LA TEOLOGIA POLITICA DEL PASTORE TEDESCO E IL PUNTO DI VISTA DELL’ANGELO NERO

«L’uomo deve agire, operare, decidere da sé, non lasciare che altri agiscano per lui, se non è semplicemente una macchina» (Hegel, Scritti teologici giovanili).

Mentre la creativa opposizione politica del Bel Paese si trastulla cercando improbabili «Papa neri» da contrapporre al Satrapo di Arcore, Benedetto XVI a Berlino indossa una comoda sottana verde. Alludo ovviamente al suo importante discorso pronunciato dinanzi al Bundenstag lo scorso 22 settembre. «La comparsa del movimento ecologista nella politica tedesca a partire dagli anni Settanta è stata e rimane un grido che anela all’aria fresca, un grido che non si può ignorare né accantonare» (Discorso del Sommo Pontefice Benedetto XVI, Reichstag di Berlino, giovedì 22 settembre, Libreria Editrice Vaticana, 2011). La perorazione ecologista del Pastore Tedesco è stata così forte e convincente, da suggerirgli un’immediata precisazione: «È chiaro che qui non faccio propaganda per un determinato partito politico». Insomma, il Sommo Pontefice ci risparmierà l’abominio estetico di una sua t-shirt con tanto di sole che ride. E questa è già una bella notizia, di questi cupi e relativistici tempi. Dopo l’evaporazione del Papà non avrei sopportato anche l’evaporazione del Papa. Sono a corto di punti fermi, di centri di gravità permanenti, di chiodi che mi tengano saldamente attaccato alla croce del principio di realtà.

Ma il Teologo di Marktl non è una persona banale, e questo gli ha impedito di scivolare sui luogocomunismi ecologisti oggi tanto alla moda: «Vorrei affrontare con forza un punto che – mi pare – venga trascurato oggi come ieri: esiste anche un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere». Già solo per aver posto, di fatto, il tema circa l’esistenza di una peculiare natura umana (da rispettare o da creare?), e intorno alla necessità di una comunità sociale umanamente sostenibile; solo per questo il pensiero di Ratzinger mostra una profondità e una radicalità di prospettiva, che i suoi avversari progressisti, quelli, ad esempio, che lo hanno boicottato nel nome della «laicità dello Stato», neanche si sognano. (Personalmente odio il Leviatano in ogni sua fenomenologia politico-ideologica: che sia confessionale, laico o ateo il mio giudizio sullo Stato – capitalistico –, per l’essenziale, non muta di un microbo).

Naturalmente Benedetto XVI declina la natura umana come può farlo un credente e un teologo, ossia nei termini di un prezioso e misericordioso dono offerto dal Padre alla sua Creatura prediletta, e muovendo da questa Sacra prospettiva egli giustamente bastona la «ragione positivista» (a partire da quella che ispirò il Diritto di Hans Kelsen, l’avversario di Carl Schmidt), rea di aver espulso Dio da ogni tipo di visione scientifica del mondo. La mia tesi è che a essere stato espulso dalla «concezione scientifica del mondo» è stato piuttosto l’uomo, giacché la prassi sociale della nostra epoca è, in radice e necessariamente, disumana. Il problema non è che l’uomo manipola se stesso, credendosi Dio: il fatto dirimente da capire è che il Dominio sociale capitalistico manipola cose e individui in vista della sua continuità e della sua espansione – due lati della stessa medaglia. Questa prassi manipolatrice non ci fa essere uomini.

Il ruolo di Dio non è stato usurpato dall’uomo – il quale oggi si dà, al contempo, come abissale vuoto e come immensa possibilità – ma dal Denaro, che non è lo «sterco del Demonio», come credono gli indignati di mezzo mondo (compresi quelli che stanno organizzando sit-in di protesta a Wall Street), ma l’espressione più genuina di un Dominio che si radica nello sfruttamento razionale (tecnologico, scientifico) di uomini e cose. Se l’uomo non esiste, tutto il male è possibile, anche lo sterminio di inermi individui per mezzo di gas, denutrizione, pallottole, bombardamenti aerei democratici a base di tritolo, fosforo, uranio, plutonio e quanto di meglio – pardon: di peggio – la scienza moderna può metterci a disposizione. Prim’ancora che nella testa dell’intellettuale progressista, il «relativismo etico» tanto deprecato dai Sacri Palazzi alligna nell’oggettività delle cose: relativo – molto relativo – è il valore dell’individuo nella società basata sui valori di scambio.

