UNGHERIA. 1956-2016

budapest_6Un tentativo di interpretazione

Scoppiata la sommossa a Budapest, noi
non potevamo che augurarci apertamente
che fosse schiacciata (Palmiro Togliatti).

Scrive Francesco Perfetti ricordando i sanguinosi (si parla di oltre 25mila morti, in gran parte lavoratori) “fatti ungheresi” vecchi ormai di sessant’anni: «La rivolta di Budapest del 1956 fu la prima grande crepa nel muro eretto a difesa dell’impero costruito, passo dopo passo, attraverso l’instaurazione delle democrazie popolari, dal comunismo. Quei dodici giorni che sconvolsero le sorti dell’Ungheria e che commossero il mondo occidentale furono l’evento che, come avrebbe poi detto Richard Nixon, segnò “l’inizio della fine dell’impero sovietico”. La sanguinosa repressione sovietica dell’eroica sollevazione ungherese ebbe effetti disastrosi per l’immagine dell’Urss. Il filosofo marxista Jean-Paul Sartre dovette ammettere che, dopo i massacri di Budapest, “mai in Occidente i comunisti si erano trovati così isolati” dopo un periodo che aveva visto i russi “in vantaggio quasi in ogni campo” al punto che “sembrava che sarebbero usciti vincitori dalla Guerra fredda”». Abbiamo visto come la storia si sia incaricata di capovolgere nel modo più brutale le previsioni che dopo il Secondo macello mondiale non furono appannaggio dei soli “comunisti” occidentali fedeli allo stalinismo. Giustamente Perfetti sostiene che «Le giornate di Budapest non erano piovute dall’alto», che almeno ai piani alti della politica internazionale si avvertiva un forte odore di bruciato che emanava non solo dall’Ungheria ma da tutti i Paesi europei – rubricati un po’ sbrigativamente “dell’Est” in ossequio alla scienza geopolitica – che avevano subito il trattamento “sovietico” secondo gli auspici della Conferenza di Yalta, «quando Stalin, Roosevelt e Churchill decisero di coprire con la foglia di fico delle Nazioni Unite la spartizione dell’Europa e del mondo fra Occidente americano e Russia sovietica» (1).

In che senso la repressione militare e poliziesca dei “moti ungheresi” di sessant’anni fa segna l’inizio della fine del «comunismo sovietico» e la morte dell’utopia chiamata «socialismo dal volto umano», come scrive Perfetti (e gran parte della memorialistica politica e storiografica che in questi giorni si sta esercitando sui “fatti ungheresi”)? Scrive il Nostro: «All’inizio di giugno di quello stesso anno, il 1956, il New York Times aveva reso noto il discorso pronunciato da Kruscev pochi mesi prima al XX congresso del Pcus: il cosiddetto “rapporto segreto” che denunciava i crimini dello stalinismo e condannava il culto della personalità. Poi, qualche tempo dopo, c’erano state, prima, la rivolta di Poznan che aveva assunto presto il carattere di una manifestazione anti russa e, poi, le giornate dell’ottobre polacco che si erano concluse con il ritorno al potere di Wladislaw Gomulka, a suo tempo destituito da Stalin con l’accusa di deviazionismo ideologico, e che avevano finito per avallarne l’immagine non tanto di un dirigente comunista riformista, quanto piuttosto di un leader nazionale il cui avvento significava la fine dello stalinismo». Sullo sfondo – ma è solo un modo di dire – di quei fatti, si staglia anche la Crisi di Suez, a segnalare il groviglio di contraddizioni e tensioni che segnavano l’imperialismo di quel tempo, il cui assetto si consolidò proprio dopo l’ultimo disperato tentativo di Francia e Inghilterra di conservare il vecchio rango di grandi Potenze mondiali. Le rivolte antisovietiche del ’56 e la Crisi di Suez possono dunque essere interpretate anche come scosse di assestamento del Nuovo ordine mondiale determinato dalla Seconda guerra mondiale? Credo di sì. Di qui, l’alleanza di fatto che allora il mondo registrò tra Stati Uniti e Unione Sovietica, entrambe interessate a conservare l’equilibrio geopolitico fissato a Yalta. Negli anni Ottanta, altre scosse telluriche (a cominciare dagli scioperi nei cantieri navali di Danzica e dalla nascita di Solidarność) manderanno in pezzi uno dei pilastri che reggevano «il mondo di Yalta». Ma Cerchiamo di mettere un po’ d’ordine nei fatti, e soprattutto nella loro interpretazione – perché qui ciò che più conta non è la ricostruzione dei fatti, ma appunto la loro interpretazione: il lettore perciò mi scuserà se si troverà dinanzi a delle imprecisioni cronologiche più o meno “imbarazzanti”.

La cosiddetta destalinizzazione del regime sovietico ufficializzata da Chruščёv al XX Congresso del Pcus è un buon punto di partenza per comprendere i fatti ungheresi? Sì, ma solo se comprendiamo il vero significato di quel fenomeno, cosa che ci obbliga a tenerci a debita distanza dalle letture ideologiche che della destalinizzazione fecero allora – e ne fanno oggi – gli amici e i nemici del “socialismo reale”. Detto in altri termini, non si comprende l’autentico significato della destalinizzazione politico-ideologica del regime sovietico, e del suo necessario risvolto internazionale, senza analizzare la destalinizzazione economica in atto in Unione Sovietica prima di quel fatidico Congresso. Non si tratta di un puntiglio dottrinario di stampo vetero-materialista, ma della sola via d’accesso alla comprensione degli eventi qui ricordati che riesco a concepire. Poi ovviamente ognuno è libero di seguire la strada che più gli aggrada, che crede più corretta.

La politica di destalinizzazione della struttura di potere che aveva nel Pcus il suo pilastro più importante e il suo cervello, apparve necessaria e non più rinviabile quando la crisi sistemica del vecchio Capitalismo di Stato di stampo “sovietico” iniziò ad avvitarsi pericolosamente su se stessa, così da convincere la riluttante leadership moscovita che piccole riforme strutturali non sarebbero bastate a mettere il treno dello sviluppo economico sui binari della necessaria modernizzazione capitalistica – di cui la «corsa al primato nello spazio» era l’aspetto più eclatante e propagandistico, a Est come a Ovest. La prima fase, quella “eroica” (beninteso per lo Stato Russo e per il Capitale “sovietico”, non certo per i lavoratori e per i contadini russi!), dell’accumulazione capitalistica post rivoluzionaria si basò fondamentalmente sull’industria pesante (metallurgia, costruzione di mezzi di produzione, industria mineraria, industria chimica, cantieristica navale, ecc.), la quale aveva consentito di accelerare i tempi e di incrementare i ritmi della crescita, per un verso, e  per altro e fondamentale aspetto aveva permesso di sostenere le storiche ambizioni imperialistiche del Paese (prima navi da guerra, carri armati, aerei, fucili e bombe; poi, forse, burro e carta igienica: un genere di lusso, peraltro…).

C’è da dire che questo modello economico staliniano, che – come non mi stanco di ripetere, peraltro inutilmente – nulla a che fare ebbe mai con il socialismo (né con quello “reale” né con quello “irreale”), venne imposto dalla Russia Sovietica anche ai Paesi di recente conversione “comunista” (si trattò, com’è noto, di una conversione molto… spintanea), i quali dopo la Seconda guerra mondiale subiranno un vero e proprio processo di sfruttamento imperialistico da parte dell’Unione Sovietica, che si servì delle risorse materiali e finanziarie drenate  dai “Paesi Fratelli” per rafforzarsi ulteriormente. Ciò naturalmente anche nella prospettiva dell’aspro confronto con la Superpotenza rivale, la quale da parte sua instaurò con i “Paesi Fratelli” di sua competenza geopolitica un diverso rapporto imperialistico (espressione di una più alta maturità capitalistica), come apparve chiaro quando le economie di Germania (dell’Ovest!), Giappone e Italia, tre Paesi usciti letteralmente devastati dalla guerra (bisogna dirlo, le bombe democratiche e antifasciste fecero bene il loro  sporco lavoro al servizio della “Liberazione”!), conobbero un assai precoce e intensissimo boom economico.

Strumenti della spoliazione economica attuata dall’Unione Sovietica ai danni dei “Paesi fratelli” furono i «prestiti socialisti», le società miste dominate dal capitale sovietico, le forniture a quei Paesi di attrezzature industriali made in URSS, l’imposizioni di prezzi “politici” alle merci prodotte dalla cosiddette Democrazie Popolari ed esportate in Unione Sovietica, e così via). Il peso dello sfruttamento imperialistico e della spoliazione economica gravava soprattutto sui lavoratori, ovviamente. Nella prima metà degli anni Cinquanta le condizioni di lavoro e di vita dei proletari che vivevano nelle Democrazie Popolari erano giunte al limite della sopportazione, e il «basso livello di vita della classe lavoratrice» diventò il tema più importante e scottante dibattuto nei Comitati Centrali di tutti i Partiti “operai” che con il Pcus condividevano una comune prospettiva “socialista”. Ecco, ad esempio, cosa si legge nel rapporto presentato al CC il 18 luglio del 1956 dal Segretario del Partito Operaio Polacco Edwar Ochab: «Già molto tempo prima degli avvenimenti di Poznan, il Comitato Centrale si era occupato delle misure da adottare per migliorare il basso livello di vita della classe lavoratrice, ma i miglioramenti sono risultati insufficienti. […] La Polonia vive male e ciò dipende dalla situazione generale della nostra economia, dalle difficoltà della situazione internazionale e dai numerosi problemi collegati alla ricostruzione di un paese depresso e distrutto dalla guerra. Il governo non ha fatto ancora tutto il possibile per venire in aiuto dei lavoratori, e la massa, che sperava in un miglioramento attraverso l’applicazione del Piano Sessennale, ha invece veduto che in pratica nulla è cambiato». Nell’estate di quell’anno gli operai delle officine Stalin (!) di Poznan rompono gli indugi e proclamano uno sciopero che presto si caricherà di pericolose valenze politiche – pericolose, beninteso, per i regimi “socialisti” dell’Est e per la stessa Unione Sovietica, certo, ma anche per i regimi democratici dell’Ovest, che se esultavano per il fallimento del “socialismo”, tuttavia temevano come la peste il contagio operaio, la cattiva emulazione proletaria, il “vento dell’Est”. Come scrisse una volta il mangia patate di Treviri, contro il proletariato in lotta le classi dominanti di tutto il mondo, che di solito non si risparmiano sputi, calci e pugni, si trovano invece solidali contro il comune nemico di classe. Questo è piacevole ricordarlo anche contro il Sovranismo di “sinistra” (per intenderci, quello che difende gli interessi geopolitici della Russia, della Cina, dell’Iran e di tutti gli avversari degli Stati Uniti) di questi tristissimi tempi.

Il regime polacco cercò di arginare la rivolta operaia usando, alternativamente, bastone e carota, ma alla fine, quando una saldatura tra lotte operaie e malcontento studentesco appare possibile e perfino prossima, il governo di Varsavia optò decisamente per il pugno di ferro, che tuttavia non sortì del tutto l’effetto sperato, almeno fino a novembre. A ottobre Chruščёv si precipitò a Varsavia accompagnato da un manipolo di generali sovietici (tanto per mettere le cose in chiaro), ma subito ripartì per Mosca frastornato dalla lotta politica che dilaniava il Partito “fratello” polacco. Come ricorda Perfetti, «le giornate dell’ottobre polacco si erano concluse con il ritorno al potere di Wladislaw Gomulka, a suo tempo destituito da Stalin con l’accusa di deviazionismo ideologico [leggi: di titoismo], e avevano finito per avallarne l’immagine non tanto di un dirigente comunista riformista, quanto piuttosto di un leader nazionale il cui avvento significava la fine dello stalinismo».

Il 23 ottobre il Circolo Petöfi di Budapest organizza nella capitale ungherese una manifestazione di solidarietà con i rivoltosi polacchi; il governo prima la vieta, ma poi capisce che non autorizzarla avrebbe potuto far salire improvvisamente la pressione sociale che sa essere già molto alta nel Paese. Il bastone della repressione si nasconde nell’ombra e lascia la scena alla carota della «democratica manifestazione del dissenso». Il governo confida pure nell’isolamento degli studenti e degli intellettuali che avevano indetto la manifestazione, ma sbaglia i conti, e difatti migliaia di operai e di impiegati lasciano il loro posto di lavoro per convergere nel luogo convenuto. La leadership ungherese subisce il colpo e reagisce riabilitando in fretta e furia Imre Nagy, già emarginato dalla “cricca stalinista” del Partito in quanto esponente di punta del “nuovo corso” già prima che da Mosca venisse annunciata la necessità della destalinizzazione. Ma la riabilitazione dell’antistalinista Nagy non basta a placare la piazza, anche perché la lotta interna al regime ungherese sfocia in vere e proprie provocazioni lanciate contro i manifestanti accusati dalla “cricca stalinista” di intelligenza con l’imperialismo occidentale. Accusa subito ripresa e rilanciata dallo stalinismo internazionale, togliattismo compreso.

Da parte loro, i lavoratori e gli studenti ungheresi non aspettavano altro per far esplodere una rabbia covata in anni di miseria, di supersfruttamento, di oppressione politica; quando la misura è colma, qualsiasi cosa, anche il più insignificante pretesto, può agire da micidiale detonatore. Una piccola scintilla può incendiare una grande prateria, scriveva qualcuno. Commetteremmo tuttavia un grosso errore se concentrassimo la nostra attenzione sulla casuale quanto preziosa scintilla, trascurando di analizzare le cause che hanno consentito l’accumulo del materiale infiammabile e il superamento della soglia critica esplosiva. Nel nostro caso quelle cause si compendiano, ieri come oggi, nel concetto di processo sociale capitalistico, un processo cha va colto in tutta la sua complessa, contraddittoria e multiforme dimensione – sociale e geopolitica. Scrivo questo anche per prendere le distanze dalla tesi che attribuisce la causa più importante dei “fatti” qui esaminati alla proclamazione della destalinizzazione e alla lotta tra “stalinisti” e “antistalinisti”, tra “falchi” e “colombe”, tra “conservatori” e “riformisti”, tra “socialismo autoritario” e “socialismo libertario”, e via di seguito. Personalmente chiamo in causa due concetti chiave: quello, già citato, di processo sociale capitalistico e quello, evocato nelle pagine precedenti e intimamente correlato al primo, di lotta di classe. Se, come scrive Andrea Tarquini su Repubblica del 22 ottobre, «Oggi quella rivoluzione viene commemorata in tono minore dal leader nazionalconservatore Orbán», probabilmente ciò non è dovuto solo alla prudenza diplomatica del leader ungherese, il quale «non vuole mettere a repentaglio l’amicizia con Putin»; la cosa si può forse spiegare anche con la dinamica sociale di quella «rivoluzione», che non può essere spiegata solo in termini di aspirazioni nazionalistiche frustrate e di astratte idealità: tutt’altro. Forse la combattività, le rivendicazioni, le realizzazioni (i Consigli, in primis), le speranze e financo le illusioni espresse sessant’anni fa dai lavoratori ungheresi è meglio che cadano nel più completo oblio. Ma riprendiamo il bandolo della narrazione.

Già il 23 ottobre la piazza si infiamma; migliaia di lavoratori e di studenti si armano con l’aiuto dei soldati delle caserme e degli operai che lavorano nelle officine degli arsenali; la “piattaforma rivendicativa” avanzata dal movimento sociale al regime equivale a una ingiunzione di sfratto: diminuzione dei ritmi e dei carichi di lavoro imposti dal governo (è il Capitalismo di Stato, bellezza!), diritto di sciopero, fine del sindacalismo di regime instaurato nel 1948, agibilità politica per lavoratori, studenti e intellettuali (2), ritiro delle truppe sovietiche d’occupazione. Il 24 ottobre a Budapest ha luogo una violenta battaglia davanti al parlamento, dove si fronteggiano da una parte gruppi di lavoratori e di studenti armati, e dall’altra forze di sicurezza (AVH, l’odiata e temuta polizia politica) e carri armati sovietici. Interviene anche l’aviazione sovietica, e Radio Budapest ne dà tempestiva informazione, anche a riprova della sorda lotta di potere tra filosovietici e antisovietici che dilania il regime. Gli operai delle officine Cespel, spina dorsale del movimento sociale ungherese, proclama lo sciopero generale, a cui aderiscono immediatamente i lavoratori di diversi centri industriali sparsi per il Paese; a Miskolc, Szeged, Gyoer e altrove i lavoratori si organizzano in consigli e in comitati di lotta. Gli intellettuali e gli studenti hanno iniziato con coraggio la rivolta, ma adesso sono i lavoratori alla testa del movimento, il quale mette insieme in un confuso – ma sempre interessante e cangiante – coacervo rivendicazioni genuinamente classiste (aumenti salariali uguali per tutti, allentamento dei ritmi produttivi, alloggi migliori, diritto allo sciopero, sindacato indipendente, ecc.) e rivendicazioni schiettamente nazionaliste che ben si comprendono alla luce dell’oppressiva presenza imperialista dell’Unione Sovietica nel Paese. Ho scritto si comprendono, non si condividono. Per il proletariato il nazionalismo – o sovranismo che dir si voglia – è sempre una risposta sbagliata all’oppressione imperialista, che va combattuta dispiegando il massimo dell’internazionalismo possibile, in ogni circostanza. Ciò non in ossequio ad un astratto principio, o per fedeltà alla pulciosa barba di qualche antico comunista («Proletari di tutto il mondo…»), ma sulla scorta di un’adeguata lettura del processo sociale, il quale non smette appunto di convalidare la tesi internazionalista – soprattutto in grazie del sacrificio richiesto, in “pace” come in guerra, ai proletari nel nome dei «superiori interessi nazionali».

