UNA SOLUZIONE FINALE PER LA GRECIA

merkel-tsipras-641227Grande è la confusione sotto il cielo di Atene, ma nessuno può dire che essa sia anche eccellente. Dopo l’ennesimo “incontro decisivo” tra Alexis Tsipras e il Presidente dell’Ue Jean Claude Juncker, il poliziotto cattivo Wolfgang Schäuble ha tenuto a precisare che «la proposta greca non sarà la soluzione finale». Ora, sentire parlare un tedesco di «soluzione finale», sebbene per negarla, fa sempre un certo effetto. Rimane comunque il fatto che ancora una volta una soluzione finale per il caso greco non sembra alle viste. La melina ai bordi della catastrofe chiamata Grexit dunque continua. Almeno così sembra.

«Vorrei che la Grecia riprendesse la sua crescita», ha dichiarato Juncker alla fine dell’ultima cena (ahi!) con il leader greco; «ma per farlo governo e amministrazione devono adottare gli strumenti necessari [per gestire al meglio i 35 miliardi di fondi strutturali che la Commissione europea mette loro a disposizione per il periodo 2014-2020]. Non voglio che si dica che la Commissione Ue ha sottoposto la Grecia ad una cura di austerità. Sosteniamo l’economia reale con 35mld, a patto si doti di un’amministrazione in grado di usarli». Dal canto suo il Presidente dell’eurogruppo Jeroen Dijsselbloem fa sapere che quello di ieri «è stato un buon incontro, proseguiremo nei prossimi giorni». Tsipras, come al solito, è apparso ancora più fiducioso: «Sono ottimista, siamo molto vicini ad un accordo, abbiamo una base su cui discutere e nei prossimi giorni faremo ulteriori progressi, un accordo è in vista. Tra tutte le parti c’è accordo per mettere fine all’austerità e alle misure del passato, nessuno vuole più fare gli stessi errori». Chi segue il caso greco sa bene che almeno negli ultimi due mesi il Premier greco non ha fatto che ripetere, incontro “decisivo” dopo incontro “decisivo”, la stessa ottimistica filastrocca. Qualche giorno fa in un’intervista a Radio Vima il Ministro delle Finanze Varoufakis aveva anche detto che «La Grecia è molto vicina a un accordo con i creditori»; poi si è saputo che i creditori non ne sapevano niente…

La tattica seguita dagli ellenici nelle ultime settimane è abbastanza elementare (si tratta di vedere quanto efficace): mostrare all’opinione pubblica interna e internazionale tutta la buona volontà e la buonafede della leadership greca, far vedere che il governo di Atene è disposto all’accordo, di più: che esso lo vuole con tutte le sue forze, mentre sono i soliti cattivoni di Bruxelles, di Berlino e della Troika (pardon: dell’«ex Troica» o «Istituzioni» che dir si voglia) che alzano continuamente il prezzo dell’accordo, reiterando la «micidiale e assurda» politica dell’Austerity. Il possibile fallimento delle trattative in corso andrebbe dunque attribuito all’irresponsabilità dei “poteri forti”. Nelle ultime settimane Tsipras e Varoufakis hanno continuato a fare melina sull’orlo del precipizio, giocando di sponda con russi e cinesi per alzare anche la posta geopolitica della crisi.

Due competitori corrono l’uno contro l’altro in automobile a folle velocità: vince chi non cambia traiettoria, chi mostra fino all’ultimo secondo utile di non temere il botto.  Game of chicken (pollo nella declinazione anglosassone, coniglio in quella latina): si tratta di un esempio elementare di quella Teoria dei Giochi che tanto piace al “marxista eccentrico” di Atene, il quale – insieme a Joseph Stiglitz, Thomas Piketty e molti altri economisti progressisti occidentali – è socio dell’esclusivo Club dei Salvatori del Capitalismo – da se stesso. Vedremo alla fine chi risulterà il pollo (o coniglio) della situazione. Ovviamente Tsipras non vuole finire nella padella dei “poteri forti”, e le sue ricorrenti minacce sono rivelatrici di una certa angoscia governativa: «Se alcuni pensano o vogliono credere che le decisioni che ci aspettano riguardano solo la Grecia si sbagliano. Rimando loro ad un capolavoro di Ernest Hemingway: Per chi suona la campana?». Detto più prosaicamente: chi è il pollo di turno da spennare?

Sembra comunque che la sabbia nella clessidra della crisi greca (che poi è parte della crisi del cosiddetto “sogno europeo”) si stia rapidamente esaurendo, e che difficilmente il vecchio arnese “temporale” potrà venir capovolto per l’ennesima volte. Siamo dunque alla resa dei conti finale? È finalmente giunto quel fatale redde rationem spostato di mese in mese negli ultimi due anni? D’altra parte Dimitris Belantis, componente del Comitato Centrale di Syriza e critico nei confronti della “svolta possibilista” di Tsipras, due settimane fa aveva parlato chiaro a tal riguardo: «Giugno è la scadenza ultima per reagire alle minacce del sistema capitalista internazionale». Nientemeno! Verrebbe voglia di trasferirsi all’istante in Grecia, per dare una mano ai compagni governativi. Male che vada, in qualità di turisti anticapitalisti potremmo sempre dare il nostro modesto obolo al «popolo che resiste».

La melina del governo greco, peraltro in qualche misura assecondata dalla controparte europea e dallo stesso Obama (e certamente salutata con favore da Putin), ha fatto saltare i nervi a più di un decisionista. Un solo esempio: «Non si può volere tutto», scriveva sul Foglio (29 maggio) Giuliano Ferrara; «l’euro i mercati aperti e l’autarchia, i prestiti dei capitalisti senza le riforme capitalistiche, non si può avere una popolazione di impiegati superiore alla media europea, un salario minimo superiore, la pretesa di ricominciare ad assumere con l’acqua del deficit alla gola, il rifiuto di serie privatizzazioni, pensioni fuori controllo, e il tutto con le casse svuotate da decenni di bugie, di clientelismo fattosi sistema, di tasse in esenzione per i comparti decisivi dell’economia, non si può volere sovranità per i propri elettori e sudditanza per gli elettori degli altri. […] Il debito greco è già stato in parte condonato tre anni fa, dice Schäuble, e in parte ristrutturato, il servizio sul debito pesa meno per i greci che per i tedeschi, e alla fine gli economisti possono dire quello che vogliono, perché parlano di soldi che non sono i loro, ma chi governa ha altri problemi. […] Schäuble che dice sconsolato: non sono spaventato da certi metodi, ho trattato anche con i ministri di Honecker all’epoca della riunificazione, uno deve parlare con gli altri per come sono e non per come vorrebbe che fossero. […] Gli antagonisti del Partenone sono i veri impresentabili, in tutta questa faccenda di podemos, di possibili, di antipolitici, di sparafucile a sinistra e a destra e per ogni dove. Gli americani fanno finta di niente, e non vogliono altre grane. Bisognerà tirare somme politiche, alla fine: è compatibile con l’Europa un governo socialista e populista, barricadero e social-nazionalista? Si può allungare il brodo, gli stati possono delegare ai tecnici i concordati e le ristrutturazioni del debito, ma alla fine: è compatibile? La risposta è probabilmente un lungo, tortuoso e pericoloso: no». Alla fine, che Grexit sia! L’importante è mettere un punto a questa snervante partita a scacchi, a questa agonia offerta al mondo in stillicidio. Come diceva quello, meglio una rapida fine nell’orrore, piuttosto che un orrore senza fine!

Per Ferrara la «crisi umanitaria» di cui tanto parlano i socialnazionalisti greci «non è che la nuova versione ideologica della crisi economico-sociale». Finalmente un po’ di pulizia “semantica”, un po’ di sano materialismo! In effetti, la «crisi umanitaria» è un dato strutturale e permanente della società capitalistica. Nel senso che c’è sempre crisi di umanità, che l’indigenza in fatto di umanità è la regola, ovunque nel mondo. Ma questo non è che il dozzinale esistenzialismo che il sottoscritto cerca puntualmente di propinare, con scarso successo, al lettore, e che in ogni caso non aiuta a rispondere alla cruciale e forse financo epocale domanda posta dall’Elefantino: «è compatibile con l’Europa un governo socialista e populista, barricadero e social-nazionalista?».

Io rilancio e formulo una domanda ancora più scabrosa e solo apparentemente fuori luogo (almeno lo spero): è compatibile il Mezzogiorno italiano con il Nord’Italia? Un tempo la Lega Nord avrebbe formulato all’istante la giusta risposta a questa domanda che tanto irrita la coscienza di ogni onesto italiano, soprattutto di quello “stanziato” a Sud e foraggiato dallo Stato attraverso la fiscalità generale. La coesistenza in uno stesso spazio politico-istituzionale di aree capitalistiche fra loro troppo disomogenee deve necessariamente produrre, presto o tardi, delle conseguenze sistemiche. Quel che è certo è che l’Unione Europea non è ancora «un’area monetaria ottimale», per dirla con la scienza economica. Secondo il Guardian «La medicina imposta alla Grecia dai creditori si è dimostrata veleno. Si vuole una moneta permanente che invece inizia a disintegrarsi». Pare che il Marco Tedesco si stia riscaldando a bordo campo: meglio non lasciarsi cogliere di sorpresa da esiti sfavorevoli (per chi?) oggi non prevedibili. «La cancelliera tedesca Angela Merkel, in un’intervista alla corrispondente Rai, sottolinea: “Sulla crisi greca sono fiduciosa: penso che tutti dobbiamo esserlo. La Grecia vuole rimanere parte dell’Euro, anche la Germania lo vuole, tutti gli stati Ue vogliono questo» (Rai News, 5 giugno 2015). Però il riscaldamento del bomber tedesco continua…

Come ho già ricordato in un vecchio post, alla fine degli anni Ottanta Jacques Delors, allora Presidente della Comunità Europea e teorico del post-nazionale, accusava la Thatcher, che remava contro l’asse “europeista” Parigi-Bonn, di esagerare la reale importanza dello Stato-nazione e la portata delle differenze sociali fra i diversi Paesi europei: «lo sciovinismo può essere un bel paravento per nascondere venti anni di declino» – inglese. Richiamandosi alla tesi di Harmut Kaeble, storico dell’Università Libera di Berlino, secondo la quale l’Europa presentava al suo interno meno differenze sociali rispetto all’Unione Sovietica e agli stessi Stati Uniti, Delors sosteneva che ormai ci fossero tutte le condizioni strutturali per poter parlare di una completa integrazione europea post-nazionale, e che gli ostacoli da superare in vista degli Stati Uniti d’Europa avessero una natura squisitamente politica, più che sociale in senso stretto. Com’è noto, la Lady di Ferro non si fece convincere dall’ideologia europeista, e con qualche ragione a quanto pare. Oggi si parla addirittura di Brexit, ma questo è un altro discorso. Ma fino a un certo punto!

