DIALETTICA DEL DOMINIO SOCIALE. Sui concetti di classe dominante e dominio di classe

1.
Classe politica, élite, establishment, classe dirigente, oligarchia, casta tecnocratica, burocrazia, tecnoburocrazia, casta dei competenti, La Casta: la terminologia politologica e sociologica si arricchisce continuamente di termini, concetti e definizioni che sembrano fabbricati apposta per confondere le acque, soprattutto ai danni di chi frequenta per necessità (per “condizione sociale”) i piani bassi dell’edificio sociale. Il direttore del Foglio Claudio Cerasa il 2 settembre cercava “disperatamente” la nuova classe dirigente; il 7 settembre sembrava averla già trovata: «Preparati e globalizzati: medici e professionisti sono la nuova classe dirigente». Auguri!

La confusione terminologica qui richiamata ha beninteso anche una sua spessa consistenza oggettiva, ha cioè delle precise motivazioni sociali sintetizzabili, con qualche forzatura riduzionista (diciamo pure semplicistica), con il concetto di complessità. Si tratta tuttavia di una complessità che a sua volta ha una sua ben riconoscibile connotazione storica e sociale, la quale rinvia a “problematiche” (economiche, politiche, istituzionali, ideologiche) di grande rilievo che cercherò di toccare in questo scritto – senza peraltro approfondirle.

In questi tempi calamitosi molto si parla, quasi sempre in modo elogiativo, del grande ruolo che gli scienziati e gli “esperti” starebbero svolgendo a favore del “bene comune”; tuttavia non sono pochi gli intellettuali che, non condividendo l’entusiasmo di Cerasa, rimproverano i decisori politici di aver lasciato uno spazio di manovra e di discrezionalità eccessivamente largo a quella “nuova classe dirigente”, peraltro esentata dal vaglio elettorale, con ciò che ne segue in termini di “controllo democratico”. Addirittura c’è chi si spinge a parlare senza alcun timore di dittatura degli scienziati e degli esperti: che esagerazione! In questo l’accusa di “complottismo negazionista” è assicurata e immediata. Qualcuno parla addirittura di Tecnocene [1], in evidente continuità polemica con il concetto di Antropocene: due esempi su come affibbiare un nome a una cosa considerandola da una prospettiva completamente capovolta: a testa in giù, come avrebbe detto l’uomo con la barba. Si vede il dominio della tecnica o di una prassi umana genericamente (astoricamente) considerata, là dove insiste invece il dominio del Capitale, ossia dei rapporti sociali capitalistici.

Carl Schmitt criticava la «neutralizzazione passiva» della politica attraverso il suo farsi tecnica e scienza, e ne metteva in luce il momento ideologico, ossia il voler negare da parte della politica una realtà che contraddice in radice ogni discorso intorno alla possibilità di una società pacificata, libera dal conflitto e da ogni forma di antagonismo – tra le classi, tra gli Stati, tra le nazioni, tra i singoli individui. La tecnoscienza come modello “demoniaco” che la politica deve rifiutarsi di far suo: «La tecnica resasi con il passare del tempo sempre più autonoma e più importante nella produzione economica ha prodotto, grazie alle sue invenzioni, l’unificazione mondiale dei mercati, gettando il germe della futura unità politica mondiale. L’uomo moderno, assoggettato alla logica dell’utile, ha perso così ogni dimensione culturale e disinteressata e vive unicamente in vista di bisogni artificiali, quali il comfort e la ricerca di sicurezza» [2]. Come se la tecnica e la scienza non fossero due modi di essere fondamentali del Capitale, il quale diventa potenza dominante proprio grazie al loro uso sistematico nel processo produttivo. La concezione schmittiana della modernità capitalistica è viziata da quel feticismo tecnologico che non smette di fare proseliti in diversi ambiti culturali e politici. Che la «logica dell’utile», cioè del profitto, domini necessariamente e in modo sempre più stringente la società capitalistica colta nella sua totalità, ebbene questo è un concetto incomprensibile per l’intellettuale borghese (di “destra” o di “sinistra” che sia), il quale riscalda il proprio cuore con la chimerica idea di un capitalismo dal volto umano: «Si tratta di scacciare i suoi lati cattivi e tenerci quelli buoni». Dalla mia utopistica prospettiva rido di questa pessima e miserrima illusione. Ma qui rischiamo di “allargarci” troppo! Ritorniamo dunque “sul pezzo”.

Intanto va rilevato, a proposito di scienziati e competenti vari, che in tutti questi mesi di “crisi sanitaria” i virologi, gli scienziati e i tecnici coinvolti nella gestione della crisi hanno detto – e continuano a dire – tutto e il contrario di tutto, fornendo tuttavia al governo una preziosa collaborazione intesa a giustificare/legittimare agli occhi dell’impotente opinione pubblica le sue decisioni, le sue indecisioni, le sue contraddizioni. La politica ha sempre potuto invocare, nella buona come nella cattiva sorte, il “parere degli esperti”, e tutte le volte che è stato necessario i decisori politici hanno usato il registro della colpevolizzazione, sempre supportati dal “parere degli esperti”: «Per colpa di qualche irresponsabile rischiamo di mandare in fumo i sacrifici che abbiamo fatto»; «Tutto dipende da noi», ecc. A mio avviso sbaglia chi pensa che siano gli scienziati e i tecnici a dirigere il traffico. I comitati tecnico-scientifici rappresentano la continuazione della politica con altri mezzi. Cosiddetti competenti e governanti (nell’accezione più larga del termine che include anche l’opposizione parlamentare e sindacale) sono naturalmente al servizio della classe dominante.

Chi aspetta l’agognato vaccino per tirare un sospiro di sollievo, crede in perfetta buonafede che la nostra salute e la nostra stessa vita siano nelle mani della scienza; in realtà siamo tutti, scienziati compresi, nelle mani del Capitale. E a proposito di “crisi sanitaria”, occorre dire che abbiamo avuto, e abbiamo a che fare, con una crisi sociale nel senso più puntuale del concetto, perché il cosiddetto evento pandemico si inscrive per intero, tanto per la sua genesi quanto per le sue conseguenze di portata globale, nel quadro della vigente Società-Mondo. Credere che il problema sia il Virus, e non la società che l’ha trasformato in una fonte di malattia, di sofferenze e di crisi sistemica: è ciò che chiamo, con scarsa originalità di pensiero, feticismo virale.

«Sono d’accordo con l’introduzione dei robot nell’industria e nei servizi a condizione che a comandare sia l’uomo, non il robot: quante volte abbiamo sentito e letto queste “sagge parole”? Tantissime, fin troppe! In questo caso ci troviamo dinanzi a un feticismo di tipo tecnologico, il quale impedisce ai “saggi” di capire che chi comanda l’uomo è il Capitale, che si serve del mezzo di produzione chiamato robot per sfruttare nel modo sempre più economicamente razionale tutti i “fattori della produzione”, a cominciare dal «lavoro vivo».

Poco sopra ho evocato la classe dominante, locuzione assente nell’elenco terminologico che apre questo scritto, e anche di questa mancanza si dovrà dare una qualche spiegazione. Quello di classe dominante non è forse un concetto troppo vecchio, anzi antico?  Qui è solo il caso di dire che chi giudica i concetti e le parole che usiamo per esprimerli adoperando le categorie di “vecchio”e “nuovo”, spesso mostra, quantomeno agli occhi di chi scrive, di avere un approccio superficiale e formale con la realtà. Nel caso che ci riguarda, si tratta di vedere se il concetto di classe dominante è ancora in grado di dar conto dei più importanti fenomeni sociali che rigano e plasmano sempre di nuovo la società del XXI secolo. È attuale (non “vecchio” o “nuovo”) il concetto di classe dominante? E in che senso si può parlare oggi “materialisticamente” (ossia da una prospettiva storica e sociale critica, non ideologica) di classe dominante?

Scriveva Marx a proposito del «denaro come rapporto sociale»: «Questi rapporti di dipendenza materiali opposti a quelli personali (il rapporto di dipendenza materiale non è altro che l’insieme di relazioni sociali che si contrappongono autonomamente agli individui apparentemente indipendenti, ossia l’insieme delle loro relazioni di produzione reciproche diventate autonome rispetto a loro stessi) si presentano anche così: che gli individui sono ora dominati da astrazioni, mentre prima essi dipendevano l’uno dall’altro. L’astrazione non è però altro che l’espressione teoretica di quei rapporti materiali che li dominano» [3]. Il Capitale realizza il dominio dell’astratto sul concreto, della totalità sociale sul particolare. Su questo concetto, sviluppato a partire dalla teoria marxiana del valore, rinvio al mio scritto Il dominio dell’astratto. Credo che i concetti di classe dominante e di dominio di classe debbano essere fondati «sul rapporto di dipendenza materiale» di cui parlava Marx.

L’ultimo libro di Thomas Piketty Capitale e ideologia, destinato ovviamente a diventare in fretta un altro bestseller, «è una fluviale (1.232 pagine) denuncia delle crescenti e non più tollerabili disparità create dal capitalismo [sai che novità!], con alcune proposte dirompenti come “superare la proprietà privata e sostituirla con una proprietà sociale e temporanea”» [4]. Proposte davvero “dirompenti”, non c’è che dire; e già mi pare di vedere e di sentire il Moloch tremare e urlare: «Che paura!» Scherzi a parte, ha senso contrapporre la proprietà privata alla proprietà sociale? Cercherò di rispondere a questa domanda nelle pagine che seguono. Come vedremo, attraverso l’espropriazione della proprietà privata individuale/personale precapitalista e semicapitalista, a cominciare dalla proprietà centrata sui produttori diretti trasformati, con le buone e – soprattutto – con le cattive”, in lavoratori salariati, si realizza quel monopolio sociale dei mezzi di produzione e del prodotto del lavoro che sta a fondamento della moderna società capitalistica [5]. Questo monopolio, il cui fondamento sociale si rinnova sempre di nuovo, giorno dopo giorno, produzione dopo produzione, conferisce alla proprietà capitalistica una peculiare natura sociale che per l’essenziale prescinde dalla forma giuridica che questa proprietà assume nei diversi Paesi e nelle diverse congiunture storiche. Semplificando al massimo: privata o statale che sia, la proprietà capitalistica ha sempre un preciso connotato di classe. Questa tesi è valida anche alla luce del fatto che lo Stato non è una classe sebbene, in determinate circostanze, esso può surrogare le funzioni della classe dominante? Credo proprio di sì.

L’essenza del Capitale come viene fuori dalla teoria marxiana non ha a che fare con la proprietà privata personale, sebbene strutturata economicamente e giuridicamente in coerenza con una nuova configurazione storica (borghese): tale essenza va appunto individuata nel carattere di forza sociale che il Capitale ha fin dall’inizio. Vedremo in seguito in che senso possiamo parlare di proprietà privata sul fondamento della vigente società.

Quando parlo di classe dominante e di dominio di classe è dunque a questa precisa costellazione concettuale che faccio riferimento; al centro di essa pulsa come «momento egemone» il rapporto sociale di dominio e di sfruttamento (dell’uomo e della natura) che oggi ha la dimensione del nostro pianeta e che in mille modi orienta la nostra esistenza, penetrandone anche la sfera psicosomatica grazie soprattutto all’ausilio della tecnoscienza. Il concetto di biopolitica, peraltro oggi usato e abusato in certi ambienti politico-intellettuali in guisa di segno di riconoscimento identitario, non è in grado di restituire per intero la radicalità della prassi del dominio.

