A VOLTE RITORNANO! GLI STATALISTI RIALZANO LA TESTA

Il crollo del ponte Morandi a Genova ha avuto come primo esito politico “rivoluzionario” quello di ridare fiato allo statalismo in salsa italica, non importa se declinato “da destra” o “da sinistra”. Come sanno i pochissimi lettori che hanno la bontà di leggere i miei post, personalmente non faccio alcuna sostanziale distinzione fra i diversi tipi di sovranismo, statalismo e populismo. Sotto questo aspetto do ragione ai grillini quando sostengono che ormai la distinzione destra-sinistra non ha alcun senso; diciamo piuttosto che io do alla tesi una più radicale connotazione politico-dottrinaria: “destra” e “sinistra” sono le due facce della stessa medaglia. La medaglia chiamata difesa dello status quo sociale. E questo imperativo categorico si è fatto immediatamente sentire appena la tragedia del 14 agosto si è consumata, come un impulso istintivo e irresistibile che ha animato tutti i servi di questo escrementizio sistema sociale: politici, giornalisti, intellettuali, rappresentanti di Dio su questa martoriata Terra, ecc. Il crollo del Ponte Morandi come metafora sociale non poteva che imporsi alla coscienza di quei servi: come far fronte all’arrabbiatura – diciamo così – della gente? La battuta statalista ai più è dunque apparsa come quella più adeguata alla situazione: «Lo Stato saprà colpire i responsabili, risarcire i danneggiati e prevenire future disgrazie, abbiate fiducia». Crollato il ponte, si trattava di mettere in sicurezza l’ordine sociale.

Persino La Repubblica si è sentita obbligata a scrivere quanto segue: «Lo Stato ritrovi il suo ruolo. La tragedia di Genova è un frutto avvelenato delle privatizzazioni». Bisogna tuttavia precisare che le privatizzazioni “all’italiana” progettate a partire dal ‘92-93, ossia in piena crisi finanziaria, e implementate successivamente dai governi di centro-sinistra, furono a loro volta il «frutto avvelenato» dello statalismo, il quale ebbe certamente nell’IRI, non a caso una creazione fascistissima, il suo volto più riconoscibile.

Per la verità è stata la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, a porre per prima all’attenzione dell’opinione pubblica di questo Paese il problema della nazionalizzazione di tutta la rete autostradale italiana (tanto per cominciare): «perché è intollerabile che ci siano dei privati che si stiano arricchendo a dismisura su autostrade costruite con soldi pubblici senza reinvestire quanto dovrebbero nell’ammodernamento della rete autostradale». Il pensiero comune non può che convenire con l’indignata dichiarazione della Meloni, ripresa entusiasticamente qualche secondo dopo dal pentastellato Alessandro Di Battista, preziosa riserva della “Terza Repubblica” in caso di elezioni anticipate o di morte politica dell’attuale capo del Movimento. «I morti», ha scritto Di Battista in un post su Facebook,  «vanno “onorati” con scelte rivoluzionarie da parte di chi ha l’onore di poterle prendere. Questo è un momento drammatico dove chi parla di cambiamento ha solo una cosa da fare: far tornare nelle mani dello Stato la gestione delle autostrade. Solo da noi i “capitalisti” agiscono in sostanziale monopolio». È ovvio che i tifosi dello statalismo preferiscano di gran lunga il «sostanziale monopolio» del Leviatano, chiamato a controllare tutto e tutti, magari con adeguate piattaforme tecnologiche “intelligenti” in grado di rendere possibile la post democrazia nella quale «uno vale uno» e il Leviatano valere un po’ di più. Così com’è ovvio che un anticapitalista non faccia alcuna distinzione tra Capitalismo “privato” e Capitalismo “pubblico”, e che veda nel Leviatano il cane da guardia dei vigenti rapporti sociali di dominio e sfruttamento.

Nell’immediatezza della tragedia la Meloni ha partorito il minimo sindacale di demagogia e di “populismo” per conto di una scheggia residuale del Movimento Sociale Italiano, un soggetto politico della “Prima Repubblica” molto vicino alle concezioni stataliste di quella “sinistra fascista” che durante il Ventennio fu messa ai margini dal Duce, salvo poi ritornare in auge ai tempi della Repubblica Sociale, quando un già cadaverico Mussolini progettò, in un ultimo disperato gesto di demagogia e di disprezzo nei confronti di una borghesia saltata in men che non si dica sul carro dei nuovi vincitori, di nazionalizzare l’intera economia italiana.

Ieri un deputato di Liberi e uguali (Giovanni Paglia) dichiarava ai microfoni di Radio Radicale che i «beni comuni», come la rete autostradale, l’infrastruttura delle telecomunicazioni, l’infrastruttura finanziaria, la compagnia aerea e tutti i “monopoli naturali”, devono quanto prima ritornare in mano pubblica, con la formazione di organismi statali che vedano la partecipazione dei rappresentanti delle imprese, dei lavoratori e degli utenti. Il corporativismo fascista ha davvero lasciato il segno, a “destra” come a “sinistra” (1). La dichiarazione del sinistro deputato è suonata alle mie settarie orecchie come una ributtante apologia dello Stato (capitalistico) concepito come il solo in grado di difendere gli interessi dei più deboli dalle pretese dei più forti, i quali il più delle volte sono ispirati (ma guarda un po’!) «dall’immorale logica del profitto»: pura demagogia d’accatto! Beninteso, è il sinistro deputato, non chi scrive, a essere in perfetta sintonia con il pensiero comune. Ahimè!

Per capire come mai l’ideologia statalista continui a fare così tanti proseliti nel nostro Paese, bisogna riandare col pensiero all’esperienza fascista e post fascista (2) e non dimenticare che l’Italia ha avuto il più grande partito stalinista (ho detto stalinista, e quindi statalista, non comunista) dell’Occidente. Nella testa dei “comunisti” il Capitalismo di Stato assumeva la fantasmagorica apparenza di un reale “socialismo”, e non a caso i loro nipotini fanno il tifo per quei regimi che, come quello venezuelano, aspirano a statalizzare l’intera economia. Certo, con risultati discutibili, diciamo… Ah, dimenticavo: ieri come oggi sono naturalmente gli Stati Uniti e i loro fidi alleati a mettere ostacoli d’ogni genere all’altrimenti inarrestabile ascesa del Socialismo. «Ma noi tireremo dritto!» Io no; da certe compagnie vorrei tenermi distante, molto distante.

Statalismo e reddito di cittadinanza: i pentastellati hanno davvero la possibilità di crearsi un vasto serbatoio elettorale a cui attingere; bisogna vedere se le “compatibilità economiche” renderanno fattibile il loro ambizioso progetto politico. Perché, com’è noto, nessun pasto è gratuito (3), come sa soprattutto la base elettorale della Lega, da sempre nemica dell’oppressivo sistema fiscale dello Stato italiano. È infatti con la fiscalità generale che i pentastellati intendono finanziare il loro auspicato regime “diversamente democratico” ispirato al Rousseau rivisitato, diciamo così, dai Casaleggio. Senza parlare dei circa 400 miliardi di titoli che ogni anno lo Stato emette per rinnovare le quote di debito in scadenza e per finanziare il fabbisogno annuo. Il sentiero è stretto, come s’usa dire in questi casi. Il riscaldamento dello spread segnala che i famosi “mercati” guardano con crescente apprensione la politica economica del governo penta-leghista, perché essi non sanno quanta parte delle promesse elettorali (passate e future) di Salvini e Di Maio si tradurranno in spese improduttive, e quindi in un indebolimento finanziario del Sistema Italia (4). Per non farsi cogliere di sorpresa e preparare alibi e capri espiatori alla bisogna, i due leader denunciano tutti i giorni la «guerra dello spread» che si annuncia per l’autunno: «I poteri forti ci temono e ci combattono, ma noi non molleremo!». Noi tireremo dritto! soleva dire il Duce. Intanto molti sinistri, più o meno “estremi” e “radicali”, guardano con estrema simpatia alla svolta statalista del governo “del cambiamento”, confermando la tesi secondo la quale gli opposti politici che si muovono sullo stesso terreno di classe (la difesa del Capitalismo) molto spesso si toccano. E non c’è dubbio che proprio lo statalismo rappresenti il luogo concettuale e politico dove con più frequenza sinistri e destri si danno convegno. Un’autentica attrazione fatale, né più, né meno.

(1) Scriveva P. Sullo sul Manifesto del 31 dicembre ’94, a commento delle Tesi Congressuali di Alleanza Nazionale, la formazione politica che nacque sulle ceneri dell’MSI: «Le frontiere della modernità sono, nelle Tesi, perfettamente condivise. Come la necessità assoluta di flessibilizzare il lavoro, con ciò buttando a mare quel tanto di dignitoso – il mestiere che si tramandava da padre in figlio, ecc. – che pure nel corporativismo c’era». Il noto “quotidiano comunista” allora stigmatizzò la scelta di Fini di dar vita ad Alleanza Nazionale perché in fin dei conti il vecchio MSI conservava quantomeno «un’anima sociale» che mal si conciliava con lo spirito liberista del Gran Puttaniere di Arcore, in arte Silvio Berlusconi, l’astro politico in ascesa dopo la fine della “Prima Repubblica”.
(2) Scrive il sinistrorso Angelo Baracca: «Per fare un esempio, il fascismo in Italia non è stata una parentesi, ha avuto complesse radici economiche e sociali, e ha lasciato un segno indelebile, ci ha lasciato comunque un’eredità che pesa ancora. […] Sperando di non venire frainteso, direi che il fascismo ha cambiato l’Italia nel male e nel bene. Non è necessario che mi dilunghi sul male. Ma il fascismo anticipò quell’intervento dello Sato nell’economia che sarebbe poi diventato una caratteristica generale dello Sato moderno: per fare solo un esempio, l’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale) fu istituito nel 1933 per salvare le prime 3 banche italiane, due mesi dopo Roosevelt copiò l’idea, poi giocò un ruolo fondamentale nella ricostruzione postbellica, ed è stato sciolto solo nel 2002. Il fascismo creò il CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche). In ogni caso, non ci siamo mai veramente “liberati” dal fascismo, basti pensare che la burocrazia italiana è rimasta quella e ha continuato (e continua) a condizionare pesantemente il nostro Paese» (Pressenza).
«Si coglie la essenziale continuità di tutto l’ordinamento giuridico italiano e dell’apparato statuale dal periodo fascista a quello repubblicano, per cui la Costituzione si è sovrapposta a quell’ordinamento come un cappello nuovo su un vecchio abito» (U. Rescigno, Costituzione italiana e Stato borghese, Savelli, 1977).
(3) Alla leader destrorsa di Fratelli d’Italia piace assai il modello tedesco di gestione della rete autostradale che non prevede il pagamento del pedaggio. La Meloni dimentica di precisare che ciò non significa affatto che il servizio in questione sia gratuito, ma che esso è pagato non dagli utenti delle autostrade ma da tutti i cittadini, compresi quelli che non ne fanno uso, attraverso la fiscalità generale.
(4) I famigerati “mercati” non solo non temono i lavori pubblici, ma anzi li auspicano caldamente, perché essi possono trainare l’intera economia. Essi temono piuttosto la spesa pubblica improduttiva, ed è per questo che desidererebbero mettere insieme investimenti statali per i lavoro pubblici e una “seria” spending review, intesa appunto a cancellare, o quantomeno ridurre, la spessa statale improduttiva, ossia quella che azzoppa la produttività sistemica del capitalismo italiano, “pubblico” o “privato”.

