CINISMO PLANETARIO

  1. Sovranismo repressivo

«I politici statunitensi, che avevano definito le proteste di Hong Kong uno spettacolo bellissimo da vedere, naturalmente non si aspettavano che un simile spettacolo arrivasse così velocemente fin sotto le loro finestre» (Global Times). «Gli americani farebbero meglio a mettere rapidamente da parte il sogno di interferire a Hong Kong per minare la prosperità della Cina» (China Daily).

Traduco: Caro Presidente Trump, reprimi in piena tranquillità i tuoi cittadini e lascia i cittadini cinesi alle amorevoli cure del Presidente Xi Jinping! Anche Teheran, il cui regime notoriamente è più incline alla carota che al bastone quando si tratta di “dialogare” con la piazza, non ha fatto mancare le sue frecciate ironiche sugli americani esportatori di democrazia e diritti umani. Della seria: il più pulito ha la rogna – e un robusto manganello da assestare sulla testa dei nemici della Patria. Per il Time «Cina, Russia e Iran sono impegnati in una cinica campagna propagandistica contro gli Stati Uniti»: come sempre i corifei della civiltà occidentale sono sensibili solo nei confronti del cinismo propagandistico degli avversari.

Intanto la polizia di Hong Kong ha respinto, per la prima volta in trent’anni, la domanda da parte degli organizzatori dell’annuale veglia per ricordare le vittime del massacro di piazza Tienanmen avvenuto il 4 giugno 1989. La giustificazione ufficiale per il diniego è di ordine sanitario: le regole di distanziamento sociale contro il coronavirus vietano le riunioni di oltre otto persone. Il controllo sociale in tempi di pandemia riesce meglio?

  1. L’eterno razzismo americano

Donald Trump minaccia di schiacciare «il terrorismo interno» con il tallone di ferro dell’Esercito più potente del mondo. «Terrorismo interno»: anche nel linguaggio il Presidente americano ricorda il suo collega cinese. Nel 1992 fu Bush padre a usare l’Esercito per sedare la rivolta di Los Angeles scoppiata dopo l’assoluzione di quattro agenti del Dipartimento di Polizia di Los Angeles per l’uso eccessivo della forza nell’arresto e nel pestaggio di Rodney King: «Con lo schieramento dei militari, l’ordine fu ristabilito in tutta la città, ma durante i disordini furono uccise 63 persone, vi furono 2.383 feriti e più di 12.000 arresti» (Wikipedia).

Scriveva Tomàs F. Summers il 29 settembre del 2009: «L’elezione di Obama è stata salutata come la fine della questione razziale. Niente di più sbagliato. La razza resta un pilastro della società statunitense e un potente fattore di discriminazione, specialmente in tempo di crisi» (Limes). Dalla crisi del 2009 alla crisi del 2020 (dal progressista Obama al conservatore Trump ): «I video che ritraggono la morte di George Floyd hanno una forza innegabile. Ma la rabbia dei neri covava da mesi durante il regime di lockdown, perché l’isolamento sociale e la perdita dell’occupazione hanno gravato in misura maggiore sulle comunità più povere, e loro sono in prima linea anche sul fronte dei decessi. L’omicidio a Minneapolis è stata la scintilla che l’ha fatta scoppiare. La comunità degli afro americani è quella che soffre di più in termini di mancanza di servizi sociali e qualità delle cure mediche. Nulla è stato fatto per correggere l’oppressione di polizia nei confronti dei neri, o per migliorare le loro condizioni di vita. Nel frattempo la classe dei bianchi poveri ha sofferto un parallelo deterioramento economico e sociale che ha favorito un clima di opposizione crescente tra i due gruppi» (Ian Bremmer, Il Messaggero). Questa analisi non mi sorprende neanche un po’, e penso che non possa suonare originale all’orecchio di nessuno.

Purtroppo continua a latitare la solidarietà di classe tra oppressi e sfruttati d’ogni “razza e colore”, che sarebbe il solo antido efficace contro il veleno razzista e contro la guerra tra poveri che tanto ingrassa il Dominio sociale. «Non siamo contro i bianchi come tali, ma contro lo sfruttamento, contro l’oppressione e contro la degradazione», disse una volta Malcolm X, il quale non incitava alla violenza contro i “bianchi” ma rivendicava piuttosto per i “neri” il diritto di difendersi con tutti i mezzi necessari se attaccati dai razzisti e dalla polizia – spesso le due cose coincidevano, come peraltro accade anche oggi. Politici, analisti e media di tutto il mondo si chiedono quanto i fatti seguiti all’omicidio di George Floyd danneggeranno la corsa presidenziale di Trump e avvantaggeranno quella del suo scialbo avversario. Come sempre il dramma sociale troverà il suo momentaneo sfogo nel rito della democrazia che preserva la continuità del regime sociale. Morto (?) un Presidente, se ne elegge un altro!

«Per una volta non lo fare, non far finta che non sia un problema in America. Non pensare che questo non ti riguardi, non restare in silenzio, non pensare che non puoi essere parte del cambiamento. Cerchiamo tutti di essere parte del cambiamento» (Nike). Calzando le scarpe sportive della Nike la via del Progresso umano e civile può essere percorsa con maggiore comodità e speditezza? Come sempre il cinismo va attribuito in primo luogo alla realtà, non alle sue vomitevoli fenomenologie. Il marketing non è solo l’anima del commercio: esso è soprattutto l’anima di questa società disumana basata sui valori di scambio. E questo dalla Cina agli Stati Uniti, dall’Europa all’Africa. Ovunque.

GLI STATI UNITI TRA “ISOLAZIONISMO” E “INTERNAZIONALISMO”

bertramstrump1.
Ho trovato molto interessante l’articolo di Dario Fabbri pubblicato da Limes che analizza il voto americano ponendolo in rapporto con l’orientamento geopolitico strategico degli Stati Uniti. Il solo punto debole dell’articolo mi è parso di coglierlo nella definizione che l’autore dà della globalizzazione come «pax americana sotto pseudonimo», cosa che mi sembra quantomeno riduttiva. Infatti, anche Paesi come la Germania, la Cina e il Giappone, per non allungare troppo l’elenco e fermarmi al vertice della piramide capitalistica mondiale, hanno partecipato e partecipano a pieno titolo alla «globalizzazione», concetto che d’altra parte sintetizza, almeno nella mia “declinazione”, la naturale tendenza del Capitale ad annettersi non solo l’intero pianeta (realizzando la Società-Mondo), come aveva capito l’anticapitalista di Treviri in anticipo sui tempi, ma anche l’intera esistenza degli individui, come hanno dimostrato la psicoanalisi e la medicina orientata in senso psicosomatico. La definizione di cui sopra sembra fatta apposta per eccitare l’anima “antiamericana” di buona parte dei cosiddetti “antimperialisti”.

Ho sempre considerato un grave errore di prospettiva, fondato soprattutto sul pregiudizio antiamericano che da molto tempo (diciamo pure da un secolo) alberga in una larga parte dell’intellighentia europea (tanto di “destra” quanto di “sinistra”), spiegare la dinamica della competizione interimperialistica del Secondo dopoguerra ricorrendo esclusivamente, e comunque essenzialmente, al confronto politico-ideologico-militare Stati Uniti-Unione Sovietica. Già alla fine degli anni Settanta la politica estera statunitense dedicata all’Europa si spiegava più con l’ascesa economica e politica della Germania, che con la presenza dell’Unione Sovietica, la cui potenza sistemica appariva in netto declino ormai da parecchi lustri. Più che a piegare definitivamente l’Unione Sovietica, che, non dimentichiamolo, comunque garantiva in collaborazione strategica con gli Usa l’equilibrio imperialistico uscito dalla Seconda guerra mondiale, il riarmo missilistico americano dei primi anni Ottanta ebbe come principale obiettivo quello di scoraggiare ogni velleità di autonomia “esistenziale” dei Paesi europei “alleati”, a cominciare dalla Germania, ovviamente. Soprattutto irritante agli occhi di Washington appariva la politica di “apertura” verso l’Est (l’Ostpolitik) varata dal socialdemocratico Willy Brandt, l’ex borgomastro di Berlino diventato Cancelliere della Repubblica Federale Tedesca nel 1969. Come spesso capita (anche nella sfera dei rapporti “interpersonali”), quella dimostrazione di forza surrogava/celava una condizione di – relativa – debolezza.

2.
«È un salto nel buio – spiega un diplomatico europeo che conosce bene gli Stati Uniti. Trump è culturalmente lontano dall’Europa. Soprattutto se tornasse a uno schema bipolare con la Russia di Putin, come sembra, saremmo del tutto spiazzati. Detto questo, il problema di un maggior impegno strategico degli europei non nasce con Trump. Ce lo ha chiesto Obama, lo avrebbe chiesto Hillary Clinton. Cambia il contesto: con America First torna l’isolazionismo e ciò deve preoccuparci» (Corriere della Sera, 16 novembre 2016). Anche Sergio Fabbrini teme l’emergere negli Stati Unti di un «neo-isolazionismo»: «Un isolazionismo nuovo in quanto combinazione di nazionalismo economico e interventismo militare selettivo» (Il Sole 24 Ore, 13 novembre 2016). Sono fondate queste preoccupazioni? E soprattutto: chi deve preoccuparsi?

