LA SPERANZA BEN FONDATA DEL PUNTO DI VISTA UMANO

Ecce Homo!

Essere radicale vuol dire cogliere le cose alla radice. Ma la radice, per l’uomo, è l’uomo stesso (K. Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel).

Una lettrice del mio post sull’ideologia decrescista mi ha lasciato questo commento: «Il Capitalismo ha fallito di brutto, e il comunismo peggio che andar di notte… Ora che facciamo?! Mettiamo al centro l’essere umano e ripartiamo da lì…». Penso che la risposta che le ho dato su Facebook sia di qualche interesse generale, e solo per questo la “socializzo” anche su questo Blog.

Carissima, il metodo maieutico ha colpito ancora! Ho lasciato volutamente celata nel concetto di Utopia la risposta alla tua feconda obiezione. Maurizio l’ha resa esplicita, con l’usuale franchezza di chi ama sorprendere la verità alle spalle, e trae godimento nella dolorosa, quanto necessaria, opera consistente nel bucare i palloncini riempiti di luoghi comuni, soprattutto in guisa progressista. Se sei masochista abbastanza, puoi leggere il mio studio sulla sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre, nel quale mi sforzo di dimostrare (apprezza almeno l’audacia del piccolo Davide, peraltro non assistito da nessun Dio!) come l’esperienza rivoluzionaria in Russia si concluse con una sua radicale sconfitta già agli inizi degli anni Venti, allorché fu chiaro (e ad alcuni comunisti europei apparve evidente già allora) che la prospettiva rivoluzionaria nei Paesi occidentali (Germania, Francia e Italia, in primis) si chiudeva tragicamente, e che non si sarebbe riaperta nel breve periodo.

Infatti, solo il successo in quei Paesi capitalisticamente avanzati avrebbe fatto uscire l’Ottobre dall’isolamento sociale (la pressione oggettivamente borghese dell’enorme campagna russa) e internazionale (la Santa Alleanza imperialistica guidata dall’Inghilterra). La Russia come «anello debole della catena capitalistica», e la Rivoluzione russa come detonatore della rivoluzione internazionale, sostanziarono la strategia leniniana. Lo stalinismo rappresentò, per un verso la sconfitta della valenza proletaria (nell’accezione storica e politica del concetto, non in quella meramente sociologica) della Rivoluzione d’Ottobre, e per altro verso la peculiare via alla modernizzazione capitalistica in Russia e la ripresa dello storico ruolo imperialistico del Paese nel nuovo contesto geopolitico realizzato dalla prima guerra mondiale. La tesi del fallimento del socialismo, o del comunismo, più o meno «reali», non trova dunque alcun fondamento storico-sociale, e il suo successo riposa soprattutto sulla maligna esistenza dei figli e dei nipoti di Stalin – e poi di Mao, Castro, Che Guevara… –, i quali si sono prodigati fino all’altro ieri a diffondere la stratosferica bufala del «socialismo reale».

Di qui il mio invincibile disprezzo per i “comunisti”, che hanno reso alle classi dominanti di tutto il pianeta un impagabile servizio: fare apparire il «Comunismo» nei panni di una ben miserevole alternativa al Capitalismo, secondo gli auspici di Churchill: «Il Capitalismo farà pure schifo, ma niente al confronto del Comunismo». Come dargli torto! Salvo che per un insignificante punto: il «Comunismo», in Russia, in Cina e altrove nel vasto mondo, non ha mai messo, non dico il piede, ma nemmeno l’ombra del più microscopico dei miei capelli. E ho detto tutto! Solo se si conquista questo punto di vista appare chiaro come la possibilità della Comunità Umana sia ancora intonsa, e anzi oggettivamente sempre più radicata in quell’attualità del dominio che la nega con sempre più forza. È quella che chiamo tragedia dei nostri tempi. Ti ringrazio per l’attenzione, mi scuso per la lunghezza della “risposta” e ti saluto.

STATALISTI, NON COMUNISTI!

«Una parte della borghesia cerca di portar rimedio ai mali sociali, per mettere in sicurezza l’esistenza della società borghese» (Marx-Engels, Il Manifesto del Partito Comunista).

L’articolo di Sergio Cesarotto (Liberisti, non riformisti) comparso oggi sul Manifesto è davvero sfizioso, soprattutto perché offre un’ennesima testimonianza di cosa è stato, e di cos’è nella sua fase residuale e, speriamo, finale, il cosiddetto «comunismo italiano».