QUALCHE RIFLESSIONE SULLO STATALISMO. ASPETTANDO IL 25 APRILE…

idraAlberto Mingardi scopre una «sorprendente continuità» fra la Repubblica nata dalla resistenza e il regime fascista. Questa continuità, che secondo Mingardi trova un puntuale riscontro nella Costituzione repubblicana, è a dir poco imbarazzante (beninteso per gli adoratori della «Costituzione più bella del mondo», non per il sottoscritto) soprattutto per quanto riguarda la sfera economica. «Nel 1956, l’Italia postfascista si dota del Ministero delle Partecipazioni statali, che si dà il compito di coordinare i tentacoli della piovra. […] Il sistema delle “partecipazioni statali”, anche se allora non si chiamava così, era perfettamente coerente con l’ideologia e la prassi dell’Italia fascista. “Niente oltre lo Stato, al di sopra dello Stato, contro lo Stato. Tutto allo Stato, per lo Stato, nello Stato”» (p. 298). Questa tesi non può certo sorprendere, e tanto meno indignare, uno che, come chi scrive, sostiene da sempre che la Repubblica nata dalla Resistenza si è data come la continuazione del Fascismo con altri mezzi, in un contesto nazionale e internazionale mutato dalla Seconda carneficina mondiale.

Mingardi individua appunto nello statalismo non solo il filo nero che lega intimamente Fascismo e Repubblica, ma anche il vizio d’origine che ha minato tanto la democrazia italiana, ben presto degenerata in un regime burocratico e partitocratico, quanto la struttura economica del Paese, diventata assai rapidamente obsoleta, vittima di un aggressivo parassitismo sociale e infiacchita da un debito pubblico sempre più elefantiaco. «Se lo Stato non ha limiti, se nelle cultura di un paese non c’è un’idea radicata e diffusa di che cosa la politica non può fare, essa tenderà a fare tutto. Per lo Stato, cercare di fare più cose è coerente sia con gli interessi della burocrazia che con quelli della politica. Moltiplicando le attività dello Stato, la burocrazia acquisisce potere. La sua parola diventa l’ultima in un numero sempre più vasto di frangenti. Ma, parimenti, moltiplicando le attività dello Stato, la classe politica sa che una quota crescente della popolazione ne dipenderà. Queste persone votano» (A. Mingardi, L’intelligenza del denaro, p. 303, Marsilio, 2013).

La mitica – e famigerata – spending review, che dovrebbe snellire, razionalizzare e moralizzare il settore della Pubblica Amministrazione («forse il più tipico luogo del lavoro improduttivo, almeno nell’ottica classica», secondo Luca Ricolfi*), deve fare i conti con questa realtà: «Queste persone votano». Soprattutto nel Mezzogiorno…

Per dirla sempre con Ricolfi, «Più acquisti, più stipendi pubblici, più pensioni, più sussidi, più rendite finanziarie, (titoli di Stato): in breve, più parassitismo. Questo meccanismo ha permesso agli italiani di vivere per vent’anni [1972-1992] al di sopra dei propri mezzi». Lo giuro, non è il mio caso! Ma la critica liberista di Ricolfi è di ampio respiro, e coinvolge la stessa genesi dello Stato unitario italiano: «La borghesia italiana non è mai stata liberale, né ha mai cercato sul serio di ridurre il ruolo della politica. Ha semmai sempre cercato di usare la politica, per ottenere favori, esenzioni, posizioni di rendita, informazioni riservate, commesse, sussidi. I ceti produttivi del Nord non sono nemmeno riusciti a strappare un federalismo degno di questo nome» (Intervista rilasciata a Linkiesta del 15 settembre 2011). In effetti, l’intima compenetrazione fra capitale privato e capitale pubblico ha caratterizzato lo sviluppo capitalistico dell’Italia postrisorgimentale, e se nel primo periodo dell’accumulazione tale modello si impose come necessario, dal momento che il Paese si trovava a competere con sistemi capitalistici ben più forti e strutturati, e conseguì rilevanti successi, alla fine esso mostrò tutti i suoi limiti e tutte le sue contraddizioni.

L’esigenza di fare dell’Italia una Potenza almeno di media grandezza (che diamine, un posto al sole anche per la «nazione proletaria»!), la Prima guerra mondiale e la crisi degli anni Trenta misero da parte i pur timidi tentativi governativi tesi a rendere più “liberale” il Capitalismo italiano, e piuttosto «crearono tutte le premesse economiche e politiche della fase più recente di sviluppo dell’economia italiana, contrassegnata dal prevalere di una forma organica di capitalismo monopolistico di Stato» (P. Grifone, Il capitale finanziario in Italia, p. 31, Einaudi, 1971).

Di qui, e mi si permetta di sintetizzare per ovvi motivi molti passaggi logici e storici, per un verso la necessità di promuovere quelle «riforme strutturali», economiche e istituzionali, in grado di svecchiare e dinamizzare l’anchilosato sistema capitalistico italiano, e per altro verso l’esistenza di forti e radicate rendite di posizione che conferiscono a questa improcrastinabile (e tuttavia rimandata sempre di nuovo, di anno in anno) azione “riformista” un carattere altamente problematico, al limite della mission impossible. Decennio dopo decennio, i “decisionisti” e i “rottamatori” di turno hanno dovuto arrendersi dinanzi alla pervicace resistenza dei «poteri forti», e subire un triste destino da rottamati. Sotto questo aspetto, la vicenda di Bettino Craxi è davvero esemplare, come in parte lo è, mutatis mutandis, anche quella di Berlusconi, che nel ’93 sostenne di «scendere in campo»  per avviare quella «rivoluzione liberale» che altri Paesi (come l’Inghilterra della Thatcher e gli Stati Uniti di Reagan) avevano già alle spalle, salvo sprofondare nella solita «palude conservatrice», e di Bossi, la cui «rivoluzione federalista» fu ben presto depotenziata e derubricata a riformetta istituzionale inconcludente.

destra-sinistra-bohDiversi miei interlocutori «di sinistra» non capiscono perché un «devoto a Marx» debba avercela così tanto con il Capitalismo di Stato, senza contare «la tua posizione fin troppo morbida a proposito del craxismo, del leghismo e del berlusconismo». Ribadito che la “devozione” a Marx che si legge sul profilo del mio blog è un’ironica battuta di un’amica, chiarisco ciò che dovrebbe apparire abbastanza ovvio sulla scorta dei miei modesti scritti: non faccio alcuna distinzione di principio tra capitale pubblico e capitale privato, che sono due modi diversi di esistere della stessa escrementizia sostanza storico-sociale. Sovente attacco lo statalismo non perché faccio il tifo per il «liberismo-selvaggio», magari inseguendo la ridicola illusione del «tanto peggio, tanto meglio» (per me il tanto peggio è sempre, ogni giorno che il Capitale manda in terra), e tanto meno per scimmiottare ridicolmente le battaglie “liberoscambiste” del giovane Marx; lo faccio perché 1. molte volte lo statalismo è stato presentato sotto le menzognere vesti del “comunismo”, o comunque di un modello meno disprezzabile che non il modello liberista, e 2. per mettere in luce ciò che accomuna fascismo e stalinismo, ossia la fede nel Moloch-Stato (capitalistico).

Quanto al mio atteggiamento nei confronti del craxismo, del leghismo e del berlusconismo (ma anche del grillismo e del renzismo), esso può apparire morbido e financo ambiguo solo agli occhi di chi ama scegliersi di volta in volta il male assoluto contro cui combattere. Per me il male assoluto è il regime sociale capitalistico in quanto tale, è il Capitale tout court, a prescindere dalla forza politica che al momento amministra la baracca. Chiamo Miserabilandia l’Italia che si divide in fazioni e tifoserie politico-ideologiche, del genere: berlusconiani e antiberlusconiani, leghisti e antileghisti, renziani e antirenziani, grillini e antigrillini, e via discorrendo. Tutte le fazioni e le tifoserie si agitano scompostamente e ridicolmente sullo stesso melmoso (che eufemismo!) terreno.