La verità, a mio avviso, è che oggi Trump esprime quella tendenza, cosiddetta appunto “isolazionista” («America First»), che ogni tanto appare in superficie nella società americana, soprattutto in tempi di grave incertezza interna e internazionale (anni Venti), di gravi crisi economico-sociali (anni Trenta, anni Settanta), o dopo frustranti esperienze belliche (vedi Corea, Vietnam, Afghanistan, Iraq), e che prima facie sembra cozzare con la tendenza cosiddetta “internazionalista” o interventista, che poi è la tendenza prevalente che ispira la geopolitica e la geoeconomia americana ormai da un secolo. Dalla fine del XIX secolo, acquisita l’egemonia nel suo “cortile di casa” continentale (secondo la ben nota Dottrina Monroe), l’elaborazione della politica estera americana deve fare soprattutto i conti con le due direttrici strategiche oceaniche: guardare verso l’Atlantico e verso il Pacifico, al contempo. La geopolitica dei due oceani per gli Stati Uniti si pone insomma non nei termini di una scelta, ma di una prassi obbligata, come annunciò giusto un secolo fa agli americani e al mondo Woodrow Wilson: per gli Stati Uniti è venuto il tempo di «assumersi la responsabilità della pace e della giustizia». Beninteso, la “pace” e la “giustizia” tagliate a misura degli interessi di quella che da allora in poi sarebbe stata la prima Potenza sistemica mondiale.

L’alternanza di politiche estere di volta in volta più inclini a una delle due grandi tendenze (che comunque sarebbe sbagliato contrapporre l’una all’altra) ha molto a che fare con la tensione geopolitica qui solo evocata, ossia col prevalere, mai però in termini assoluti, degli interessi atlantici (relazione America-Europa) piuttosto che di quelli legati alle relazioni economico-politiche con l’area del Pacifico. Lo scontro intercapitalistico fra gruppi industriali, commerciali e finanziari americani interessati al prevalere di una tendenza sull’altra, è parte organica e fondamentale della dialettica che informa la politica estera americana. Il fatto che, ad esempio, oggi il miliardario “internazionalista” George Soros, frustrato dalla sconfitta di Hillary Clinton e del Partito Democratico (dopo averne sostenuto la campagna elettorale investendo la “modica” cifra di 25 milioni di dollari!) si ponga alla testa del “movimento di resistenza” al neo Presidente, accusata dal noto filantropo di voler portare «un attacco terribile ai risultati ottenuti dal Presidente Obama e alla nostra visione progressista di una nazione equa e giusta» (l’imperialismo equo, solidale e compassionevole di certi filantropi mi commuove!), credo debba essere letto, almeno in parte, alla luce di ciò che ho appena sostenuto.

Ciò che la leadership europea denuncia come “isolazionismo” in realtà è una politica interna ed estera che in prospettiva serve a rafforzare la proiezione imperialistica (commerciale, finanziaria, politica, militare, ideologica) degli Stati Uniti. «Oggi mi concentro meglio, più a fondo, sui problemi interni per essere più forte all’estero, con gli amici e soprattutto con i nemici, domani»: è la “filosofia” del perfetto “isolazionista”.

In realtà i Paesi dell’Unione Europea temono un bipolarismo di nuovo conio lungo l’asse Washington-Mosca, come illustrano bene le preoccupate parole di Joschka Fischer, l’ex ministro degli Esteri tedesco: «Trump ha vinto violando ogni regola di comportamento accettato, perché dovrebbe cambiare? Per esempio, sulla Russia, credo che Trump pensi a una Yalta 2.0, un grande accordo con Putin. Ma non è più così semplice. Non funziona dicendo: Ucraina e Georgia sono vostre, questo è nostro». Naturalmente è esattamente per questa prospettiva neobipolare che tifano i nostalgici europei della Guerra Fredda e del mondo com’era prima del crollo del Muro di Berlino e dell’Unione Sovietica. Come reagirà la Germania, la Potenza egemone dell’Unione Europea, dinanzi a questa paventata/auspicata prospettiva? Ancora Fischer: «La Germania sta cambiando. Berlino farà la sua parte, anzi ha già cominciato a farla [menomale, mi sento già più sereno!] ma è l’Europa che rischia di non esserci». L’Europa come mera espressione geografica? Per fortuna c’è la nota Frau che si erge stoicamente come un faro nella notte tempestosa. «In un periodo in cui c’è disordine e instabilità nel mondo, mandare un segnale di stabilità è dal mio punto di vista giusto e importante»: così ha commentato la Cancelliera di ferro la propria candidatura per un quarto mandato governativo. Il mio senso di sicurezza se ne giova, mi si creda sulla parola. Tuttavia, ciò non toglie il fatto che l’arrivo di un “isolazionista” alla Presidenza americana non possa incrementare il grado di entropia interna all’Unione Europea. La Brexit ha mostrato quanto sia già alto il livello di caos nella Vecchia Europa. In un articolo scritto a due mani, pubblicato dal settimanale Wirtschaftswoche, Obama e Merkel hanno ammonito che «Non ci sarà un ritorno a un mondo prima della globalizzazione. È fondamentale dare una forma alla globalizzazione partendo dalle nostre idee e dai nostri valori». Sostituiamo a “idee” e “valori” la parola “interessi” (economici e geopolitici), e il gioco è fatto.

3.
Lo stomaco del Moloch chiamato Stati Uniti d’America è sufficientemente grande e potente da poter digerire senza troppi sforzi il Trump di turno.

Il fenomeno-Trump può accelerare e portare a maturazione processi interni e internazionali che da lungo tempo operano nel sottosuolo della Società-Mondo; il terremoto, come abbiamo imparato ultimamente, consente all’energia che si è accumulata nel tempo di liberarsi, cosa che realizza un nuovo assetto geologico – peraltro tutt’altro che definitivo – invisibile ai nostri occhi. Insomma, Trump come personaggio più o meno eccentrico non è la “causa prima” di nulla, ma piuttosto è un sintomo, la fenomenologia di una crisi sistemica interna (alla società americana in particolare e al cosiddetto Occidente in generale) e internazionale. «La situazione per cui gli uomini non sono più che appendici dell’apparato» (Adorno) non riguarda solo i dominati, gli “ultimi”, i “perdenti della globalizzazione”, la massa dei reietti («deplorables») che hanno risposto all’appello del “populista biondo” lo scorso 8 settembre, ma coinvolge tutti gli individui, anche quelli “chiamati” dal processo sociale ai vertici delle istituzioni nazionali. Processo sociale, è bene precisarlo per evitare antipatici fraintendimenti, che è sommamente contraddittorio e generatore di conflitti sociali sia “orizzontali” (dentro le classi) che “verticali” (tra le classi); insomma non vorrei che il mio punto di vista venisse associato a concezioni di stampo deterministico/finalistico. D’altra parte anche per il sottoscritto vale la dura – ma quanto giustificata! – sentenza marxiana: un conto è ciò che si è nella realtà, un altro ciò che siamo nella nostra testa, ossia ciò che crediamo di essere. In questi giorni, ad esempio, vedo eserciti interi di mosche cocchiere ronzare follemente intorno al carro del miliardario a stelle e strisce: che spettacolo! E che risate. Ho visto con i miei occhi e ascoltato con le mie orecchie aperture di credito al futuro Presidente della prima potenza capitalista/imperialista del mondo da parte di personaggi che vanno in crisi di astinenza se non cianciano di “antimperialismo”, di “guerra al pensiero unico” e di “socialismo del XXI secolo” ogni tre secondi: nemmeno fosse un nuovo Stalin!

Concludevo il mio ultimo post dedicato al trionfo di Trump con la seguente – fin troppo facile – previsione: «Va da sé che il trionfo presidenziale di Trump, un altro terremoto nel cuore dell’Occidente dopo la Brexit, non può che galvanizzare i sovranisti d’ogni razza e colore». La realtà ha superato la mia immaginazione. Poi ci sono quelli – vedi Slavoj Žižek, specializzato in “provocazioni politiche” – che confidano nella ridicola illusione del «tanto peggio, tanto meglio», illusione che appare tanto più miserabile non appena si comprende il tipo di “rivoluzione sociale” che hanno in testa i sinistri-radicali. Per noi proletari, cari intellettualoni “post marxisti”, il peggio è ogni giorno che il Capitale manda sulla Terra.