Ecco perché quando Benedetto XVI invita a «tornare a spalancare le finestre», perché «dobbiamo vedere di nuovo la vastità del mondo, il cielo e la terra, ed imparare a usare tutto questo in modo giusto», dice cose belle, impreziosite da tanta ingenuità teologica, ma del tutto false. Infatti, quando l’uomo ha potuto spalancare quelle metaforiche finestre? Mai! Nella società sussunta sotto l’imperio del Dominio (economico, politico, ideologico, psicologico), come sono state tutte quelle che si sono succedute fino ai nostri giorni (compresa la nostra, ovviamente), non c’è ossigeno in grado di far respirare la natura umana. Se umanità significa, come egli sostiene giustamente, «realizzare la vera libertà umana», possono esservi libertà e umanità (due qualità fra loro intimamente e inscindibilmente intrecciate) all’interno di una dimensione esistenziale sottoposta al cieco e spietato imperio delle necessità economico-sociali? Mi sento di escluderlo.

Gli antichi greci associavano il lavoro (anche quello «intellettuale») alla schiavitù: chi è schiavo delle necessità materiali che ci rendono simili agli animali, non è un uomo. Essi speravano di emanciparsi dall’imperio di quelle «basse» necessità riducendo altri individui al rango di bestie – o macchine – da lavoro: su questa base è sorta quella splendida Civiltà che tanto piace al Teologo Tedesco. Mutatis mutandis, siamo ancora immersi in quella dimensione sociale che ci rende schiavi delle necessità economiche, e che quindi non ci permette di vivere come uomini, nonostante la stessa materialità che oggi subiamo con sofferenza offre la possibilità di liberarci da ogni tipo di coazione esterna. È la tragedia dei nostri tempi, la quale, a differenza di quella «classica», non prevede l’apparizione di un deus ex machina. La logica della delega è inscritta nella grammatica del Dominio: l’Angelo Nero non si stanca di ammonirci a tal riguardo.

Scriveva Hannah Arendt: «Col sorgere della società di massa la sfera sociale è giunta finalmente, dopo diversi secoli di sviluppo, ad abbracciare e controllare tutti i membri di una data comunità in maniera uniforme e con la stessa forza» (Vita Activa). Potrebbe sopravvivere l’uomo in queste condizioni? Anzi: è semplicemente concepibile la sua esistenza nella società di massa, la quale non lascia agli individui che un miserabile privato, tanto più idealizzato e reclamizzato quanto più la prassi lo nega e lo riduce a mero residuo.
Dove c’è il denaro e la merce (che non sono cose inscritte nel «patrimonio genetico» della società umana, ma espressioni di peculiari rapporti sociali), non può esserci posto né per la libertà né per l’umanità, e viceversa, beninteso. O ci sono gli attuali rapporti sociali basati sulla manipolazione di uomini e cose, o c’è l’uomo in quanto uomo: non c’è miracolo o abracadabra che possano sciogliere con un compromesso questo tragico Aut-Aut. «Amico mio! Quello Che ti ho già detto tante volte, te lo ripeto, anzi te lo grido: o questo, o quello, aut-aut!»(S. Kierkegaard, Aut-Aut).

Analogo discorso possiamo fare a proposito della «sfera politica»: dove insiste il Diritto, è preclusa alla radice la possibilità dell’uomo. O c’è il Diritto, o c’è l’Uomo, ed per questo che la locuzione «diritti umani» sostanzia un orribile ossimoro concettuale e pratico. Basta indagare in modo critico la storia della millenaria prassi sociale degli individui per capire la genesi e la reale natura del Diritto, al netto delle ideologie pattizie (più o meno progressiste) che ne celano l’intima essenza, la profonda e maligna radice sociale. Ecco perché rivendicare, come fa il Papa, il «vero diritto», il quale storicamente ha preso consistenza attraverso il consolidamento delle società classiste, equivale, di fatto, a sostenere il vero Dominio sociale. I concetti di «Giustizia» e di «Pace» che Benedetto XVI ha fatto risuonare nell’edificio del Reichstag, così pregno ed evocativo di significati storici, hanno la loro scaturigine in quella società classista che sempre di nuovo ha negato e nega ogni «anelito di Giustizia e di Pace». Non possono esserci né l’una né l’altra nella società basata su una prassi che ogni giorno che Dio manda in Terra – con rispetto parlando, si capisce! – dichiara guerra agli individui, li incalza, li stana, li assedia, li sbaraglia, li ferisce e li cura, e, soprattutto, ne pretende la resa condizionata. E il cosiddetto uomo puntualmente alza le mani: cos’altro potrebbe fare dinanzi allo strapotere sociale che lo minaccia da ogni parte? Altro che biblico Moloch!