Per me si tratta piuttosto di capire le ragioni profonde (economiche, politiche, culturali, psicologiche), d’ordine interno e internazionale, che danno corpo ai fenomeni politico-sociali, ed è per questo che a suo tempo nel caso della Lega non mi sono concentrato sui suoi aspetti folcloristici e ideologici, che portarono fior di politologi e sociologi a pronosticarne la fine nell’arco di pochi anni (vedi anche il loro giudizio su Berlusconi), ma piuttosto sulle sue cause strutturali: l’ineguale sviluppo capitalistico in Italia. Una contraddizione sociale (alludo ovviamente al gap Nord-Sud) che a un certo punto produsse conseguenze politiche. E siamo al referendum secessionista dei Serenissimi di questi giorni…

* L. Ricolfi, Il sacco del Nord, Guerini e Associati, 2012. Come dimostrano i passi che seguono, il libro di Ricolfi è molto interessante: «La distinzione fra settore produttivo e settore improduttivo è al centro del pensiero degli economisti classici, e segnatamente di Adam Smith. La distinzione fra produttori e non produttori è l’idea portante dello schema con cui ho provato a guardare l’Italia. Sulla base di essa è stato possibile distinguere fra redditi primari e redditi derivati, fra ciò che un territorio produce e ciò che un territorio riceve» (p. 26). «Dopo gli economisti classici, la distinzione produttivo-improduttivo ha perso la sua centralità nel discorso degli economisti. […] Ma il colpo di grazia alla dicotomia classica viene dalla nascita, negli anni Quaranta, della moderna contabilità nazionale di tipo occidentale, in cui il settore della Pubblica Amministrazione, forse il più tipico luogo del lavoro improduttivo, almeno nell’ottica classica, viene trattato esattamente come tutti gli altri settori nonostante non ne possegga le caratteristiche essenziali » (38-39). «In Marx i produttori sono, in buona sostanza, solo i lavoratori manuali e i tecnici che generano plusvalore per un capitalista, dove per plusvalore Marx non intende semplicemente un profitto, ma un profitto che si realizza attraverso la produzione di merci, ossia di qualcosa che “incorpora” valore-lavoro generato dai produttori e nello stesso tempo si separa anche materialmente da essi, ovvero sta loro di fronte come una realtà estranea che li domina (feticismo delle merci). Ciò conduce a considerare improduttivi non solo i dipendenti pubblici e i prestatori di sevizi privati (servizi domestici), ma anche l’intera sfera della circolazione (commercio, credito), dove sia i capitalisti sia i lavoratori da essi impiegati sono “improduttivi” in quanto non creano valore oggettivato in merci, ma si limitano ad appropriarsi di parte del plusvalore in esse incorporato» (38). «Una soluzione chiaramente inappropriata per un’economia moderna» (43). Forse sarà bene ritornare su Ricolfi.

STATALISTI, NON COMUNISTI!

«Una parte della borghesia cerca di portar rimedio ai mali sociali, per mettere in sicurezza l’esistenza della società borghese» (Marx-Engels, Il Manifesto del Partito Comunista).

L’articolo di Sergio Cesarotto (Liberisti, non riformisti) comparso oggi sul Manifesto è davvero sfizioso, soprattutto perché offre un’ennesima testimonianza di cosa è stato, e di cos’è nella sua fase residuale e, speriamo, finale, il cosiddetto «comunismo italiano».

Cesarotto prende le distanze dalla «destra liberista del PD», la quale cerca di impadronirsi del partito di Bersani sulla scia del «governo di responsabilità nazionale» di Monti, e rampogna severamente coloro che in quel partito hanno l’impudenza di scomodare il termine «riformista» per alludere a politiche che nulla avrebbero a che fare con quella parola «gloriosa del movimento operaio internazionale», «marxismo» compreso. Personaggi alla Ichino, al centro della polemica che si è accesa nel PD intorno alla sua natura politica (trattasi di partito «riformista»? o «liberista?» ovvero «liberalsocialista?»), sono, secondo il Nostro, «liberisti, non riformisti».

Un onesto Riformista, senza se e senza ma.

Il riformismo dei bei tempi, scrive Cesarotto, era un programma di governo basato su «riforme di struttura», mentre la «destra liberista» che ama presentarsi come «riformista» ha come suo obiettivo specifico il superamento dello Stato Sociale e la distruzione dell’architettura dei diritti conquistati dai lavoratori nei decenni che ci stanno alle spalle. Ichino, a ragione, obietterebbe che quest’ultimo programma configura delle «riforme di struttura».

«Qui giace Palmiro Togliatti, impiegato modello di rivoluzioni parastatali» (Indro Montanelli).

In effetti, le mitiche «riforme di struttura» vaneggiate prima dall’ala «riformista» della socialdemocrazia alla fine del XIX secolo, e poi dai cosiddetti «comunisti» fedeli a Mosca nel secondo dopoguerra, avrebbero dovuto trasformare «dall’interno» e pacificamente il capitalismo, fino a farlo capovolgere in socialismo: oplà! Se consideriamo che tanto i socialisti quanto gli stalinisti concepivano il «Socialismo» nei termini di un capitalismo di Stato più o meno «ortodosso», si comprende bene la qualità politica e sociale di quelle «riforme». Sotto quest’aspetto, ad esempio, si può senz’altro dire che Mussolini, incalzato dalla crisi del ’29, attuò non poche «riforme di struttura», e che il suo programma «anticapitalistico» di Salò va preso molto sul serio proprio alla luce del suo retaggio socialista e dell’esperienza della Russia di Stalin che egli non smise mai di lodare. «Fare come in Russia!» aveva avuto un preciso significato nel 1917, quando anche in Italia si stava formando un nucleo di veri comunisti, e il significato diametralmente opposto nel 1943, ai tempi della Repubblica Sociale Italiana e dello Stalinismo Internazionale.  Ma questo i «comunisti» che pregavano col viso rivolto verso Mosca (e poi anche verso Pechino) non potevano certo capirlo. È in questo «equivoco teorico» che bisogna inquadrare l’articolo di Cesarotto.

D’altra parte, ricordo benissimo che Il Manifesto stigmatizzò la scelta di Fini di dar vita ad Alleanza Nazionale, perché in fin dei conti il vecchio MSI conservava «un’anima sociale» che mal si conciliava con lo spirito liberista del Gran Puttaniere di Arcore. Dopo il Partito che fu di Berlinguer, anche il Partito che fu di Almirante si era convertito alla nuova religione «neoliberista»: che tempi! Con ciò il cosiddetto «Quotidiano Comunista» mostrava il suo stretto legame con la «gloriosa» tradizione del «movimento comunista italiano», da Togliatti a Berlinguer.

Il Manifesto preferito dal Nostromo.

Il riformismo, di «sinistra» o di «destra», è, al contempo, una prassi sociale e un’ideologia, con la quale la classe dominante esercita il suo controllo sulle classi subalterne. In Italia c’è stata poca prassi riformista, e molta ideologia riformista, e questo soprattutto a causa della struttura sociale del Paese (pensiamo solo alla secolare «questione meridionale», con le sue “ricadute” sociali e politiche di ampio spettro). Oggi le «riforme di struttura» segnano la differenza tra la ripresa e l’ulteriore decadenza del capitalismo italiano. Gli italici riformisti fanno dunque bene a tifare per Giavazzi, Ichino, Monti e Marchionne. Per quanto riguarda quelli del Manifesto, essi sono «statalisti, non comunisti».

SPETTRI DI BERLINGUER

A circa ventisette anni dalla sua morte, Enrico Berlinguer non smette di mietere suffragi nel seno del progressismo italiota. Ultimamente ne ha parlato in TV Bertinotti (nel programma In Onda, La7) osservando che il leader sardo era uno che «di comunismo se ne intendeva». E se lo dice lui bisogna credervi… L’acuirsi della crisi economico-sociale, con il necessario corollario di politiche tutte lacrime e sangue, e la diffusione in settori del progressismo italiano dell’ideologia decrescista, hanno fatto ritornare in auge il pensiero politico berlingueriano, a testimonianza dei tristi e confusi tempi che ci tocca vivere. Qui di seguito mi esercito in una breve spigolatura critica della famosa intervista che il capo del PCI rilasciò a Eugenio Scalfari il 28 luglio 1981 per La Repubblica. L’intenzione politica è piuttosto chiara e non merita ulteriori chiarimenti.

«I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali».
Naturalmente il leader del PCI lasciava intendere che solo il suo partito non faceva parte di quella che Pannella chiamò, già nei primi anni Settanta del secolo scorso, «partitocrazia», proprio in riferimento al «bipolarismo imperfetto» DC-PCI. Non solo il PCI era coinvolto a pieno titolo nel «regime partitocratico», con una fortissima influenza sul capitalismo pubblico e privato (anche attraverso la CGIL e le cosiddette «cooperative rosse»), ma continuava a ricevere finanziamenti da parte dell’Unione Sovietica. Basta chiedere lumi a un tal Armando Cossutta. Insomma, il PCI di Berlinguer era, per così dire e ponendomi sullo stesso piano degli odierni manettari, un partito «diversamente corrotto», e la cosiddetta «questione morale» non fu che un suo maldestro tentativo di screditare la DC e il PSI (soprattutto quest’ultimo, a causa del forte e aggressivo «autonomismo» craxiano) nel momento in cui la dinamica politico-sociale italiana e internazionale rendeva palese l’obsolescenza della politica «comunista».

«Il costo del lavoro va anch’esso affrontato e, nel complesso, contenuto, operando soprattutto sul fronte dell’aumento della produttività».
In termini marxiani si tratta di incrementare lo sfruttamento dei lavoratori, in modo da massimizzare l’estorsione del «plusvalore relativo», il quale è reso possibile dall’uso di più moderne tecnologie e dall’implementazione di una più razionale ed efficiente organizzazione del lavoro. A parità di orario di lavoro, o addirittura con un suo decremento, la singola unità produttiva crea più merci o parti di esse, e l’insieme del processo produttivo risulta più dinamico, più flessibile e più economico. Marx associava questa modalità di sfruttamento della capacità lavorativa all’epoca della sussunzione reale del lavoro al capitale, la quale sul piano della società nel suo complesso si declina nei termini di un totalitario dominio degli interessi economici, e in una sempre più crescente obliterazione dell’umano, ridotto allo status di residualità.

«Voglio dirle però con tutta franchezza che quando si chiedono sacrifici al paese e si comincia con il chiederli – come al solito – ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l’operazione non può riuscire».
La solita demagogia «populista»: per vendere meglio la politica dei sacrifici alle classi subalterne, bisogna accreditarsi ai loro occhi come i fustigatori dei «poteri forti» nonché nemici irriducibili di ladri, corrotti, mafiosi, piduisti e luogocomunismi vari. Sparare sul Quartier Generale per meglio attaccare le condizioni di vita e di lavoro dei salariati: una strategia che in ogni tempo e in ogni luogo ha fornito prova di grande efficacia.

