A SUA IMMAGINE E SOMIGLIANZA. Sul concetto di sussunzione reale del lavoro al capitale

La cooperazione degli operai comincia soltanto nel
processo lavorativo, ma nel processo lavorativo hanno
già cessato d’appartenere a se stessi. Entrandovi, sono
incorporati nel capitale (K. Marx).

 

1. Studiare l’Industrial Smart Working e la cosiddetta Fabbrica Intelligente (cioè robotizzata e digitalizzata), chiamata anche Industria 4.0 e in altri mille modi (tutti ugualmente suggestivi e idonei alla mistificazione del rapporto sociale capitalistico da parte di economisti, sociologi e politici “modernisti”), ha avuto per me soprattutto il significato di ritornare a riflettere su un fondamentale concetto marxiano: la sussunzione reale del lavoro sotto il capitale, con annessa dialettica tra sussunzione formale e sussunzione reale. Una dialettica che peraltro si presta benissimo, a mio avviso, come chiave di interpretazione analogica di molti e importanti fenomeni sociali che si danno fuori dai luoghi immediati della produzione del valore, e che investono appunto aspetti della nostra vita che sembrano non avere nulla a che fare con la sfera immediatamente economica. Di più: è proprio questa dialettica che, a mio avviso, giustifica l’uso – si spera non ideologico – del concetto di sussunzione totale della vita da parte del capitale, anche se è nella sfera produttiva (di plusvalore) che tale concetto trova il suo più pregnante e puntuale riscontro.

I teorici della Fabbrica Intelligente affermano che a differenza della vecchia fabbrica, quella di nuova concezione richiede agli operai non solo di eseguire gli ordini ma soprattutto di pensare (nientedimeno!), anche in “modalità creativa” e, addirittura, “critica” [1]. Ma si tratta di una truffa ideologica (vedi, ad esempio, il concetto di Coboticacollaborative robot –, che rimanda all’«assistenza collaborativa» del robot nei confronti del lavoratore), di un guazzabuglio terminologico inteso a capovolgere i termini della questione, a mistificare la realtà, la quale vede il capitale assorbire sempre più completamente nel proprio corpo il lavoratore. Marx parlava di lavoro vivo incorporato nel capitale – e il mio fin troppo suscettibile pensiero evoca subito certe scene particolarmente agghiaccianti del film La cosa! Certo, anche di Alien.

Il robot non assiste in modo collaborativo il lavoratore, come vuole la “cobotitica”, ma per un verso accelera enormemente l’obsolescenza di macchine e capacità lavorative, e per altro verso rende più produttiva ogni singola “risorsa umana”. Il concetto di uso capitalistico delle macchine dà perfettamente conto del ruolo che la robotica ha ormai da diverso tempo nel processo produttivo immediato e nella sfera economica nel suo complesso.

«Il futuro del lavoro è nelle nostre mani e l’intelligenza artificiale è solo l’ultimo anello di una lunga catena di straordinari sviluppi concepiti e realizzati dall’uomo» [2]. Mi permetto una piccolissima correzione: posto l’attuale status quo sociale il futuro è sempre più saldamente nelle mani del capitale, per conto del quale gli individui realizzano la  «lunga catena di straordinari sviluppi» tecno-scientifici che concorrono a tenerci ben stretti al carro del Dominio. Nella cosiddetta fabbrica digitale, come e più che nella fabbrica “analogica”, si parla una lingua sola: quella, appunto, del capitale – e non quella dell’Algoritmo, come vuole un certo pensiero feticistico. E unità di linguaggio significa dominio totale sui lavoratori, la loro totale integrazione nelle disumane necessità del Moloch.

«Da un lato l’economia digitalizzata e globalizzata ha delle esigenze, soprattutto in termini di flessibilità e professionalità, ignote alla società industriale novecentesca, dall’altra il lavoro intrecciato sempre di più con la conoscenza da un lato, e con la dequalificazione

e la precarietà dall’altro, pongono esigenze di personalizzazione dei rapporti di lavoro che vanno al di là della mera conservazione del posto (l’istituto chiave del diritto novecentesco)» Questa «personalizzazione» non si traduce affatto in un adattamento della “tecnologia intelligente” alle qualità e alle necessità dei lavoratori, ma, all’opposto, realizza una più completa adattabilità dal lavoro vivo al lavoro morto, alla “macchina intelligente” [3]. Il comando sul lavoro da parte del capitale è dunque il perno concettuale e – soprattutto – reale che ci permette di capire la società-mondo del XXI secolo e le molteplici/contraddittorie dinamiche (economiche, politiche, geopolitiche, ideologiche, ecc.) che lo modellano e rimodellano sempre di nuovo (più che “liquida”, oggi la vita appare gassosa), e con una rapidità che può sorprendere solo chi sottovaluta la potenza sociale del Moloch.

2. Sviluppando il concetto marxiano di sussunzione reale sulla base della società capitalistica del XXI secolo, quasi “naturalmente” giungiamo all’elaborazione del concetto di sussunzione totale, ossia di una piena integrazione del lavoro vivo nella prassi del capitale, che sembra non lasciare ai lavoratori che residuali brandelli di autonomia esistenziale. Tale concetto appare adeguato, sebbene assai più problematico dal punto di vista della teoria del valore (mi riferisco alla marxiana distinzione tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo), anche quando volgiamo l’attenzione sulla sfera economica considerata nella sua compatta (e disumana) totalità sociale e sulla vita quotidiana di tutti gli individui, sempre più asservita, fin nei minimi dettagli, alle esigenze del Moloch sociale. È proprio qui, a questo livello “esistenziale”, che il concetto adorniano di composizione organica dell’individuo, elaborato dal filosofo tedesco in analogia – in realtà si tratta di ben più che di una semplice analogia – con il noto concetto marxiano di composizione organica del capitale, trova a mio avviso una sua puntuale applicazione: «Novissimum organum. È stato dimostrato da tempo che il lavoro salariato ha foggiato le masse dell’età moderna, e ha prodotto l’operaio come tale. In generale, l’individuo non è solo il sostrato biologico, ma – nello stesso tempo – la forma riflessa del processo sociale, e la sua coscienza di se stesso come un essente-in-sé è l’apparenza di cui ha bisogno per intensificare la propria produttività, mentre di fatto l’individuo, nell’economia moderna, funge da semplice agente del valore. […] Decisiva, nella fase attuale, è la categoria della composizione organica del capitale. Con questa espressione la teoria dell’accumulazione intendeva “l’aumento della massa dei mezzi di produzione a paragone della massa della forza-lavoro che li anima”. Quando l’integrazione della società, soprattutto negli stati totalitari, determina i soggetti, sempre più esclusivamente, come momenti parziali nel contesto della produzione materiale, la “modificazione nella composizione organica del capitale” si continua negli individui. Cresce così, la composizione organica dell’uomo. […] La tesi corrente della “meccanizzazione” dell’uomo è ingannevole, in quanto concepisce l’uomo come ente statico, sottoposto a certe deformazioni ad opera di un “influsso” esterno, e attraverso l’adattamento a condizioni di produzione esterne al suo essere. In realtà, non c’è nessun sostrato di queste “deformazioni”, non c’è un’interiorità sostanziale, su cui opererebbero – dall’esterno – determinati meccanismi sociali: la deformazione non è una malattia che colpisce gli uomini, ma è la malattia della società, che produce i suoi figli come la proiezione biologistica vuole che li produca la natura: e cioè “gravandoli di tare ereditarie”» [4]. Quando parliamo di mercificazione della vita umana (a partire dalla capacità lavorativa venduta e acquistata in guisa di merce) evochiamo un mondo (fatto di attività, di relazioni, di affetti, di speranze e di sogni) radicalmente disumano e disumanizzante che lascia ben poco oltre i suoi confini, i quali sono fatti della nostra stessa sostanza, e difatti nemmeno li consideriamo come tali. Quantomeno, chi è in carcere sa di essere segregato fisicamente dentro una dimensione che può toccare, vedere, annusare, concepire facilmente.

È con questa pessima realtà, che certamente non invita all’”ottimismo della rivoluzione”, che l’anticapitalista della nostra epoca deve fare i conti. Naturalmente a chi è incline alla facile depressione, è vivamente sconsigliato di approcciare il nostro respingente mondo senza una cospicua scorta di sostanze ideologiche – ma in questo caso egli si confronterebbe con un mondo che esiste solo dentro la sua testa “rivoluzionaria”. L’ideologia è l’oppio del “rivoluzionario” che soffre e non comprende: non pochi teorici della “biopolitica” condividono questa triste condizione.

Dall’organizzazione scientifica della produzione (taylorista, fordista e toyotista), siamo dunque passati all’organizzazione scientifica della vita di tutti e in tutto il mondo – essendo beninteso la scienza, insieme al suo “risvolto” tecnologico, una potente espressione del capitale. Ciò che fa della scienza della natura di questa epoca storica una scienza capitalistica non è, ovviamente (ma anche questo solo fino a un certo punto), l’oggetto del suo interesse, ossia la natura, ma i rapporti sociali dominanti che la rendono di fatto possibile e la potenza sociale (il Capitale) che la usa come un potente strumento di dominio e di sfruttamento dell’uomo e della natura. La natura capitalistica della scienza non ha dunque nulla a che fare con la volontà dei singoli scienziati: si tratta piuttosto di una determinazione oggettiva che si dà alle loro spalle e contro la loro stessa coscienza di individui desiderosi di lavorare per il bene dell’umanità.

Fin qui ho cercato di introdurre, lo ammetto un po’ alla rinfusa, alcuni concetti che adesso cercherò di chiarire.

Sussunzione formale, sussunzione reale: di che si tratta? La domanda è rivolta in primo luogo a me stesso, come retorica sollecitazione a ordinare meglio le idee, ma anche a chi non avesse ancora approfondito il fondamentale tema, con il consiglio di rivolgersi direttamente ai testi marxiani qui citati.