Scriveva Lucio Caracciolo il 26 maggio scorso, dopo aver versato qualche lacrima sulle macerie del Muro di Berlino (i nostalgici della Guerra Fredda sono sempre più numerosi) e aver per l’ennesima volta elencato i limiti della «vecchia Europa svuotata di senso»: «Le giornate degli europei non sono tutte eguali. Quelle tedesche sono ben più luminose delle nostre, non diciamo delle greche. Grazie al geniale euromeccanismo che i germanofobi vollero architettare per imbrigliare la Germania. Imbrigliando se stessi. E imbrogliandoci tutti» (Limes). È la dialettica del processo sociale capitalistico, bellezza! Alla fine, la potenza sistemica dei Paesi, o di singole aree (regioni) dello stesso Paese, deve trovare un’adeguata configurazione “sovrastrutturale”. (In realtà la stessa “sovrastruttura” è sempre più a tutti gli effetti una infrastruttura economica).

L’impressione è che l’Unione Europea si sia ficcata in un cul de sac realizzato dall’alternativa fra i due tradizionali modelli politico-istituzionali presenti nel dibattito politico europeo dagli anni Cinquanta in poi: Europa delle Patrie o Federazione di Stati? Stare in mezzo al guado genera una crescente instabilità che potrebbe superare il punto critico di non ritorno. Si tratta di capire in quale direzione la crisi spingerà il Progetto Europeo.

Il citato Dimitris Belantis è favorevole alla Grexit, all’uscita volontaria, e possibilmente “vellutata”, del Paese dall’euro: «Il default ci renderebbe automaticamente una colonia tedesca, governata dalla Troika con politiche neoliberali. Ecco perché, davanti a queste possibilità, forse la Grexit – per quanto comporterebbe un bagno di sangue nel breve termine – ci renderebbe alla fine liberi nel lungo periodo. È chiaro che misure di controllo dei capitali e delle banche sarebbero poi necessarie, ma è un rischio di cui i greci devono essere consapevoli e sul quale devono scegliere» (Linkiesta, 14 maggio 2015). Com’è noto, anche il Ministro tedesco Schäuble si è pronunciato in termini positivi circa la possibilità di sottoporre il piano di riforme che sarà concordato tra Atene e l’ex Troika a un referendum popolare: «Se il governo greco pensa di dover tenere un referendum, allora lasciamogli tenere un referendum – ha dichiarato Schäuble –. Potrebbe essere una misura perfino utile per il popolo greco per decidere se è pronto ad accettare quello che è necessario o se vuole qualcosa di diverso» (Corriere della Sera, 12 maggio 2015). Come scrivevo su un post, «della serie: Decidi tu, oh popolo sovrano, l’albero a cui desideri impiccarti. I funerali democratici del “popolo sovrano” saranno celebrati tra qualche mese?». E il «bagno di sangue nel breve termine» dove lo mettiamo? «Per la Sacra Patria questo e altro!». Almeno così la pensa il nazionalsocialista duro e puro, in Grecia come altrove.

Secondo la Goldman Sachs un default tecnico della Grecia e un blocco dei depositi ellenici «non solo è possibile [ma] potrebbe essere necessario allo scopo di rompere l’impasse in cui versano i negoziati con i creditori». In un report di qualche giorno fa la banca americana rilevava come le trattative siano ormai in uno stallo praticamente insormontabile e che la situazione delle casse di Atene, ormai quasi vuote, potrebbe costringere il governo greco a disattendere i suoi impegni con pensionati e lavoratori, a cui, com’è noto, è stato promessa la priorità nel pagamento di salari e pensioni rispetto alle obbligazioni con i creditori. Le mitiche linee rosse tracciate nel Programma elettorale di Syriza rischiano insomma di evaporare, e ciò spiega la crisi che scuote quel partito: «Il premier greco Alexis Tsipras si trova a fronteggiare un difficile risiko sul fronte interno ed esterno. Da una parte le lunghe trattative sul piano di salvataggio con il Fondo Monetario Internazionale, la Commissione europea e la Banca centrale europea, dall’altro, un terreno ancora più turbolento, l’aperta ribellione dell’ala più oltranzista di Syriza che ha lanciato un avvertimento al premier greco: se superi la nostra linea rossa di impegni con gli elettori si va alle urne» (askanews, 1 giugno 2015). Elettori greci, preparate la corda: da tutte le parti vi si vuol… consultare.

Scrive Jacques Sapir a proposito della “relazione egemonica” che lega l’Unione Europea alla recalcitrante (o “antagonista”) Grecia: «Una comunità che, a causa dei trattati, potesse prendere solo decisioni senza importanza sulla vita dei suoi membri non sarebbe meno asservita di quella che si trovasse effettivamente oppressa da una potenza straniera». Ma di che «comunità» stiamo parlando? Si tratta forse della «comunità» capitalistica oggi vigente in tutto il pianeta? La risposta non può che essere affermativa, ovviamente. Personalmente ne ricavo quanto segue: Sapir ha eliminato per decreto divino (forse si tratta di Zeus in persona, vista la fattispecie di cui si tratta) la divisione classista delle comunità ospitate dal nostro capitalistico mondo, così che la contesa fra gli Stati possa apparire in guisa di “contraddizione principale”, come ai vecchi tempi del Terzomondismo. Il Capitale come potenza estranea che tutti e tutto domina deve insomma lasciare il passo alla «potenza straniera», comunque declinata (Stati Uniti, Germania, Unione Europea, Troika e così via), che si accanisce contro l’autonomia e la dignità di una “libera” comunità nazionale. Ai tempi di Lenin i “marxisti rivoluzionari” spiegavano al proletariato occidentale che parlare di dignità e autonomia nazionale nell’epoca imperialistica equivaleva a una truffa politico-ideologica tentata ai loro danni dalle classi dominanti, le quali naturalmente sono felici tutte le volte che possono annegare i contrasti di classe nel veleno della solidarietà nazionale – e qui il concetto (borghese) di Popolo gioca un importante ruolo. Se, come io penso, quel discorso era valido allora, figuriamoci se non lo è oggi,  nella Società-Mondo del XXI secolo, nell’epoca del dominio totalitario e mondiale del Capitale.

I partigiani dell’UE quale essa è», continua Sapir, «hanno allora subito preteso che i sovranisti non siano che nazionalisti. Ma facendo questo dimostrano la loro incomprensione profonda di quello che è in gioco nel principio di sovranità: di fatto, l’ordine logico che va dalla sovranità alla legalità attraverso la legittimità, e che è costitutivo di ogni società». Ora, nel contesto del XXI secolo ha certamente senso parlare di sovranità borghese,  di legalità borghese, di legittimità borghese e, va da sé, di società borghese, mentre non ha alcun senso, se non quello riconducibile all’ideologia e agli interessi che fanno capo alla classe dominante, parlare in astratto di quei concetti e delle corrispondenti realtà politico-istituzionali. I sovranisti difendono la vecchia configurazione del potere politico (borghese), la quale fa sempre più fatica a stare dietro ai mutamenti sistemici innescati dal processo sociale capitalistico, la cui dimensione oggi è appunto planetaria, la dimensione più adeguata al concetto e alla natura (espansiva, totalizzante, invasiva, “rivoluzionaria”) del Capitale. Il sovranismo (o nazionalismo!) è una delle carte che la classe dominante di un Paese può giocare, o si vede costretta a giocare, in un momento di acuta crisi sociale, ma in nessun caso esso è in grado di far girare all’indietro la ruota del processo sociale. Faccio del volgare “determinismo economico”? No: mi limito a prendere atto della storia dell’ultimo secolo e mi sforzo di capire la natura della società con cui abbiamo a che fare.

LA RIVOLUZIONE SEMANTICA DI SYRIZA

851a3e9c866bd8216df247b9d7bec9b3_LIn attesa della rivoluzione sociale favoleggiata dai soliti quattro gatti utopisti, accontentiamoci della ben più concreta rivoluzione semantica imposta da Syriza ai “poteri forti” del pianeta: la famigerata Troika da ora in poi si chiamerà Le Istituzioni. Un bel cambiamento, non trovate? Si dirà: «Ma la sostanza della cosa non cambia di una virgola: sempre di UE, FMI e BCE si tratta!».  È vero. D’altra parte, chi sono io per sottovalutare il “capovolgimento dialettico della prassi” azzardato dai compagni di Syriza?

Si tratta di «un contentino semantico per Atene», osservava l’atro ieri La Stampa di Torino, notoriamente “serva sciocca dei poteri forti”. Mai sottovalutare l’importanza della semantica, cari “poteri forti”, soprattutto quando alla gente non si ha niente di buono da vendere.  «Contenti loro… Sempre di quelle tre istituzioni si tratta», osserva con malcelata ironia l’economista franco-tedesco Daniel Gros; «La verità è che il vero negoziato comincia adesso, la parte più difficile deve ancora arrivare». Come se i compagni governativi di Atene non lo sapessero! Il problema è piuttosto il seguente: come dare la pessima notizia al popolo greco?

Non vogliamo denaro, ma tempo, aveva detto qualche giorno fa il Premier greco; può darsi che il «contentino semantico» ottenuto (o strappato) da Atene possa tornare in qualche modo utile alla sua strategia. Anche perché non è semplice predisporre le condizioni per un’ordinata “ritirata strategica”: il grande consenso politico di cui gode oggi Syriza potrebbe convertirsi nel volgere di pochissimo tempo in un’ondata di frustrazione sociale dagli esiti non prevedibili. Anche per questo i tedeschi hanno voluto lasciare al governo di Atene una seppur stretta via di fuga politico-retorica, approfittando della “buona parola” che Hollande e Renzi hanno voluto spendere a favore dell’amico greco.