«Noi comunisti abbiamo sessant’anni di storia alle spalle».
Sessant’anni di stalinismo italiano, ossia di togliattismo. Tra i leader del cosiddetto «Comunismo Internazionale» Togliatti si distinse in zelo e intelligenza; egli fu il migliore esecutore della linea politica tesa a legittimare e a sostenere l’iniziativa imperialista della «Patria Sovietica» e a propagandarne l’ideologia di Stato (il cosiddetto «Marxismo-Leninismo», con rispetto parlando…). Dopo il patto Molotov-Ribbentrop del 1939 Togliatti non lesinò energie nell’opera di giustificazione, e sollecitò i «compagni italiani» a tentare di dialogare con la «corrente di sinistra» del Fascismo. In fondo si trattava di coordinare l’azione delle «Nazioni Proletarie» con l’obiettivo di tagliare le unghie alle «Nazioni demoplutocratiche», assetate di profitti e di sangue. A quel punto trotskisti, bordighisti e anarchici furono additati al proletariato italiano ed europeo come i nemici più pericolosi della «causa comunista». Quando l’Unione Sovietica fu costretta a cambiare cavallo sul terreno delle alleanze imperialistiche a causa del tradimento nazista, naturalmente anche il Partito di Togliatti si adeguò alla nuova situazione. Le «Potenze plutodemocratiche» di ieri diventeranno magicamente le «Nazioni Democratiche» con le quali i «comunisti» dovevano allearsi per sconfiggere il «mostro nazifascista». Il cinismo politico di Togliatti faceva impallidire qualsiasi teorico della più spregiudicata realpolitik. Naturalmente gli intellettuali del partito tiravano in ballo la dialettica hegeliana…

Il Partito di Berlinguer fu la continuazione di quella ultrareazionaria storia politica con altri mezzi e in circostanze nazionali e internazionali diverse (l’appartenenza dell’Italia al «Blocco Occidentale» sancita dagli accordi russo-americani depotenziarono il filosovietismo ). Stessa cosa può dirsi per gran parte dei movimenti politici (lottarmatisti compresi) che lo contestarono da «sinistra». La politica del PCI tesa a cercare un «compromesso» con la Democrazia Cristiana di Moro e Andreotti non segnò alcuna cesura di significato storico: infatti, di «Comunista» il Partito di Togliatti-Longo-Berlinguer aveva solo il nome. Di qui, la mia presa di distanza critica dal nome della cosa per poterne sviscerare meglio il concetto essenziale. Se Vendola, Bertinotti, Ferrero, Diliberto e compagni di simile fattura sono «comunisti», ebbene io non lo sono affatto!

«Fummo i soli a sottolineare la necessità di combattere gli sprechi, accrescere il risparmio, contenere i consumi privati superflui, rallentare la dinamica perversa della spesa pubblica, formare nuove risorse e nuove fonti di lavoro».
Qui è ben sintetizzato il piano politico-economico di attacco ai lavoratori in vista di una ristrutturazione nella produzione e nel Welfare, in modo da innescare un nuovo circolo virtuoso nel processo capitalistico di accumulazione. Solo in parte questo piano fu attuato dai governi DC-PSI con la preziosa collaborazione della triplice sindacale. Oggi siamo nuovamente a questo punto.

Vediamo la copertura ideologica di quel piano: «Dicemmo che anche i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di raddrizzamento dell’economia, ma che l’insieme dei sacrifici doveva essere fatto applicando un principio di rigorosa equità e che avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di dare l’avvio ad un diverso tipo di sviluppo e a diversi modi di vita (più parsimoniosi, ma anche più umani)».
Qui siamo al tradizionale «cattocomunismo» dei progressisti italiani, ovunque essi militino. Quando un «comunista» parla di «umanità», o di «socialismo» («Noi vogliamo costruire sul serio il socialismo») la mia mano cerca subito il lanciafiamme: è più forte di me! A Berlinguer piaceva tanto una società capitalistica moralmente sana («La diffusione della droga tra i giovani è uno dei segni più gravi della “civiltà dei consumi”»), esteticamente in bianco e nero (come la TV che difendeva, insieme a Ugo La Malfa, contro i «consumisti» che sostenevano il demoniaco media colorato) e poco incline ai «consumi privati superflui»: probabilmente egli rimase per tutta la vita legato al modello di «socialismo reale» basato sulla miseria sociale generalizzata (classe dominante esclusa, ovviamente). Per questo la critica che gli rivolgeva il «modernizzatore» Craxi penetrava come il coltello nel burro tra i «miglioristi», i quali avevano da tempo scelto tra il modello capitalistico «Sovietico» e quello «Occidentale». Ancora oggi in Italia c’è chi si sogna la «Terza Via», quello che ci dovrebbe condurre al Capitalismo equo e solidale, nonché ecosostenibile e bla, bla, bla, sciorinando il grigio e chimerico vocabolario dei decrescisti d’ogni risma e colore.

Ora che il Puttaniere Nero di Arcore ha detto che non pronuncerà mai, nemmeno sotto tortura, la parola «austerità», non c’è dubbio che le quotazioni di Enrico Berlinguer sono destinate a crescere nella Borsa Valori dei poveri di spirito e di pensiero. In tempi burrascosi come quelli che viviamo la classe dominante ha bisogno di punti fermi politico-ideologici seri (altro che Silvio!) su cui far leva nell’esercizio del suo dominio.

BANCAROTTINCULO

C'è grossa crisi, e si vede!

Per una vita ho lottato contro i falsi comunisti (stalinisti, maoisti e robaccia avariata di varia confezione); oggi mi tocca fare i conti con i luogocomunisti e i benecomunisti, peraltro in gran parte residui più o meno presentabili della «sinistra storica» di matrice gramsciano-togliattiana. Ossia, i falsi comunisti con altri mezzi. Ma cosa ho fatto di male al Padreterno per meritare un simile destino? Forse aveva ragione mia madre quando, notando che le «larghe masse» si tenevano rigorosamente lontane dal figlio, mi diceva: «Hai voluto la teoria critico-radicale? e adesso pedala!» Più facile a dirsi che a farsi, mammina!

Pedalo, e contro chi ho avuto la ventura di imbattermi ieri? Con il benecomunista («la moneta è un bene comune»: se questa non è istigazione a delinquere…) Andrea Fumagalli, teorico di punta del cosiddetto capitalismo cognitivo. «Di punta»? Non oso immaginare il livello teorico e politico delle retrovie. Questa volta però la mia critica può riposare: essa può infatti tranquillamente appoggiarsi al pezzo di mrz “Antagonismo in bancarotta”.

Parassitariamente rinvio ai miei scritti “economici” scaricabili dal Blog (soprattutto La Notte Buia e la Vacca Sacra e La Manna non cade dal Cielo!), e mi limito a copiaincollare alcuni brani tratti dalla Notte buia come risposta a quanto segue:

«Il biopotere dei mercati finanziari si è grandemente accresciuto con la finanziarizzazione dell’economia […] Ciò che spesso si dimentica di rilevare è che tale processo, oltre a spostare il centro della valorizzazione e dell’accumulazione capitalistica dalla produzione materiale a quella immateriale e dello sfruttamento dal solo lavoro manuale anche a quello cognitivo, ha dato origine ad una nuova “accumulazione originaria”. La produzione di moneta a mezzo di moneta implica una ridefinizione della legge del valore-lavoro e nuove regole di sfruttamento ed è per questo potere che i mercati finanziari sono oggi il centro della valorizzazione» (A. Fumagalli, Il diritto al default come contropotere finanziario, Il Manifesto on line, 01 09 011. «Contropotere finanziario»: ho letto bene? Sì! Meditate gente, meditate).


«Assicurare la continuità sociale del processo di valorizzazione del capitale è la fondamentale missione storica dello Stato capitalistico, che esso cerca di assolvere in competizione con le organizzazioni statuali degli altri Paesi. Infatti, la ripartizione del plusvalore è diventata da tempo una questione mondiale, secondo la più intima essenza del capitale, il quale per vivere deve necessariamente spezzare ogni limite (politico, geografico, razziale, sessuale, ideologico, etico, ecc.) che gli si frappone. In questo peculiare senso il Capitale si fa globale. Il moderno imperialismo ha qui la sua radice più forte. La crisi economica di questi giorni ricorda ai teorici del post imperialismo come il carattere internazionale delle transazioni economiche non esclude per nulla la vigenza di capitali basati nazionalmente, anzi li presuppone».

«Il limite del capitale non è quindi esterno (i limiti essoterici esso sa superarli benissimo), ma interno, e consiste nel fatto che solo il lavoro vivo consumato nel processo produttivo di beni materiali, che nel mercato diventano merci, è in grado di creare plusvalore, ossia valore ex novo che si aggiunge a quello già esistente. Il lavoro impiegato nella sfera della circolazione, benché produttivo di profitto per i singoli capitali che lo sfruttano, non produce plusvalore, ma permette a quei capitali di mettere le mani sul caldo latte smunto altrove, nelle fabbriche cinesi come nelle fattorie americane, nelle industrie giapponesi come nei distretti dell’Italia del Nord, e così via, su e giù per i verdi pascoli della valorizzazione capitalistica».

Cazzoconfusismo

«Lo sviluppo del cosiddetto «capitalismo cognitivo», al netto della tanta fuffa ideologica che gli hanno appiccicato i teorici del post-tutto, si inquadra perfettamente nella dialettica sociale appena abbozzata: lungi dal rivoluzionare la legge del valore esso ne è piuttosto un risultato necessario nel periodo della sottomissione reale del lavoro e della società al capitale. Pr un verso il processo economico capitalistico – che è processo di creazione e di accaparramento di valore e plusvalore – diventa sempre più scientifico, e per altro verso il capitale si impadronisce di tutte le sfere economiche ed esistenziali della società, facendo di essa una gigantesca occasione di profitti. Il fatto che i «lavoratori cognitivi» esterni alla fabbrica siano consumati produttivamente, in maniera diretta e indiretta, dal capitale industriale, non significa che essi producano plusvalore, ma che essi sono diventati indispensabili al processo produttivo alla stregua delle macchine, delle materie prime, del lavoro vivo, e via di seguito. Il loro compenso rappresenta per il capitale un costo che si scarica sul valore delle merci senza «figliare» quel magico plus che solo il lavoro vivo consumato dentro la fabbrica riesce a creare».