Nel Capitolo XIV della V Sezione del Primo libro del Capitale, Marx si sofferma sulla distinzione, reale e concettuale, che insiste tra  plusvalore relativo e plusvalore assoluto – la cui genesi egli tratta nella III Sezione (La produzione del plusvalore assoluto) e nella IV Sezione (La produzione del plusvalore relativo). In queste pagine egli nelle quali si dimostra come in regime capitalistico il processo lavorativo, che attiene all’aspetto oggettivo (tecnico, materiale, organizzativo) della produzione, è anche e fondamentalmente un processo di valorizzazione, ossia di creazione di un valore (espresso in denaro) maggiore  (un plus di valore) rispetto a quello investito nella produzione di una merce. Il concetto fondamentale da tenere bene in mente è che per Marx «La produzione capitalistica non è soltanto produzione di merce, è essenzialmente produzione di plusvalore. […] Quindi non basta più che l’operaio produca in genere. Deve produrre plusvalore. È produttivo solo quell’operaio che produce plusvalore per il capitalista, ossia che serva all’autovalorizzazione del capitale. […] Il concetto di operaio produttivo non implica dunque affatto soltanto una relazione fra attività ed effetto utile, fra operaio e prodotto del lavoro, ma implica anche un rapporto di produzione specificamente sociale, di origine storica, che imprime all’operaio il marchio di mezzo diretto di valorizzazione del capitale. Dunque, esser operaio produttivo non è una fortuna ma una disgrazia» [5]. I concetti di lavoro produttivo e lavoro improduttivo, che Marx riprende dall’economia politica “classica” [6], hanno un significato solo se riferiti al modo di produzione capitalistico e non intendono esprimere alcun giudizio di valore – se non nel senso appena visto: «esser operaio produttivo non è una fortuna ma una disgrazia». Il concetto di lavoro salariato (il lavoro di cui parla anche la Costituzione Italiana all’Art 1) come maledizione sociale è al cuore della teoria marxiana del valore, e sotto questo aspetto i critici borghesi di Marx non hanno affatto torto, ovviamente sempre all’avviso di chi scrive, quando sostengono che il comunista di Treviri anche in campo economico non ha fatto scienza, ma piuttosto (tradotto nella “mia” vetusta terminologia) coscienza rivoluzionaria, coscienza di classe. Naturalmente qui si prende per buono il significato (ideologico nell’accezione marxiana del termine: pensiero falso, capovolto, “a testa in giù”) di scienza stabilito dal pensiero oggi socialmente dominante.

Purtroppo la pessima condizione dei nullatenenti non crea spontaneamente in loro una coscienza rivoluzionaria, non fa di essi una soggettività “ontologicamente” anticapitalista, come forse credono gli intellettuali sempre a caccia di nuovi “soggetti rivoluzionari” – del genere “operaio sociale”, “proletariato cognitivo” e via di seguito. Ma non divaghiamo!

Per quanto riguarda i concetti di lavoro produttivo e lavoro improduttivo, c’è da dire che la produzione e la vendita dei servizi in modalità mercantile (il servizio-merce) [7] non muta il carattere improduttivo della sfera dei servizi, la quale si appropria, sottoforma di profitto (commerciale, finanziario, genericamente “terziario”) una parte del plusvalore generato nella sfera capitalisticamente produttiva, cioè nell’industria e nel settore agricolo – distinzione, questa, puramente formale, soprattutto nel Capitalismo del XXI secolo.

Tutte le attività che per il capitale industriale rappresentano un mero costo, delle spese improduttive, pur essendo necessarie al processo di produzione considerato nella sua totalità («faux frais della produzione») [8], presto o tardi subiscono un processo di esternalizzazione che crea nuove attività per i capitali in cerca di profitti fuori della sfera industriale. La divisione sociale del lavoro si allarga e diventa sempre più complessa, finendo per rendere problematica la stessa individuazione della sua genesi, delle cause che l’hanno generata, e ciò confonde nella testa dell’economista superficiale (o volgare/triviale, per dirla con Marx) la fondamentale distinzione che passa tra attività produttive e attività improduttive – sempre capitalisticamente parlando. La complessità sul terreno economico è la madre di tutti i feticismi.

Tra l’altro, la mitizzazione feticistica dell’economia “immateriale” che domina la scienza economica dei nostri giorni, trascura una realtà che sta sotto gli occhi di tutti: la gigantesca varietà di merci che esistono oggi, la quale fa impallidire l’immane raccolta di merci di cui parlava Marx ai suoi tempi. Per non parlare della loro quantità. La continua moltiplicazione dei bisogni “artificiali” (ma sarebbe più corretto definirli senz’altro sociali) realizza la moltiplicazione delle merci chiamate a soddisfarli, e qui il marketing si fa davvero scienza sociale di prima grandezza. È sufficiente pensare, ad esempio, al numero di elementi materiali che compongono uno smartphone, per capire che soffochiamo, letteralmente e molto più di prima, dentro una «immane raccolta di merci». L’”Internet delle cose” realizza lunghissime catene del valore che coinvolgono, per ogni singolo prodotto, molti Paesi del primissimo come dell’ultimissimo mondo – pensiamo all’economia che gira intorno alla produzione del cobalto, del litio, delle terre rare, un’economia peraltro che odora molto di Imperialismo [9].

Il rapporto capitalistico di produzione (di “beni e servizi”) domina, in modo sempre più totalitario, l’intera sfera economica, ma questa realtà non ha significato il superamento della “vecchia” distinzione tra lavoro produttivo e improduttivo (e tra plusvalore e profitto, essendo il primo la base “valoriale” di ogni tipologia di profitto e di rendita): si tratta di un limite storico insuperabile perché è immanente al concetto stesso di capitale.

Il fatto che il rapporto sociale capitalistico abbia sussunto sotto di sé qualsiasi attività lavorativa, producendo anche i servizi in guisa di “merci immateriali”, non significa affatto, come già detto, che qualsiasi attività lavorativa sia diventata produttiva – almeno nell’accezione marxiana del concetto, o, ancora più precisamente, all’idea che chi scrive si è fatto di quel concetto. Non tutti i lavori sottomessi al rapporto capitalistico sono per ciò stesso lavori produttivi.  Non lo sono, a mio avviso, quei lavori che producono a favore del capitale non plusvalore ma profitto, il quale è una forma derivata (secondaria) del primo, è una sua decurtazione (pensiamo al profitto commerciale che drena una fetta del plusvalore industriale). Il lavoro che produce profitto valorizza il capitale che lo sfrutta, e in questo ristretto senso tale lavoro può essere considerato produttivo; ma questo profitto non rappresenta la creazione di nuovo valore prima inesistente nella società, anzi ne rappresenta una diminuzione, appunto perché esso sorge attingendo a un plusvalore già esistente, e in questo senso quel lavoro è da considerarsi improduttivo se considerato socialmente, che poi è il solo punto di vista che permette di apprezzare la complessa dialettica tra plusvalore e profitto, tra valorizzazione primaria (basica) e valorizzazione secondaria (derivata). Questa dialettica ha un preciso riscontro nella guerra intercapitalista per la spartizione del plusvalore (che molti capitali incamerano sotto forma di profitto, di rendita e altro) e nella contraddittoria dinamica dell’accumulazione capitalistica – un problema che qui non è il caso neanche di sfiorare. Come sosteneva Marx, con la trasformazione del plusvalore in profitto si «nasconde sempre più la vera natura del plusvalore e quindi l’effettivo meccanismo del capitale», e questo già nel processo di formazione del saggio generale del profitto, ossia nell’esistenza del capitale che opera nella sfera produttiva di plusvalore come capitale sociale – media sociale dei capitali individuali [10].

È vero che ai tempi di Marx solo poche attività generatrici di servizi erano assoggettate al rapporto capitalistico, ma la distinzione marxiana tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo non riguarda l’estensione, più o meno grande, di quel rapporto alla sfera dei servizi, ma la stessa natura di essi, il loro essere «prodotto inseparabile dall’atto del produrre» [11]. La filiera capitalistica del valore fecondato dal lavoro vivo è la seguente: pluslavoro → plusprodotto → plusvalore; ossia: tempo (di lavoro) → prodotto (del lavoro) → denaro (espressione e sintesi dell’intero processo produttivo considerato socialmente). Per essere capitalisticamente produttivo il lavoro deve produrre plusvalore, non “semplice” profitto, il quale deriva concettualmente e realmente dal primo. La definizione marxiana del lavoro produttivo non è cioè riferita né ai valori d’uso dei prodotti del lavoro (materiali o immateriali che essi siano), né al profitto genericamente inteso, ossia a un generico arricchimento del capitale che sfrutta il lavoro.

Lo sviluppo capitalistico non è riuscito a superare i limiti oggettivi immanenti alla dialettica plusvalore-profitto, e solo la gigantesca circolazione di capitale fittizio in ogni sfera economica e sociale nasconde la natura storicamente vecchia e decrepita del capitale, cosa che appare evidente nelle crisi economiche generali, quando il gigantesco castello di carta costruito con valori economici puramente nominali crolla, lasciando a terra morti e feriti – metaforici e reali. È allora che la radice “valoriale” che tiene insieme la baracca capitalistica appare in tutta la sua putrescente e limitata esistenza. Naturalmente occorrono occhi giusti per vedere l’enormità della cosa. E qui ritorniamo al concetto di coscienza di classe che abbiamo già incontrato.

«Ogni lavoratore produttivo è un salariato, ma non per questo ogni salariato è un lavoratore produttivo. Se il lavoro viene comperato per essere consumato come valore d’uso, come servizio, anziché sostituirlo, come fattore vivente, al valore del capitale variabile e incorporarlo al processo di produzione capitalistico, questo lavoro non è un lavoro produttivo ed il salariato non è un lavoratore produttivo. Il suo lavoro, allora, è consumato in ragione del suo valore d’uso, non in quanto pone valore di scambio» [12]. L’uso del lavoro improduttivo crea un servizio di qualche tipo; l’uso del lavoro produttivo, invece, conserva il vecchio valore («capitale morto») e ne crea uno interamente nuovo (plusvalore), inesistente nella società prima dell’atto produttivo, oltre naturalmente ad aggiungere il suo proprio valore («capitale variabile», salario). Il profitto che il lavoratore improduttivo permette di incassare al suo padrone, non solo non rappresenta un valore assolutamente nuovo, ma si spiega, logicamente ed economicamente, solo a partire dalla creazione del plusvalore, la cui essenziale caratteristica è quella di provenire solo dal lavoro vivo, dall’atto immediato della valorizzazione attraverso la produzione, e da nient’altro. Il plusvalore appartiene interamente alla sfera della produzione; il profitto (quando non coincide, come accadeva soprattutto nella fase infantile del capitalismo, con il profitto industriale) nasce nella sfera della circolazione, nel cui seno prende corpo la produzione dei servizi.