A proposito: chissà come la “sinistra” del PD, oggi sul piede di guerra contro la “rivoluzione renziana” in materia di mercato del lavoro, ha incassato il «Grazie Matteo» di Tsipras. «La lotta di Syriza continua e dobbiamo impegnarci tutti e tutte noi, in tutti i Paesi e coordinandoci. Da noi in Italia vuole anche dire continuare e rafforzare la lotta contro il Jobs Act del governo Renzi che rappresenta la volontà della Troika: rottama i diritti, rende tutti precari. Dobbiamo impegnarci tutti e tutte per rottamare le politiche di austerità e chi le sostiene anche in Italia. Anche così aiuteremo la Grecia» (Altra Europa con Tsipras). Nel frattempo, il compagno Tsipras dà un aiutino a Renzi…

Pochi in Europa sono in grado di interpretare i ruoli del poliziotto buono e del poliziotto cattivo meglio di quanto mostrano di saper fare Angela Merkel e Wolfgang Schaeuble. Scrive ad esempio il già citato quotidiano torinese a proposito del poliziotto cattivo: «In attesa degli sviluppi, vanno raccontati i massi che il tedesco Wolfgang Schaeuble si è allegramente tolto dalle scarpe: “Sarà difficile per Tsipras spiegare l’intesa agli elettori”, ha detto a Eurogruppo chiuso».  Non male come battuta politicamente scorretta: bravo, perfido Schaeuble!

Dalla tragedia del debito alla farsa della demagogia? Anche qui, sarebbe sbagliato sottovalutare il populismo di Syriza, che pare avere qualche altra freccia demagogica da scagliare contro i “poteri forti” prima di dichiarare il sempre più probabile «Contrordine, compagni!». Perché i famosi problemi strutturali del sistema capitalistico greco sono ancora tutti aperti, e non smettono di aggrovigliarsi mese dopo mese, come attesta fra l’altro la quotidiana fuga dei capitali che sta indebolendo oltremodo la già traballante struttura finanziaria del Paese. «Negli ultimi giorni sono stati prelevati dalle banche greche 500 milioni di euro al giorno, secondo stime di analisti di una banca d’affari locale. […] Naturalmente il Governo Tsipras, che è stato eletto per ridurre le politiche di austerità, ha negato qualsiasi volontà di aumentare le tasse o di pianificare controlli di capitali nelle banche. Ma i risparmiatori hanno un cuore di coniglio, gambe di lepre e memoria di elefante» (Il Sole 24 Ore). Che creature mostruose, questi risparmiatori!

Diamo adesso la parola ai “poteri forti”: «È stato un processo faticoso ma costruttivo» ha fatto sapere Christine Lagarde, Presidente del FMI; «Ora dobbiamo vigilare sul rispetto del programma». A naso, mi sembra altamente improbabile che il FMI desideri vigilare su un accordo a esso sfavorevole. «Ci sono forti impegni della Grecia ad evitare una marcia indietro su qualsiasi misura», ha invece dichiarato il Presidente dell’Eurogruppo Jeroem Djissembloem, che ha aggiunto: «Atene si è impegnata ad onorare gli obblighi finanziari verso i creditori e gli avanzi primari». Scommetto che Tsipras non la “narrerà” in questi termini al Parlamento greco. E infatti i militanti di Syriza parlano nelle piazze greche di un grande successo ottenuto dal «popolo greco», anche se non risolutivo: la guerra continua. E già questa cautela la dice lunga su come stiano in realtà le cose.

Per Tonia Mastrobuoni (La Stampa), rivoluzione semantica o meno, la Germania ha portato a casa l’essenziale: «Insomma, se le parole in questo negoziato sono pietre, concessa la cancellazione della Troika, i tedeschi hanno chiesto di inchiodare i greci al «completamento del programma attuale», scolpito nel comunicato finale. Una vittoria non da poco». Per David Carretta (Il Foglio), «La Grecia resta appesa all’euro, ma su di sé non decide più da sola». Esattamente come prima del successo elettorale di Syriza, ancora in bilico tra sovranismo ed europeismo. Per Giuliano Ferrara lo scontro tra Berlino e Atene mostra che «La vecchia sovranità democratica non esiste più». E qui veniamo alla controversa e scottante questione circa la natura del “processo democratico” nei Paesi dell’Unione al tempo della moneta unica europea. Controversa e scottante, beninteso, per chi non avendo compreso la natura strutturalmente totalitaria della vigente società, e non comprendendo altresì che, alla fine, ciò che decide nella contesa fra Stati e classi sociali sono i rapporti di forza, coltiva risibili illusioni intorno alla sovranità del “politico”, in generale, e del “popolo” in particolare. Il tanto lamentato «doppiopesismo democratico» che, di fatto, privilegia gli interessi di un elettorato (ad esempio, quello dei Paesi creditori) ai danni di un altro elettorato (ad esempio, quello dei Paesi debitori) desta scandalo solo in chi rimane alla superficie della guerra sistemica che sta ridisegnando la mappa economica, sociale e geopolitica del Vecchio Continente. Chi dice di volere una «vera Europa unita e federale», e contesta al contempo il ruolo egemonico che necessariamente la Germania gioca nel processo di unificazione europea, non sa letteralmente in che mondo vive, e sogna.

imagesSe oggi Romano Prodi parla di «capitolazione di Tsipras» (Il Messaggero), altri analisti meno pessimisti non vanno oltre affermazioni come «compromesso ambiguo che lascia il quadro immutato», «rinvio della resa dei conti finale», «vittoria di Pirro per Tsipras» e via di seguito. Il Premier greco ovviamente continua a ostentare sicurezza e ottimismo, nonostante il Cristo del Peloponneso non smetta di lacrimare dal giorno delle epiche elezioni greche del 25 gennaio: un miracolo Syriza l’ha dunque fatto, o comunque provocato. Più difficile sarà far smettere di piangere i ceti sociali devastati dalla crisi economica.

«Ci prenderemo cura degli ultimi», ha detto ieri la Teutonica Angela, reduce dal doppio fronte greco-ucraino, a Papa Francesco, il quale ha regalato alla Cancelliera di Ferro la medaglia del pontificato raffigurante San Martino che dona il suo mantello al povero: «Mi piace regalare questa immagine ai capi di Stato», ha spiegato Bergoglio, «perché penso che il loro lavoro sia proteggere i loro poveri». Al che Angelona ha risposto da par suo: «Noi cerchiamo di fare il nostro meglio». E già mi si apre il cuore! In fondo, basta accontentarsi di quel poco che passa il capitalistico convento, come la Rivoluzione Semantica di Syriza, ad esempio.

***

Il leader di Piattaforma della sinistra, l’ala radicale di Syriza, ha accolto il “trionfo” di Tsipras con queste parole: «Ci sono linee rosse che non possono essere valicate. Se no, non sarebbero rosse». Il discorso non fa una grinza. Almeno sul piano semantico. Sul piano politico la cosa appare invece un tantino più complessa. A proposito di più o meno invalicabili linee rosse, scrivevo l’altro giorno su Facebook:

Populismo kantiano e Red Line. Dichiara Yanis Varoufakis, il Ministro delle Finanze più cool del pianeta, al New York Times: «Come facciamo a sapere che la nostra modesta agenda di politica economica, che costituisce la nostra linea rossa, è giusta in termini kantiani? Lo sappiamo guardando negli occhi le persone affamate che riempiono le strade delle nostre città o la classe media sotto pressione, o considerando gli interessi di ogni lavoratore nell’unione monetaria». Quasi mi commuovo. Quasi. Ci manca un soffio. Non c’è dubbio: la lotta di classe è, ovunque in Europa, un imperativo categorico. Avrò anch’io il diritto di esprimermi in termini kantiani (anche se lascio a desiderare quanto a cool)! A proposito, ho detto lotta di classe, non Fronte Unito Meridionale Antitedesco. Ci tengo a precisare la mia modesta Red Line.

Leggi anche FERMENTAZIONE GRECA.

FERMENTAZIONE GRECA

obama-gr_fQuelli che vogliono salvare il capitalismo
dai capitalisti tifano Tsipras (G. Ferrara).

1.
«La Grecia», ha dichiarato il “comunista non rivoluzionario”, nonché Ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis, «ha bisogno della Germania, che si è trovata nel passato nella sua stessa situazione, cioè umiliata dagli altri paesi e in una pesante depressione, quella che il secolo scorso ha portato all’ascesa del nazismo. Il terzo partito del Parlamento greco è il partito nazista. Credo che di tutti i Paesi europei la Germania possa capire questa semplice notizia: quando si scoraggia troppo a lungo una nazione orgogliosa, e la si espone a trattative e preoccupazioni di una crisi del debito deflattiva, senza luce alla fine del tunnel, questa nazione prima o poi fermenta». Il simpatico Varoufakis dice il vero; come facevo osservare qualche giorno fa, «Quando la miseria incalza e la “coscienza di classe” latita, persino una minestra calda garantita tutti i giorni, e magari un fucile in spalla per difendere la “dignità nazionale” dai cattivoni di turno, possono apparire agli occhi di milioni di persone azzannate dalla crisi quanto di meglio possa offrire loro il pessimo mondo che li (ci) ospita».

Il fatto è che, contrariamente a quanto ritengono molti militanti della “sinistra radicale”, lo stesso successo elettorale di Syriza testimonia l’assenza di “coscienza di classe” lamentata sopra. Dal punto di vista di chi mantiene ferma la necessità di sradicare il vigente dominio sociale mondiale, e che si muove nel quotidiano in vista  di quell’obiettivo (affrontando le ineludibili e tutt’altro che facili questioni poste dalla dialettica fra “tattica” e “strategia”), Syriza è parte del problema, non ne è la soluzione, nemmeno in una sua forma abbozzata e non ancora precisata. La stessa politica estera del governo Tsipras, che ammicca sfacciatamente all’imperialismo russo per acquistare peso politico nella contesa fra partner europei e per soddisfare l’orgoglio sovranista del popolo greco (quando non si ha pane da offrire agli affamati si può sempre vendere loro un po’ di sano e virile orgoglio nazionale), rende oltremodo evidente quanto appena detto.  Ritornerò tra poco su questo punto.

