DRAGHI DOCET!

Mario Draghi hearing at European parliament committee

Mi improvviso agenzia stampa e sintetizzo, con parole mie, l’intervento fatto questo pomeriggio da Mario Draghi davanti alla Commissione Affari Economici e Finanziari del Parlamento Europeo. Inutile dire che i Parlamentari europei hanno approfittato dell’occasione per bombardare il Presidente della BCE con domande sulla Grecia: «Ci sarà la Grexit?», «stiamo facendo tutto il possibile per evitare la Grexit?», «è sostenibile l’uscita della Grecia dalla zona-euro?», «che ne sarà dell’euro e dell’Unione Europea?», «dove stanno i torti e dove le ragioni?». Il Presidentissimo se l’è cavata, a mio modesto avviso, da par suo, ossia esibendo intelligenza politica, competenza economica, assoluta mancanza di retorica; soprattutto, egli non ha concesso nulla al “vogliamoci bene” tanto praticato nell’italico Palazzo. A questo punto il “bizzarro” di turno è autorizzato a darmi del draghista: non mi offendo mica.

Sulla Grecia, tema scottante del giorno, Draghi ha svicolato con la solita destrezza («Abbiamo bisogno di un accordo forte e complessivo con la Grecia, che produca crescita, sia socialmente equo e finanziariamente sostenibile»: che bella quadratura del cerchio!) , lasciando sul tappeto un solo concetto chiaro: «La palla è nella metà campo della Grecia». Intanto Tsipras e Varoufakis continuano a “fare melina”; forse sperano in un loro improvviso e bruciante contropiede. I compagni tifosi sono pronti a festeggiare il goal ellenico.

La politica monetaria, ha osservato Draghi, non può fare quello che può fare solo una politica economica orientata alle riforme strutturali, le sole che possono creare le condizioni per una vera e duratura crescita in quei Paesi che oggi soffrono di bassa produttività sistemica, alta tassazione, alto indebitamento pubblico, diffusa corruzione, un mercato del lavoro obsoleto (non competitivo), un welfare finanziariamente e socialmente insostenibile (vedi anche trend demografico), ampio parassitismo sociale – la locuzione è mia, il concetto del Presidente della BCE. La politica monetaria (vedi quantitative easing) può certo dare un contributo alla ripresa ciclica dell’economia (lungo un arco di due anni), ma non può certo creare i fattori strutturali che la determinano e la sostengono: è sbagliato chiedere o attendersi  da quella politica ciò che essa non può dare. Tradotto in volgare: il tanto decantato Q E non può fare miracoli.

Così com’è sbagliato, ha continuato Draghi, far finta di non sapere quel’è il mandato istituzionale della BCE: la stabilità dei prezzi e della moneta unica. Molti leader politici che hanno paura di assumersi la responsabilità di misure economiche impopolari usano la Banca Centrale come una sorta di capro espiatorio, e l’accusano di voler fare politica a tutto campo, di voler mettere becco su tutto, quasi a voler commissariare la politica; altri vorrebbero invece che fosse essa a togliere dal fuoco castagne fin troppo scottanti, e così l’accusano di troppa timidezza politica e di scarsa lungimiranza politica. Ma alla BCE compete solo una politica monetaria!

Continuare poi a presentare come esigenze opposte la sostenibilità finanziaria e la crescita, l’equità sociale e la ricerca della produttività, gli investimenti pubblici (purché produttivi!) e la libera iniziativa privata è indice di scarsa conoscenza dei meccanismi economici. Naturalmente occorre diminuire la disoccupazione, aumentare i salari e difendere il potere d’acquisto delle pensioni; ma come si ottengono questi risultati? Allargando i cordoni della spesa pubblica finanziata con la tassazione? «Io non credo, e anche il caso greco dimostra che quella non è la via da seguire». Come mai il livello medio della disoccupazione nella zona euro si è mantenuto relativamente alto (intorno al 9%) anche prima della crisi internazionale? E come mai la crescita economica dell’Unione Europea è stata bassa, sempre come dato medio, anche prima del 2007? La crisi economica internazionale ha semplicemente reso evidenti le magagne strutturali che tengono “imballato” il motore capitalistico europeo. Ripeto: le parole sono mie, i concetti sono del Presidentissimo.

Come usciamo da questo cul de sac? «Chiedetelo ai governi dei Paesi europei! Io non posso che ripetere il solito mantra: servono le riforme strutturali!» Dalle mie parti si dice: Tre peli ha il porco!