Per Quarantotto, la Presidenza Trump apre almeno «la prospettiva, densa di positive speranze, che i costi, per il popolo USA, come per tutti gli altri ad esso interconnessi prima di tutto dalla tensione alla democrazia effettiva, non risulteranno mai così elevati come quelli che sarebbero derivati dalla conservazione della logica della “competizione tra Stati” e della competitività basata sulla domanda estera. Una concezione che, oggi, aleggia ancora in €uropa, come lo spettro di un imperialismo mercantilista, sempre più goffamente camuffato da aspirazione alla pace. Mentre è esattamente il suo opposto; mentre il protezionismo dello sviluppo della ricostruzione dei sistemi industriali nazionali, può portare veramente il ritorno alla crescita e alla vera “pace” del veramente “coordinated capitalism”». Una lettura così risibile della competizione capitalistica mondiale è difficile da trovare, è a suo modo una rarità. Prevedo per il prossimo futuro molte “autocritiche” (magari!) da parte di chi ha in testa una storia della globalizzazione capitalistica che non ha nulla a che fare con il reale processo sociale. Credere che la Presidenza Trump possa essere estranea all’«imperialismo mercantilista» (o imperialismo sans phrase) è qualcosa che davvero si colloca al di là del bene e del male. Diciamo…

4.
Anche per quanto riguarda il temuto protezionismo di Trump bisogna andare oltre la propaganda orchestrata negli Stati Uniti e in Europa dai suoi rivali. Gli stessi media hanno interesse a creare il Mostro, perché la paura si vende bene. Scrive Pietro Saccò: «Il tema del ritorno del “protezionismo” è stato al centro degli ultimi incontri del G20. I leader mondiali in questi vertici si sono sempre detti d’accordo sulla necessità di non alzare nuove barriere commerciali, ma poi tornati in patria non se ne sono poi preoccupati molto. Come ha notato lo stesso Wto questo giovedì, nell’ultimo report sui paesi del G20, quegli stessi capi di Stato tra maggio e ottobre di quest’anno hanno implementato ottantacinque nuove misure restrittive del commercio» (Avvenire). Abbiamo a che fare insomma con una tendenza oggettiva che si spiega con la competizione capitalistica mondiale e con le condizioni del processo di valorizzazione degli investimenti, il quale determina in ultima analisi lo stato di salute dell’economia mondiale e “nazionale”. Lo stesso discorso vale per il famigerato muro con il Messico, il cui progetto risale a ben prima che il razzista Trump scendesse in campo. Di più: il confine con il Messico è sempre stato massicciamente presidiato militarmente dagli americani, al punto che ai tempi della costruzione del Muro di Berlino Mosca rispose alle indignate proteste di Washington consigliando al governo americano di guardare piuttosto al muro eretto in casa sua, anziché impicciarsi dei muri altrui. Centinaia di migliaia di messicani sono stati ricacciati in Messico durante la Presidenza Obama, e moltissimi messicani sono morti nel tentativo di attraversare un confine sempre più controllato, ultimamente anche con dispositivi elettronici in grado di vedere la capoccia di uno spillo da grande distanza. «Si tratta di un’opera relativamente economica ($600 milioni), dagli enormi effetti mediatici e con nessun impatto pratico. Insomma un grande spottone elettorale» (L. Zingales, Il Sole 24 Ore). Staremo a vedere. Nel mentre, è meglio tenersi alla larga dalla propaganda, di qualsivoglia segno essa sia, si capisce. Sto forse cercando di relativizzare e di sminuire l’originalità del nuovo Presidente americano? No, mi sforzo di ragionare criticamente. Ci provo, quantomeno.

Non sono pochi i politici e gli intellettuali europei che invitano i governi dell’Unione a prendere come un’eccezionale e forse irripetibile opportunità l’”isolazionismo” di Trump: «È venuto il momento di diventare adulti anche dal punto di vista militare. Dobbiamo in qualche modo emanciparci dallo strumento militare americano e finanziare la nostra sicurezza. L’Esercito Europeo deve passare dal sogno alla realtà!». Un bel “sogno”, non c’è che dire. Le Monde (15 novembre 2016) invita ad andarci cauti con i “sogni”: «Pensiamo piuttosto a spendere di più per rafforzare la Nato, che ha garantito sette decenni di pace e di prosperità nel cuore dell’Europa, e così irrobustire anche i legami con l’alleato americano, su cui grava un peso finanziario non più sostenibile». È facile recitare il ruolo dei “pacifisti” con i soldi e con i missili a testata atomica degli altri! È giusto – leggi: conveniente economicamente e politicamente – finanziare la sicurezza dell’Europa occidentale nel mutato scenario geopolitico mondiale seguito al crollo dell’Unione Sovietica? Negli anni Novanta (ma qualcosa di simile si subodorava già alla fine degli anni Settanta) questa domanda non è più un tabù negli Stati Uniti.

Ricordo che lo stesso Barack Obama, nell’intervista a The Atlantic del marzo scorso che tante polemiche sollevò a Londra e Parigi, accusò Francia e Inghilterra di comportarsi in diverse occasioni (vedi Libia 2011) come dei veri e propri scrocconi (free riders) nei confronti degli Stati Uniti: «Quando torno indietro e mi chiedo cosa è andato storto [in Libia], c’è spazio per le critiche, perché avevo più fiducia che gli europei, data la vicinanza alla Libia, investissero nel follow-up. […] Abbiamo ottenuto un mandato Onu, costruito una coalizione, costataci un miliardo di dollari, che non è molto quando affronti operazioni militari. Abbiamo evitato vittime civili su larga scala, prevenuto quello che quasi sicuramente sarebbe stato un conflitto civile prolungato e sanguinario. E nonostante tutto ciò, la Libia è un caos». Nell’intervista Obama non nascose di essere «indispettito» nei confronti di alleati – riferendosi non solo alla Francia e all’Inghilterra, ma anche all’Arabia Saudita – che si mostrano impazienti di trascinare gli Stati Uniti in pesanti conflitti, che talvolta non si armonizzano con gli interessi americani, salvo poi «mostrare una mancanza di volontà di mettersi in gioco. Sono scrocconi». Più chiaro di così!

5.
«Gli anti-americani che popolano le piazze europee (e i talk-show televisivi italiani) continuano a non rendersi conto che l’Europa pacificata è stata resa possibile dall’America vittoriosa. […] Senza la copertura militare degli Stati Uniti, quegli Stati [Francia, Germania, Inghilterra, Giappone, Italia] non avrebbero potuto investire risorse per la loro crescita economica e per il loro sviluppo civile» (S. Fabbrini). Sul terreno degli interessi capitalistici e imperialistici, che poi è lo stesso terreno su cui marciano i sinistri che hanno fatto del Secondo massacro imperialistico (Resistenza inclusa) un ignobile mito (la cosiddetta «Guerra di Liberazione»), Fabbrini ha perfettamente ragione, e tutta la stucchevole propaganda “pacifista” incentrata sul presunto dualismo fra l’amorevole Venere (il Vecchio Continente) e il bellicoso Marte (gli USA, of course!) ha molto a che vedere con il mito che i Paesi europei, usciti a vario titolo tutti sconfitti dal conflitto, iniziarono a fabbricare nel dopoguerra. Sono, questi, i temi che il “falco” Robert Kagan propose nel suo “classico” Paradiso e potere (Mondadori, 2003): «L’Europa sta voltando le spalle al potere. […] Sta entrando in un paradiso poststorico di pace e relativo benessere: la realizzazione della “pace perpetua” di Kant. Gli Stati Uniti invece restano impigliati nella storia a esercitare il potere in un mondo anarchico, hobbesiano, nel quale la vera sicurezza, la difesa e l’affermazione dell’ordine liberale dipendono ancora dal possesso e dall’uso della forza».  Colombe contro falchi, Kant versus Hobbes, Venere contro Marte. Naturalmente nulla di più falso, di più ideologico, di più propagandistico, da entrambe le sponde dell’Atlantico.

6.
Si stima che il debito aggregato, somma del debito pubblico (federale, locale e statale) e del debito privato (imprese, famiglie, ipoteche) degli Stati Uniti veleggi verso la stratosferica cifra di 64.000 miliardi di dollari. Forse sbaglio per difetto. Nel 2000 esso ammontava a 28.600 miliardi. A inizio anno il debito pubblico federale americano ha raggiunto i 19.200 miliardi di dollari, pari a circa il 105% del Pil. Alla fine del 2007 era di 9.200 miliardi pari al 65% del Prodotto interno lordo. Nel 2000 era di 5.600 miliardi. Detto en passant, anche la Cina deve fare i conti con un debito pubblico alquanto obeso: 25.000 di dollari. «Secondo gli analisti della Standard Chartered Bank, l’economia cinese è la terza al mondo, se si effettua una classificazione secondo il peso del debito pubblico e privato» (Fondiesicav). Eppure, «Nessun presidente americano», scrive Oscar Giannino, «può dimenticare che la Cina ancora a giugno 2016 deteneva quasi 1250 miliardi di dollari di debito pubblico statunitense, oltre, si stima, a più di 1000 miliardi di debito corporate». Di certo non lo dimentica Pechino, che per adesso sta reagendo con la tradizionale prudenza diplomatica ai segnali contraddittori che arrivano dagli Stati Uniti. Il Dragone è adesso in modalità wait and see.

Non solo la Cina controlla una grande fetta di titoli di Stato Usa (circa il 7%, in diretta concorrenza con il Giappone), ma nel solo 2016 ha investito oltre 70 miliardi di dollari per acquisire aziende americane.  «Sono soprattutto i saldi commerciali tra Usa e Cina che giustificano le proposte neo protezionistiche di Trump. Nel corso degli anni la bilancia commerciale tra i due Paesi si è inclinata sempre di più a favore di Pechino. Nel 2010 le esportazioni americane verso il Dragone erano 91 miliardi di dollari e le importazioni 364, per un disavanzo di 273 miliardi. L’anno scorso erano salite rispettivamente a 116 e 483 miliardi, facendo lievitare il disavanzo all’esorbitante cifra di 367 miliardi di dollari. Sulla carta, un trasferimento netto di ricchezza (oltre che di posti di lavoro, sostiene Trump) dagli Stati Uniti alla Cina» (F. Santelli, La Repubblica, 14 novembre 2016).