«Questo fenomeno, che cioè con lo sviluppo della produzione capitalistica tutti i servizi si trasformano in lavoro salariato e tutti gli esecutori di questi servizi si trasformano in lavoratori salariati, che cioè essi hanno in comune questa caratteristica con i lavoratori produttivi, permette di scambiare i due termini tanto più perché è un fenomeno che caratterizza la produzione capitalistica e che è da questa creato. D’altra parte, permette agli apologeti di trasformare il lavoratore produttivo, poiché è un lavoratore salariato, in un lavoratore che scambia semplicemente i suoi servizi contro denaro. Con ciò viene felicemente ignorata la diversità specifica di questo “lavoratore produttivo” e della produzione capitalistica – come produzione di plusvalore, processo di autovalorizzazione del capitale il cui semplice agente incorporato è il lavoro vivo. […] Certi lavori improduttivi possono incidentalmente essere collegati al processo produttivo e il loro prezzo stesso può entrare nel prezzo delle merci e quindi il denaro speso per essi può rappresentare una parte del capitale anticipato ed il loro lavoro apparire come un lavoro che si scambia non con reddito ma direttamente con capitale» [13]. È lo stesso sviluppo capitalistico basato sullo sfruttamento sempre più scientifico della forza-lavoro a creare i presupposti per un’espansione dell’area capitalisticamente improduttiva: «Lo straordinario aumento raggiunto dalla forza-lavoro produttiva nelle sfere della grande industria, accompagnato com’è da un aumento, tanto in estensione che in intensità, dello sfruttamento della forza-lavoro in tutte le restanti sfere della produzione, permette di adoperare improduttivamente una parte sempre maggiore della classe operaia» [14]. Teniamo presente che Marx scriveva nel 1867, cioè sulla scorta di una base tecnoscientifica del capitalismo che oggi ci appare “preistorica” in tutti i sensi, e quindi non bisogna sorprendersi dell’enorme rigonfiamento dell’area improduttiva dell’economia capitalistica, al contrario! Piuttosto occorre mettere questa tendenza in intima relazione con la crescita della composizione organica del capitale e con il processo allargato dell’accumulazione capitalistica, per capire come tutta questa complessa e contraddittoria dialettica incide sul saggio medio sociale del profitto e, quindi, con l’andamento dei cicli economici – con ciò che ne segue, in linea di principio, sulla dinamica politica e sociale.

Sui concetti di valore, lavoro e denaro rinvio chi legge ai miei appunti di studio raccolti in due PDF: Il dominio dell’astratto (2019), Capitale monetario e capitale operante (2014).

3. Il processo produttivo capitalistico colto nella sua totalità sociale è in effetti qualcosa di molto complesso, ma l’analisi critica dei suoi molteplici momenti consente al pensiero che si sforza di afferrarne l’essenza (il processo produttivo capitalistico come processo di produzione di plusvalore) di farsi strada nella complessità senza rimanere incagliato nella sua caotica e contraddittoria fenomenologia. Quando non si vuole fare questo sforzo, o si ha in testa un’idea (meglio, un’ideologia) che per forza si vuol fare corrispondere alla realtà, si possono scrivere passi solo apparentemente radicali come quelli che seguono: «Nel contesto bioeconomico la produzione della ricchezza (valore aggiunto o surplus) ha cha fare sia con l’attività di produzione che di riproduzione della vita sociale stessa: diventa così molto più complicato distinguere tra lavoro produttivo, riproduttivo e improduttivo». Certo, difficile, ma non impossibile, tutt’altro, e certamente lo sforzo appare fondamentale per comprendere la reale dinamica del processo capitalistico, del conflitto sociale e delle politiche “suggerite” alla politica dalle classi dominanti. Riprendo la citazione: «Il lavoro – materiale, immateriale, cognitivo, corporale – produce e riproduce la vita sociale. L’impossibilità di distinguere produzione e riproduzione implica l’incommensurabilità del tempo e del valore. Un esempio eclatante è costituito proprio dal lavoro cognitivo, nel quale il ruolo della scienza, del sapere, degli affetti e della comunicazione sono tutte variabili che influenzano la dinamica della produttività, ma la cui origine non è declinabile a livello di singolo essere umano, ma solo come esito di un processo di cooperazione sociale. È ciò che Marx definisce il “general intellect”. Secondo Marx, ad un certo punto dello sviluppo capitalistico (che Marx proietta nel futuro), la forza-lavoro verrà fortemente intrisa della scienza, della comunicazione e del linguaggio. Il General Intellect è collettivo, intelligenza sociale creata dal processo di cumulazione del sapere, della tecnologia e del “know-how”. Il General Intellect è un bene comune, il cui valore non è misurabile».[15] È corretto scrivere che si tratta di «un punto dello sviluppo capitalistico che Marx proietta nel Futuro»? No. L’analisi marxiana presuppone infatti già nel presente (seconda metà degli anni Sessanta del XIX secolo) l’esistenza del carattere sociale («collettivo») della produzione capitalistica. Per il comunista di Treviri già allora il general intellect si dava come una forma di esistenza del capitale e come una sua formidabile forza produttiva, esattamente come lo è la cooperazione del lavoro che si sviluppa su basi capitalistiche: «La cooperazione degli operai comincia soltanto nel processo lavorativo, ma nel processo lavorativo hanno già cessato d’appartenere a se stessi. Entrandovi, sono incorporati nel capitale. Dunque, la forza produttiva sviluppata dall’operaio come operaio sociale è forza produttiva del capitale. La forza produttiva sociale del lavoro si sviluppa gratuitamente appena gli operai vengono posti in certe condizioni; e il capitale li pone in quelle condizioni. […] Come la forza produttiva sociale del lavoro sviluppata mediante la cooperazione si presenta quale forza produttiva del capitale, così la cooperazione stessa si presenta quale forma specifica del processo produttivo capitalistico, in opposizione al processo produttivo dei singoli operai indipendenti o anche dei piccoli maestri artigiani. È il primo cambiamento al quale soggiace il reale processo di lavoro per il fatto della sua sussunzione sotto il capitale» [16]. Ciò che a mio avviso rende attuale, oggi più di ieri, la marxiana teoria del valore (che, è bene sempre precisarlo, è la teoria dello sfruttamento del lavoro vivo da parte del capitale mediante l’uso del capitale morto: macchine e quant’altro), è appunto il suo respiro sociale, il suo presupporre il carattere assolutamente sociale («collettivo») del capitale, e questo in un’epoca storica in cui nello stesso Vecchio Continente permanevano larghe sacche di economia precapitalistica.

È partendo da questo presupposto concettuale e reale (sebbene ai suoi tempi non ancora del tutto dispiegato) che Marx ha potuto sviluppare il fondamentale concetto di saggio medio –  sociale – di profitto che sta alla base del prezzo di produzione  e che fa della legge del valore una legge della produzione sociale in regime capitalistico. Produzione non di cose, di oggetti d’uso, ma di valore e di plusvalore, non dimentichiamolo mai – anche solo per non rimanere impigliati nel feticismo della Cosa che è anch’esso un dato strutturale (non meramente ideologico) di questa società. Ecco cosa Marx scriveva, ad esempio, a proposito della «Formazione di società per azioni»: «Il capitale, che si fonda per se stesso su un modo di produzione sociale, e presuppone una concentrazione sociale dei mezzi di produzione e delle forze-lavoro, acquista qui direttamente la forma di capitale sociale contrapposto al capitale privato, e le sue imprese si presentano come imprese sociali contrapposte alle imprese private. È la soppressione del capitale come proprietà privata nell’ambito del modo di produzione capitalistico stesso» [17]. Prima di andare oltre Marx, impresa peraltro ammirevole proprio perché non del tutto agevole, bisogna prima averne compreso le opere e il metodo critico-analitico, cosa che moltissimi innovatori della legge del valore mostrano di non saper fare.

Insomma, altro che «bene comune»! Piuttosto, bene del e per il capitale: «Lo sviluppo del capitale fisso mostra fino a quale grado il sapere sociale generale, knowledge, è diventato forza produttiva immediata, e quindi le condizioni del processo vitale stesso della società sono passate sotto il controllo del general intellect, e rimodellate  in conformità ad esso; fino a quale grado le forze produttive sociali sono prodotte, non solo nella forma del sapere, ma come organi immediati della prassi sociale, del processo di vita reale» [18]. Marx non allude a una semplice tendenza storica, ma piuttosto a un modo necessario di essere del capitalismo nell’epoca della sussunzione reale del lavoro: egli si riferisce al suo presente, non al futuro. Ovviamente questa realtà non smette di svilupparsi, di approfondirsi, di radicalizzarsi, di espandersi (fino a inglobare l’intero pianeta e la nostra stessa “nuda vita”) senza tuttavia modificare i suoi tratti peculiari ed essenziali.