Per Jacques Bidet, filosofo e “teorico sociale” francese, «la classe dominante comprende due poli, uno attorno alla proprietà capitalista e l’altro attorno all’organizzazione presumibilmente competente». Egli contrappone il mercato a una non meglio specificata, e a dire il vero assai confusa, organizzazione, regno, se ho capito bene, dei «competenti». «La tesi di Marx spingeva all’idea che fosse necessario abolire il mercato, cioè anche la proprietà privata dei mezzi di produzione, contemporaneamente al capitale. Questa era la strada seguita dai sovietici» [6]. Diciamo piuttosto che quella era la strada che i sovietici dicevano di voler seguire, mentre in realtà ne seguivano un’altra e opposta: quella del Capitale, e quindi la strada del mercato e della proprietà capitalistica dei mezzi di produzione.  «Mi sembra molto importante che l’organizzazione domini il mercato. E questo è, mi sembra, il caso della Cina oggi. In questo senso, il termine “capitalismo di Stato”, non più che “socialismo di mercato”, mi sembra che gli si addica. Ma io sono un sostenitore del comunismo, non del socialismo». A me risulta che più che «un sostenitore del comunismo», il Nostro sia un estimatore del “comune”, il quale «apre una prospettiva di democrazia economica partecipativa e discorsiva». Anche qui non posso che dire: auguri! D’altra parte, chi sono io per giudicare il “comunismo” degli altri?

Tuttavia mi sento di dire che contrapporre il comunismo al socialismo, anziché porli in una dialettica relazione concettuale e storica, ha senso solo se si ammette la natura socialista dei regimi del cosiddetto “socialismo reale”, cosa che personalmente ho sempre negato nel modo più assoluto. Quel che si può certamente affermare, e qui l’intellettuale francese ha ragione, è che nel caso della Cina (come negli altri casi analoghi) si debba parlare solo ed esclusivamente di capitalismo: se di “Stato” o altro, qui è secondario. Capitalismo, beninteso, in senso stretto, nell’accezione più conforme ai concetti marxiani sviluppati come critica dell’economia politica intesa a penetrare la natura sociale del Capitale.

Scrive Bidet a proposito della funzione sociale dei cosiddetti competenti: «Tra capitalisti e cosiddetti competenti c’è la doppia possibilità di convergenza e divergenza. I competenti, se sono attratti da un’alleanza con i capitalisti mentre questi ultimi predominano, possono anche, almeno per grosse frazioni, trovare più interessante allearsi con la gente comune, con la speranza di prendere l’iniziativa. Questa possibilità di alleanza dipende, per la maggior parte, dalla forza politica organizzata della gente comune. Inoltre, è in queste condizioni che da un secolo sono state impegnate le grandi rivoluzioni comuniste nel mondo. Ma, una volta emarginati i capitalisti, i competenti sono diventati una nuova classe dirigente». Detto che a me non risultano «grandi rivoluzioni comuniste nel mondo» nel XX secolo, salvo quella, poi finita malissimo, del 1917 in Russia; detto questo, ha un senso parlare dei competenti nei termini di «una nuova classe dirigente»? E poi, quanto per Bidet il concetto di classe dirigente è assimilabile a quello di classe dominante? Il dubbio nasce perché egli parla di «nuova classe dirigente» in relazione alla “emarginazione” dei capitalisti: si tratta di un confronto, di un’assimilazione funzionale o cos’altro? E cosa intende Bidet per «gente comune»? Quest’ultima domanda occorre guardarla alla luce della critica che il francese rivolge alla moltitudine di Toni Negri: «Questo discorso “moltitudinale” è venuto a sostituire il discorso classista. Il problema non è la sua risonanza teologica, è il fatto che ci libera da considerazioni analitiche, soprattutto in termini di sfruttamento, a cui ci chiama l’analisi di classe». Condivido questa critica, ed è per questo che la «gente comune» mi sembra una categoria sociologica quantomeno vaga, diciamo così.

Classe dominante e classe dominata (o subalterna) si corrispondono reciprocamente con assoluta necessità: l’una presuppone e pone sempre di nuovo l’altra, esattamente come il Capitale presuppone e pone sempre di nuovo il lavoro salariato, e viceversa. Si tratta piuttosto di capire come fondare il concetto di classe dominante andando oltre il punto di vista meramente sociologico (empirico/statistico), non per negare o sottovalutare la concreta realtà con cui facciamo tutti i giorni i conti, ma per comprenderla nella sua intima natura. A mio avviso, la ricerca sociologica empiricamente orientata mostra tutti i suoi limiti concettuali ed euristici proprio nella ricerca di presunte nuove classi dominanti, sforzo che finora non ha mai contribuito a spiegare nulla di veramente significativo circa la struttura di classe della società e la sua dinamica, mentre di fatto costringe il pensiero che vuole diventare critico a distogliere lo sguardo dall’essenziale, dai rapporti sociali di produzione.

In ogni caso, la stessa esistenza di una classe di senza riserve (di proletari, come li chiamavano Marx ed Engels) ci obbliga a parlare del dominio sociale capitalistico nei termini di un dominio di classe – in quanto esso si fonda appunto sullo sfruttamento di una classe. E dove c’è un rapporto di sfruttamento, deve esistere con assoluta necessità un rapporto di dominio che si estende a tutta la società, ben oltre i confini della sfera della produzione. Dominio di classe e dominio sociale sono due nomi diversi per una stessa Cosa.

Scrive Luciano Gallino: «Dovendo effettuare una scelta tra un elevato numero di dimensioni o indicatori di classe, io credo che la combinazione più utile sia ancora quella classica, anche se piuttosto comune, che include la ricchezza o reddito, il prestigio o valutazione sociale, e il potere o controllo. […] Tutte queste dimensioni devono esser considerate da un punto di vista societario; ciò che importa è il reddito “tipico” di ogni classe in rapporto a tutte le altre classi della società, il prestigio che i membri di una classe ricevono in media ovunque essi vadano, il potere che essi hanno all’interno dell’organizzazione sociale totale e su di essa» [7]. Nella determinazione della classe dominante ciò che invece importa è a mio avviso come si dispongono le diverse classi in relazione al rapporto sociale di produzione dominante, mentre tutto il resto («la ricchezza o reddito, il prestigio o valutazione sociale, e il potere o controllo») ne discende dialetticamente, cioè in termini di mediazione tra generale e particolare, essenza e fenomeno. Detto in altri e più brutali termini (ma brutale è la realtà!), si tratta di stabilire chi sfrutta e chi viene sfruttato, chi produce la ricchezza sociale (in termini marxiani: valore e plusvalore) e chi e perché si appropria di questa ricchezza; chi (o che cosa) domina e chi viene dominato. Tra l’altro, assimilare senz’altro ricchezza e reddito è tipico dell’economia politica volgare, per dirla sempre con l’autore del Capitale, con ciò che ne segue in termini di analisi della struttura di classe di un Paese. Marxianamente parlando, il reddito è cioè che non viene reinvestito nel processo di accumulazione ma consumato improduttivamente – dal punto di vista capitalistico.

Lo spazio d’intervento che anche nei Paesi occidentali lo Stato sta conquistando sul terreno immediatamente economico è certamente una delle più importanti fenomenologie della crisi capitalistica che la nostra società sta attraversando. Un’economia incapace di remunerare a sufficienza il capitale investito in ogni ambito di attività (produzione, distribuzione, servizi finanziari, ecc.), costringe di fatto lo Stato a intervenire nel “mondo degli affari” per puntellare investimenti bisognosi di profitti che oggi il “libero mercato” non è in grado di assicurare, e per far fronte ai problemi sociali che derivano dal fallimento generalizzato delle imprese. Gettando lo sguardo oltre l’apparenza fenomenologica, la quale restituisce al pensiero privo di profondità analitica e critica il quadro che tanto inquieta i nemici del “socialismo”, non è lo Stato che si serve del Capitale per allargare il proprio potere sulla società, ma è piuttosto il secondo che si serve del primo per “ossigenare” una congiuntura economica diventata asfittica, e per stabilizzare la struttura economico-sociale sottoposta a gravi tensioni sociali [8]. Qui per “Capitale” intendo sempre la potenza sociale dominante – e non solo “in ultima analisi” – su scala mondiale. Il rafforzamento del ruolo dello Stato anche nelle democrazie capitalistiche di stampo occidentale va sempre considerato alla luce di quanto accade e si muove nel “mondo degli affari”, il quale ormai da oltre un secolo è legato in mille modi al “mondo della politica”. Sul concetto di capitalismo di Stato ritornerò più diffusamente in seguito.

Per comprendere la portata politica, e non meramente dottrinaria, del tema qui posto a riflessione, credo sia sufficiente richiamare la circostanza per cui in tutti i più importanti Paesi del mondo la cosiddetta opinione pubblica mostra d’essere estremamente permeabile ai discorsi di demagoghi e populisti di ogni genere, intesi a individuare capri espiatori su cui scaricare rabbia, frustrazione, paure, angoscia, invidia sociale e quant’altro questa pessima società è in grado di produrre a ritmi industriali. Capire il pessimo mondo in cui viviamo è fondamentale nella ricerca delle vie che portano oltre i suoi confini, verso un mondo autenticamente umano. Più che di un viaggio, in realtà si tratta di una distruzione e di una costruzione. Come diceva qualcuno, le classi subalterne possono distruggere tutto, perché tutto possono costruire; esse possono distruggere il presente perché possono costruire il futuro. Possono, è in loro potere farlo. Evocata questa eccezionale possibilità, qui bisogna però arrestarsi, sempre per non allargare eccessivamente il campo “problematico” che proverò a indagare.

Devo lo spunto della riflessione che consegno al giudizio dei lettori alla lettura dell’ultimo libro di Raffaele A. Ventura Radical choc, dal quale mi piace citare i passi, forse ispirati dal comunista di Treviri, che seguono: «Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di rischi. L’anno 2020 ce lo ha ricordato nel modo più incisivo» [9]. Di qui, all’avviso di chi scrive, la necessità e l’urgenza di farla finita con rapporti sociali (non semplicemente con individui sociologicamente caratterizzati) che determinano per tutti gli esseri umani, e per i senza riserve in particolare, una condizione di permanente disumanità e pericolo. A me pare che sempre più la salvezza dell’umanità e della natura coincide con la distruzione del regime sociale capitalistico, il quale per l’una e per l’altra rappresenta un problema (anzi: il problema), non certo la soluzione: è una tra le poche certezze che ho e che mi piace coltivare e condividere con gli altri. Inutile dire che la riflessione che segue ha molto a che fare con queste mie anticapitalistiche considerazioni.

2.
La rilettura, a distanza di moltissimi anni, del libro che Bruno Rizzi [10] pubblicò a Parigi nel 1939 (La Bureacratisation du Monde), e che nel suo interessante libro Ventura cita ampiamente, ha insinuato nella mia curiosa (in tutti i sensi!) testa la paradossale quanto bizzarra domanda che segue: posta la società capitalistica, avrebbe un senso parlare di dominio di classe nel caso – del tutto ipotetico – in cui non fosse più possibile individuare una classe dominante nell’accezione sociologica del concetto? È “legittimo” parlare, sempre in linea di principio, del dominio di classe nei termini di una fitta rete di interessi [11] del tutto impersonale (ossia empiricamente “impalpabile”) e dunque totalmente sociale (o astratta in questo preciso significato)? È concettualmente concepibile un dominio di classe che non abbia come suo fondamento una classe dominante? Nelle pagine che seguono cercherò di dare un senso, più che una risposta, a queste domande. Qui faccio rilevare che l’espressione totalmente sociale usata sopra chiama in causa il totalitarismo sociale realizzato (nella prassi, non nella teoria) dai rapporti sociali capitalistici, e che sta a fondamento della dittatura del Capitale che informa la prassi sociale di tutti i Paesi, a prescindere dal loro regime politico-istituzionale. È soprattutto in opposizione a questa dittatura sociale che Marx sviluppò il concetto di «dittatura rivoluzionaria del proletariato».

