SPETTRI DI BERLINGUER

A circa ventisette anni dalla sua morte, Enrico Berlinguer non smette di mietere suffragi nel seno del progressismo italiota. Ultimamente ne ha parlato in TV Bertinotti (nel programma In Onda, La7) osservando che il leader sardo era uno che «di comunismo se ne intendeva». E se lo dice lui bisogna credervi… L’acuirsi della crisi economico-sociale, con il necessario corollario di politiche tutte lacrime e sangue, e la diffusione in settori del progressismo italiano dell’ideologia decrescista, hanno fatto ritornare in auge il pensiero politico berlingueriano, a testimonianza dei tristi e confusi tempi che ci tocca vivere. Qui di seguito mi esercito in una breve spigolatura critica della famosa intervista che il capo del PCI rilasciò a Eugenio Scalfari il 28 luglio 1981 per La Repubblica. L’intenzione politica è piuttosto chiara e non merita ulteriori chiarimenti.

«I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali».
Naturalmente il leader del PCI lasciava intendere che solo il suo partito non faceva parte di quella che Pannella chiamò, già nei primi anni Settanta del secolo scorso, «partitocrazia», proprio in riferimento al «bipolarismo imperfetto» DC-PCI. Non solo il PCI era coinvolto a pieno titolo nel «regime partitocratico», con una fortissima influenza sul capitalismo pubblico e privato (anche attraverso la CGIL e le cosiddette «cooperative rosse»), ma continuava a ricevere finanziamenti da parte dell’Unione Sovietica. Basta chiedere lumi a un tal Armando Cossutta. Insomma, il PCI di Berlinguer era, per così dire e ponendomi sullo stesso piano degli odierni manettari, un partito «diversamente corrotto», e la cosiddetta «questione morale» non fu che un suo maldestro tentativo di screditare la DC e il PSI (soprattutto quest’ultimo, a causa del forte e aggressivo «autonomismo» craxiano) nel momento in cui la dinamica politico-sociale italiana e internazionale rendeva palese l’obsolescenza della politica «comunista».

«Il costo del lavoro va anch’esso affrontato e, nel complesso, contenuto, operando soprattutto sul fronte dell’aumento della produttività».
In termini marxiani si tratta di incrementare lo sfruttamento dei lavoratori, in modo da massimizzare l’estorsione del «plusvalore relativo», il quale è reso possibile dall’uso di più moderne tecnologie e dall’implementazione di una più razionale ed efficiente organizzazione del lavoro. A parità di orario di lavoro, o addirittura con un suo decremento, la singola unità produttiva crea più merci o parti di esse, e l’insieme del processo produttivo risulta più dinamico, più flessibile e più economico. Marx associava questa modalità di sfruttamento della capacità lavorativa all’epoca della sussunzione reale del lavoro al capitale, la quale sul piano della società nel suo complesso si declina nei termini di un totalitario dominio degli interessi economici, e in una sempre più crescente obliterazione dell’umano, ridotto allo status di residualità.

«Voglio dirle però con tutta franchezza che quando si chiedono sacrifici al paese e si comincia con il chiederli – come al solito – ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l’operazione non può riuscire».
La solita demagogia «populista»: per vendere meglio la politica dei sacrifici alle classi subalterne, bisogna accreditarsi ai loro occhi come i fustigatori dei «poteri forti» nonché nemici irriducibili di ladri, corrotti, mafiosi, piduisti e luogocomunismi vari. Sparare sul Quartier Generale per meglio attaccare le condizioni di vita e di lavoro dei salariati: una strategia che in ogni tempo e in ogni luogo ha fornito prova di grande efficacia.

«Noi comunisti abbiamo sessant’anni di storia alle spalle».
Sessant’anni di stalinismo italiano, ossia di togliattismo. Tra i leader del cosiddetto «Comunismo Internazionale» Togliatti si distinse in zelo e intelligenza; egli fu il migliore esecutore della linea politica tesa a legittimare e a sostenere l’iniziativa imperialista della «Patria Sovietica» e a propagandarne l’ideologia di Stato (il cosiddetto «Marxismo-Leninismo», con rispetto parlando…). Dopo il patto Molotov-Ribbentrop del 1939 Togliatti non lesinò energie nell’opera di giustificazione, e sollecitò i «compagni italiani» a tentare di dialogare con la «corrente di sinistra» del Fascismo. In fondo si trattava di coordinare l’azione delle «Nazioni Proletarie» con l’obiettivo di tagliare le unghie alle «Nazioni demoplutocratiche», assetate di profitti e di sangue. A quel punto trotskisti, bordighisti e anarchici furono additati al proletariato italiano ed europeo come i nemici più pericolosi della «causa comunista». Quando l’Unione Sovietica fu costretta a cambiare cavallo sul terreno delle alleanze imperialistiche a causa del tradimento nazista, naturalmente anche il Partito di Togliatti si adeguò alla nuova situazione. Le «Potenze plutodemocratiche» di ieri diventeranno magicamente le «Nazioni Democratiche» con le quali i «comunisti» dovevano allearsi per sconfiggere il «mostro nazifascista». Il cinismo politico di Togliatti faceva impallidire qualsiasi teorico della più spregiudicata realpolitik. Naturalmente gli intellettuali del partito tiravano in ballo la dialettica hegeliana…