Ecco invece il futuro come viene fuori, sempre secondo il nostro comunista preferito, sul fondamento del presente capitalistico (e, ovviamente, dopo la rivoluzione sociale vittoriosa): «Il furto del tempo di lavoro altrui, su cui poggia la ricchezza odierna, si presenta come una base miserabile rispetto a questa nuova base che si è sviluppata nel frattempo e che è stata creata dalla grande industria stessa. Non appena il lavoro in forma immediata ha cessato di essere la grande fonte della ricchezza, il tempo di lavoro cessa e deve cessare di essere la misura del valore d’uso. Il pluslavoro della massa ha cessato di essere la condizione dello sviluppo della ricchezza generale, così come il non-lavoro dei pochi ha cessato di essere condizione dello sviluppo delle forze generali della mente umana. Con ciò la produzione basata sul valore di scambio crolla, e il processo di produzione materiale immediato viene a perdere anche la forma della miseria e dell’antagonismo. [Subentra] il libero sviluppo delle individualità, e dunque in generale la riduzione del lavoro necessario della società ad un minimo, a cui corrisponde poi la formazione e lo sviluppo artistico, scientifico ecc. degli individui grazie al tempo divenuto libero e ai mezzi creati per tutti loro. Il capitale è esso stesso la contraddizione in processo, per il fatto che tende a ridurre il tempo di lavoro a un minimo, mentre, dall’altro lato, pone il tempo di lavoro come unica misura e fonte di ricchezza. […] Da un lato esso evoca, quindi, tutte le forze della scienza e della natura, come della combinazione sociale e delle relazioni sociali, al fine di rendere la creazione della ricchezza (relativamente) indipendente dal tempo di lavoro impiegato in essa. Dall’altro lato esso intende misurare le gigantesche forze sociali così create alla stregua del tempo di lavoro, e imprigionarle nei limiti che sono necessari per conservare come valore il valore creato. Le forze produttive e le relazioni sociali – entrambi lati diversi dello sviluppo dell’individuo sociale – figurano per il capitale solo come mezzi, e sono per esso solo mezzi per produrre sulla sua base limitata» [19]. Tutto quello (la scienza, la tecnologia, la cooperazione sociale del lavoro, ecc.) che potrebbe emancipare i nullatenenti e, con essi, l’intera umanità, si presenta sul miserabile fondamento della società capitalistica come un formidabile strumento di dominio e di sfruttamento: solo la rivoluzione sociale anticapitalista è in grado, per Marx (e, assai più modestamente, per chi scrive), di liberare il processo di emancipazione universale oggi incatenato alla «base miserabile» di una società fondata sul «furto del tempo di lavoro altrui».

Detto solo en passant, va rilevato come nella concezione marxiana della Comunità umana (umanizzata) del futuro l’individuo («ogni individuo», «ogni membro di essa», «il libero sviluppo delle individualità») occupi il centro della scena, non sia cioè subordinato alla totalità sociale (magari rubricata come “bene comune”), come accade invece nella società capitalistica, il cui tanto propagandato “individualismo” cela la realtà di individui socializzati in senso atomistico e massificato. La libertà di ciascuno, il pieno sviluppo delle molteplici capacità individuali, la piena soddisfazione dei bisogni di ogni singolo membro della comunità: tutto questo rappresenta per Marx il fondamento di una Comunità autenticamente umana, creazione della libera e fraterna collaborazione degli individui che non conoscono la divisione classista degli individui, la divisione sociale del lavoro stabilità autoritariamente da qualcuno o da qualcosa (ad esempio, dallo stesso processo produttivo), lo Stato e tutto quello che connota una società informata da rapporti sociali di dominio e di sfruttamento – la relazione di dominio di classe implica necessariamente la relazione di sfruttamento di classe, e viceversa.

«Col rovesciamento dello stato attuale della società attraverso la rivoluzione comunista verrà attuata la liberazione di ogni singolo individuo» [20]: è il Programma Comunista di Marx – e di chi scrive.

I teorici della fine del lavoro [21] ai tempi della sua robotizzazione più spinta e generalizzata, sono vittima di un grave abbaglio ideologico che spesso smotta senz’altro nel ridicolo. La centralità del lavoro vivo come esclusivo mezzo per la creazione del plusvalore è, come detto sopra, una maledetta realtà del XXI secolo che solo il pensiero incapace di profondità e radicalità critico-analitica non è in grado di comprendere. Mentre è dalla fine degli anni Ottanta del secolo scorso che quei fini intellettuali parlano, appunto, di fine del lavoro, decine di milioni di individui in tutto il mondo sono entrati ogni anno nella disumana dimensione del lavoro produttivo: dalla Cina all’india, dall’Africa ai Paesi cosiddetti in via di sviluppo dell’Asia, contribuendo peraltro direttamente (nel mercato del lavoro) e indirettamente (con la svalorizzazione delle merci che compongono il paniere-salario) a una brusca svalorizzazione del lavoro vivo nelle società capitalisticamente avanzate dell’Occidente. La tesi della fine del lavoro si basa su una lettura superficiale e affrettata, oltre che ideologicamente orientata, dei fenomeni che travagliano il mondo della produzione negli ultimi trenta anni, come la precarizzazione del lavoro, l’esternalizzazione delle attività non immediatamente produttive un tempo svolte dalle imprese industriali, l’accelerazione nei processi di ristrutturazione tecnologica di quelle imprese, la delocalizzazione delle multinazionali, la globalizzazione capitalistica genericamente considerata, la finanziarizzazione di molte attività economiche, e così via.

4. Capitalisticamente parlando, è produttivo solo il lavoro che produce plusvalore, e non oggetti utili alla vita degli esseri umani, secondo una classica definizione dell’economia politica volgare. Scrive Marx: «Il prodotto specifico del processo di produzione capitalistico – il plusvalore – viene creato dallo scambio con lavoro produttivo» [22]. Il corpo della merce nasconde questa essenziale verità, per afferrare la quale occorre sottoporre la forma merce a un’analisi critica per così dire antifeticistica. Per capire il concetto di plusvalore occorre pensare la giornata lavorativa (ad esempio 7 ore di lavoro) come se fosse composta dalla somma di due distinte attività lavorative: in una (della durata ad esempio di 3 ore), il lavoratore riproduce il suo proprio valore [23], nell’altra (le rimanenti 4 ore) egli produce un plus di valore che il capitalista intasca a titolo puramente gratuito. Marx chiama tempo di lavoro necessario (a riprodurre la forza-lavoro) la prima parte della giornata di lavoro (3 ore), e tempo di lavoro superfluo quello erogato nel corso della seconda (4); ovviamente quello che appare superfluo dal punto di vista del lavoratore, è assolutamente necessario dal punto di vista di chi ne usa le capacità lavorative in vista di un profitto – nel nostro esempio elementare profitto e plusvalore si equivalgono. Si tratta di due punti di vista inconciliabili, ancorché entrambi legittimi sul fondamento della società capitalistica; due differenti prospettive “esistenziali” (sociali) che stanno alla base dell’antagonismo Capitale-Lavoro immanente al concetto stesso di capitale – il quale include quello di lavoro salariato. Il fondamento oggettivo (e al contempo soggettivo, perché afferisce al solo lavoro vivo) del plusvalore è il pluslavoro, che come abbiamo visto Marx chiama anche lavoro superfluo. L’oggettivazione “cosificata” del pluslavoro si ha nel plusprodotto, secondo la filiera del valore che abbiamo già incontrata. Il plusprodotto naturalmente lo incontriamo anche nelle economie precapitalistiche, mentre il plusvalore è un prodotto tipico dell’economia capitalistica, la quale generalizza la forma-merce (a partire dal lavoro) e la forma-denaro.

Il capitalista ha due modi per incrementare il plusvalore smunto al lavoratore: o allunga in modo assoluto la giornata lavorativa (portandola, nel nostro esempio, da 7 a 8), oppure, a parità di giornata lavorativa, la allunga solo relativamente al tempo di lavoro superfluo (da da 4 a 5), il che implica necessariamente un simultaneo accorciamento del tempo di lavoro necessario (da 3 a 2). Ma come può realizzarsi questo spostamento temporale senza toccare i limiti della giornata lavorativa?  Con l’introduzione delle macchine, e non in una singola impresa, o in un solo ramo industriale, ma in tutta la sfera industriale e, in linea di principio (è la realtà del XXI secolo), in tutte le attività sociali. Infatti, l’uso delle macchine rende molto più produttivo il lavoro, riducendo in tal modo il tempo di lavoro necessario a riprodurre la vita del lavoratore – e della sua famiglia. È chiaro che qui si affaccia una dinamica storico-sociale che riguarda il processo capitalistico considerato nel suo sviluppo, nel suo incessante rivoluzionamento tecnologico e sociale, almeno a partire dalla Prima rivoluzione industriale – la cui datazione non è univoca: alcuni la fanno iniziare dal primo decennio successivo alla metà del XVIII secolo, altri ne individuano l’inizio già nel XVII secolo.

La sottomissione del processo lavorativo al capitale sulla base di un processo lavorativo preesistente e non modificato, accomuna il capitalismo dell’infanzia ai precedenti modi di produzione, tutti basati sullo sfruttamento di chi per vivere è costretto a lavorare sotto un padrone di qualche tipo.

Prima di andare avanti, ritengo utile una rapida precisazione riguardante l’uso che Marx fa del termine “capitalista”: «Il capitalista stesso è solo un detentore di potere in quanto personificazione del capitale (per cui, nella contabilità italiana, appare sempre come doppia figura, per esempio come debitore del suo proprio capitale)» [24]. Ciò che nella marxiana analisi critica della società capitalistica è essenziale non è il singolo capitalista, e nemmeno la classe dei capitalisti, ma il rapporto sociale capitalistico di produzione, il quale dà corpo, come già sappiamo, a una relazione di dominio e di sfruttamento – degli individui e della natura. Anche in questo senso per Marx non fa alcuna differenza se a sfruttare la capacità lavorativa è un singolo capitalista, un consorzio di capitalisti, oppure lo Stato come «capitalista collettivo», secondo la celebre definizione di Engels. Anche ai capitalisti il prodotto della prassi sociale considerata nella sua totalità appare come una potenza sociale che sfugge al loro controllo, come un Moloch cresciuto alle loro spalle e che essi possono vedere solo post festum, a cose fatte. Ed è per questo che la razionalità capitalistica, che si fonda su un uso sempre più esteso e capillare della tecnoscienza, in ogni attività umana, ha necessariamente come suo più autentico prodotto una condizione umana essenzialmente irrazionale. Marx tratta l’operaio e il suo padrone «come funzionari personificati» del rapporto sociale di produzione capitalistico. Ovviamente questa complessa dialettica sociale non ha lo stesso impatto sulla classe dominante, che ha tutto l’interesse a difendere il rapporto sociale capitalistico, e sulla classe dominata, che ha l’interesse esattamente opposto. Nella buia notte del dominio capitalistico non tutte le vacche hanno lo stesso colore. E infatti Marx osserva che «sbagliano coloro che intendono sussumere operai e capitalisti sotto il rapporto generale di possessori di merci facendone l’apologia e cancellando la loro differentia specifica» [25]. Un conto è la merce non vivente, un conto affatto diverso è la merce vivente (il lavoratore), il cui valore d’uso realizza la sua disgrazia sociale e la fortuna e il potere del suo acquirente – del capitalista. Su questi temi rimando al PDF Dialettica del dominio capitalistico – che vedi Testi scaricabili.