Non so al lettore, ma al sottoscritto tutto questo ricorda la relazione nippo-americana degli anni Ottanta/inizio Novanta del secolo scorso. Con una significativa differenza, assai gravida di conseguenze geopolitiche: il Giappone era – e continua a essere, non si sa ancora per quanto – parte integrante dell’Alleanza imperialistica dominata dagli Stati Uniti, i quali non mancarono di far pesare la loro posizione politico-militare sulle scelte di politica economica (commerciale, finanziaria, monetaria) dell’”alleato” asiatico; per la Cina le cose stanno naturalmente in modo affatto diverso.

7.
Alla fine degli anni Ottanta, mentre il Giappone faceva registrare continui e consistenti surplus commerciali, gli Stati Uniti conoscevano un crescente deficit commerciale e finanziario, e subivano la triste condizione di Paese debitore, esposto soprattutto nei confronti dei giapponesi, “amici” dal punto di vista politico-militare, e rognosissimi competitori sul versante della fondamentale contesa economica – mercantile, finanziaria, tecnologica, scientifica.

Preso atto del relativo – ma sempre più marcato e accelerato – declino della Potenza americana e dell’ascesa, che allora agli americani appariva inarrestabile e gravida di indicibili conseguenze (come rivela una battuta “geopolitica” di gran moda negli Stati Uniti agli inizi degli anni Novanta: «Toyota! Toyota! Toyota!» a echeggiare il più noto «Tora! Tora! Tora!»), Fred Bergsten, già assistente al Tesoro nel 1977-1981 (Amministrazione Carter) e analista geopolitico dallo spiccato orientamento “strutturalista” (la dinamica dei rapporti tra le Potenze considerata alla luce dell’economia e dei mutamenti tecnologici), concluse che due strade si aprivano dinanzi agli USA: una portava alla condivisione dell’egemonia mondiale con il Giappone (duopolio egemonico nippo-americano), l’altra conduceva dritto al cul de sac isolazionista. La seconda ipotesi avrebbe avuto come immediata e più importante conseguenza la crescita della spesa militare nei Paesi alleati che anche in grazia dell’ombrello protettivo militare offerto “generosamente” dagli americani avevano conosciuto un eccezionale successo economico, con ricadute non disprezzabili sul terreno politico-diplomatico. Fu alla fine degli anni Settanta che la Casa Bianca iniziò a lasciar trapelare l’irritazione del Governo americano nei confronti di un’Europa che dinanzi all’opinione pubblica mondiale affettava una postura “pacifista” potendo contare sulla spesa militare dell’antipatico Zio Sam: è facile essere “pacifisti” con i soldi e con i missili a testata atomica degli altri! È giusto – leggi: conveniente economicamente e politicamente – finanziare la difesa dell’Europa occidentale nel mutato scenario geopolitico mondiale seguito al crollo dell’Unione Sovietica? Dagli anni Novanta a seguire questa domanda non è più un tabù negli Stati Uniti d’America.  Ricordo che lo stesso Barack Obama, nell’intervista a The Atlantic del marzo scorso che tante polemiche sollevò a Londra e Parigi, accusò Francia e Inghilterra di comportarsi in diverse occasioni (vedi Libia 2011) come dei veri e propri scrocconi (free riders) nei confronti degli Stati Uniti: «Quando torno indietro e mi chiedo cosa è andato storto [in Libia], c’è spazio per le critiche, perché avevo più fiducia che gli europei, data la vicinanza alla Libia, investissero nel follow-up. […] Abbiamo ottenuto un mandato Onu, costruito una coalizione, costataci un miliardo di dollari, che non è molto quando affronti operazioni militari. Abbiamo evitato vittime civili su larga scala, prevenuto quello che quasi sicuramente sarebbe stato un conflitto civile prolungato e sanguinario. E nonostante tutto ciò, la Libia è un caos». Nell’intervista Obama non nascose di essere «indispettito» nei confronti di alleati – riferendosi non solo alla Francia e all’Inghilterra, ma anche all’Arabia Saudita – che si mostrano impazienti di trascinare gli Stati Uniti in pesanti conflitti, che talvolta non si armonizzano con gli interessi americani, salvo poi «mostrare una mancanza di volontà di mettersi in gioco. Sono scrocconi». Più chiaro di così!

Ma ritorniamo a Fred Bergsten: è lo stesso che nel 2005 coniò il termine di “G2” (Usa e Cina) come la formula geoeconomica più adeguata alla nuova economia globalizzata. Tuttavia egli non ebbe remore nel 2010 a definire «il cambio artificiosamente basso della moneta cinese una misura schiettamente protezionistica esclusa come tale dal Wto e mediante la quale la Cina non solo massimizza l’export di prodotti, ma anche quello del tasso di disoccupazione, cosa tanto più spiacevole nell’attuale congiuntura economica statunitense» (G. Mafodda, Limes, 1 aprile 2010). E difatti la «disonesta» condotta economica della Cina è stata al centro della campagna elettorale di Trump. Ricordo che Umberto Bossi, già nella prima metà degli anni Novanta, ammoniva i Paesi occidentali a lasciare fuori dal Wto il Dragone cinese, accusato dal Senatur di fare una concorrenza sleale alle imprese del mitico Nord-Est italiano. Naturalmente allora gli italici sinistri erano tutti concentrati sulla volgare canottiera estiva del leader leghista e sugli slogan razzisti/fascisti del suo movimento politico. Il leghismo come espressione delle “ataviche” magagne del Capitalismo italiano (vedi frattura Nord-Sud) e come sintomo della “globalizzazione capitalistica” andava al di là della loro capacità di comprensione. Probabilmente ha ragione Antonello Piroso, il quale ieri ha bacchettato, sempre a proposito della “mostrificazione” mediatica di Trump, il provincialismo degli intellettuali basati nella provincia italiana: «Il giornalismo militante vede, e vuol far vedere, solo ciò che vuol vedere. Da una parte e dall’altra. Con l’aggravante, a sinistra, della sindrome da «terrazzismo», come da film di Ettore Scola. Perché è confortante guardare il mondo dall’alto in basso, dall’attico della propria cultura con pregiati arredi di superiorità morale, ma può risultare letale» (La Verità).

C’è da dire che molti sinistri che praticarono il “terrazzismo” all’epoca di Bossi e Berlusconi, oggi invitano a non demonizzare il fenomeno-Trump e a leggerlo in chiave sociologica: misteri della fede! Ho il sospetto che questa conversione ideologica abbia qualcosa a che fare con la calda simpatia che il virile Donald mostra nei confronti del Virile Vladimir, il quale ne ha manifestata almeno altrettanta nel corso della lunga marcia trumpista alla Presidenza. Ma è solo un sospetto, intendiamoci. Semmai c’è da chiedersi che fine faranno certe insospettate aperture di credito nei confronti del nuovo Presidente americano qualora la reciproca simpatica tra i due campioni di virilità politica dovesse scontrarsi con la dura realtà della competizione interimperialistica. Lo scopriremo solo vivendo – e auspicabilmente non tifando per questo o per quello!

8.
Come si sa, Trump e Xi Jinping si sono parlati al telefono dopo l’elezione dell’8 novembre; la TV di Stato cinese ha riferito che il colloquio è stato «molto costruttivo», e che il futuro Presidente ha intenzione di realizzare con la Cina «una delle più forti partnership della sua Presidenza». Donald, incassato il voto degli “sconfitti della globalizzazione”, si acconcia a una politica più morbida nei confronti del Made in China? Può darsi. Il già citato Giannino ha invece le idee molto chiare su questo punto: «Una contraddizione manifesta di Trump, dunque? No. Al contrario, le parole di Trump al leader cinese aiutano a capire quale sia la sua vera strategia nel commercio mondiale. Direi che è il caso di aprire gli occhi, e capire. Trump non crede alla rete dei grandi trattati multilaterali che associano grandi aree mondiali, su cui si è affaticato Obama con Il Trattato Transpacifico ormai approvato e a cui manca solo la ratifica finale, e il Trattato Transatlantico con la Ue, che invece a questo punto finisce su un binario morto. Trump vuole ridefinire i rapporti commerciali con i paesi leder del commercio mondiale su base bilaterale, da potenza a potenza. Ma in questo realizza esattamente le insperate attese della Cina e della Russia di Putin, che la pensano esattamente allo stesso modo». Trovo molto interessante, e probabilmente coincidente in più punti con la dinamica reale dei rapporti sino-americani di questa fase storica, l’interpretazione di Giannino, e in ogni caso l’invito che faccio anche a me stesso è di non andare appresso alle spiegazioni

fondate su pregiudizi ideologici di qualche tipo. Il solo “pregiudizio ideologico”, se così vogliamo chiamarlo, che rivendico è un anticapitalismo “senza se e senza ma”, un pregiudizio che non risparmia nessun leader mondiale, nessuna politica estera, nessun Paese, nessuna alleanza imperialistica. Lo so, il mio settarismo classista è fin troppo rigido e dogmatico; io provo a essere più dialettico, meno pretenzioso, ma è più forte di me! 8. Affiancare l’auspicato (dagli europeisti!) Esercito Europeo alla Nato, oppure mandare senz’altro in soffitta la vecchia Alleanza Atlantica, ormai in crisi conclamata?