Ad esempio, a Miskolc la radio locale in mano ai ribelli del consiglio operaio diffonde un comunicato che proclama la necessità di «un governo ove siano installati dei comunisti devoti al principio dell’internazionalismo proletario, che sia prima di tutto ungherese e che rispetti le nostre tradizioni nazionali e il nostro passato millenario». Che confusione, nevvero? Per le classi subalterne la coscienza di classe è una conquista, che esse strappano alla società attraverso un lungo processo, fatto di lotte e di sconfitte, di avanzate e arretramenti, di illusioni frustrate e di fecondi insegnamenti; non è, cioè, qualcosa che possa venir fuori all’improvviso, quasi fosse affidata a un singolo e miracoloso atto. E questo tanto più nel momento in cui i concetti più elementari della coscienza di classe hanno dovuto subire l’odioso trattamento stalinista, il quale aveva travisato, deformato e svuotato di significato parole e concetti che un tempo avevano appunto espresso la coscienza rivoluzionaria degli sfruttati e degli oppressi. È alla luce di questo maligno trattamento, il cui retaggio purtroppo si fa ancora sentire, che bisogna leggere le confuse parole del comunicato appena citato (come di moltissimi altri allora sfornati a un ritmo impressionante, quasi a voler compensare il tempo perduto), con il quale non ha alcun senso polemizzare, tanto più dopo sessant’anni. Dire che allora si trattò di una rivolta, per quanto importante e promettente (soprattutto dal punto di vista di chi ha sempre avuto in odio – di classe – lo stalinismo), e non di una rivoluzione sociale mi sembra quasi banale, e anche qui avrebbe poco senso, almeno per quanto mi riguarda, polemizzare con chi credette di assistere a eventi di portata rivoluzionaria paragonabili a quelli che resero possibile la Comune di Parigi (1871) o l’Ottobre Rosso (1917), e certamente la mia postuma simpatia, se così si può dire, va interamente a chi si schierò, “senza se e senza ma”, dalla parte dei lavoratori e degli studenti polacchi e ungheresi, contro la polizia “popolare” governativa e i carri armati sovietici, sostenuti invece dagli stalinisti occidentali, cominciare da quelli italiani, che li bollarono senz’altro come «agenti provocatori al soldo del nemico».

«Particolare esecrazione è mostrata dall’Unità per i membri del Consiglio operaio in rivolta. Con un clamoroso capovolgimento, gli operai di Budapest (“elementi declassati, divenuti operai negli ultimi anni”, si minimizzava) che avevano aderito in massa alla rivoluzione erano accusati di aver spalancato le porte ai nemici di classe, e nel contempo venivano elogiati contadini e piccoli proprietari rimasti in disparte (anzi, secondo l’Unità, erano stati “i primi ad invocare l’ adozione di drastiche misure contro coloro che minacciavano di aprire la strada al ritorno del feudalesimo”). I giovani operai vengono definiti “giovinastri”, “sfaccendati”, reclutati da “ufficiali horthysti” in ragione del loro “primitivismo” e “infantilismo politico” [praticamente li si accusava di “deviazionismo bordighista”!]. Stesso discorso vale per i loro coetanei italiani, studenti che “hanno disertato le aule per inscenare una manifestazione” unendosi ad “alcuni gruppi di persone estranee alla scuola”. […] Il direttore dell’Unità di Roma, Pietro Ingrao (3) ammetteva la possibilità del dubbio (“Domani si potrà discutere e anche differenziarsi sui modi e sui tempi della rivoluzione socialista”), ma aggiungeva che “quando crepitano le armi dei controrivoluzionari, si sta da una parte o dall’altra della barricata”: in poche parole che bisognava schierarsi a favore dell’invasore russo» (4). Anche Giorgio Napolitano scese in campo contro la «controrivoluzione», come ricordo in un post di qualche anno fa (Gli scheletri nell’armadio di Re Giorgio), e così fece un altro futuro Presidentissimo, Sandro Pertini: «Se tacessimo, cesseremmo di essere socialisti, e diverremmo, sia pure inconsapevolmente, complici della reazione che in Ungheria tenta di riaffermare il suo antico potere». Premio Stalin – o Chruščёv – a Pertini! Alla Camera dei deputati il focoso Giancarlo Pajetta «lanciò alto il grido di “Viva l’Armata Rossa!”»; chissà, forse intendeva dire Russa. Forse.

Senza dubbio il titolo di Migliore (fra gli stalinisti) attribuito a Togliatti è meritatissimo, e lo dimostrano ampiamente proprio i suoi scritti del ‘56 tesi a individuare con consumata maestria politica i “cattivi maestri” che avevano traviato la gioventù operaia e studentesca d’Ungheria, a cavillare su “errori” governativi e “orrori” appena denunciati (maledetto «culto della personalità»!), e naturalmente a giustificare il pugno di ferro contro i “nemici del popolo” che loro malgrado le forze del Socialismo, del Progresso e della Pace (se non in questo, almeno nell’altro mondo!) avevano dovuto usare. Come scrive Alessandro Frigerio nel suo libro Budapest 1956. La macchina del fango. La stampa del Pci e la rivoluzione ungherese: un caso esemplare di disinformazione (Lindau, 2012), i vertici del “comunismo” italiano e i tanti intellettuali (5) che orbitavano intorno al Pci difesero l’intervento militare sovietico in Ungheria «anche quando era ormai evidente che l’esercito sovietico stava schiacciando una rivoluzione di popolo in cui l’unica vera contaminazione non era rappresentata da fantomatiche forze restauratrici, bensì dai consigli operai, cioè da quelle stesse forme di democrazia diretta che avevano reso possibile la conquista del potere a Pietrogrado nell’ottobre 1917». L’ingenuità politica di Frigerio fa quasi tenerezza: proprio perché paventavano, al pari dei “compagni” ungheresi e russi, la «contaminazione» operaia gli stalinisti italiani si schierarono dalla parte dei carri armati inviati da Mosca! Il falso paradosso che mostra gli amici degli operai sparare contro gli operai, si dissolve non appena si comprende la natura borghese di un Partito che continuava a chiamarsi “comunista” benché con il comunismo, quello vero intendo, esso non avesse più nulla a che fare almeno dai primi anni trenta del secolo scorso, da quando cioè il processo di stalinizzazione del Partito nato nel ’21 a Livorno, iniziato già nella seconda metà del decennio precedente, poté dirsi concluso, con la formazione di un ottimo strumento di conservazione sociale al servizio dell’Unione Sovietica e della classe dominante italiana – questo apparirà chiaro ai più solo più tardi, quando la disfatta del regime fascista imporrà al Paese nuove alleanze internazionali e una nuova leadership politica. Quanto alla Rivoluzione d’Ottobre del ’17, essa entrò in gravissima sofferenza già alla fine del 1920, dopo lo smacco subito dall’Armata Rossa alle porte di Varsavia, quando apparve chiaro che il proletariato occidentale, in primis quello tedesco, non sarebbe corso in aiuto al Potere dei Soviet, come aveva legittimamente sperato Lenin architettando il Grande Azzardo, lasciando gli stessi bolscevichi in un drammatico isolamento che presto si sarebbe rivelato mortale. Nel mio libro Lo scoglio e il mare cerco di ricostruire il complesso dei fatti – in realtà dei processi – che alla fine trasformeranno il Partito Bolscevico di Stalin in un feroce quanto efficace strumento al servizio della controrivoluzione mondiale e dello sviluppo capitalistico nell’arretrata Russia. Nel libro lo stalinismo è presentato come una tendenza storico-sociale oggettiva, non come il prodotto di una personalità dalla mente particolarmente contorta, gravata da piccole e grandi magagne caratteriali, come invece sostenne la nuova leadership sovietica dopo la morte di Stalin: la politica del capro espiatorio da dare in pasto alle “masse” deluse, frustrate e affamate ha sempre funzionato – e l’animaccia di Benito Mussolini ne sa qualcosa… Le turbe psichiche, le inclinazioni criminali e le paranoie di Baffone, che naturalmente mi guardo bene dal negare, non spiegano un bel niente e perciò le lascio al gossip storiografico che pensa di poter spiegare tutto – e il suo contrario – a partire dai “lati oscuri” che non mancano mai nella biografia dei grandi personaggi storici. Come già accennato, il feroce regime dittatoriale passato alla storia col nome di stalinismo fu funzionale 1. alla distruzione delle conquiste politiche dell’Ottobre rimaste ancora in piedi nonostante tutto (sul terreno economico non apparve mai sul suolo russo nulla che si potesse definire socialista e comunista in senso proprio, compreso lo stesso «Comunismo di guerra», come peraltro ammetterà Lenin in sede di critica e di autocritica); 2. alla costruzione a tappe forzate e a ritmi accelerati di un moderno Capitalismo in Russia, e 3. alla ripresa e al rafforzamento del ruolo internazionale del Paese, e ciò in larga parte in continuità con il vecchio retaggio zarista. La necessità di un “ammorbidimento” del regime dittatoriale si presenterà, come abbiamo visto, negli anni Cinquanta, allorché la vecchia strategia di sviluppo capitalistico mostrerà tutti i suoi limiti, dopo aver prodotto tutti i frutti – velenosi, soprattutto per i lavoratori e i contadini – che essa poteva produrre. Credo che la destalinizzazione (6) vada considerata alla luce di quanto qui sommariamente ricostruito. Facile merce propagandistica, la “destalinizzazione” reclamizzata dai post stalinisti, da vendere all’opinione pubblica interna e internazionale, e soprattutto a quei milioni di lavoratori di tutto il mondo che in buona fede, ma in cattivissima coscienza, avevano visto nell’Unione Sovietica, se non una valida alternativa al Capitalismo di stampo occidentale (soprattutto se di marca americana!), almeno qualcosa da agitare a mo’ di spauracchio contro i padroni e contro i partiti “reazionari” che li sostenevano. Riprendiamo il filo del racconto, per concluderlo rapidamente.

In una precedente citazione, Paolo Mieli faceva cenno ai contadini e ai piccoli proprietari. Ebbene, alla fine anche questi due strati sociali, che in realtà in larga parte coincidevano, si uniranno al movimento sociale di protesta. La riforma agraria varata dal governo “socialista” dopo la guerra aveva infatti trasformato gran parte dei contadini poveri ungheresi in piccoli proprietari di appezzamenti insufficienti a garantire loro un’esistenza appena decente. La riforma agraria dei “socialisti” aveva dato a molti contadini la gretta mentalità del piccolo proprietario (che troverà puntuale espressione nel Partito dei piccoli proprietari guidato da Tildy), ma non una vita migliore. Anche i risultati della riforma agraria del secondo dopoguerra alimenteranno lo scontro politico nel Partito.

Alla fine di ottobre lo stalinista di stretta osservanza moscovita Mátyás Rákosi, leader della fazione filosovietica, cade in disgrazia (capita!) e il “riformista” Nagy assume la direzione del governo; lo sciopero generale proclamato il 24 ottobre però non viene revocato dagli operai, nonostante le minacce e gli appelli lanciati dalla radio di regime: «Operai, deponete le armi, tornate al lavoro!». Minaccia e supplica sembrano fondersi in qualcosa di surreale che non annuncia niente di buono. Lo si capisce anche leggendo la stampa “comunista” del Belpaese. Il 26 ottobre la direzione del Pci rende nota la posizione ufficiale del Partito con un editoriale pubblicato sull’Unità; vi si legge che il governo ungherese si è dovuto confrontare con una «sommossa controrivoluzionaria armata, apertamente volta a rovesciare il governo democratico popolare, a troncare la marcia verso il socialismo e restaurare un regime di reazione capitalistica». La sconfitta dei ribelli quindi «non può che essere salutata da ogni democratico sincero». I togliattiani annunciarono una sconfitta che non si era ancora consumata: il solito zelo dei migliori! Come ricorda Federigo Argentieri, il Pci elevò la calunnia a cime forse mai raggiunte fino a quel momento: «La calunnia era necessaria per poter accettare l’enormità dell’accaduto: una delle due superpotenze mondiali invadeva, con grande dispiego di mezzi, uno dei paesi più piccoli d’Europa; come poteva un partito come il Pci, che si diceva schierato dalla parte della pace, contro l’imperialismo ed il colonialismo, accettare una cosa del genere?» (7). Già, come poteva…

Nagy fa qualche timida concessione economica e politica, anche nel tentativo di spezzare il fronte di lotta, che tuttavia rimane assai compatto; il 28 ottobre riconosce «il carattere nazionale e democratico della rivoluzione», impone all’esercito ungherese il cessate il fuoco e annuncia importanti concessioni, tra cui lo scioglimento della polizia segreta. La piazza applaude ma non si scioglie: il movimento ha capito che davvero l’unità fa la forza. Il 30 ottobre il Premier “riformista” (o “controrivoluzionario”, secondo i punti di vista) rompe gli indugi e annuncia la fine del regime a Partito unico e la formazione di un governo di solidarietà nazionale simile a quello di coalizione che vide la luce nel 1946. Nagy promette libere elezioni a suffragio universale, l’amnistia, la denuncia del Patto di Varsavia, una posizione di neutralità dell’Ungheria sulla scena internazionale e altro ancora. Vede la luce un nuovo governo quadripartito con “comunisti”, socialdemocratici, nazionalcontadini e piccoli proprietari.

A questo punto Mosca capisce che è arrivato il momento di tirare le somme (la paura del contagio “controrivoluzionario” era grande, soprattutto con i “fatti polacchi” ancora freschi, e d’altra parte il quadro internazionale non consentiva “distrazioni”: vedi Suez!): il 31 ottobre il Presidium del Comitato Centrale del Pcus decide di intervenire in Ungheria; il giorno successivo la famigerata Armata Russa varca le frontiere e calpesta il suolo magiaro. Come ricorda Luciana Castellina, allora giovane e promettente “comunista”, «Alle 4, con un comunicato ufficiale, Mosca, col sostegno della Cina e persino degli jugoslavi, aveva annunciato l’intervento delle proprie truppe di stanza in Ungheria. Il precario equilibrio che fino ad allora aveva evitato la guerra stava saltando. Anche nella Fgci ci fu qualche rottura. Come nel Partito. Io non partecipai alla protesta, pur con tutte le riserve sui regimi dell’est e sui giudizi minimizzanti che, pur senza censurare le informazioni, furono emessi dal Pci. Non lo feci non per non rompere la disciplina (che poi ruppi per Praga), ma perché c’era appena stato il XX congresso e l’Urss con Kruscëv sembrava stesse cambiando» (Il Manifesto, 23 ottobre 2016). Il pensiero dei militanti “comunisti” meno ortodossi non andava oltre la prospettiva di uno stalinismo “dal volto umano”, che alcuni credettero di individuare nella Jugoslavia di Tito, altri nella Cina di Mao. In ogni caso, tutti i “comunisti” italiani convergevano sul dogma stalinista della «via nazionale al socialismo» (8), affermato da Baffone contro la vecchia e luminosa tradizione internazionalista del movimento operaio – da Marx a Lenin. Non a caso il Partito nato a Livorno nel ’21 si chiamava PC d’Italia, e non Italiano.

Fino al 3 novembre sembra che il governo Nagy possa ancora trattare pacificamente con gli ex alleati sovietici, ma è solo un’impressione, destinata a evaporare il giorno dopo, quando i blindati sovietici attaccano le postazioni dei lavoratori in armi che difendevano le sedi di “agibilità politica” create dal movimento sociale. Nella notte tra il 3 e il 4 novembre, l’Esercito Russo entra a Budapest con 150.000 uomini e 4.000 carri armati, e in poche ore si impadronisce della città. Dal 4 al 9 novembre a Budapest infuria la battaglia, e solo con molta fatica le truppe sovietiche hanno la meglio sulla «teppaglia controrivoluzionaria» armata. Il bilancio finale della carneficina “socialista” attesterà la morte di circa 25mila ungheresi, in gran parte lavoratori. Tuttavia lo sciopero generale non si interrompe e gli operai continuano a organizzarsi nei consigli; il filosovietico Kadar, che intanto ha sostituito al governo Nagy, accoglie molte delle rivendicazioni operaie, e si dimostra rispettoso nei confronti dei consigli creati dai lavoratori, la cui autorevolezza peraltro nessuno avrebbe potuto a quel punto negare. La mossa sembra quella giusta: il 16 novembre il Consiglio di Budapest annuncia alla radio di accettare quanto promesso da Kadar e di voler interrompere lo sciopero generale. In realtà il movimento di lotta è tutt’altro che esaurito; nei mesi successivi l’iniziativa operaia farà sentire il suo peso, almeno fino a tutto il 1957, anche se il ripiegamento su un terreno più rivendicativo segnala una sconfitta politica che considerata dalla prospettiva storica appare francamente inevitabile, poste quelle condizioni. Com’è noto, pontificare col senno di poi è sempre abbastanza comodo, ma non sempre corretto, e ciò vale in primo luogo per chi scrive. Nagy e i suoi solidali si rifugiano presso l’ambasciata jugoslava, per poi consegnarsi nelle mani delle forze di sicurezza ungheresi dopo la promessa sottoscritta da Kadar di un salvacondotto; vengono però “intercettati” e sequestrati dai sovietici. L’ex primo ministro verrà impaccato a Snagov, in Romania, nel giugno 1958. Per adesso metto un punto.