5. Con l’uso della tecnoscienza e lo sviluppo della capacità di lavoro socialmente combinata («lavoro collettivo») la società, qui considerata come una gigantesca fabbrica che produce lavoratori, accorcia dunque il tempo di lavoro necessario a produrre un lavoratore (e la sua famiglia). «Quando un singolo capitalista riduce più a buon mercato p. es. le camicie mediante un aumento della forza produttiva del lavoro, non è affatto necessario che si proponga il fine di far calare pro tanto il valore della forza-lavoro e quindi il tempo di lavoro necessario; ma egli contribuisce ad aumentare il saggio generale del plusvalore solo in quanto e per quanto finisce per contribuire a quel risultato di far calare il valore della forza-lavoro» [26]. Il singolo capitalista non lo sa, ma lo fa. La riduzione del prezzo di tutte le merci e i servizi che finiscono nel paniere che alimenta la vita dei lavoratori e delle loro famiglie presto o tardi finiscono per ridurre il prezzo della stessa capacità lavorativa, e questo causa la contrazione del tempo necessario del lavoro che consente al tempo di lavoro superfluo di espandersi senza arrecare danno alla “sana” e “civile” produzione della capacità lavorativa, del lavoratore, il quale ha bisogno di cibo, di vestiario, di alloggio, di istruzione, di qualche divertimento e di tutto quello che gli serve per vivere in quanto lavoratore.

Diminuisce il lavoro necessario a produrre i lavoratori, e cresce il pluslavoro, e quindi il plusvalore. Storicamente il rapporto tra pluslavoro e lavoro necessario tende a crescere, anche a parità di paniere-salario o con un relativo incremento di esso. Infatti, «il prolungamento del pluslavoro deve derivare dall’accorciamento del tempo di lavoro necessario, e non viceversa, cioè l’accorciamento del tempo di lavoro necessario non deve derivare dal prolungamento del pluslavoro» [27]. Ovvero, e come già sappiamo, è l’accorciamento del tempo di lavoro necessario che consente al pluslavoro di crescere, perché viceversa il lavoratore non potrebbe riprodursi giorno dopo giorno come lavoratore salariato, e presto diventerebbe una risorsa inutile per il capitale.

Nel primo esempio fatto sopra (produzione di plusvalore assoluto a composizione tecnica del capitale invariata), per incrementare il plusvalore il capitalista può scegliere sia un’intensificazione del lavoro  a parità di ore lavorate che un prolungamento assoluto della giornata di lavoro, oppure può fare entrambe le cose, scelta che implica un rapido logoramento fisico e psichico della forza-lavoro, che deve essere rimpiazzata continuamente con forza-lavoro ancora “fresca”. In questo modo il grado di sfruttamento del lavoro da parte del capitale aumenta in modo assoluto tanto per ciò che concerne il tempo (da 7 a 8 ore di lavoro), quanto per ciò che riguarda la densità del lavoro: si lavora più a lungo e di più.

Come ricorda Marx, il superamento della produzione manifatturiera [28] attraverso l’introduzione delle macchine nel processo produttivo, e quindi con la creazione della moderna industria capitalistica, in un primo momento sortì l’effetto di 1) allargare enormemente la base del lavoro vivo pronto a venir impiegato produttivamente, e di 2) declassare i lavoratori prima impiegati nella manifattura e nella produzione artigianale vera e propria. «In quanto le macchine permettono di fare a meno della forza muscolare, esse diventano il mezzo per adoperare operai senza forza muscolare o di sviluppo fisico immaturo, ma di membra flessibili. Quindi lavoro delle donne e dei fanciulli è stata la prima parola dell’uso capitalistico delle macchine! […] Le macchine, gettando sul mercato del lavoro tutti i membri della famiglia operaia, distribuiscono su tutta la famiglia il valore della forza-lavoro dell’uomo, e quindi svalorizzano la forza-lavoro di quest’ultimo. […] Così le macchine allargano fin dal principio anche il grado di sfruttamento, assieme al materiale umano da sfruttamento che è il più proprio campo di sfruttamento del capitale» [29]. Marx riporta le inchieste parlamentari e mediche ufficiali che documentavano il terribile grado di deterioramento fisico, psicologico e morale della famiglia operaia: «Come ha dimostrato un’inchiesta medica ufficiale nel 1861, gli alti indici di mortalità si devono, prescindendo dalle condizioni locali, prevalentemente all’occupazione extradomestica delle madri, donde deriva che i bambini sono trascurati, maltrattati, fra l’altro sono nutriti in modo inadatto, mancano di nutrizione, vengono riempiti di oppiacei, ecc; al che si aggiunge l’innaturale estraniamento delle madri nei riguardi dei loro figli, con la conseguenza dell’affamamento e dell’avvelenamento intenzionale» [30]. Dinanzi alla cieca brama di plusvalore del singolo capitalista, che distruggeva con sorprendente rapidità la stessa materia prima che rende possibile la creazione del valore, cioè i lavoratoti, lo Stato, in quanto organo che difende gli interessi generali del capitale; lo Stato come difensore massimo e di ultima istanza del rapporto sociale capitalistico, si vide costretto a porre degli argini legali all’«autocrazia del capitale» che non conosceva alcun limite. Si iniziò così a legiferare sull’orario massimo di lavoro, sul lavoro dei bambini e delle donne, sull’igiene nei posti di lavoro e così via, anche perché i lavoratori iniziarono a capire che interrompendo il lavoro arrecavano un grave danno ai loro padroni, cosa che dava loro una importante carta da giocare contro gli istinti più brutali del Moloch. Lo sviluppo di una coscienza di classe, sebbene ancora debole e confusa, non poteva non richiamare l’attenzione della politica, almeno della sua parte più intelligente e lungimirante, fatta di gente che capiva fino a che punto poteva essere distruttivo un capitalismo del tutto privo di regole. Fin dall’inizio il riformismo si sviluppa come il più intelligente e duttile strumento di conservazione sociale, perché non si può esercitare il potere sociale sui nullatenenti solo con il bastone. Anche la democrazia capitalistica ha questo fondamentale significato socialmente conservativo.

6. Storicamente parlando, il capitale prende possesso di una determinata attività lavorativa già esistente, ma non la trasforma radicalmente dal punto di vista tecnologico e organizzativo: il contadino e l’artigiano vengono sussunti sotto il rapporto sociale di produzione capitalistico, ma continuano a lavorare sostanzialmente come prima, senza cioè modificare di molto il loro modo di produrre e di organizzarsi. Il contadino e l’artigiano trasformati in salariati hanno, per così dire, un piede ancora dentro il vecchio mondo, quanto a strumenti di lavoro (con una dotazione tecnologica assai scarsa) e a organizzazione del lavoro, e l’altro dentro il nuovo mondo, quello capitalistico, appunto, quanto a rapporto sociale di produzione. Il lavoratore salariato, manifatturiero o agricolo che sia, conserva ancora un certo grado di autonomia esistenziale rispetto al processo tecnico-organizzativo. In questo quadro, e come abbiamo visto nell’esempio riportato sopra, se il capitale vuole estorcere al lavoratore agricolo o manifatturiero una maggiore quantità di plusvalore deve farlo lavorare più intensamente, logorandone più rapidamente le capacità psicofisiche, oppure deve usarlo (sfruttarlo) per un tempo più lungo, cosa che comunque alla lunga produce anch’essa un grave deterioramento delle capacità produttive del lavoratore. Naturalmente può fare entrambe le cose, soprattutto quando può contare su una massa quasi illimitata di forza-lavoro da cui attingere. Come già sappiamo, Marx chiama il plusvalore estorto in questa modalità plusvalore assoluto, e definisce sussunzione formale del lavoro sotto il capitale la relazione che si stabilisce tra capitale e lavoro. Il termine formale si riferisce in realtà all’essenza sociale stessa del Capitalismo, ossia alla vigenza del rapporto sociale di produzione capitalistico, la cui genesi ha come cuore pulsante il progressivo, e spesso brutale, allontanamento del produttore immediato (il lavoratore) dalle condizioni oggettive della produzione, le quali cadono, insieme al prodotto del lavoro, nell’esclusiva (monopolistica) disponibilità del capitale. Una parte del prodotto incamerato dal capitale ritorna al lavoratore sotto forma di salario. Che la proprietà delle condizioni oggettive della produzione (macchine, materie prime, edifici, mezzi di trasporto, ecc.) abbia una natura giuridica privata o pubblica (statale), ciò non muta di un solo atomo l’essenza del rapporto sociale capitalistico, il cui significato consiste nell’esistenza di esseri umani che per vivere sono costretti a vendere in guisa di merce capacità intellettuali e manuali, mercificando con ciò stesso la loro intera esistenza – e non solo la loro attività lavorativa. Il lavoro salariato non rende liberi, né dà dignità a chi è costretto a praticarlo. Questo è bene precisarlo contro gli statalisti (di “destra” e di “sinistra”) e contro gli apologeti dell’”onesto lavoro”, del salario portato a casa con il volto imperlato di sudore e la coscienza piena di dignità: miseria del pensiero etico dominante!

