedere loro di cercare di risanare il nostro sistema bancario per mandare via la troika e per ridefinire i nostri legami di solidarietà. È adesso che bisogna mostrare il nostro patriottismo, bisogna mostrare che l’anima degli elleni non si sottomette così facilmente ai diktat stranieri. La nostra anima è in fermento e i nostri pugni sono serrati. Stiamo già cercando i responsabili e sono certo che li troveremo. In questo momento cruciale dobbiamo essere uniti, aiutare il nostro paese e resistere al nemico. Come se fossimo di nuovo in guerra. Perché quella che stiamo vivendo è una guerra, anche se assume altre forme. I nostri connazionali della diaspora potranno aiutarci mettendo mano al portafoglio. Bisogna aiutare il nostro stato a rialzarsi, perché siamo solo all’inizio di una lunga via crucis. Forza e coraggio!» (Emmanuel Lioudakis, Phileleftheros di Nicosia, 25 marzo 2013).  Forza e coraggio! In “pace” come in guerra.

zypern-euro-krise-hilfe-merkelGià che ci siamo, leggiamo anche queste sobrie righe: «La Merkel, come Hitler, ha dichiarato guerra al resto dell’Europa, per garantirsi il suo spazio vitale economico. Ci punisce per proteggere le sue grandi aziende e banche, ma anche per nascondere al suo elettorato la vergogna di un modello che ha fatto in modo che il livello di povertà nel suo paese sia il più alto degli ultimi 20 anni, che il 25% dei suoi impiegati guadagni meno di 9,15 euro l’ora, o che alla metà della popolazione corrisponda, a un misero 1% di tutta la ricchezza nazionale. La tragedia è l’enorme connivenza tra i poteri finanziari paneuropei che dominano i nostri governi, e che questi, invece di difenderci con patriottismo e dignità, ci tradiscano attuando come vere e proprie comparse agli ordini della Merkel» (dall’editoriale “censurato” di El Paìs, da Corretta informazione.it, 25 marzo 2013). Si tratta di un falso? Non importa; ciò che conta qui è il valore sintomatico dei passi appena citati. La chiamata alle armi (oggi virtuali domani si vedrà) non potrebbe essere più chiara. I nemici sono individuati, gli schieramenti bellici ben definiti: Sud contro Nord, cicale contro formiche, economia reale contro economia finanziaria, democrazia contro diktat tecnocratici, sovranità dei “popoli” contro dominio dei “poteri forti transnazionali”.

Ma ritorniamo a Porcaro! «Quando il dominio di classe assume forma nazionalistica si deve essere internazionalisti, europeisti e in qualche caso autonomisti. Quando invece, come succede in Europa, quel dominio passa proprio attraverso la distruzione dello stato nazionale, si deve elaborare un nazionalismo democratico orientato verso una nuova Europa confederale». Qui l’indigenza teorica e politica è davvero abissale, e io me ne occupo solo per denunciare appunto un sintomo che rinvia direttamente alla guerra permanente del Capitale contro le classi dominate, guerra che non rare volte assume la forma della “lotta di classe”. Tanto più quando per «anticapitalismo» si intende la lotta al cosiddetto Finanzcapitalismo, ossia al Capitalismo dominato dalla finanza e contrapposto, in modo davvero risibile, al Capitalismo basato sulla cosiddetta «economia reale», meglio se condotta direttamente dal Leviatano, il feticcio di tutti gli statalisti, non importa se in guisa “socialista”, “fascista” o “keynesiana”. Ci si crede postmoderni, salvo poi scrivere assurdità che fanno rimpiangere i teorici dell’Imperialismo tipo Hobson e Hilferding. Per non parlare di Lenin… Non solo il nostro socialsovranista mette in un unico sacco internazionalismo, europeismo e autonomismo, ossia cose tra loro antitetiche, ma si vuol far credere che «un nazionalismo democratico» sia meno reazionario del nazionalismo sans phrase. Cosa che ovviamente è ridicolmente falsa, come dimostra peraltro l’auspico «di una politica estera basata su un’autonoma proiezione mediterranea dell’Italia [e] su nuove relazioni coi Brics». Della serie, Imperialismo con caratteristiche socialnazionaliste…