PAOLO FERRERO, LA LISTA TSIPRAS E IL «PRINCIPIO SPERANZA»

146347613_wide-b1e2a6d0c5326dbdb0c88c304f50ba56a39a17e8Per il leader del partito che vuole rifondare lo statalismo (che molti si ostinano ad associare, vai a capire poi perché, al “comunismo”), «La lista Tsipras rovescia l’ordine del discorso». La frase suona un po’ vendoliana, ma ha una sua efficacia semantica, diciamo così. Tuttavia, prima di tranciare conclusioni definitive vorrei capire un po’ meglio di cosa parla il simpatico leader.

«Il problema non è euro sì o euro no. L’alternativa non è tra uscire dall’euro o rimanere nell’euro». Bravo! Infatti, come sa chi cerca di attenersi a un punto di vista critico-radicale appena appena decoroso, l’alternativa vera è tra le diverse politiche (di “destra”, di “centro”, di “sinistra”, di sotto, di sopra) tese a conservare lo status quo sociale in Italia, in Europa e nel mondo, e la lotta di classe anticapitalistica condotta a tutti i livelli, “a 360 gradi”: dalla lotta operaia e proletaria per strappare, qui e subito, migliori condizioni di vita e di lavoro, fregandosene bellamente delle compatibilità aziendali, nazionali e continentali; a quella di più largo respiro (ma intimamente connessa alla prima) che si pone l’obiettivo di superare con uno scatto rivoluzionario in avanti il vigente regime sociale sempre più asservito all’economia basata sulla ricerca del massimo profitto. Altro che uscire dall’euro: si tratta piuttosto di uscire dal Capitale! Bravo Paolo, vai avanti così che ti seguo. Ma qualcosa dentro amleticamente mi rode.

Vuoi vedere che adesso mi tocca fare una severa autocritica anche a proposito dei rifondatori?! Ti prego, compagno Ferrero, salvami da quella pratica così sconveniente al mio carattere orgoglioso! E poi, Tsipras rovescerà pure «l’ordine del discorso», come tu narri in concorrenza all’amico Nichi (peraltro piuttosto nei guai negli ultimi tempi), ma di sostenerlo non se ne parla nemmeno, perché neanche sotto tortura abbandonerei la mia vecchia consuetudine astensionista: mai abbandonare le buone abitudini!

eleuro28Paolo Ferrero è un personaggio assai generoso e mi dà subito una mano: «Questo indirizzo politico parte da un presupposto molto semplice: l’Europa è un continente ricco, come ricca è l’Italia». Ecco, pericolo scampato! Grazie, caro leader!

A questo punto però bussano alla mia mente delle domande (poche, causa esiguo spazio…) per l’amico sinistrorso: ancorché ricca, l’Europa non è forse uno spazio sociale dominato ormai da qualche secolo dai rapporti sociali capitalistici, ossia da rapporti sociali di dominio e di sfruttamento? E la stessa cosa non vale forse per la «Repubblica nata dalla Resistenza» (non a caso fondata sul lavoro salariato: vedi art. 1 della «Costituzione [borghese] più bella del mondo»)? E ancora: la vigente ricchezza non si “declina” forse in termini schiettamente capitalistici? Francamente, dopo quello che Marx ha scritto sul Capitalismo non me la sento di ragionare in termini di ricchezza e di povertà senza fondare questi due antidiluviani concetti su un solido terreno classista. Ma, si sa, per i rifondatori dello statalismo (o dello «spazio pubblico comune», come dicono cercando di nascondere la lunga coda di paglia), lo slogan elettorale «anche i ricchi piangano» rimane il massimo concepibile in termini di teoria (che parolona!) e di prassi.

«La strada che noi proponiamo è l’abbandono delle politiche di austerità utilizzando la disobbedienza unilaterale ai trattati come forma concreta di trattativa e di pratica di una politica alternativa». Al di là della sua effettiva praticabilità sulla scorta degli attuali rapporti di forza intercapitalistici e interstatali, la «politica alternativa» che propongono Ferrero e i suoi colleghi diversamente europeisti è tutta radicata sul terreno della competizione capitalistica tra sistemi-paese concorrenti (il Fronte del Nord a guida germanica versus il Fronte del Sud a guida ancora non pervenuta), e quindi non fa che confermare un ordine sociale che a mio avviso va reciso alla radice e contrastato per mezzo di lotte sociali ad ampio spettro. Solo la lotta (degli operai, dei disoccupati, degli strati sociali azzannati dalla crisi economica e declassati) condotta fuori e contro i partiti e i sindacati di regime può assestare un effettivo colpo alle «politiche di austerità» lamentate da Ferrero, e può farlo sviluppando al contempo lo spirito d’iniziativa dei nullatenenti, l’obiettivo di gran lunga più importante, e per questo il più temuto dalla classe dirigente di un Paese. La logica della delega (politica e sindacale) è l’oppio che non permette ai proletari di diventare, per dirla con l’avvinazzato di Treviri, classe per sé e non per il Capitale. L’autonomia di classe è al centro del mio “programma politico”. Per onestà intellettuale devo ammettere che con un simile programma non si possano prendere voti. Né molti né pochi. Zero. Me ne farò una ragione!