Va ribadito, a scanso di equivoci, che qui non cercherò di illustrare la situazione storica attuale, né di riflettere su casi storici particolari, né, tanto meno, di azzardare previsioni di medio o lungo periodo sulla scorta delle tendenze individuate nel processo sociale; cercherò piuttosto, e assai più modestamente, di usare materiali storici, politici e teorici per rendere più chiara possibile (in primis a me stesso!) la concezione che ho maturato ormai da molto tempo sulla natura della vigente Società-Mondo. Ragionare “al limite”, focalizzando l’attenzione su una mera ipotesi (la scomparsa della classe dominante concepita come sommatoria di capitalisti individuali) può forse aiutarci a capire meglio la concreta realtà della società capitalistica del XXI secolo. D’altra parte, occorre anche dire che quell’ipotesi ha, come vedremo, un preciso fondamento storico e sociale  nel capitalismo come il mondo ha imparato a conoscerlo nell’epoca dei monopoli, del capitale finanziario e dell’imperialismo.

Molti degli studiosi che hanno analizzato il Capitalismo di Stato nelle sue diverse manifestazioni storiche, hanno commesso l’errore di identificare la classe dominante con lo Stato, di appiattire senz’altro l’una nell’altro, con ciò eliminando la tensione dialettica che è sempre esistita tra il sociale propriamente detto (l’hegeliana società civile) e il politico, e questo proprio perché essi non sono riusciti a cogliere ciò che sovrasta e, al contempo, regge la struttura sociale. Il pensiero che aspira alla “concretezza” ha bisogno di toccare con mano, per così dire, gli oggetti che indaga, salvo poi ritrovarsi a contemplare una cattiva concretezza, una concretezza  vuota di determinazioni socialmente significative perché non contiene al suo interno il momento della totalità. Si tratta di una «concretezza fantomatica» (Marx) che non è in grado di spiegare la società nel suo incessante, contraddittorio e conflittuale movimento.

Nel Capitalismo sviluppato il dominio sociale non è esercitato da un soggetto personale, o dalla somma sociologicamente caratterizzata di persone (i capitalisti), ma da un soggetto impersonale (o, marxianamente parlando, astratto) che è il prodotto delle attività economiche informate dal rapporto sociale capitalistico: si produce (un “bene” o un “servizio”, cioè una merce) in vista di un profitto. È appunto la potenza sociale di cui parla il comunista di Treviri, e che personalmente spesso caratterizzo, non so con quanta accuratezza “scientifica”, come Moloch, una mostruosa creazione interamente umana – ossia realizzata dalle attività e dalle relazioni umane.  Dalla mia prospettiva, il Capitale-Moloch nei termini qui proposti appare ben più di una metafora o di una semplice figura retorica.

Scriveva Marx: «Il potere sociale, cioè la forza produttiva moltiplicata che ha origine attraverso la cooperazione dei diversi individui, determinata nella divisione del lavoro, appare a questi individui, poiché la cooperazione stessa non è volontaria ma naturale, non come il loro proprio potere unificato, ma come una potenza estranea, posta al di fuori di essa, della quale essi non sanno né donde viene né donde va, che quindi non possono più dominare, e che al contrario segue una sua propria successione di fasi e di sviluppo la quale è indipendente dal volere e dall’agire degli uomini ed anzi dirige questo volere e questo agire» [12]. Nei passi del Capitale che Marx dedica al feticismo della merce troviamo gli stessi fondamentali concetti. Potere sociale e rete/intreccio di interessi sono due modi diversi di chiamare in causa la stessa Cosa: il dominio sociale capitalistico. Si tratta di mettere in dialettica questo concetto con quello di classe dominante.

Alle spalle degli individui prende dunque corpo una volontà sovraumana (meglio, disumana) che si impone su tutti e su tutto. Non a caso sempre Marx affermò che nel capitalismo il lavoro morto domina sul lavoro vivo: che mostruosa aberrazione! Il Capitale ha dunque una sua volontà, o, meglio, ciò che possiamo concettualizzare nei termini di una volontà, ancorché essa non abbia come “sede” un cervello comunemente concepito; è in grazia di questa peculiare volontà, che, è bene ribadirlo, ha un carattere puramente oggettivo (sociale), che il Capitale merita a mio avviso lo status di soggetto sociale. Scrive lo psicoanalista Alfredo Eidelsztein: «La questione è che non si riconosce l’esistenza di un soggetto se non pensando a un individuo in carne e ossa, responsabile di detti, sogni, lapsus e sintomi» [13]. Mutatis mutandis, penso che si possa dire qualcosa di analogo a proposito del soggetto di cui parlo in questo scritto.

Continua qui.

 

[1] «Questi manager detengono conoscenze tecniche e ingegneristiche, capacità di coordinamento e direzione, sanno guidare, amministrare e gestire, organizzare, sovraintendere e la distanza tra la loro preparazione tecnica e quella necessaria al lavoratore medio aumenta di giorno in giorno. Inoltre, a causa del progresso tecnologico, queste funzioni diventano sempre più specializzate, complesse, decisive» (D. De Masi, Lo Stato necessario, Rizzoli, 2020).
[2] M. salvato, L’origine della politica e il problema della tecnica nel pensiero politico di Carl Schmitt, PDF, p. 3.
[3] K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica (Grundrisse), I, p. 107, La Nuova Italia, 1978.
[4] Intervista di T. Piketty al Corriere della Sera, 31/8/2020. L’economista francese si lagna della censura subita dall’editore cinese del suo libro: «A mio parere questa censura illustra il nervosismo crescente del regime cinese e il suo rifiuto di un dibattito aperto sui diversi sistemi economici e politici. È un peccato; nel mio libro adotto una prospettiva critica ma costruttiva sui diversi regimi inegualitari del pianeta e sulle loro ipocrisie, in Cina ma anche negli Stati Uniti, in Europa, in India, Brasile, Medio Oriente e altri. È triste che il “socialismo dai colori cinesi” di Xi Jinping si sottragga al dialogo e alla critica». La mia critica dei diversi regimi capitalistici del pianeta (compreso ovviamente quello con caratteristiche cinesi) è invece tutt’altro che costruttiva, essa è anzi radicalmente distruttiva, irriducibilmente negativa. D’altra parte Piketty si batte per un diverso assetto (meno “inegualitario” e “più umano”: sic!) del capitalismo, e quindi la prospettiva anticapitalistica gli è completamente estranea. Ma il “socialismo dai colori cinesi” non bada a questi dettagli!
[5] L’espropriazione dei liberi produttori da parte del Capitale è, come scrisse Marx nel suggestivo Capitolo 24 del primo libro del Capitale (La cosiddetta accumulazione originaria), l’atto fondativo della moderna società borghese. A un polo il Capitale (mezzi di produzione, materie prime, merci, scienza, industria, commercio, finanza), al polo opposto il lavoratore, proprietario di mera capacità lavorativa. Questo rapporto sociale realizza la sostanza della proprietà capitalistica, la quale come scrisse sempre Marx è in primo luogo proprietà sul tempo di lavoro altrui. Che sia un singolo capitalista, o la classe dei capitalisti oppure un capitalista “collettivo” (ad esempio, lo Stato) a disporre di questa proprietà non fa alcuna differenza quanto all’essenza della cosa.
[6] J. Bidet, Marx, Althusser, Foucault e il presente, Bollettino culturale, 6/9/2020.
[7] L. Gallino, L’evoluzione della struttura di classe in Italia (1970), Quaderni di sociologia, 26/27 2001.
[8] Scriveva Paul Mattick nel 1934, analizzando il capitalismo di Stato come venne a configurarsi negli anni Trenta: «Il capitalismo di Stato non è una forma economica più elevata del capitalismo monopolistico, bensì soltanto una sua variante camuffata; esso ha lo scopo di compensare politicamente gli squilibri tra le forze di classe, poiché nel capitalismo monopolistico, a causa dell’assottigliamento della classe dirigente e dei suoi lacchè, è necessario un intervento più diretto dello Stato per la conservazione del dominio di classe» (P. Mattick, La crisi permanente, in AA. VV., Capitalismo e fascismo verso la guerra, La Nuova Italia, 1976).
[9] R. A. Ventura, Radical choc, p. V, Einaudi, 2020. Il Capitale di Marx si apre come segue: «La ricchezza delle società nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico si presenta come una “immensa” raccolta di merci”» (K. Marx, Il Capitale, I, p. 67, Editori Riuniti, 1980). Produzione della ricchezza sociale nella sua forma capitalistica e produzione di rischi e di magagne d’ogni tipo (e sottolineo d’ogni tipo) sono, a mio avviso, due facce della stessa medaglia, due inscindibili modi di essere e di apparire del Capitale.
[10] «Poggio Rusco 1901, Bussolengo 1977. Nel gennaio 1921 prende parte a Livorno ai lavori di fondazione del nascente Partito Comunista d’Italia (PCd’I), cui aderisce fin dal suo sorgere. Ben presto, però, in seguito alle scoraggianti informazioni che giungevano dall’Unione Sovietica, assume un atteggiamento sempre più critico nei confronti delle pratiche poste in essere dal Partito Comunista dell’Unione Sovietica e dal Comintern. Negli anni trenta, convinto che fosse ancora possibile reincanalare nel giusto alveo lo stato di cose scaturito dalla Rivoluzione d’Ottobre, si avvicina al movimento internazionale capeggiato da Lev Trockij. In questo compito è facilitato anche dalla sua attività di rappresentante di calzature, che gli permette di viaggiare per tutta Europa, toccando grandi capitali come Parigi e Londra» (Wikipedia).
[11] «Che cosa precisamente è la classe? Un insieme di persone? Detto male. È invece una “rete di interessi”, […] intreccio, incontro di interessi» (Amadeo Bordiga, lettera a Onorat Damen del 9 luglio 1951, in O. Damen, Bordiga fuori dal mito, p. 39, Prometeo, 2010). Ecco chi mi ha suggerito la locuzione fitta rete di interessi! Quanto al concetto sottostante non so se, o fino a che punto, esso rispecchi il pensiero di Bordiga. Rileggendo dopo molti anni i suoi scritti sul falso socialismo sovietico, credo che i “miei” concetti di dominio sociale e di classe dominante hanno molti punti di contatto con la concezione bordighiana che informa l’analisi del capitalismo di Stato, in generale, e di quello russo in particolare. Ma, ripeto, posso anche sbagliarmi. Personalmente sono arrivato alla “rete di interessi” seguendo Marx, e la stessa cosa dice di aver fatto Bordiga, il quale peraltro riteneva di essere un mero «ripetitore di Marx»; ma non volendomi nascondere né dietro l’autorità del comunista italiano né dietro quella, assai più riconosciuta, del comunista tedesco, preferisco assumermi la piena responsabilità dei concetti che esprimo. D’altra parte, a differenza di Bordiga io penso che citare un autore significhi già interpretarlo, farlo nostro, restituirlo agli altri attraverso la nostra pregnante mediazione, che lo si voglia o meno. «Propendiamo per sostenere che in Bordiga, proprio in seguito alla riflessione da lui sviluppata sulla struttura economico-sociale dell’URSS, la categoria dì “classe capitalista” tende a decadere come categoria sociologica – indicante cioè un gruppo sociale ben definito – e resta come pura categoria economica» (L. Grilli, Amadeo Bordiga: capitalismo sovietico e comunismo, p. 83, La Pietra, 1982).  Categoria economico-sociale, o sociale tout court, mi permetto di “correggere”. Anche qui vale ciò che ho scritto sopra.
[12] K. Marx, F. Engels, L’ideologia tedesca, Opere, V, p. 33, Editori Riuniti, 1972.
[13] A. Eidelsztein, L’origine del soggetto in psicoanalisi, p. 36, Paginaotto, 2020.