Dichiarava ieri Marianella Kloka, attivista greca di Mondo senza Guerre e senza Violenza: «In quattro ore si è organizzata ad Atene una manifestazione in piazza Syntagma, ripetuta anche a Salonicco. Gli slogan della manifestazione di oggi: Non ci lasceremo ricattare. Non ci arrendiamo. Non abbiamo paura. Non ci tireremo indietro. La gente è indignata per la crudeltà con cui la BCE ha risposto alle proposte del governo greco e si ribella ai ricatti. La settimana prossima, in coincidenza con la riunione dell’Eurogruppo, scenderemo di nuovo in piazza in tutte le città greche con gente di ogni età. Questa situazione di asfissia sociale non può continuare, né in Grecia, né nel resto d’Europa. Il fallimento del sistema è ogni giorno più chiaro. Abbiamo l’obbligo di spiegarlo e di cambiare le cose insieme a tutti i popoli d’Europa». Certo, nella testimonianza appena riportata si coglie la rabbia, l’insofferenza, la voglia di reagire a una situazione sempre più intollerante; insieme, però, a una grande confusione per ciò che concerne la ricerca delle vere cause dell’asfissia sociale che ha colpito milioni di persone (lavoratori, disoccupati, pensionati, ceto medio declassato) e nell’individuazione dei veri nemici. Veri, beninteso, dal punto di vista critico-rivoluzionario, ossia da una prospettiva autenticamente anticapitalista. Inutile farsi illusioni “rivoluzionarie” a tal proposito: nel breve e nel medio termine, in Grecia come altrove in Europa e nel mondo, quella prospettiva farà una fatica mostruosa per iniziare a penetrare fra i nullatenenti e fra le persone umanamente più sensibili appartenenti alle diverse classi sociali. Le sirene sovraniste e populiste, di “destra” e di “sinistra”, oggi nuotano come pesci nel mare della crisi sociale e della disperazione, mentre il rivoluzionario che non vuole farsi inglobare nel Fronte Nazionale (o Unità Nazionale, o Fronte Popolare: chiamate come volete la sudditanza del “popolo” al Moloch nazionale, la sostanza non cambia di un atomo) rischia di passare fra le masse disperate e prive di coscienza critica alla stregua di un traditore della patria, quale d’altra parte egli è a tutti gli effetti. Dove c’è patria c’è dominio di classe, ho scritto qualche giorno fa; purtroppo i proletari oggi (e domani? e dopodomani?) non la pensano affatto così. Cosa che tuttavia non rende meno vera quella tesi.

«Non siamo una colonia della Merkel», si leggeva su un cartello esibito da un dimostrante durante la manifestazione ateniese dello scorso giovedì; è precisamente questo spirito nazionalista che bisogna combattere, cercando di fare capire ai lavoratori e ai disoccupati che siamo tutti una colonia del Capitale, a prescindere dalle sue “declinazioni” nazionali, religiose, politiche. L’invito rivolto a suo tempo al proletariato di tutte le nazioni a unirsi in una sola gigantesca unione rivoluzionaria non ha nulla di ideologico e, alla luce del capitalismo totalitario del XXI secolo, non è invecchiato neanche un po’: anzi, quel grido di battaglia è più attuale che mai. Ho scritto attuale, non di facile ricezione, perché qui non si fa della facile demagogia.

2.
La crisi economica, osservava Marx, è il secchio di acqua gelida gettata in faccia a una società ipnotizzata dalla fantasticheria, coltivata per anni e a volte per decenni, secondo la quale la ricchezza sociale può essere creata miracolosamente attraverso la circolazione della stessa ricchezza da una tasca all’altra (come avviene anche attraverso l’intermediazione fiscale gestita dallo Stato), o dalla moltiplicazione di valori-capitali puramente fittizi. Ma la bolla finanziaria, alimentata sia dal “pubblico” che dal “privato”, prima o poi scoppia, provocando morti e feriti, virtuali e reali, e rimettendo le cose sui piedi. Ci si accorge, allora, che molti hanno condotto un’esistenza di gran lunga superiore alle loro capacità di generare ricchezza, e a quel punto anche chi ha concesso loro facile credito rimane fregato. Il debito da virtuoso che era si capovolge in peccato: Schuld!

La crisi internazionale che ha investito l’Occidente a iniziare dagli Stati Uniti ha avuto almeno il merito, diciamo così, di ricordarci come il presupposto della stessa speculazione finanziaria sia radicato nel processo di accumulazione del capitale, ossia nello sfruttamento produttivo del “capitale umano”, come ben sanno i cultori della cosiddetta economia reale. Anziché prendersela solo con i tedeschi e con la Troika, gli europei meridionali farebbero bene a puntare i riflettori soprattutto sulla struttura capitalistica, relativamente arretrata e fortemente parassitaria, dei loro Paesi, le cui leadership nazionali hanno rinviato decennio dopo decennio lo scioglimento dei tanti nodi strutturali che hanno impedito l’ammodernamento dei relativi sistemi, sia per non intaccare interessi consolidati e rendite di posizione, sia per non fare i conti con la inevitabile perdita di consenso politico e con i conflitti sociali connessi alle “riforme”. Insomma, gli interessi capitalistici della Germania non sono più odiosi degli interessi capitalistici dei Paesi che oggi fanno la voce grossa contro «l’ottusa e insostenibile politica dell’austerity». «Nella drammatica vicenda della Grecia le cose si fanno quasi folli», scrive Paul Krugman sul New York Times. Si tratta però di un braccio di ferro fra interessi capitalistici contrapposti, ed è urgente demistificare le cose.

«Il problema di Atene», scrive Giorgio Arfaras, «non è l’onere del debito, ma la difficoltà di finanziare la crescita della spesa sociale ricorrendo all’aumento del prelievo fiscale. […] Concludendo, i limiti della Grecia erano e sono: 1) una base fiscale insufficiente, 2) una base industriale insufficiente» (Limes, 5 febbraio 2015). È questo il nodo strutturale che deve sciogliere qualsiasi partito oggi vinca le elezioni in Grecia, a prescindere dalla sua permanenza nell’area della moneta unica e della stessa Unione Europea.

Scusandomi con il lettore, mi concedo l’autocitazione che segue: «A Piketty “Sembra necessaria la leva della tassazione. Penso a un’imposta progressiva e trasparente sul capitale a livello internazionale. L’ideale sarebbe di poter tassare tutte le grandi fortune a livello mondiale, da quelle americane a quelle mediorientali, dai patrimoni europei a quelli cinesi. È una proposta che può sembrare utopica, ma un secolo fa anche l’imposta progressiva sul reddito era solo un’utopia. Occorre volontà politica”. No, occorre in primo luogo che l’accumulazione capitalistica riprenda in grande stile, occorre che la generazione di ricchezza sociale attraverso lo sfruttamento sempre più intensivo (scientifico) della capacità lavorativa torni a sorridere al profitto come ai bei tempi (per il capitale industriale, beninteso) del boom economico, perché solo questo rende possibile la distribuzione della lana, per riprendere la celebre metafora di Olof Palme sulla pecora borghese da tosare solo dopo averla ben nutrita. Insomma, anche nel Capitalismo del XXI secolo la “volontà politica” non sorretta da un adeguato saggio di accumulazione del capitale distribuisce solo la miseria» (Brevi note critiche al Capitale nel XXI secolo di Thomas Piketty).

La polemica tedesca sulla cicala meridionale ricorda molto da vicino la polemica antimeridionale leghista degli anni Novanta, ma anche la lotta politica antiserba della Croazia e della Slovenia ai tempi della ex Jugoslavia. Al netto della schiuma ideologica, che tanto disturba anche l’analisi di molti “materialisti storici”, le questioni dirimenti si aggrovigliano sempre intorno alla scottante questione della generazione e distribuzione della ricchezza sociale. I Paesi “nordici” lo sanno e ci tengono a ribadirlo sempre di nuovo; i Paesi “meridionali” lo sanno ma fanno finta di non saperlo, per non pagar dazio, come si dice volgarmente. La tragedia, per me, è che dentro questo “dibattito” capitalistico i nullatenenti non hanno una posizione autonoma, ma si accodano alle “formiche” piuttosto che alle “cicale”, mentre si tratterebbe di mandare a quel paese entrambe le bestie.

«Siamo un Paese sovrano e democratico» ha detto Alexis Tsipras ai parlamentari di Syriza dopo il giuramento del nuovo Parlamento; «Abbiamo un contratto con chi ci ha votato e onoreremo i nostri impegni». Mutatis mutandis, è lo stesso discorso che fa tutti i giorni la Cancelliera di Ferro ai suoi parlamentari e al suo elettorato. È la democrazia (borghese), bellezza!

3.
Mettendo in relazione la crisi economico-sociale greca con la crisi geopolitica ucraina non si compie, a mio avviso, nessuna forzatura politica o concettuale, perché entrambi gli “eventi” si inquadrano nella guerra sistemica in corso ormai da diversi anni in Europa, e i cui sviluppi sono difficilmente prevedibili. Almeno per le mie capacità analitiche. Ciò che invece mi appare di solare evidenza è 1) il carattere ultrareazionario della contesa da ogni lato la si guardi (da Nord come da Sud, da Ovest come da Est), e 2) la necessità/urgenza dell’autonomia politica delle classi subalterne, oggi costrette a recitare il ruolo di strumenti nelle mani delle fazioni capitalistiche in lotta per il potere, o per la sopravvivenza attraverso il compromesso con chi uscirà vincente dal conflitto.