Il Partito di Berlinguer fu la continuazione di quella ultrareazionaria storia politica con altri mezzi e in circostanze nazionali e internazionali diverse (l’appartenenza dell’Italia al «Blocco Occidentale» sancita dagli accordi russo-americani depotenziarono il filosovietismo ). Stessa cosa può dirsi per gran parte dei movimenti politici (lottarmatisti compresi) che lo contestarono da «sinistra». La politica del PCI tesa a cercare un «compromesso» con la Democrazia Cristiana di Moro e Andreotti non segnò alcuna cesura di significato storico: infatti, di «Comunista» il Partito di Togliatti-Longo-Berlinguer aveva solo il nome. Di qui, la mia presa di distanza critica dal nome della cosa per poterne sviscerare meglio il concetto essenziale. Se Vendola, Bertinotti, Ferrero, Diliberto e compagni di simile fattura sono «comunisti», ebbene io non lo sono affatto!

«Fummo i soli a sottolineare la necessità di combattere gli sprechi, accrescere il risparmio, contenere i consumi privati superflui, rallentare la dinamica perversa della spesa pubblica, formare nuove risorse e nuove fonti di lavoro».
Qui è ben sintetizzato il piano politico-economico di attacco ai lavoratori in vista di una ristrutturazione nella produzione e nel Welfare, in modo da innescare un nuovo circolo virtuoso nel processo capitalistico di accumulazione. Solo in parte questo piano fu attuato dai governi DC-PSI con la preziosa collaborazione della triplice sindacale. Oggi siamo nuovamente a questo punto.

Vediamo la copertura ideologica di quel piano: «Dicemmo che anche i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di raddrizzamento dell’economia, ma che l’insieme dei sacrifici doveva essere fatto applicando un principio di rigorosa equità e che avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di dare l’avvio ad un diverso tipo di sviluppo e a diversi modi di vita (più parsimoniosi, ma anche più umani)».
Qui siamo al tradizionale «cattocomunismo» dei progressisti italiani, ovunque essi militino. Quando un «comunista» parla di «umanità», o di «socialismo» («Noi vogliamo costruire sul serio il socialismo») la mia mano cerca subito il lanciafiamme: è più forte di me! A Berlinguer piaceva tanto una società capitalistica moralmente sana («La diffusione della droga tra i giovani è uno dei segni più gravi della “civiltà dei consumi”»), esteticamente in bianco e nero (come la TV che difendeva, insieme a Ugo La Malfa, contro i «consumisti» che sostenevano il demoniaco media colorato) e poco incline ai «consumi privati superflui»: probabilmente egli rimase per tutta la vita legato al modello di «socialismo reale» basato sulla miseria sociale generalizzata (classe dominante esclusa, ovviamente). Per questo la critica che gli rivolgeva il «modernizzatore» Craxi penetrava come il coltello nel burro tra i «miglioristi», i quali avevano da tempo scelto tra il modello capitalistico «Sovietico» e quello «Occidentale». Ancora oggi in Italia c’è chi si sogna la «Terza Via», quello che ci dovrebbe condurre al Capitalismo equo e solidale, nonché ecosostenibile e bla, bla, bla, sciorinando il grigio e chimerico vocabolario dei decrescisti d’ogni risma e colore.

Ora che il Puttaniere Nero di Arcore ha detto che non pronuncerà mai, nemmeno sotto tortura, la parola «austerità», non c’è dubbio che le quotazioni di Enrico Berlinguer sono destinate a crescere nella Borsa Valori dei poveri di spirito e di pensiero. In tempi burrascosi come quelli che viviamo la classe dominante ha bisogno di punti fermi politico-ideologici seri (altro che Silvio!) su cui far leva nell’esercizio del suo dominio.