Detto di passata, alla fine degli anni Novanta Fausto Bertinotti affermò tesi analoghe riflettendo sul fenomeno leghista: difendere l’unità della nazione, sostenne allora il teorico del kashmir in fatto di abbigliamento, significa difendere lo spazio all’interno del quale si dà ogni articolazione democratica della società civile. Con ciò veniva sdoganato persino lo sventolio del tricolore anche al di fuori delle competizioni sportive…  Sarebbe una fatica sprecata cercare di far comprendere al progressista che l’articolazione democratica della società civile non è che una delle forme del Dominio sociale, e che in Italia la Repubblica nata dalla Resistenza si è data come la continuazione del Fascismo con altri mezzi, in una contesto nazionale e internazionale mutato dalla Seconda carneficina mondiale.

Bojesen-490«Sarà quindi necessario rielaborare in fretta tutto il nostro orientamento degli ultimi decenni», conclude Porcaro, «e riscoprire un nesso tra classe e nazione che in Italia ha avuto rari, benché importanti, momenti di emersione: nella Resistenza, nella difesa delle fabbriche contro l’invasore, nelle lotte postbelliche per il lavoro, nelle, e forse anche nel contraddittorio e perdente itinerario di Berlinguer. Si può fare. E soprattutto si deve fare». Sono io che evoco cinicamente lo spettro della guerra, magari in ossequio alla tesi del tanto peggio, tanto meglio? Non credo proprio. La rivendicazione della Resistenza, dell’antiamericanismo (leggi: «campagne comuniste contro l’imperialismo») e del berlinguerismo, ancorché «contraddittorio e perdente» [sic!], la dice lunga sulla qualità politica dell’italico socialnazionalismo, avanguardia bellica già in assetto di guerra.

L’UOMO NEGATO

Ricorda il mio uomo dimenticato,
gli hai messo un fucile in mano e
l’hai mandato lontano, al grido di
“Hippy hippy  hurrà”, vedi cos’è
diventato.

Ho letto L’uomo dimenticato di Amity Shlaes, già giornalista del Financial Times e oggi ricercatrice di storia economica presso il Council on Foreign Relations, e ho capito il perché delle tante polemiche che sull’interessante e controverso libro si sono accese negli Stati Uniti giusto un anno fa. Protagonisti di quelle polemiche politico-economiche sono stati, da una parte i sostenitori del punto di vista keynesiano (vedi Paul Krugman), e dall’altra i propugnatori di una politica economica liberista «senza se e senza ma». Com’è facile capire, più che la storia degli USA ciò che scotta è l’attualità della crisi economica.

Amity Shlaes racconta la storia della Grande Depressione e del New Deal rooseveltiano in termini così crudi, ricordando ad esempio la vicenda del tredicenne William Troeller, il quale si impiccò alla trave del soffitto della sua stanzetta per disperazione (il padre aveva perso il lavoro), e così poco inclini alla storiografia ufficiale su uno dei peggiori momenti attraversati dalla società americana, da suscitare più di una perplessità e certamente molta irritazione in chi ha sempre sostenuto che fu solo grazie alla politica economica keynesiana adottata dal Presidente Roosevelt che gli Stati Uniti riuscirono a venire fuori dal tunnel della crisi economica.