ungheria-670x274(1) L. Caracciolo, Limes, febbraio 2015. Musica, questa suonata dal fondatore di Limes, per le orecchie di chi, come il sottoscritto, ha sempre denunciato, contro stalinisti e resistenzialisti d’ogni colore politico, la natura radicalmente imperialista della Seconda guerra mondiale (la cui data d’inizio, com’è noto, ha molto a che fare con il Patto nazi-stalinista del 1939), nonché il carattere altrettanto imperialista dell’ONU, il «covo di briganti» (per dirla con Lenin; o «cesso» secondo la sobria e intelligente definizione di Giuliano Ferrara) chiamato a ratificare/difendere i rapporti di forza fra le Potenze sanciti dal fatto bellico.
(2) Un concetto, quello di agibilità politica, che nella misura in cui esprime la lotta delle classi subalterne e la ricercata autonomia di classe non ha nulla a che fare con il feticismo democraticista che promana dalla prassi del potere politico delle classi dominanti basate in Occidente, e che ha nel rito elettorale una delle sue massime – e deleterie – espressioni.
(3) «La redazione era semivuota. Frugavo nei miei pensieri. Girai per ore per le vie di Roma, solo e sempre interrogandomi su quell’aggressione che mi sembrava inspiegabile e infame. C’era un cielo annuvolato quando giunsi – quasi alle soglie della sera – in casa di Togliatti a Montesacro. E gli dissi subito il mio sgomento più ancora che la mia sorpresa per quella invasione. Togliatti mi rispose asciuttamente: Oggi io invece ho bevuto un bicchiere di vino in più… Non ebbi coraggio di replicare. Mi limitai a dire che non condividevo il suo giudizio. Poi rapidamente mi avviai verso casa. C’era ancora un giorno per preparare il giornale (che non usciva il lunedì). Ma io avevo in testa pensieri che scavalcavano la questione del giornale: e poi incisero su tutta la mia vita» (P. Ingrao, Volevo la luna, Einaudi, 2006). Non c’è niente da fare, alla ricostruzione dello stalinista “pentito” preferisco di gran lunga l’esibito cinismo dello stalinista di ferro che festeggia il massacro di lavoratori e studenti: la coerenza, ancorché spesa a favore delle classi dominanti, va sempre apprezzata – e perciò stesso ancor più radicalmente combattuta.
(4) P. Mieli, Il Corriere della Sera, 3 aprile 2012.
(5) «Gli intellettuali che erano stati allevati dal Pci secondo il principio che l’Unione Sovietica era la terra della libertà, che l’Occidente capitalista era l’oppressore delle masse e dei popoli, che l’Urss era infallibile, che il Pci era infallibile, ricevettero almeno tre pugni allo stomaco durante il convulso 1956. Dapprima il XX Congresso del Pcus, con la condanna dello stalinismo da parte di Kruscev, quindi la rivolta di Poznan nel giugno e la rivoluzione ungherese a cavallo fra ottobre e novembre, con la sanguinosa repressione armata per mano sovietica, ed infine l’atteggiamento, la posizione, il ruolo assunti dalla dirigenza del Pci e quindi dal Pci stesso. Quando Togliatti appoggiò l’intervento armato sovietico in Ungheria, tutte le illusioni, le utopie, i sogni degli intellettuali comunisti andarono in frantumi» (A. Vitali, http://www.ragionpolitica.it, 23 novembre 2006). Tuttavia, una simile catastrofe politico-esistenziale non fu sufficiente a fare aprire gli occhi degli «intellettuali comunisti» sulla colossale balla speculativa (chiamata Socialismo Reale) su cui essi avevano investito il loro preziosissimo capitale umano. D’altra parte, “utopie” e “sogni” di tal fatta è giusto, è meglio che vadano in malora.
(6) «In Italia la svolta chruščëviana creò traumi e profondi imbarazzi all’interno del Pci. Impossibile pensare di avviare un analogo processo a Botteghe Oscure: destalinizzare il partito avrebbe significato detogliattizzarlo, cioè fare venire meno il ruolo del suo pontefice massimo, […] la cui vicinanza al tiranno sovietico era stata esibita con orgoglio fino a pochi anni prima» (A. Frigerio, Budapest 1956. La macchina del fango). In effetti, anche il “culto della personalità” (quella nei confronti del Migliore) doveva fare i conti, se non con la storia, con il senso del ridicolo.
(7) F. Argentieri, Ungheria 1956: la rivoluzione calunniata, I libri di Reset, Milano 1996. Nel suo libro Argentieri pubblica il testo di un telegramma, rimasto segreto fino al 1992, che Togliatti inviò alla Segreteria del CC del Pcus il 30 ottobre 1956; eccone di seguito alcuni interessanti stralci, utili a comprendere sia l’impatto che gli avvenimenti ungheresi ebbero sul Pci, che il modo di ragionare del Migliore. «Gli avvenimenti ungheresi hanno creato una situazione pesante all’interno del movimento operaio italiano, e anche nel nostro partito. […] Nel nostro partito si manifestano due posizioni diametralmente opposte e sbagliate. Da una parte estrema si trovano coloro i quali dichiarano che l’intera responsabilità per ciò che è accaduto in Ungheria risiede nell’abbandono dei metodi stalinisti. All’altro estremo vi sono gruppi che accusano la direzione del nostro partito di non aver preso posizione in difesa dell’insurrezione di Budapest e che affermano che l’insurrezione era pienamente da appoggiare e che era giustamente motivata. Questi gruppi esigono che l’intera direzione del nostro partito sia sostituita e ritengono che Di Vittorio dovrebbe diventare il nuovo leader del partito. […] Nel momento in cui noi definimmo la rivoluzione come controrivoluzionaria ci trovammo di fronte a una posizione diversa del partito e del governo ungheresi e adesso è lo stesso governo ungherese che esalta l’insurrezione. Ciò mi sembra errato. La mia opinione è che il governo ungherese – rimanga oppure no alla sua guida Imre Nagy – si muoverà irreversibilmente verso una direzione reazionaria. Vorrei sapere se voi siete della stessa opinione o siete più ottimisti. Voglio aggiungere che tra i dirigenti del nostro partito si sono diffuse preoccupazioni e che gli avvenimenti polacchi e ungheresi possano lesionare l’unità della direzione collegiale del vostro partito, quella che è stata definita dal XX congresso. Noi tutti pensiamo che, se ciò avvenisse, le conseguenze potrebbero essere molto gravi per l’intero nostro movimento». Togliatti temeva insomma che la transizione dallo stalinismo vecchia maniera al “nuovo corso” (uno stalinismo “soft”) potesse distruggere l’opera di un’intera vita – spesa al servizio delle classi dominanti.
(8) Come dimostra anche il famoso Manifesto dei 101 “dissidenti”: «Se non si vuole distorcere la realtà dei fatti, se non si vuole calunniare la classe operaia ungherese, […] occorre riconoscere con coraggio che in Ungheria non si tratta di un putsch o di un movimento organizzato dalla reazione […] ma di un’ondata di collera che deriva dal disagio economico, da amore per la libertà e dal desiderio di costruire il socialismo secondo una propria via nazionale». Come ricorda E. Carnevali in un breve saggio del 2006, i rappresentanti dei “dissidenti” ebbero un duro colloquio con Giancarlo Pajetta, che li accusò, peraltro non senza ragione, di mancare di realismo: «Il mondo è diviso in due blocchi… forse non sapevate che l’Estonia, la Lituania e la Lettonia sono occupate dai russi?» (I fatti d’Ungheria e il dissenso degli intellettuali di sinistra. Storia del Manifesto dei 101, Micromega, 9/2006). O di qua o di là: non si può essere filosovietici a metà! La randellata stalinista di Pajetta si adagiava, per così dire, sulla testa di personaggi che, non comprendendo la natura capitalista e imperialista dell’Unione Sovietica, cianciavano di «amore per la libertà» mentre sostenevano l’esigenza di appoggiare, in ogni caso («a prescindere», avrebbe detto il compagno Totò), il cosiddetto «Campo Antimperialista», al cui centro ovviamente troneggiava la Russia “socialista”. Chiunque osasse affermare che i due opposti – sul piano geopolitico – poli imperialistici (Usa e URSS, poi si aggiungerà la Cina)  condividevano un’identica natura di classe, veniva bollato come un agente provocatore al soldo dell’imperialismo – cioè degli Stati Uniti. C’è da dire, che nel giro di pochi giorni il gruppo dei dissidenti che firmarono il Manifesto di cui sopra si assottigliò alquanto; qualcuno di essi, come Antonello Trombadori, sfidò addirittura il ridicolo giurando di non averlo mai sottoscritto, altri si produrranno in abiure degne della causa stalinista che peraltro avevano sempre sostenuto acriticamente.

TOGLIATTI: L’ITALIANISSIMO STALINISTA

1223728272548_fScrive Luigi Pandolfi: «Non c’è dubbio che il PCI sia stato, con una certa coerenza almeno fino ai primi anni settanta, parte integrante del movimento comunista internazionale, che aveva nell’Unione sovietica e nell’esperienza della Rivoluzione d’Ottobre, il suo punto di riferimento storico-politico e ideologico, la sua radice fondante. Un’ovvietà, si potrebbe dire». Non c’è dubbio. Certo, andrebbe aggiunta una quisquilia, una pinzillacchera, una robetta da niente, una sottigliezza, quasi. Questa: il «movimento comunista internazionale» cui Pandolfi fa riferimento non aveva nulla di comunista, ma del comunismo esso fu piuttosto l’esatto contrario, tanto nella teoria quanto, soprattutto, nella prassi.

Se invece per «comunismo» Pandolfi vuole intendere, alla stregua dell’italico pensiero “marxista” mainstream, l’ideologia stalinista elaborata nella Chiesa Moscovita (lo stalinismo è qui inteso come espressione della controrivoluzione antiproletaria e degli interessi della nazione, capitalista e imperialista, russa), beh allora taccio e mi scuso. E soprattutto ricuso di definirmi “comunista”, giusto per non essere confuso con una concezione del mondo e con una politica che ho sempre combattuto perché mi apparivano irriducibilmente ostili alla lotta di classe e al progetto di emancipazione rivoluzionaria delle classi subalterne e dell’intera umanità. Emancipando se stesso, il proletariato emancipa l’intera umanità, aveva detto il comunista di Treviri. Già, comunista, proprio come Stalin, Togliatti e Berlinguer…

imagesEcco un’altra sicurezza che ci offre, bontà sua, Pandolfi: «Altrettanto vero è che, già a partire dai primi anni quaranta, segnatamente con il ritorno di Togliatti in Italia nel 1944, il Partito Comunista Italiano abbia profondamente rinnovato la sua strategia di lungo periodo, ragionando sulla necessità di inserirsi pienamente nel sistema democratico in formazione, adeguandosi sia organizzativamente che culturalmente alla nuova evenienza. La “svolta di Salerno” non fu un espediente tattico per prendere tempo, in attesa del momento propizio per la rivoluzione, per l’instaurazione in Italia di un regime politico sul modello sovietico. No. Si trattò di una svolta vera, con implicazioni importanti sia sul piano teorico e programmatico che sul piano organizzativo». C’è da dire che, in primo luogo, la cosiddetta svolta fu determinata dallo scenario internazionale disegnato con bombe e carri armati dalle Potenze Alleate, le quali, com’è noto, si spartirono il mondo secondo le note «sfere di influenza» (Conferenze di Teheran, Yalta, San Francisco, Potsdam); questo spiega ampiamente «l’adesione del PCI al nuovo corso democratico italiano». Scriveva Ernesto Galli Della Loggia dopo la pubblicazione dei materiali inediti provenienti dagli archivi del PCUS e dal ministero degli Affari Esteri russo (ma anche dalle carte dell’ambasciatore sovietico nell’Italia del Sud Michail Kostylev): «È ormai inoppugnabilmente evidente che essa [la svolta di Salerno] fu voluta da Stalin addirittura contro l’opinione di un Togliatti ancora nel febbraio 1944 orientato in senso antibadogliano» (Togliatti fedelissimo di Stalin, Il Corriere della sera, 8 novembre 1997).

In secondo luogo, il PCI non attendeva più (né, men che meno, preparava) il «momento propizio per la rivoluzione» già dalla seconda metà degli anni Venti, e certamente da quando la controrivoluzione stalinista spazzò via radicalmente (in radice, contrariamente a quanto credette il grande Trotsky, teorico del Termidoro e della burocrazia come nuova classe dominante) le conquiste della Rivoluzione d’Ottobre. Qui rinvio al mio studio sulla Rivoluzione d’Ottobre (Lo scoglio e il mare).

L’instaurazione in Italia di un regime politico sul modello sovietico in ogni caso non avrebbe implicato una rivoluzione sociale di stampo “marxista”, come sostiene Pandolfi, proprio a causa della natura capitalistica (e imperialista) del regime sovietico stalinista.  In realtà «i due Togliatti», quello stalinista e quello democratico, il servitore scrupoloso dello Stato Russo e il geniale interprete degli interessi nazionali del Bel Paese, vanno considerati le due facce della stessa escrementizia medaglia. Tra il “comunista” Ercole e lo statista Togliatti ci fu assoluta e “organica” continuità.

Con la mitica svolta di Salerno il PCI di Togliatti non ruppe con «i fondamentali della teoria marxiana della storia», introducendo nel “comunismo” italiano massicce dosi di principi democratici e socialdemocratici («Strategicamente i comunisti non si danno come obiettivo l’abbattimento dello Stato borghese, ma la sua progressiva riforma»), come cerca di accreditare Pandolfi; semplicemente esso si adattò ai nuovi compiti che la situazione internazionale e la situazione interna assegnavano a un partito borghese con le caratteristiche che il PCI aveva assunto nel tempo. Detto en passant, dopo la caduta di Mussolini il centralismo politico e ideologico di matrice stalinista di quel partito funzionò come un’irresistibile calamita per molti ex militanti fascisti, ancora bisognosi di un partito forte e “antiborghese” – lo stesso Mussolini repubblicano riprese negli ultimi scampoli della sua esistenza la vecchia retorica “antiborghese” degli anni dell’ascesa al potere.

Diventando “democratico” e “socialdemocratico”, accettando cioè le regole democratiche di stampo occidentale, il PCI togliattiano non fece altro che adeguarsi a una situazione mondiale che vedeva l’Italia appartenere al “campo democratico” dominato dagli Stati Uniti, i quali imposero appunto la “democrazia” alle nazioni sconfitte finite nella sua potentissima forza gravitazionale imperialistica: Italia, Germania e Giappone. Dal canto suo, l’imperialismo russo impose il “socialismo” all’area imperialistica di sua competenza: l’Europa dell’Est.

«Sia la svolta di Salerno che gli strappi berlingueriani, non misero mai in discussione il profilo anticapitalistico del PCI, nonostante la continua ricerca, sul piano teorico, di spunti per l’elaborazione di una specifica via nazionale al socialismo». Sul «profilo anticapitalistico del PCI» da Togliatti a Berlinguer rimando ai miei post dedicati al tema.  Per quanto mi sforzi, non riesco proprio a capire dove Pandolfi possa trovare, non dico un «profilo anticapitalistico», ma singoli episodi di anticapitalismo nella storia del PCI dal Migliore Palmiro all’Onesto Enrico. Misteri della fede?

images280FLBYOIl fatto è che innamorarsi delle parole, soprattutto se roboanti,  e delle frasi fatte, soprattutto se “rivoluzionarie” e suggestive, è un vizio tipico dell’intellettuale in generale, e dell’intellettuale italiano in particolare. A suo tempo Antonio Labriola ebbe modo di picchiare duro contro il massimalismo parolaio dell’italico intellettuale socialista del suo tempo. Più tardi, gli intellettuali “organici” al cosiddetto movimento comunista devoto a Mosca (e poi anche/o a Pechino) andarono in visibilio per le parole e le frasi «violentemente rivoluzionarie» scritte e pronunciate dai capi, senza troppo indagare sulla loro reale pregnanza, sul loro concreto fondamento sociale, sull’aderenza alle cose cui quelle parole e quelle frasi rimandavano. Ciò spiega perché l’intellettuale “comunista” poteva discorrere nei convegni di alienazione capitalistica e, al contempo, sostenere la «storica necessità» del compromesso storico con la Democrazia Cristiana.

Citando la «specifica via nazionale al socialismo» come prova della soluzione di continuità fra vecchio e nuovo partito, Pandolfi si muove in realtà nell’ambito concettuale dello stalinismo (e del maoismo, che del primo fu appunto un’applicazione nazionale).

Il PCI fu certamente «un partito di massa», come sostiene Pandolfi in chiave apologetica; ma non fu, nella maniera più assoluta, un «partito di classe», nell’accezione marxiana – e quindi non sociologica – del concetto. D’altra parte, solo un partito borghese può essere “di massa” (come lo fu anche la Democrazia Cristiana) anche quando il dominio capitalistico non è minacciato da alcun pericolo proveniente dalle classi sfruttate e oppresse, ossia nei lunghi periodo di bonaccia e di riflusso. Il carattere fortemente minoritario degli autentici «partiti di classe» non risponde a una scelta politico-ideologica, ma registra sul piano politico una realtà sociale ostile all’iniziativa dei rivoluzionari.

D’altra parte, è lo stesso concetto di partito di massa così com’è venuto fuori dall’elaborazione teorica e dalla prassi politica della socialdemocrazia e dello stalinismo che deve mettere in discussione chi ha a cuore il superamento di questa società, che tutto massifica e mercifica. Solo se la “massa” diventa classe in senso marxiano, cioè a dire se essa conquista la capacità di un’autonoma iniziativa anticapitalistica, possiamo parlare di un passo in avanti sul terreno della lotta di emancipazione.

«Vien da chiedersi, a questo punto, cosa rimanesse di “comunista”, proprio da un punto di vista semantico, nell’identità e nella strategia dei comunisti italiani. Se in politica, come nella vita in genere, le parole traggono il proprio significato sia dalla loro capacità di indicare oggettivamente una realtà, sia dall’uso che storicamente se n’è fatto, nel caso del PCI potremmo affermare che l’aggettivo “comunista” risulterebbe inappropriato per definirne la vera identità o, comunque, a riassumerne la sua storia complessa ed originale». Ed io che ho detto?

imagesLBF428G5Passiamo, per concludere, a un tipo che di “comunismo italiano” se ne intende. «Dice Emanuele Macaluso che è qui, al Verano, dov’è sepolto Togliatti: “Ho lavorato cinque anni con Togliatti, e fu decisivo per la mia crescita politica e culturale. […]  È un padre della nostra democrazia, insieme con Alcide De Gasperi, con Pietro Nenni, con Ugo La Malfa, uomini che ci hanno insegnato come si stabiliscono le regole della convivenza politica. Ma sono tempre che oggi, purtroppo, non ci sono più» (La Stampa, 22 agosto 2014). E già, come dice il vecchio migliorista nostalgico del Migliore, non ci sono più i padri della patria di una volta!

Leggi:

RENZI E TOGLIATTI

IL REALISMO STORICO E POLITICO DI ENRICO BERLINGUER

IO E LA SINISTRA

LA CINA E LA QUESTIONE DEL SOCIALISMO NEL 21° SECOLO

Ossia, lo sviluppo della lotta di classe nella più
grande fabbrica capitalistica del pianeta.

milano_070614Scrive il tardo maoista Francesco Valerio della Croce:«Secondo un assunto, alquanto semplicistico, la Repubblica popolare cinese sarebbe divenuta, nel corso del tempo, una forma inedita di “capitalismo di stato”, una realtà economica in cui le regole del profitto e della turboproduzione vigerebbero assolute e incontrastate» (Il sorpasso: come la Cina cambierà la storia). Secondo il mio assunto, non so quanto semplicistico (tocca al lettore giudicare), la Repubblica popolare cinese è SEMPRE stata una realtà sociale pienamente capitalistica, dalla sua proclamazione (1949) in poi. Naturalmente in modi diversi nel corso dei decenni sulla base del retaggio storico di quel grande Paese, della sua struttura sociale (caratterizzata dalla predominanza dell’elemento rurale) e nazionale (presenza nello spazio cinese di diverse nazionalità, etnie, ecc.), nonché della sua collocazione nello scenario internazionale (vedi in primis il bipolarismo USA-URSS).