Scrive Marx: «La produzione del plusvalore relativo presuppone un modo di produzione specificamente capitalistico. […] Al posto della sussunzione formale del lavoro sotto il capitale subentra quella reale. […] Le forze produttive del lavoro storicamente sviluppate, cioè sociali, si presentano come forze produttive del capitale al quale il lavoro viene incorporato» [31]. Il capitale si crea un ambiente tecnologico e organizzativo del tutto peculiare rispetto ai modi di produzione precapitalistici, un ambiente produttivo creato a sua immagine e somiglianza. Mentre noi possiamo benissimo concepire un capitalismo che in certe epoche o in determinate condizioni nazionali di arretratezza economico-sociale usi tecnologia storicamente superata, non possiamo invece concepire una società precapitalistica che faccia uso della tecnologia sviluppata sulla base del moderno capitalismo: questo ci suona infatti francamente anacronistico. Nell’antichità non era affatto sconosciuta la potenza straordinaria del vapore, ma essa non venne mai applicata nella produzione, la cui base tecnica continuò per secoli a basarsi soprattutto sulla forza muscolare degli uomini; la forza del vapore fu invece applicata per scopi ludici, o in attività del tutto secondarie e in ogni caso mai per soppiantare la forza umana o per renderla più produttiva: mancavo il concetto stesso di un simile uso della tecnologia. In epoca di sussunzione reale, caratterizzata dall’estrazione del plusvalore relativo, la rivoluzione del processo produttivo diventa un dato strutturale e permanente, ed è anche per questo che ha poco senso parlare oggi di quarta o quinta “rivoluzione industriale”.

Apro una breve parentesi “utopica” – relativa cioè a quello che ancora non esiste e che forse non esisterà mai, pur avendo questa “cosa” nel presente le sue solidissime premesse. Come il capitalismo si è creato un ambiente tecnologico e organizzativo adeguato alla sua natura, analogamente una futura ipotetica Comunità umana (umanizzata) non potrebbe non realizzare un ambiente produttivo a sua immagine e somiglianza. Così come c’è un uso capitalistico della tecnoscienza e una struttura organizzativa adeguata a questo uso, allo stesso modo deve esserci un  uso umano (umanizzato) delle tecnologie e una corrispondente organizzazione comunitaria del lavoro. Non esistono tecnologie e modelli organizzativi buoni per tutte le epoche storiche, e una Comunità che fosse centrata sulla piena autorealizzazione degli individui che collaborano per il bene, la felicità e la libertà di ciascuno e di tutti, saprebbe a mio avviso creare un ambiente produttivo in grado di soddisfare questo assoluto imperativo umano, accettando l’uso di determinate tecnologie e di determinati “paradigmi” organizzativi e scartandone altri. In una Comunità umana, non tutto ciò che è possibile realizzare e usare viene effettivamente realizzato e impiegato, ma solo quello che, per così dire, supera il vaglio dell’ufficio Qualità Umana. Chiudo la parentesi “utopica” e ritorno alla miseria dell’oggi.

7. Scrive Marx: «Il capitale non ha inventato il pluslavoro. Ovunque una parte della società possegga il monopolio dei mezzi di produzione, il lavoratore, libero o schiavo, deve aggiungere al tempo di lavoro necessario al suo sostentamento, tempo di lavoro eccedente per produrre i mezzi di sostentamento per il possessore dei mezzi di produzione, sia questo proprietario [nobile] ateniese», teocrate etrusco, civis romanus, barone normanno, negriero americano, boiardo valacco, proprietario agrario moderno, o capitalista» [32]. Marx osserva che nell’epoca della sussunzione formale (la quale, non dimentichiamolo, ha posto le basi per l’epoca successiva e ha lasciato sul corpo di quest’ultima ferite profondissime e ancora oggi sanguinanti) nel capitalista «la voracità di plusvalore si presenta nell’impulso a uno smodato prolungamento della giornata lavorativa»; e questo anche perché «il capitale, come abbiamo già osservato, è in un primo momento indifferente di fronte al carattere tecnico del processo di lavoro del quale si impadronisce: in un primo momento lo prende come lo trova» [33].

Marx trattò diffusamente il passaggio dalla sussunzione solo formale a quella reale in un quaderno che portava il titolo che segue: Libro primo. Il processo di produzione del capitale. Capitolo sesto. Risultati del processo di produzione immediato. Questo Capitolo sesto, scritto intorno al 1865 (secondo alcuni traduttori sarebbe stato scritto fra il 1863 e il 1866, secondo altri nel 1864), e che Marx non incluse nell’opera pubblicata nel 1867 (Il Capitale), rimase inedito fino al 1933; esso rappresenta all’avviso di tutti gli studiosi del Capitale un concentrato di elaborazione teorica intorno alla concezione marxiana del plusvalore davvero eccezionale. Mi unisco umilmente al loro autorevole giudizio. Leggiamone allora qualche altro passo.

La «sottomissione reale del lavoro al capitale» segnala la nascita «di un modo di produzione specificamente capitalistico (anche dal punto di vista tecnologico) sulla base del quale e con il quale si sviluppano contemporaneamente e subito i rapporti di produzione, corrispondenti al processo di produzione capitalistico, tra i diversi agenti della produzione, e, specialmente, tra capitalista e salariato. […] Le forze produttive sociali del lavoro, ovvero le forze produttive del lavoro direttamente sociale, socializzato (comunitario) mediante la cooperazione, la divisione del lavoro all’interno della fabbrica, l’uso delle macchina e, soprattutto, la trasformazione del processo produttivo in utilizzazione consapevole delle scienze naturali, meccanica, chimica, tecnologica etc. per scopi precisi; […] questo sviluppo della forza produttiva del lavoro associato, in opposizione al lavoro isolato dei singoli etc., e, con esso, l’applicazione della scienza al processo di produzione immediato, tutto ciò si presenta come forza produttiva del capitale, non come forza produttiva del lavoro, nella misura in cui esso è identico al capitale. La mistificazione propria del rapporto capitalistico si sviluppa ora molto di più di quanto avvenisse o potesse avvenire nel caso della sottomissione solo formale del lavoro al capitale» [34]. La tecnica e la scienza (la tecnoscienza) vengono ad assumere un ruolo fondamentale nella sottomissione reale, a cominciare dal fatto che esse rendono possibile la creazione del plusvalore relativo attraverso una continua crescita della produttività del lavoro. Se è vero che la produzione del plusvalore relativo rappresenta il paradigma del moderno capitalismo, la creazione del plusvalore assoluto attraverso un prolungamento “fisico” (temporale) della giornata lavorativa non esce affatto dall’orizzonte capitalistico del XXI secolo, anche se questa modalità estorsiva rimane confinata nei settori industriali (agricoltura compresa) tecnologicamente meno avanzati.

A proposito: sussunzione o sottomissione? I due termini si equivalgono? Scrive Marx: «Nella manifattura e nell’artigianato [sussunzione formale] l’operaio si serve dello strumento, nella fabbrica [sussunzione reale] è l’operaio che serve la macchina. Là dall’operaio parte il movimento del mezzo di lavoro, il cui movimento qui egli deve seguire. Nella manifattura gli operai costituiscono le articolazioni di un meccanismo vivente. Nella fabbrica esiste un meccanismo morto indipendente da essi, e gli operai gli sono incorporati come appendici umane» [35]. «Gli operai gli sono incorporati come appendici umane»; «il lavoro vivo – all’interno del processo produttivo – è già incorporato al capitale»; assistiamo alla «reale incorporazione del lavoro vivo nella forma d’esistenza oggettiva del capitale», al suo «reale assorbimento» [36]: qui gira, per così dire, a pieno regime il concetto di sussunzione reale non come mera sottomissione/subordinazione del lavoro al capitale, ma soprattutto come inclusione del primo nella sfera del secondo.  Il concetto marxiano di autovalorizzazione del capitale, del capitale che valorizza se stesso senza il bisogno di qualcosa che arrivi dall’esterno, si comprende solo alla luce dell’assorbimento del lavoro vivo nel concetto di capitale. Il lavoro vivo “si fa” capitale, è capitale.

È Marx che usa due diversi termini (Subsumtion e Einreichung) per esprimere lo stesso concetto (il pieno dominio del capitale sul lavoro) oppure sono i suoi traduttori a scegliere discrezionalmente i due corrispondenti termini italiani (sussunzione e sottomissione, spesso anche subordinazione)? Penso cha la prima ipotesi sia quella corretta. In ogni caso personalmente trovo più conforme al concetto marxiano sopra richiamato il termine sussunzione, tanto più alla luce della società capitalistica del XXI secolo.

Come spiegano i dizionari, sussumere deriva dal latino sumĕre, ossia prendere, assumere. «Sussumere: nella logica formale, ricondurre un concetto nell’ambito di un concetto più generale nella cui estensione esso è compreso». È questo l’uso che di questo concetto fa la filosofia idealistica tedesca: da Kant a Hegel, passando per Schelling. Soprattutto Hegel adopera il concetto di sussunzione in modo fecondo, perché lo problematizza ponendo il focus nella relazione che insiste tra ciò che sussume (l’universale) e ciò che viene sussunto (il particolare). Marx trasporta il concetto di sussunzione definito dalla logica nell’ambito dei rapporti sociali di produzione. Il capitale domina e fa suo il lavoro non come se quest’ultimo si trovasse al suo esterno, come se gli fosse ontologicamente estraneo, ma come qualcosa che gli appartiene organicamente, come una sua fenomenologia, una realtà fatta della sua stessa sostanza. «Il lavoro vivo – all’interno del processo produttivo – è incorporato al capitale» [37]. Incorporare, portare dentro, inglobare, in una sola parola: sussumere. La relazione di sussunzione è insomma una relazione di dominio che si consuma senza residui all’interno della forma-capitale. Lo stesso antagonismo tra capitale e lavoro salariato, che sta alla base della lotta di classe nella moderna società capitalistica, “cade” a mio avviso nella dimensione concettuale e reale qui sommariamente delineata.