Il più alto standard di vita al mondo…

«Roosevelt stava mettendo a punto la sua definizione di uomo dimenticato. Fino ad allora era stato una figura generica, anche se sempre priva di mezzi… Adesso, identificando il suo uomo dimenticato con i gruppi specifici che voleva aiutare, il presidente stava dimenticando gli altri, creando così un nuovo uomo dimenticato. Il paese si stava spaccando fra i protetti da Roosevelt e tutti gli altri». Alla Shlaes interessa soprattutto puntare i riflettori sui tanti «uomini dimenticati» che furono sacrificati sull’altare di una politica economica molto selettiva circa gli strati sociali da colpire o da salvare in base a criteri non sempre decifrabili, al punto che nel 1938 lo stesso Keynes si vide costretto a raccomandare al Presidente un atteggiamento meno ondivago e arbitrario sul piano politico. «L’Amministrazione statunitense aiutò le constituency che l’avevano sostenuta elettoralmente e non l’economia nel suo insieme» (Intervista rilasciata dalla Shlaes al Foglio del 10 aprile 2012).

«La crisi del ‘29 ebbe alti e bassi per un intero decennio. Ma fu anche l’era del New Deal, che gettò le basi di una rivoluzione culturale e sociale che proiettò i suoi effetti nei decenni successivi. Potevamo aspettarci un nuovo “New Deal”, dopo quella che all’unisono è stata definita la più grave crisi degli ultimi 80 anni? Sarebbe stata una speranza esagerata. Quello era il tempo di Franklin Roosevelt, di John M. Keynes, di Lord Beveridge. A vario titolo, tutti convinti che il vecchio modello liberista si era dimostrato fallimentare, e che un nuovo ruolo spettasse allo Stato per garantire la crescita, il pieno impiego e un nuovo equilibrio sociale. Non erano anticapitalisti, né marxisti. Ma erano l’espressione di una visione del mondo e di una pratica politica che non si fa fatica a definire progressista o di sinistra» (A. Lettieri, La crisi e il lungo silenzio della sinistra, Sinistrainrete). È con «vulgate sulla Grande Depressione» di questo genere che L’uomo dimenticato vuole fare i conti, svelando il fondo ideologico dell’apologetica filo-New Deal. Che il progressismo e il sinistrismo si muovano interamente ed esclusivamente dentro la logica e la prassi della società capitalistica, non avevo alcun dubbio, ma trovare conferme dai diretti interessati fa sempre piacere. Ricordo, en passant, che la crisi economica, anche quella di “proporzioni bibliche”, lungi dall’essere un evento eccezionale e imprevedibile (salvo che per la Scienza Economica, ovviamente), è fin nel concetto immanente al Capitalismo, come ha spiegato con dovizia di particolari un tal Karl Marx, che, a quanto pare, non fu un teorico della «destra liberista».

Parlare delle crisi del passato, del presente e del futuro nei termini di un fallimento imputabile a questo o a quel «modello economico», più o meno liberista, più o meno statalista, è quanto mai infondato, e testimonia di una assoluta mancanza di comprensione della società capitalista.

Lungi dall’aver posto le basi per un suo rapido superamento, il New Deal aggravò piuttosto la crisi, ponendo in essere una serie di misure economiche stataliste ostili alla ripresa degli investimenti privati e perlopiù dettate da esigenze politiche, più che economiche. È la tesi sostenuta dalla Shlaes, che in parte mi sento di condividere, sebbene da una prospettiva che non ha nulla a che fare né con lo statalismo dei keynesiani – soprattutto se in guisa sinistrorsa – né con il liberismo ad oltranza dei teorici del libero mercato «sempre e comunque». Come i lettori del Blog sanno, il mio punto di vista è radicalmente anticapitalista, e dunque ostile a ogni tipo di ricetta economica tesa, keynesianamente, a salvare lo status quo sociale vigente (altrimenti detto «Paese», o «Patria» ovvero «Nazione») dalle sue stesse contraddizioni.