Ai sostenitori della natura pienamente capitalistica/imperialista della Cina, della Croce obietta sostanzialmente due argomenti: il forte tasso di sviluppo dell’economia cinese, anche nel contesto della crisi economica internazionale deflagrata nell’estate del 2007 a cominciare dagli Stati Uniti, e la forte presenza in quell’economia dello Stato: «Ebbene, il suddetto pensiero cozza non poco con la realtà, per più d’un motivo. Il più vistoso motivo è rappresentato proprio dallo stato di salute in cui prospera l’economia cinese: una situazione di segno decisamente opposto rispetto all’occidente capitalistico, spolpato di una parte ingentissima della sua capacità produttiva dal 2007, anno in cui la crisi di sovraspeculazione finanziaria è esplosa ed ha palesato in proporzioni gigantesche l’enorme indebitamento che ha risucchiato via una parte consistente di economia reale […] Decisivo, per comprendere come la presenza irremovibile dello Stato nelle scelte di orientamento dell’economia cinese si raccordi in ogni ambito della vita produttiva del Paese, è sottolineare che lo strumento principale di legislazione, regolazione e controllo è rappresentato dal Piano quinquennale». Ho risposto a queste due risibili obiezioni in diversi post, ad esempio in questo: L’indiscutibile successo del Capitalismo con caratteristiche cinesi.

A proposito del mitico «Piano quinquennale» scrivevo qualche tempo fa: «Detto en passant, anche Stalin e, in seguito, Kruscev puntarono i riflettori della propaganda sugli altissimi tassi di sviluppo dell’industria russa per dimostrare la natura socialista dell’economia del Paese, e magnificarne la superiorità nei confronti dei competitori occidentali. Lungi dall’attestare la natura socialista della Russia stalinista, i mitici Piani Quinquennali ne testimoniavano piuttosto l’essenza capitalistica; essi raccontavano, a chi avesse orecchie per ascoltare la verità, il processo «di accumulazione originaria» in un Paese capitalisticamente arretrato e molto ambizioso sul terreno della contesa imperialistica, peraltro in ossequio alla tradizione Grande-Russa del Paese, così odiata dall’uomo che subì l’oltraggio della mummificazione – in tutti i sensi. Di qui l’opzione di politica economica tesa a orientare tutti gli sforzi della nazione verso la costruzione, a ritmi stachanovisti, di una potente industria pesante: più acciaio e meno burro! Com’è noto il burro non fa ingrassare gli arsenali» (L’imperialismo è la grande Cina).

stalin33Stalinismo e maoismo come facce della stessa (capitalistica) medaglia? Non c’è dubbio. Almeno per chi scrive, si capisce. Diciamo meglio: il maoismo come stalinismo con caratteristiche cinesi.

«La nuova leadership del Presidente Xi Jiping, sembra aver compreso appieno l’importanza del ruolo internazionale che la Repubblica popolare svolge oramai a livello mondiale ed accanto a questa consapevolezza si mantiene saldo il riferimento al marxismo-leninismo in una visione dialettica di riforma dello Stato». La «visione dialettica» del «marxismo-leninismo» posta al servizio dell’Imperialismo con caratteristiche cinesi. Andiamo bene, nel migliore dei «socialismi reali» possibili. Ovvero: Come volevasi dimostrare.

«La visita di Putin in Cina, in programma a maggio, diventa quindi un appuntamento cruciale, sia per comprendere i prossimi sviluppi del rapporto tra le due potenze (in termini commerciali, militari e strategici) che per veder messi seriamente in discussione gli attuali equilibri di potere. Un asse russo-cinese, con ovvie ricadute anche nei rapporti all’interno dei Brics, costituirebbe una sfida decisiva al predominio politico-militare del blocco a guida statunitense. Non ci resta che attendere. Fiduciosi, se abbiamo come obiettivo la pace e il dialogo fra civiltà e culture (D. A. Bertozzi, Il “filo rosso”: Cina e Russia sempre più vicine ). Come ai bei tempi della Guerra Fredda (vedi i famigerati Partigiani della Pace) l’obiettivo della “pace” e del «dialogo fra civiltà e culture» riposa nelle mani della Cina e della Russia. In effetti, la cosa gronda fiducia da tutte le parti, e quasi mi converto alla lungimirante visione strategica elaborata dal «maggiore generale cinese Wang Hayun (consulente presso il China International Institute for Strategic Society)». Quasi. Datemi il tempo di imparare un po’ di «marxismo-leninismo».

timthumbDal post pubblicato su Facebook

实事求是 *

«Nel numero dedicato alla morte del Grande Condottiero, l’11 settembre del 1976, L’Economist scrive: “Mao deve essere accettato come uno dei grandi vincitori della storia. Per aver elaborato, contro le prescrizioni di Marx, una strategia rivoluzionaria incentrata sui contadini, che permise al Partito comunista di conquistare il potere a partire dalle campagne, e per aver diretto la trasformazione della Cina da società feudale, distrutta dalla guerra e dissanguata dalla corruzione, a Stato egualitario e unificato, nel quale nessuno muore di fame”» (A. Barbera, La stampa, 12 maggio 2014). Non «contro le prescrizioni di Marx», come se Mao avesse voluto seguire una strada originale rispetto alla rivoluzione proletaria marxiana, ma piuttosto sulla base di una concezione borghese del mondo messa al servizio di una rivoluzione nazionale-borghese centrata sull’iniziativa del vasto mondo rurale cinese**. Già Stalin aveva chiamato «socialismo» («in un solo paese») l’accumulazione capitalistica a tappe accelerate in Russia.

Quanto alla natura “egualitaria” dello stato cinese è meglio stendere un velo pietoso. Anzi funerario, come racconta Yang Jisheng, l’autore di Tombstone, The Great Chinese Famine, 1958-1962: «A quel tempo Yang Jisheng ha 36 anni, è iscritto al Partito ed è un “orgoglioso giornalista” dell’agenzia di Stato Xinhua. Ma la convinta adesione all’Utopia non gli impedisce di scavare attorno a quel che accadde fra il 1958 e il 1962, gli anni della grande carestia in cui suo padre se ne va, apparentemente per una tragica volontà della natura […] Il padre di Yang se ne va in tre giorni, ma per almeno dieci anni, fino alla fine delle sue ricerche, fino ai fatti di piazza Tienanmen, Yang non avrà piena consapevolezza di quali fossero le vere ragioni della Grande Carestia, dei suoi 36 milioni di morti in quattro anni, del perché masse di cinesi fossero finite in una condizione tale da spingere i più sfortunati – lo ha ricostruito lui stesso – che a cibarsi di escrementi di uccelli o delle carni dei propri defunti». Ho provato ad indagare quelle «vere ragioni» in Tutto sotto il cielo (del Capitalismo).

«Avevo 18 anni, ero studente e vivevo a pochi chilometri dal mio villaggio. Non c’era molto da mangiare, ma come immagino accadesse nelle scuole di Hitler e Mussolini una ciotola di riso me la davano tutti i giorni». L’”egualitarismo” come miseria di massa: un classico delle cosiddette utopie negative raccontate in diversi romanzi fantapolitici. Solo che questo è il mondo reale dell’accumulazione capitalistica, la quale, com’è noto, non è un pranzo di gala.

«”Quando eravamo tutti uguali, non si può dire fossi realmente infelice, ma il problema era che non avevo la più pallida idea di quale fosse la differenza fra essere felice o infelice. Ora lo so, e l’ho spiegata ai cinesi con una formula matematica”. Prende un pezzo di carta e scrive: “Il tasso di felicità è dato dal rapporto fra la qualità della vita attuale e quella passata. Alla formula completa manca solo il coefficiente: la quantità di informazioni a disposizione”. L’orgoglio del giornalista ha attraversato indenne la storia». Peccato che l’orgoglio da solo non è in grado di cogliere la radice sociale delle disgrazie.

Scrive M. Borghi: Con la sua ricerca completa e puntuale “Tombstone”, pubblicato a Hong Kong nel 2008 e subito vietato nel resto della Cina per ovvie ragioni, ha il merito di fare chiarezza sulla vera causa che portò alla morte di ben 36 milioni di persone (fra cui il padre adottivo dell’autore): l’economia pianificata. Quella gestione statale e burocratica che ancora oggi molti, dall’estrema sinistra all’estrema destra, sognano ancora, pur con accenti e modalità diverse. Speriamo che la lettura del saggio di Jisheng (che a breve verrà pubblicato in traduzione italiana da Adelphi) possa contribuire a far cambiare loro idea» (L’intraprendente, 12 maggio 2014).

Personalmente non ho avuto mai una grande simpatia, se mi si concede l’ironico eufemismo, per il Capitalismo di Stato, soprattutto per quello venduto al mondo (per la gioia degli anticomunisti) come «socialismo», ancorché «reale».

* Shí shì qiú shì: cercare la verità attraverso i fatti.

** «Nel caso dei Paesi arretrati che hanno bevuto l’amaro calice del colonialismo e dell’imperialismo, la rivoluzione contadina assume necessariamente anche una valenza nazionale, cioè a dire anticoloniale e antimperialista, senza che ciò esuberi minimamente dal quadro borghese. «Non vi può essere il minimo dubbio – scriveva Lenin – che ogni movimento nazionale può essere soltanto un movimento democratico-borghese, perché la massa fondamentale della popolazione dei Paesi arretrati consiste di contadini, che sono rappresentanti di rapporti borghesi capitalistici»1. Certo, il sincero rivoluzionario contadino di una volta si sarebbe ribellato dinanzi a questa impostazione “dottrinaria”, e avrebbe sostenuto che a lui il borghese e il capitalista piacevano più da morti che da vivi. Ma egli, proprio come Mao, non conosceva né la dialettica storica né il concetto marxiano di ideologia: non sempre – per usare un eufemismo – chi parla sa esattamente quale tendenza storica gli sta, per così dire, suggerendo il discorso, e per questo Marx invitava a studiare la storia al netto di quel che i suoi protagonisti pensano di se stessi.

[…]

L’unificazione economica e politica della Cina deve perciò diventare l’assoluta priorità di una forza sociale autenticamente nazionale, cioè borghese, nel senso storico, non puramente sociologico, della parola. E questo però in un contesto che non vede agire una forte classe borghese, e dove per giunta lo spirito nazionalistico di questa classe è assai indebolito in grazie dei profondi legami che fin da subito si sono instaurati tra capitale interno e internazionale. Pure forti sono i legami che legano la borghesia delle città ai proprietari terrieri. Come in India, anche in Cina la borghesia urbana parla una lingua internazionale, la lingua del capitale. Stando così le cose, la forza sociale che appare in grado di portare a termine l’unificazione della Cina nella nuova epoca storica abita nelle campagne cinesi: sono i contadini che non hanno nulla a che spartire con i grandi proprietari terrieri. Si tratta di mobilitare, disciplinare e organizzare questa immensa risorsa rivoluzionaria, della quale la borghesia cinese ha giustamente paura, anche perché la comparsa del proletariato sulla scena mondiale getta una inquietante ombra sui movimenti sociali a carattere democratico-nazionale che giungono in ritardo all’appuntamento con quello che, scomodando Hegel, possiamo chiamare Processo Storico Universale. È precisamente in questa complicata dialettica storica che viene a inserirsi il maoismo, che diventa il catalizzatore della rivoluzione nazionale-borghese, in parte per una consapevole scelta del PCC, in parte in virtù di tendenze oggettive che passarono largamente sopra la sua testa» (Tutto sotto il cielo – del Capitalismo).

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Russia e dintorni. LO STALINISMO NON È (PURTROPPO) UN’ OPINIONE!

1907999_10152145425756849_6462953652035130416_nLo giuro davanti all’ubriacone di Treviri: i passi che seguono li ho trovati su Facebook. Lo so, è difficile crederlo, ma abbiate fede nell’agente dell’Imperialismo (naturalmente occidentale, ai danni della Russia, della Cina, di Cuba, del Venezuela, della Corea del Nord e delle altre patrie dell’antimperialismo militante) e del Sionismo che vi sta turlupinando in questo momento.

«Leggendari i compagni del Partito Comunista Russo che richiamano il gesto dell’armata rossa il 9 maggio 1945 quando alla parata della vittoria buttarono di fronte al compagno Stalin tutti i simboli e le bandiere naziste che avevano preso durante la guerra, in segno di sottomissione e sconfitta del nazifascismo. I compagni russi hanno rifatto la stessa cosa ma con le bandiere degli USA, di settore destro, dell’Unione Europea e delle SS di Bandera, il criminale nazista che nella seconda guerra mondiale collaborò con i nazisti massacrando la popolazione sovietica. Che dire? Fantastici!» (dal profilo Facebook di Vladimiro Giacché).

Che dire? Che lo STALINISMO è purtroppo vivo e lotta insieme a voi contro la stessa idea di comunismo (non quello pseudo ed escrementizio del «compagno Stalin» e dei «leggendari compagni del Partito Comunista Russo» [strasic!], ma quello di Marx, con rispetto parlando).

È proprio vero: la prima volta come tragedia (la controrivoluzione stalinista, il patto Ribbentrop-Molotov, la Seconda carneficina mondiale, ecc.), la seconda come… Non riesco a trovare un termine adeguato. Con farsa mi sembrerebbe di concedere fin troppo a personaggi che meritano epiteti che non riesco neanche a immaginare. Fate un po’ voi!

Ribbentropp-Molotov 1Scrivevo qualche giorno fa: «Molti stalinisti, più o meno dichiarati e più o meno “post ideologici”, sembrano vivere una seconda giovinezza. La crisi ucraina ha fatto questo cattivo miracolo. Ad esempio, mi è capitato di leggere su Facebook commenti di questo genere: «L’offensiva di Kiev fallirà senza bisogno dell’intervento dell’Armata Rossa». Capite? Armata «Rossa», non Russa. Lo so, qui siamo allo stadio più patologico dello stalinismo, ma non bisogna credere che quelli che applicano lo schema della Seconda guerra mondiale (quella «patriottica» e «antinazista») alla questione ucraina esibiscono un’eccellente stato di salute, quantomeno sul terreno dell’analisi politica e geopolitica. Per dirla con l’ubriacone di Treviri, la prima volta come tragedia, la seconda come malattia. C’è gente talmente ideologicamente “malata”, che non capisce come essere contro tutti gli attori della crisi (filoeuropei, filorussi, filoamericani, nazionalisti, stalinisti, democratici, autoritari, ecc.) non equivale affatto ad assumere una posizione neutrale nel conflitto, ma come all’opposto questo atteggiamento sia il solo adeguato sul terreno dell’autentico anticapitalismo/antimperialismo. Non in un’astratta dimensione storica, ma nel 2014, nell’epoca della sussunzione totalitaria e mondiale del pianeta al Capitale. Se un Tizio assimila l’autonomia di classe al neutralismo, vuol proprio dire che con lui perfino l’esorcista avrebbe vita difficile. Amen!» (Odessa e il modo sempre più feroce).

putDa Facebook (9 maggio 2014):

Russia. Finalmente una degna celebrazione della vittoria nel secondo macello mondiale!

Putin gonfia il virile petto ricordando i fasti dell’ultimo conflitto imperialista mondiale, meglio noto come «Guerra di Liberazione dal nazifascismo». Com’è noto, sono i vincitori che nominano le cose. «Sfilata oggi a Mosca nel 69mo anniversario della vittoria della Seconda guerra mondiale: nella storica Piazza Rossa sfilano, alla presenza delle autorità, 11mila militari e in prima fila il Corpo della Flotta del Mar nero con le bandiere di Sebastopoli e della Crimea, le nuove regioni annesse alla Federazione russa. La manifestazione quest’anno assume quindi un significato prima di tutto politico, che si inserisce nel pieno della crisi ucraina. […] Nel discorso di apertura della parata Putin si è riferito al proprio Paese affermando che “ha sempre vinto contro i fascisti”, una terra di cui “noi proteggeremo la sua unità e la sua storia”.“Noi dobbiamo meritarci i nostri nonni e i nostri padri e chi ha combattuto”, ha detto Putin in riferimento a chi ha combattuto nella seconda guerra mondiale. Ha poi detto, riferendosi in particolare alla crisi ucraina, che “Il nazismo europeo torna a sollevare la testa”» (Notizie geopolitiche). Per fortuna c’è sempre l’Armata Russa pronta a salvarci dai cattivoni di turno! Viva la Patria del Socialismo! Pardon: del petrolio, del gas, del carbone, delle terre rare, ecc. Gli stalinisti di tutte le tendenze sono in pieno orgasmo patriottico e resistenziale per l’uomo forte di Mosca. «A morte i nazisti!» Anche perché un nuovo patto Ribbentrop-Molotov non è alle viste… Un simpatico pensiero in questo fausto giorno per chi vigila sulla nostra “libertà”:

«Com’è noto furono i compagni-camerati nazisti a tradire la fiducia di Stalin, il quale fino all’ultimo non volle credere alla possibilità di un’imminente invasione tedesca del sacro suolo russo. Se Hitler non avesse rischiato il grande azzardo del dominio totale ed esclusivo sul Vecchio Continente, il “patto di non aggressione” del ’39 avrebbe dato i suoi frutti, con grande soddisfazione per la “Patria Socialista”. Probabilmente a Ovest di Varsavia gli uomini avrebbero portato i baffetti alla Adolf, e a Est della capitale – o ex capitale – polacca i baffoni alla Joseph. Di là tutti “camerati”, dall’altra parte tutti “compagni”. Probabilmente» (Miseria della geopolitica apologetica).

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Uomini come carbone

CHIMERE LETALI

1468490451327Nel suo interessante libro Utopie letali (Jaca Book, 2013) Carlo Formenti prende di mira le «utopie “di sinistra”», le quali secondo l’autore «hanno poco a che fare con l’utopia comunista che ancora spaventa il capitale» (p. 7). Tesi che mi sento di condividere pienamente, e che già spiega in qualche modo il giudizio di cui sopra. Non è mia intenzione soffermarmi su ogni tema toccato dall’autore (dal «divorzio fra democrazia e mercato» alle «sperimentazioni sociali» in atto in Americana Latina, soprattutto nella Venezuela di chávista, passando per la critica all’ideologia-prassi neoliberista, ecc.); qui mi limito a toccare solo alcune questioni poste nel libro.