9.
Massimo fini perora da sempre la causa di un sovranismo su base europea e in chiave antiamericana: «In realtà la Nato, da quando esiste (il Patto fu firmato nel 1949), è stata lo strumento con cui gli americani hanno tenuto in stato di minorità l’Europa, militarmente, politicamente, economicamente e dai e ridai anche culturalmente. L’Alleanza ha avuto un senso per noi europei finché è esistita l’Unione Sovietica (non è un caso che il Patto sia stato siglato all’inizio della “guerra fredda”) perché gli Stati Uniti erano gli unici ad avere il deterrente atomico per dissuadere “l’orso russo” dal tentare avventure militari in Europa Ovest. Ma dal crollo dell’Urss la situazione, con tutta evidenza, è profondamente cambiata. La dissoluzione della Nato, se Trump parla con lingua dritta, sarebbe per l’Europa l’occasione per riacquistare, almeno parzialmente, un’indipendenza perduta all’indomani della Seconda guerra mondiale. La mia formula per l’Europa, a partire dal 1990, è questa: un’Europa unita, neutrale, armata, nucleare e autarchica. Unita politicamente, cosa che oggi non è ma che dovrà necessariamente diventare perché nessun singolo Paese può resistere, da solo, contro le grandi Potenze, sia quelle storiche, Stati Uniti e Russia, sia quelle cosiddette “emergenti”, Cina e India». Beninteso un’Europa «armata e nucleare non per aggredire nessuno, ma per poterci difendere autonomamente da eventuali minacce, senza dover ricorrere a pelose protezioni altrui». Si sa, da che mondo è mondo i cattivoni imperialisti sono sempre gli altri! Per questo gli internazionalisti (qui nel senso di Marx, non di Trump!) dal 1914 in poi non fanno alcuna differenza tra Paese cosiddetto aggredito e Paese cosiddetto aggressore: l’Imperialismo come struttura sociale ha una sola dimensione, quella mondiale, e ciò è tanto più vero oggi, al tempo della compiuta globalizzazione capitalistica, che ai tempi di Lenin e compagni. Per questo parlo di «Imperialismo unitario, ma non unico». Ovviamente questo discorso non vale per chi ritiene di essere un antimperialista solo perché sostiene posizioni antiamericane – e magari sbaciucchia in segreto le immagini del virile Putin. Di certo non ho alcuna speranza di convincere Fulvio Scaglione, come si evince da quel che segue: «È ovviamente troppo presto per dire se Trump, in politica estera, farà disastri o meraviglie. Ma il rifiuto preventivo di prendere in serio esame le sue posizioni è uno dei fattori che hanno contribuito a rendere questa vittoria incomprensibile ai soliti noti ma perfettamente naturale per la maggioranza degli americani. I quali, a quanto pare, si fanno la stessa domanda che da anni si fa Putin: perché il mondo deve avere un modello unico, quello americano? Perché non riconoscere che sul pianeta esistono popoli diversi con storie diverse che portano (in politica, nella cultura, negli orientamenti sociali) a risultati diversi? E perché queste diversità non possono convivere?» Per il sovranista economico-politico-culturale la divisione classista degli individui, oggi sussunti in tutto il mondo sotto il dominio totalitario dei rapporti sociali capitalistici, è un dettaglio, o comunque non è il punto dirimente della questione, come lo è invece per il sottoscritto; per il sostenitore della pacifica convivenza delle diversità nazionali, che stravede per un assetto multipolare della contesa interimperialistica (che grande conquista sarebbe per l’umanità!), l’esistenza di un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento che informa la prassi sociale mondiale non è la prospettiva dalla quale osservare il mondo hobbesiano (tanto sul fronte sociale quanto su quello geopolitico) che ci ospita, per combatterlo nella sua compatta e disumana totalità. Chissà, forse Scaglione è nostalgico della «Coesistenza pacifica tra sistemi sociali diversi» – leggi: diversamente capitalistici. Ma chi sono io per dare del reazionario – pardon: ultrareazionario – a chicchessia?

Per Pietrangelo Buttafuoco quello che è avvenuto negli Stati Uniti conferma in pieno la marxiana lotta di classe: il popolo, rappresentato naturalmente dal miliardario Donald, si è rivoltato contro l’élite, contro l’establishment. E ha vinto, anche alla faccia dei radical-chic. Il simpatico intellettuale siciliano, che non nasconde le sue inclinazioni destrorse, non è obbligato a conoscere le opere marxiane, e quindi può pensare e dire sul concetto di “lotta di classe” tutte le sciocchezze e le banalità demagogiche e populiste che gli passano per la testa. Dà da pensare, invece, il fatto che moltissimi sedicenti marxisti “puri e duri” sul punto la pensino allo stesso modo, confermando la tesi geometrico-politica secondo la quale gli estremi si toccano, quando essi insistono sullo stesso piano.

10
Riprendiamo dunque la citazione finiana, per concludere rapidamente il ragionamento: «Europa neutrale e autarchica. Neutrale per avere una giusta equidistanza fra Stati Uniti e Russia. Autarchica, attraverso un limitato protezionismo, per parare gli effetti più devastanti della globalizzazione». Personalmente sorrido quando sento parlare di «neutralità» e di «giusta equidistanza» (già, come ai “bei tempi” dei cosiddetti Paesi non allineati), non solo sul terreno geopolitico ma in ogni sfera della prassi sociale, mentre impugno con decisione la rivoltella, per legittima difesa s’intende, quando qualcuno evoca il protezionismo e l’autarchia. Lo ammetto, sono vittima dei fantasmi del passato… Il problema è che la società capitalistica (che oggi, lo ripeto, ha le dimensioni del nostro pianeta) è un passato che non vuole passare: ahimè!

Massimo Fini ha il merito di svelare il segreto – di Pulcinella – che si cela dietro il cosiddetto “sogno europeo”: la creazione di un polo imperialista europeo in grado di competere “a 360 gradi” con le altre Potenze mondiali. Scrive ad esempio Oscar Giannino: «O l’Italia e l’Europa capiscono che nel nuovo mondo commerciale Trump, Putin e Xi Jinping vanno a braccetto e i cocci sono nostri, oppure sarà solo peggio per noi» (Istituto Bruno Leoni). È bene ricordare che in termini aggregati l’economia europea è seconda solo a quella statunitense. Il problema, per gran parte dei sostenitori del progetto europeista, è che in esso la Germania non può non giocare, anche contro la volontà del suo stesso establishment (questo sì davvero angosciato, e a giusta ragione, dai fantasmi del passato!), il ruolo di forza propulsiva (la mitica “locomotiva tedesca”) e di centro egemonico aggregante – la Prussia d’Europa. Di qui, le diverse strategie messe in campo negli ultimi settant’anni da Inghilterra e Germania per contenere in qualche modo la potenza sistemica tedesca. Anche la Brexit risponde in una certa – non piccola – misura a quella strategia di contenimento, e certamente dobbiamo attenderci un ulteriore rafforzamento della relazione speciale transatlantica che da un secolo lega, con gli inevitabili “alti e bassi”, gli Stati Uniti alla Gran Bretagna.

In ogni caso, il sovranismo su base continentale sostenuto da Massimo Fini appare più intelligente e “realistico del sovranismo su base nazionale propugnato da larghissimi settori della “estrema sinistra” e della “estrema destra”. Ho detto «più intelligente e “realistico”», non meno reazionario: non vorrei salire anch’io, magari mio malgrado, sul carro del vincitore! Se non altro per non stare accanto a certi rognosi personaggi. Come ha “ricordato” a Trump, nel corso di un’intervista alla Reuters, il ministro dell’Economia messicano Ildefonso Guajardo, trepidante per il destino dell’accordo nordamericano per il libero scambio (Nafta) tra Stati Uniti, Canada e Messico in vigore dal 1994, «La competizione globale non è per paesi, ma per regioni». Dove con «regioni» occorre ovviamente intendere le macro-aree continentali. Penso che perfino un personaggio politicamente sprovveduto (?) come Trump sappia benissimo come vanno le cose in questo capitalistico mondo.

LA TRAGICA LOGICA DEL «NOSTRO PAESE»

10563215_814994251880301_1156078677395220044_nIeri ho postato su Facebook quanto segue

Stati Uniti. Dilaga la protesta razziale. Razziale?

Scrive Paolo Mastrolilli (La Stampa):

«Jane, una veterana di Occupy Wall Street con i capelli viola, spiega perché non vedeva l’ora di tornare in piazza: “Ci hanno tappato la bocca, ma i problemi sono rimasti irrisolti. Il razzismo e la violenza contro i neri fanno il paio con la diseguaglianza che governa l’America. Pochi bianchi e ricchi hanno tutto, e usano la forza per evitare che gli altri li obblighino a condividere le opportunità del nostro Paese”». Ma è proprio la logica del «nostro Paese» che i dominati, bianchi o neri che siano, devono respingere, negli Stati Uniti come altrove nel mondo! Almeno se vogliono iniziare a dare una risposta efficace alla bronzea e brutale logica del sistema (capitalistico), il quale tratta gli individui come mere risorse da spremere in ogni modo: come “capitale umano”, come consumatori, contribuenti, elettori, e così via.