CONSIDERAZIONI PAUPERISTICHE

boradlo-uccello-616509Alessandro Mauceri rivelava ieri una scoperta davvero «sconvolgente»: nel mondo i ricchi sono sempre di meno ma, in compenso, sempre più ricchi, mentre i poveri sono sempre di più e, indovinate, sempre più poveri. «E questo, in barba alle promesse di tutti i leader mondiali e ai proclami delle organizzazioni internazionali» (Notizie Geopolitiche, 20 gennaio 2015). Vai a fidarti dei leader internazionali e delle organizzazioni internazionali! E la situazione potrebbe peggiorare nei prossimi anni fino a diventare assurda». Andiamo bene! Personalmente propendo per una visione pessimistica delle tendenze in atto: il genere catastrofista mi intriga assai, non posso negarlo.

Però, caro Mauceri, se posso permettermi la confidenza, perché definire «assurda» questa tendenza? Io la trova al contrario abbastanza logica, e difatti i dati contenuti nel rapporto Grandi disuguaglianze della Oxfam International, pubblicato l’altro ieri in concomitanza con il World Economic Forum che si sta svolgendo in questi giorni a Davos (Svizzera), non mi sconvolgono affatto. Anzi, confermano certe mie bizzarre idee sul Capitalismo maturate alla luce di vecchie e recenti letture “economiche”. E non alludo al celebre libro di Thomas Piketty, la bibbia dei progressisti del nostro tempo, che pure ho letto con una certa curiosità. Assurdo, cioè disumano, è semmai il rapporto sociale di dominio e di sfruttamento che rende possibile ogni sorta di miseria sociale, compresa quella “materiale” che tanto impressiona i teorici del capitalismo dal volto umano – o solo un tantino meno disumano: chi troppo vuole…

Sul settimanale americano Times pubblicato il 25 marzo 2013, Michael Schuman si chiedeva, commentando le ultime statistiche sulla distribuzione della ricchezza – e della povertà – nel mondo, se per caso la crisi internazionale degli ultimi anni e quelle statistiche non avessero confermato le tesi anticapitalistiche del vecchio ubriacone di Treviri. «Scriveva Marx: ”L’accumulazione di ricchezza all’uno dei poli è dunque al tempo stesso accumulazione di miseria, tormento di lavoro, schiavitù, ignoranza, brutalizzazione e degradazione mentale al polo opposto” (1). Un dossier sempre più nutrito di prove empiriche alimenta il sospetto che avesse ragione. È tristemente facile imbattersi in statistiche secondo cui i ricchi stanno diventando sempre più ricchi mentre la classe media e i poveri stanno a guardare. […] Tutti pensavano che Karl Marx fosse morto e sepolto. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica e il grande balzo in avanti della Cina verso il capitalismo, il comunismo era diventato una specie di sfondo pittoresco, buono per i film di James Bond o per gli slogan deliranti di Kim Jongun». Naturalmente qui Schuman fa riferimento al Capitalismo di Stato di stampo stalinista/maoista spacciato per decenni, anche dai Fondamentalisti Stalinisti/Maoisti occidentali, per «socialismo reale», e che dunque con il povero “profeta” tedesco non avevano nulla – assolutamente nulla – a che spartire. Ma, com’è noto, la storia la scrivono i vincitori, e non c’è dubbio che per decenni, almeno fino al fatidico 1989, i “marxisti”, ossia gli stalinisti d’ogni confessione ideologica, stessero dalla parte dei vincenti. Ecco perché bisogna sorridere malignamente quando il Nostro scrive che la Cina è «il paese marxista che ha voltato le spalle a Marx». Sul presunto «socialismo con caratteristiche cinesi» rimando ai miei post sul Celeste Capitalismo e al mio studio sulla storia cinese.

«Il divario tra ricchi e poveri – continuava Schuman – rischia di diventare esplosivo anche in Cina. Nei mercati emergenti lo scontro tra ricchi e poveri sta diventando un motivo di preoccupazione per la politica. Contrariamente a quanto pensano molti statunitensi ed europei, la Cina non è il paradiso dei lavoratori». Ecco, nella mia pur modesta dimensione intellettuale questo lo avevo capito già alla fine degli anni Settanta, quando ancora non pochi compagni-ragazzini del cosiddetto Movimento pregavano col viso rivolto verso Tienanmen: «Marx è grande e Mao è il suo Profeta».

A proposito di Cina, un Paese sempre più affamato di energia, non si può non ricordare il suo decisivo apporto alla benemerita opera di trasformazione delle terre agricole (soprattutto quelle africane) in giacimenti di biogas. L’arrampicata ai vertici del Capitalismo mondiale non è un pranzo di gala, dalla rivoluzione industriale inglese in poi.

Scriveva Silvia C. Turrin commentando l’intenzione dell’Eni di produrre biocarburante sfruttando terreni agricoli nella Repubblica Democratica del Congo: «Sottrarre terra destinabile alla produzione alimentare, per ottenere invece bioetanolo e biodisel è eticamente irrazionale, soprattutto se vengono utilizzati terreni dell’Africa, un continente che ha bisogno di sfamare milioni di suoi abitanti. La produzione di biocarburanti è un metodo basato ancora su logiche colonialiste ed eurocentriche, che considerano l’Africa come uno spazio di conquista e di sfruttamento. A pagarne le conseguenze sono sempre i più poveri» (Corsa alle terre africane, Società Missioni Africane). Ora, ancorché umanamente irrazionale, sul fondamento della società capitalistica la trasformazione del cibo in biocarburante mentre in molte parti del pianeta la gente continua a morire di fame è un fatto logico, del tutto razionale, che non andrebbe quasi commentato. Piuttosto, i riflettori della critica andrebbero puntati sulla maligna logica del profitto, e dunque, come dicevo sopra, sui rapporti sociali che rendono non solo possibile ma assolutamente necessario la trasformazione di tutto e di tutti in altrettante occasioni di profitto. La disumana razionalità del Capitale trionfa sempre di nuovo a causa di una prassi sociale orientata in modo sempre più stringente e totalitario in senso economico. Volere imporre al Capitale una razionalità, una logica e un’etica che non possono appartenergli, mi sembra uno sforzo di gran lunga più “utopistico” di quello che propone l’autentico anticapitalista, il quale almeno ha capito quale radice andrebbe estirpata per orientare la comunità umana in senso umano.

«Anche in Italia», scrive la Turrin, «c’è un intenso fermento verso il “ritorno alla terra”, in cui è centrale il recupero di un maggiore rispetto e di una vera armonia con la natura. Il documentario Terra Madre del regista bergamasco Ermanno Olmi ne è un bell’esempio; in esso si auspica che “saremo la generazione che riconcilierà il genere umano con la terra”. Questo auspicio appare però ancora molto lontano dal realizzarsi». In realtà si tratterebbe di riconciliare l’uomo con un’esistenza autenticamente umana: più che di ritornare alla natura dovremmo piuttosto andare verso l’umano, cosa impossibile se non usciamo dalla vigente dimensione sociale. Ma alle soglie dell’utopia più sfrenata è meglio arrestarsi!

africaiStock_000016132248SmallRitorniamo quindi agli «sconvolgenti» risultati del lavoro della Oxfam commentati con umano coinvolgimento da Mauceri: «Secondo la Oxfam, dall’inizio della crisi economica mondiale ad oggi la ricchezza si è concentrata in modo abnorme nelle mani di poche, anzi di pochissime persone. Lasciando miliardi e miliardi di persone a morire di fame. E la situazione pare potrebbe peggiorare ulteriormente nel prossimo futuro: in base alle proiezioni elaborate, nel 2016 la ricchezza concentrata nelle mani dell’1% della popolazione mondiale sarà addirittura maggiore di quella del restante 99% degli abitanti del pianeta. Il rapporto Oxfam sottolinea che “l’esplosione della disuguaglianza frena la lotta alla povertà in un mondo dove oltre un miliardo di persone vive con meno di 1,25 dollari al giorno, e 1 su 9 non ha nemmeno abbastanza da mangiare”. Negli ultimi anni, l’1% della popolazione ha visto crescere la propria ricchezza dal 44% del 2009 al 48% del 2014 (supererà il 50% nel 2016). Per contro l’80% della popolazione globale disporrebbe di meno del 5,5%».

Come diceva il barbuto di Treviri, la ricchezza a un polo e la miseria (assoluta o semplicemente relativa la sostanza non cambia) al polo opposto si presuppongono vicendevolmente. Perché, dunque, meravigliarsi? Certo, se si nutrono illusioni intorno a un assetto “meno distorto” (sic!) della vigente società mondiale, ci si espone a molte scoperte sconvolgenti. Per chi ha capitali liquidi da investire in acquisizioni di qualsiasi genere, la crisi rappresenta un’opportunità irripetibile. Come sanno storici ed economisti, la crisi economica, come la guerra, è un potente fattore di concentrazione della ricchezza sociale. La crisi economica non è mai stata un gioco a somma zero: alcuni, relativamente pochi o pochissimi, vi trovano il terreno fertile per arricchirsi di più; altri, la stragrande maggioranza degli individui, vi recitano invece il ruolo dei perdenti. Vecchi ricchi si arricchiscono di più alle spalle di altri ricchi finiti in malora. Nuovi ricchi si affacciano alla ribalta, sfruttando al massimo le disgrazie altrui, secondo l’antico adagio Mors tua vita mea. La marxiana (ma anche nietzschiana) svalorizzazione di tutti i valori fa godere alcuni mentre getta nella disperazione altri. I ceti medi lottano disperatamente per non cadere nel girone infernale del proletariato, i salariati accettano condizioni di lavoro e di esistenza sempre peggiori pur di non precipitare nel baratro della disoccupazione, non raramente coltivando cattive idee contro i miserabili di un altro colore arrivati da chissà dove giusto per “rubargli” il lavoro o deprimere i già magri salari. Alla fine, sopravvivono solo i più forti e i più capaci di adattamento.

È il bellum omnium contra omnes di Hobbes che, come notò una volta Marx, tanto influenzò Darwin attraverso la mediazione di Malthus: «È notevole il fatto che, nelle bestie e nelle piante, Darwin riconosce la sua società inglese.  Mentre Hegel nella Fenomenologia raffigura la società borghese quale “regno animale dello spirito”, in Darwin il regno animale è raffigurato quale società borghese» (2). In qualità di individuo capitalistico mediamente sensibile, sento di dover chiedere scusa agli animali a nome dei miei simili, i quali si sono compiaciuti di proiettare nel mondo animale magagne squisitamente sociali, come quelli registrati dal mitico Coefficiente di Gini (3).

Secondo Roberto Barbieri, direttore Generale di Oxfam Italia, «I più poveri sono poi colpiti due volte: perché hanno accesso a una fetta più piccola della torta e perché in assoluto ci sarà sempre meno torta da spartirsi, visto che la disuguaglianza estrema impedisce la crescita». Come uscire da questo circolo vizioso? Basteranno le miracolistiche misure keynesiane ormai invocate praticamente da tutti i leader (Papa compreso) del Capitalismo avanzato? Male che vada, si potrà sempre dare la colpa al rigorismo tedesco. Oppure i lavoratori di tutto il mondo potrebbero decidere di ingoiare l’intera torta! La vedo dura… (4).