«A mio modesto avviso seguendo il filo rosso della legge del valore è possibile non smarrirsi nella complessa apparenza creata dal velo monetario e dal velo tecnologico. Marxianamente – o dialetticamente – qui apparenza non sta per irrealtà, ma ha il significato di una realtà che si mostra tra contraddizioni, paradossi e capovolgimenti d’ogni sorta, come se la società avesse il demonio in corpo».

«Il capitalismo ha certamente mutato radicalmente volto, fino a rendersi irriconoscibile rispetto alla sua metaforica foto scattata nel XIX secolo (non da Marx: egli non fu mai né un fotografo né un operatore cinematografico della realtà sociale, ma piuttosto un esploratore delle sue profondità); ma la sua più intima natura è la stessa analizzata, criticata e condannata – sul piano storico, politico e umano, ma non moralistico – dal comunista tedesco. Di più: questa natura si è piuttosto straordinariamente rafforzata ed espansa col tempo, rendendo tra l’altro possibile lo sviluppo delle teorie che stanno alla base del certificato di morte stilato in riferimento a un cadavere (la marxiana legge del valore) più vivo che mai. Questa tesi, che cercherò di argomentare nelle pagine che seguono, fa di me un ennesimo avvocato d’ufficio del vecchio barbuto di Treviri? Io non credo, anche perché Marx continua a difendersi bene da solo, almeno rispetto a chi si prende la briga di leggerlo di prima mano, e non si affida a letture di terza e di quarta mano, al sentito dire e al luogocomunismo che nel corso dei decenni si è accumulato intorno al Capitale, forse, dopo la Bibbia, il testo più citato e meno letto della storia».

«La recente crisi economica internazionale ha fatto giustizia di molte, più o meno insulse e volgari, teorie fabbricate intorno a un capitalismo che sembrava essersi finalmente emancipato dal suo maledetto limite storico: la manna del profitto (nelle sue sempre più diverse, e a volte perfino bizzarre, configurazioni) non cade dal cielo, non viene fuori dalla biblica moltiplicazione dei pani e dei pesci, ma ha come sua ultima istanza il dannato processo produttivo di merci».

«L’attuale stucchevole disputa intorno alle «vere responsabilità della crisi», volta a scovare il solito capro espiatorio contro cui scaricare il malessere sociale (gli avidi giocatori d’azzardo della borsa, gli gnomi della finanza internazionale, sempre in odore di complotto giudaico-plutocratico, gli esosi e irresponsabili manager delle multinazionali, i politici che non hanno saputo esercitare il «controllo democratico» sugli spiriti animali del capitalismo, gli economisti che non hanno saputo prevedere l’arrivo della tempesta finanziaria, ecc.); la rivalutazione e la riconsacrazione del «caro e vecchio» lavoro (possibilmente duro, con tanto di onesto sudore della fronte) e della tanto bistrattata «economia reale», caduta in disgrazia ai tempi dell’ubriacatura speculativa e ora beatificata anche dal Santo Padre; tutto questo e altro ancora ci dice come il vecchio Marx ha ancora molto da dirci, almeno a quelli di noi che non bevono la storiella della buona «economia reale» contrapposta alla cattiva «economia finanziaria», né quella che mette al centro della scena la produzione di moneta a mezzo di moneta. Nel XXI secolo il segreto del denaro nella sua forma borghese rimane il lavoro astratto (sociale)». [da: La Notte Buia e la Vacca Sacra]

DEBITO PUBBLICO, PARASSITISMO SOCIALE E ACCUMULAZIONE CAPITALISTICA

Quanto la riflessione intorno al processo di formazione della ricchezza sociale non sia un’oziosa prerogativa di cervelli speculativi, ma uno sforzo che merita invece di venir incoraggiato, lo dimostra, da ultimo, l’intervista di Massimo Gaggi al leader del Tea Party Mark Skoda (Il Corriere della Sera, 30 luglio 2011).

Lo scottante tema sul tappeto è noto: come risolvere, in tempi eccezionalmente rapidi, la crisi del gigantesco debito pubblico americano. Gaggi chiede al suo interlocutore di spiegargli le ragioni della tetragona chiusura della destra repubblicana nei confronti di ipotesi gradualistiche che scongiurino una macelleria sociale. Tanto più che, come sostengono i democratici e molti economisti, «tagliare subito la spesa pubblica con l’economia che sta già rallentando, rischia di toglierle altro carburante e precipitarla in una recessione. Gli incentivi all’economia varati da Obama non hanno forse ridotto la disoccupazione?»

Mark Skoda non si scompone: «Il Presidente ha speso migliaia di miliardi in stipendi per i dipendenti pubblici, come gli insegnanti; categorie protette e sindacalizzate, cha fanno lavori rispettabili, ma che non aggiungono nulla alla ricchezza di questo Paese». A questo punto forse Gaggi un po’ s’indigna (è di moda!): «Ma la ricchezza di un Paese non si fa solo con i numeri della produzione industriale!»

«Noi – risponde secco il politicamente scorretto targato USA – la vediamo in modo diverso. Semplificando al massimo, questo Paese è fatto di due categorie: da un lato ci sono gli espropriatori, dall’altro i creatori. Gli espropriatori sono quelli che a vario titolo vivono con i soldi dello Stato che escono dalle tasche dei cittadini che creano. Una volta il debito pubblico copriva tutte le contraddizioni. Oggi questo non è più possibile».

Capite quel è la posta in gioco? Nientemeno che la riduzione della spesa pubblica improduttiva, ossia l’attacco frontale agli strati sociali che, a diverso titolo, rientrano nella categoria dei parassiti. È, questa, una definizione «tecnica», non un giudizio di valore. Personalmente preferirei “cadere” nella categoria dei mangia a sbafo, tanto per chiarire da quale cattedra “etica” sentenzio. Sotto i riflettori della classe dominante, o almeno della sua parte più dinamica e interessata a una ristrutturazione sociale di ampio spettro, è il parassitismo sociale, magagna tipica del «capitalismo maturo» almeno da un secolo.

Adam Smith

Siamo, insomma, al classico dibattito intorno al lavoro produttivo e improduttivo. Il fatto è che in tempi di crisi economica appare come un dinosauro ancora vivente e vorace l’intima essenza del capitalismo, che poi al contempo ne realizza il vero limite storico, che le stesse crisi peraltro concorrono a spostare sempre di nuovo, in avanti, per consentire alla bestia nuove cavalcate espansive, prima di un suo nuovo arresto.

Si tratta di questo: la ricchezza sociale che permette all’intero organismo sociale di vivere ha una base relativamente ristretta, soprattutto se confrontata con la bulimia di profitto e di denaro che pervade l’intero corpo sociale. Infatti, solo la cosiddetta «economia reale», quella che sforna automobili, computer, telefonini, acqua minerale imbottigliata (ma è un Bene Pubblico?) e così via, è in grado di creare quella ricchezza sociale (la cui forma suprema astratta è il Denaro) al cui capezzolo tutti bramiamo attaccarci – al netto delle oscure magagne freudiane…

Non a caso un’aliquota davvero imbarazzante del debito sovrano statunitense è nelle mani della fabbrica del mondo, della Cina. La manna non cade dal Cielo, ma è smunta alla vacca che produce plusvalore, la madre di tutti i profitti e di tutte le rendite. Beninteso, quella vacca vive di salario, non di foraggio. La cornucopia in un punto del pianeta presuppone l’esistenza delle formiche laboriose in un altro punto del globo. Intanto la Cina intima a Obama di scongiurare a ogni costo l’incubo del default: è la cifra dei nostri imperialistici tempi.

La Cornucopia

Commentando il censimento del 1861 «per Inghilterra e Galles», Marx fece notare che su una popolazione che allora ammontava a poco più di venti milioni di anime, solo otto milioni erano impiegati in attività propriamente economiche, «compresi tutti i capitalisti che in qualche maniera entrano a far parte della produzione, del commercio, della finanza, ecc.», e di questi otto milioni una parte ancora più piccola, pari a 2.703.701, era impiegata produttivamente in agricoltura («compresi i pastori e i garzoni e le serve di fattoria domiciliati presso i fittavoli»), «in fabbriche di cotone, lana, lino, canapa, seta, nella produzione a macchina di calze e merletti, nelle miniere di carbone e di metallo, nelle officine metallurgiche (altiforni, laminatoi, ecc.) e in qualsiasi specie di manifattura del metallo». «In ultimo l’incredibile aumento della forza produttiva nelle sfere della grande industria e il collaterale aumento estensivo ed intensivo dello sfruttamento della forza lavoro in tutte le rimanenti sfere della produzione dà la possibilità di impiegare improduttivamente una porzione sempre più grande della classe operaia … Se a tutti coloro che sono occupati nelle fabbriche di tessuti uniamo gli operai delle miniere di carbone e di metallo … e tutti gli operai delle officine e delle manifatture metallurgiche ne avremo 1.039.605, (e) la somma ottenuta è minore del moderno personale di servizio (che era di 1.208.648). Che meraviglioso risultato dello sfruttamento capitalistico delle macchine!» (K. Marx, Il Capitale, I, pp. 329-330, Newton, 2005). Signori, si parla di noi, sia chiaro.

Scrive Carlo Formenti nel suo ultimo saggio: «Dovrebbe essere chiaro, a questo punto, che la mia fantasia in merito al “ritorno in vita” di Marx non ha lo scopo primario di dimostrare che il suo pensiero è più attuale di quello degli autori con cui mi sono confrontato criticamente su queste pagine [Toni Negri, in primis], anche se, per certi versi, ciò non è lontano dal vero. Il mio Marx redivivo avrebbe non pochi motivi di orgoglio nel constatare che certe sue categorie – come quelle di lavoro produttivo e lavoro improduttivo, plusvalore relativo e plusvalore assoluto ecc. – svelano i meccanismi della nuova economia meglio di tutte le chiacchiere dei guri della Silicon Valley» (Felici e sfruttati. Capitalismo digitale ed eclissi del lavoro, p. 119, Egea, 2011). Non c’è dubbio(*).