Cerchiamo intanto di capire meglio quali sono «le utopie letali con cui polemizza questo libro»: «si tratta delle utopie di quelle sinistre “movimentistiche” postmoderne, postideologiche, postmateriali, postindustriali (l’elenco potrebbe andare avanti per pagine e pagine, ma ve le risparmio) che hanno sostituito le velleità rivoluzionarie con il sogno di un crollo indolore del capitalismo che dovrebbe essere provocato da improbabili mutazioni della psicologia e dell’antropologia individuali, oppure dalle lunghe marce per i nuovi diritti, o dall’invenzione di “terze vie” che ci proiettino oltre la dicotomia fra pubblico e privato, oppure da tutto questo assieme e da altro ancora.
La lista delle ideologie chiamate in causa è lunga e, apparentemente, eterogenea: neo e postoperaisti, neo anarchici, benecomunisti, girotondini, parte dei movimenti femministi, ecologisti e pacifisti; soggetti in cerca di riconoscimento identitario; entusiasti della democrazia di Rete; paladini dei nuovi diritti, ecc.». Chi segue il mio blog certamente avrà notato una certa assonanza tra ciò che scrive Formenti e le polemiche che assai più modestamente organizza chi scrive contro gli ottimisti della rivoluzione, quelli che gridano entusiasticamente Rivoluzione!  a ogni sussulto – a volte perfino a ogni peto, con rispetto parlando – del processo sociale, nonché contro i teorici del post-tutto (o oltrismo: oltre Marx, oltre il Capitalismo, oltre la legge del valore, oltre la modernità, oltre il pubblico, oltre… l’oltre!), intellettuali di successo sempre alla nevrotica ricerca di «nuovi soggetti sociali» cui attribuire la pesante responsabilità di «nuova classe rivoluzionaria». Di qui, probabilmente, il loro imperituro successo come – sedicenti – avanguardie rivoluzionarie.

Sotto questo aspetto, di particolare interesse ho trovato la critica che Formenti rivolge ai teorici del cosiddetto Capitalismo cognitivo, Antonio Negri in testa, i quali «hanno occhio solo per il lavoro immateriale di knowledge workers» e «in particolare sostengono che oggi il general intellect non si oggettiva nel lavoro morto, cioè nel sistema delle macchine, bensì nella cooperazione sociale spontanea e nella produzione di “sapere vivo”. Per questo motivo, aggiungono, il lavoro vivo, pur dipendendo tuttora dall’impresa capitalistica nella sua attuale forma di rete, sarebbe in grado di auto-organizzarsi indipendentemente dal comando capitalistico […] Queste tesi esprimono un’incredibile sottovalutazione della capacità del nuovo sistema di macchine di sovra determinare non solo l’organizzazione, ma anche la stessa antropologia del lavoro» (p. 81). Comprensibilmente l’autore di Utopie letali si stupisce di come certi intellettualoni che dovrebbero conoscere a fondo il meccanismo capitalistico nell’epoca della sussunzione totalitaria di tutto e tutti al Capitale, prendono invece gigantesche cantonate quando si tratta di analizzare criticamente prassi sociali il cui significato va nel senso di un sempre più radicale, stringente, capillare e profondo dominio del rapporto sociale capitalistico. Rimandando il lettore alla critica dei teorici del Capitalismo 2.0 svolta in diversi post e nel mio Dacci oggi il nostro pane quotidiano, qui mi permetto di citare un passo di Cripto-moneta del comune e “acciarpature monetarie”:

«Per una bizzarria del pensiero che andrebbe indagata più a fondo, i teorici del bio-capitalismo cognitivo osservano una contraddizione in grado di far sviluppare forme economiche alternative incompatibili con lo sfruttamento del lavoro e con la ricerca del massimo profitto, là dove invece la contraddizione, che è immanente al concetto stesso di Capitale, attesta il continuo approfondimento del rapporto sociale capitalistico. Riformisticamente, essi rigettano l’ipotesi rivoluzionaria “classica” come unica via maestra in grado di superare con un movimento in avanti la contraddizione. La cosa si mostra con particolare evidenza a proposito del mitico general intellect, che in Marx ha una pregnanza concettuale potentemente dialettica (rivoluzionaria), mentre nei teorici di cui sopra esso svolge una funzione ideologica chiamata a supportare chimerici programmi comunardi da realizzarsi hic et nunc, nell’ambito stesso del Capitalismo, e intellettualistiche congetture intorno a supposti nuovi soggetti rivoluzionari […] Solo la Rivoluzione sociale è in grado di rovesciare dialetticamente la Potenza del Capitale, di assestare un colpo mortale ai vigenti rapporti sociali, i quali danno corpo a una prassi che rende sempre più possibile l’emancipazione integrale (materiale e “spirituale”) degli individui nello stesso momento in cui la nega sempre di nuovo nel modo più violento. Se non si comprende questo, 1. si rimane abbagliati dalla strapotenza del Capitale (per reagire alla quale l’ideologia degli ottimisti della “rivoluzione” offre sempre mille illusorie vie di fuga concettuali), 2. facilmente si nutrono bizzarre idee intorno a «questo tempo di algoritmi macchinici», 3. si cullano false – ancorché poco allettanti – speranze su «una possibilità per costruire un sistema monetario e finanziario alternativo, in grado di superare i nodi contraddittori e iniqui del capitalismo contemporaneo» (Fumagalli)».

11_MGzoomNaturalmente condivido l’opzione decisamente rivoluzionaria che Formenti sembra avanzare quando sostiene che «il capitalismo non cade da solo, né possiamo illuderci che siano le richieste di diritti e riconoscimenti identitari a rovesciarlo». E come non condividere il suo invito, che colpisce in pieno «lo spontaneismo, l’orizzontalismo organizzativo e culturalista degli ultimi decenni», a «tornare a riflettere sull’idea di partito come organizzazione antagonistica degli interessi di classe, un concetto che va tuttavia adeguato alle attuali condizioni di frantumazione delle soggettività, inventando nuove forme organizzative e nuove procedure decisionali»?

Purtroppo tanto sul terreno squisitamente politico, il terreno appunto del partito di classe (o della classe che si fa partito, marxianamente e dialetticamente parlando), quanto su quello dell’associazionismo operaio e proletario genericamente inteso, siamo praticamente all’anno zero, perché le vecchie forme, anche quelle un tempo più adeguate a una prassi autenticamente rivoluzionaria, oggi non sono replicabili. Insomma, il nuovo Manifesto del Partito Comunista e il nuovo Che fare? aspettano ancora di essere scritti. Lo saranno?

Perché allora sopra ho scritto sembra? Perché avanzo forti dubbi intorno alla reale portata rivoluzionaria delle tesi elaborate da Formenti? Semplicemente perché non mi basta il pur generoso incitamento a «testimoniare la verità», a continuare a chiamare, contro il pensiero unico liberale-riformista, «le cose con il loro nome: lotta di classe, sfruttamento, comunismo, eccetera». Più che di nominare le cose, si tratta infatti di sviscerarne il contenuto, di precisarne il concetto. Per quanto mi riguarda possiamo chiamare il comunismo Pippo, purché si faccia chiarezza intorno alla sua sostanza concettuale, con ciò che ne segue sul piano dell’interpretazione storica e della prassi. Gli stalinisti di tutte le tendenze per decenni si sono riempiti la bocca di comunismo, lotta di classe, rivoluzione, dittatura proletaria e via di seguito blaterando, per riferirsi a concetti e a pratiche che giudico l’esatto opposto di quanto Marx e Lenin avevano elaborato e praticato. Anche – non solo – per non venir associato a questi ultrareazionari personaggi rifuggo da certe pompose autodefinizioni, e come Marx mi proclamo non marxista. Ma ritorniamo a Formenti.

«Le periodizzazioni sono sempre opinabili, ma resta un dato storico inconfutabile: a partire dai primi anni Ottanta, il filo rosso che corre dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’Ottobre, proseguendo nel secondo dopoguerra con le lotte operaie in Occidente e con le guerre di liberazione in Asia, Africa e America Latina, si spezza definitivamente. La caduta del Muro di Berlino non ha fatto altro che calare il sipario su una tragedia che si era consumata da tempo» (p. 151). In questo caso la periodizzazione più che opinabile mi sembra del tutto infondata. Il filo rosso di cui parla Formenti si spezzò non «a partire dai primi anni Ottanta» del secolo scorso, in concomitanza con l’ascesa del thatcherismo, del reaganismo e – su una scala assai più modesta, diciamo casalinga – del craxismo, ma appunto con il trionfo dello stalinismo alla fine degli anni Venti. Lo stalinismo, lungi dall’essere stato la continuazione dell’Ottobre con altri mezzi, nelle mutate circostanze interne e internazionali, fu invece l’espressione-strumento: 1. della controrivoluzione capitalistica internazionale dopo l’ondata rivoluzionaria postbellica (vedi «biennio rosso» in Italia e in Germania), 2. dell’accumulazione capitalistica a ritmi accelerati in Russia e 3. della continuità imperialistica della Russia (di qui anche la scelta di promuovere innanzitutto l’industria pesante, a detrimento dell’industria dei beni di consumo e dell’agricoltura) dopo la brevissima parentesi rivoluzionaria.

Dal punto di vista del proletariato internazionale lo stalinismo fu una controrivoluzione, mentre dal punto di vista dello sviluppo capitalistico russo esso giocò una funzione storicamente progressiva. Com’è noto, nell’Ottobre ’17 Lenin tentò il Grande Azzardo per mettere il giovane proletariato russo all’avanguardia del movimento operaio internazionale, non certo per trasformare il suo partito in un eccezionale strumento al servizio dell’accumulazione capitalistica. Per questa triste bisogna, sarebbero bastati i menscevichi e i socialisti rivoluzionari, i quali infatti denunciarono il programma leniniano esposto nelle Tesi d’aprile come l’opera di un pazzo visionario. Per la verità, non pochi bolscevichi allora pensarono la stessa cosa, a dimostrazione di quanto sia difficile mantenere fermo il punto di vista di classe nelle grandi svolte della storia.

Mutatis mutandis, in Cina il maoismo rappresentò l’ala più radicale, e alla fine vincente, della rivoluzione nazionale-borghese basata sui contadini. La fragile natura proletaria del comunismo cinese evaporò alla fine degli anni Venti, anche grazie all’intervento di Mosca nella lotta di classe in Cina. Che il Partito di Mao si proclamasse “comunista”, come il cugino russo, può forse fare qualche differenza in sede di analisi storica? Certamente. Ma in questo senso: grazie allo stalinismo e alla sua variante cinese nel mondo è circolato un mito (o una balla speculativa) che con il socialismo non aveva nulla a che fare. E ne piangiamo ancora le conseguenze, come lo stesso Formenti conferma.

Apepperosa__chimera_gIl crollo del Muro di Berlino non ha dunque rappresentato «Il venir meno di qualsiasi alternativa – per quanto “nominale” – alla società capitalistica» (p. 68), ma piuttosto la ratifica della sconfitta subita dell’Unione Sovietica, Paese capitalistico/imperialista alla stessa stregua dei suoi avversari,  nella competizione interimperialistica chiamata Guerra Fredda.

Sul post del 18 marzo scrivevo: «Nel definire il concetto di Guerra Fredda, Thomas L. Friedman mette avanti lo scontro ideologico fra due sistemi sociali alternativi, cosa che indusse Fukuyama, per la verità un po’ troppo in anticipo sui tempi, a dichiarare la fine della storia allorché uno dei due poli maggiori della contesa interimperialistica (quello cosiddetto Sovietico) crollò miseramente, e con una rapidità che allora sorprese solo chi ignorava la disastrata condizione dell’economia russa». Anche Formenti sembra prendere sul serio la tesi di Fukuyama, sebbene per affermare un atteggiamento politico di rivalsa nei confronti del «Capitalismo neoliberista» trionfante.

La «delegittimazione non solo di teorie, ideali e speranze, ma delle stesse parole che per un secolo e mezzo, dalla pubblicazione del Manifesto di Marx ed Engels alla fine del XX secolo, erano servite a nominarli», non si verifica, come sostiene il Nostro, nel 1989 e negli anni che videro il miserabile crollo dell’ex «Patria del Socialismo» (ancorché «reale»: sic!), ma ben prima, molto tempo prima, con la semplice esistenza di un «socialismo reale» in Russia, nei suoi «Paesi Fratelli», in Cina, in Vietnam, nella Corea del Nord, e così via.

A pagina 74, l’autore scrive che «fra i primi anni Sessanta e la metà degli anni Settanta del secolo scorso», in risposta alle trasformazioni intervenute nella struttura industriale del capitalismo avanzato, Renato Panzieri, Mario Tronti, Antonio Negri, Romano Alquati e altri intellettuali di sinistra andarono «all’assalto dell’ortodossia marxista del PCI». Ora, quella che Formenti definisce «ortodossia marxista del PCI» in realtà non fu che la variante italiana, diciamo togliattiana, dello stalinismo. Gran parte degli errori teorici di Negri si spiegano con il suo tentativo di colpire quello che negli anni Settanta egli definiva «il movimento operaio ufficiale» (il PCI di Togliatti-Longo-Berlinguer e la CGIL di Lama), concepito, erroneamente, come espressione della vecchia composizione di classe, superata dal Capitalismo «postmoderno», e non come movimento politico-sociale borghese tout court. La teorizzazione della Moltitudine e del «proletariato cognitivo» di oggi ha molto a che fare con la teorizzazione dell’«operaio sociale» di ieri.

Il novantenne (auguri miglioristi!) Macaluso ha ragione quando sostiene che il PCI non è morto con Renzi: «Il Pci non esiste più dal 1991, quando fu travolto dalle macerie del Muro crollato due anni prima». Il Partito Comunista d’Italia nato a Livorno nel ’21 morì invece con la sua stalinizzazione iniziata “diplomaticamente” da Gramsci* e continuata con mezzi più sbrigativi da Palmiro il Migliore. Insomma, la «sinistra storica», quella dedita all’«ortodossia marxista», gronda stalinismo da tutte le parti.

Ecco perché quando nell’Introduzione Formenti scrive che, «se si vuole gestire la transizione a una civiltà postcapitalista, occorre tornare a ragionare, con Gramsci, anche sul “farsi Stato” delle classi subordinate e sulla loro capacità egemonica», il consiglio giunge al mio orecchio con un suono assai sinistro. È la stessa sgradevole sensazione acustica che da ragazzino provavo quando taluni “comunisti radicali” parlavano di «dittatura del proletariato» e mi invitavano a leggere il Libretto Rosso di Mao, oppure Materialismo dialettico e materialismo storico di Stalin.

Se un rimprovero si deve dunque muovere alla «nuova sinistra», e per la verità allo stesso Formenti, è quello di non avere fatto i conti fino in fondo con lo stalinismo; non solo, ma di avere a un certo punto contrapposto a esso ideologie e “modelli sociali” che proprio nello stalinismo e nell’esperienza russa post-rivoluzionaria avevano la loro radice. Alludo ovviamente al maoismo e al “comunismo cinese”, in primo luogo, e poi al castrismo, al guevarismo e via di seguito. Lo stesso DNA politico-ideologico delle brigate rosse appartiene a quella cattiva storia (vedi, ad esempio, la loro mitologia resistenzialista intorno alla «rivoluzione tradita» dal PCI togliattiano), come peraltro hanno riconosciuto i politologi più competenti e meno organici alla tradizione “comunista”. Insomma, più che di utopie letali io parlerei, a questo proposito, di chimere letali.

* Scrive Giorgio Galli nella sua Storia del PCI (Bompiani, 1976) a proposito del Comitato esecutivo del partito comunista a guida gramsciana (1925): «Il linguaggio, che riecheggia quello dell’apparato staliniano che in quegli stessi mesi sta preparando il terreno per il XIV Congresso del partito che ormai controlla, corrisponde a un nuovo concetto per il quale i dirigenti in carica si identificano col partito. Quando infatti la sinistra osserva che se ha dovuto organizzarsi in corrente è perché gli organi del partito funzionano da centro di coordinazione della corrente gramsciana, tocca a Longo, dirigente della Federazione giovanile sino a pochi mesi prima su posizioni di sinistra e che ora svolge un ruolo di punta nella campagna contro Bordiga, replicare che, anche in fase congressuale, “vi deve essere una centrale che ordina e dei compagno costretti, dalla disciplina, a ubbidire”. […] Dunque, da nemico della Centrale, cioè del partito, l’oppositore [antistalinista] è già trasformato in “agente provocatore”. E alle parole seguono i provvedimenti disciplinari: nel giugno Ugo Girone viene espulso. […] Nello stesso mese di luglio Terracini viene arrestato, ma in agosto Togliatti, scarcerato per amnistia [sia da stalinista che da statista l’amnistia sarà per Palmiro una sorta di destino… ], torna a fianco di Gramsci per dirigere con lui la battaglia contro le superstiti velleità bordighiane. […] Alla presunta ragione che la Russia conferiva all’argomentazione di Gramsci, la grande maggioranza dello stato dirigente del Pci sacrificò il principio dell’esame critico, tollerando le falsificazioni e le sopraffazioni» (pp. 112-118).

La leggenda metropolitana del Gramsci antistalinista della prima ora è parte di quella vicenda segnata dall’accecamento ideologico, dalle falsificazioni più pacchiane e dalle sopraffazioni più odiose, in Italia come in Russia – vedi la tragica storia dei comunisti italiani che si rifugiarono in quella che credevano fosse la «Patria del socialismo» per sfuggire alla persecuzione fascista, salvo finire nella brace stalinista.

L’UCRAINA DA LENIN A LUCIO CARACCIOLO

Lenin-reading-Pravda-c_19-007Gratta molti comunisti, e troverai degli sciovinisti gran-russi (Lenin).

Secondo Lucio Caracciolo, per gli abitanti di Kiev che hanno abbattuto l’ultima statua di Lenin, quest’ultimo «non è solo il padre dell’impero sovietico che li oppresse per settant’anni, è il fustigatore dell’indipendentismo ucraino che alla fine della prima guerra mondiale aveva sperato di emanciparsi dalla stretta russa. L’autore dell’ultimatum contro i secessionisti “borghesi”, con cui il 17 dicembre 1917 il nascente potere sovietico volle chiarire che non avrebbe tollerato l’indipendenza ucraina» (1). Ma le cose, almeno per ciò che riguarda il rapporto tra Lenin e l’Ucraina del suo tempo, stanno davvero così? Vediamo.

In effetti il 4 (17) dicembre il Consiglio dei Commissari del Popolo presieduto da Lenin presentò alla Rada di Kiev un ultimatum, che imponeva: 1. di cessare ogni attività disgregatrice al fronte; 2. di proibire l’afflusso di forze controrivoluzionarie verso il Don; 3. di abbandonare l’alleanza con Kaledin; 4. di restituire in Ucraina le armi ai reggimenti rivoluzionari e ai reparti della Guardia Rossa. A Caracciolo tuttavia sfugge un insignificante – faccio dell’ironia – particolare: la Russia, considerata in tutta la sua estensione geopolitica (ossia Grande Russia e nazionalità oppresse), a quel tempo fu attraversata da una tempesta rivoluzionaria che mise all’ordine del giorno il superamento della fase borghese iniziata nei primi mesi del ’17, e che aveva messo fine al regime zarista. Il tutto, in stretta connessione con quanto andava producendosi nel resto del Vecchio Continente, soprattutto in Germania, dove il proletariato d’avanguardia sembrava poter «fare come in Russia». Sembrava, appunto. Ma questo è un altro capitolo della storia.