«Vogliamo davvero vivere in un mondo dove l’1% della popolazione possiede più di tutti noi messi insieme», ha detto Winnie Byanyima, direttrice esecutiva di Oxfam International.  Certo che no! Ma che fare? «La portata della disuguaglianza è semplicemente sconcertante e nonostante le molte questioni che affollano l’agenda globale, il divario tra i ricchissimi e il resto della popolazione mondiale rimane un totem, con ritmi di crescita preoccupanti». No, non è dalla Byanyima che possiamo attenderci delle risposte intorno al Che fare? Forse qualcosa otterremo  dal citato Barbieri: «Se il quadro rimane quello attuale anche le élite ne pagheranno le conseguenze». E questo è già qualcosa…

2(1) K. Marx, Il Capitale, I, p. 706, Editori Riuniti, 1980.
(2) Lettera di Marx ad Engels del 18 giugno 1862, in Lettere sul Capitale, p. 44, Laterza, 1971.
(3) «Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, uno studioso di statistica, Corrado Gini, si rese conto che non è importante solo la quantità di ricchezza prodotta da un Paese, ma il modo in cui questa è distribuita sul territorio. Per questo ideò un sistema per misurare la diseguaglianza nella distribuzione del reddito o della ricchezza, un numero, compreso tra 0 ed 1: un valore basso dell’indice di Gini indica una distribuzione abbastanza omogenea; per contro un coefficiente di Gini alto è indicativo di una distribuzione diseguale: il valore 1 corrisponde alla massima concentrazione, ovvero la situazione dove una persona percepisce tutto il reddito di un Paese, mentre tutti gli altri hanno un reddito nullo. […] L’indice di Gini, come hanno dimostrato i dati raccolti nel corso degli anni, è in crescita in molti Paesi del mondo (primi fra tutti quelli più industrializzati come USA, Cina e Italia). Ad esempio, nel 1995, in Italia era di 0,273, l’ultimo dato disponibile dice che avrebbe superato quota 0,32 – e continua ad aumentare» (A. Mauceri). Lo scorso dicembre l’OCSE ha pubblicato dati, sempre basati sul coefficiente Gini, che attestano come «Negli anni della crisi il divario tra ricchi e poveri è fortemente aumentato e non è mai stato così ampio da 30 anni a questa parte» (Il Sole 24 Ore, 9 dicembre 2014).
(4) «Il cittadino Weston ha dimenticato che la zuppiera nella quale mangiano gli operai è riempita dall’intero prodotto del lavoro nazionale e che ciò che impedisce loro di prenderne di più, non è né la piccolezza della zuppiera, né la scarsità del suo contenuto, ma soltanto la piccolezza dei loro cucchiai» (K. Marx, Salario, prezzo e profitto, 1865, p. 38, Newton, 1976). Di qui, la necessità per gli operai, per un verso di munirsi di cucchiai sempre più grandi (ossia di salari sempre più alti), e per altro verso, rafforzati da questa lotta per la sopravvivenza organizzata a spese del profitto e delle rendite parassitarie, di impossessarsi dell’intera zuppiera. Per fare di tutti gli individui dei lavoratori?  È questo il comunismo secondo Marx? A mio avviso no. Per Marx si tratta di fare di tutti gli individui anzitutto degli uomini, degli «uomini in quanto uomini», come soleva scrivere, e questo lo si ricava da tutti i suoi scritti: da quelli “giovanili” a quelli “maturi”. Ma se non si passa attraverso l’eliminazione rivoluzionaria del lavoro salariato, ossia del lavoro dominato e sfruttato dal Capitale (non importa se “pubblico”, “privato” o “comunale”…), non è possibile concepire, anche solo idealmente, la comunità degli uomini autenticamente umani. Non a caso il comunista tedesco finisce il suo saggio polemico nei confronti del malcapitato «cittadino Weston» come segue: «Le Trade Unions compiono un buon lavoro come centri di resistenza contro gli attacchi del capitale. […] Essi mancano, in generale, al loro scopo, perché si limitano a una guerriglia contro gli effetti del sistema esistente, invece di tendere nello stesso tempo alla liberazione definiva della classe operaia, cioè all’abolizione definitiva del sistema del lavoro salariato» (p. 117).  Dove esiste lo sfruttamento del lavoro e la stratificazione classista della società che lo presuppone e lo genera sempre di nuovo, non può esistere autentica umanità, se non come ribellione a una condizione disumana e disumanizzante.
Insomma, piccolo o grande che sia, il metaforico cucchiaio è la croce dei nullatenenti. Anche perché nel frattempo il Capitale è diventato infinitamente più forte ed esperto (vedi, ad esempio, le politiche inflattive volte a difendere i profitti) dai tempi in cui l’umanista di Treviri impallinava il «cittadino Weston».

ORRORE E DITTATURA SECONDO VIVIANE FORRESTER

enhanced-22720-1411069238-10«Il peggio, del resto, non è sempre la morte,
ma la vita massacrata nei vivi» (Viviane Forrester).

Nel suo saggio Una strana dittatura (Ponte alle grazie) del 2000 la scrittrice Viviane Forrester denunciava l’emergere di «un regime politico nuovo, non dichiarato, di carattere internazionale e addirittura planetario; un regime che si è insediato sotto gli occhi di tutti ma senza che nessuno se ne accorgesse, non clandestinamente ma insidiosamente, poiché la su ideologia rifiuta il principio stesso della politica e la sua potenza non sa che farsene del potere e delle sue istituzioni. […] Per questo regime, non si tratta di organizzare una società, di stabilire in questo senso forme di potere, ma di mettere in opera un’idea fissa, potremmo dire maniacale: l’ossessione di aprire la strada al gioco senza ostacoli del profitto, al gusto di accumulare, alle nevrosi del lucro, pronto a tutte le devastazioni, bramoso di accaparrarsi l’insieme del territorio o meglio dello spazio nella sua interezza, non limitato alle sue configurazioni geografiche».

Si tratta di una vera e propria dittatura che «imperversa sotto il termine, preso a prestito, di “globalizzazione”». Come si fa a smascherare una dittatura senza dittatore, una entità anonima che non aspira a prendere il potere semplicemente perché ha già il potere assoluto sulla società e sui politici che dovrebbero smussarne gli “eccessi”?

4269_0Chi ha letto il mio post del 2 ottobre dedicato alla natura totalitaria del regime sociale capitalistico nell’epoca della sussunzione planetaria del pianeta al Capitale (quest’ultimo concepito in primo luogo come rapporto sociale di dominio e di sfruttamento), non mancherà di cogliere una certa assonanza di concetti tra le tesi là esposte e le argomentazioni della scrittrice francese, morta nel luglio del 2013. Ma si tratta in parte di un’apparenza, nel senso che la Forrester esprime in termini che io giudico ideologici il processo sociale che ho cercato di mettere sotto i riflettori della critica (mia e del lettore) in quel post, cosa che per la verità mi sforzo di fare in tutti i miei scritti, cercando di bersagliare l’obiettivo (la società capitalistica tout court) da prospettive sempre diverse.

In effetti, il «regime politico nuovo» che la scrittrice noglobal assimila a una «ineffabile dittatura» altro non è che «l’ultraliberismo globale», un «sistema ideologico che si dimostra incapace di controllare ciò che suscita, di dominare ciò che scatena». Anche in questi passi echeggiano, appunto in modo capovolto, le mie  tesi  anticapitalistiche: non controlliamo né dominiamo la Potenza sociale cui pure diamo corpo ogni giorno con il nostro lavoro e con le nostre attività e relazioni sociali.

Piccola precisazione: scrivo “mie tesi” non per affettare un’originalità di pensiero che ovviamente so di non avere, ma per non nascondere mie più che probabili insulsaggini dietro la barba di qualche famoso e autorevole (ancorché privo di charme*) personaggio.

Dobbiamo svegliarci e reagire, scriveva ormai quindici anni fa la Forrester (che ho scoperto solo ieri): «Resistere è in primo luogo rifiutare. La priorità delle priorità: rifiutare l’orrore economico, uscire dalla trappola e, partendo di qui, avanzare». Come non essere d’accordo? Ma per reagire in modo efficace alla strapotenza del Moloch e avanzare nella giusta direzione, o quantomeno attrezzarsi adeguatamente per farlo appena possibile, dobbiamo capire con che realtà abbiamo a che fare. Quando si scrive, ad esempio, che il nostro nemico è «questa dittatura ultraliberista che dà al profitto la priorità sul complesso umano», a mio avviso chi la pensa in quel modo testimonia il fatto di non aver ancora compreso con che tipo di bestia l’umanità deve fare i conti dalla mattina alla sera, giorno dopo giorno. Non si tratta di una dittatura ideologica: non importa se liberista, ultraliberista, turbocapitalista, oppure di altro – e solo apparentemente opposto – segno: statalista, protezionista e quant’altro; si tratta piuttosto di una dittatura che va declinata in termini squisitamente sociali, e che poi trova nella cosiddetta “sovrastruttura” politico-istituzionale una sua più o meno adeguata e puntuale espressione, un suo più o meno efficace strumento di lotta e di controllo sociale. Tanto è vero che la stessa scrittrice deve ammettere che la democrazia e la proclamazione dei diritti umani non hanno impedito il colonialismo, l’imperialismo e la “globalizzazione” che ha posto l’intera umanità sotto il maligno segno del Profitto.

Viviane Forrester - el horror economico«In assenza di etica, non ci sono limiti», si legge nel saggio qui in oggetto. Le cose, purtroppo, non stanno così. Ciò che fa difetto al vigente regime sociale non è l’etica, ma l’umanità. È l’assenza di rapporti sociali autenticamente umani che nega in radice l’autentica libertà, il potere degli individui di padroneggiare il mondo che essi costruiscono tutti i giorni. Come ho scritto altre volte mutuando indegnamente il grande Dostoevskij, se l’uomo non esiste tutto il peggio non solo è possibile, ma è nell’ordine “naturale” delle cose, compreso lo sterminio degli individui scientificamente pianificato e attuato: vedi ad esempio le due guerre mondiali del XX secolo, basate a quel che ne so su enormi interessi radicati nell’eticissima economia reale.

Come aveva capito l’economia politica nella sua fase di giovanile spregiudicatezza, la brama di profitto del Capitale non conosce limiti, se non nello stesso processo che crea la ricchezza sociale nella sua attuale forma capitalistica (questa è invece un’acquisizione marxiana): di qui, tra l’altro, le periodiche sofferenze e contraddizioni che si registrano nel processo di accumulazione del capitale, che inceppano il meccanismo economico dando luogo alle crisi. E di qui quelle «smanie periodiche, le stagioni di generale illusione, di speculazione selvaggia e credito fittizio» che si trovano già nelle pagine marxiane degli anni Cinquanta del XIX secolo.

Ma è proprio l’essenza del meccanismo capitalistico che la scrittrice non riuscì a comprendere, come dimostrano i passi che seguono, tratti dal suo saggio di maggior successo scritto nel 1996 (l’Orrore economico Ponte alle grazie, 2010): «Il lavoro è la colonna portante dell’economia e della società: questa la grande verità di tutti i tempi, che ha assunto le dimensioni della Grande Truffa. Le ricchezze non hanno più origine nella produzione, bensì nei giochi speculativi, che hanno perso qualunque legame con gli investimenti produttivi. I mercati virtuali non hanno bisogno del lavoro: questa è la prospettiva dello “sviluppo” nelle grandi società democratiche dell’Occidente. Uno sviluppo che però ha ben poco di democratico, giacché salvaguarda il profitto e scarica l’orrore economico sulle masse dei diseredati, ai quali impedisce di stare alle regole che pure impone. Perché per meritarsi di vivere, bisogna lavorare, e il lavoro non c’è. E ce ne sarà sempre meno». Ora, se si ragiona in termini astratti, ossia astorici, di lavoro e di economia; se, cioè, si prescinde dalla natura capitalistica del lavoro (salariato) e dell’economia cosiddetta reale non si arriverà mai a comprendere, ad esempio, le vere cause che resero possibile l’espandersi dell’economia cosiddetta virtuale (la finanza impazzita, come la chiamava Susan Strange) nei Paesi capitalisticamente avanzati alla fine del lungo ciclo di sviluppo economico internazionale seguito alla Seconda guerra mondiale. Salvo introdurre, capovolgendo i termini reali del processo sociale e fare dell’effetto una causa scatenante, il Deus ex machina della “controrivoluzione liberista” modello Thatcher e Reagan, che difatti diventò ben presto il cavallo di battaglia dei keynesiani d’ogni tendenza. E ripetere stancamente il mantra della «crescita esponenziale delle sperequazioni economico-sociali», come ha fatto l’altro ieri il solito Thomas Piketty presentando alla Camera dei Deputati il suo celebratissimo Capitale del XXI secolo. Il giorno prima «l’economista più rock dai tempi di John Maynard Keynes» (Il Foglio) aveva mietuto consensi  e applausi alla Bocconi, «chiesa accademica del neo-liberismo». Non sarà che quelli del Wall Street Journal, bollandolo come cripto-bolscevico, hanno preso una gran cantonata? Si fa per scherzare. Ritorniamo a cose più serie.

