STRANE STORIE DI BAMBINI, DI SERPENTI E DI VELENI

Per chiarire e ribadire alcuni concetti esposti, forse in modo troppo sintetico, nel “pezzo” Non è di questo veleno che l’uomo muore, “socializzo” un mio messaggio inviato a un’amica telematica.

Carissima, intanto mi scuso per il ritardo. Benché Nostromo, non sempre ho la possibilità di navigare nell’Oceano della Rete. E ti ringrazio per l’attenzione. Ma veniamo brevemente al sodo, rinviandoti per ulteriori approfondimenti ai miei precedenti scritti (soprattutto: L’Angelo Nero, Il Libero Arbitrio, Eutanasia del dominio).

Con il bambino e il serpente non ho voluto realizzare una metafora, ma una semplice immagine “poetica”, la quale certamente rinvia a qualche concetto più o meno articolato e strutturato. Tuttavia, per avere maggiori lumi bisognerebbe interrogare il bambino, che nel frattempo, “oggettivandosi”, mi è scappato di mano. Cosa avrà voluto dirci? Si possono fare solo delle ipotesi, o delle illazioni.

Personalmente mi concentrerei più sul veleno, che sul serpente. Il bambino, forse, non è buono come può apparire, non è, forse, un convinto animalista vegetariano; nella sua innocente – e mai esistita, al pari dell’età dell’oro – saggezza egli probabilmente ci mette in guardia da un veleno speciale, che mentre ci uccide, ci mantiene in vita. Mentre il veleno del serpente, se assunto in dosi omeopatiche, può perfino curarci, l’altro veleno non è passibile di alcuna manipolazione benigna, nonostante siamo noi stessi a fabbricarlo! «Mentre nuotate in un mare di veleno – sembra dirci il bambino, magari mentre infilza, per puro divertimento, un serpente: io lo facevo! –, state tanto a preoccuparvi di inezie! E volete pure che vi tratti da adulti!» Forse è questo che vuole dirci il bambino, saggio suo malgrado.

Per il resto non c’è dubbio: la punta della mia critica è rivolta contro il pensiero ecologicamente corretto, il neomalthusismo, l’ideologia della «Civiltà post-sviluppista». A mio avviso il problema non è l’arrogante presunzione dell’uomo di credersi al centro dell’Universo, ma la sua assenza dalla scena: «Ci dispiace, il soggetto uomo in quanto uomo non ci è pervenuto. Ripassate più tardi». Penso che, loro malgrado e con lo zelo che distingue la gente buona di cuore, gli ecocompatibili, gli eticamente corretti, i sostenitori del capitalismo equo e solidale e i teorici della decrescita e del sacrificio virtuoso (Berlinguer è ritornato di moda: che tempi!), partecipano al Complotto Universale contro l’uomo.

La Chiesa, che la sa assai più lunga dei suoi detrattori “laicisti”, non manca di denunciarlo, ovviamente per portare Acqua Santa al suo Sacro Mulino. «L’allarmismo ecologista – scrive la rivista cattolica Il Timone – ha come scopo ultimo quello di imputare all’uomo ogni colpa possibile, così da renderne odiosa la sola presenza nel mondo». È proprio il caso di dirlo: Sante Parole. Prima di salutarti porto un po’ di acqua profana al mio piccolo mulino: nella società dominata dal capitale (più o meno «equo e solidale», più o meno «ecosostenibile») non vedremo mai respirare l’uomo. Non è di questo smog che l’uomo muore…

Ciao!

TUTTA COLPA DI CARTESIO!

Nel suo libro Dimenticare Cartesio (Mimesis, 2010) Francesco Pullia addebita alla «concezione antropocentrica» del filosofo francese lo sterminio degli animali per scopi alimentari e scientifici. Una volta che l’uomo concepisce se stesso non come parte del tutto, ma come il Tutto, come l’ombelico dell’Universo, con ciò stesso egli apre la strada che conduce gli animali, concepiti da Cartesio alla stregua di semplici macchine, all’ingrassaggio industriale, al macello, all’allevamento in batteria, al tavolo della vivisezione. Ecco perché, sostiene Pullia, bisogna finalmente prendere congedo da Cartesio, il quale «rimane sulla carta in una dolorosa scia di sopraffazioni», per «camminare sulla via della ecosofia». Al famigerato filosofo dell’Io penso, dunque sono, il Nostro contrappone Aldo Capitini, il filosofo della nonviolenza e della «compresenza».