«”Togli il diritto, e allora che cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?” ha sentenziato una volta sant’Agostino». Le cose però, Santissimo Padre, stanno così: il Diritto emana dalla potenza sociale (materiale, spirituale, psicologica, «antropologica») delle classi dominanti, le quali lo impongono alla comunità sotto forma di un contratto sociale liberamente sottoscritto da tutti i suoi membri. Chi non si piega al Diritto storicamente e socialmente stabilito, è con diritto dichiarato Nemico e trattato legittimamente come tale. Il Diritto è Potenza, è Forza, è Violenza: esso è la Giustizia del più forte imposta al più debole, come non si vergognavano di definirlo i filosofi del XVII e XVIII secolo. Poi il pensiero borghese fu costretto a rifugiarsi nell’ideologia.

I nazisti sono diventati una «banda di briganti molto ben organizzata», come ha detto il Tedesco Ratzinger, solo dopo essere stati sconfitti, mentre prima essi organizzarono con pieno Diritto gli interessi della Patria Tedesca come si vennero a configurare in quel peculiare frangente storico, o quantomeno quelli della fazione di classe dominante che allora risultò vincente. Stessa cosa si può dire per «i combattenti della resistenza [che] hanno agito contro il regime nazista»: essi incarnarono il Diritto all’interno delle mutate circostanze (certo, la continuazione del Diritto, e della guerra, con altri mezzi), e sotto quest’aspetto Benedetto XVI ha ragione a sostenere che essi «resero un servizio al diritto», mentre sbaglia quando aggiunge: «e all’umanità». Non fosse altro che per mancanza di materia prima, per dir così.

Il nazionalsocialismo, lungi dall’aver separato il Potere dal Diritto, come ha dichiarato il Papa ripetendo il giuridicamente corretto imposto dai vincenti ai vinti (gli angloamericani ai tedeschi, ai giapponesi e agli italiani, tanto per essere espliciti fino in fondo), rivelò la regola sotto forma di eccezione, rendendo evidente come il Male sia radicale, più che «banale». Ma solo dalla prospettiva dell’Angelo Nero la maligna dialettica del Dominio appare in tutta la sua evidenza solare, mentre la pur notevole Teologia Politica del Tedesco può solo rimarne abbagliato. E il Dominio, come il Sole, se la ride.

QUANDO L’ANGELO SFIDA IL DOMINIO

Ringrazio di cuore Daniela Pecorino per la sua bella recensione pubblicata su Dietro le Quinte:


È appena uscito l’ultimo saggio di Sebastiano Isaia, già autore di “Tutto sotto il cielo”, studio dedicato alla genesi storico-sociale dell’eccezionale successo cinese ottenuto sul fronte della competizione capitalistica globale. “L’Angelo Nero sfida il Dominio”, come recita il titolo del suo nuovo libro, ha un taglio decisamente politico-filosofico, a differenza del precedente, più storico e sociologico; basta citare la quarta di copertina per capirlo: «Politica, Sovranità, Legalità, Diritto, Libertà, Legittimità, Violenza, Nemico, Civiltà: come si “declinano” questi fondamentali concetti nella Società-Mondo del XXI secolo? D’altra parte, la crisi sociale epocale nella quale siamo immersi ha generato una serie di “inaspettati ritorni” (basti pensare al “ritorno dello Stato-Nazione” nel cuore stesso della Vecchia Europa, o al ritorno della “Rivoluzione” nei paesi arabi) che meritano una lettura non superficiale né di mera contingenza. È quanto si propone di fare questo saggio».

Argomenti abbastanza tosti, come si vede, certamente non di agevole approccio né di facile lettura, ma che l’autore ha avuto il merito di semplificare senza tuttavia scadere nella volgarizzazione e nella banalizzazione. Infatti, nonostante la serietà e la complessità degli argomenti trattati (basti pensare a un concetto come “la radicalità del Male”, sviluppato in polemica con le note tesi di Hannah Arendt), il saggio esibisce una trama discorsiva assai intrigante, e a tratti davvero brillante. A prescindere da come la si pensi nel merito delle tesi che l’autore vi sostiene, a questo libro non si può certo rimproverare né un difetto di tempestività né la mancanza di respiro (storico, sociologico, politico) nel modo in cui approccia temi che effettivamente sembravano essere usciti definitivamente dal nostro orizzonte di Civiltà, e che sono invece tornati prepotentemente alla ribalta.

Come sembrano lontani gli anni in cui Francis Fukuyama teorizzava la “fine della storia”! Lungi dall’aver tirato le cuoia, sostiene Isaia, la storia ha piuttosto accelerato il suo passo, e rischia di imboccare sentieri che potrebbero trascinarci nel baratro di orrori sociali che, sbagliando, pensiamo siano del tutto fuori dalla nostra portata. Questo perché, egli scrive, il Male non è solo e principalmente “banale”, ma è anche e soprattutto “radicale”, ossia saldamente ancorato alle fondamenta della nostra società.

