FELICITÀ NELL’ALTRO MONDO – Per una Teoria-Prassi della Trascendenza

Il desiderio della Trascendenza spinge la teoria e la prassi a prendere maledettamente sul serio la possibilità di oltrepassare l’orizzonte stregato della società disumana. Si tratta di una felice maledizione, che si conquista lo sdegno tanto del pensiero teologico, che colloca la Trascendenza sul terreno della metafisica, quanto del pensiero politicamente corretto (in tutte le sue “declinazioni”: ecologica, etica, sociale, spirituale, ecc.), il quale non sa schiodarsi dalla terribile ideologia del male minore.

Una mia cara amica, ritrovata dopo due lustri grazie ai “miracoli” di Facebook, tre mesi fa ha avuto la bontà di spedirmi a casa un libro intitolato Felicità in questo mondo, curato dall’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Avvisandola per l’avvenuta ricezione, la ringraziai per il pacco dono (insieme al testo buddista c’era anche un libro di «ecologia profonda»: pare che il buddismo si sposi bene con il pensiero politicamente corretto d’ogni tipo), e con ironia le disse che per adesso preferivo rimanere «figlio di buddana», anche perché per diventare figlio di Budda c’era sempre tempo. Dopo qualche tempo lei mi ha sollecitato una riflessione un po’ più seria, «nel merito del testo», mettendomi in imbarazzo: «e adesso, che le scrivo?» Infatti, non è facile scrivere cose intelligenti sulla scorta di certe letture, ma d’altra parte non potevo passare né per reticente né per maleducato. Di qui la riflessione che segue, della cui intelligenza non tocca certo al sottoscritto parlare.

Già a pagine tre del testo buddista inciampo su quello che forse può venir considerato l’argomento cardine che spiega il successo del Buddismo riformulato a uso e consumo della Civiltà Capitalistica: «Il Buddismo serve per risolvere i problemi, per vivere un’esistenza piena e soddisfacente, qui e adesso». Mi pare di ascoltare il “mitico” personaggio di Pulp Fiction: «Sono il signor Wolf, risolvo problemi». Ma mi sembra pure di sentire il marketing dello strizzacervelli che ingrassa il proprio conto in banca sfruttando al meglio il disagio della Civiltà (come lo invidio!): «Riparo anime in vista della migliore performance!» Riparare il corpo, riparare l’anima, riparare la psiche: praticamente un’officina della macchina umana, contro la quale si scaglia lo psicoanalista Massimo Recalcati, che cito con piacere, anche per iniziare a scrivere qualcosa di intelligente: «Per il discorso medico in generale il sintomo è un’alterazione da sanare, mentre per la psicoanalisi è innanzitutto la manifestazione della verità più intima del soggetto […] Che cosa diventa il sintomo per le terapie mediche? Un disfunzionamento che si tratta di normalizzare attraverso precise tecniche di riabilitazione […] L’uomo guarito è l’uomo adattato. L’estirpazione del sintomo coincide così con una ortopedia psicologica dell’io» (Elogio dell’inconscio, Bruno Mondadori, 2010). Estirpare il sintomo equivale a uccidere il soggetto, armonizzandolo con l’Universo in quanto materia inorganica. Cosa voglio dire? Adesso ci arrivo.

Recalcati indirizza la sua critica alla psicoterapia ridotta a «medicalizzazione specialistica e tecnologica», e difende la possibilità di una psicoanalisi concepita come «teoria critica della società». «Certo – obietta con sarcasmo il principio di realtà –, tutto bello, tutto vero: e chi dice il contrario! Ma ragazzi, qui c’è da mandare avanti una società! La gente deve andare a lavorare ogni giorno che Freud e Marx mandano in Terra, deve sbrigarsela coi figli, con i parenti, con lo Stato, col sesso (sì, anche col sesso, che può diventare un problema): che stress! È facile assumere un punto di vista critico sui meccanici del corpo, dell’anima e della psiche: però, guai se non ci fossero!» Ma non nego affatto il bisogno sociale di queste figure professionali, assolutamente indispensabili nelle società capitalisticamente avanzate. Semplicemente assumo un atteggiamento negativo (irresponsabile, disfattista, insomma: critico-radicale) nei confronti della società che produce sempre di nuovo questo bisogno. Tutto qui. Al «pensare positivo» degli uomini di successo, che non a caso si rivolgono innumerevoli alla Soka Gakkai, oppongo il pensare negativo di chi odia il dominio sociale e vuole trascenderlo, almeno col pensiero.