Più che la speculazione finanziaria, i cui “demeriti” peraltro l’autrice non disconosce, «dal 1929 al 1940, da Hoover a Roosevelt, [fu] l’intervento pubblico [che]contribuì a far diventare Grande la Depressione» (A. Shlaes, L’uomo dimenticato. Una nuova storia della Grande Depressione, p. 24, Feltrinelli, 2011). Un punto molto interessante del libro appare proprio l’accento posto sulla continuità tra le due presidenze, cosa che peraltro appare chiara dal programma democratico del 1932, il quale «chiedeva fra l’altro un “bilancio federale pareggiato annualmente”», da ottenersi con un’«”immediata e drastica riduzione delle spese governative”. Il pareggio di bilancio non era materia d’opinione» (J. K. Galbraith, Il grande crollo, p. 200, Boringhieri, 1972). Solo nel 1933, quando apparve chiaro che dalla recessione si era passati alla depressione più nera, si abbandonò il mantra del pareggio di bilancio e si incominciò a ritenere che «l’intera teologia del New Deal fosse ormai verità rivelata», e che solo il Leviatano potesse a quel punto salvare il Paese dalle infernali spire della miseria, la quale, com’è noto, può diventare cattiva consigliera.

Il libro della Shlaes ha dunque il merito di smontare la leggenda secondo la quale con il New Deal gli Stati Uniti si avviarono verso un rapido superamento della catastrofe sociale. Cito da un’altra fonte, più “obiettiva”: «Nel 1935 la Economic Survey della S. d. N. doveva registrare una ripresa “più superficiale che fondamentale”, e – a sei anni di distanza dal tracollo del 1929 – doveva confessare che le prospettive erano “confuse e poco incoraggianti” … Nell’estate del 1939 l’Economist spendeva accenti gravi sulla “permanente propensione deflazionistica dell’economia americana, tendenza che le spese governative possono rovesciare solo temporaneamente e in modo precario”. Come ha detto Sir William Beveridge “si era ai primi passi di una ripetizione del 1929-32, aumentata di gravità”. L’inizio della nuova crisi fu bloccato dall’avvicinarsi della guerra» (Maurice Dobb, Problemi di storia del capitalismo, pp.376-385, Editori Riuniti, 1972). Provvidenziale guerra! Se non fosse arrivata “spontaneamente”, si sarebbe dovuta inventarla…

Come lo stesso Paul Krugman riconosce, fino a invocare “paradossalmente” l’invasione degli Alieni per spezzare la cortina di ferro dei rigoristi in materia di spesa pubblica, solo la corsa al riarmo e la guerra mondiale permisero agli Stati Uniti e agli altri paesi occidentali di uscire dalla Grande Depressione. Ecco perché quando ascolto chi propone una politica keynesiana «di ampio respiro» non posso fare a meno di mettermi il metaforico – per adesso! – elmetto sulla quasi pelata. D’altra parte, quel tipo di interventismo statale può avere successo solo se applicato in maniera massiccia, mentre il suo uso omeopatico è del tutto inefficace. Ma a quel punto la catastrofe sociale sarebbe imminente, e l’elmetto passerebbe, per dir così, dalla teoria alla prassi.

È anche opportuno ricordare come Keynes non pose mai la spesa pubblica nei termini dell’ammortizzatore sociale, bensì in quelli genuinamente capitalistici incentrati sull’attivazione, «artificialmente indotta» da una «domanda supplementare» (resa possibile appunto dallo Stato), di un capitale che il mercato non riusciva a mettere in moto “spontaneamente”. Più che della disoccupazione dei lavoratori, egli giustamente si preoccupò della disoccupazione del capitale, per superare la quale bisognava lasciarsi alle spalle vecchie remore di stampo democratico-liberale. «Ciò che il seguente libro intende illustrare, si adatta più facilmente alle condizioni di uno stato totalitario, piuttosto che a condizioni di libera concorrenza e di ampie misure di laissez-faire» (Keynes, Prefazione all’edizione tedesca del 1936 della General Theory). Non a caso, come ricorda la nostra storica dell’economia, i politici e gli intellettuali del New Deal guardavano con estremo interesse chi alla Russia di Stalin, chi alla Germania di Hitler. Molti guardavano con simpatia a entrambi i regimi, non disdegnando nemmeno di studiare il promettente «caso italiano».