Alle smaliziate orecchie di Caracciolo la tesi leniniana secondo la quale «I comunisti della Russia e dell’ucraina, con un lavoro comune e paziente, [si battono] per la distruzione del giogo dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti, per la repubblica federativa sovietica mondiale» (2), deve naturalmente suonare come puramente propagandistica. E ideologica gli deve apparire lo sforzo leniniano di tenere insieme la dimensione classista del processo sociale rivoluzionario russo, e la sua dimensione nazionale, che originava dal retaggio storico della Russia.

Ciò testimonia la sua assoluta incomprensione di quel processo, che egli legge attraverso schemi, concetti e categorie mutuate dalla dottrina geopolitica, mentre ovviamente l’approccio critico-rivoluzionario alla storia della Rivoluzione d’Ottobre gli è precluso dalla sua concezione (borghese) dei rapporti tra le classi, tra gli Stati, tra le Nazioni e via dicendo. D’altra parte, bisogna sempre considerare l’ombra e il discredito che lo stalinismo ha gettato su quella Rivoluzione, rispetto alla quale esso si è posto non in continuità, magari contraddittoria e non del tutto coerente, bensì in radicale, totale e drammatica cesura, insomma come controrivoluzione. Possiamo dunque, in tutta onestà, essere troppo severi nel considerare le “lacune” storiche del nostro accreditato esperto di cose geopolitiche? Io non me la sento. Personalmente sono disposto a concedergli l’attenuante stalinismo. Piuttosto, bisogna esercitare la massima ostilità critica nei confronti di chi, da sedicente “comunista”, continua a interpretare lo stalinismo come la continuazione dell’Ottobre con altri mezzi, nelle mutate circostanze interne e internazionali.

360_putin_illo_1219Checché ne possa pensare Caracciolo dall’alto della sua scienza geopolitica (3), affermo senza alcun dubbio che l’aggressivo imperialismo energetico di Vladimir Putin è, mutatis mutandis, in assoluta continuità storica con l’Impero zarista e con l’Imperialismo staliniano sorto dalle ceneri della Rivoluzione d’Ottobre. La metaforica anima di Lenin non ha nulla a che spartire con l’esistenza e la vitalità della «Madre Russia». Per questo quando una statua di Lenin cade in un luogo qualsiasi dell’immenso spazio Russo e russificato, personalmente non posso che sorridere, pensando malignamente agli stalinisti ancora attivi nel Bel Paese: come le macerie del famigerato Muro, quelle miserabili statue cadono sulla loro zucca sedicente “comunista”.

Scriveva Trotsky il 29 maggio 1920, dal suo “mitico” vagone militare: «Oggi, maggio 1920, nuove nubi si addensano sulla Russia sovietica. La borghese Polonia, col suo attacco all’Ucraina, ha dato il via alla nuova offensiva dell’imperialismo mondiale contro la Repubblica sovietica […] L’armata rossa guidata dagli operai comunisti distruggerà la borghese Polonia, e questo dimostrerà ancora una volta la potenza della dittatura del proletariato, infliggendo così un duro colpo allo scetticismo borghese (kautskismo) ancora presente nel movimento della classe operaia […] Noi combattiamo per L’Internazionale Comunista e per la rivoluzione proletaria internazionale. La posta è grande da entrambe le parti, e la lotta sarà dura e dolorosa. Noi speriamo nella vittoria, poiché ne abbiamo ogni diritto storico» (4). Chissà se Caracciolo è in grado di apprezzare in tutta la sua portata storica la radicale differenza che passa tra una guerra rivoluzionaria e una guerra “ordinaria”, ossia imperialistica, del tipo di quella che insanguinò l’Europa nel periodo 1914-18, e di quella che annegherà nel sangue il mondo nel 1940-45. Non credo. D’altra parte, se non si è in grado di afferrare quella differenza non si può comprendere la reale posta in gioco che allora si giocò nella Grande Russia e in Ucraina.

Come ricorda Edward H. Carr, «Tra le nazioni dell’impero zarista, le sole a rivendicare l’indipendenza completa subito dopo la rivoluzione di febbraio furono la Polonia e la Finlandia» (5). Com’è noto, il diritto delle nazioni oppresse all’autodecisione costituiva un punto assai importante del programma bolscevico, e più di una volta Lenin accusò il governo russo insediatosi al potere dopo la caduta dello zar di attuare nei confronti delle nazioni oppresse dalla Grande Russia la stessa politica reazionaria dei vecchi tempi: «La rivoluzione è limitata al fatto che al posto dello zarismo e dell’imperialismo abbiamo una pseudo repubblica, sostanzialmente imperialistica, nella quale persino i rappresentanti degli operai e dei contadini rivoluzionari non sanno comportarsi democraticamente verso la Finlandia e l’ucraina, cioè senza temere la loro separazione» (6). Lenin concepiva l’autodecisione non come un mero espediente tattico, ma come il solo approccio possibile in un Paese che da secoli opprimeva nazioni, popoli, etnie, culture: il veleno nazionalistico che scorreva anche nelle vene del proletariato delle nazioni oppresso poteva venir depotenziato, e poi del tutto superato a vantaggio di un approccio internazionalista delle contraddizioni sociali, solo manifestando, nel Paese oppressore, la massima disponibilità a soddisfare le rivendicazioni nazionali dei popoli oppressi, anche quelle orientate alla separazione delle loro nazioni di riferimento dal centro oppressore.

Il caso ucraino differiva molto da quello polacco e finlandese: «La zona più estesa, la Ucraina orientale, faceva parte dell’impero russo, ma l’Ucraina occidentale, che comprendeva la zona orientale della Galizia, era sotto la dominazione austriaca, e in Galizia la classe dominante era quella dei proprietari terrieri polacchi che avevano alle loro dipendenze contadini ucraini» (7). Si comprende, allora, la forte propensione antipolacca dimostrata dai contadini ucraini durante la guerra russo-polacca del 1920-21. «Non vi fu mai la possibilità che l’Ucraina potesse diventare davvero uno Stato sovrano indipendente, separato dalla Russia. Se i tedeschi avessero vinto la guerra, avrebbe potuto essere creata un’Ucraina formalmente indipendente, ma in realtà satellite della Germania; ma dopo la sconfitta tedesca non vi fu altra possibilità che la creazione di un’Ucraina sovietica, strettamente unita alla Russia» (8).

rougeCome precisa Carr, «Il nazionalismo ucraino era, in sostanza, più antisemitico e antipolacco che antirusso […] La supremazia politica di Mosca o di Pietrogrado poteva dar luogo a risentimenti in una nazione la cui capitale era più antica di mosca e di Pietrogrado. Ma questa capitale, Kiev, era essa stessa una capitale russa. Un nazionalismo ucraino che si fosse fondato anzitutto e soprattutto su un sentimento di ostilità alla Russia non avrebbe incontrato molto favore trai contadini. Per quanto riguarda il proletariato, la situazione era complicata dal fatto che un proletariato ucraino non esisteva. I nuovi centri industriali, la cui importanza era venuta rapidamente crescendo alla svolta del secolo, erano popolati per la maggior parte da immigrati venuti dal Nord; Char’kov, la maggiore città industriale ucraina, era anch’essa quasi esclusivamente gran-russa» (9). A differenza che in Polonia e Finlandia, «che disponevano d’una numerosa e ben sviluppata classe dirigente locale – agraria e feudale in Polonia, commerciante e borghese in Finlandia – (Carr)», il nazionalismo in Ucraina non aveva mai avuto una grande presa, e la stessa cosa vale per la Bielorussia, la cui struttura sociale era ancora più arretrata di quella ucraina.

Scriveva Trotsky nel suo capolavoro sulla Rivoluzione d’Ottobre: «Rosa Luxemburg sosteneva che il nazionalismo ucraino, che era stato in precedenza un semplice “divertimento” per una dozzina di intellettuali piccolo-borghesi, era stato artificialmente gonfiato al lievito della formula bolscevica del diritto delle nazioni all’autodecisione». Qui mi limito a ricordare le non poche divergenze che sulla questione nazionale divisero Lenin (favorevole in linea di principio all’autodecisione delle nazioni oppresse) e la Luxemburg (sfavorevole in linea di principio all’autodecisione). «Nonostante la sua intelligenza luminosa», continua Trotsky, Rosa Luxemburg «commetteva un errore storico assai grave: i contadini dell’Ucraina non avevano formulato in passato rivendicazioni nazionali per la semplice ragione che, in genere, non aveva raggiunto il livello della politica. Il merito principale della rivoluzione di febbraio, diciamo pure l’unico merito, ma del tutto sufficiente, consistette appunto nell’offrire finalmente la possibilità di parlare a voce alta alle classi e alle nazionalità più oppresse della Russia» (10). Dichiararsi disponibile alla secessione della nazione oppressa, o in qualche modo limitata nei suoi diritti nazionali e culturali, per il soggetto rivoluzionario proletario radicato nella nazione dominante ha il significato di un doveroso mettere le mani avanti, per togliere qualsiasi alibi al sentimento nazionale. Naturalmente Lenin capiva meglio di qualunque altro comunista quanto chimerica fosse l’idea piccolo-borghese dell’uguaglianza tra le nazioni, soprattutto nella fase imperialistica dello sviluppo capitalistico. E difatti, egli non pose mai la questione nazionale sul terreno della libertà e dell’uguaglianza, ma sempre su quello degli interessi della rivoluzione sociale anticapitalistica.

In ogni caso, quanto debole, politicamente e socialmente, fosse il nazionalismo ucraino, che pure segnò una certa ripresa dopo la Rivoluzione di febbraio, lo testimonia la linea politica filo-tedesca e filo-polacca seguita di volta in volta dalla Rada di Kiev, costituitasi nel marzo 1917 sotto la presidenza dello storico Hruševskijche, e che aveva nell’intellettuale Vinničenko e nell’autodidatta Petljura i suoi due massimi esponenti. Naturalmente alla Rada premeva soprattutto scongiurare l’avanzata della marea rossa, che nell’estate del ’17 si era appalesata con la formazione di Soviet di operai e di soldati a Kiev e in altre parti dell’Ucraina. C’è da dire, en passant, che mentre i bolscevichi ucraini scontavano una certa impreparazione organizzativa, surrogata in qualche modo dalla chiara visione strategica di Lenin, nell’Ucraina orientale erano molto attivi i partigiani capeggiati dal contadino anarchico (o «anarco-comunista») Nestor Machno, i quali «combattevano ora per i bolscevichi ora contro di loro» in vista di una non meglio definita Comune contadina. Questo per dire quanto ribollente dal punto di vista sociale fosse l’Ucraina d’allora, insanguinata peraltro dall’esercito controrivoluzionario di Denikin foraggiato dall’imperialismo occidentale, e segnata dalla carestia e dal dilagare di gravi malattie infettive.

Come ammise lo stesso Vinničenko, non solo la Rada non poté mai fondarsi su una vasta base popolare, ma i consensi della popolazione ucraina andavano sempre più orientandosi verso i bolscevichi, che almeno sembravano poterla difendere dal tirannico giogo dei tedeschi e dei polacchi. Solo i cannoni dei tedeschi e i fucili dei polacchi allungarono l’agonia del governo provvisorio di Kiev, e quando Petljura, il 2 dicembre 1919, firmò un accordo con il governo polacco che prevedeva l’abbandono da parte dell’Ucraina delle rivendicazioni sulla Galizia orientale, e per il Paese un futuro di satellite nel neo costituito Impero Polacco, il fragile e contraddittorio nazionalismo polacco fece bancarotta. Infatti, niente ossessionava di più il contadino ucraino che i grandi proprietari polacchi.

La stessa adesione dell’Ucraina a quella che sarebbe diventata la RSFSR, si spiega in larga misura con gli interessi dei contadini ucraini di scongiurare la prospettiva di una vittoria dei «bianchi», i quali «non nascondevano la loro volontà di restaurare il vecchio regime e di restituire ai proprietari fondiari le terre di cui si erano impossessati i contadini» (11). La paura dei contadini ucraini di perdere le terre da essi confiscate nell’estate del 1917, e le forti divisioni nazionalistiche, politiche, sociali e religiose che opponevano la parte orientale del Paese alla sua parte occidentale, resero possibile il realizzarsi di quella alleanza politico-sociale che fu alla base della creazione di un’Ucraina Sovietica nell’ambito della nuova Russia rivoluzionaria.
Quanto ambigua, instabile, strutturalmente fragile e alla fine insostenibile fosse quell’alleanza, che da virtuosa si trasformò rapidamente in viziosa, è ciò che ho cercato di spiegare nel mio lavoro sulla sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre Lo scoglio e il mare.

lenin_statua_500«Nell’aprile 1917 Lenin diceva: “se gli Ucraini vedono che abbiamo una repubblica dei soviet, non si distaccheranno; ma se abbiamo una repubblica di Miljukov, si distaccheranno”. Anche questa volta aveva ragione» (12). La controrivoluzione stalinista che da lì a poco avrebbe seppellito l’intera esperienza rivoluzionaria segnata dal genio strategico leniniano non può cancellare questa eccezionale pagina di storia, per intendere la quale, però, non è sufficiente l’intelligenza e la cultura dello scienziato geopolitico.

(1) L. Caracciolo, La statua di Lenin, l’Ucraina contro la Russia e la scelta dell’Europa, Limes, 11 dicembre 2013.
(2) Lenin, Lettera agli operai e ai contadini dell’Ucraina in occasione delle vittorie riportate su Denikin, Opere, XXX, p. 265, Editori Riuniti, 1967.
(3) «Il 24 agosto 1991 l’Ucraina si è proclamata indipendente – peraltro nei confini disegnati dal potere sovietico, prima da Lenin poi da Stalin e in ultimo da Krusciov» (L. Caracciolo, La statua…). Il «potere sovietico» da Lenin a Krusciov è un’assoluta assurdità, per apprezzare la quale bisogna però conquistare un punto di vista critico-rivoluzionario sulla Rivoluzione d’Ottobre.
(4) L. Trotsky, Introduzione alla prima edizione inglese (1920) di Terrorismo e Comunismo.
(5) E. H. Carr, La rivoluzione bolscevica, 1917-1923, p. 279, Einaudi, 1964.
(6) Lenin, Discorso al Primo Congresso dei Soviet, 4 (17) giugno 1917, 30, XXV, 1967.
(7) G. D. H. Cole, Storia del pensiero socialista, IV, Laterza, 1977.
(8) Ivi.
(9) E. H. Carr, La rivoluzione bolscevica, 1917-1923, p. 283.
(10) L. Trotsky, Storia della rivoluzione russa, II, p. 936, Mondadori, 1978.
(11) G. D. H. Cole, Storia del pensiero socialista.
(12) L. Trotsky, Storia della rivoluzione russa, II, p. 954.

MISERIA DELLA GEOPOLITICA APOLOGETICA

images70Gianni Petrosillo intende ristabilire la verità storica intorno ai grandi meriti dell’Unione Sovietica di Stalin nella cosiddetta guerra di liberazione contro il nazifascismo, la quale per chi scrive fu in primo luogo e a tutti gli effetti un conflitto imperialistico del tutto simile, quanto alla natura storico-sociale delle sue cause reali alla Grande Guerra. Va da sé che per cogliere le radici storico-sociali dell’ultimo conflitto mondiale “tradizionale” occorre andare al di là del suo travestimento ideologico, curato nei minimi particolari soprattutto dalle due Super Potenze vittoriose. Dalla mia prospettiva storica, dunque, non avrebbe alcun senso ricusare al Capo della Russia imperialista chiamata Unione Sovietica i meriti che egli indubbiamente merita, e ancor meno avrebbe senso, sempre dal mio punto di vista, negare all’«aguzzino comunista» (sic!) quella statura di statista di rango mondiale che in Occidente la storiografia “borghese” è disposta a concedere a cuor leggero ai suoi compari di sterminio in guisa di aguzzini democratici. Come si è capito, io metto tutti i protagonisti della Seconda Macelleria Mondiale nello stesso capitalistico sacco: più obiettivo di così! Do perciò a Cesare quel che è di Cesare, e allo statista al servizio del Dominio sociale capitalistico quel che gli spetta di diritto.

Il certificato di Grande Statista per «Koba il Terribile», che tanto a cuore sta a Petrosillo, di certo non troverà in chi scrive un’opposizione di principio.

Vediamo adesso in che termini il nostro fervente estimatore del «georgiano Soso», vittima di un’odiosa «damnatio memoriae da parte dei membri del partito a lui più vicini, gli stessi che lo avevano seguito con incrollabile zelo fino alla fine, senza mai accorgersi di alcun crimine» (per non parlare dei tanti “comunisti” occidentali scopertisi “antistalinisti” solo a babbo morto, o quando il noto Muro gli precipitò in testa); vediamo, dicevo, come Petrosillo perora la causa del mitico (o famigerato, fate un po’ voi) Baffone: «Politici e filosofi liberali, a noi contemporanei, vengono presi dal panico appena lo sentono nominare. Che nessuno provi a riabilitare l’aguzzino comunista, il persecutore di dissidenti, il carnefice dei gulag, il despota della steppa, l’uomo che osò opporsi alla civiltà capitalistica e all’egemonia americana costruendo una grande potenza militare ed economica (che, pur tuttavia, non era la terra del socialismo benché così si facesse chiamare), oltre che all’avanzata del nazismo, mentre tutti in Europa cercavano ancora un compromesso con Hitler, o fuggivano a gambe levate, oppure si sottomettevano alla croce uncinata» (G. Petrosillo, Koba il Terribile, Conflitti e strategie, 8 novembre 2013). E il Patto Ribbentrop-Molotov del ’39 come si spiega in questo – apologetico – contesto? Com’è noto furono i compagni-camerati nazisti a tradire la fiducia di Stalin, il quale fino all’ultimo non volle credere alla possibilità di un’imminente invasione tedesca del sacro suolo russo.