E non importa chi pro tempore ha nelle mani le “leve” del comando politico: repubblicano o democratico, bianco o nero, reazionario o progressista, petroliere o intellettuale, ricco o francescano, guerrafondaio o Nobel per la pace. Per questo chiedere giustizia («No justice, no peace», niente pace senza giustizia) nella società ingiusta significa martellare sempre di nuovo i chiodi che infilzano i corpi dei poveri cristi. Più che di giustizia, poi, si tratta piuttosto di una vendetta da ottenersi attraverso il Moloch, il quale è ben felice tutte le volte che può offrire agli offesi affamati di “giustizia” il capro espiatorio di turno: «Mangiate, questo è il mio corpo; bevete, questo è il mio sangue». Amen!

Non c’è vera pace (al massimo un’illusoria tregua esistenziale) senza autentica umanità, la quale è impossibile nella dimensione del dominio di classe: questi sono i termini reali della faccenda. Negli Stati Uniti come ovunque nel mondo.

poliziotto-ferguson-616886«La scintilla si è accesa in tutti gli Stati Uniti, almeno 170 città arrabbiate, e New York non poteva mancare. Perché ormai non si protesta più solo contro la violenza della polizia contro i neri, che di per sé potrebbe anche bastare, ma contro tutte le ingiustizie e le diseguaglianze della società moderna americana». Questo non deve certo stupire: da sempre la questione razziale, negli Stati Uniti e altrove, è in primo luogo una questione sociale. Per questo bisogna sempre augurarsi che l’esplosione della rabbia degli «ultimi fra gli ultimi» trovi presto la strada maestra della lotta di classe a tutto campo: lavoro, salario, casa, sanità, pensioni. E che il «nostro Paese» vada pure in malora!

«Hands up, don’t shoot»: abbiamo le mani alzate, non sparate. Si tratta però di armarsi. Di “coscienza di classe”.

È SCOPPIATA UNA NUOVA GUERRA FREDDA?

Povero Vladimir!

Povero Vladimir!

Ieri Le figaro scriveva che la politica dei fatti compiuti inaugurata da Putin in Crimea ha messo in moto un ingranaggio che ci porterà in una nuova Guerra Fredda. Nel suo articolo pubblicato dal The New York Times e ripreso domenica scorsa da Repubblica, Thomas L. Friedman, forse il maggior teorico della globalizzazione capitalistica ai tempi della dorata era clintoniana, sostiene invece che la crisi ucraina non sta affatto precipitando il mondo in una nuova Guerra Fredda. «Io non penso che la Guerra Fredda sia tornata: la situazione geopolitica corrente è molto più complessa di allora. E non penso nemmeno che la cautela del presidente Obama sia del tutto fuori luogo». Tendo a concordare con questa tesi, sebbene sulla scorta di un ragionamento alquanto diverso da quello che regge la riflessione geopolitica di Friedman, a partire dalla stessa definizione di Guerra Fredda. Cosa fu la cosiddetta Guerra Fredda?

Vediamo come risponde il noto opinion leader di Minneapolis: «La Guerra Fredda fu un evento unico, in cui si fronteggiavano due ideologie globali, due superpotenze globali, e ognuna delle due aveva dietro armi nucleari che potevano colpire in tutto il mondo e un’ampia rete di alleati. Il mondo era diviso in una scacchiera rossa e nera e l’identità di chi governava le singole caselle poteva avere ripercussioni sulla sicurezza, il benessere e il potere di ognuno dei due schieramenti. Era anche un gioco a somma zero, in cui ogni guadagno per l’Unione Sovietica e i suoi alleati era una perdita per l’Occidente e la Nato, e viceversa». Come si vede, nel definire il concetto di Guerra Fredda Friedman mette avanti lo scontro ideologico fra due sistemi sociali alternativi, cosa che indusse Fukuyama, per la verità un po’ troppo in anticipo sui tempi, a dichiarare la fine della storia allorché uno dei due poli maggiori della contesa interimperialistica (quello cosiddetto Sovietico) crollò miseramente, e con una rapidità che allora sorprese solo chi ignorava la disastrata condizione dell’economia russa.

Ovviamente non nego l’importanza di quello scontro, ma nella misura in cui rifletto sui processi sociali mondiali da una prospettiva critico-radicale, e non da una prospettiva geopolitica, ciò che mi sta a cuore è fare luce sulla natura di quello scontro, ossia demistificarne il senso e la reale portata. Per riprendere la metafora dei colori proposta da Friedman, la scacchiera mondiale ai tempi della Guerra Fredda offriva allo sguardo di chi non si era lasciato intruppare in uno dei due fronti imperialistici un solo colore: quello nero, nero-imperialismo, per così dire. E non, si badi bene, un imperialismo con caratteristiche comuniste contrapposto a un imperialismo con caratteristiche democratiche, come lascia supporre lo stesso Friedman, ma due imperialismi basati sullo stesso fondamento sociale: quello capitalistico, sebbene esso si manifestasse in due diversi modelli (quello sovietico-statalista  e quello americano-liberale) che esprimevano il diverso retaggio storico delle due Super Potenze.

obama-putin-266123D’altra parte non si può chiedere la comprensione di queste “sottigliezze dottrinarie” a uno che nel 1999 scriveva la perla storico-sociologica che segue: «Rivoluzionari come Marx, Engels, Lenin e Mussolini si fecero avanti e dichiararono che era possibile eliminare le spinte destabilizzanti e brutali del libero mercato, costruendo un mondo emancipato dal capitalismo borghese senza regole […] Le alternative centraliste e non democratiche che offrivano – comunismo, socialismo, fascismo – contribuirono a bloccare il processo di globalizzazione dal 1917, quando cominciarono a essere applicate nel mondo reale, al 1989» (Le radici del Futuro, Mondadori, 2000). Ma come si fa a scrivere queste… insensatezze! Marx, Engels, Lenin e Mussolini gettati nello stesso sacco (cosa che all’anima del Duce forse non dispiace affatto), il comunismo concepito alla stregua di un capitalismo pianificato, centralizzato, non democratico, a conduzione statale.  Fino a che punto si può sfidare l’intelligenza delle persone? Vero è che anche molti “comunisti” hanno coltivato – e continuano a coltivare – lo stesso miserabile concetto di “comunismo”, e non a caso oggi il sovranismo statalista di “destra” è del tutto sovrapponibile a quello di “sinistra”, legittimando peraltro l’epiteto di fasciostalinismo.

Né, ritornando alla tesi iniziale, si può dire che la Guerra Fredda fu «un gioco a somma zero», e difatti lo stesso Friedman ammette che a quel gioco «abbiamo vinto noi», cioè gli Stati Uniti e il fronte capitalistico-democratico che a essi faceva riferimento.  Questo schieramento dà corpo alla categoria di quei Paesi che «puntano a costruire rispetto e influenza attraverso la prosperità della loro popolazione». Friedman, che riprende le tesi geopolitiche di Michael Mandelbaum, include in questa virtuosa categoria anche i Paesi del Mercosur in Sudamerica e dell’Asean in Asia. «Queste nazioni sono consapevoli che la tendenza più importante del mondo odierno non è quella che porta verso una nuova Guerra Fredda, ma quella che porta verso una fusione tra globalizzazione e rivoluzione informatica». Si contrappone a questa sorta di Asse della Prosperità, l’Asse della Potenza: «Paesi come la Russia, l’Iran e la Corea del Nord, guidati da leader che puntano innanzitutto a costruire autorità, rispetto e influenza attraverso uno Stato potente. E avendo i primi due il petrolio e il terzo armi atomiche da barattare con rifornimenti alimentari, i loro leader possono sfidare il sistema globale e sopravvivere, se non addirittura prosperare, giocando al vecchio e tradizionale gioco della politica della forza per controllare la loro regione».

È interessante notare come questa dualistica contrapposizione tra Prosperità e Potenza ricalchi lo schema proposto da Robert Kagan nel suo Paradiso e potere (Mondadori, 2003) a proposito del rapporto Europa-USA: «L’Europa sta voltando le spalle al potere […] Sta entrando in un paradiso poststorico di pace e relativo benessere: la realizzazione della “pace perpetua” di Kant. Gli Stati Uniti invece restano impigliati nella storia a esercitare il potere in un mondo anarchico, hobbesiano, nel quale la vera sicurezza, la difesa e l’affermazione dell’ordine liberale dipendono ancora dal possesso e dall’uso della forza». Colombe contro falchi, Kant versus Hobbes, Venere contro Marte. Naturalmente niente di tutto questo, a uno sguardo meno superficiale.

In realtà declinare la potenza e la forza di un Paese a partire dalla sua dimensione politico-militare è sbagliato, soprattutto nel contesto della società-mondo del XXI secolo, nell’epoca della sussunzione totalitaria di tutto e tutti al Moloch capitalistico. Il confronto tra grandi potenze mondiali è sempre un confronto tra sistemi capitalistici, e difatti gli Stati Uniti vinsero la Prima guerra mondiale, la Seconda e la Guerra Fredda semplicemente perché il Capitalismo americano mostrò di essere di gran lunga quello più forte rispetto ai suoi competitor, e  a tutti i livelli: da quello della produzione materiale a quello finanziario, da quello tecnologico a quello scientifico, da quello organizzativo a quello ideologico.  Di qui, lo sforzo americano teso a scongiurare la formazione di un potente polo capitalistico di dimensione continentale, a cominciare naturalmente dal Vecchio Continente (l’Europa a trazione tedesca, ieri come oggi), ma senza trascurare il “pericolo giallo”: ieri il Giappone, oggi la Cina. Come ho scritto altre volte, l’Unione Sovietica perse la Guerra Fredda innanzitutto su un terreno schiettamente capitalistico, e bastava mettere a confronto la struttura industriale americana con quella sovietica per capire che alla lunga il successo avrebbe certamente arriso agli americani: altro che gioco a somma zero!