Ecco l’uomo dimenticato secondo la definizione coniata nel 1883 dal filosofo William Graham Sumner, e ripresa strumentalmente, a scopo propagandistico, da Franklin Delano Roosevelt: «Appena A nota qualcosa che gli sembra sbagliato, qualcosa per cui X soffre, ne parla con B, poi A e B insieme propongono un disegno di legge per sanare il male e venire incontro a X. La loro legge si prefigge di decidere che cosa farà C per X, o al massimo cosa faranno A, B e C… Io intendo studiare C. Vorrei dimostrare che razza di uomo è. Lo chiamo l’Uomo dimenticato. Forse non è una definizione correttissima, ma è l’uomo a cui non si pensa mai … Lavora, vota, di solito prega, ma sempre paga». E qualche volta, vinto da una condizione disumana ossessionata dal calcolo economico, si toglie la vita. «Che genere di società è in effetti questa, dove in mezzo a parecchi milioni di persone si incontra la solitudine più profonda; dove si può essere sopraffatti da un’incoercibile voglia di uccidersi senza che nessuno lo indovini? Questa società non è una società, è, come dice Rousseau, un deserto popolato di bestie feroci» (J. Peuchet, citato da Marx in Peuchet: del suicidio, Opere, IV, p.549, 1972). È la società dominata dal Capitale. Dal Capitale tout court.

MISERIA DEL «POPOLO LAVORATORE»

Mario Tronti vuole salvare «l’idea di popolo»: già solo questa poco allettante – almeno per chi scrive – intenzione «culturale» e politica è sufficiente a qualificarlo come ideologo borghese – nell’accezione politica e non sociologica del predicato, ovviamente.

Salvare l’idea di popolo significa, quindi, mettere in sicurezza anche l’idea (e la prassi!) di Stato. Nonché quella di Nazione, perché, come egli giustamente osserva, «Non c’è nazione senza Stato». D’altra parte «non c’è popolo senza Stato» (Popolo, da Sinistrainrete, 26 Ottobre 2011). Nel momento in cui per un verso la globalizzazione capitalistica, e per altro verso il leghismo stressano la Sovranità della Repubblica Democratica fondata sul lavoro (salariato), gli intellettuali dai «lunghi pensieri» sentono il bisogno di solide certezze. «Non c’è nazione senza Stato. Ma non c’è popolo senza Stato. Questo è importante, da un lato per capire, dall’altro per stringere il problema ai tempi che ci riguardano e ci impegnano. Perché il tema è eterno. Biblico, prima che storico». Nella misura in cui fa del popolo, della Nazione e dello Stato delle categorie eterne, metastoriche, Tronti si colloca di diritto tra gli apologeti dello status quo.

D’altra parte, cosa ci si deve aspettare da un intellettuale che considera il Partito di Enrico Berlinguer un soggetto politico nel cui seno batteva ancora il cuore del «popolo comunista»? Cosa può sostenere di teoricamente e politicamente fecondo un ideologo che non comprende l’abissale distanza che separa il populismo a suo tempo combattuto da un certo Vladimiro Lenin, un movimento politico storicamente progressivo-borghese, con il populismo – di «destra» e di «sinistra» – ultrareazionario dei nostri confusi tempi? L’abisso non permette di azzardare nemmeno delle analogie! Ma tant’è…

Scrive Tronti: «E’ il punto di vista di classe che fa del popolo un soggetto politico. Senza classe non c’è politicamente popolo. C’è socialmente. O c’è nazionalmente. Due forme di neutralizzazione e di spoliticizzazione del concetto di popolo». Questo civettare maldestramente con Marx e con Carl Schmitt non ha reso un buon servizio al suo pensiero.

