UGO RUSSO. E TUTTI NOI

Ma nel 2020 si può morire a quindici anni per una rapina “andata a male”? Evidentemente sì, è successo, il fatto è, come si dice, inoppugnabile, e nessuna indignazione, di qualsivoglia matrice etica o politica essa sia, può riavvolgere il metaforico nastro della vita e cambiare il finale della brutta storia . Il quindicenne Ugo Russo è stato ucciso da un carabiniere in abiti civili e fuori servizio perché con una pistola giocattolo aveva cercato di rubare il costoso orologio che il militare portava al polso: questo il fatto “nudo e crudo”. Inutile straziare l’orecchio del pubblico ripetendo il mantra, sempre utile in simili circostanze: «Questo fatto è inaccettabile!». Oppure: «Un simile fatto non deve più ripetersi!» Simili fatti continueranno a ripetersi, semplicemente perché continueranno a sussistere tutte le condizioni sociali che hanno determinato la morte di Ugo. Chi abita poi a Napoli, o in qualche altra città del Mezzogiorno (come Catania, ad esempio), non può certo affettare sorpresa per quel che è capitato al ragazzino ingoiato anzitempo da questa mostruosa (leggi: disumana) società. Il “degrado sociale” (economico, culturale, psicologico, “antropologico”) di molti quartieri di quelle città è, come si dice, palpabile, denso e spesso come gli oggetti che manipoliamo; il “disagio sociale” vissuto da molte famiglie proletarie spesso “degenera” in episodi di violenza “gratuita” ai danni delle persone più disparate, le quali agiscono da capri espiatori e da sfogatoi per una ribollente e incontrollabile rabbia. Orde di ragazzini e di ragazzine, figli e figlie di famiglie sottoproletarie, vagano per il centro città alla ricerca di qualche povero disgraziato sul quale riversare il velenoso frutto della loro disperata condizione esistenziale. Una potente carica di “odio nichilista” acceca, avvelena e anima il sottoproletariato e una parte del proletariato meridionale.

«Un ragazzo di 15 anni finisce a terra, morto, dopo una tentata rapina con una pistola giocattolo a Santa Lucia, quartiere in agonia da decenni, da quando è finito il contrabbando di sigarette che lo aveva reso “la Fiat di Napoli”. Da un lato i palazzi della burocrazia, i condomini borghesi, dall’altro il quartiere popolare, che arranca tra affitti ai turisti e disoccupazione cronica. È l’alchimia della città che costringe a vivere vicini ricchi e poveri, magistrati e criminali, onesti lavoratori e disonesti, laureati e persone che a stento hanno un diploma di terza media» (R. Saviano, La Repubblica). Una simile “alchimia” deve necessariamente generare tensioni sociali, frustrazioni, invidia sociale, impazienza e tentazioni che non si armonizzano né con la vigente legalità, né con il sistema etico dominante.

Molte persone mi criticano perché tenderei a giustificare, tirando in ballo la natura capitalistica della società, ciò che secondo il loro metro di giudizio sarebbe ingiustificabile. In particolare, pare che amerei giustificare e difendere soprattutto le ragioni di chi ha torto, di chi milita nel campo avverso al bene, di chi alimenta le cause perse che nessun avvocato vorrebbe mai difendere. «Perché, a parità di condizioni economico-sociali, non tutti rubano, ma solo alcuni? Perché non tutti usano la violenza contro il prossimo, ma solo alcuni? Perché alcuni sono onesti cittadini e buoni genitori, mentre altri non lo sono affatto?». A questa obiezione rispondo che, in primo luogo, io non giustifico nessun comportamento ritenuto asociale ed eticamente scorretto (ad esempio rubare, vendere droga, prostituirsi, ecc.), ma mi sforzo piuttosto di ricondurre le più disparate pratiche al contesto sociale, particolare e generale, senza considerare il quale esse non trovano una spiegazione “razionale” convincente, almeno per me; in secondo luogo chiamare in causa il cosiddetto libero arbitrio («Siamo ciò che decidiamo e vogliamo essere») mi appare un po’ consolatorio e auto assolutorio, alla luce di una condizione esistenziale che ci rende tutti socialmente impotenti per ciò che riguarda l’essenza della nostra vita. E ciò è dimostrato anche dalla vicenda virale che inquieta i nostri giorni. Su questo fondamentale aspetto rinvio al mio precedente post.