«È di oggi la notizia, riportata da alcuni quotidiani, che la Grecia ha firmato un contratto con la Russia per la fornitura di pezzi di ricambio per i sistemi di difesa aerea “TOR-M1″ e “OSA-AKM”. A confermarlo anche una fonte militare di Atene, che non ha reso noto l’importo del contratto, ma che ha riferito che “Per la Grecia questo contratto è molto importante perché consente di mantenere il corretto livello di difesa aerea”. Si tratta di un evento fondamentale che inevitabilmente sposta gli attuali equilibri (già in forte evoluzione sotto l’aspetto economico e finanziario) anche sotto il profilo militare» (Notizie Geopolitiche, 5 febbraio 2015). Detto per inciso, il punto 10 del manifesto elettorale di Syriza recita: «Tagliare drasticamente la spesa militare». Si predica bene e si razzola male? Staremo a vedere. Ma non è questo il punto su cui invito a riflettere.

Come scriveva Giorgio Cuscito su Limes del 30 gennaio, «Nel suo primo giorno di lavoro, il governo greco si era detto contrario a nuove sanzioni contro la Russia in merito ai recenti sviluppi della crisi in Ucraina. In seguito Mosca, che ovviamente ha accolto con favore la posizione ellenica, ha affermato di non escludere eventuali prestiti per aiutare Atene». Prezzo del petrolio permettendo, bisognerebbe forse aggiungere.

Il punto 40 del citato manifesto elettorale di Syriza recita: «Chiudere tutte le basi straniere in Grecia e uscire dalla Nato». Per Paesi investiti da un’acuta crisi economica e sociale, l’antiamericanismo nazionalista può essere un eccellente strumento di lotta nella contesa interimperialistica e un ottimo collante ideologico per tenere le masse attaccate al carro del Dominio. Uscire dalla Nato per rafforzare il proprio Paese o per dare vita a una nuova alleanza politico-militare (magari antiamericana, magari con Russia, Cina, Venezuela e altri avversari del Grande Satana): una prospettiva che personalmente ho sempre combattuto e che continuerò a combattere, anche contro i teorici del «Nemico Principale» (gli Usa e i suoi alleati, c’è bisogno di dirlo?) da far fuori oggi per indebolire il capitalismo mondiale e poterlo schiacciare più agevolmente domani. Questa finezza dialettica non è alla portata della mia rozza logica proletaria.

varoufakis-brando-640904Aggiunta da Facebook (17 febbraio 2015)

COSE GRECHE

1. Syriza di lotta – intercapitalistica

Scrive Marco Valerio Lo Prete (Il Foglio): «C’è tempo fino a venerdì. Eppure non mancano gli indizi di un fatto: la disfida greca si configura, più che come una riedizione del duello Davide vs. Golia, come una sofisticata partita interna al mondo capitalistico. Con attori [Stati Uniti compresi] interessati, per interposta Grecia, a fare pressioni sull’Eurozona a trazione tedesca».

Allora non avevo capito poi così male…

2. Populismo kantiano e Red Line

Dichiara Yanis Varoufakis, il Ministro delle Finanze più cool del pianeta, al New York Times:

«Come facciamo a sapere che la nostra modesta agenda di politica economica, che costituisce la nostra linea rossa, è giusta in termini kantiani? Lo sappiamo guardando negli occhi le persone affamate che riempiono le strade delle nostre città o la classe media sotto pressione, o considerando gli interessi di ogni lavoratore nell’unione monetaria». Quasi mi commuovo. Quasi. Ci manca un soffio. Rinvio la lacrima.

Non c’è dubbio: la lotta di classe è, ovunque in Europa, un imperativo categorico. Avrò anch’io il diritto di esprimermi in termini kantiani (anche se lascio a desiderare quanto a cool)! A proposito, ho detto lotta di classe, non Fronte Unito Meridionale Antitedesco. Ci tengo a precisare la mia modesta Red Line.

UN TSIPRAS BUONO PER OGNI GUSTO?

eliastabakeas_tsiprasPer Simon Tomlinson (Daily Mail), «Tsipras è il bravo ragazzo che tutti vorrebbero essere e il politico onesto al quale tutti si vogliono affidare». Non c’è dubbio. Mi correggo: forse un più equilibrato quasi tutti sarebbe stato più aderente alla verità, e quantomeno con quel “quasiTomlinson non avrebbe inglobato di fatto anche chi scrive nel ridicolo partito filogreco e antitedesco che da domenica scorsa imperversa nel Mezzogiorno d’Europa. Tutti pazzi per Alexis Tsipras? Diciamo quasi tutti. Al limite, tutti salvo chi scrive. È, la mia, una puntualizzazione dovuta a “partito preso”? Si tratta di un meschino settarismo spiegabile solo con l’invidia che un perdente può provare nei confronti di un leader giovane, bello e vincente? Può darsi: Homo sum, humani nihil a me alienum puto. Ma, confermato che il politico è personale, c’è dell’altro.

Si tratta di questo: il successo politico di Syriza conferma ancora una volta che quando i dominati brancolano privi di autonomia politica nella notte della crisi sociale, i dominanti sanno sempre trovare la carta giusta per vincere la partita della conservazione. Oggi pescando a “sinistra”, domani pescando a “destra”, dopodomani chissà dove. Tanto per dire, se la carta Syriza dovesse andar male, e la crisi sociale del Paese dovesse aggravarsi, Atene ha già pronte altre carte da giocare, tipo Alba Dorata e KKE, il partito veterostalinista che osteggia il nuovo governo greco nel nome di un Capitalismo di Stato (chiamato ovviamente “socialismo-comunismo”: sic!) e di un sovranismo politico-economico che può piacere giusto a personaggi come Marco Rizzo, presidente di un sedicente Partito Comunista che sostiene le ragioni del KKE e che oggi ricompare sui media per vantare la presenza tra le sue “rivoluzionarie” fila di Gianni Vattimo. Nientemeno! Della serie: Miseria di certa filosofia. Ma anche: A volte ritornano.

Non bisogna avere paura di Syriza, scriveva alla vigilia delle mitiche elezioni greche Chrìstos Bòtzios, ex ambasciatore di Grecia presso la Santa Sede: «Syriza non va confuso con il Partito Comunista di Grecia (KKE) che in parlamento rappresenta quasi il 5% dell’elettorato ed è espressione di una dura linea marxista che rifiuta ogni collaborazione con Syriza, anzi lo accusa di non essere diverso nella sua filosofia politica dagli altri partiti borghesi» (Limes, 22 gennaio 2015).  Vediamo un breve saggio di questa «dura linea marxista».

«Da 25 anni la Russia non è più un paese socialista», sostiene  Dimitris Koutsoumpas, segretario generale del Comitato Centrale del KKE. Già con questa semplice affermazione, peraltro condivisa dal 99 virgola qualcosa per cento dell’opinione pubblica mondiale, Koutsoumpas rende evidente il bel concetto di “socialismo” che gli frulla in testa. «Sintetizzando, il KKE è a favore della cancellazione unilaterale del debito, del disimpegno dall’UE e dalla NATO, con potere ed economia operaio-popolare. Crediamo che i lavoratori possano organizzare la produzione e utilizzare i grandi potenziali dei fondi di ricchezza con pianificazione scientifica a livello nazionale concentrata alla soddisfazione di tutte le loro esigenze attuali, senza le catene dei monopoli, dell’UE e delle altre unioni imperialiste». Non so chi legge, ma io ci sento puzza di «socialismo (leggi Capitalismo di Stato) in un solo Paese». Eppure, non bisogna essere dei geni per capire che «in una società globale sono i continenti a confrontarsi e non gli staterelli, ciascuno padrone in casa propria ma irrilevante fuori essa. Alla fine voi [leader europei riluttanti nei confronti degli Stati Uniti d’Europa] personalmente conterete di più ma i Paesi che governate non conteranno niente, Germania compresa» (E. Scalfari, La Repubblica, 25 gennaio 2015). Cambiando un po’ (ma solo un po’) la fraseologia pseudo comunista di chiara matrice stalinista, il programma “anticapitalista” del KKE potrebbe apparire potabile anche a un nazionalsovranista di destra assetato di dignità nazionale.

Scriveva ieri Massimo Gramellini (La Stampa): «In Grecia, si riduce il ceto medio alla miseria e si creano condizioni sociali pre-rivoluzionarie, lasciando a fronteggiarsi sul terreno una élite di privilegiati e un popolo di disperati. […]  Mettere la maggioranza dei cittadini nelle condizioni di avere qualcosa da perdere fu la straordinaria intuizione della politica occidentale del secolo scorso, il vaccino contro ogni populismo estremista. Date a qualcuno una casa e una rata da pagare, e ne avrete fatto un potenziale conservatore». Quando la miseria incalza e la “coscienza di classe” latita, persino una minestra calda garantita tutti i giorni, e magari un fucile in spalla per difendere la “dignità nazionale” dai cattivoni di turno, possono apparire agli occhi di milioni di persone azzannate dalla crisi quanto di meglio possa offrire loro il pessimo mondo che li (ci) ospita. Per questo quando leggo sul Manifesto che «Que­sto paese distrutto dalla guerra econo­mica e gover­nato dalla Troika oggi trova la forza di riac­ciuf­fare la speranza», mi rendo conto di quanto si sia svalutato ultimamente il concetto di “speranza”: siamo davvero ai livelli dell’inflazione tedesca dei primi anni Venti.

«Tsipras», scrive il già citato Gramellini, «ha preferito allearsi con una forza quasi xenofoba da cui tutto lo divide, tranne la volontà di ribellarsi a questa Europa. Il nemico del mio nemico è mio amico. La stessa logica dei comitati di liberazione che, durante la seconda guerra mondiale, indusse monarchici e comunisti a combattere fianco a fianco “l’invasor” evocato da Bella ciao». Questa evocazione storica, che la dice lunga sui bellicosi tempi che attraversiamo, mi consente per un verso di riaffermare, per quel pochissimo che vale, la mia tetragona ostilità nei confronti di tutte le fazioni capitalistiche che si stanno scontrando in Europa (sotto le diverse insegne politico-ideologiche: europeismo, sovranismo, liberismo, statalismo, rigorismo, keynesismo, ecc.) sulla pelle dei nullatenenti e dei ceti medi in via di proletarizzazione; e per altro verso, di fare la riflessione ultraminoritaria che segue.