Se Hitler non avesse rischiato il grande azzardo del dominio totale ed esclusivo sul Vecchio Continente, il «patto di non aggressione» del ’39 avrebbe dato i suoi frutti, con grande soddisfazione per la «Patria Socialista». Probabilmente a Ovest di Varsavia gli uomini avrebbero portato i baffetti alla Adolf, e a Est della capitale – o ex capitale – polacca i baffoni alla Joseph. Di là tutti “camerati”, dall’altra parte tutti “compagni”. Probabilmente. Ai tempi di Brest-Litovsk Lenin, per la disperazione dei suoi compagni, non si fece certo commuovere dai richiami patriottici, e perorò come un «dannato disfattista» la causa dell’uscita immediata dalla guerra imperialista, anche a costo di cedere milioni di metri quadrati di sacro suolo patrio alla Germania. Perdere spazio per conquistare tempo alla rivoluzione, in Russia e in Europa: fu la strategia di Lenin, il rivoluzionario. Affogare nel sangue dei contadini e dei proletari russi le armate tedesche per non perdere un solo millimetro di terreno della «Santa madre Russia»: fu la strategia di Stalin, il controrivoluzionario. (Naturalmente faccio riferimento alla figura di Stalin come espressione di una tendenza storica oggettiva, non certo in quanto espressione di una volontà attribuibile a una singola persona. Chi fosse interessato alla mia interpretazione dello stalinismo può compulsare Lo scoglio e il mare. Riflessioni sulla sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre – 1917-1924).

160479471-586x314E qui veniamo a un punto assai scabroso della faccenda: «I morti sovietici nella seconda guerra mondiale sono stati 23 milioni, quelli americani appena 400.000, eppure, non fanno altro che ripeterci, dalle scuole dell’obbligo, che dobbiamo ringraziare gli statunitensi per la nostra libertà. Ormai abbiamo perso la posizione eretta a forza di tutti questi inchini ingiustificati». Più che la posizione eretta degli italiani, cosa che non può certo solleticare l’orgoglio di un anti-sovranista “senza se e senza ma” com’è chi scrive, ho a cuore la posizione eretta della coscienza (di classe), e questo spiega perché il cinico conteggio dei caduti ricordato dall’apologeta del Dominio mi fa dire, con il Marx della Miseria della filosofia (e, mi permetto di aggiungere, della geopolitica apologetica): «Il cinismo è nelle cose e non nelle parole che esprimono le cose». I realisti geopolitici, soprattutto quelli che possono vantare un «radicale percorso di ripensamento del marxismo», sono particolarmente adatti ad esprimere il maligno (disumano) cinismo delle cose, e questo li rende almeno più credibili sul piano delle analisi dei movimenti geopolitici rispetto ai loro colleghi “idealisti”, quasi tutti appartenenti al progressismo internazionale.

Com’è noto, all’inizio dell’Operazione Barbarossa la superiorità militare della Wehrmacht sull’Armata Russa (altro che Rossa!) apparve subito schiacciante. Il keynesismo tedesco aveva prodotto la macchina bellica più potente al mondo, che sarà superata e annichilita solo in un secondo momento dalla creatura bellica generata dal keynesismo made in Usa. A quel punto, alla Russia non rimase che giocare la sua solita vecchia carta per tamponare la falla in attesa di tempi migliori: usare il proprio enorme e freddo corpo, che già aveva divorato l’esercito di Napoleone, e il corpo dei suoi sudditi. Milioni di proletari e di contadini letteralmente gettati contro le truppe motorizzate tedesche, confidando nel limite dei loro proiettili e del loro carburante. Sofisticati e potenti panzer contro una muraglia di corpi umani: la fanteria sovietica, coadiuvata da pochi T-34. Per alzare il morale della popolazione russa Stalin fece fucilare non pochi «seminatori di panico».

Vasily_ZaitsevIl nemico alle porte del regista Jean-Jacques Annaud rende bene l’atmosfera infernale della battaglia di Stalingrado.  Migliaia di uomini gettati come carbone nella fornace della caldaia bellica. «Fate presto con quel carbone!». Sotto una certa pressione, infatti, la macchina si arresta. «Più carbone, perdio, la pressione scende maledettamente!».

Ma allora, si dirà, la Russia si sarebbe dovuta arrendere all’invasore? Non ho detto questo. Che le classi dominanti, di qualsiasi Paese, usino le persone come materia prima industriale e bellica è un fatto che non ha bisogno della mia opinione, né, tanto meno, della mia approvazione. D’altra parte, come già detto chi scrive è, in “pace” come in guerra, disfattista nei confronti degli interessi nazionali, che poi sono sempre e necessariamente gli interessi delle classi dominanti, o delle fazioni vincenti di esse. «Stalin non è stato un santo ma chi, tra i condottieri che governano e guidano le nazioni e i popoli, lo è mai stato? Gli statisti non si riconoscono dalla loro umanità, dai buoni sentimenti e dalla bontà d’animo, ma dalle cose che fanno e dalle decisioni, anche tragiche, che assumono. Lo Stato non è un oratorio e mai potrà diventarlo». Non c’è dubbio. Ecco perché mi batto contro lo Stato capitalistico in vista di una Comunità umana nel cui seno il concetto di uomo possa finalmente corrisponda al suo nome. Come aveva capito il trincatore di Treviri*, la società che non conosce la divisione degli individui in classi sociali non ha alcun bisogno dello Stato, né della politica come la conosciamo dai tempi dell’antica Grecia, ossia come espressione degli antagonismi sociali e come strumento di lotta tra le classi e dentro le stesse classi. La politica estera delle nazioni non è che la continuazione della politica interna con altri mezzi e su una scala più vasta: l’obiettivo è in ogni caso il rafforzamento materiale, politico e ideologico del Dominio. Dico questo per mettere in chiaro la radicale differenza che corre tra il punto di vista geopolitico, più o meno apologetico, e il punto di vista critico-rivoluzionario.

Alla fine, per Petrosillo il merito più significativo di Baffone sembra essere stato quello di «opporsi alla civiltà capitalistica e all’egemonia americana». E questo, osserva il nostro, fa di Stalin uno spettro che continua a turbare i sogni di chi ha tutto l’interesse a prolungare «il nostro misero presente di infingimenti e di vigliaccherie globali». Tuttavia egli dice anche che la Russia stalinista «non era la terra del socialismo benché così si facesse chiamare», tesi che condivido e che ho sempre sostenuto, probabilmente anche quando lo stesso Petrosillo metteva entrambe le mani sul fuoco circa la natura schiettamente socialista dell’Unione Sovietica. È solo un’impressione, beninteso.

Lungi dall’opporsi alla «civiltà capitalistica» la Russia di Stalin ne fu piuttosto una variante russa, e per questo sostengo, come sa chi ha la bontà di seguirmi, che il cosiddetto «socialismo reale» fu una pagina particolarmente ignobile del Libro Nero del Capitalismo. Particolarmente ignobile proprio perché l’ideologia dello Stato Sovietico cianciava di «Socialismo» e di «dittatura del proletariato» nello stesso momento in cui nel «Paese dei Soviet» si edificava a tappe accelerate un Capitalismo di Stato basato sull’industria pesante idoneo a sostenere gli interessi imperialistici della Russia, in linea con la tradizionale politica estera di Grande Potenza della Russia zarista. Naturalmente a Petrosillo le mie riflessioni devono necessariamente suonare come delle quisquilie dottrinarie, giacché la sola cosa che ai suoi geopolitici occhi ha importanza è la costruzione di un fronte unico mondiale antiamericano: la mia auspicata rivoluzione sociale anticapitalistica mondiale non gli può importare di meno. Legittimamente, peraltro.

stak* Il cattivo retaggio del «socialismo reale» continua a pesare sull’interpretazione degli scritti marxiani, come dimostra anche la citazione che segue: «Ciò che di Marx oggi non è più possibile accettare non è certamente la critica dell’economia – che invece trova sempre più conferme – quanto l’antropologia e la filosofia della storia che ne consegue. In buona parte dell’opera di Marx c’è infatti un deficit profondissimo di analisi e comprensione della soggettività, che ha avuto conseguenze assai negative nelle storie dei movimenti operai e delle emancipazioni sociali che si sono richiamate al marxismo […] Da tale messa in valore dell’homo faber, dell’uomo della prassi, nasce lo schematismo riduzionistico del materialismo storico (con la semplicistica articolazione di struttura e sovrastruttura), e, in pari tempo, un’antropologia fabbrile fusionale e gruppale, in cui non v’è spazio alcuno per l’individuo e le sue differenze rispetto alla superiorità e all’organicità del collettivo» (R. Finelli, Karl Marx e il suo deficit originario, Consecutio Temporum, 22 ottobre 2013).
Non condivido affatto il giudizio sull’«antropologia e la filosofia della storia» che, secondo Finelli, dovrebbero conseguire dalla marxiana critica dell’economia. Un giudizio che, semmai, colpisce non Marx quanto piuttosto i suoi epigoni, soprattutto quelli in guisa stalinista e maoista. Separare poi il Marx “economico” da quello “antropologico-filosofico” significa, a mio avviso, non aver capito l’essenza del pensiero marxiano, avendolo forse appreso solo attraverso la lettura dei cosiddetti marxisti e, ancora peggio, alla luce della maligna mitologia del cosiddetto «socialismo reale». Ho provato ad argomentare questi miei concetti in Eutanasia del Dominio. Riflessioni critiche intorno all’attualità del Dominio e alla possibilità della liberazione. Da questo studio estrapolo la seguente citazione marxiana: «Nella storia fino ad oggi trascorsa è certo un fatto empirico che i singoli individui, con l’allargarsi dell’attività sul piano storico universale, sono stati sempre asserviti a un potere a loro estraneo (oppressione che essi si sono rappresentati come un dispetto del mondo), a un potere del cosiddetto spirito che è diventato sempre più smisurato e che in ultima istanza si rivela come mercato mondiale. Ma è altrettanto empiricamente dimostrato che col rovesciamento dello stato attuale della società attraverso la rivoluzione comunista questo potere così smisurato per i teorici tedeschi verrà liquidato, e allora verrà attuata la liberazione di ogni singolo individuo» (Marx-Engels, L’ideologia tedesca, Opere, V, p. 66, Ed. Riuniti, 1971). Di ogni singolo individuo.
Più che a Marx, «il deficit originario» dovrebbe essere attribuito all’autore dell’infondata critica.

IL TIME E LA “VENDETTA” DI MARX

Picture0172Sulle pagine del settimanale statunitense Time è apparso un interessante articolo dedicato alle «profezie» marxiane. L’ha firmato Michael Shuman, corrispondente da Pechino. Nonostante il miserabile crollo dell’Unione Sovietica e il poderoso sviluppo capitalistico in Cina, eventi che secondo il marxologo francese avrebbero dovuto chiudere per sempre la scottante pratica-Marx, ecco che il barbone di Treviri torna in auge, e con lui la sua ancora numerosa schiera di epigoni specializzati in economia, ospitati nei talkshow per lumeggiare l’opinione pubblica intorno alla crisi economica che ormai da cinque anni impazza in Occidente. Perché nonostante? Piuttosto sarebbe corretto dire che anche quegli eventi confermano pienamente il materialismo storico di Marx (dei marxisti non mi curo). Ma su questo punto ritornerò dopo.

«Marx ha teorizzato che il sistema capitalista impoverisce le masse e concentra la ricchezza nelle mani di pochi, causando come conseguenza crisi economiche e conflitti sociali tra le classi sociali. Aveva ragione. È fin troppo facile trovare statistiche che dimostrano che i ricchi diventano sempre più ricchi, e i poveri sempre più poveri» (La vendetta di Marx: come la lotta di classe prende corpo nel mondo, 25 marzo 2013). A sostegno della sua tesi il corrispondente del Time cita uno studio dell’Economic Policy Institute di Washington che dimostra in modo inoppugnabile come il reddito medio del lavoratore americano sia stato nel 2011 più basso che nel 1973, e come negli Stati Uniti nello stesso arco di tempo la ricchezza abbia subito un forte processo di concentrazione: il 5% della popolazione controlla il 74% del reddito nazionale. Naturalmente gli Stati Uniti rappresentano solo il vertice di una tendenza mondiale.

PAPA AI RAGAZZI DETENUTI, 'NON FATEVI RUBARE LA SPERANZA'La ricchezza di pochi presuppone la miseria esistenziale (e quindi non meramente economica) di molti: questo non lo nega nemmeno il buon Papa Francesco, che difatti non fa che parlare degli ultimi, che, come da copione, saranno i primi nel Regno dell’Aldilà. Ma si tratta di creare il Regno dell’uomo nell’Aldiquà, non certo di lavare i metaforici piedi dei miserabili per far sentire loro «la carezza del Signore». Non si tratta, a mio avviso, di fare del Potere «un servizio» (non diceva qualcuno che bisognava «servire il popolo»?), quanto piuttosto di fondare sulla Terra la Potenza dell’uomo in quanto uomo. Critico il Santo Padre? No, evoco la possibilità della Comunità Umana, con ciò che ne segue, hic et nunc, sul terreno della prassi. Chiudo la breve e modesta parentesi “teologica”, che d’altra parte s’intona molto bene con questi giorni di «passione e di speranza», e ritorno al Time.

Scrive Shuman: «Questo non vuol dire che le teorie di Marx erano del tutto corrette. La sua “dittatura del proletariato” non ha funzionato come previsto. Ma le conseguenze delle diseguaglianze sono esattamente quelle che aveva predetto: il ritorno della lotta di classe». Incassiamo «il ritorno della lotta di classe» come auspicio e chiediamoci: ma davvero la marxiana dittatura del proletariato «non ha funzionato come previsto»? E qui ritorniamo al punto lasciato in sospeso: davvero la catastrofe sovietica e il gigantismo capitalistico della Cina depongono contro la teoria politica di Marx? Non credo affatto, e anzi ritengo che solo a partire dal materialismo marxiano è possibile comprendere entrambi gli eventi. Sulla scorta di quel materialismo, infatti, si comprende la natura radicalmente controrivoluzionaria dello stalinismo, espressione politico-ideologica di quel processo sociale che spazzò via il carattere proletario della Rivoluzione d’Ottobre, avanguardia, nella prospettiva di Lenin  e dei comunisti occidentali non ancora stalinizzati, della rivoluzione mondiale; e la natura nazionale-borghese della Rivoluzione cinese guidata dal Partito di Mao, uno stalinista in salsa cinese. Che tanto nella Russia di Stalin quanto nella Cina di Mao si costruisse il Capitalismo in guisa di «socialismo reale», ebbene questo ci dice che il senso ideologico più pregnante dello stalinismo riposa proprio in questa gigantesca mistificazione, non importa se fatta in buona o cattiva fede. Sul piano dottrinario lo stalinismo fu debitore delle posizioni stataliste di Lassalle. Com’è noto, Marx aborrì di definirsi “marxista” soprattutto nel momento in cui il «socialismo di Stato» di Lassalle, ridicolizzato nelle potenti pagine della Critica al programma di Gotha (1875), iniziò a prendere il sopravvento persino nel movimento operaio tedesco, in teoria direttamente influenzato da lui e dal suo amico Engels.

Nulla di strano, quindi, se il Nostro considera marxisti e comunisti personaggi che, in effetti, meritano la qualifica di statalisti, e, difatti, è un programma schiettamente statalista che essi propongono all’opinione pubblica e ai governi occidentali per tirare il Capitalismo fuori dalle secche della crisi economica. Com’è noto, Marx proponeva una sola monotematica ricetta: la lotta di classe rivoluzionaria, non in vista del Capitalismo di Stato, il quale nell’essenza non differisce un solo atomo dal Capitalismo «liberista-selvaggio» tanto esecrato dalla maggior parte degli epigoni di Marx, ma in vista del superamento del Capitale (pubblico e privato), del lavoro salariato (vedi articolo 1 della Costituzione Italiana), della merce e dello Stato, ossia, in una sola parola, dei vigenti rapporti sociali di dominio e di sfruttamento.

Come dico spesso, il cosiddetto «socialismo reale», non importa se con «caratteristiche» cinesi, coreane, russe, jugoslave, albanesi, cubane ecc., è un miserabile capitolo del Libro Nero del Capitalismo mondiale. Se, come giustamente osserva Jacques Rancière, «esperto di marxismo» [sic!] presso l’Università di Parigi interpellato dal Time, la classe operaia oggi è debole, e i movimenti di opposizione sociale che non cessano di prendere corpo hanno un carattere riformista e non anticapitalista, ciò si deve anche al tragico retaggio dello stalinismo internazionale.

stalUn po’ per celia un po’ per provocazione, qualche giorno fa ho chiosato una foto della serie Stalin ama i bambini che circolava su Facebook nei termini che seguono: «Gli stalinisti non avranno mangiato i bambini, come pensa Silvio Berlusconi, ma certamente hanno spolpato per decenni la stessa speranza del proletariato mondiale per una sua emancipazione. E i frutti maligni di questo orribile pasto si fanno ancora sentire. Eccome!» A suo modo il marxologo francese conferma la mia tesi.

La marxiana dittatura del proletariato non ha avuto ancora modo di essere messa alla prova, se facciamo eccezione 1) per la Comune di Parigi del 1871, sulla cui caratura rivoluzionaria ebbe forti dubbi lo stesso Marx, che pure ne fece un monumento storico e politico in quanto primo esempio di «iniziativa sociale» avente la classe operaia come suo fondamentale motore: «La classe operaia non ha da realizzare ideali, ma da liberare gli elementi della nuova società dei quali è gravida la vecchia e cadente società borghese» (K. Marx, La guerra civile in Francia); e 2) per l’esperienza sovietica russa, che tuttavia scontò i limiti che le derivarono dall’arretratezza sociale della Russia. Lenin sbagliò dunque a tentare il Grande Azzardo?

Sul problema della «maturità», ovvero «immaturità» della rivoluzione in generale e della rivoluzione russa in particolare, Max Horkheimer ha scritto parole assai pregnanti: «Di imprese storiche passate può essere affermato che i tempi non erano ancora maturi. Nel presente i discorsi sulla insufficiente maturità trasfigurano l’approvazione del cattivo esistente. Per il rivoluzionario il mondo è sempre maturo. Ciò che retrospettivamente appare come stadio iniziale, come situazione prematura, egli l’aveva considerata come l’ultima occasione. Egli è con i disperati che una condanna spedisce sulla forca, non con coloro che hanno tempo. […] Benché il successivo corso storico abbia confermato i girondini contro i montagnardi e  Lutero contro Munzer [e, aggiungo io, Stalin contro Lenin, gli stalinisti contro i comunisti], l’umanità non è stata tradita dalle intempestive imprese dei rivoluzionari, bensì dalla tempestiva saggezza dei realisti» (Max Horkheimer, Lo Stato autoritario, in La società di transizione, Einaudi, 1979).