La verità è che oggi Friedman esprime quella tendenza isolazionista che ogni tanto, soprattutto in tempi di crisi economica (o dopo dolorose esperienze: vedi Vietnam, Afghanistan, Iraq), fa capolino negli Stati Uniti, e che si scontra con la tendenza “internazionalista” o interventista.  Dalla fine del XIX secolo l’elaborazione della politica estera americana deve fare soprattutto i conti con le due direttrici oceaniche: guardare verso l’Atlantico e verso il Pacifico, al contempo. L’alternanza di politiche “isolazioniste” e politiche “internazionaliste” ha molto a che fare con questa tensione geopolitica, ossia col prevalere, mai però in termini assoluti, degli interessi atlantici (relazione America-Europa) piuttosto che di quelli legati alle relazioni economiche con l’area del Pacifico.

Obama3333-960x640Scrive Friedman nella sua qualità di avvocato difensore del Presedente Obama, accusato «ingiustamente» dai “falchi” a stelle e strisce di essere fin troppo timido «nel difendere i nostri interessi o i nostri amici»: «C’era [ai tempi della Guerra Fredda] la politica del “contenimento”, che ci diceva cosa dovevamo fare e che dovevamo farlo quasi a qualsiasi prezzo. Oggi chi contesta Obama dice che dovrebbe fare “qualcosa” sulla Siria. Lo capisco. Il caos che regna laggiù potrebbe finire per far sentire i suoi effetti nefasti anche da noi. Se esiste una politica in grado di risolvere la situazione siriana, o anche semplicemente di fermare le uccisioni in modo stabile e duraturo, a un costo sopportabile e che non vada a discapito di tutte le cose che dobbiamo fare qui in patria per garantire il nostro futuro, contate pure sul mio sostegno». Gli interessi degli Stati Uniti innanzitutto. Come sempre, del resto, ma nel modo adeguato al sempre più veloce, «liquido» e competitivo mondo post Guerra Fredda: «La guerra fredda ruotava intorno all’equazione massa-energia di Einstein: e = mc². La globalizzazione, invece, tende a gravitare intorno alla legge di Moore, la quale stabilisce che la capacità di elaborazione di un microchip raddoppia in un periodo compreso fra i diciotto e i ventiquattro mesi, mentre il costo si dimezza» (T. L. Friedman, Le radici del futuro). Personalmente tendo a dar credito alla legge di Marx, la quale spiega i processi sociali fondamentali che rigano il tutt’altro che liscio mondo di oggi a partire dalla ricerca del massimo profitto: nella sfera economica come in quella geopolitica. Anche la sfera delle cosiddette relazioni umane non mi sembra poi così estranea da questa maligna ricerca.

Michael Cohen della Century Foundation esprime bene l’attuale orientamento strategico degli Stati Uniti: «Quel che c’è di sbagliato [nelle analisi dei falchi antiobamiani] è il focus delle critiche. Il cuore del problema non è tanto come Obama deve rispondere ai russi ma perché […] La vera domanda è cosa sono disposti a fare gli altri. Non solo in Ucraina, ma anche in Siria, Medio Oriente e Iran. John F. Kennedy diceva: non domandatevi quello che l’America può fare per voi, piuttosto chiedetevi quello che voi potete fare per l’America. Adesso è il momento di chiarire cosa l’Europa è in grado di fare per se stessa. Troppe nazioni sono state al riparo dell’ombrello di sicurezza statunitense, in Europa e non solo» (Limes, 12 marzo 2014). È facile affettare pose da colomba kantiana al riparo del costoso apparato di sicurezza americano! Troppo comodo indossare i panni di Venere quando si può contare sui missili atomici intercontinentali dell’antipatico dio della guerra!

merkel-deutschlandtag-jungen-unionDa Le figaro a Libération, dal Times al Financial Times è tutto un grido di dolore: l’atto di forza putiniano fa strame del diritto internazionale! Come ho critto altrove, chi contrappone la forza al diritto mostra di possedere o una grande ignoranza dei fatti storici e del mondo in cui abbiamo la ventura di vivere, oppure una notevole dose di cinica ipocrisia. Nella politica in generale e nella politica estera in particolare il Diritto equivale a Forza, di più: il Diritto è Forza (materiale, politica, culturale, ideologica, psicologica, in una sola parola: sistemica)*. «Gli economisti borghesi vedono soltanto che con la polizia moderna si può produrre meglio che, ad es., con il diritto del più forte. Essi dimenticano soltanto che anche il diritto del più forte è un diritto, e che il diritto del più forte continua a vivere sotto altra forma nel loro “Stato di diritto”» (K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, I, La Nuova Italia, 1978).

Il diritto della Russia di annettere la Crimea con tutti i mezzi necessari è inscritto non solo nel retaggio storico dell’impero russo, dagli zar “neri” a quelli “rossi” e infine tricolori, ma in primo luogo nei suoi interessi nazionali. Il diritto di europei e americani di contrastare questa annessione è radicata sulla stessa base, risponde cioè alla stessa logica, la logica di Potenza. Ed è precisamente questa logica che bisogna demistificare, per far emergere la natura capitalistica della competizione interimperialistica nascosta dietro le solite menzogne ideologiche intorno al «diritto di autodeterminazione dei popoli», alla «libertà dei popoli», alla «pace», alla «democrazia», allo «Stato di diritto» e via discorrendo.

Tutti gli osservatori di politica internazionale oggi denunciano l’impotenza dell’Europa dinanzi alle velleità egemoniche della Russia: «L’Europa ha abdicato alla sua funzione di potenza benevola, e così ha tradito le generose aspettative degli ucraini. A Piazza Maidan si è versato sangue inutilmente». Insomma, si fa finta di non sapere che non esiste alcuna Europa, se non come mera espressione geografica, almeno dal punto di vista geopolitico. Esistono invece gli interessi della Germania, della Francia, dell’Inghilterra, della Polonia, dell’Italia e così via; interessi nazionali che non sempre entrano in reciproca sintonia sulle questioni di fondamentale importanza riguardanti l’assetto geopolitico e geoeconomico del Vecchio Continente e del pianeta.

Sul Financial Times Peter Spiegel invita i leader europei a superare la sindrome che ha condotto il Giappone all’attuale impasse sistemico: agire e considerarsi come un gigante economico e un nano politico. L’Europa deve ritornare a «pensare in modo strategico», e come sempre la chiave del problema si chiama Germania. Non c’è dubbio. La maledetta Questione Tedesca è più viva che mai.

* Da Il mondo è rotondo:

Come il grande Capitale domina e il più delle volte sfrutta, soprattutto attraverso strumenti tecnologici, quello medio e piccolo, analogamente le grandi potenze esercitano di fatto, e spesse volte anche di diritto (soprattutto alla fine di una guerra), il loro dominio sulle potenze medie e piccole come su ogni altra configurazione politico-istituzionale nazionale e transnazionale. È il diritto del più forte, certamente; quello che ha segnato la storia del Dominio sociale negli ultimi tremila anni. Come sanno bene i teorici del realismo geopolitico è la forza organizzata delle nazioni, che ha nello Stato la sua più puntuta espressione, che gioca un ruolo fondamentale nei rapporti tra gli Stati, che sono appunto rapporti di forza, di potenza, mentre la fumisteria della propaganda ideologica vi svolge una funzione assai modesta, esercitata soprattutto ai danni delle cosiddette opinioni pubbliche internazionali.

D’altra parte, il dominio delle grandi potenze ha sempre avuto un carattere relativo e tendenzialmente transitorio. Per un verso le nazioni assoggettate alla Potenza dominante, o soltanto egemone, fanno di tutto per tutelare nei limiti del possibile i loro peculiari interessi, e per ricavare dal particolare sistema di alleanze nel quale sono inserite il maggiore vantaggio possibile, il che spesse volte costringe la nazione collocata al centro di quel sistema a pagare un prezzo molto salato sull’altare della propria leadership. La storia dell’Alleanza imperialistica dominata dagli Stati Uniti è molto istruttiva a tal proposito. Questo per un verso. Per altro verso, l’ascesa e il declino, assoluto o solo relativo, delle grandi Potenze testimoniano del carattere dinamico dei rapporti di forza che vengono a stabilirsi tra le nazioni.