È vero: gli opposti si toccano. Ma per toccarsi, gli opposti devono insistere sullo stesso piano. Un esempio storico?  Ne azzardo uno, in clima con i “giorni della memoria” (come se la memoria bastasse a tenere a bada la bestia dell’irrazionalità radicata nella società disumana e disumanizzante) e sempre mutatis mutandis: l’alleanza Hitler-Stalin che inaugurò la Seconda carneficina mondiale. Germania nazista e Unione Sovietica stalinista all’inizio della guerra poterono “toccarsi” perché entrambi i Paesi condividevano la stessa natura sociale (alludo al capitalismo, ovviamente) e molti interessi geopolitici (spartirsi l’Europa continentale e le colonie delle potenze “demoplutocratiche”, ad esempio). Poi il “traditore” Adolf invase l’Unione Sovietica e mise nelle condizioni l’Inghilterra di Churchill di stringere un’alleanza con il “diavolo rosso” secondo la nota logica: «Il nemico del mio nemico è mio amico». Ma questa logica presuppone appunto la condivisione dello stesso “terreno di classe”, e difatti l’Inghilterra di Churchill nel 1918-19, quando la Russia dei Soviet si pose alla testa del processo rivoluzionario in Europa, sostenne l’Armata Bianca controrivoluzionaria che combatteva l’Armata – allora ancora – Rossa di Lenin e di Trotsky. Nella fase finale della Seconda guerra mondiale (la Resistenza come continuazione della guerra imperialista con altri mezzi e nelle mutate circostanze), monarchici e “comunisti badogliani” si trovarono fianco a fianco a combattere  «l’invasor» perché, appunto,  marciavano sullo stesso “terreno di classe”, concetto sintetizzato nella parola Patria, o nella locuzione «superiori interessi nazionali».

Dove c’è Patria, c’è dominio di classe. Lo so che dicendo questo irrito tanto il nazionalsovranista, soprattutto quello di “sinistra” che ama accampare complesse strategie tattiche per convincere se stesso che l’internazionalismo marxiano va declinato in termini “dialettici”. Buona “declinazione dialettica”, che debbo dire?

A proposito di Tsipras e di Bella ciao, ecco cosa scrive A. Terrenzio, tifoso di Alba Dorata e del Front National di Marine Le Pen, su Conflitti e strategie: «Tsipras ed il suo movimento collaborazionista e al guinzaglio della Troika, aldilà dei proclami, non sembra poter rappresentare nessun tipo di problema per gli Junker, i Draghi od i Katainenn di turno; non cambierà, la situazione del popolo greco, se non riuscendo a spuntare degli accordi o degli “sconticini” sulla mole di debito, in cambio di ulteriori quote di sovranità. Il popolo greco si vedrà gabbato e vedrà le “speranze” e le promesse di Tsipras, trasformarsi, prima in farsa e poi in un’inevitabile tragedia greca, in un’eterogenesi dei fini che lascerà i greci con l’amaro in bocca e con le tasche vuote per aver dato fiducia ad un leader, che un giorno stringe la mano a Soros o ad Obama, e l’altro coglioneggia il popolo cantando “bella ciao”» (Conflitti e strategie). Più che cantare Bella ciao, lascia capire il nazionalsovranista duro e puro, bisogna prendere piuttosto le metaforiche (almeno per adesso!) armi della politica e preparasi alla Resistenza contro la Germania, la Troika, l’America e contro tutte le forze asservite al Finanzcapitalismo mondialista: Sovranità o morte! Personalmente lavoro per la morte della Sovranità (capitalistica).

I compagni italiani sono invece da sempre avvezzi a ingoiare rospi d’ogni taglia e colore, e Luciana Castellina ce ne offre una plastica dimostrazione commentando l’«alleanza di scopo» tra Syriza e l’Anel di Panos Kammenos,: «Equi­voci infatti nell’immediato ce ne sono stati. Quando la noti­zia della deci­sione ha comin­ciato a dif­fon­dersi ero ancora ad Atene e ho così potuto condividere con qual­che compagno di Syriza le rea­zioni all’accaduto. Inu­tile negare: sorpresa, imba­razzo, anche incom­pren­sione. Peg­gio quando ho incro­ciato gli ita­liani della Bri­gata Kali­mera che si erano attar­dati a rien­trare in patria dopo la festosa not­tata di dome­nica. Dio mio, il patto del Nazareno? Io credo che il nostro com­pa­gno Ale­xis abbia fatto la cosa giu­sta. Il mini­stero della difesa in mano ad Anel? Vista la tra­di­zione greca, crearsi qual­che punto d’appoggio con­tro even­tuali avven­ture dei mili­tari, non è una brutta idea» (Il Manifesto, 27 gennaio 2015). Tutt’altro! E poi, si può giustificare il Patto Ribbentrop-Molotov che segnò l’inizio del Secondo macello imperialista («l’Unione Sovietica doveva coprirsi il fianco occidentale, troppo esposto ai tedeschi e ai nemici del socialismo»), e non si può mandar giù il Patto Tsipras- Kammenos? Via, non scherziamo!

Intanto la «Tendenza Comunista di Syriza» mugugna, anzi implora: «La Tendenza Comunista di SYRIZA implora ed invita la dirigenza di SYRIZA di non procedere ad alcuna collaborazione con ANEL. Rivolgiamo un ultimo appello alla dirigenza di SYRIZA, ma anche a quella del KKE, di prendere coscienza della gravità delle proprie responsabilità storiche e stabilire un solido governo di coalizione socialista. L’unica scelta politica possibile che abbiamo è la coalizione socialista tra SYRIZA e KKE» (Dichiarazione della Tendenza comunista di Syriza). Siamo già alla scissione? Vedremo. Dal canto suo, pare che il KKE stia ammorbidendo le sue posizioni “antiborghesi”. Come scrive la Castellina, subito dopo la cla­mo­rosa vit­to­ria di Syriza, «il KKE ha aperto uno spi­ra­glio ad un voto posi­tivo su sin­goli provvedimenti che “il popolo” (cioè il KKE) giu­di­cherà buoni. Troppo poco per for­mare il governo, che aveva biso­gno, subito, di almeno altri due depu­tati, non male in prospettiva». Una prospettiva che non mi affascina neanche un poco.

Insomma, tra simpatizzanti di Alexis Tsipras, “comunisti” di varia tendenza (tutti, beninteso, provenienti dalla tradizione stalinista: la storia, purtroppo, non è acqua fresca che scorre senza conseguenze), nazionalsovranisti senza se e senza ma, pare di assistere a una ridicola macchietta vista nel Belpaese decine di volte. Alla fine, proprio il leader di Syriza, con il suo onesto servizio patriottico (da notare anche il nuovo dinamismo greco sul terreno della politica estera: vedi, ad esempio, i rapporti di Atene con Russia e Turchia), appare quello più serio. «Tsipras è un conservatore un po’ incendiario, facciamogli posto», scriveva Giuliano Ferrara qualche giorno fa. Una provocazione? Non necessariamente, e d’altra parte non sono pochi in Europa quelli che vedono in Tsipras e in Mario Draghi* la “strana coppia” che potrebbe davvero «cambiare verso all’Europa, perché l’austerità sta strangolando tutti. Con Matteo Renzi la pensiamo alla stessa maniera sulla necessità dello sviluppo e sull’uscita da questo rigore alla tedesca che sta danneggiando tutti i cittadini europei» (A. Tsipras, intervista rilasciata al Messaggero). E chi, in Italia, non è contro il «rigore alla tedesca»? «Dalla Puglia di Vendola alla Arcore del Cavaliere, si leva dunque un unico grido: “Forza Tsipras”» (A. Cangini, Quotidiano Nazionale). Dalla Sicilia di chi scrive si leva invece un sonoro… Lasciamo perdere, che è meglio.

Ultima ora Ansa: «”Non andremo ad una rottura distruttiva per entrambi sul debito: il governo di Atene è pronto a negoziare con partner e finanziatori per una soluzione giusta e duratura per il taglio del debito greco”. Lo ha detto Alexis Tsipras aprendo il suo primo consiglio dei ministri». Forse Ferrara non ha sbagliato di molto. Forse.

 

* Per una crescita vigorosa dell’economia greca «puntiamo sul quantitative easing, e la Bce non si azzardi ad escluderci», aveva dichiarato il 5 gennaio a Repubblica il «comunista ma non rivoluzionario» (che faccio, rido?) Yanis Varoufakis, oggi ministro delle Finanze. Molti rinfacciano a Varoufakis le considerazioni apparse sul suo blog il 3 giugno del 2012: «Raccomando di non leggere il programma di Syriza» perché non vale la carta su cui è scritto. Esso è pieno di buone intenzioni e di promesse che non possono e non saranno soddisfatte». Vedremo se il «comunista non rivoluzionario» sarà coerente con questa impostazione “realista”.

Anche Thomas Piketty, l’eroe degli egualitari del XXI secolo, legge «questa rivoluzione democratica venuta dal Sud» come un serio tentativo, il secondo dopo quello dell’Evento QE di Francoforte, di «cambiare verso» all’Unione Europea.

imagesAggiunta del 5 febbraio 2015

Scrive Joseph Halevi, professore di economia all’Università di Sydney e simpatizzante, con qualche riserva, di Syriza: «Il KKE, negli ultimi 40/50 anni, non ha mai modificato la sua analisi sul sistema capitalistico, che è sempre quella sovietica: capitalismo monopolistico etc. Poi, sull’Unione Sovietica loro hanno riflettuto, e sono arrivati alla conclusione, basta andare sul loro sito per leggerlo,  che l’Unione Sovietica è caduta perché hanno cercato di affrontare i problemi per via capitalistica. Se invece fossero rimasti all’interno dello schema socialista, non ci sarebbe stata questa crisi, questo crollo. Un approccio estremamente schematico: non analizza il perché il partito comunista sovietico sia andato in quella direzione, né un sacco di altri aspetti. Quindi anche se tendenzialmente hanno la mia simpatia, allo stesso tempo sono di un settarismo totale». Come si vede, Halevi non mette in discussione la tesi di fondo del KKE circa la natura sociale dell’Unione Sovietica e le cause che ne hanno provocato l’ingloriosa fine. Del partito stalinista greco l’economista “marxista” critica solo l’approccio «schematico» e il «settarismo totale». Un po’ pochino, mi sembra.