Abbiamo visto come per il Marx del 1871 la società borghese fosse già «vecchia e cadente», nonché meravigliosamente gravida di un mondo pienamente umanizzato: cosa dovremmo dire noi 142 anni dopo? Chi è più vecchio, l’ubriacone di Treviri, che riusciva a concepire la possibilità dell’emancipazione generale in un’epoca storica nella quale in diverse parti del pianeta il Capitalismo conservava un carattere rivoluzionario, o chi teorizza il male minore nell’epoca della sussunzione totalitaria e mondiale dell’uomo e della natura da parte dei rapporti sociali capitalistici?  Non c’è partita!

COPERTINA«Se i politici non praticheranno nuovi metodi per garantire eque opportunità economiche a tutti», conclude il Time, «i lavoratori di tutto il mondo non potranno che unirsi. E Marx potrebbe avere la sua vendetta». Magari! Naturalmente non si tratta di “vendicare” Marx (già mi pare di sentire le crasse risate da parte della sua “essenza spettrale”), quanto piuttosto di mettere all’ordine del giorno, nei termini adeguati alla Società-Mondo del XXI secolo, il progetto di emancipazione delle classi dominate e, quindi, dell’intera umanità. L’impresa è, oltre che tremendamente difficile (lo stalinismo ha ben lavorato!), altamente rischiosa, sotto ogni riguardo; ma qualcuno conosce sfide prive di difficoltà e di rischi?

CHIMERE, LIMITI E UTOPIE

1. Benecomunismo e concezione feticistica del mondo. Affrontando la scottante e annosa questione della pianificazione economica, comprensibilmente Christian Felber sente il bisogno di scrivere quanto segue: «Ogni marxista giustamente si offenderebbe se si confonde quanto è stato praticato nell’Unione Sovietica con gli ideali di Karl Marx» (C. Felber, L’economia del bene comune. Un modello economico che ha futuro, p. 201,Tecniche nuove, 2012). Leggendo questo passo mi si è allargato il cuore, e chi conosce la mia ultradecennale lotta tesa a salvare l’uomo con la barba dal disastro del «socialismo reale», in tutte le sue varianti nazionali, certamente mi può capire. Non mi muove uno spirito di «devozione» nei confronti del comunista di Treviri, come qualche amico ha scritto per burla, quanto piuttosto un certo amore per la verità. Di notevole appeal è anche quest’altra frase, che si trova a p. 147: «L’essere sociale determina la coscienza sociale, diceva già Karl Marx». Sorvolando sulle interpretazioni deterministiche della famosa frase marxiana, come non approvare la citazione dello scienziato austriaco: bravo!

A questo punto qualche lettore dirà: «finalmente il Nostromo ha beccato uno che la pensa come lui». E non è mica vero, perché le 224 pagine del libro di Felber sono davvero quanto di più distante ci sia dal mio pensiero, e per capirlo basta leggere la recensione che ne ha fatto Jakob von Uexhüll: «Felber mostra una strada verso un’economia nella quale il denaro e il mercato tornano a servire gli uomini, e non il contrario». Intanto da notare il tornano, che lascia supporre una pura sciocchezza alla moda, e cioè che prima della «finanziarizzazione dell’economia» il denaro e il mercato fossero al servizio degli uomini, «e non il contrario». Ma diamo la parola all’autore: «L’economia del bene comune è una forma dell’economia di mercato (sebbene sia un’economia cooperativa di mercato e non economia capitalistica di mercato) in cui esistono aziende private, denaro e prezzi dei prodotti che si formano sui mercati» (p. 4). Raramente ci si trova dinanzi a una simile densità di concetti sbagliati fino al parossismo dottrinario.  Esistono aziende (non importa se private o statali: il capitale è in primo luogo un rapporto sociale, non una forma giuridica di proprietà), esiste il denaro, esistono le merci – pudicamente e benecomunisticamente chiamate «prodotti» –, esiste, dulcis in fundo, il mercato, eppure si nega la natura sommamente capitalistica di un simile «modello economico». Mi viene alla mente la “classica” scena della moglie sorpresa dal marito con l’amante mentre sul letto matrimoniale i due discorrono animatamente intorno alla Teoria e prassi del Kamasutra: «No, amore, non è come credi!» Già, non tutto è come sembra, salvo il Capitalismo in guisa benecomunista.

Intanto, il carattere sociale e cooperativistico è immanente al concetto stesso di capitale: «Con la cooperazione di molti operai salariati il comando del capitale si evolve a esigenza della esecuzione del processo lavorativo stesso, cioè a condizione reale della produzione … Questa funzione di direzione, sorveglianza, coordinamento, diventa funzione del capitale appena il lavoratore ad esso subordinato diventa cooperativo, ma è insieme funzione di sfruttamento di un processo lavorativo sociale» (K. Marx, Il Capitale, I, p. 372, Editori Riuniti, 1980).

In secondo luogo, il denaro non «è in fondo solo un mezzo di scambio»: esso è in primo luogo e fondamentalmente l’espressione di un peculiare rapporto sociale (capitalistico), e la sua più verace e maligna radice affonda, nella società-mondo del XXI secolo come ai tempi dell’ubriacone di Treviri, nel lavoro salariato colto nella sua dimensione sociale. «Nell’esistenza della merce come denaro non solo va messo in evidenza che le merci si dànno nel denaro una misura determinata delle loro grandezze di valore, ma anche che esse si rappresentano tutte come esistenza del lavoro sociale, astrattamente generico» (K. Marx, Storia delle teorie economiche, III, p. 152, Einaudi, 1958). L’attuale crisi economica ha, tra l’altro, spezzato il velo feticistico che cela il fondamento sociale di “ultima istanza” del denaro e del suo peculiare mercato di scambio, la cui stratosferica esistenza è resa possibile dalla corrente di plusvalore che il Capitale smunge alla vacca salariata in ogni zolla del pianeta. È su questa corrente che scivola anche la nave della speculazione finanziaria.

Nel denaro l’annichilimento del valore d’uso (a partire dal «Capitale Umano») e l’esaltazione del valore di scambio raggiungono la loro forma più adeguata. Ma il capovolgimento dei bisogni umani non è causato dallo «sterco del Demonio», ma dai rapporti sociali capitalistici che il denaro appunto esprime in questa epoca storica. Vedere nel denaro una mera tecnologia economica è qualcosa che testimonia nel modo più puro la concezione feticistica dell’economia già abbondantemente criticata da Marx.

Scrive Felber: «Il denaro è in fondo solo un mezzo di scambio e non lo scopo dello scambio (il vero scopo dello scambio è la soddisfazione di bisogni) … Mercato non è definito come una legge naturale: è semplicemente un luogo di incontro tra le persone, in cui si praticano rapporti economici» (p. 199). Semplicemente… Dinanzi a cotanta ingenuità, e abissale ignoranza delle cose di cui si parla, si rimane a bocca aperta. Naturalmente per il concetto di mercato e per la sua prassi vale quanto detto a proposito del denaro, e per questo l’«economia umana e solidale, ma anche efficace» di cui parla il Nostro somiglia come una goccia d’acqua al Capitalismo, anzi: è Capitalismo all’ennesima potenza, con tanto di profitto. Ma, dice l’Austriaco, c’è profitto e profitto: «I profitti possono essere nello stesso tempo utili e dannosi secondo il loro utilizzo: accumulazione fine a se stessa o in direzione più utili. I profitti che portano all’aumento del bene comune sono auspicabili» (p. 35). Insomma, dal profitto capitalista al profitto benecomunista: una prospettiva di progresso sociale che mi convince a rinviare il suicidio.

Per Felber i rapporti sociali capitalistici hanno una consistenza talmente naturale, che egli non può immaginare una prassi lavorativa sociale che non abbia bisogno né di capitale, né di merci, né di mercato, né di banche (più o meno «democratiche e non orientate al profitto»: sic!), né di economia nell’accezione che questo concetto ha assunto nelle società divise in classi che si sono succedute fino a oggi. Basta togliere al mercato, al denaro, alla merce, alla finanza, al lavoro salariato ecc. il loro carattere capitalistico, e il gioco è fatto! Non c’è dubbio: basta togliere il carattere capitalistico al… Capitalismo e… voilà!

Cos’è il Capitalismo senza la sua fenomenologia? L’essena (il rapporto sociale capitalistico) non deve forse apparire (sotto forma di capitale, di denaro, di banca, di merce, di mercato, di lavoro salariato, di tecnologia, di scienza) per Essere? Il vecchio Tedesco, acerrimo nemico dei teorici dei «due lati» (come ogni cosa il Capitalismo ha due lati, uno buono e uno cattivo) forse avrebbe detto: fermate la filosofia, voglio scendere!

Se il benecomunismo proposto da Felber fosse la sola “alternativa” realistica al capitalismo «liberista e finanziario», Margaret Thatcher, il cui spirito aleggia nel suo libro come anima nera della società capitalistica, a suo tempo avrebbe avuto ragione da vendere allorché gridò in faccia ai “marxisti” che «Non c’è alternativa!» Al Capitalismo, beninteso. A pagina 145 si legge che «L’economia del bene comune non è un’utopia». Concordo al cento per cento. Si tratta infatti di una ridicola chimera, la quale è infinitamente più lontana dalla realtà di quanto non lo sia la mia schietta utopia, che è almeno radicata “dialetticamente” su una prassi sociale reale, la sola possibile nella società dominata dal capitale.

Nello scritto del ’52 Problemi economici nell’URSS Stalin provò a dimostrare come la persistenza nella «Patria del Socialismo» di tutte le categorie tipiche del Capitalismo (capitale, denaro, merce, mercato, salario, profitto) non fosse, «di per sé», sufficiente a definire l’economia di quel Paese nei termini di un Capitalismo di Stato, peraltro tutto orientato a sostenere una politica fortemente imperialistica, come certi «servi dell’imperialismo americano» si ostinavano a sostenere sulla scorta degli scritti marxiani. Ecco, più che con Marx il pensiero feticistico di Felber ha molto a che fare con la volgare concezione economica staliniana, a sua volta fortemente debitrice del «Socialismo di Stato» di lassalliana memoria.

2. Un pensiero limitato. Scrive Serge Latouche nel suo ultimo breve saggio: «L’umanità oggi si trova in una situazione tragica. Per guadagnarsi la vita, gli uomini e i gruppi, nella maggioranza dei casi, non hanno altra scelta che quella di contribuire, ciascuno per proprio conto, alla “banalità del male”. Trovano lavoro soltanto accettando di diventare ingranaggi della Megamacchina e dunque di partecipare alla dismisura» (S. Latouche, Limite, p. 102, Bollati e Boringhieri, 2012). Le cose stanno proprio così, e le ultime manifestazioni di rabbia e di frustrazione sociale che hanno avuto come protagoniste diverse categorie di lavoratori italiani (minatori e metalmeccanici) la dicono lunga sulla maligna dialettica del Dominio. Uomini che gridano «Viva il carbone!», o «Viva l’alluminio!», oppure che fanno buon viso a cattiva diossina pur di portare a casa un salario. Persone che sono costrette a farsi piacere, per così dire, un lavoro che ne attesta la miseria sociale, un’indigenza che va ben oltre il dato meramente materiale, economico. Si è costretti a lottare per sopravvivere, e sopravvivendo si alimenta sempre di nuovo il Dominio. Spacciare il lavoro salariato per una prassi che conferisce senso e dignità alla vita degli individui, significa fare del cinismo approfittando della loro incoscienza, la quale li espone disarmati anche alle sirene della demagogia e del “populismo”. Ecco perché è così importante puntare i riflettori sui limiti delle lotte puramente economiche, soprattutto quando esse sono sussunte all’ideologia dell’«interesse generale del Paese».

«Ma», continua Latouche, «per sopravvivere, oggi il mondo è anche condannato a reinventare la giustizia … La finitezza del pianeta ci costringe a limitarci sia sul piano ecologico sia sul piano dei conflitti». Che tragica illusione! Affidare la salvezza degli individui e la possibilità che essi entrino finalmente nella dimensione dell’umano a un limite fisico, oggettivo è davvero una manifestazione di incoscienza e di impotenza. Nemmeno le crisi economiche più devastanti rappresentano un limite assoluto per il Capitalismo, che può venirne fuori anche attraverso le guerre mondiali: è già successo, come sappiamo. Approntare limiti politici, istituzionali, ecologici, tecnologici, etici al Capitalismo, come fa anche Latouche, è vano, e non passa giorno senza che la realtà non lo dimostri, in tutto il mondo. Il limite alla società disumana, che tutto sfrutta e inquina (dall’ecosistema ai corpi, dalle idee ai sogni), può darsi solo sul terreno della lotta sociale, come rottura rivoluzionaria dello status quo sociale, come evento catastrofico che pone il fondamento della Salvezza Universale. E non sto facendo della Teologia Politica…

UOMINI COME CARBONE

Le caldaie cinematografiche del Titanic, e il clima celebrativo antifascista di questi giorni, mi hanno suggerito una bizzarra “associazione di idee”: 13,6 milioni di morti. Milione in più, milione in meno quella cifra rappresentò il contributo di sangue militare della Russia al secondo macello mondiale. Su un totale di 26,5 milioni di soldati morti su tutti i fronti e sotto tutte le bandiere degli stati belligeranti. Ai soldati morti sul fronte bisogna aggiungere i “civili” uccisi nelle città e nei villaggi dell’Unione Sovietica, e si arriva alla fatidica e spaventosa cifra di quasi 21 milioni di “anime perse”, su un totale mondiale di circa 55 milioni. Un bel contributo di sangue, non c’è che dire.

Ma le caldaie in pressione della nave destinata al disastro evocano nella mia contorta mente soprattutto le prime fasi della guerra russo-tedesca, con gli assedi di Mosca e Stalingrado. Com’è noto, all’inizio dell’Operazione Barbarossa la superiorità militare della Wehrmacht sull’Armata Russa apparve subito schiacciante. Il keynesismo tedesco aveva prodotto la macchina bellica più potente al mondo, che sarà superata e annichilita solo in un secondo momento dalla creatura bellica generata dal keynesismo made in Usa. A quel punto, alla Russia non rimase che giocare la solita vecchia carta per tamponare la falla in attesa di tempi migliori: usare il proprio enorme e freddo corpo, che già aveva divorato l’esercito di Napoleone, e il corpo dei suoi sudditi. Milioni di proletari e di contadini letteralmente scagliati contro le truppe motorizzate tedesche, confidando nel limite dei loro proiettili e del loro carburante. Sofisticati e potenti panzer contro una muraglia di corpi umani: la fanteria sovietica, coadiuvata da pochi T-34. Per alzare il morale della popolazione russa Stalin fece fucilare non pochi «seminatori di panico».

Milioni di uomini gettati come carbone nella fornace della caldaia bellica. «Fate presto con quel carbone!» Sotto una certa pressione, infatti, la macchina si arresta. «Più carbone, perdio, la pressione scende!»*.

«Ma bisognava pure difendere la Patria Socialista dal nemico!» Tre menzogne in una frase. Patria: è lo spazio geosociale nel cui seno le classi dominanti esercitano legittimamente il loro potere sistemico (economico, politico, ideologico, psicologico). Il concetto di Popolo, associato a quello di Patria, è ideologico perché cela la realtà della società classista, e solo ai tempi dell’ascesa rivoluzionaria della borghesia esso ebbe un significato storicamente progressivo. Socialista: un Capitalismo di Stato a fortissima vocazione imperialista spacciato per Socialismo! Ancora ne piangiamo le conseguenze. Nemico: se Hitler non avesse voluto rischiare il grande azzardo del dominio totale ed esclusivo del Vecchio Continente, il «patto di non aggressione» del ’39 avrebbe dato i suoi frutti, con grande soddisfazione per la «Patria Socialista». Probabilmente a Ovest di Varsavia gli uomini avrebbero portato i baffetti alla Adolf, e a Est della capitale – o ex capitale –polacca i baffoni alla Joseph. Di là tutti «camerati», dall’altra parte tutti «compagni». Probabilmente. Detto di passata, e al netto delle mode maschili in fatto di peluria, a Est di Berlino i frutti dello stalinismo maturarono subito, per il disappunto dei resti bruciacchiati dell’ex führer del «Reich Millenario».

Ai tempi di Brest-Litovsk Lenin, per la disperazione dei suoi compagni, non si fece certo commuovere dai richiami patriottici, e perorò come un «dannato disfattista» la causa dell’uscita dalla guerra imperialista, anche a costo di cedere milioni di metri quadrati di sacro suolo patrio alla Germania. Perdere spazio per conquistare tempo alla rivoluzione, in Russia e in Europa: fu la strategia di Lenin, il rivoluzionario. Affogare nel sangue russo le armate tedesche per non perdere un solo millimetro di terreno della «Santa madre Russia»: fu la strategia di Stalin, il controrivoluzionario. (Naturalmente faccio riferimento allo stalinismo come espressione di una tendenza storica oggettiva, non certo in quanto espressione di una volontà attribuibile a una singola persona).

«Ma allora, la Russia si sarebbe dovuta arrendere all’invasore?» Non ho detto questo. Che le classi dominanti, di qualsiasi Paese, usino le persone come materia prima industriale e bellica, è un fatto che non ha bisogno della mia opinione, né, tanto meno, della mia approvazione. Chi scrive è disfattista, in pace come in guerra.

Uomini come carbone. La fornace, la caldaia, la pressione. La macchina, l’elica, la nave. Tuona il cannone!

* Mutatis mutandis, è un po’ quello che accadde a Verdun nel 1916, quando lo Stato Maggiore francese si pose il problema di come evitare l’incombente sfondamento dell’esercito tedesco con relativa perdita di quel luogo simbolico. «Non si devono usare gli uomini contro i mezzi», dichiarò allora il generale Philippe Pétain, spedito in tutta fretta a Verdun per mutare il corso degli eventi sfavorevole alla Francia. Invece accadde esattamente il contrario, e da ambo i lati delle trincee i soldati furono usati come «carne da cannone», secondo la locuzione diventata celebre proprio allora. «Questa è una guerra di sterminio», confessò il capitano di fanteria Charles De Gaulle. La Grande Guerra si configurò fin da subito come un processo industriale, condotto secondo i metodi tayloristici allora in voga, che produceva morti, feriti e sofferenze d’ogni genere. Con gli uomini-carbone chiamati a mantenere alta la pressione della mostruosa caldaia.