Condannare, anche solo moralmente, chi ruba, chi cerca di intascare denaro in uno dei tantissimi modi che si possono inventare sempre di nuovo, chi fa violenza contro il prossimo, ecc., senza condannare, in primo luogo, la causa ultima di tutto ciò, ossia la società che trasforma ogni bisogno umano in un’ammiccante occasione di profitto e ogni oggetto inteso a soddisfare i bisogni in una merce; la società che ha nel denaro il suo vero e unico Dio, onnipotente e onnipresente; la società che trasuda violenza da tutti i pori e che non raramente la pratica su scala più o meno vasta; la società che offende e nega ciò che di autenticamente umano siamo ancora in grado di esprimere; la società che esalta il successo («Purché ricercato con mezzi moralmente e penalmente leciti»: sic!) e che schifa l’insuccesso; ecco questo “doppio standard” etico mi sembra una clamorosa dimostrazione di incomprensione, per non dire altro. Le persone che fanno uso di un simile criterio di valutazione non hanno ancora capito, e non so se mai lo capiranno, con quale mostruosità abbiamo a che fare tutti i giorni. Naturalmente per mostruosità intendo la nostra società, la società che il cittadino onesto e civile vorrebbe rendere più onesta e più civile: condoglianze! Pardon: auguri!

Allora questo vuol dire che sto dalla parte di Ugo? Certamente non sto dalla parte del carabiniere che lo ha ucciso, né dello Stato che difende l’ordine sociale che rende possibile ogni genere di contraddizione e di violenza. C’è poco di che rimanere esterrefatti, poste le odierne condizioni sociali. Recito la parte del cinico perché mi piace stupire e provocare l’interlocutore? Nemmeno per idea! Come sempre cinica è la realtà, non chi si limita a darle voce senza aver paura di apparire antipatico e “politicamente scorretto”. Io sto dalla parte della possibilità di farla finita con questa escrementizia società, una possibilità che purtroppo le classi subalterne e tutti i maltrattati dal Moloch non riescono ancora a vedere, a volere, a incarnare. Che tragedia!

Come sempre e su ogni cosa, dopo l’uccisione di Ugo Russo l’italica opinione pubblica si è divisa in due opposte “scuole di pensiero”: quella che sostiene che Napoli è diventata una sola, grande Gomorra, e quella che ribatte che Gomorra non rappresenta affatto la città partenopea. «”Noi non siamo Gomorra” e mentre lo diciamo, abbiamo dimenticato cos’è Gomorra e quindi abbiamo dimenticato cosa non vogliamo essere: un cancro che si nutre del sangue dei suoi ragazzi e delle sue ragazze, e degli errori che non hanno soluzione» (R. Saviano). Per come la vedo io, il vero “cancro” è invece la società capitalistica in quanto tale, la quale rende possibile anche Gomorra e ogni altra fenomenologia del Male con caratteristiche più o meno regionali e locali. La società italiana, in particolare, è messa malissimo; dopo 160 anni di storia unitaria essa continua a essere segnata da una vasta e complessa costellazione di contraddizioni sociali, con relative magagne politico-istituzionali, che non  consentono nemmeno di avviare una seria trasformazione del tessuto economico-sociale del Mezzogiorno, salvo rare eccezioni.

La società raccoglie sempre ciò che semina, e l’anticapitalista lascia ai progressisti il compito, ultrareazionario, di sistemare le cose, di turare le falle che sempre di nuovo si aprono sui fianchi della nave, mentre si tratterebbe di lasciarla affondare e di imbarcarsi su una nave nuova di zecca, e così iniziare un nuovo viaggio. «Che utopia!» Concordo. E infatti do a tutti i realisti, soprattutto se progressisti, appuntamento al prossimo fattaccio degno della loro rituale indignazione.