In difesa dell’amico Yanis Varoufakis, criticato “da sinistra” per il suo eclettismo dottrinario che pescherebbe da Marx e da Keynes, sempre Halevi sostiene: «La Grecia è un paese come l’Italia, dove marxista significa essere militante, non puoi fare il marxista accademico e basta. Marxista è un sistema di idee che c’hai, poi fai altre cose, puoi anche fare il geometra» (Intervista a Contropiano.org, 30 gennaio 2015). E puoi, sopra ogni altra cosa e come dimostra oltre ogni ragionevole dubbio la storia del “movimento comunista internazionale”, dire, scrivere e praticare concetti che con il vecchio comunista di Treviri non hanno nulla a che fare, di più: che ne sono la più completa negazione. Più si conoscono i “marxisti” e meglio si comprende la nota puntualizzazione marxiana: «Non sono marxista». Figuriamoci chi scrive!

«Yanis è, a mio avviso, strategicamente più leninista che marxista»: e allora dichiaro la mia estraneità anche nei confronti del “leninismo” e di ogni altro ideologico “ismo” usato a capocchia nei salotti buoni del sinistrismo internazionale.

SOVRANISMO ECONOMICO E PROTEZIONISMO: LA GUERRA È SERVITA!

«Il materialismo storico ci insegna che non esiste un processo oggettivo in termini assoluti, come pure non esiste una decisione politica in termini assoluti». Così parlò Emiliano Brancaccio, nel corso della sua interessante intervista rilasciata ieri a Tonino Bucci.

Leggendo questa acuta e ortodossa riflessione ho pensato: «ecco finalmente uno che, da materialista storico, e forse perfino dialettico, alla fine dell’analisi sull’odierna guerra sistemica europea proporrà l’aut-aut politico nei corretti termini, ossia come alternativa tra il sostegno al Capitalismo e una lotta senza quartiere agli effetti della crisi, senza alcun riguardo per le sorti del proprio Paese. Finalmente uno che non sosterrà la metaforica alternativa intercapitalistica fra Euro e Dracma».

E invece mi sbagliavo, alla grande. Evidentemente l’occhio non si era posato sul titolo dell’intervista: Sinistra, occorre una strategia per uscire dall’euro. Dall’euro, non dal capitale. Che sbadato. E poi siamo realisti, non chiediamo l’impossibile! Vero è che qualcuno è diventato nel frattempo più realista del re di Prussia, ma sono tempi di turbolenza esistenziale, non solo economica, e la cosa, come si dice, ci può stare.

Come tutti i bravi keynesiani storico-dialettici che si rispettino, Brancaccio vuole salvare il Capitalismo, ma «da sinistra», e, ovviamente, per il bene dei lavoratori. E per lui la fuoriuscita «da sinistra» dalla crisi significa, essenzialmente, la riconquista della sovranità economica, a iniziare da quella monetaria, da parte dei paesi europei finanziariamente più inguaiati e più torchiati dal «rigorismo tedesco».

Brancaccio ha infatti criticato Syriza per non essere stata sufficientemente chiara su questo punto decisivo: «L’unico modo per rendere credibile la richiesta di rinegoziazione del memorandum doveva esser quello di ammettere l’ipotesi di una riconquista della sovranità monetaria del paese in caso di fallimento della trattativa. Ossia, una uscita dall’euro e al limite dal mercato unico europeo. Syriza ha invece scelto di escludere questa ipotesi». Un errore imperdonabile, per un convinto socialsovranista come ho scoperto essere  il Nostro.

Leggendo il resto dell’intervista (ad esempio questa perla “post-moderna”: «Si potrebbero recuperare i vecchi sistemi di limitazione della circolazione dei capitali e, al limite, delle merci, che sussistevano negli anni Cinquanta e che sono stati poi via via smantellati») ho pensato: «ma questo signore è un protezionista della più bell’acqua, e forse persino un po’ autarchico». Non mi sbagliavo, almeno sul protezionismo.

A sinistra sembra ancora prevalere un’avversione verso forme di limitazione della circolazione dei capitali e delle merci. Il protezionismo è considerato un pericolo, più che un’opportunità», argomenta l’intervistatore. Brancaccio stoppa comodamente la palla e tira in porta: «I rapporti della Commissione europea, da un paio d’anni a questa parte, segnalano che dallo scoppio della crisi in tutto il mondo sono aumentati i controlli sui movimenti di capitali e di merci. Più di 400 nuove misure protezionistiche tra il 2008 e il 2011 realizzate in Argentina, Usa, Brasile, Cina, Russia ed altri paesi. Che ci piaccia o meno, la storia è in movimento. Le sinistre devono decidere in fretta se intendono provare a governare i processi già in corso, o restare alla finestra a guardare un disastro gestito da altri».

Il movimento della storia prospettato dal nostro amico antiliberista somiglia fin troppo a una marcia militare. Dopo tutto, come dimostrano i due conflitti mondiali del XX secolo, la guerra guerreggiata non è che la continuazione della guerra economica con altri mezzi. Almeno questo dice a me il «materialismo storico». E mi suggerisce anche l’idea dell’intimo legame che si stabilì dopo il ’29 fra il keynesismo, nella sua duplice fenomenologia (“destrorsa”, in Italia e Germania, e “sinistrorsa” in Inghilterra e Stati Uniti), e la corsa al riarmo culminata nel bagno di sangue a tutti noto. Ma io non sono uno Scienziato Sociale, ed è quindi possibile che non afferri il reale significato del processo storico. Però da buon meridionale mi applico agli scongiuri.

Mentre «le sinistre decidono» il da farsi, chi può compri un biglietto aereo per la Svizzera. Sempre che rimanga neutrale in caso di guerra. Mettete al riparo i vostri capitali, oh voi che potete! Purtroppo chi scrive non può. Per mancanza di materia prima…

Chi invece ama le imprese ritenute impossibili, e vuole allontanarsi il più in fretta possibile dal punto di vista del Paese (che da sempre coincide con il punto di vista delle classi dominanti), deve attrezzarsi a sostenere una lunga battaglia teorica e politica contro il socialsovranismo (o statalismo), la versione di “sinistra” del dominio sociale capitalistico di questo scorcio di inizio secolo. Prima le classi dominate comprenderanno che non esiste una ricetta in grado di salvare, al contempo, capra e cavoli (il Capitalismo e le peraltro già sufficientemente disumane condizioni di esistenza dei salariati), e prima esse si metteranno sulla strada dell’autonomia di classe, la sola in grado di apprestare una reale e promettente strategia di difesa dagli attacchi concentrici del Capitale nazionale e internazionale. Scendere a patti col Dominio, assecondando il principio ultrareazionario del male minore, non ha mai evitato all’umanità il viaggio verso l’inferno. Occorre solo decidere se arrivarci da “sinistra” o da “destra”. Gran bella scelta, non c’è che dire.

USCIRE DALL’EURO O DAL CAPITALE? LA “PROVOCAZIONE” È POSTA

Ieri, nel corso del suo intervento al convegno sulle piccole e medie imprese organizzato dai Radicali Italiani a Padova, Emma Bonino ha dichiarato quanto segue: «Quando parliamo di equità non dobbiamo dimenticare che a novembre del 2011 eravamo sull’orlo del baratro. La prima misura di equità è stata salvare il Paese dal fallimento, perché il suo fallimento avrebbe implicato una maggiore sofferenza per tutti, a cominciare dai più deboli». Concordo in pieno con questa affermazione, o, meglio, ne condivido il concetto generale.

Infatti, nell’ambito della vigente società la salute di un Paese, ossia dello status quo capitalistico, molto spesso fa la differenza fra la sopravvivenza “dignitosa” e la miseria più nera di gran parte dei suoi cittadini. Solo in un caso il fallimento di un Sistema- Paese ha il benigno significato della promozione di nuovi e più avanzati rapporti sociali: in caso di rivoluzione sociale. In questo caso non solo i «più deboli» non ne sarebbero danneggiati, ma anzi se ne avvantaggerebbero grandemente, essendo peraltro essi stessi i protagonisti assoluti di quel catastrofico evento.

La rivoluzione sociale, quando non è una frase vuota buona da spendere nei salotti benecomunisti, non può darsi che come fallimento di un Paese, come catastrofe, anzi: come feconda catastrofe, nella misura in cui essa “getta” le fondamenta di un edificio sociale superiore. (E mi scuso per la vetusta metafora “strutturalista”, che forse mi deriva da mio padre: un muratore!). Per questo Carlo Cafiero ha potuto scrivere che «L’operaio ha fatto tutto; e l’operaio può distruggere tutto, perché può tutto rifare».

Alla vigilia del “fatale” voto in Grecia i teorici della bancarotta «qui e subito», nel seno degli odierni rapporti sociali, e quelli che pongono il falso dilemma: uscire o non uscire dall’euro? uscire o non uscire dall’Unione Europea? farebbero bene a riflettere sul reale significato politico delle loro posizioni “rivoluzionarie”. Soprattutto dovrebbero chiedersi se la vera, ancorché oggi puramente teoretica, domanda da porsi non sia piuttosto la seguente: uscire o non uscire dal Capitalismo?

Chi pensa che l’uscita del Paese (Grecia? Spagna? Portogallo? Italia?) dall’Unione Europea e/o dall’euro sia “oggettivamente” un passo nella giusta – anticapitalistica? – direzione inganna se stesso e chi è disposto a concedergli fiducia. Il sovranismo politico ed economico, come quello espresso in Grecia soprattutto dai partiti della “sinistra radicale” (da Syriza al KKE) è il veleno che una parte della classe dominante europea sta cercando di inoculare nelle vene delle classi subalterne, sempre sensibili ai richiami del nazionalismo, soprattutto in tempi di crisi economica. Come ho scritto altrove, il sovranismo è un’opzione tutta interna alla contesa intercapitalistica, tanto sul fronte interno, quanto su quello esterno. Il fatto che, come informava ieri, gongolando, Il Manifesto, la campagna elettorale di Syriza si è chiusa al canto di Bella ciao la dice lunga sul socialnazionalismo di questa formazione politica. Evidentemente c’è un «invasor» da cacciare fuori dalle amate sponde nazionali.