Il Paese di Cuccagna. Pieter Bruegel, 1567

Come ridurre il peso del parassitismo sociale, in modo da supportare al meglio il processo di accumulazione che crea ricchezza e rende sostenibile lo stesso debito pubblico? Tutti i Paesi capitalisticamente avanzati si trovano davanti a questo problema di difficile soluzione, soprattutto a causa delle sue scottanti implicazioni politiche, istituzionali, «esistenziali», in una sola parola: sociali. Il nostro Paese, ad esempio, è almeno dalla seconda metà degli anni Settanta che si trascina dietro questo problema.E si vede. Di qui, l’appello delle cosiddette «parti sociali» (dalla Confindustria alla CGIL), comparso sul Sole 24 Ore la scorsa settimana, per un governo di Unità Nazionale che sappia incidere col bisturi nella struttura sociale del Bel Paese. I salariati del Bel Paese sono avvertiti.

(*) Sbaglia invece  Formenti, quando attribuisce a Marx «l’illusione che la contraddizione fra forze produttive e rapporti di produzione possa di per sé determinare il crollo del capitalismo» (p. 119). A mio avviso la concezione crollista dev’essere giustamente attribuita ai marxisti, non a Marx. Non a caso per lui la stessa crisi economica è concepita anche come un processo di risanamento del ciclo economico attraverso la svalorizzazione delle merci (a partire dalla capacità lavorativa) e la distruzione dei capitali «pletorici». Persino Lenin scrisse una volta che per il capitale non esistono crisi economiche prive di vie d’uscita. E stiamo parlando di Lenin!

MISERIA DEL COMUNE

Francesco Francesco Ubertini detto il Bachiacca, La raccolta della manna (1540-1555)

Le righe che seguono risalgono al Settembre 2010. Le “socializzo” come contributo al dibattito che sul concetto di Bene Comune si è avviato tra gli amici di Facebook. Rimando anche a La manna non cade dal cielo! (2008) e a La notte buia e la vacca sacra (2010), scaricabili dal Blog. Le faccio precedere da una citazione tratta dall’ultimo saggio di Carlo Formenti, Felici e sfruttati. Capitalismo digitale ed eclissi del lavoro, la cui estesa critica al pensiero di Antonio Negri mi appare abbastanza fondata, salvo che per alcuni aspetti politici, peraltro tutt’altro che secondari, su cui adesso sorvolo.

«Il dilemma da cui Negri e soci non riescono a districarsi è se sia oggi possibile tracciare un confine fra ciò che sta fuori e ciò che sta dentro il rapporto di sfruttamento capitalistico. La loro risposta è – più che ambigua – paradossale, nel senso che è, al tempo stesso, negativa e positiva. Da un lato, si dice che nulla ormai può esistere al di fuori del capitale, coerentemente con l’assunto in base al quale la totalità delle relazioni umane viene sussunta nel processo di valorizzazione capitalistico; al tempo stesso si afferma che tutta la produzione sociale – in quanto produzione biopolitica di soggettività – è esterna al capitale e si auto-organizza attraverso forme di cooperazione spontanee e autonome. In altre parole: il biopotere, inteso come potere sulla vita, e la biopolitica, intesa come potere della vita coesistono in un unico piano di immanenza» (C. Formenti, Felici e sfruttati. Capitalismo digitale ed eclissi del lavoro, p. 102, Egea, 2011.)

Nell’ultimo prodotto editoriale di successo, la coppia Hardt-Negri ritorna a maltrattare indegnamente un concetto marxiano di grande significato teorico e politico: il General Intellect (*). Ho provato a criticare il punto di vista economico dell’ex «cattivo maestro» (ma solo di marxismo, beninteso) nei miei appunti di studio intitolati La vacca sacra e la notte buia. Il capitale da dove smunge il plusvalore?, e perciò in queste poche pagine non mi diffonderò sulla questione, e ne farò cenno solo en passant.

Il nuovo best seller dell’intellettuale italiano s’intitola Comune. Oltre il privato e il pubblico, ed esce in Italia sotto gli auspici del grande successo ottenuto negli Stati Uniti, non ultimo anche in grazia della crisi economica che ancora travaglia il paese del Presidente abbronzato. Confesso di non averlo ancora letto, ma avendo seguito con attenzione quanto ha avuto modo di scrivere e dichiarare il Professore padovano intorno alla sua «monumentale costruzione teorica» (esternando peraltro concetti e ragionamenti tutt’altro che nuovi per il sottoscritto), è come se l’avessi fatto.

L’oltrismo, si sa, è da sempre il mantra di Negri (oltre Marx, oltre la legge del valore, oltre il socialismo, oltre l’imperialismo, oltre il postmoderno, oltre… l’oltre, forse per dare l’impressione di essere sempre al passo coi tempi, anzi: decisamente oltre). Ma che significato dare al concetto di Comune? Perché lo Scienziato Politico tanto celebrato dai media che contano parla di Comune? «Perché tutto, essendo prodotto da tutti, appartiene a tutti»: questa risposta, di sconvolgente ingenuità e di abissale indigenza teorico-politica, si trova in una recensione al libro Il saccheggio (di Ugo Mattei e Laura Nader) firmata da Negri e apparsa sul Manifesto del 4 maggio 2010 con questo significativo titolo: Quel diritto politico di saccheggiare i beni comuni.

La mia tesi – fuori moda, lo ammetto – è che, invece, non esiste alcun Bene Comune, giacché tutto quello che esiste sotto il vasto cielo della società capitalistica mondiale (o «globale») appartiene con Diritto – ossia con forza, con violenza – al capitale, privato o pubblico che sia. Il capitale non si appropria arbitrariamente il Comune, non lo «privatizza», ma estende piuttosto continuamente la sua capacità di trasformare uomini e cose in altrettante occasioni di profitto, e può farlo perché l’intero spazio sociale gli appartiene, è una sua creatura, una sua naturale riserva di caccia. Questa mostruosa vitalità espansiva – in termini quantitativi e, soprattutto, qualitativi – rappresenta il tratto più significativo e «rivoluzionario» (vedi Marx e Schumpeter) del capitalismo.

Il lavoro (quello «materiale» e quello «immateriale», quello produttivo di «plusvalore» e quello produttivo di solo «profitto» o di sola «rendita»), la scienza, la tecnologia, l’arte, la cultura e la stessa natura hanno, nel nostro tempo, un’essenza necessariamente capitalistica, cioè a dire al contempo essi esprimono e riproducono sempre di nuovo il rapporto sociale dominante in questa epoca storica. È precisamente questo rapporto sociale di dominio e di sfruttamento che riempie di contenuti una «categoria economica antidiluviana» (Marx) come quella di proprietà (proprietà privata, proprietà statale, proprietà collettiva), e il concetto di Diritto a esso correlato. «La proprietà di capitale presenta la prerogativa di esercitare un comando sul lavoro degli altri»(K. Marx, Il Capitale, III, p. 1172, Newton, 2005.): questa è la forma peculiare della proprietà capitalistica, la quale si regge, fondamentalmente, non sul possesso di cose materiali, ma su un rapporto sociale, sul cui fondamento prende corpo la società-mondo che conosciamo.

Per gente abituata ad associare il socialismo allo statalismo, al capitalismo di Stato (la cui forma «sovietica» diventò celebre sotto il giustamente famigerato nome di «socialismo reale»), persino il Comune di Negri può apparire quanto di più «sovversivo» e «radicale» si possa trovare sul mercato delle ideologie, come un «Manifesto del Partito Comunista versione 2.0», per dirla col prestigioso Wall Street Journal. Nientemeno! In mezzo a tanti microbi, persino un nano può accreditarsi – in primo luogo presso se stesso – come un gigante del pensiero.«Gli oltranzisti di destra guidati da Sarah Palin e Glenn Beck hanno questo in comune con Negri: sono convinti anche loro che il comunismo sia attuale, praticamente dietro l’angolo. Quello della Casa Bianca»(F. Rampini, La Repubblica del 14 settembre 2010.).

Il successo di Negri si spiega, tra l’altro, con la sua capacità di creare nella «Moltitudine» (a dire il vero, una «moltitudine» assai elitaria, e persino «radicalchic») l’illusione (che aspetta solo di venir frustrata – cosa che peraltro accade puntualmente) di rappresentare una potenza sociale, «qui e ora». Sentirsi sempre al centro del Mondo, eternamente motori delle trasformazioni sociali, avanguardie forever: ecco ciò che promette l’articolo ideologico venduto dal Nostro. Quando poi i clienti capiscono (ed è già un miracolo) di essere stati piuttosto alla retroguardia del reale processo sociale, saranno già trascorsi almeno venti anni. Come si dice: non è mai troppo tardi…

Antonio Negri, (cattivo) maestro fumista

Il nebuloso concetto di «Bene Comune» sembra essere stato fabbricato apposta per avvolgere in una spessa coltre fumogena concetti scottanti e scabrosi quali quelli di violenza, di rivoluzione, di potere politico e così via; forse anche perché in passato l’ex teorico dell’Autonomia Operaia non ha mostrato di saperli padroneggiare bene, questi concetti, né sul piano teorico né su quello pratico. È anche in questa fumisteria ideologica, che fa passare come profondo ciò che è semplicemente vuoto, la vuota profondità di un pensiero solo apparentemente critico, che probabilmente occorre individuare la causa non meno importante della sua «fascinazione».

Spinto dalla curiosità, la quale è notoriamente maschia (o no?), in una libreria ho dato una rapida scorsa al nuovo capolavoro di Negri, e l’occhio non ha potuto fare a meno di posarsi su questa perla: «Una volta che si è adottato il punto di vista del comune le categorie fondamentali dell’economia devono essere ripensate. In questo nuovo contesto, ad esempio, la valorizzazione e l’accumulazione si declinano in una dimensione sociale anziché in una dimensione strettamente privatistica e individualistica. Il comune si costituisce ed è messo al lavoro da un’ampia e aperta rete sociale» (M Hardt, A. Negri, Il Comune, p. 284, Rizzoli, 2010.). Una perla tutt’altro che originale, nell’ambito della riflessione negriana.