E come non nego il bisogno sociale di una «ortopedia psicologica dell’io», analogamente non mi riguarda l’atteggiamento illuminista di chi irride il bisogno di una ortopedia religiosa – e persino mistica – dell’anima. Il fatto che «La Soka Gakkai Internazionale è un movimento religioso di laici» non mi crea nessun fastidio. Non è questo il punto. Sono tecnicamente ateo, non filosoficamente ateista: il misticismo, di qualunque genere, per me non è una questione di ignoranza, ma di condizioni sociali, di rapporti sociali.

A proposito di illuminismo: in diverse parti del testo buddista si fa sfoggio di una concezione del mondo che non posso definire in altro modo se non come un mix, abbastanza sgradevole al palato, di materialismo volgare (in salsa engelsiano-spinoziana: «Legge dell’Universo», «Sostanza Universale») e di misticismo volgare. Un piccolo saggio: «Miliardi di vite si intrecciano dentro e fuori di noi, attraversate da energie invisibili. Una pietra è fatta di atomi. La composizione chimica di base è la stessa: siamo fatti di carbonio, idrogeno, ossigeno, come un fiore, un granello di polvere, un pianeta. Siamo parti di stelle che contemplano le stelle». «Noi siamo figli delle stelle», cantava Alan Sorrenti ai bei tempi, e Wilhelm Reich la pensava allo stesso modo, almeno nel suo tardo periodo cosmologico. «L’energia, la luce, il mare, i pensieri, le orbite dei pianeti: c’è un ritmo vitale alla base di tutto, musica suono, armonia […] Prima di tutto siamo immersi nell’universo. I telescopi più avanzati hanno scoperto finora 100 miliardi di galassie. La Via Lattea è composta a sua volta da centinaia di miliardi di stelle, le insondabili profondità dell’inconscio ci sfuggono; l’infinita vastità dello spazio ci sfugge. Miliardi di cellule lavorano incessantemente in un’armonia di inimmaginabile complessità. Solo per far funzionare i polmoni ne servono 300 miliardi».

Dio come mi sento piccolo, impotente e inutile al cospetto di queste cifre! La profondità dello spazio infinito mi getta in una terribile angoscia, nonostante la scienza moderna abbia confutato Pascal: pare che gli spazi infiniti non siano affatto silenziosi! Il senso di inadeguatezza mi devasta: in confronto all’enormità e all’armoniosa complessità della dimensione spazio-temporale, la caotica e miserabile dimensione storico-sociale mi appare improvvisamente una robetta davvero ridicola. Anni e anni inutilmente spesi a parlare di rapporti sociali, di capitalismo, di rivoluzione sociale: solo a pensarci arrossisco. E io che dicevo agli altri che a furia di pensare in piccolo, si diventa piccoli piccoli: appunto! Pensate: solo per far funzionare i polmoni occorre il lavoro di 300 milioni di armoniose cellule (non so perché mi è balzata alla mente la Cina: qualche magagna freudiano-marxista ci cova?): son cose che tolgono il respiro e che precipitano la mente in una insondabile profondità!