Ancora una citazione tratta da La strana dittatura: «La “soluzione” non sta nella proposta di un altro modello, di un kit di sostituzione, nella promessa di una società nuovissima, pulitissima, garantita chiavi in mano; ormai sappiamo quanto valgono i modelli…». È evidente che qui l’autrice allude con qualche amara ironia ai modelli sociali sedicenti alternativi un tempo chiamati «socialismi reali». Il Moloch ringrazia lo stalinismo internazionale (il quale purtroppo sopravvive ancora oggi sotto mentite spoglie) per aver reso repellente le parole stesse che rinviano all’idea di una comunità basata sulla piena soddisfazione dei molteplici bisogni di individui associatisi liberamente fra loro. E Michele Masneri ieri poteva scrivere sul Foglio, a commento della – a quanto pare poco brillante – performance romana di Piketty, «Il capitalismo è il peggiore sistema sociale ad eccezione di tutti gli altri». Come dargli torto, se si prende sul serio il “socialismo” che si predicava e praticava a Mosca e a Pechino?

Nell’Orrore economico Viviane Forrester racconta la derisione con la quale gran parte degli intellettuali occidentali accoglieva le sue denunce anticapitalistiche: «”Ma lo sa che il muro di Berlino è caduto? Davvero le piaceva l’Unione Sovietica? E Stalin?”». La tentazione di rifugiarsi in un cupo e impotente mutismo è stato forte: «Quante parole sono imbevute del fascino del desueto: “profitto”, certo, ma anche “proletariato”, “capitalismo”, “sfruttamento”, o ancora quelle “classi” ormai così impermeabili a qualsiasi tipo di “lotta”. Far ricorso a questi arcaismi sarebbe prova di eroismo. E invece il contenuto reclama queste parole messe all’indice e senza le quali ciò che esse definiscono ritorna a galla senza fine. Privo di questi vocaboli, come può il linguaggio render conto della storia che ne è piena, e che continua a trasportarli? Solo perché un’iniziativa totalitaria e mostruosa ne faceva uso e propaganda, ci devono essere proibiti d’autorità, meccanicamente? Lo stalinismo avrà dunque sradicato tutto? Gli permetteremo di determinare questo mutismo, queste oblazioni che, a partire dalla lingua, mutilano anche il pensiero?».  Certo che no! Quantomeno, cercheremo di reagire all’astuzia del Dominio.

Da ben prima che il famigerato Muro di Berlino cadesse sulle dure teste dei “comunisti” occidentali ho cercato di combattere il maligno lascito dello stalinismo, in primo luogo attraverso la denuncia del carattere capitalistico/imperialistico del regime russo cosiddetto sovietico (analogo discorso e mutatis mutandis vale naturalmente per la Cina di Mao). Il mio mantra preferito: il “socialismo reale” come un capitolo particolarmente mostruoso del Libro Nero del Capitalismo. Naturalmente nemmeno io ho da offrire al mondo che vive nell’orrore capitalistico un modello sociale nuovissimo e garantito chiavi in mano; ma quando penso alle alternative possibili a quell’orrore non posso prescindere dalla convinzione che ho maturato intorno all’esperienza sovietica, dalla sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre in poi, che si è appunto manifestata come stalinismo. Ma, questo, è il mio modo di approcciare il problema, e non pretendo che sia l’unico possibile né il più fecondo.

In un’intervista rilasciata a Repubblica molti anni fa, la scrittrice in lotta contro «il pensiero unico» rivendicava nel modo che segue il suo impegno politico: «Scrivere e pensare sono sempre azioni politiche. Scrivere è un’azione sovversiva, pensare è un’azione sovversiva, non a caso i regimi totalitari non tollerano la gente che pensa». Se la mia “declinazione” del concetto di regime totalitario è corretta (il dominio sociale del Capitale è totalitario in un’accezione che deve necessariamente risultare incomprensibile al pensiero politico-giuridico borghese), molte persone che vivono di eterne lotte antifasciste farebbero bene a interrogarsi sulla fondatezza del loro impegno “anticapitalista”.

354px-Marx1* Per Luigi Mascheroni (Il Giornale) «Thomas Piketty, superstar del dibattito economico al tempo della crisi, non ha la barba di Marx, ma molto più charme». Non c’è dubbio. D’altra parte, barba o non barba, charme o non charme sempre di «merda economica» si tratta quando parliamo di Capitalismo e di teorie che cercano di carpirne i segreti.

Probabilmente il pensiero “economico” marxiano non può essere considerato l’ultima parola in fatto di comprensione dell’economia capitalistica. Non credo di possedere i requisiti adeguati per dire parole definitive a questo proposito. Sono però sempre più convinto che il comunista di Treviri rimanga il miglior punto di partenza per chi intenda analizzare criticamente il processo economico-sociale dei nostri tempi, per comprenderne le essenziali “leggi di movimento”. Finora nessun economista moderno è stato capace di incrinare questa forte – spero non ideologica – convinzione, che col trascorrere del tempo si è anzi rafforzata, soprattutto attraverso la lettura – e rilettura: mai fidarsi delle prime impressioni – degli economisti più importanti del XX secolo: in primis Keynes (che piace di più ai sinistrorsi, per via della sua propensione interventista che rincuora gli statalisti) e Schumpeter (più gradito ai destrorsi, a causa della sua «distruzione creatrice», che strizza l’occhio al darwinismo sociale). Non parliamo poi dei loro epigoni più o meno ortodossi del XXI secolo, l’epoca appunto del Capitale di Thomas Piketty, il quale «non ha la barba di Marx, ma molto più charme». Vuol dire che me ne farò una ragione!

BREVI NOTE CRITICHE AL “CAPITALE NEL XXI SECOLO” DI THOMAS PIKETTY

Declaration_of_the_Rights_of_Man_and_of_the_Citizen_in_1789C’è ingegno in questa testa: 
se potesse uscire… (W. Shakespeare).

Scrive Thomas Piketty nel suo ormai celebre (e “monumentale”: 928 pagine nella sua versione italiana recentemente pubblicata da Bompiani) studio sul Capitale del XXI secolo: «La crescita moderna e la diffusione delle conoscenze hanno permesso di evitare l’apocalisse marxista, ma non hanno modificato le strutture profonde del capitalismo e delle disuguaglianze. […] Tuttavia, esistono strumenti in grado di far sì che la democrazia e l’interesse generale si riprendano il controllo del capitalismo e degli interessi privati, senza peraltro fare ricorso a misure protezionistiche e nazionalistiche» (1).

Sorvoliamo sull’«apocalisse marxista», suggestiva locuzione che allude a quell’ideologia crollista elaborata da non pochi zelanti epigoni che con il maestro di Treviri c’entrano assai poco (salvo che non si voglia inchiodare il poveretto a singole frasi di stampo “apocalittico”); chiediamoci piuttosto quando la democrazia e il cosiddetto «interesse generale» hanno avuto «il controllo del capitalismo e degli interessi privati». La mia risposta è: mai.

Come ogni intellettuale borghese che si rispetti, l’economista progressista francese crede – ancora oggi, nonostante tutto – alla sostanziale primazia del politico sull’economico (2), che secondo lui avrebbe caratterizzato i mitici «Trente glorieuse» o «golden age», ossia il periodo che va dal 1945 al 1975. Salvare il “lato buono” del Capitalismo (democrazia, diffusione delle conoscenze e delle competenze) segando gradualmente, attraverso misure economiche tese a colpire la rendita finanziaria (quale inusitata originalità di pensiero!), il lato cattivo di esso, «potenzialmente minaccioso per le nostre società democratiche e per i valori di giustizia sociale sui quali esse si fondano», è per Piketty una questione di «volontà politica». Urge ripristinare questa volontà, se non vogliamo correre il rischio di azzerare le conquiste economiche e sociali che hanno fatto grande l’Occidente nel secondo dopoguerra.

Le contraddizioni sociali esplosive, potenzialmente foriere di rivoluzioni sociali, hanno sempre preoccupato i riformatori del Capitalismo, soprattutto quelli che, come il Proudhon a suo tempo doverosamente maltrattato da Marx, pensano che «ogni categoria economica ha due lati, l’uno buono, l’altro cattivo», e che «tutto il problema da risolvere consiste nel conservare il lato buono, eliminando quello cattivo» (Miseria della filosofia).

Per quanto riguarda l’evocato «interesse generale», ci troviamo dinanzi al più classico dei concetti borghesi chiamati per un verso a nascondere il dominio degli interessi che fanno capo alle classi che detengono il Potere (economico, politico, ideologico, psicologico), e per altro verso a depotenziare l’antagonismo tra le classi (e nel seno di ogni classe) attraverso l’individuazione di supposti valori comuni in grado di obliterare la divisione classista degli individui, pardon: dei cittadini. Dei cittadini sempre di nuovo atomizzati e ricompattati così da formare un’informe massa, secondo una maligna dialettica che consente al marketing (anche a quello politico) di venderci il rassicurante slogan: «Tutto ruota intorno a te». È, questo appena abbozzato, un trattamento che sfugge al controllo di chiunque, che si dà oggettivamente nella prassi sociale alla stregua di un fenomeno naturale che il cittadino può solo subire o, al più, arginare attraverso le più disparate – e non raramente disperate – razionalizzazioni.

L’essenza ultrareazionaria dell’«interesse generale» viene a galla soprattutto nei momenti di acuta crisi economica, allorché la società scopre con orrore che tutti gli interessi privati sono subordinati allo stato di salute dell’economia, ossia del Capitale, il Moloch che solo le mosce cocchiere credono di poter guidare a  loro piacimento a colpi di «volontà politica»: «Vai a sinistra, anzi no a destra». È nella concezione pattizia del potere, grande conquista dottrinale e politica della borghesia in lotta contro l’ancien régime, che trova il proprio alimento il noto luogo comune secondo cui «siamo tutti sulla stessa barca», tesi che postula appunto la necessità di salvaguardare «l’interesse generale» comunque declinato: Patria, Nazione, Capitale.

Il libro di Piketty si apre con la citazione della seconda frase dell’Articolo 1 della Dichiarazione dei diritti dell’Uomo e del Cittadino del 1789: «Le distinzioni sociali non possono fondarsi che sull’utilità comune», e si chiude con il commento dell’autore a questi celebri passi: le attuali «disuguaglianze smisurate non sono di alcuna “utilità comune”». L’«utopia» (in realtà una miserevole chimera) dell’economista di successo è dunque una società dalle disuguaglianze misurate? Mutuando abbastanza ignobilmente Quello, possiamo dire: la prima volta come epopea borghese, la seconda come rancida minestra apologetica cucinata dall’ennesimo economista desideroso di salvare, sulla scia di Lord Maynard Keynes, il Capitalismo dalle sue stesse contraddizioni.

Quanto poco Piketty abbia capito Marx, lo dimostra, fra l’altro, questo passo: «Come gli autori a lui precedenti, Marx ha del tutto trascurato l’eventualità di un progresso tecnico durevole e di un costante aumento della produttività» (p. 24). Chiunque abbia compulsato, anche solo superficialmente, gli scritti “economici” marxiani senza pregiudizi di sorta riconoscerà senza fatica l’infondatezza di questa tesi: basti pensare ai concetti marxiani di plusvalore relativo e di composizione organica del capitale. Un’infondatezza che può indurre qualche lettore del Capitale del XXI secolo a dar credito a una battuta del suo autore sollecitata dall’accusa formulata da Wall Street Journal di essere egli un esponente della scuola marxista camuffato in guisa riformista: «Non ho ancora letto Il capitale». Ciò spiegherebbe tante cose, ma ovviamente la battuta va presa per quel che è.