DUE PAROLE SULLA CRIMEA

78546L’ex Segretario di Stato Hillary Clinton sembra voler mettersi alla testa dei falchi a stelle e strisce che rimproverano a Obama un atteggiamento troppo debole e indeciso a proposito del sempre più caldo e aggrovigliato intrigo ucraino.  Ecco cosa avrebbe dichiarato l’ex First Lady nel corso di un incontro elettorale in California tenutosi a porte chiuse (diciamo socchiuse):

«L’operato di Vladimir Putin in Crimea ricorda quello di Hitler prima della Seconda Guerra Mondiale. Quello che sta accadendo in Ucraina ha qualcosa di familiare. È quello che Hitler fece negli Anni Trenta. A tutti i tedeschi “etnici”, i tedeschi di ascendenza che vivevano in Cecoslovacchia, in Romania e in altri luoghi, Hitler continuava a dire che non erano trattati bene. Diceva: “devo andare a proteggere il mio popolo”. La missione di Putin appare quella di voler ripristinare la grandezza russa, riaffermando in particolare il controllo sui Paesi dell’ex Unione Sovietica. Quando guarda l’Ucraina, Putin vede un luogo che crede essere, per sua natura, parte integrante della “Madre Russia”».

Quando Putin dichiarò, all’inizio della crisi in Crimea, che Mosca avrebbe difeso con ogni mezzo la vita e gli interessi dei cittadini russi ovunque essi vivano, a molti osservatori di politica internazionale e a molti storici balenò subito alla mente la Germania di Hitler affamata di «spazio vitale». Una sorta di riflesso condizionato che a mio avviso ha un suo fondamento, naturalmente cambiando quel che c’è da cambiare, come è sempre giusto fare quando si mettono a confronto differenti eventi storici.

mktumb640aCiò che tuttavia rende legittimo, almeno ai miei occhi, l’accostamento azzardato dalla Clinton è la natura imperialistica dei due fatti storici. Natura che ovviamente accomuna tutti i protagonisti di ieri e di oggi, compresi gli Stati Uniti d’America, i quali dalla Prima guerra mondiale in poi hanno indossato i panni dei paladini della democrazia e della civiltà occidentale, pronti a versare il proprio e l’altrui sangue per ristabilire i sacri e inviolabili (puntualmente violentati, si capisce) diritti dell’uomo calpestati dal Cattivo di turno.

602-408-20140304_094342_B4864331In questa giornata “referendaria” il punto di vista geopolitico, che è il punto di vista del dominio sociale capitalistico, della conservazione dello status quo sociale (che molti “rivoluzionari” di destra e di sinistra confondono con lo status quo geopolitico), chiama l’opinione pubblica mondiale a schierarsi pro o contro la Russia, pro o contro Kiev, pro o contro i fascisti, pro o contro gli stalinisti (altro che “comunisti nostalgici”!) basati in Crimea, pro o contro l’Europa (che, geopoliticamente parlando, è una mera espressione geografica), pro o contro gli Stati Uniti, e via di seguito.  Il punto di vista di classe (o umano, come piace chiamarlo a chi scrive), ossia la prospettiva che cerca di cogliere la possibilità dell’emancipazione universale degli individui a partire dal cattivissimo presente, invita invece il pensiero a non lasciarsi irreggimentare in una delle miserabili tifoserie che siedono nello stesso stadio e applaudono lo stesso gioco. Credetemi, già solo questo sforzo concettuale ha una pregnanza pratica, una concretezza politica, che le mosche cocchiere che credono di “fare la storia” guidando il maligno cocchio del Dominio nemmeno sospettano.

ESSERE VLADIMIR PUTIN

FANTAPOLITICA!

HOLOMODOR!

ULTIM’ORA DALL’UCRAINA!

KIEV. ANCORA SANGUE A PIAZZA MAIDAN

L’UCRAINA E I SINISTRI PROFETI DI CASA NOSTRA

L’IMPERIALISMO ENERGETICO DELLA RUSSIA

L’UCRAINA DA LENIN A LUCIO CARACCIOLO

QUANDO UNA STATUA DI LENIN (O DI MARX) CADE

INTRIGO UCRAINO

SULL’UCRAINA E NON SOLO

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Il Segretario di Stato John Kerry ieri ha dichiarato in un’intervista alla CBS, ripresa oggi da La Stampa, che «Non si può agire con i metodi del XIX secolo nel XXI secolo, invadendo un altro Paese con motivi costruiti e pretestuosi». Affermata da un esponente di punta della prima potenza imperialista del pianeta, la quale ha portato manu militari «la democrazia e lo Stato di diritto» in mezzo mondo (è dagli anni Quaranta che lo fa), la tesi suona abbastanza poco credibile, diciamo così.

Come sanno molto bene anche i realisti geopolitici, i bistrattati «metodi del XIX secolo» sono sovrapponibili, almeno nelle linee essenziali, a quelli del XX e del XXI secolo: sono, infatti, i metodi di dominio e/o di egemonia basati sulla forza delle Potenze che stiamo vedendo all’opera in questi giorni e in queste ore anche – non solo – in Ucraina. Piuttosto si tratta di capire la natura e l’evoluzione “strutturale” di questa forza.

Nei rapporti tra gli Stati i “dati sensibili” che davvero contano sono gli interessi (tattici e soprattutto strategici, fondati anche sul retaggio storico) e la forza relativa di ogni competitore. Le anime belle del progressismo mondiale affettano di credere nella buona volontà politica degli statisti, i quali se solo volessero potrebbero inaugurare la mitica epoca kantiana della pace perpetua; ma non sono poi così stupidi da non comprendere le profonde ragioni della forza. E difatti, all’occorrenza, a gran parte di loro basta un solo minuto per gettare nella pattumiera la colomba di Picasso e afferrare la metaforica spada: «Anche la democrazia e lo Stato di diritto sanno essere forti!». A tal proposito non ho mai nutrito dubbi di alcun genere. Hitler, invece, sottovalutò alquanto, oltre tutto il resto, la capacità combattiva delle «degenerate democrazie occidentali»: l’ideologia fa di questi brutti scherzi, a “destra” come a “sinistra”.

Intanto, per la pace perpetua bisogna ancora andare nei cimiteri.

Nel moderno Capitalismo, la forza in questione si declina in primo luogo in termini economici: alta capacità produttiva, forte dinamismo tecnologico, alta competitività globale (sistemica, ossia economica, scientifica, tecnologica, istituzionale, culturale) di un Paese. Sotto questo essenziale aspetto, gravemente sottovalutato da chi rimane impigliato nella fenomenologia politico-militare della competizione interimperialistica, paesi come la Germania, il Giappone e la Cina incarnano meglio degli altri l’intima natura del moderno Imperialismo, la quale peraltro, presto o tardi, non può mancare di darsi un’adeguata proiezione politica. E quando parlo di politica naturalmente alludo anche al necessario momento militare.

L’Unione Sovietica perse la “guerra fredda” fondamentalmente sul terreno della competizione squisitamente capitalistica, cioè a dire a causa delle sue molte e gravi magagne strutturali, sintetizzabili nel tipo di capitalismo che venne a delinearsi a partire dalla fine degli anni Venti soprattutto per alimentare le ambizioni di potenza dell’«eterna Russia». Non poche di quelle magagne continuano a tormentare la struttura economica del grande Paese che il “falco” Richard Perle ha definito «Uno Stato fallito con molto petrolio».

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Su un post di qualche giorno fa scrivevo: «Intanto cresce l’attivismo tedesco nella scottante vicenda geopolitica, a ulteriore dimostrazione che non è concepibile un’Unione europea che non sia a trazione (leggi egemonia) tedesca. E i “cugini” francesi rosicano. Chi pensa che con l’Ucraina la Germania stia giocando una partita per conto degli Stati Uniti si sbaglia di grosso». Mi sembra che l’atteggiamento “conciliante” e “dialogante” della Merkel, che appare ancor più significativo se messo a confronto con quello “più assertivo” di Francia e Inghilterra, confermi quella lettura. Naturalmente la situazione rimane molto fluida e fare delle previsioni attendibili non è certo semplice, o quantomeno la cosa è fuori dalla mia portata. L’Italietta come sempre cerca di non scoprirsi troppo, ma i suoi interessi vanno decisamente nella direzione della Germania: il Bel Paese fa molti affari con l’amico Putin.

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A proposito dell’amico Putin! Oggi Vittorio Feltri è andato a sedersi fra i tifosi delle ragioni (imperialistiche) della Russia. «Il presidentissimo» Vladimir non è certo uno stinco di santo, ha scritto Feltri, ma non bisogna dimenticare cosa c’era prima di lui in Russia: «un regime comunista, la dittatura del proletariato». Nientedimeno! A mia insaputa, è proprio il caso di dirlo. Occorre dunque essere meno ipocriti e meno severi, ha concluso Feltri, nel giudicare la politica estera del nuovo Zar, anche perché il vizietto di esibire i muscoli non è certo di sua esclusiva competenza. Non c’è dubbio.

Come sempre, la contesa capitalistica mondiale non è un pranzo di gala. Per questo bisogna tenersi alla larga, molto alla larga, dalle opposte tifoserie dei fascisti e degli stalinisti, dei filoeuropei e dei filorussi. Denunciare il carattere ultrareazionario di queste opposte (ma convergenti, quanto a risultato valutato in termini classisti) tifoserie significa attenersi al minimo sindacale di una posizione dignitosamente critico-radicale. Il minimo sindacale, niente di più.

Un’ultima – maligna? – domanda: se al governo del Paese ci fosse stato l’odiato Cavaliere Nero, l’italico pacifismo sarebbe sceso in strada contro il «fascista Putin amico di Berlusconi»?

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