Ora, che la dimensione sociale della valorizzazione e dell’accumulazione è per Marx un punto di vista assolutamente certo e dirimente, per chiunque abbia dimestichezza con le sue opere cosiddette economiche è qualcosa che suona ovvia e persino banale, e desta davvero meraviglia che uno Scienziato della fatta del Nostro non se ne sia accorto, o che non lo abbia capito: possibile?

Basta leggere soltanto la «Prima sezione. La conversione del plusvalore in profitto» e la «Seconda sezione. La conversione del profitto in profitto medio» del Libro Terzo del Capitale per capire di cosa parlo. Una sola citazione: «Ciò che così [ossia con lo sviluppo della produttività sociale] torna a vantaggio del capitalista rappresenta dal suo canto un guadagno che è il risultato del lavoro sociale, anche se non degli operai direttamente sfruttati dal capitalista stesso. Quello sviluppo della forza produttiva è dovuto in ogni caso al carattere sociale del lavoro messo in opera, alla divisione del lavoro all’interno della società, allo sviluppo del lavoro intellettuale, innanzi tutto alle scienze naturali. Il capitalista trae vantaggio dai risultati del sistema della divisione sociale nel suo complesso»(K. Marx, Il Capitale, III, p. 965.). In poche parole, Negri chiama Comune ciò che l’uomo di Treviri chiamava Capitalismo.

«Ricordate la legge classica del valore-lavoro? Il capitale variabile diventa forza lavoro produttiva solo quando era sotto il capitale. Tutto questo è finito. Pur restando al centro di ogni processo di produzione, il lavoro è il risultato di un’invenzione e i suoi prodotti sono quelli della libertà e dell’immaginazione» (La comune di Toni Negri, intervista del 29 marzo 2010 a Negri comparsa sul sito di Comunismo e Comunità). Siamo andati oltre il capitalismo e non me ne sono accorto: chiedo umilmente venia! Il fatto è che, essendo ancora impigliato nella barba del Grande Vecchio, pensavo che l’invenzione non fosse che «capitale costante», un formidabile strumento capitalistico di dominio e di sfruttamento della natura e dell’uomo (dell’individuo tout court, e non solo del «capitale variabile»). E invece siamo finiti – sia lode alla Santa Astuzia della Storia! – nel Regno della libertà e dell’immaginazione. Il Sessantotto ha vinto, dunque?

Naturalmente ognuno è libero di pensarla come vuole, sul capitalismo, sul «Comune» e su Marx, del cui pensiero peraltro non intendo essere né un difensore d’ufficio (il Tedesco si difende bene da solo, basta leggerlo con intelligenza critica, non con intelligenza ideologica) né, tanto meno, un interprete autentico – incombenza che lascio di buon grado ai «marxisti». Mi riprometto anzi di comprare il libro di Negri e socio, e chissà se leggendolo con l’attenzione che sicuramente merita io non possa andare oltre il mio pregiudizio. Non bisogna mai opporre resistenza alla Divina Provvidenza.

(*) «Lo sviluppo del capitale fisso mostra fino a quale grado il sapere sociale generale, knowledge, è diventato forza produttiva immediata, e quindi le condizioni del processo vitale stesso della società sono passate sotto il controllo del general intellect, e rimodellate in conformità ad esso; fino a quale forma le forze produttive sociali sono prodotte, non solo nella forma del sapere, ma come organi immediati della prassi sociale, del processo di vita reale» (K. Marx, Lineamenti, II, p. 403, La Nuova Italia, 1978). A mio avviso, quella prassi e quel processo hanno «il diavolo in corpo», sono cioè sussunti sotto l’imperio sempre più intransigente (totalitario)delle esigenze economiche, le quali oggi ruotano ossessivamente intorno alla forma più astratta della ricchezza sociale: il Denaro.

Il Comune di Catania

MISERIA DELLA «DEMOCRAZIA PARTECIPATA» E DEI «BENI COMUNI»

Nel suo editoriale comparso oggi sul quotidiano statalista Il Manifesto, Guglielmo Ragozzino ha spiegato le «ragioni di fondo» della proditoria aggressione speculativa che nei giorni scorsi ha messo sotto schiaffo le sorti economiche del Paese. Attraverso la speculazione finanziaria il mondo che fa capo al solito capitalismo liberista-selvaggio, sordo a ogni imperativo etico, avrebbe voluto colpire nientemeno che «l’Italia della democrazia partecipata e dei Beni Comuni».

Insomma, sarebbe lo «straordinario» risultato politico e sociale dell’ultima tornata referendaria che, secondo Ragozzino, il bieco mondo della Finanza Speculativa ha inteso castigare. Esso, infatti, non può tollerare la «democrazia dal basso» che decide di sottrarre alla vampiresca logica del profitto la gestione dei servizi pubblici locali. Ecco perché, conclude il Nostro statalpartecipativo, bisogna creare un movimento che difenda «l’Italia dei Beni Comuni delle città», così duramente attaccata dalla finanziaria approntata dal Ministro Tremonti, ieri colbertiano, oggi «servo sciocco dei poteri forti» nazionali e sovranazionali. Della serie: lunga vita allo statalismo (parassitario) «dal basso».

Ovviamente si tratta di pura risciacquatura ideologica, peraltro smentita proprio in questi giorni da quanto avviene nel vasto mondo: dagli Stati Uniti del progressista Obama alla Grecia del socialista Papandreou, passando per la Spagna di Zapatero, il Portogallo, l’Irlanda, e via di seguito. Cercasi disperatamente il profitto: da sempre è questo il mantra del Capitale. Se poi esso può evitare di passare attraverso la poco remunerativa attività produttrice di «beni e servizi», è ancora meglio. Il Capitale è laico…

Assodato che la speculazione finanziaria ha la stessa dimensione etica di qualsiasi altra attività economica (compresa quella gestita dai capitalisti Equi e Solidali, eticamente ed ecologicamente corretti), è proprio l’obesità del debito pubblico italiano, costruito in decenni di consociativismo cattostatalista (Trimurti Sindacale compresa), che rende particolarmente instabile il quadro strutturale del Bel Paese. E, si sa, dove insiste l’instabilità sistemica, lo speculatore prospera. Beato lui!

Non mi rimane che chiudere queste afose riflessioni ripetendo quanto ebbe modo di farfugliare l’altro giorno il noto Disfattista, e cioè che bisogna mandare a quel paese – sempre quello – i teorici dei Beni Comuni, della Democrazia Partecipata e dei Sacrifici (sdoganati, giusto per irritare il Colon di chi scrive, come «Sobrietà»), e cercare di sollecitare, sempre nei limiti del possibile, la nascita di un movimento di opposizione sociale che resista a ogni forma di politica dei sacrifici. C’è bisogno di arrabbiati con la testa sulle spalle, non di indignati accecati di collera giustizialista.

Il Nostromo e il Dissuasore

LA STRAORDINARIA SCOPERTA DI UN PALEO-

Dunque Valentino ha finalmente Parlato. E dal suo inusitato Verbo siamo venuti a conoscenza di una verità davvero sconvolgente, abissale, scandalosa. Questa: a differenza di quanto avevamo appreso all’Università, accanto ai tre canonici poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario), pulsa malignamente nella società (italiana? mondiale?) un quarto e ben più assoluto potere: il potere demoniaco del denaro. Davvero rimaniamo sconvolti al cospetto di cotanta scoperta, ci assale come un senso di vertigine. E solo oggi comprendiamo meglio lo zelo “riformatore” della Gelmini: se il livello culturale delle nostre Agenzie Formative è questo, tanto vale chiuderle!

Il potere pervasivo e corruttivo del denaro, dunque. Ecco perché, continua chi ci ha Parlato dal Manifesto del 18 febbraio 2011, bisognerebbe conferire una medaglia al Coraggio a quei politici (il Presidentissimo Fini, in primis) e a quei magistrati (l’allusione è fin troppo scoperta) che quel Potere osano sfidare apertamente, sventolando la Sacra bandiera della Legalità e della Giustizia.

Il mio discorso apparirà forse come «paleo marxista», aggiunge il fondatore del «giornale comunista» (sento le umide ossa di Marx fremere e agitarsi nella fossa londinese: ancora non sanno che il Manifesto del 1848 è andato a… puttane. Anch’esso!), ma le cose stanno proprio così. E dobbiamo reagire, perché il potere dei soldi sta ingoiando la democrazia. Discorso «paleo marxista»? No, se mai esso suona come paleo costituzionalista, analogamente al rancido discorso di tutti quelli che intendono difendere «la Repubblica nata dalla Resistenza» e la «Costituzione più bella del mondo – gran senso estetico, bisogna dirlo.

Una volta quelli del Manifesto pregavano i Sacri Numi del «socialismo dal volto umano» di non farli morire democristiani (la DC, da De Gasperi in giù, trattata alla stregua di un covo di «servi sciocchi degli americani e dei padroni», nonché di corrotti e di mafiosi,); durante l’ascesa politica di Craxi, nella seconda metà degli anni Ottanta, li implorarono di non farli morire craxiani (il «decisionismo craxiano» tacciato ridicolmente di «fascismo»), e oggi li supplicano, con la bava moralistica alla bocca, di non farli morire berlusconiani. Ma questi personaggi non farebbero prima a morire, semplicemente?