A propositi di insondabile profondità: nei passi citati si affaccia anche «una concezione palombaristica dell’inconscio»: «L’inconscio freudiano – scrive Recalcati – non ha nulla di mistico o di abissale, non è senza fondo […] L’inconscio freudiano è ciò che non smette mai di bucare il programma universalistico della Civiltà» (Elogio dell’inconscio). In effetti, l’inconscio non è una sentina senza fondo delle pulsioni, ma il luogo nel quale il corpo (soma e psiche) scrive il suo Programma del Desiderio, il quale tutt’altro che raramente si scontra con il «Programma universalistico della Civiltà», che dispensa ad esempio queste preziose perle di saggezza: «Il segreto non è cercare di non aver problemi, ma imparare a vivere bene in mezzo a essi» (Felicità in questo mondo). Ma il programma del Desiderio è sordo a questa Civile richiesta, e crea innumerevoli magagne. Per fortuna!

Giustamente Recalcati critica l’ideologia ingenua e retorica della liberazione individuale, e, infatti, nel mio infinitamente piccolo (sono circondato da centinaia di trilioni di galassie, mica da bruscolini!) cerco di impastare in modo artigianale una teoria non ingenua e non retorica della liberazione sociale. La Soka Gakkai può in qualche modo, magari per vie traverse e misteriosamente dialettiche, aiutarmi in questo diuturno sforzo? Non è una domanda retorica: ormai da molto tempo ho dismesso ogni forma di settarismo, mentre ho aderito con entusiasmo al principio aureo della fecondità, il quale ceca di individuare il vero anche mercé il falso. Ragion per cui leggo scevro da qualsivoglia pregiudizio quanto segue: «”La vita assomiglia al vibrare delle note. E l’individuo a uno strumento a corde”, scriveva Beethoven nel suo diario. Se l’individuo non ha l’intonazione giusta, non può risuonare con ciò che lo circonda. Anzi, la sua dissonanza “disturba l’armonia che si ode in un coro ben intonato”» (Felicità in…). Per la Nona sinfonia di Beethoven, qui mi si provoca!

No, non ci siamo, amici illuminati: è proprio nella dissonanza – come nel sintomo freudiano – che si cela un residuo di umanità e che si esprime la possibilità di una vita umana (non «più umana», che è un ossimoro). È nella disarmonia che si manifesta una certa resistenza alla tanto dibattuta (e non compresa) «omologazione». La dissonanza, non l’armonia, è la musica che parla con verità alle orecchie di un’umanità annichilita dal coro disumano. Chi vuole armonizzare l’individuo con i tempi collabora alla sua disumanizzazione. Il dominio sociale ringrazia. E presenta il conto. Salatissimo, c’è bisogno di dirlo?

Proprio «la sofferenza psicologica della disarmonia», che voi volete sradicare con tanto illuminato zelo, è il sintomo di qualcosa che può ancora dispiegarsi a soccorso dell’uomo; è quella sofferenza che ci dice che il dominio, per quanto grasso possa mettere nell’ingranaggio (anche sottoforma di psicoanalisi positiva e di buddismo), trova ancora qualche frizione che genera scintille. «Vogliamo essere felici in questo mondo: qui e adesso»: ho capito, amici illuminati. Posso forse biasimarvi? Cosa pensate che cerchi io stesso? Ma posso dirvi che avete un concetto assai modesto della «felicità»? L’ho appena detto! Se la recitazione quotidiana del Nam-myoho-renge-kyo vi fa sentire persone migliori, più in armonia col vasto Universo, non sarò certo io a ridicolizzarvi: la vita è dura e ognuno legittimamente cerca di sfangarla soffrendo il meno possibile. Però, amici illuminati, non venite a parlarmi di «rivoluzione umana del singolo»: ci sto un attimo a impugnare la pistola!

Vedete, amici illuminati, ho avuto sempre un gran rispetto per l’oppio, in quanto balsamo per le anime doloranti (tutti noi!); ma quando la sostanza balsamica si rovescia in ideologia, ossia in falsa coscienza, non posso fare a meno di pensare all’arma fine di mondo. È più forte di me. È proprio vero, sono un gran figlio di… buddana!