A proposito di Carl Schmitt, e per parlare un attimo di cose serie, ecco cosa scrive Gian Enrico Rusconi: «“Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione”. Questa perentoria sentenza è stata coniata da uno dei più controversi giuristi e politologi del secolo scorso, Carl Schmitt, con il sottinteso che le democrazie liberali non sanno decidere in casi di seria emergenza. Che cosa direbbe oggi il politologo tedesco? Identificherebbe oggi uno “stato d’eccezione” in Europa? In questa Europa diventata insicura nei suoi apparati istituzionali, dov’è la sovranità?» (Un’Italia a sovranità autolimitata, La Stampa, 27 Ottobre 2011). Professore, la Sovranità è lì dov’è sempre stata, ossia nel dominio totalitario degli interessi economici. Con tutto ciò che necessariamente segue sul piano politico-istituzionale, sul fronte interno come su quello dei rapporti tra gli Stati. La risposta è estesa a Tronti, il quale si chiede: «Chi decide nello stato normale, visto che lo stato d’eccezione si colloca ormai fuori dall’Occidente?»

«Il punto di vista di classe» rende possibile, per Marx e, se mi è concesso, per chi scrive, la trasformazione della massa informe dei proletari salariati in una Classe cosciente dei propri interessi e della propria funzione storica. Popolo è un «concetto-realtà» borghese che rimane tale nonostante le astruserie dottrinarie del noto intellettuale operaista, o post-operaista. Ai tempi del comunista di Treviri quel concetto conservava ancora una forte valenza progressiva, e così anche nell’arretrata Russia di Lenin; ma tirare in ballo nel XXI secolo «il punto di vista di classe» per accostarlo al Popolo, per «declinare» questo vecchio arnese concettuale in termini “movimentisti” e nuovisti, è degno della tradizione «comunista» del Bel Paese.

Ecco perché quando il Nostro afferma, a proposito del vero significato delle rivoluzioni del 1848, che Marx commise un errore, ancorché «geniale», bisogna quantomeno mettere mano alla pistola. E di fatti, il suo discorso («Popolo ed élite non porta al populismo. Porta al populismo capo ed élite») è tutto interno alla riflessione della classe dirigente italiana, di «destra» e di «sinistra», su come far fronte all’ondata «antipolitica» che rischia di creare mostri sociali e politici difficilmente gestibili, soprattutto in tempi di acuta crisi economica.

Scrive Tronti: «La classe operaia, nella sua orgogliosa rivendicazione di essere parte, nel rifiuto del lavoro, che nient’altro era che rifiuto di essere classe generale, è stata un soggetto rivoluzionario sconfitto. Perché la sconfitta politica non si traduca in fine della storia, è necessario riafferrare il filo là dove si è spezzato, riannodarlo e ripartire e proseguire». Il filo concettuale da seguire, per non perdersi nella postmodernità capitalistica, sarebbe il «Popolo lavoratore: nuovissima parola antica». Non avevo dubbi: la continuazione del putrefatto «Comunismo Italiano» (con tanto di esaltazione «operaista» del lavoro) con altri mezzi.

LA SITUAZIONE È TRAGICA. E PURE SERIA

L’articolo di Giussani Vizi privati, pubbliche virtù (dal Blog sinistrainrete) è interessante per più di un profilo, anche se l’analisi della fenomenologia della crisi non offre, a mio avviso, spunti originali rispetto a quanto si può leggere e ascoltare nei mass-media. Nella trasmissione di Gad Lerner L’Infedele dello scorso lunedì, ad esempio, Ferruccio de Bortoli e l’ex sindaco di Milano Albertini hanno mostrato tutta la loro riprovazione: pardon, la loro indignazione per il meccanismo che vede le banche e gli istituti finanziari salvati dall’intervento statale usare il denaro pubblico per continuare le speculazioni private, alimentando sempre di nuovo il circolo vizioso che le ha precipitate nel baratro del quasi fallimento.