LO STATALISMO, MALATTIA SENILE DELLA SOCIETÀ ITALIANA

A Proposito del movimento studentesco

Tutte le illusioni e i pregiudizi statalisti degli italiani in larga misura si spiegano con la relativa arretratezza della società italiana, la quale fa registrare in ogni sua sfera di attività una presenza della «mano pubblica» inconcepibile in gran parte dei suoi competitori diretti. Forse l’eccezione più significativa è rappresentata dalla Francia. Ad esempio, mentre gli studenti inglesi sono scesi in lotta non per rivendicare «più Stato e meno mercato», ma per contestare il drastico aumento delle tasse universitarie, i loro colleghi italiani hanno creduto bene di urlare nelle piazze il seguente slogan: «Viva l’Università libera e pubblica». Ma nella società dominata dalla «logica del profitto» è concepibile – non dico nemmeno possibile – un’università libera, ed è possibile la libertà in generale? E la «mano pubblica» ha a che fare con la libertà degli individui, o non piuttosto con la loro oppressione politica e sociale? Rivendicare «più Stato e meno mercato – ammesso, ma non concesso, il realismo di una simile rivendicazione nella società italiana del XXI secolo – fa forse avanzare il progresso umano di un solo millimetro? Inutile girarci intorno in guisa di diplomazia: il fatto che il «movimento studentesco» abbia scelto il Capo dello Stato come suo interlocutore privilegiato, in spregio al solito Cavaliere Nero d’Arcore e, in generale, alla «politica chiusa nel Palazzo», la dice assai lunga sul suo imbarazzante livello di consapevolezza politica. Forse qui c’è solo un bagno sporco da buttar via, e nessun bambino da mettere in salvo. Forse. So di scrivere cose sgradevoli (ma, signori miei, altamente sgradevole è la realtà!), e in questo mi aiuta la circostanza che non debbo presentarmi alle prossime scadenze elettorali. Due anni fa (novembre 2008) ho messo giù la riflessione che segue, che “socializzo” adesso nel tentativo di dare una risposta alle domande di cui sopra, con l’unico obiettivo di contribuire alla maturazione di un punto di vista davvero radicale su tutto ciò che accade fra cielo e terra.

AVVISO AI NAVIGANTI!

Lettura vivamente sconsigliata agli amanti dei luoghi comuni

«La cultura è una merce paradossale. E’ soggetta così integralmente alla legge dello scambio da non essere più nemmeno scambiata (comprata e venduta); si risolve così ciecamente e ottusamente nell’uso che nessuno sa più che cosa farsene. Perciò si fonde e si mescola con la pubblicità., che diventa l’elisir che la tiene in vita … La pubblicità diventa l’arte per eccellenza, a cui Goebbles, col suo fiuto infallibile, l’aveva equiparata, l’art pour l’art, pubblicità di se stessa, pura esposizione del potere sociale» (M. Horkheimer, T. W. Adorno, L’industria culturale).

Studente in lotta non farti strumentalizzare dal governo, né dalla cosiddetta opposizione politica (parlamentare ed extraparlamentare) e tanto meno dalle ammuffite corporazioni (“baroni”, sindacalisti, galoppini politici e quant’altro) che da sessant’anni gestiscono le «Agenzie di Formazione», pubbliche e private, di questo Paese.

Se ti attrae una società «a misura d’uomo», allora non devi difendere l’Università, pubblica o privata che sia, perché in questa società l’istruzione in generale non serve a «formare» uomini in quanto uomini, ma cittadini socialmente abili, idonei cioè a produrre sempre di nuovo gli odierni rapporti sociali, disumani in quanto basati sul profitto e sul denaro. Se invece vuoi un’istruzione più competitiva, all’altezza della «società globalizzata del XXI secolo», allora non solo devi difendere la cosiddetta riforma Gelmini, che comunque rappresenta un passo in avanti dal punto di vista degli interessi del Paese (ossia delle classi dominanti), ma dovresti anche criticarla per il suo debole impianto riformatore, perché essa lascia aperte gran parte delle contraddizioni e dei limiti di un sistema formativo largamente obsoleto e improduttivo.

Se ami questo Paese e lo vuoi più moderno e competitivo, come gridi a squarcia gola nei cortei, ebbene dovresti marciare per rivendicare una riforma della scuola e dell’università ben più «liberista» di quella che si annuncia, accettandone tutte le necessarie conseguenze. Giusto dire: «Noi la crisi non la paghiamo!» Ma è completamente sbagliato porsi dal punto di vista di chi s’illude che «La nostra coscienza collettiva nasce paradossalmente dalla diversità del singolo che si oggettivizza fino a diventare sapere per tutti in una gara alla solidarietà sociale che pare all’oggi l’unica via per produrre un percorso conoscitivo (e propositivo) stabile e concreto, l’unico in grado di generare un sistema di sinonimie sociali che capillarmente scuota le coscienze, dalle fondamenta» (cit. tratta dal volantino distribuito da Onda catanese il 30 ottobre 2008). Sono, queste, tutte balle speculative (ideologiche) che rischiano di esploderci sulla testa assicurando a questa società altri decenni di tranquilla esistenza. Certo, lottiamo contro i tagli all’occupazione, contro la dilagante «precarietà», per migliori salari, per più basse tasse scolastiche e universitarie ecc., ma non autoinganniamoci intorno a chimeriche «sinonimie sociali».

Si dice: «la conoscenza non è una merce!» E chi lo ha deciso? E’ forse passato un decreto governativo in questo senso? Non facciamoci illusioni: in questa società tutto si dà necessariamente come merce, dai computer alle bibbie, dai lavoratori salariati alle signore che esercitano l’antico mestiere, dalla «libera ricerca scientifica» alla cosiddetta cultura, «alta» o «bassa» che sia. Oggi impera una ferrea dittatura (altro che governo Berlusconi!), quella esercitata dalle esigenze totalitarie del capitale, che tutto e tutti «mercifica», fin nei più profondi e reconditi recessi del corpo sociale. Ecco perché è del tutto illusorio battersi contro la cosiddetta privatizzazione dell’istruzione pubblica, soprattutto se si auspica una maggiore efficienza e competitività del sistema formativo italiano. Dire che «il profitto non deve entrare nelle università», senza mettere in discussione alle radici la società del profitto (la società tout court), è quantomeno ingenuo. La cosa acquista un senso se ci si batte per costruire una comunità umana nel cui seno il profitto non abbia alcuna ragion d’essere.

Non si può volere, per così dire, «la moglie ubriaca e la botte piena». Soprattutto dobbiamo abbandonare la maligna idea secondo la quale «Pubblico è bello»: «Pubblico» e «Privato» sono le due facce della stessa cattiva – disumana – medaglia. S’inveisce contro «la futura istruzione di élite», come se oggi essa già non lo fosse, elitaria e «nepotista», almeno ai livelli superiori. S’invoca la «meritocrazia», ma poi si piange sulle dolorose conseguenze sociali che essa necessariamente implica. Si vuole tutto e il contrario di tutto.

Il «sistema Paese» nel suo complesso soffre di una grave crisi strutturale che si trascina ormai dalla seconda metà degli anni Settanta. Il tentativo «riformista» del governo Berlusconi (dalla Gelmini a Brunetta, da Tremonti a Sacconi) si colloca all’interno dei periodici sforzi governativi tesi a recuperare il sempre più grave gap «sistemico» (leggi: capitalistico) che ci separa dagli altri Paesi più avanzati del mondo. Dalla riforma Malfatti (1977) a quella Falcucci (1985), dal disegno di legge Ruberti (1990) all’attuale «riforma», per i governi che si sono succeduti è stato un impegno continuo, e in gran parte frustrato, teso a non fare del «comparto istruzione» un mero ammortizzatore sociale, o un parcheggio per futuri disoccupati o sottoccupati. Chi condivide questo sforzo «patriottico» e modernizzatore deve accettarne tutte le necessarie conseguenze in termini di licenziamenti, «privatizzazioni» e quant’altro, mentre chi non lo condivide deve combatterlo accettando tutte le “ricadute” che ne possono derivare, anche in termini di repressione.

Si dice: «Occupare le scuole e le università non è reato!» Ma secondo la “sacra” Costituzione Italiana e le leggi chiamate a difendere l’Ordine Pubblico, nonché «la libera volontà di tutti i cittadini», le cose stanno esattamente al contrario: occupare è un reato, eccome! E allora? Allora bisogna crescere, tutti insieme, errore dopo errore, successo dopo successo. Dobbiamo cioè imparare a prendere sul serio le nostre decisioni, assumendoci tutte le responsabilità che derivano da certi comportamenti che riteniamo siano i più efficaci e adeguati al raggiungimento dei nostri obiettivi in una data situazione. Ipnotizzati da decenni di «prassi democratica» (chiamata a gestire il totalitarismo sociale di cui sopra), siamo avvezzi a ritenere che lo Stato ci debba garantire l’immunità persino in caso di… «rivoluzione»! Ma le lotte e le “rivoluzioni” autorizzate – e a volte persino promosse – dallo Stato non sono che ridicole parodie, sterili giochi di «lotta di classe» che certamente non fanno maturare sul piano politico, insomma nulla che possa turbare lo status quo. E lo stesso discorso vale per quelle teste calde (ancorché vuote) che credono di poter impensierire la classe dominante picchiando qualche «fascista» o sublimando la propria repressa libidine sessuale attaccando programmaticamente le forze dell’ordine. Invece di pensare a menare le teste altrui, bisognerebbe riempire di coscienza le proprie.

Chi lotta seriamente, non perché strumentalizzato dalla classe dirigente di «destra», di «centro», di «sinistra» e di «estrema sinistra», ovvero per giocare alla pseudorivoluzione, ma perché avverte un reale disagio sociale, di qualsiasi tipo esso sia (economico, intellettuale, psicologico, umano in senso lato), purtroppo deve mettere nel conto la possibilità della repressione, soprattutto in tempi difficili come quelli che stiamo vivendo. Questa evenienza non deve però spaventarci, ma piuttosto spronarci a maturare una più consapevole – «seria» – visione del mondo, a liberarci dalle tante illusioni e dai tanti luoghi comuni che assorbiamo fin dalla nascita (ad esempio: «lo Stato siamo noi», «bene o male viviamo nel migliore dei mondi possibili»: questo, ovviamente, sempre al netto del Cavaliere Nero, in arte Silvio). Lottare entusiasma e dà gioia. Lottare con coscienza dà ai movimenti di opposizione sociale anche quel respiro teorico e politico che poi rappresenta la sola cosa che veramente può impensierire la classe dominante e i suoi dirigenti politici. L’onda, anche quando è «anomala», si esaurisce quando il vento “cade”; la coscienza ha più durata e soprattutto più efficacia politica e sociale.