Il Capitale, in tutta la sua maligna dimensione sociale e in tutta la sua portata internazionale, e non la falsa alternativa fra economia nazionale e integrazione economica sovranazionale, è il vero problema, ed è precisamente a partire da questa radicale consapevolezza che bisogna organizzare le lotte contro la politica dei sacrifici, tanto nella sua configurazione rigorista (o “tedesca”) quanto nella sua variante progressista e sovranista. Senza alcun riguardo per la salute del Paese. Fuori da questa prospettiva valgono solo le ragioni del Capitale, nazionale e internazionale, così ben rappresentate da Emma Bonino, non a caso la più onesta, intelligente e meritocratica dei leaders italioti.

Dimenticavo: la “teoretica” non è separata da un abisso dalla prassi; ovvero: essa getta ponti sull’abisso.

SLAVOJ ŽIŽEK E LA SINDROME DELLA MOSCA COCCHIERA

L’incipit dell’intervento di Slavoj Žižekalla convention di Syriza pubblicato dal Manifesto è, come spesso capita alle produzioni del filosofo sloveno, brillante e accattivante: «Al termine della sua vita Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi, fece la famosa domanda “che cosa vuole una donna?”, ammettendo la perplessità di fronte all’enigma della sessualità femminile. Una simile perplessità sorge oggi: “Che cosa vuole l’Europa?” Questa è la domanda che voi, il popolo greco, state rivolgendo all’Europa. Ma l’Europa non sa quello che vuole» (Alla fine la Grecia ci salverà, Il Manifesto, 8 giugno 2012). Tuttavia, usare la citazione freudiana come metafora in grado di illuminare la problematica “sessualità” della Vecchia Europa, se può suonare in qualche modo suggestivo, rischia di mettere subito su una falsa pista il pensiero non pago delle riflessioni mainstream – di “destra” o di “sinistra” che siano – intorno alla scottante questione europea. Ma forse è proprio il pensiero del filosofo sloveno a essere  completamente sconnesso dal reale processo storico-sociale.

Innanzitutto l’Europa posta nei termini in cui li ha messi Žižek semplicemente non esiste, mentre esiste uno spazio geosociale chiamato Europa nel cui seno si “dialettizzano” capitali e sistemi-paese da sempre concorrenti fra loro. Ripeto: da sempre. La crisi economica ha semplicemente reso evidente ciò che tutti i più seri analisti politici ed economici (chissà perché quasi tutti “conservatori”) del mondo hanno detto e scritto nel corso dell’ultimo mezzo secolo, in barba alle elitarie e pasticciate chimere vendute al mercato delle ideologie dai federalisti europei «senza se e senza ma».

Ancora fino al 2008 il politico europeo (in Italia quasi sempre leghista o berlusconiano) che osava denunciare tutte le contraddizioni insite nella costruzione dell’Unione Europea e, soprattutto, dell’Eurozona, veniva subito zittito con una valanga di insulti politicamente corretti (cioè rigorosamente europeisti). «Lei è un euroscettico, s’informi!»: ecco la sanguinosa accusa. Il dogma tecnocratico di Jacques Delors (la moneta unica europea come base dell’edificio politico-istituzionale europeo) era il paradigma del buon politico europeo. Ma già nel corso della crisi finanziaria del 1992 si rese evidente come la Germania rimanesse «l’unica potenza in grado di farsi carico degli impegni richiesti per una più profonda unificazione economica e politica europea» (Robert Gilpin, Le insidie del capitalismo globale, p. 206, Università Bocconi Editori, 2000). L’integrazione economica dei diversi paesi dell’Unione non poteva non porre la questione della Sovranità Nazionale, la quale nei dibattiti fra le persone colte del Vecchio Continente veniva trattata alla stregua di un cane morto. Salvo poi scoprire che il Leviatano nazionale non ne vuole sapere di tirare le cuoia, per lasciare il posto al Moloch Sovranazionale in grado di competere ad armi pari con le altre creature mostruose che devastano l’umanità: Stati Uniti, Cina, India e via di seguito.

Come ho scritto altre volte, nel «sogno europeista» storicamente convergono (si “scaricano”) diverse e contrastanti esigenze. In primis quella di controllare da vicino la Germania: «Naturalmente, le “ambizioni egemoniche” che l’integrazione europea si riprometteva di contenere erano in particolare quelle di una nazione: la Germania. L’averla integrata e ammansita è stata la grande conquista dell’Europa» (Robert Kagan, Paradiso e potere, p. 62, Mondadori, 2003). La stessa Germania, immersa peraltro in un senso di colpa alimentato ad arte dalle potenze vittoriose, ha accettato di buon grado la camicia di forza “europeista”, e le ragioni, di assai facile comprensione, si compendiano in due date: 1918 e 1945. Due catastrofi epocali nell’arco di un tempo così breve avrebbero spezzato la volontà competitiva (un tempo chiamata «volontà di potenza») di qualsiasi nazione. Ma la Germania, se può essere contingentemente spezzata e ridotta al rango di Paese reietto, non può venir privata della sua storia e del suo corpo sociale, ossia di quella che chiamo Potenza sistemica. Tanto alla fine della Prima quanto alla fine della Seconda Guerra Mondiale gli Stati Uniti hanno fatto di tutto per sostenere un’economia tedesca ridotta ai minimi tempi, e non l’hanno certo fatto per ragioni umanitarie, le quali nel contesto della competizione globale fra le Potenze mondiali si danno come mero strumento ideologico al servizio di obiettivi radicalmente disumani. Già Keynes, nel 1919 (Le conseguenze economiche della pace), sostenne che fiaccare la Germania significava mettere nelle condizioni l’Europa di produrre nuovi e più gravi disastri sociali.

La questione europea è la questione tedesca, e chi, come Žižek, si muove all’interno della dimensione europeista, sebbene da una prospettiva “di sinistra radicale”, non può fare a meno di confrontarsi con questa realtà. È la dimensione del conflitto sistemico fra i paesi europei che va recuperata in tutta la sua radicalità sociale e storica, e mi mette un po’ in imbarazzo doverlo “ricordare” all’autore de «La violenza invisibile».

Syriza non rappresenta affatto «una nuova eresia», come crede il filosofo sloveno, quanto piuttosto una strada percorribile dalla classe dominante greca, o da alcune sue fazioni, nelle odierne critiche circostanze: è una delle diverse opzione in campo, tutte egualmente pregne di lacrime e sangue per le classi dominate, schiacciate nella falsa alternativa tra europeismo e sovranismo. «La nostra libertà di scelta in effetti funge da mero atto formale di consenso alla nostra oppressione e al nostro sfruttamento» (Slavoj Žižek, La violenza invisibile, p. 150, Rizzoli, 2008). Anche con Syriza, il KKE e tutti gli altri raggruppamenti ellenici di sinistra e di estrema sinistra ci troviamo al centro della dimensione totalitaria illuminata dallo sloveno; essi, infatti, basano la loro azione politica a partire dai «veri interessi del Paese», o del «Popolo», ossia, tradotto in concetti non ideologici e al netto di ogni rognosa fraseologia pseudomarxista (il KKE propone «il potere popolare, il disimpegno dall’Unione europea e la socializzazione dei mezzi di produzione»: il socialismo in un solo Paese?), sulla base degli «autentici interessi nazionali». E dove c’è Nazione c’è Capitale, più o meno «di Stato» o «liberista-selvaggio».

Nei 40 punti del Programma elettorale di Syriza spiccano quelli dedicati alle nazionalizzazioni: «delle banche, delle imprese ex-pubbliche in settori strategici per la crescita del paese (ferrovie, aeroporti, poste, acqua), degli ospedali privati (Eliminare ogni partecipazione privata nel sistema pubblico sanitario)». Certo, chi associa la nazionalizzazione delle attività economiche al socialismo, o a qualcosa che gli somigli (secondo lo schema della «fase di transizione dal capitalismo al socialismo»), può pure gongolare dinanzi a una simile prospettiva – peraltro coltivata da non pochi partiti di estrema destra del Vecchio Continente: dal “socialismo” al nazionalsocialismo il passo può essere davvero breve… Come dimostra la storia del “secolo breve” (dallo stalinismo al fascismo, dal nazismo al keynesismo) nazionalizzare significa espande il potere di controllo sociale del Leviatano, magari in cambio di qualche briciola in più fatta cadere sulle masse proletarie: prima soddisfare i bisogni del corpo! È il triste «materialismo triviale» formato Diamat.

Può anche darsi che il nostro amico sloveno pensi di poter usare “tatticamente” Syriza per conseguire «più avanzati obiettivi», secondo quella che mi piace definire sindrome della mosca cocchiera. Purtroppo la mia indigenza in fatto di dialettica mi impedisce di cogliere il significato dell’ipotizzato “entrismo”, il quale a mio modesto avviso si risolve, puntualmente e necessariamente, in una politica al servizio di questo o quell’altro interesse capitalistico e/o nazionale: Grecia o Unione Europea, Euro o Dracma, Stato o Privato, Europa o America, Occidente o Oriente, e via di seguito. Quando si coltivano troppe illusioni, facilmente si corre il rischio di rimanere vittime dell’astuzia del Dominio.

Sic!

D’altra parte, cosa abbia in testa Žižek quando parla di rivoluzione lo si evince da quanto segue: «Permettetemi ora di finire con una nota personale. Odio la sinistra tradizionale, intellettuale, che ama la rivoluzione, ma la rivoluzione che avviene in qualche luogo lontano. Era così quando ero giovane: più lontano è, meglio è, Vietnam, Cuba, ancora oggi, Venezuela». Lasciamo stare, qui, il Vietnam e Cuba, anche per rispettare la speranzosa gioventù del filosofo; ma farsi ancora delle illusioni persino sul Venezuela di Chávez!

È proprio vero: per trasformare il mondo occorre prima capirlo. Ma anche: First as Tragedy, Then As Farce.