8. Abbiamo visto che nel passaggio dalla sussunzione formale del lavoro sotto il capitale a quella reale centrale è il concetto di uso capitalistico della scienza e della tecnologia [38]: «La scienza, come prodotto intellettuale generale dello sviluppo sociale, appare qui come direttamente incorporato al capitale. […] Nella macchina la scienza realizzata appare di fronte agli operai come capitale» [39]. E a proposito di uso capitalistico della tecnoscienza, ecco una tipica manifestazione di pensiero feticista che crede di essere un pensiero critico-radicale: «Per decenni, il movimento ambientalista anti-industriale radicale ha esposto la doppia aggressione tecno-industriale: la distruzione della natura, che è inseparabile dalla distruzione della libertà. […] Nella “guerra” contro il virus, è la Macchina che vince. La Macchina Madre ci tiene in funzione e si prende cura di noi. […] La crisi sta aprendo finestre di opportunità per il potere tecnocratico di intensificare la sua presa tecnologica. Quelli che ancora aspirano a una vita libera hanno contro di loro il tecno-totalitarismo, le masse mimetiche, la volontà di potenza. Sopravvivono su una Terra devastata. Non importa quanto sia brutta la situazione, deve rafforzare la nostra determinazione a vivere contro il nostro tempo; finché rimane possibile essere qualcuno, non solo qualcosa. Una persona, non una machina» [40]. Se non si comprende che «l’organizzazione sociale basata sul primato dell’efficienza e della razionalità tecnica» è l’organizzazione sociale che il capitale ha imposto a tutti i Paesi del mondo; se non si capisce che chi sta vincendo la partita non è «la Macchina» ma, appunto, il Capitale; che il tecno-totalitarismo è l’espressione socialmente più “sofisticata” del totalitarismo capitalistico, ossia del dominio totalitario dei rapporti sociali capitalistici; ebbene, se non si comprende questo, che rappresenta a mio avviso l’ABC di un pensiero autenticamente critico-radicale, «vivere contro il nostro tempo» rimane una vuota quanto suggestiva frase che non si avvicina di un solo millimetro alla verità delle cose – e quindi all’elaborazione di una prassi politica adeguata a questa epoca storica.

«Del macchinario si abusa per trasformare l’operaio stesso, fin dall’infanzia, nella parte di una macchina parziale», scrive Marx analizzando il modo in cui le «potenze mentali» della scienza si sono trasformate in poteri del capitale sul lavoro» [41]. Questo solo per dire che non viviamo in una «società tecno-industriale» astrattamente considerata, priva di una peculiare determinazione storico-sociale: viviamo in una società capitalistica dalle dimensioni planetarie – ma forse il Collettivo francese qui citato è vittima della menzogna colossale che riguarda il “socialismo reale” (leggi: reale capitalismo), la cui «società tecno-industriale» non era (e non è: vedi la Cina di Xi Jinping!) poi meno cattiva di quella occidentale.

 

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[1] «Nel lavoro taylorista la produttività era legata all’implementazione da parte dell’operaio del modello ‘scientifico’ dell’attività lavorativa ritenuto più efficiente e stabilito dalla direzione. Il modello era composta da una serie di atti finalizzati alla realizzazione ‘razionale’ del prodotto, cioè col maggiore risparmio di tempo e quindi al minor costo possibile. Finalità di efficienza ovviamente presenti, anzi incrementate con quella della qualità del prodotto, nell’Industria 4.0. Ma il fordismo, dal punto di vista dell’operaio, era il trionfo del comportamentismo, gli stati mentali venivano sempre dopo, mentre nel 4.0 si pone al centro la questione del coinvolgimento emotivo e personale del lavoratore, valorizzando al massimo questo tipo di obiettivi già avanzati nei decenni precedenti dalla lean production. D’altra parte, senza partecipazione attiva non è possibile implementare l’innovazione. L’innovazione tecnologica richiede in maniera non occasionale e strutturale il “coinvolgimento” e la “partecipazione” del lavoratore» (G. Mari, Introduzione a Il lavoro 4.0 La Quarta Rivoluzione industriale e le trasformazioni delle attività lavorative, p. XXX Firenze University Press, 2018).
[2] Il futuro del lavoro tra intelligenza artificiale e automazione, Industria Italiana, 18 ottobre 2018.
[3] G. Mari, Introduzione a Il lavoro 4.0 La Quarta Rivoluzione industriale e le trasformazioni delle attività lavorative, p. XXIV.
[4] T. W. Adorno, Minima moralia, p. 278, Einaudi, 1994.
[5] Karl Marx, Il Capitale, I, p. 556, Editori Riuniti, 1980.
[6] «Nel quarto libro di quest’opera, che tratterà la storia della teoria, si vedrà più da vicino come l’economia classica abbia sempre fatto della produzione del plusvalore la caratteristica decisiva dell’operaio produttivo. E quindi la sua definizione dell’operaio produttivo varia col variare della sua concezione della natura del plusvalore. Così i fisiocrati dichiararono che solo il lavoro agricolo è produttivo, perché esso soltanto fornisce un plusvalore. Ma il fatto è che per i fisiocrati il plusvalore esiste esclusivamente nella forma di rendita fondiaria» (Ibidem, p. 556). I manoscritti marxiani che trattavano la storia della teoria del plusvalore vennero pubblicate da Karl Kautsky tra il 1905 e il 1910, col titolo di Teorie del plusvaloreStoria delle teorie economiche, Einaudi, 1954.
[7] «La produzione capitalistica rende la merce la forma generale di ogni prodotto» (Karl Marx, Il Capitale, libro primo, capitolo sesto inedito, p. 96, Newton Compton, 1976). Di ogni prodotto, “materiale” o “immateriale” che sia.
[8] «In quanto forma ibrida che si colloca tra la sfera produttiva e quella della circolazione, il settore della logistica merita una trattazione particolare, che qui è il caso di tralasciare. […] Scrive Marx: “L’industria dei trasporti costituisce da un lato un ramo autonomo della produzione, e perciò una particolare sfera di investimento del capitale produttivo. D’altro lato, si distingue perché appare come la continuazione di un processo di produzione entro il processo di circolazione e per il processo di circolazione» (K. Marx, Il Capitale, II, p. 156, Editori Riuniti, 1980). […] Per Marx il mutamento di luogo dell’oggetto di lavoro è assimilabile a un mutamento nella sostanza di questo stesso oggetto, e questo perché “il valore d’uso delle cose si attua soltanto nel loro consumo, e il loro consumo può rendere necessario il loro mutamento di luogo, cioè l’aggiunto processo di produzione dell’industria dei trasporti. […] All’interno di ogni processo di produzione il mutamento di luogo dell’oggetto di lavoro e i mezzi di lavoro e le forze-lavoro a ciò necessari – ad es., cotone che dalla sala di cardatura passa alla sala di filatura, carbone che dal pozzo viene portato alla superficie – hanno una parte di grande importanza. Il passaggio del prodotto finito in quanto merce finita da un luogo di produzione autonomo in un altro da questo spazialmente distante mostra lo stesso fenomeno, solo su una scala più grande. Al trasporto dei prodotti da un luogo di produzione in un altro segue ancora quello dei prodotti finiti dalla sfera della produzione nella sfera del consumo. Il prodotto è pronto per il consumo solo quando ha compiuto questo movimento” (ibidem, p. 154)» (S. Isaia, Dacci oggi il nostro pane quotidiano, 2012, pp. 131-133, 2012).
[9] «Tutti noi oggi facciamo largo uso di cellulari, tablet, computer portatili e altri dispositivi elettronici portatili e tutti noi spesso imprechiamo a causa della scarsa durata delle batterie al litio ricaricabili che li fanno funzionare. Pochi di noi però hanno la consapevolezza del fatto che il cobalto, elemento grazie al quale si riesce a produrre quelle batterie, viene ottenuto attraverso il lavoro sottopagato e inumano di adulti e bambini nelle miniere della Repubblica democratica del Congo» (La repubblica, 27 gennaio 2016). «La Repubblica Democratica del Congo produce più del cinquanta per cento del cobalto di tutto il mondo e secondo un recente rapporto disponibile su ResearchGate circa il venti per cento viene estratto a mano con un processo chiamato “estrazione artigianale e su piccola scala”. La restante parte viene prodotta in miniere industriali su larga scala solitamente di proprietà di aziende straniere, principalmente cinesi. Il settore di estrazione mineraria in Congo dipende dal lavoro minorile, e i bambini svolgono i lavori più pericolosi tra cui lo scavo dei tunnel in miniere di cobalto arretrate» (Lifegate, 25 giun 2020). Questo sempre a proposito di capitalismo intelligente – fin troppo intelligente!
[10] K. Marx, Il Capitale, III, pp. 208-209, Editori Riuniti, 1980.
[11] K. Marx, Il Capitale, libro primo, capitolo sesto inedito, p. 76. «In generale, i lavori di cui si fruisce solo in quanto servizi, malgrado possano essere sfruttati direttamente in modo capitalistico, non si trasformano in prodotti separabili dagli operai ed esistenti come merci autonome al di fuori di essi. […] [Questi lavori] vanno trattati nella categoria del lavoro salariato che non è nello stesso tempo lavoro produttivo» (pp. 72-73). «La definizione del lavoro produttivo (e perciò anche del lavoro improduttivo, come suo contrario) poggia sul fatto che la produzione del capitale è produzione di plusvalore ed il lavoro da essa impiegato è un lavoro che produce plusvalore, […] che il fine della produzione capitalistica sia il prodotto netto, di fatto puramente nella forma del plusprodotto, in cui si rappresenta il plusvalore, deriva dal fatto che la produzione capitalistica è essenzialmente produzione di plusvalore (pp. 77-78).
[12] Ibidem, p. 69.
[13] Ibidem, pp. 70-71.
[14] K. Marx, Il Capitale, I, p. 491.
[15] A.  Fumagalli, Scambio di lavoro, conoscenza e bioeconomia, in Autori vari, Atti del workshop internazionale Lavoro cognitivo e produzione immateriale. Quali prospettive per la teoria del valore?, p. 29, Università di Pavia, 2005.
[16] K. Marx, Il Capitale, I, pp. 374-376.
[17] K. Marx, Il Capitale, III, p. 518, Editori Riuniti, 1980.
[18] K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica (Grundrisse), II, p. 403, La Nuova Italia, 1978.
[19] Ibidem, 401-402.
[20] K. Marx, F. Engels, L’ideologia tedesca, Opere, V, p. 36, Editori Riuniti, 1972.
[21] Per Andrè Gorz, uno degli esponenti di punta di quella scuola di pensiero, «la crisi della misurazione dell’orario di lavoro genera inevitabilmente la crisi della misurazione del valore», cosa che starebbe appunto portando alla rapida estinzione del lavoro umano, sostituito dal “lavoro” dei robot. «La ricchezza sociale prodotta è un bene collettivo nella creazione del quale il contributo di ciascuno non è mai stato ed è oggi meno che mai misurabile, e il diritto a un reddito sufficiente, incondizionato e universale equivale, in fin dei conti, alla messa in comune di una parte di ciò che è prodotto in comune, consapevolmente o no» (A. Gorz, L’Immateriale, p. 72, Bollati Boringhieri, 2003). Anche qui troviamo la “bizzarra” concezione della ricchezza sociale capitalistica come «bene collettivo». Posso anche condividere la rivendicazione di un reddito, di un sussidio per disoccupati e precari, soprattutto se questa rivendicazione è veicolata attraverso la lotta autonoma dei diretti interessati; è l’ideologia che c’è dietro molte di queste rivendicazioni che non mi sento di condividere affatto. Sul “capitalismo cognitivo” rimando ad alcuni PDF: Capitalismo cognitivo e postcapitalismo. Qualunque cosa ciò possa significare; Capitalismo 4.0. tra “ascesa dei robot” e maledizione salariale; Accelerazionismo e feticismo tecnologico.
[22] K. Marx, Il Capitale, libro primo, capitolo VI inedito, p. 71.
[23] «Il valore d’un uomo è, come per tutte le altre cose, il suo prezzo; vale a dire, quanto si per usare la sua forza» (T. Hobbes, Il Leviatano, citato da K. Marx, Il Capitale, I, p. 203).
[24] K. Marx, Il Capitale, libro primo, capitolo VI inedito, p. 81.
[25] Ibidem, p. 91. «Per dimostrare che il rapporto tra capitalista e operaio non è altro che un rapporto tra possessori di merci che si scambiano vicendevolmente denaro e merce con vantaggio reciproco e mediante un libero contratto, basta isolare il primo processo e pervenire al suo carattere formale. Questo semplice trucco non è stregoneria, ma rappresenta l’intero patrimonio di sapienza dell’economia volgare» (ibidem, p. 31). Il trucco consiste appunto nel considerare la merce-lavoro solo dal punto di vista del suo valore di scambio, espresso nel salario, tralasciando di considerarne il valore d’uso, ossia il suo consumo nel processo produttivo, che è in primo luogo un processo di valorizzazione, ossia di sfruttamento, sia che la paga sia “alta”, sia che la paga sia “bassa”. «Il salario reale può rimanere immutato, anzi può anche aumentare, e ciò nonostante il salario relativo può diminuire. […] Quantunque l’operaio disponga di una maggiore quantità di merci che non prima, il suo salario però è diminuito in rapporto al guadagno del capitalista. […] Se dunque con il rapido aumento del capitale aumentano le entrate dell’operaio, nello stesso tempo però si approfondisce l’abisso sociale che separa l’operaio dal capitalista, aumenta il potere del capitale sul lavoro, la dipendenza del lavoro dal capitale. […] La situazione materiale dell’operaio è migliorata, ma a scapito della sua situazione sociale. L’abisso sociale che lo separa dal capitalista si è approfondito» (K. Marx, Lavoro salariato e capitale, p. 64-68, Newton, 1978). «Il sistema del lavoro salariato è un sistema di schiavitù e di una schiavitù che diventa sempre più intollerabile nella misura in cui si sviluppano le forze produttive sociali del lavoro, tanto se l’operaio riceve paghe migliori, tanto se ne riceve di peggiori» (K. Marx, Critica al programma di Gotha, p. 49, Savelli, 1975).
[26] K. Marx, Il Capitale, I, p. 355.
[27] Ibidem, p. 353.
[28] Marx colloca storicamente il periodo della manifattura, «come forma caratteristica del processo di produzione capitalistico», tra la metà del secolo XVI e l’ultimo terzo del secolo XVIII, e descrive il processo attraverso il quale la divisione del lavoro si trasforma in una struttura sociale consolidata, in «un meccanismo di produzione i cui organi sono uomini. […] Questa base tecnica ristretta esclude una analisi realmente scientifica del processo di produzione» (ibidem, p. 381). Tuttavia è nel periodo manifatturiere che avviene il progressivo superamento della cooperazione semplice in direzione di una cooperazione sempre più caratterizzata dalla presenza delle macchine nel luogo di lavoro, con ciò che ne seguì in termini di divisione del lavoro e di subordinazione del lavoratore alle macchine.
[29] Ibidem, pp. 437-438.
[30] Ibidem, p. 441. A proposito del consumo sempre più diffuso dell’oppio «fra le operaie e gli operai adulti e anche nei distretti agricoli», così che i droghieri consideravano gli oppiacei «l’articolo di più facile smercio», Marx commenta con amara ironia: «Ecco la vendetta dell’India e della Cina contro l’Inghilterra» (p. 443). Una vendetta che colpiva soprattutto il “popolo degli abissi”, affamato e degradato a tal punto da cercare una via di fuga nello stordimento dei sensi: evidentemente, la religione come «oppio dei popoli» non dava alcun sollievo al popolo lavoratore…
[31] Ibidem, pp. 557-563.
[32] Ibidem, p. 269.
[33] Ibidem, pp. 271-283.
[34] K. Marx, Il Capitale, libro primo, capitolo VI inedito, pp. 51-52.
[35] K. Marx, Il Capitale, I, p. 467.
[36] K. Marx, Il Capitale, libro primo, capitolo VI inedito, p. 80-87.
[37] Ibidem, p. 80.
[38] Su questo tema rinvio al PDF Sul potere sociale della scienza e della tecnologia (2017).
[39] Ibidem, pp. 81-83.
[40] Contro l’organizzazione scientifica del mondo, intervista a Pièces et main d’œuvre, La Décroissance, estate 2020. «Parts and Labour, spesso abbreviato in PMO, è un gruppo con sede a Grenoble impegnato in una critica radicale della ricerca scientifica, del complesso militare-industriale, della cardatura, dell’industria nucleare, delle biotecnologie e delle nanotecnologie» (Wikipedia).
[41] Il Capitale, I, pp. 466-467.