Cesarotto prende le distanze dalla «destra liberista del PD», la quale cerca di impadronirsi del partito di Bersani sulla scia del «governo di responsabilità nazionale» di Monti, e rampogna severamente coloro che in quel partito hanno l’impudenza di scomodare il termine «riformista» per alludere a politiche che nulla avrebbero a che fare con quella parola «gloriosa del movimento operaio internazionale», «marxismo» compreso. Personaggi alla Ichino, al centro della polemica che si è accesa nel PD intorno alla sua natura politica (trattasi di partito «riformista»? o «liberista?» ovvero «liberalsocialista?»), sono, secondo il Nostro, «liberisti, non riformisti».

Un onesto Riformista, senza se e senza ma.

Il riformismo dei bei tempi, scrive Cesarotto, era un programma di governo basato su «riforme di struttura», mentre la «destra liberista» che ama presentarsi come «riformista» ha come suo obiettivo specifico il superamento dello Stato Sociale e la distruzione dell’architettura dei diritti conquistati dai lavoratori nei decenni che ci stanno alle spalle. Ichino, a ragione, obietterebbe che quest’ultimo programma configura delle «riforme di struttura».

«Qui giace Palmiro Togliatti, impiegato modello di rivoluzioni parastatali» (Indro Montanelli).

In effetti, le mitiche «riforme di struttura» vaneggiate prima dall’ala «riformista» della socialdemocrazia alla fine del XIX secolo, e poi dai cosiddetti «comunisti» fedeli a Mosca nel secondo dopoguerra, avrebbero dovuto trasformare «dall’interno» e pacificamente il capitalismo, fino a farlo capovolgere in socialismo: oplà! Se consideriamo che tanto i socialisti quanto gli stalinisti concepivano il «Socialismo» nei termini di un capitalismo di Stato più o meno «ortodosso», si comprende bene la qualità politica e sociale di quelle «riforme». Sotto quest’aspetto, ad esempio, si può senz’altro dire che Mussolini, incalzato dalla crisi del ’29, attuò non poche «riforme di struttura», e che il suo programma «anticapitalistico» di Salò va preso molto sul serio proprio alla luce del suo retaggio socialista e dell’esperienza della Russia di Stalin che egli non smise mai di lodare. «Fare come in Russia!» aveva avuto un preciso significato nel 1917, quando anche in Italia si stava formando un nucleo di veri comunisti, e il significato diametralmente opposto nel 1943, ai tempi della Repubblica Sociale Italiana e dello Stalinismo Internazionale.  Ma questo i «comunisti» che pregavano col viso rivolto verso Mosca (e poi anche verso Pechino) non potevano certo capirlo. È in questo «equivoco teorico» che bisogna inquadrare l’articolo di Cesarotto.

D’altra parte, ricordo benissimo che Il Manifesto stigmatizzò la scelta di Fini di dar vita ad Alleanza Nazionale, perché in fin dei conti il vecchio MSI conservava «un’anima sociale» che mal si conciliava con lo spirito liberista del Gran Puttaniere di Arcore. Dopo il Partito che fu di Berlinguer, anche il Partito che fu di Almirante si era convertito alla nuova religione «neoliberista»: che tempi! Con ciò il cosiddetto «Quotidiano Comunista» mostrava il suo stretto legame con la «gloriosa» tradizione del «movimento comunista italiano», da Togliatti a Berlinguer.

Il Manifesto preferito dal Nostromo.

Il riformismo, di «sinistra» o di «destra», è, al contempo, una prassi sociale e un’ideologia, con la quale la classe dominante esercita il suo controllo sulle classi subalterne. In Italia c’è stata poca prassi riformista, e molta ideologia riformista, e questo soprattutto a causa della struttura sociale del Paese (pensiamo solo alla secolare «questione meridionale», con le sue “ricadute” sociali e politiche di ampio spettro). Oggi le «riforme di struttura» segnano la differenza tra la ripresa e l’ulteriore decadenza del capitalismo italiano. Gli italici riformisti fanno dunque bene a tifare per Giavazzi, Ichino, Monti e Marchionne. Per quanto riguarda quelli del Manifesto, essi sono «statalisti, non comunisti».