È invece corretto dire che Marx spese molte pagine per spiegare il carattere necessariamente contraddittorio dello sviluppo capitalistico, radicato nella bronzea legge della ricerca del massimo profitto, la quale fa sì che lo stesso fenomeno sia, nelle diverse fasi del ciclo economico, causa di sviluppo e causa di crisi, per poi riconvertirsi nel suo contrario (per Marx la stessa crisi mostra i limiti dell’accumulazione capitalistica ma ne è anche il tipico «processo di risanamento»), lungo un processo altamente complesso che facilmente sfugge alla comprensione di un pensiero non avvezzo a ricercare «cause ultime» semplicemente perché la testa che lo ospita non è interessata a rivoluzionare lo status quo sociale.

mediov1E quanto volgare, di più: triviale sia la concezione economica dell’economista francese, lo testimonia oltre ogni ragionevole dubbio la citazione che segue: «In tutte le civiltà, il capitale svolge due grandi funzioni economiche. […] Storicamente, le prime forme di accumulazione capitalistica sembrano riguardare sia gli utensili (selce ecc.) sia rudimentali tipi di abitazione (grotte, tende, capanne, ecc.), prima di passare a forme sempre più sofisticate di capitale industriale e di investimento, e a soluzione abitative più sviluppate» (p. 327). Insomma, per Piketty «in tutte le civiltà», comprese quelle precapitalistiche, il capitale ha svolto quantomeno «due funzioni economiche», e per tutte le civiltà si può parlare, senza temere di cadere nel ridicolo, di «accumulazione capitalistica», sebbene a differenti gradi di sviluppo.

Questa è precisamente la concezione dell’eterno capitalismo contro cui Marx sparò diversi colpi critici tesi a mettere in luce la natura storicamente peculiare (e perciò stesso potenzialmente transitoria) del Capitalismo, le cui fondamentali forme di esistenza (capitale, merce, lavoro salariato) diventano nell’economia politica, soprattutto in quella volgare postclassica, categorie eterne. «Poiché la forma reale o la forma dei valori d’uso oggettivi in cui consiste il capitale, il suo sostrato materiale, è necessariamente la forma dei mezzi di produzione – mezzo di lavoro e oggetto di lavoro – che servono alla creazione di nuovi prodotti, poiché dunque il capitale – in quanto si presenta come oggettive condizioni di lavoro – è costituito, secondo il suo valore d’uso, da mezzi di produzione, materia prima, materiale sussidiario e mezzi di lavoro, strumenti, impianti, macchine ecc., se n’è tratta la conclusone che tutti i mezzi di produzione siano, actu, capitale, e che perciò il capitale è un necessario momento del processo di lavoro umano in generale, fatta astrazione da ciascuna sua forma storica, e che, di conseguenza, è qualcosa di eterno» (3).

In questo modo scompare magicamente la sostanza che conferisce ai mezzi di produzione, al lavoro, alle merci e al denaro la loro esistenza in qualità di capitale: il rapporto sociale capitalistico, che è un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento. Normalmente scrivo Capitale e Capitalismo con la c maiuscola non solo per un vezzo stilistico, ma soprattutto per evidenziarne la portata storica e sociale, per sottolineare la loro differenza specifica rispetto alle forme economiche e alle società precapitalistiche. Una preoccupazione intellettuale (spero non intellettualistica) che non tocca minimamente gli economisti, i quali da sempre hanno il vizietto di «trasformare un fenomeno storico in una legge eterna» (4).

Per Piketty (e per «il gregge degli economisti») il Capitale è invece uno strumento al servizio degli uomini, ai quali spetta la responsabilità del suo buono o cattivo uso. Qui non posso che rimandare il lettore alle pagine marxiane sul carattere feticistico del Capitale colto in tutte le sue molteplici fenomenologie: tecnologie, tecnoscienza, merci, lavoro, mercato e via di seguito (5).

Quando l’economista più celebre e celebrato degli ultimi tempi nega che si possa parlare di lui nei termini del «Marx del XXI secolo» bisogna dunque credergli, e concedergli almeno un minimo di onestà intellettuale.

Scriveva Oscar Giannino qualche mese fa: «C’è un libro che potrebbe diventare una Bibbia del dibattito pubblico nazionale. A destra come a sinistra, visto che nel nostro Paese l’anomalia è che entrambe si fregiano dell’aggettivo “sociale”. Il che significa, nella traduzione concreta, che non favoriscono l’accumulazione e l’investimento dei capitali – “dei” capitali, perché non c’è solo quello finanziario, c’è quello umano, quello fisico delle infrastrutture, e quello immateriale dei brevetti e dei processi organizzativi e distributivi – necessari alla crescita, ma preferiscono occuparsi della redistribuzione del prodotto esistente. […] Piketty accumula un’impressionante congerie di dati statistici sul rapporto tra reddito e patrimoni, e già sbaglia “ideologicamente” a identificare la ricchezza cioè il patrimonio con il capitale, visto che come abbiamo ricordato il capitale è cosa assai più ampia e diversificata» (6).

Certo, Giannino non arriva a dire qualcosa che per lui deve giustamente apparire come una mera astrazione metafisica di stampo hegelo-marxista, e cioè che il Capitale è in primo luogo un rapporto sociale (come peraltro rivela il «capitale umano» sopra menzionato); ma in questa critica almeno fa capolino un po’ di quella processualità (di quel dinamismo economico e sociale) che da sempre connota il Capitale e che nel libro di Piketty latita alquanto, nonostante le apparenze contrarie.

medioev 3La tesi centrale del libro di cui trattiamo, che connette la crescita della disuguaglianza sociale al fatto che il rendimento del capitale è stabilmente superiore al tasso di crescita, non solo non brilla per originalità ma presa in sé non spiega affatto la causa strutturale che ha reso possibile il fenomeno che tanto lo tormenta. Il fatto stesso di aver focalizzato la sua analisi sul processo di distribuzione del reddito, tralasciando praticamente del tutto l’intimo rapporto che lo lega al processo di produzione della ricchezza sociale nella sua forma capitalistica, la dice lunga sulla concezione economica di Piketty, il quale non fa altro che ripetere litanie keynesiane già digerite e defecate, con rispetto parlando, dalla storia. Litanie del genere che segue: «La lezione complessiva della mia ricerca è che il processo dinamico di un’economia di mercato e di proprietà privata, se abbandonato a se stesso, alimenta potenti fattori di divergenza» (p. 919). Per capire quanto poco originale sia questa «lezione» è sufficiente ricordare come già agli inizi del XX secolo, ben prima che la Teoria generale di Keynes facesse la sua miracolistica apparizione sulla scena di un mondo perduto, il partito liberale inglese sosteneva la necessità di limitati interventi dello Stato nella vita economica. L’irruzione della Guerra mondiale accelerò le tendenze in atto da lungo tempo nel sistema capitalistico colto nella sua compatta totalità sociale, e l’interventismo statale ruppe i vecchi limiti tracciati dalla prassi economica.

Non la dottrina di qualche economista eterodosso, ma appunto la prassi capitalistica già da tempo, e comunque certamente alla fine del XIX secolo, non dava alcun peso al mito del laissez faire. Paradossalmente – ma a ben considerare meno di quanto non sembri  a prima vista –, solo gli antiliberisti ideologici hanno continuato a dar credito alle teorie dogmaticamente liberiste, attribuendo alla loro maligna influenza sui governi le magagne che minano la cosiddetta convivenza civile fondata sul Patto sociale. È ciò che succede quando si coltiva la bizzarra idea che sia la realtà ad adeguarsi alle teorie politiche ed economiche, e non viceversa. Con Keynes ci troviamo al cospetto di un tipico esempio di capovolgimento ideologico della realtà: «Le idee degli economisti e dei filosofi politici, così quelle giuste come quelle sbagliate, sono più potenti di quanto comunemente si ritenga» (7). Qui è sufficiente ricordare ciò che scrisse Hegel nei Lineamenti di filosofia del diritto a proposito della civetta di Minerva, la quale «apre le ali al volo» solo post festum, «quando la realtà ha compiuto e terminato il processo della sua formazione». Ma, è noto, agli intellettuali piace tanto credere che sia il pensiero a far muovere il mondo; mondo le cui essenziali “leggi di sviluppo” non sono peraltro alla portata della loro comprensione anche a causa di questo esiziale errore di presunzione.

A Piketty «Sembra necessaria la leva della tassazione. Penso a un’imposta progressiva e trasparente sul capitale a livello internazionale. L’ideale sarebbe di poter tassare tutte le grandi fortune a livello mondiale, da quelle americane a quelle mediorientali, dai patrimoni europei a quelli cinesi. È una proposta che può sembrare utopica, ma un secolo fa anche l’imposta progressiva sul reddito era solo un’utopia. Occorre volontà politica». No, occorre in primo luogo che l’accumulazione capitalistica riprenda in grande stile, occorre che la generazione di ricchezza sociale attraverso lo sfruttamento sempre più intensivo (scientifico) della capacità lavorativa torni a sorridere al profitto come ai bei tempi (per il capitale industriale, beninteso) del boom economico, perché solo questo rende possibile la distribuzione della lana, per riprendere la celebre metafora di Olof Palme sulla pecora borghese da tosare solo dopo averla ben nutrita. Insomma, anche nel Capitalismo del XXI secolo la «volontà politica» non sorretta da un adeguato saggio di accumulazione del capitale distribuisce solo la miseria.

Ho forse qualche ricetta da offrire a un Occidente che sembra non sapere o non potere uscire dal lungo “tunnel” della crisi? Certamente, ma solo in negativo. E quindi taccio. Infatti, ci andrebbe di mezzo la pecorella capitalistica, e non vorrei irritare gli animalisti, pardon, gli economisti.  Per le ricette in positivo lascio volentieri la parola ai teorici del Capitalismo dal volto umano e agli uomini di buona volontà così insistentemente evocati nei tuitter del Santo Padre. Amen!

(1) T. Piketty, Il Capitale nel XXI secolo, pp. 11-12, Bompiani, 2014.
(2) Su questi temi rimando ai post Sulla crisi della democrazia e Alcune brevi considerazioni sul – presunto – primato della politica.
(3) K. Marx, Il Capitale, Libro primo, capitolo sesto inedito, p. 10, Newton, 1976.
(4) K. Marx, Storia delle teorie economiche, II, Einaudi, 1955.
(5) «Così si perfeziona inoltre il feticismo proprio dell’economia politica, che trasforma il carattere sociale che viene impresso alle cose nel processo sociale di produzione, in un carattere naturale, che scaturisce dalla natura materiale di queste cose. Ad. Es., “mezzi di lavoro sono capitale fisso”: una definizione scolastica. […] I mezzi di lavoro sono capitale fisso solo se, sotto un profili generale, il processo di produzione è capitalistico» (K. Marx, Il Capitale, II, pp. 233-234, Editori Riuniti, 1980).
(6) O. Giannino, Tre ragioni per respingere il presunto “capolavoro” di Piketty sul “Capitale”, Leoni blog.
(7) J. M. Keynes, Teoria generale dell’occupazione…, p. 554, Utet, 1978.

RIMETTERE AL CENTRO IL LAVORO?

in bilicoNel suo saggio del 2010 La malattia dell’Occidente. Perché il lavoro non vale più (Laterza, 2013), Marco Panara, giornalista economico del quotidiano La repubblica, denuncia ciò che da tempo era noto agli economisti e ai leader politici di tutto il mondo: «La perdita di valore del lavoro, e il conseguente trasferimento di ricchezza del lavoro al capitale». Sulla scorta dei dati forniti dalle maggiori istituzioni internazionali che monitorano l’andamento dell’economia mondiale, egli calcola nell’ordine di 5 punti annui  (circa 1500 dollari all’anno per ciascun lavoratore occidentale) questo indiscutibile trasferimento di ricchezza.