E a chi gli rimprovera una certa dose di pessimismo, Isaia risponde che “pessima è la realtà”. È fuor di dubbio poi che la crisi economico-sociale che sta investendo il Pianeta, a partire dalle sue punte più avanzate (il Vecchio Continente e gli Stati Uniti) «ha generato una serie di inaspettati ritorni», per dirla con l’autore, che hanno spiazzato non poco la politica, la scienza sociale e la stessa religione ufficiale. La diffusione di “religioni fai da te”, come non smette di denunciare Benedetto XVI, e di sentimenti “antipolitici”, come denuncia con sempre più inquietudine la leadership politica Occidentale, è parte di quella crisi esistenziale già messa sotto i riflettori da Oriana Fallaci, e solo per questo inchiodata alla croce del politicamente corretto. «Si avverte perciò il bisogno – scrive Isaia – di trovare, nel caotico dipanarsi degli eventi che rigano la Società-Mondo di questo inizio secolo, un filo conduttore che non annulli la complessità del tutto, ma che la renda almeno intellegibile e, soprattutto, permeabile alla critica».

Questo è almeno l’ambizioso tentativo dell’Angelo Nero, il quale, se capiamo bene, non sfida il Demonio per conto di Dio, ma il Dominio, per conto di un Uomo ancora di là da venire. La cosa suona anche bene. Purché non ne venga fuori una nuova religione! Una curiosità: l’Angelo Nero è il solo Angelo che non fa miracoli, ma li chiede agli uomini di questo tempo così travagliato. Abbiamo insomma a che fare con un Angelo molto particolare, persino “umano, troppo umano”, per dirla con Nietzsche. D’altra parte, anche la nostra epoca è alquanto originale, nel bene (pochino) come nel male (molto, secondo l’autore).

Daniela Pecorino


L’Angelo Nero sfida il Dominio è disponibile online – clicca qui

LEGITTIMA DIFESA

Man Ray, Gun and key no. 37 (Rayograph), 1922

Nel corso del mio ultimo studio sul concetto di politico mi sono imbattuto in una vera e propria sostanza escrementizia evacuata da Mario Tronti negli anni Settanta del secolo scorso. Eccola:

«Dall’economia politica alla politica economica: questo capovolgimento nella scienza dal punto di vista grande borghese come è stato colto, afferrato, utilizzato nel pensiero operaio? Il marxismo sovietico era alle prese con la costruzione dall’alto del socialismo in un paese solo: con tutta la buona volontà polemica contro l’imbarbarimento staliniano della civiltà teorica marxiana non si può far carico a quell’esperienza della mancata comprensione del momento internazionale del capitalismo … Il carico maggiore di colpe ricade sul “marxismo occidentale”. Lukàcs, e poi Korsch, e poi il seguito francofortese, operano un processo di interiorizzazione, di soggettivizzazione, dei motivi della lotta di classe, innescano una fuga dall’analisi del capitalismo che ancora oggi scontiamo, passano, com’è naturale, dai livelli di coscienza organizzata della classe ai livelli di coscienza infelice dell’individuo “gettato” nel mondo capitalistico. E dalla logica della scienza siamo alla chiacchiera degli aforismi. Almeno i bolscevichi costruivano il socialismo con il Capitale in mano, copiando gli schemi della riproduzione allargata. I marxisti occidentali volevano invece combattere il capitalismo con i Manoscritti del ’44, a colpi di lotta delle parole contro la realtà dell’alienazione» (M Tronti, Teoria e Politica. Scienza e Rivoluzione,1976, in Soggetti, Crisi, Potere, p. 227, Cappelli, 1980).

Inutile dire che quando leggo simili perle “marxiste” le mie mani corrono nervosamente alla pistola e a… Minima Moralia – ma anche ai Manoscritti marxiani del 1844, che sono sempre a portata di mano. E c’è ancora qualche amico che non capisce perché non ci tengo affatto a definirmi secondo il Beato nome dell’ubriacone nonché fecondatore di cameriere consenzienti di Treviri! Barbaro non fu, soprattutto, lo stalinismo, che rappresentò la concreta via di sviluppo capitalistico nella Russia arretrata del tempo; barbaro è, in primo luogo, un pensiero che, non avendo compreso il significato storico di quella immane tragedia sociale, rimprovera a chi non ha fede nell’Inferno in Terra di aver voluto ricusare la stessa idea di collaborare col demonio – pardon, col Dominio (la Teologia Politica mi ha giocato un brutto scherzo!). Sono stato abbastanza aforistico?