Insomma, per quanto mi riguarda il tema che può fare avanzare il pensiero e la prassi nella giusta (anticapitalistica) direzione non è se restare nella moneta unica e nell’Unione europea, magari riformata in chiave progressista, o uscirne, ma piuttosto se restare o uscire dalla logica capitalistica, la quale trova conferma tanto nelle politiche austere della “destra neoliberista”, quanto nelle politiche distributive (peraltro la solita e sempre più rancida minestra keynesiana) della “sinistra alternativa”; sia nella rivendicazione della sovranità politica ed economica (e su questa chimera fascisti e stalinisti la pensano allo stesso modo), sia nella rivendicazione di «un’altra Europa».

«La crisi non è frutto della povertà dell’Europa ma di una ricchezza mal distribuita e di una politica economica che accentua questa cattiva distribuzione favorendo gli speculatori, la grande finanza, le grandi imprese. Per uscire dalla crisi basta rovesciare le politiche fatte sinora, redistribuendo la ricchezza, redistribuendo il lavoro, redistribuendo il potere e praticando una riconversione ambientale e sociale dell’economia. La disoccupazione, la precarietà, la paura del futuro non sono il frutto di una maledizione divina ma delle politiche di austerità incarnate dai trattati europei». È da quando esiste il moderno Capitalismo che i riformatori sociali cercano di raccontare ai senza riserve, a chi è costretto a vendersi sul mercato del lavoro per vivere, la favoletta secondo la quale la colpa delle crisi e delle altre magagne sociali è da attribuirsi alla cattiva volontà dei politici. Maledette non sono «le politiche di austerità incarnate dai trattati europei», maledetto è il Capitalismo tout court, dagli Stati Uniti alla Cina, dal Cile al Venezuela («rivoluzione bolivariana» compresa!), dall’Europa a trazione tedesca alla Russia del virile Putin, il seduttore di molti “antimperialisti” italioti – che fa pure rima con…

«Occorre partire dalla possibilità concreta del cambiamento non dalla paura. Occorre far leva sul principio di speranza, non sul terrore irrazionale». Ben detto! Ma il «principio speranza» si rovescia in un’ideologia ultrareazionaria se aderisce, di fatto, all’idea che un altro Capitalismo (più equo, più solidale, più ecologicamente sostenibile, più “umano”) è possibile. Il Capitalismo che ha il volto di Tsipras per me non si differenzia in nulla di sostanzialmente diverso dal Capitalismo che ha il volto della Merkel: sono, infatti, le facce di una stessa cattiva medaglia, e per quanto mi è possibile, ben consapevole di muovermi su un terreno ultraminoritario, faccio di tutto per convincere i miei colleghi proletari a non impiccarsi all’albero di “destra” piuttosto che a quello di “sinistra”, magari solo “tatticamente”, come mi sussurrano certe astute mosche cocchiere.

Lo so, non è di buon auspicio...

Lo so, non è di buon auspicio…

La sola speranza ben fondata è, a mio giudizio, quella che acquista la coscienza della vigenza del Dominio e della possibilità, hic et nunc, della Liberazione. Per questo mi batto da sempre contro coloro che con zelo hanno cercato di chiudere alla speranza ogni fessura, ogni crepa che si è aperta nel mostruoso edificio capitalistico: i cosiddetti “comunisti”.

Ricapitolando! Ferrero, da buon italiano/europeo keynesianamente orientato, vuole salvare l’Europa e il Bel Paese dalle «peggiori e più folli politiche neoliberiste»; per me si tratta invece di organizzare la fine di una società che non può che essere ostile alle classi subalterne in particolare, e alla stessa possibilità di una vita autenticamente umana in generale – e le due cose sono tra loro intimamente connesse: dove insiste la divisione in classi sociali degli individui è esclusa in radice la possibilità di un’esistenza autenticamente umana, ossia libera, razionale, orientata alla felicità.  Per Ferrero il Nemico da combattere non è il rapporto sociale capitalistico «in sé e per sé», prescindendo dalle sue contingenti manifestazioni politico-ideologiche; per lui i nemici si chiamano Angela Merkel, Martin Schulz, Renzi, Grillo, Salvini. E il cattivone di Arcore? Silvio non toglie neanche un voto alla lista Tsipras! Forse.