TIENANMEN!

«Pechino, primavera del 1989: dal 15 aprile intellettuali, studenti e semplici operai manifestano contro la tirannide comunista. La notte tra il 3 e il 4 giugno l’esercito inizia quindi a muoversi dalla periferia verso Piazza Tienanmen aprendo il fuoco contro chiunque si oppone. Secondo la Croce Rossa muoiono 2600 persone e 30.000 rimangono ferite». Non c’è mezzo d’informazione mainstream occidentale che in questi giorni non ricordi nei termini appena visti i noti e dolorosi fatti di Piazza Tienanmen.

Proprio per negare l’esistenza in Cina – da Mao in poi – di un regime comunista, o “socialrealista”, e per attribuire le cause della sanguinosa repressione di quei giorni al regime dittatoriale posto al servizio di un possente processo capitalistico di accumulazione che proprio allora subì un’impressionante accelerazione, scuotendo le fondamenta stesse dell’immenso paese asiatico, insieme ad alcuni amici studenti scrivemmo nel luglio del 1989, a massacro per così dire ancora caldo, un modesto opuscoletto, intitolato semplicemente TIENANMEN! Di questo opuscoletto cito solo un brano tratto dall’introduzione, come ricordo di quei caldissimi giorni e come contributo alla riflessione. Per un maggiore approfondimento della storia cinese rimando naturalmente a Tutto sotto il cielo (del Capitalismo) .

«Noi non abbiamo mai creduto nell’esistenza di un “comunismo” in Cina (né in qualche altro Paese: Russia, Cuba, Vietnam, ecc.); è per questo motivo che dopo Tienanmen non ci sentiamo in imbarazzo, né avvertiamo sensi di colpa, né ci sentiamo in crisi sul piano politico-ideologico. Ma non vogliamo attestarci, per questo, su una posizione, politicamente infruttuosa quanto ridicola, di autocompiacimento o di irrisione nei confronti delle altrui certezze e ragioni, oggi assai mortificate dai fatti. Per questo siamo disposti ad affrontare, insieme ad altri, uno studio “spregiudicato” e non settario sulla storia del movimento operaio internazionale nel suo complesso».

Inutile dire che l’appello cadde nel vuoto, anche perché proprio quando i fatti ci mettono in crisi avvertiamo l’irresistibile bisogno di tenerci ancora più saldamente stretti alle nostre “certezze”, anche quando esse appaiano appiccicate alla realtà con lo sputo.

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L’improvvisa irruzione nei media del tema della modernizzazione capitalistica dei Paesi arretrati attraverso lo spettacolo della crisi internazionale nel mondo islamico, rende attuale lo studio delle cause che determinarono già alla fine del XVIII secolo il grande Divario di Civiltà tra Occidente e Oriente.

Che sia proprio la Cina – un tempo paradigma dell’arretratezza e della stagnazione sistemica di un paese e di una civiltà – a recitare oggi un ruolo centrale nell’economia globalizzata, ci suggerisce che indagare le ragioni dell’eccezionale successo della Prima Rivoluzione Industriale in Occidente e dell’incredibile insuccesso che fu il mancato decollo capitalistico della Cina al momento in cui “sarebbe potuto accadere”, può forse aiutarci a dipanare il filo rosso che attraversa la storia mondiale di ieri e di oggi e, di riflesso, a farci cogliere in tutta la sua complessità la radice sociale dell’attuale crisi economica internazionale, che peraltro minaccia di toccare il Celeste Impero del Capitalismo mondiale.

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