Ma ha senso attribuire a Cartesio, peraltro in un modo che definire sbrigativo è poco, l’olocausto degli animali e ogni altra nequizia ai danni della «Madre Terra» (uomini compresi?) A occhio, mi sembra quantomeno esagerato, per mantenermi sul terreno dell’eufemismo. E ciò tanto più se rifletto sulla matrice politica di Pullia: egli è infatti un militante di prestigio del Partito Radicale, ossia di quel partito che ha sempre fatto del capitalismo «liberale e liberista» di stampo anglosassone la sua bandiera. Di quel partito che ha sempre sostenuto la libera – e persino sfrenata, come la brama del profitto – ricerca scientifica, e che giudica «oscurantista» e oggettivamente filo papista ogni critica rivolta allo scientismo. La critica della scienza contemporanea come formidabile e insostituibile strumento di dominio e di sfruttamento di cose, persone e animali, naturalmente gli fa un baffo: il problema per lui è l’antropocentrismo di Cartesio, non il capitalecentrismo che mette in out ogni qualità essenzialmente umana. Non ho niente da rimproverargli, perché trovo del tutto necessaria, visti i presupposti teorici e politici da cui muove, una simile cecità, chiamata altrimenti «ecosofia».

Anche Paolo Scroccaro, dell’Associazione Eco-filosofica, se la prende con Cartesio (e con Galilei): «Se la scienza moderna avesse seguito Leonardo, invece di seguire Galilei e Cartesio, molto probabilmente anche la direzione della civiltà sarebbe stata molto diversa» (cit. tratta da Decrescita, AA VV, Sismondi ed., 2009). Mi pare di sentire il commento dell’uomo con la barba: «Costui ragiona con la testa poggiata sul lurido suolo dell’ideologia borghese!» Ma io non sono così materialista…

Fritjof Capra, teorico della cosiddetta «ecologia profonda», concorda con il filosofo italiano: «Ritengo ragionevole pensare che la scienza occidentale si sarebbe sviluppata in modo diverso se i famosi Quaderni di Leonardo (che sono rimasti nascosti per oltre due secoli dopo la sua morte nel 1519) fossero stati studiati dai suoi contemporanei» (cit. tratta da Decrescita). Vedete quanto la storia del mondo dipende dal caso? Altro che «determinismo economico»! Via Cartesio, largo a Leonardo: ecco compiuta la «rivoluzione culturale» che ci salverà dall’autodistruzione. D’altra parte, l’anno magico dei Maya si avvicina! Nicchio.

Ma ha poi un fondamento storico e filosofico contrapporre Leonardo a Cartesio e a Galileo? Naturalmente no. Non vi fidate del mio giudizio? Allora leggete uno che in fatto di storia del pensiero scientifico la sapeva assai più lunga: «Porre l’inizio della meccanica al tempo di Galilei e di Descartes significa non prendere in considerazione almeno 50 anni di ricerca scientifica … E’ certo che Leonardo nelle sue ricerche ha impiegato metodi quantitativi esatti e che ha sottolineato la generale applicabilità della matematica … Egli pose i principi di una compiuta immagine meccanicistica del mondo» (H. Grossmann, Le basi sociali della filosofia meccanicistica e la manifattura, 1935). Insomma, checché ne dicano i filosofi dell’ecologia profonda, alla ricerca di capri espiatori filosofici in grado di salvare (non lo sanno, ma lo fanno!) la capra dei rapporti sociali capitalistici e i cavoli del rispetto ambientale, Leonardo si colloca al centro della genesi del pensiero scientifico moderno, prodotto e – al contempo – fattore del moderno capitalismo.

Scriveva E. Husserl: «Non si può sollevare l’obiezione, ora di moda, che la filosofia universale cartesiana, fondata su un fondamento apodittico, abbia creato quell’umanità esistenzialmente fallita, il cui entusiasmo per il progresso, il cui ideale di un dominio conoscitivo sulla natura, da realizzarsi attraverso un progresso all’infinito, di un dominio tecnico da promuovere all’infinito, non persegue in fondo che una “tranquillità” e, in certo senso, un’assicurazione contro il destino. Il fatto che nel nostro tempo esista un’umanità di questo tipo, e che si caratterizzi come un fenomeno di massa, è innegabile. Ma non tutti coloro che irridono alle proprie catene sono liberi» (La crisi delle scienze europee, 1936). Infatti, le catene non vanno irrise, ma spezzate, non solo nella testa ma anche nella prassi sociale. Ecco perché ho il sospetto che non ce la possiamo cavare con una semplice «rivoluzione culturale», tanto più se è del tipo “ecosofica”.