Più interessante appare – senza peraltro adesso entrare nel merito della questione – l’ancoraggio della riflessione intorno alla crisi economica al processo di accumulazione del capitale e al saggio del profitto, che a mio parere stanno al centro della speculazione finanziaria e della crisi del debito Sovrano (con relativa sofferenza dell’attuale Welfare, legato a una situazione sociale che non esiste più in Occidente da almeno trent’anni). Sul mio Blog si trovano diversi “pezzi” che affrontano il problema da questo peculiare punto di vista.

Le bizzarrie politiche che Giussani prende di mira con un’ironia forse eccessiva (anche qui l’autore non si distacca dalla maggior parte dei commentatori politici ed economici che leggiamo sui quotidiani e che vediamo alla televisione), ci parlano certamente dell’impotenza della politica nei confronti delle potenze sociali che hanno nel profitto la loro stessa ragion d’essere (una ragione disumana, e perciò essenzialmente irrazionale nella sua stringente razionalità tecno-scientifica); ma sono anche la testimonianza delle feroci lotte intercapitalistiche nell’ambito della stessa Vecchia Europa. Sotto questo aspetto, la visita di Sarkozy e di Cameron a Tripoli la dice assai lunga sulla «Patria Europea».

La Germania recita molte parti in commedia perché molti sono gli interessi che essa deve conservare ed espandere, e non sempre la cosa appare priva di contraddizioni. Le tendenze europeiste e antieuropeiste che convivono in Germania esprimono interessi e preoccupazioni reali, e per la politica non è agevole trovare «la quadra», almeno quando diverse opzioni sono ancora possibili e praticabili. È facile essere decisionisti o «riformisti» (vedi il Bel Paese) con i governi degli altri…

Alla luce di questo groviglio di problemi e di contraddizioni la situazione appare non solo tragica ma anche seria, nonostante i «cucù» di Berlusconi e gli ammiccamenti fra la Merker e Sarkò. Mussolini e Hitler non avevano certo una maschera che non invogliasse a una certa ironia, eppure… (Detto per inciso, a mio avviso la realtà è tragica in primo luogo perché ci muoviamo come individui ciechi e impotenti nel momento in cui la possibilità della liberazione e dell’umanizzazione dell’intero spazio esistenziale è sempre più a portata di mano. È quella che chiamo tragedia dei nostri tempi, la quale genera contraddizioni e tensioni d’ogni genere, comprese quelle che curiamo con medicine, droghe, sublimazioni, ideologie, ecc., ecc.).

E qui veniamo forse al punto politicamente più controverso dell’articolo di Giussani. «Lo era anche prima, ma ormai ogni residuo dubbio si è dissolto: è evidente che al mondo non esiste più nessuna forza che possa deviare il capitalismo dalla sua traiettoria. Come in una tragedia di Eschilo, il meccanismo ineluttabile dell’autodistruzione è ormai in pieno svolgimento, e come nella sceneggiata napoletana ha addirittura trovato degli attori molto ben specializzati nei ruoli grotteschi necessari oggi, dove la situazione è del tutto tragica ma per nulla seria, e soprattutto molto adatti al gran finale tragicomico che ci attende».

Tutto dunque è già scritto? E ancora: il capitalismo ha una sua traiettoria storicamente determinata? E da cosa, eventualmente?

IL CROLLO DEL CAPITALISMO...

Questo, naturalmente, al netto della circostanza per cui ogni cosa, alla fine, deve pur finire. E siamo poi sicuri che il finale sarà tragicomico? Non dimentichiamo che al Grande Crollo del ’29 non seguì né la rivoluzione sociale né la fine del capitalismo, come allora teorizzarono molti economisti apologeti dell’interventismo statale, in salsa russa, fasciata, nazista o americana che fosse – alla fine si capì che la salsa dovesse avere comunque il coloro delle lacrime e del sangue. Allora la “fine” fu semplicemente tragica, nel suo esito immediato (la guerra) e nella sua prospettiva (un’altra boccata d’ossigeno per il Mostro che divora uomini e cose). Come mai?

Invito a prendere molto sul serio il dominio sociale di questi tragici – e sempre più precari – tempi.