Il salario si fa sempre più anemico, mentre il profitto ingrassa con la stessa rapidità seguendo una “legge di sviluppo” che sembrava essere andata in soffitta insieme al polveroso Carlo Marx. Non è che “a volte ritornano”; è che il Capitale non è mai andato via dalla scena.

«Quello che sta accadendo in Occidente da un quarto di secolo a questa parte», scrive Panara, «è che il valore del lavoro diminuisce costantemente. Si potrebbe dire che nello scontro secolare tra lavoro e capitale in questa fase ha vinto il capitale». Perché «in questa fase»? Diciamo piuttosto che il Capitale è destinato a vincere sempre e necessariamente sul lavoro, almeno fino a quando non verrà superato il rapporto sociale di dominio e di sfruttamento che lo ha reso possibile storicamente (attraverso la formazione di una classe di nullatenenti costretti a vendersi ai capitalisti per sopravvivere) e che lo espande e lo rafforza sempre di nuovo – anche attraverso le crisi economiche, che sono immanenti al meccanismo di funzionamento di questo modo di produzione.

Questo al di là delle fluttuazioni che possiamo registrare contingentemente nell’andamento del salario reale, il quale, è bene ricordarlo, si trova in una relazione assai stretta non solo  con le condizioni della valorizzazione, e quindi con il processo di accumulazione, ma anche con la peculiare stratificazione sociale di un Paese: vedi, ad esempio, il peso che i ceti parassitari percettori di qualche tipi di rendita hanno nella distribuzione del plusvalore. Insomma, per farla breve, il lavoro è sempre e necessariamente legato al carro del profitto.

La svalorizzazione economica del lavoro, osserva Panara, si dà insieme alla sua svalorizzazione a tutto campo: sul piano politico come su quello etico. «Oggi viviamo in una società in cui il denaro conta assi più del lavoro». Anche qui: perché «oggi»? Diciamo, più correttamente, che sempre più il denaro agisce, in quanto equivalente universale delle merci, come potenza sociale («che sta dentro le nostre tasche») in grado di comprare tutto ciò che ha un valore sul mercato. Al lettore il facile compito di individuare ciò che si sottrae alla bronzea legge del valore. A suo tempo gli scugnizzi di Napoli riuscirono a confezionare e a vendere anche l’aria di Posillipo: che genialità!

Per rendere una vivida immagine del potere che il denaro ha sugli individui moderni, lo spendaccione di Treviri citò (in latino) il verso biblico che segue: «Essi hanno un solo pensiero, e danno la loro forza e il loro potere alla bestia. E che nessuno possa comprare o vendere, se non chi abbia il carattere o il nome della bestia, o il numero del suo nome» (Apocalisse). Come spiegò a suo tempo Marx, il denaro non è una cosa, non è una tecnologia economica messa dal progresso storico al servizio della società, dal cui grado di responsabilità politica ed etica dipenderebbe un suo uso più o meno buono: il denaro è in primo luogo l’espressione di un peculiare rapporto sociale.

Per quanto possa sembrare assurdo a chi concentra la propria attenzione solo, o soprattutto, sui fenomeni afferenti la circolazione della ricchezza (più o meno fittizia) nella sua forma finanziaria, anche oggi il potere del denaro non potrebbe essere neanche concepito senza il quotidiano sfruttamento dei salariati in ogni luogo del pianeta. La stessa speculazione finanziaria, che in effetti non sembra avere alcun rapporto con il lavoro vivo, può costruire i suoi grattacieli di carta solo a partire dalla cosiddetta ricchezza reale: solo su questo miserabile (sotto tutti i punti di vista) fondamento è possibile quella miracolosa moltiplicazione “valoriale” che fa sorgere nella testa di chi specula e in quella di chi teorizza il mondo “postcapitalistico” la chimera del denaro prodotto a mezzo di denaro.

Poteva mancare, nel libro in questione scritto da un vecchio progressista, un dolente richiamo all’articolo primo della Costituzione? «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro»: che fine ha fatto, si chiede amareggiato Panara, quella solenne dichiarazione in un Paese in cui avanza la svalorizzazione “a 360 gradi” del lavoro, cresce la precarizzazione del lavoro, dilaga la disoccupazione, soprattutto fra le nuove generazioni? Panara ricorda quanto disse Giuseppe Saragat nel 1947, a commento dell’Art.1: «Che cosa vuol dire questo articolo primo della Costituzione? Vuol dire che essa mette l’accento sul fatto che la società umana è fondata non più sul diritto di proprietà e di ricchezza, ma sulla attività produttiva di quella ricchezza. È il rovesciamento delle vecchie concezioni». Quasi mi commuovo e abbocco. Quasi.

malutemporeA suo tempo il comunista che sussurrava alla bottiglia mi salvò dall’infatuazione costituzionalista introducendomi nell’arcano mondo della creazione del plusvalore, popolato di pochi detentori di capitale e di molti venditori di mera capacità lavorativa, non certo felici di creare tanta ricchezza sociale in cambio di un salario, che rimane miserabile in ogni circostanza, anche in quella più favorevole ai lavoratori. Insomma, appresi che non esiste un astratto e astorico lavoro, bensì un lavoro sempre connotato in termini storici e sociali. Scoprii che il lavoro tanto celebrato nella Costituzione «più bella del mondo» non è che il “marxiano” lavoro salariato, il lavoro dei moderni schiavi, sul cui sfruttamento si fonda il potere sociale mondiale del Capitale anche nel XXI secolo. Anzi, oggi molto più che ai tempi di Marx, la cui visione mondiale apparve allora ai più un tantino esagerata.

Ecco perché mi sono messo a ridere quando ho letto la frase che segue: «Ogni volta che il lavoro è stato messo al centro, che sia stato da San Benedetto, da Calvino o dalle costituzioni ne è sempre seguita una fase di progresso civile ed economico e di conquiste di libertà». Come se mettere al centro il lavoro (salariato) non equivalesse a mettere al centro il rapporto sociale che lo rende possibile per la maledizione dei senza riserve e la gioia per chi sa trarre gioia dal loro sfruttamento! Mettere al centro il lavoro (salariato) significa confermare la vigente prassi capitalistica, i cui lamentati “lati cattivi” sono necessari esattamente come i suoi lodati “lati positivi”. Parlare dei “lati buoni” e dei “lati cattivi” dello sviluppo tecnologico (che rende sempre più produttivo il lavoro) e della globalizzazione (con l’ingresso nel mercato mondiale di nuovi competitori capitalistici di grandi dimensioni: Cina, India, Brasile, ecc.) significa non comprendere la natura del Capitalismo, il quale non conosce “lati” ma processi sociali assoggettati alla sempre più stringente e totalitaria logica del profitto. Ed è proprio sulla natura socialmente totalitaria del Capitalismo del XXI secolo che dovremmo riflettere, anziché versare lacrime, come fa anche Panara, sulla perduta sovranità della politica a vantaggio delle «forze del mercato» che metterebbe a repentaglio le conquiste democratiche degli ultimi cinquant’anni.

Alle spalle degli apologeti della Santissima Costituzione, l’Art 1 dice la verità sul cattivo mondo che ci ospita. Come ho scritto altre volte, trattandosi non di generico lavoro ma di lavoro salariato, il quale presuppone e pone ogni giorno che il buon Dio manda in terra la società dominata dal Capitale, la società sequestrata nella dimensione strutturata dalla ricerca del massimo profitto; trattandosi di questo e di nient’altro la precarizzazione del lavoro e la disoccupazione non solo non contraddicono quell’articolo assurto a mito, la cui pregnanza ideologica in senso ultrareazionario deve necessariamente sfuggire ai progressisti d’ogni tendenza politica, ma piuttosto lo confermano nel modo più puntuale. L’Art. 1 è così vero da rasentare il cinismo.

Il lavoro che Panara vuole mettere al centro dell’interesse generale è precisamente quello che rende radicalmente disumana questa società, al contrario di quanto pensava a suo tempo il socialdemocratico Giuseppe Saragat.

A pagina 13 del saggio ho letto una considerazione di stampo per così dire malthusiano che mi ha fatto molto riflettere: «Dopo la fine della peste nera nel 1347 i salari reali salirono rapidamente, perché il male aveva falcidiato la popolazione e i pochi sopravvissuti erano diventati assai più preziosi di prima nelle botteghe e nei campi». Subito mi è balenata alla mente l’intervista rilasciata a Le Nouvel Observateur questo inverno da Thomas Piketty, il celebratissimo autore de Il Capitale nel XXI secolo: «Nel XX secolo sono state le guerre a fare tabula rasa del passato e a dare temporaneamente l’illusione di una diminuzione strutturale delle disuguaglianze e un superamento del capitalismo». Diciamo che le guerre mondiali hanno molto a che fare con il modo capitalistico di produrre e distribuire la ricchezza sociale. Soprattutto la Seconda carneficina mondiale, con la sua gigantesca opera di svalorizzazione e di distruzione del capitale in ogni sua fenomenologia (compresa quella “umana”, ovviamente), rese possibile il definitivo superamento della lunga e micidiale crisi economica iniziata formalmente nel ’29 e il più lungo e “tonificante” ciclo espansivo che la storia recente del capitalismo conosca. Una “bella” guerra mondiale sarebbe anche oggi un rimedio radicale, un vero e proprio toccasana, forse la sola “manovra economica” in grado di rilanciare in Occidente e in Giappone l’accumulazione in grande stile, e non c’è serio economista in giro per il capitalistico mondo che non lo faccia intuire con battute, metafore e paradossi. La «malattia», per dirla con Panara, è grave, e bisogna aggredirla con rimedi adeguati, altrettanto gravi.

Ancora Piketty: «Affinché il XXI secolo inventi un superamento contemporaneamente più pacifico e più duraturo è urgente ripensare il capitalismo dalle fondamenta, serenamente e radicalmente, e costruire una amministrazione pubblica adatta al capitalismo globalizzato del nostro tempo». Qui siamo alle solite “utopie” riformiste che, «serenamente e radicalmente», bisogna trattare alla stregua di intoccabili sostanze escrementizie. Chiudo la breve parentesi.

La “malattia” dell’Occidente e del mondo intero si chiama Capitalismo, una formazione storico-sociale radicata sullo sfruttamento sempre più intensivo e scientifico del cosiddetto capitale umano, quello che tutti vorrebbero «mettere al centro» con uno zelo che può compiacere solo il Demonio, la cui attiva – e non metaforica – presenza nel mondo il Papa Rivoluzionario denuncia ogni giorno, per la gioia degli “Atei Devoti” come Giuliano Ferrara.

ninja-gdbbf-305522A proposito di “capitale umano”, di radici sociali del Male e di Santissimo Padre! In una intervista rilasciata in esclusiva a La Vanguardia, ripresa dall’Osservatore Romano di ieri, Papa Francesco è tornato a lamentare la realtà di un mondo che ha messo al centro non l’uomo ma il Dio denaro «le grandi economie mondiali che sacrificano l’uomo ai piedi dell’idolo del denaro». Richiesto di commentare la tesi secondo la quale l’attuale Papa sarebbe un rivoluzionario, il Vicario del Padre Eterno ha risposto in termini molto “marxisti”: «Per me la grande rivoluzione è andare alle radici, riconoscerle e vedere quello che queste radici hanno da dire al giorno d’oggi. Non c’è contraddizione tra essere rivoluzionario e andare alle radici». Non c’è dubbio. Solo il rivoluzionario si sforza di cogliere l’essenza di una società, che sta nei suoi rapporti sociali. Per Marx «Essere radicale vuol dire cogliere le cose alla radice. Ma la radice, per l’uomo, è l’uomo stesso» (Per la critica della filosofia del diritto di Hegel). E siccome l’uomo è la sua prassi sociale, ne ricavo l’urgenza di umanizzare questa prassi, e così accontentare anche il buon Francesco: mettere al centro di tutto l’uomo – in quanto uomo.

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